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Lezione 1 – 21.02.2017

Filologia

La filologia è essenzialmente lo studio della documentazione scritta della cultura di un popolo. La genericità della definizione rende necessario un aggettivo che la qualifichi: germanica, romanza, slava, classica, italiana, ecc. Le definizioni o gli aggettivi con cui si lega la parola filologia, hanno una valenza semantica molto ampia (comprendono più lingue), perché si ritiene che la base comparativa sia indispensabile per la conoscenza delle singole lingue, nella piena consapevolezza che le affinità di ordine linguistico sono la spia macroscopica delle affinità di ordine culturale.

Filologia germanica

La filologia germanica è lo studio della documentazione scritta della cultura dei popoli germanici, quelli che nei primi secoli dell’era volgare abitavano ampie zone dell’Europa centro-settentrionale: oggi Islanda, Inghilterra, Paesi Scandinavi (Norvegia, Svezia, Danimarca), Paesi Bassi e Germania. Lavorando di comparazione, mettendo insieme dati che vengono da tradizioni diverse, si riesce a illuminare meglio la fisionomia di ciascuna lingua.

Quando si usa l’aggettivo germanico unito alla parola filologia, c’è la volontà di precisare una caratteristica etnica e una contiguità geografica, questi popoli erano vicini geograficamente e affini per etnia. Quello che preme di sottolineare c’è anche un importante valore cronologico, dietro l’uso di questo aggettivo: si vuole enfatizzare la comunanza di civiltà e l’affinità di lingua di queste tribù germaniche. Sia la comunanza di civiltà che l’affinità di lingua vanno confinate nella preistoria, perché quando i germani cominciano a scrivere ed entrano nella storia, hanno assunto delle fisionomie culturali specifiche, si sono dati già dei caratteri che possiamo definire “nazionali”.

Dunque, se parlo di una qualunque realtà e la definisco germanica, voglio mettere in evidenza quel che lega le varie tradizioni nazionali tra loro, voglio mettere in evidenza qualcosa che è comune; viceversa, quando tratto di un testo non posso più parlare in termini generici di una lingua unitaria comune, ma devo parlare di inglese, tedesco, gotico, nordico, ecc. Non abbiamo alcun testo scritto che si possa definire semplicemente germanico, espressione di una lingua unitaria, perché nel momento in cui le tribù germaniche iniziano a scrivere hanno definito la loro fisionomia nazionale, quindi scriveranno in una delle seguenti lingue germaniche: gotico, nordico, inglese, frisone, alto tedesco sassone.

Nella più antica età abbiamo a che fare con tanti dialetti diversi, per cui un altro modo per indicare le lingue germaniche sarà: dialetti inglesi e dialetti tedeschi (al posto di inglese e alto tedesco).

Bisogna precisare da subito che insieme allo studio dei testi letterari, quindi della cultura di un popolo, si contempla anche lo studio delle lingue in cui quei testi sono stati scritti. La filologia è quindi una disciplina che mira al recupero della conoscenza del passato (lingua e letteratura nella loro fase più antica). Tutto ciò avviene prevalentemente attraverso lo studio dei testi (ci si riferisce alle opere, al contenuto di quelli che ai tempi erano detti manoscritti, codici. Il testo è il contenuto, l’oggetto della mia interpretazione, oggetto della critica testuale; viceversa il manoscritto è il contenente, il mezzo di cui gli antichi si servivano per trasmetterci le loro opere) letterari e delle lingue in cui quei testi sono scritti.

Linguistica

Due anime della filologia: da un lato la filologia (base comparativa, ricerca di scoprire le caratteristiche essenziali delle opere germaniche), dall’altro l’aspetto testuale (ha come obiettivo quello di portare alla lettura e comprensione di un testo scritto in una lingua germanica antica).

Lezione 2 – 22.02.2017

La filologia è lo studio della documentazione scritta della cultura di un popolo, germanico nel nostro caso. Questo comporta il prendere atto che questa disciplina mira al recupero di conoscenze del passato, quindi studio dei testi e delle lingue germaniche antiche in cui questi sono scritti.

I compiti del filologo

I compiti del filologo, ovvero le operazioni attraverso le quali passa lo studio filologico di un testo sono:

  • Accertamento dell’autenticità del testo, ci si può imbattere in un inedito, in qualcosa che nessuno ha studiato prima, quindi si deve accertare l’autenticità di quel testo.
  • Definizione della fisionomia originaria del testo, nell’antichità e nel Medioevo si ha a che fare con dei manoscritti, quindi un testo può essere copiato in più codici, che possono essere diversi per qualità (codice scritto in funzione di un preciso disegno editoriale, utilizzando una pergamena finissima, inchiostro particolare, ecc. che ne fanno un codice di pregio; ma abbiamo anche tanti testi tramandati da codici definiti di campagna, con pergamene grossolane, vissuti, con impronte e segni, di poco valore, spesso usati per esercizi di scrittura), provenienza (ci possono essere delle differenze più o meno importanti a livello dialettale) ed epoca (codici molto vicini al momento in cui il testo è stato composto, o codici che sono copie di copie). Il filologo, seguendo un metodo scientifico e rigoroso, fa un lavoro di collazione (raccolta) dei vari codici che vengono ordinati tra loro e sottoposti ad un esame paleografico e linguistico, perché verosimilmente questi codici non tramanderanno con assoluta fedeltà il testo originale. Mettendo insieme tutti i codici e valutando la diversità delle varie versioni tramandate si arriva subito al problema di fondo: qual era la lezione, la parola o il fonema che l’autore ha inserito in quel punto di quel testo? Devo ricostruire un testo che sia il più possibile rispondente alle intenzioni dell’autore. Con le nostre competenze filologiche dovremmo essere in grado di ricostruire il testo, quindi riconoscere gli errori (che a volte sono involontari, mentre in altre sono voluti) e togliere le interpolazioni Critica testuale.
  • I casi di opere importantissime tramandati da un unico codice sono numerosissimi (il Beowulf, l’Hildebrandslied), quindi il lavoro di confronto non si può fare e le competenze del filologo devono essere altissime. I vari manoscritti della medesima opera costituiscono la “tradizione manoscritta” e ci consentono di ambientare il testo che noi studiamo; quando tutto questo manca, il testo è isolato e sarà il filologo, che ha conoscenze di altre opere, a poter indicare la data e il luogo di composizione, la lingua e il dialetto in cui è scritto.
  • Momento ermeneutico, si fa tutto questo lavoro perché voglio leggere, capire e interpretare un testo. Questo sarà più facile se intorno a quel testo riuscirò a creare un ambiente culturale (epoca, fonti, contesto linguistico e letterario).
  • Accertamento del valore storico ed estetico di un testo, un filologo che si occupa di testi antichissimi non pone come condizione essenziale la bellezza estetica del testo. Siamo arrivati al momento in cui emerge chiara la differenza che c’è tra la letteratura e la filologia: sono due discipline vicine che si scambiano continuamente dati, però è indubbio che sono diversi gli oggetti, gli strumenti e il metodo di ricerca; ecco perché si parla di due discipline diverse e autonome. Per esempio, il filologo considera importantissimi i documenti più antichi, come le iscrizioni.
  • I filologi che si occupano di lingue germaniche devono occuparsi anche di epigrafi runiche: le rune sono la più antica forma di scrittura comune a tutti i popoli germanici, abbiamo una quantità di iscrizioni runiche per noi interessantissime perché oltre a consentirci di datare i primi documenti nella lingua germanica antica, ci permettono già di avere coscienza di mutamenti fonologici. Un’iscrizione runica può essere costituita da una sola parola, il nome del possessore dell’oggetto su cui è incisa l’iscrizione o il nome dell’oggetto stesso per esempio. Non c’è dubbio che non possiamo parlare di valore estetico di un documento di questo tipo; ma anche se ci muoviamo verso una dimensione letteraria, i primi documenti riguardano le glosse, ovvero la traduzione di una parola di un testo latino. Molto di quello che è il patrimonio germanico più antico nelle varie tradizioni è frutto di una traduzione, e le prime sono appunto di parola. Cominceremo già ad avere un respiro diverso quando nell’interlinea tra due linee di latino si porrà una versione di quel testo in una lingua germanica. Quando la versione interlineare è molto precisa, c’è una corrispondenza tra la parola in una lingua germanica e il testo latino sottostante, una corrispondenza diretta, quindi si sacrifica in nome di una specularità di forme ogni velleità sintattica, perché in questo modo la lingua germanica riflette l’andamento sintattico del latino sottostante piuttosto che quello che era verosimilmente di un testo scritto in quella lingua. Abbiamo addirittura delle versioni interlineari che non corrispondono a testo latino sottostante, quindi l’amanuense aveva su un codice il testo latino, su altro un testo con una versione interlineare, a occhio ha visto che l’argomento era lo stesso e ha copiato la versione interlineare da un codice all’altro. Tutto questo per spiegare che per noi può essere importante il valore estetico quanto quello storico.

Competenze del filologo

Con quali competenze il filologo lavora? Egli si servirà delle competenze necessarie per quel testo che studia. A volte dovrà ricorrere all’epigrafica o alla storia, alla filosofia, all’etnologia, alla storia del diritto o alla letteratura. Non possiamo avere la presunzione di interpretare bene un testo se non siamo in grado di mettere in campo competenze le più eterogenee possibili, che altre discipline per altre vie e con altri metodi ci hanno assicurato.

La filologia nasce nel 3o secolo a.C., nell’ambito di quelle iniziative culturali e in nome di quel fervore di studi che fa capo agli Alessandrini e alle iniziative della biblioteca e del museo di Alessandro. Il primo a definirsi “filologos” (amante dello studio letterario) è Eratostene (3o a.C.). I grandi filologi greci si sono posti per primi il problema di interpretare e catalogare i testi letterari della loro tradizione; furono gli iniziatori di quella che viene chiamata la “questione omerica”. È importante ricordare che le operazioni fondamentali che abbiamo descritto per il metodo filologico, erano state già fatte proprie da questi studiosi; avevano capito l’importanza della critica testuale per arrivare al testo originario, l’importanza di una interpretazione che fosse onnicomprensiva di tutti gli stimoli, le idee, le esigenze dell’autore.

Dal 3o a.C. ad oggi ovviamente non è rimasto tutto uguale. Ovviamente bisogna ricordare l’importanza degli scriptoria carolingi e cassinensi: gli scriptoria sono delle scuole di scrittura sorte in età carolingia; cassinensi, per il ruolo svolto dall’abbazia Cassino durante l’antichità. Oggi, saremmo totalmente senza radici, se durante il medioevo non ci fossero stati monaci che si presero la briga di copiare testi antichi e a loro contemporanei. Non possiamo non riconoscere a queste persone il merito di non aver permesso che ci fosse una dispersione totale della tradizione classica e della più antica tradizione volgare.

Il momento più importante per la nostra disciplina e per la linguistica, lo dobbiamo porre nell’800 con l’avvento del romanticismo. Tutti sappiamo cosa ha significato per l’Europa e quale radicale rinnovamento ha portato nel pensiero, nella cultura e nell’arte. Ma bisogna capire l’importanza che questo movimento ha avuto in Germania: lì ha significato ritorno alle origini, esaltazione di tutto quello che era primitivo, popolare, ingenuo, rivalutazione delle tradizioni germaniche, scoperta della storia e dei miti degli antenati. Per leggere quei testi, gli stessi madrelingua avevano bisogno di imparare le lingue antiche, quindi ecco che con il romanticismo vediamo nascere quell’interesse linguistico e filologico.

Possiamo esaminare il fenomeno anche da un’altra prospettiva: è proprio nell’800 che la linguistica riesce a darsi lo status di disciplina autonoma, perché si riesce a dotarla di una tematica e di un metodo propri. Anche i Greci e i Romani, a modo loro, si sono occupati di linguistica; l’interesse però era prevalentemente per l’aspetto del “significato”, che esprime il valore noetico, ovvero il valore di conoscenza. Non avevano colto l’importanza di quello che oggi chiamiamo “significante”, rappresentato dalla sequenza dei vari fonemi (supporto fisico che consente la trasmissione del contenuto di conoscenza). Alla base di ogni comunicazione umana c’è questo duplice aspetto di forma e di contenuto.

Vico (un filosofo) aveva teorizzato per primo l’aspetto del divenire linguistico: le lingue si evolvono. È nell’800 che si riesce a provare questa evoluzione, perché attraverso la comparazione tra stadi diversi della medesima lingua o di lingue geneticamente affini, si rendono verificabili i vari mutamenti e le varie evoluzioni.

Nell’800 nasce la linguistica storica (comparata), ma noi filologi germanici possiamo dire che nasce la linguistica germanica e concretamente anche la filologia germanica, che prende coscienza della validità del metodo storico-comparativo.

Furono le popolazioni germaniche, molto spesso, a sostituirsi ai romani quando l’autorità romana cominciò a decadere. Quindi l’interesse per il mondo germanico si ebbe anche da parte dei romani stessi. Il loro non fu mai un interesse linguistico-filologico, ma possiamo pensare a finalità politiche, curiosità storico-antiquarie, velleità di conoscenze etnografiche, insomma il trionfo del dilettantismo e dell’occasionalità. Tuttavia non possiamo rinunciare alle testimonianze, relative al mondo germanico, che ci trasmettono alcuni nomi della tradizione latina: Giulio Cesare e Tacito. Giulio Cesare incontrò diverse tribù germaniche (nemiche e alleate), però uno come lui riuscì già nel 1o secolo a.C. a scrivere per esempio, che i germani per valore superavano i celti. Ancor di più ha scritto sui germani Tacito, che voleva frustrare gli inetti romani portando l’esempio di queste popolazioni senza cultura ma con grande coraggio, senso del dovere e spirito di sacrificio. Non limitandoci solo alle loro testimonianze, i romani ci hanno parlato di storia politica, religiosa e civile dei germani, in tempi antichissimi, quando ancora i germani non avevano cominciato a scrivere; ecco perché il nostro interesse è grande. Sentiamo parlare dei progenitori dei germani che noi conosceremo, perché i primi testi in una lingua germanica inizieranno quando il periodo delle origini è ormai lontano, quando non si potrà più parlare di un’entità genericamente germanica, ma esisteranno le singole realtà nazionali.

Dunque importante è il ruolo che svolgono i romani nella storia delle antichità germaniche, forse l’unico che dobbiamo valutare con cautela è quello che qualche storico ha voluto attribuire ai romani: aver contribuito alla definizione dell’identità germanica. In concreto i germani in buona parte dell’impero, furono i soli capaci di subentrare ai romani. I germani sono stati avvantaggiati dal fatto che occupando terre europee hanno avuto un rapporto continuo col mondo romano; erano di etnia e lingua germanica i soldati più valorosi, che spesso facevano da guardia del corpo dell’imperatore.

Tornando nell’800, la comparazione e le lingue geneticamente affini: nell’800 c’è questo interesse romantico per tutto ciò che è antico, primitivo, esotico/orientale. È in questo periodo infatti che si scopre l’India e la sua lingua, il sanscrito, che rappresenta per il mondo orientale quello che per l’occidente è rappresentato dal latino. Una lingua importantissima che attira l’interesse di studiosi di madrelingua tedesca: Schlegel nel 1808, studiando un problema morfologico, avanza l’ipotesi di una parentela genetica tra sanscrito, latino, greco, persiano (avestico) e le lingue germaniche (tutte lingue che poteva conoscere uno studio tedesco dell’epoca).

Nel 1816 queste stesse lingue sono state impiegate per mettere in evidenza le affinità esistenti a livello di coniugazione verbale, da Bopp, il quale ha il merito ufficiale di aver utilizzato per la prima volta in modo sistematico il metodo comparativo. Bopp man mano che studiava una nuova lingua, opportunamente scelta, riusciva ad ampliare i confini di questa parentela tra le lingue; arrivò all’incirca nel 1852 a dimostrare che erano geneticamente affini le lingue dell’Europa e di buona parte dell’Asia. Geneticamente affini significa che queste lingue sono caratterizzate da caratteristiche comuni, tanto marcate da far pensare che abbiano un’origine comune, da far pensare che abbiano avuto una comune lingua madre. Prima di Bopp il metodo comparativo era stato proficuamente utilizzato (effettuato nel 1814, ma pubblicato nel 1818) da uno studioso danese, Rask.

Rask è importante perché ci pone in una prospettiva propriamente germanica, è il primo danese che si occupa di un’altra lingua germanica, il nordico, e cerca di scoprire da quale lingua è derivato. La conclusione sarà negativa: nessuna delle lingue attestate o esistenti può essere considerata la lingua madre del nordico. Rask ha per primo utilizzato il metodo comparativo, lo ha utilizzato esercitandosi su quegli aspetti che sono essenziali per delineare.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/15 Filologia germanica

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