Filologia italiana sp 07/02/19
Bibliografia
- Ed. critica Cecchini introduzione, con questioni legate all’attribuzione e alla ricostruzione del testo e lettura epistole in traduzione
- Bellomo, saggio sull’epistola Frate Ilaro
- Ed. del Fiore, da lettere nell’integralità in un’edizione recente
Il corso affronterà questioni legate al problema attributivo ma anche la questione del “falso” che nel Medioevo è un concetto su cui ragionare: approcciato alla cultura medievale il testo e le questioni che intorno ad esso ruotano sono di difficile trattazione con criteri moderni.
Noi diamo per scontato che, abituati alla nostra idea di testo letterario, l’autore del testo sia noto; oltre a questo non comprendiamo casi di falsa attribuzione o attribuzione divergente o se il testo sia originale e conforme alla volontà dell’autore o se sia stato compromesso da rimaneggiamenti.
Nel medioevo spesso riscontriamo la presenza di testi anonimi o con attribuzioni non corrette, molto spesso circolavano come veri falsi documenti, falsi editti, false reliquie, false convinzioni quindi. Ovviamente che un documento o un testo fosse falso poteva essere chiaro all’uomo del Medioevo come oggi per noi, anche se molti meno erano i mezzi adatti a confutare l’attribuzione di un documento o testo.
Nel medioevo a volte era legittimamente ammesso che un testo fosse assegnato a qualcuno che non fosse l’autore materiale. Cominceremo quindi a prendere in considerazione alcune tipologie di “falso”.
Testi privi di attribuzione
I testi privi di attribuzione non coincidono con falsificazioni ma con mancanza appunto di indicazioni fondamentali. Nei casi in cui non conosciamo il nome di autori moderni i casi specifici suscitano molto scalpore nel Medioevo questa situazione è frequentissima anche per quanto riguarda le opere in volgare: nel Medioevo l’idea è molto lontana dalle teorie illuministe e romantiche, spesso il nome dell’autore non era importante o decisivo per diverse ragioni come per esempio la modestia dell’autore o più spesso perché ai copisti poteva interessare molto di più il testo che il suo autore, soprattutto per alcune tipologie di testi, fra questi per esempio per quanto riguarda i volgarizzamenti (= traduzioni attuatesi nel Medioevo di testi latini classici), il nome del volgarizzatore in questi casi è molto spesso tralasciato (in alcuni casi comunque il nome lo conosciamo come quello di Brunetto Latini, volgarizzatore delle Cesariane o altri testi della latinità, volgarizzati fine ‘200 ca.) per quanto riguardano le tre Cesariane il nome di Brunetto compare solo nella pro Ligario? Mentre nelle altre due no.
Testi con errata attribuzione
Testi cioè che presentano un falso autore. Anche questa tendenza è frequentissima nel Medioevo, in parte legata al caso precedente e cioè determinata dalla circolazione di molte opere anonime e l’introduzione da parte dei copisti di nomi di autori in riferimento a informazioni personali, altri codici o conoscenze esterne, introducendo quindi inconsapevolmente il nome di un autore errato. Spesso il fenomeno dell’errata attribuzione riguarda autori minori e poco noti, è cioè più facile che un copista assegni a un nome notissimo un testo di conoscenza minore: i codici trecenteschi di rime molto spesso riportano nomi di Dante o Petrarca anche se, per l’appunto, erroneamente. In qualche altro caso l’errata attribuzione può dipendere da questioni pratiche, per esempio lo scambio di una rubrica (la rubrica del sonetto successivo viene messo nella rubrica del precedente, visto che tutte le rubriche erano scritte insieme alla fine della compilazione del testo) altro caso sono le lacune materiali, cadute di carte che possono mettere a contatto rubriche con testi diversi.
Ci sono anche casi di attribuzione non specificamente medievali ma ereditati da tradizioni precedenti e accolte come vere: un esempio è la Retorica ad Aerennium, attribuita a Cicerone già dal IV secolo e recepita nel medioevo come tale senza avere gli strumenti per metterla in discussione.
Testi con falsa attribuzioni
In questo caso è presente una volontà fraudolenta di affibbiare un autore differente da quello effettivo. Parliamo di un’operazione fatta deliberatamente con lo scopo di ottenere vantaggi, veicolare un messaggio, ottenere qualcosa. Caso limite è certamente La donazione di Costantino, legata all’assegnazione al papato del potere temporale fino al ‘500, con Lorenzo Valla, confermante la falsità del documento.
I casi di falsa attribuzione sono meno rilevanti nel senso che nel Medioevo, diversamente da quanto avverrà successivamente è in realtà molto rara: al tempo di Dante non era così diffusa la pratica di imitare un testo letterario contemporaneo, diversamente per i testi antichi, cosa che ai giorni nostri è per esempio più comune.
Testi con attribuzione fittizia
È il caso per esempio di parodie, divertimenti letterari, esercitazioni scolastiche, fatte in funzione quindi giocosa, di esercitazione come per esempio la produzione di epistole nell’ars dictaminis, come le lettere tra Alessandro Magno e Aristotele, uno scambio non reale ma che circolava abitualmente nel Medioevo.
Attribuzioni legittimate da un’autorità
A questa tipologia appartengono testi come gli apocrifi attribuiti ad un autore, per esempio al fondatore di un ordine religioso come Bonaventura o a testi prodotti da una scuola di pensiero che segue le indicazioni di un maestro che ne assume la paternità legittima. Alcune di queste tipologie di testi rivelano fondamentalmente il fatto che l’importanza del testo era preponderante su quella dell’autore.
Originalità e plagio
Per quanto concerne la sfera culturale e medievale il plagio era sempre in qualche misura legittimato in misura per noi figli del romanticismo. Molto spesso il fatto che la tradizione imponesse per molti generi dei modelli e il fatto che questo andasse sempre tenuto presente e legato a un processo di mimesis quindi di imitazione, determinò la normale produzione di testi poco originali e plagiati. Questo vale certamente anche per la poesia e può spiegare il perché a noi lettori moderni la poesia medievale sia fondamentalmente cristallizzata in stilemi, lessico e tematiche.
A questo proposito se riflettiamo sulla questione del plagio ai giorni nostri dobbiamo certo considerare la dimensione delle fake news, un problema legato alla trasmissione dei testi. Spesso l’uomo medievale non ha mezzi e strumenti per smascherare un falso o scovare problemi di attribuzione ma, paradossalmente, anche oggi pur con tutti gli strumenti che possediamo la mole di testi, notizie e la rapidità con la quale questi vengono veicolati, capita che molte persone, per motivi diversi, non siano in grado di discernere la veridicità dei testi, talvolta anche solo per sudditanza al testo scritto e per tutti questi motivi la sua soglia di coscienza sul vero e sul falso si abbassa notevolmente.
Una soluzione alle fake news è certamente legata al facts checking, alla verifica dell’autore del testo, sulla fonte, sull’intenzionalità ella scrittura, torniamo sempre quindi all’idea di importanza dell’autore. Il fatto stesso che le notizie circolano è legato molto spesso all’impossibilità di rintracciare la fonte ma anche all’incapacità di porsi il problema di identificazione della stessa e questo è il motivo per il quale le fake news circolano prepotentemente.
La scuola storica
A questo proposito, in particolare ai falsi legati alla produzione dantesca è il caso di riferirsi al libro di Guglielmo Gorni, Il Dante perduto, storia vera di un falso che ruota attorno al caso di un falso preso in esame da Ernesto Lama che avrebbe parlato di un codice di rime antiche e sul quale già all’epoca Barbi aveva avanzato dubbi. Nel libro Gorni sostiene la totale colpevolezza di Lama come falsario ma negli ultimi anni secondo alcuni studiosi il codice in realtà sia stato recuperato in Spagna e sebbene falso la volontà fraudolenta diverrebbe meno.
Il libro comunque è particolarmente interessante perché paragona le falsificazioni medievali con le moderne ma è soprattutto miniera di informazioni di studiosi che tra fine ‘800 e fine ‘900 presero parte alla scuola storica italiana. Con quest’etichetta intendiamo un complesso di studiosi che in Italia, nella II metà dell’800 operarono nel campo della filologia, della letteratura edell’erudizione, nel pieno del positivismo, cercando di conferire alle discipline letterarie una dignità di scienza, recuperando dati certi da archivi, biblioteche alla ricerca di testi inediti o di supporto alle edizioni ecc.
La sua importanza deriva anche dal fatto che essa è alla base della scuola filologica italiana e molti degli studiosi della scuola storica, andati a studiare in Germania (ricordiamo che la filologia testuale del metodo del Lachmann nasce qui), tornano in Italia applicando il metodo filologico producendo le prime edizioni di testi.
Un primo importante gruppo è quello della scuola torinese, che fonderà nel 1883 la rivista Il giornale storico della letteratura italiana, nata proprio in quegli anni con Rodolfo Renier, nato a Treviso, Arturo Graff e soprattutto Francesco Novati.
Il gruppo della scuola bolognese era capitanato da Giosuè Carducci, grande studioso di letteratura antica e autore di edizioni di molte raccolte dei primi secoli. Il Lamma del quale parla il Gorni era allievo di Carucci .
Il gruppo della scuola fiorentina era capitanato da Pio Rajna, eccellente studioso di filologia romanza, in particolare relativi all’Orlando furioso e al De Volgari eloquentia con poi la generazione successiva di Ernesto Giacomo Parodi e Michele Barbi, forse i due fra i più rappresentativi studiosi di quella stagione, lo stesso Barbi fu editore di Dante, sua l’edizione Lachmaniana della Vita nuova, del 1907, edizione fondamentale non solo per il testo dantesco ma in generale per la filologia italiana, un’edizione il cui stemma è stato riconfermato anche dagli studi successivi.
Lo stesso Barbi era fondatore degli Studi danteschi, una rivista ancora in vita. Lo stesso Parodi si occuperà molto di Dante e succederà il Barbi nella direzione degli Studi danteschi.
Lettura pag.2 di Dante perduto - Guglielmo Gorni Ci si riferisce a una raccolta di studi di Novati, appunto I freschi e minii del Duegento e al potere della filologia del Barbisi riferisce agli Studi su dante, in particolare quelli attuati sulle Rime.
Nella prefazione si accenna al Barbi e agli scontri con altri studiosi che non ritenevano il sistema filologico attuato dal Barbi stesso.
La filologia Lachmaniana che il Barbi professava non era estranea a critiche e anche uno come il Renier guardava con sospetto una registrazione genealogica così precisa perché la filologia genealogica avrebbe prodotto problemi diversi: il Renier operò l’edizione delle Rime di Fazio Degli Uberti ma si basa su un bon manuscritpt lontanissimo dal magistero di Barbi.
Questo spiega come la figura del Barbi si stagli in maniera preponderante su quella di altri. L’esperienza della scuola storica si concluderà nel primo dopoguerra con l’eccessivo filologismo, l’erudizione fine a sé stessa, e soprattutto con l’uscita del testo di Benedetto Croce Estetica perché secondo Croce l’erudizione si proponeva di spiegare la poesia con riferimento all’erudizione stessa e non con riferimento all’interpretazione.
Lo stesso croce era in realtà contrario alla filologia ritenendo che essa doveva sì predisporre un testo ma rimanendo subalterna alla critica letteraria: così si spiega la collana Gli scrittori d’Italia uscita per La Terza nella II metà del ‘900, una collana meritoria che consta di moltissimi testi importanti ma che eredita l’idea di Croce della filologia: non proponeva mai un apparato, una discussione filologica al testo se non brevi note considerative, rispecchiante cioè la subalternità che Croce affibbiava alla filologia: un esempio è il Dittamondo di Fazio Degli Uberti, ancor’oggi utilizzata ma priva di varianti e quindi limitante per l’ecdotica. Quest’idea crociana pone appunto fine alla scuola storica e all’idea dell’erudizione forte, lasciando campo al magistero di Barbi.
Dante, l’esperienza biografico - letteraria
Dante nasce a Firenze nel 1265, in una famiglia di piccola nobiltà, non particolarmente agiata e secondo il racconto della Vita Nova all’età di 9 anni incontra per la prima volta Beatrice Portinari, rincontrata poi 9 anni dopo. Nel corso degli anni ’80 del Duecento si collocano le prime prove poetiche, fra queste la corrispondenza con Dante Da Maiano, poeta fiorentino che all’epoca godeva di una certa fama.
Poco dopo si colloca l’amicizia con Guido Cavalcanti che risponde A Ciascun alma, sonetto di apertura della Vita Nova. Si sposa e diverrà padre di, si pensa, quattro figli, alcuni noti come Jacopo e Pietro d’Alighieri e possiamo desumere che Dante sia stato a Bologna probabilmente per frequentare l’università, tornando poi a Firenze per combattere con i Guelfi nella battaglia del 1289, la battaglia di Campaldino.
Nel 1290 muore Beatrice e dopo la sua morte Dante trova consolazione nello studio della filosofia, dedicandosi ai corsi presso i conventi fiorentini degli agostiniani, dei francescani ecc.
Tra il ’92 e il ’93 riunisce parte della sua produzione poetica nella Vita Nova, come sappiamo essere un prosimetro in cui narra la sua vicenda d’amore con Beatrice. Nel corso degli anni ’90 entra attivamente nella politica del comune. Nel 1293 erano stati emanati da Giano della Bella gli ordinamenti di giustizia, provvedimenti che vietavano l’accesso agli uffici comunali ai nobili, per favorire le altre classi, questo però solo all’inizio: già nel 1295 questi ordinamenti divengono più miti, c’era necessità di coinvolgere i nobili, maggiore esperienza portanti.
A questo punto anche Dante entra in politica dopo essersi iscritto alle arti, quella dei medici e degli speziali, più adatta a cogliere un cultore di filosofia. Nel corso degli anni ’90 Dante ottiene diverse cariche ma questo è un periodo molto tumultuoso e complicato: fortissimi contrasti tra guelfi bianchi (autonomia dal pontefice e imperialisti) e neri, da un lato capeggiata dai Cerchi e dall’altra dai Donati.
All’inizio del 1300 viene eletto priore per il trimestre successivo, e a fronte dell’ennesimo scontro fra guelfi bianchi e neri (lui era favorevole ai bianchi), manda al confino uomini di entrambe le fazioni, fra i quali Guido Cavalcanti e opponendosi ad alcune richieste papali rispetto alla politica fiorentina.
Nell’ottobre del 1301 viene inviato a Roma per evitare che Carlo di Valois fosse inviato come paciere a Firenze ma sulla via del ritorno viene informato che i guelfi neri avevano preso il potere e a quel punto, i guelfi neri, estromettono tutti i politici compreso Dante attraverso una serie di condanne o esili e con reato di baratteria (= concussione) viene condannato nel gennaio del 1302 al pagamento di un’ammenda. Non tornando a Firenze dove nel Marzo 1302 era stato condannato a morte comincia il suo esilio.
Se inizialmente prova a rientrare a Firenze e la decisione malaugurata dei guelfi bianchi di rientrare a Firenze che porta alla sconfitta della Lastra del 20 luglio 1304, decide di abbandonare la fazione bianca e comincia a desistere dall’idea di rientrare a Firenze. Si sposta prima a Treviso, ospite di Gherardo da Camino, e poi in Lunigiana con i Malaspina; passa poi in Casentino verso Arezzo e in questo periodo è anche il momento di stesura del De Vulgari Eloquentia e del Convivio (1306-1307) rimasti interrotti. Rimane a Lucca fino probabilmente al 1309 e torna nel casentino presso i Conti Guidi.
Nel frattempo, abbiamo l’elezione di Arrigo VII imperatore presso il quale Dante nutre molte aspettative e negli ultimi anni si sposta probabilmente a Verona, nel 1312 presso Cangrande della Scala, vicario imperiale e signore di Verona, ghibellino convinto, dove lavorerà sul Paradiso della Commedia.
Negli ultimi anni si colloca il De Monarchia e verosimilmente nel 1318 si trasferisce a Ravenna presso Da Polenta anche se continua a rimanere in contatto con Verona: nel 1320 disquisirà a VERONA e proprio a Ravenna entra in contatto con Giovanni de Virgilio che, autore di un carme in latino, lo invita a scrivere un poema in latino: questo scambio epistolare costituisce le ecloghe dantesche e l’ultima viene recapitata a de Virgilio quando Dante, di ritorno da un viaggio ambasciatorio a Venezia morirà a Ravenna nel 1321 per febbre malarica.
Epistola al Frate Ilaro
PISTOLA AL FRATE LARO PLUTÈ conservata da un unico codice, lo Zibaldone-Laurenziano di Giovanni Boccaccio, il plut 29.8, conservato alla Mediceo Laurenziana e legato ai plutei leggii nella biblioteca (catene). È un codice di Boccaccio, copia di servizio parte di opere di trascrizione e di studio e lettura.
Negli Zibaldoni laurenziano conserviamo molto materiale dantesco: Boccaccio ha realizzato un’edizione dei testi danteschi operando anche nel Trattatello in laude di Dante che riporta diverse notizie biografiche di Dante, fra cui comunque anche le epistole dantesche di cui costituisce, questo codice zibaldone, il testimone più antico, comprensivo anche delle Egloghe.
L’epistola mette fondamentalmente in discussione le indicazioni biografiche dantesche ma soprattutto quelle relative alla stesura della commedia. Si tratta di un’epistola che un non meglio identificato Ilaro, monaco benedettino di Santa Croce del Corno avrebbe scritto a Uguccione della Faggiola in accompagnamento ad una copia dell’Inferno e che questa copia gli sarebbe stata consegnata da Dante stesso, di passaggio nel suo convento, pregandolo di inviarla con delle glosse a Uguccione.
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