I film di Sergio Leone e il genere western
Il teatro del western tra parodia e mitizzazione nei film di Sergio Leone
Tra gli anni '70 e gli anni '80 si assiste al fenomeno della postmodernità, ossia alla produzione di testi che costruiscono per lo più pastiche e parodie riutilizzando e rielaborando il patrimonio culturale, letterario e cinematografico del passato. Semplificando si può dire che l'estetica postmoderna in campo cinematografico coincida con una pratica di citazione e ripetizione; ma più nello specifico si può sostenere che essa oscilli fra la rievocazione/imitazione nostalgica di un mondo mitico ormai lontano e la sua demitizzazione o il suo rovesciamento parodistico in chiave comico-ironica. Ciò presuppone uno spettatore competente e dotato di un occhio maggiormente critico e smaliziato.
Rifacendoci allo studio di John G. Cawelti possiamo delimitare in quattro aree di riferimento le trasformazioni dei generi:
- La parodia = Gli elementi più convenzionali di un genere vengono posti in contesti tanto esagerati e incongrui da renderli comici. Viene meno quel principio per cui lo spettatore finge di credere possibile quanto avviene sullo schermo. Cawelti cita come esempio Cat Ballou (1965) – E. Silverstein, in cui il mondo western è visto come squallido e ridicolo, tanto che è una donna a essere a capo di una banda di disgraziati. Un'altra modalità di parodia descritta dallo studioso consiste nel mettere a confronto una situazione consolidatasi nella finzione in termini idilliaci con il violento irrompere in essa del senso di realtà; a titolo d'esempio si ricordi Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974) – Mel Brooks. Due dunque le modalità di parodia: la prima contraddice tramite l'esagerazione le attese dello spettatore; la seconda rompe direttamente con le aspettative tramite l'irruzione di elementi realistici.
- Il culto nostalgico = Ci troviamo prevalentemente nell'ambito dell'imitazione: gli stereotipi e i canoni sono usati per ricreare l'aura di un tempo passato. L'obiettivo è quello di coinvolgere lo spettatore in complesse relazioni fra passato e presente. Cawelti cita come esempi Il Grinta (1969) – H. Hathaway, rievocazione nostalgica del mondo western tramite personaggi vecchi e stanchi (John Wayne, forse l'icona più imponente del filone) che tuttavia continuano a cavalcare, incarnazione della consapevolezza di non poter più fare western classici e di un mondo ormai finito.
- Demitizzazione del genere = Possibilità che si rifà sempre alla rievocazione nostalgica, anche se qui l'obiettivo primo è svalutare e commentare ironicamente il genere scelto. Un processo che in alcuni casi raggiunge risultati tragicomici – Piccolo grande uomo (1970) - A. Penn: gli indiani appaiono umani e civilizzati, mentre i pionieri e i soldati sono violenti, corrotti e avidi di denaro e potere – o completamente tragici – Soldato blu (1970), R. Nelson.
- La riaffermazione del mito per il mito = Un genere e i suoi miti sono fatti a pezzi e presentati nella loro falsità, ma poi riaffermati come riflesso autentico di aspirazioni umane imprescindibili che vanno oltre il genere preso in considerazione. Cawelti prende ad esempio Il mucchio selvaggio (1969) – S. Peckinpah.
Facendo un quadro conclusivo delle quattro tipologie di trasformazione dei generi, è indispensabile ricordare come esse possano convivere nello stesso film.
Il caso Sergio Leone
Gran parte della produzione western italiana degli anni '60/'70 potrebbe rientrare in più di una delle categorie sopra elencate. Il western italiano è strettamente legato a quello americano, non per imitarlo, ma come modello originario di riferimento da cui distaccarsi in vari modi. È un'operazione che caratterizza in realtà il cinema italiano già dagli anni Trenta, quando l'immaginario statunitense, interagendo con quello nostrano, dà vita a nuovi e originali prodotti culturali.
Un processo di contaminazione al quale del resto si appella Sergio Leone quando viene accusato di aver plagiato – con il suo Per un pugno di dollari (1964) – Yojimbo/La sfida del samurai (1961) – A. Kurosawa: il vero modello d'ispirazione per entrambi è infatti da rintracciare ne Il servitore di due padroni di Goldoni, per non parlare del patrimonio classico e mitico che il regista rintraccia nell'opera giapponese. Per Leone il western è la favola della sua infanzia che ama con la nostalgia di un bambino ma che da adulto non può che raccontare in modo diverso.
Il mondo western viene allora messo in scena dal regista come un teatro in cui viene sottolineata la dimensione finzionale della rappresentazione: si pensi al prologo de Il buono, il brutto e il cattivo (1966) in cui si fa ricorso al frame-stop per la presentazione dei personaggi e al forte impatto teatrale della scena finale del triello: in quest'ultimo caso la dilatazione temporale fa sì che la tensione aumenti, ma allo stesso tempo comporta una presa di distanza da parte dello spettatore. La caduta del cattivo in una fossa già scavata chiude il tutto in chiave comico-parodistica.
Ma una resa parodistica della materia trattata la si ritrova già nella sequenza iniziale di Per un pugno di dollari (1964), in cui lo Straniero fa il suo ingresso nel villaggio in sella ad un umile mulo ed il becchino Piripero ne studia le misure per costruirgli la bara. Se vogliamo rifarci alle sopra citate quattro aree di trasformazione dei generi, i film di Leone possono essere assimilabili così all'area della parodia, così a quella della demitizzazione, così a quella della riaffermazione del mito per il mito. Il western diventa così metafora del mondo e scenario delle complesse relazioni fra gli uomini.
Al regista non interessa tuttavia dare risposte in facili e classici lieto fine, preferendo campi aperti e personaggi che si allontanano silenziosi o ammiccanti. Il film in cui Leone decreta in modo più palese la fine del western, ma allo stesso tempo lo rievoca con nostalgia sancendo l'eternità dei suoi valori, è C'era una volta il West (1968). Un film in cui la nostalgia prende forma così nelle innumerevoli citazioni (Il cavallo d'acciaio, Mezzogiorno di fuoco, Il cavaliere della valle solitaria, ecc.), così nelle meravigliose musiche di Ennio Morricone.
Emblematica anche la presenza di Henry Fonda, volto già assai noto nell'universo western, scelto però da Leone per incarnare il personaggio cattivo, la cui morte simbolicamente decreta la morte del western mitico. Lo stesso personaggio positivo, Armonica, una volta ucciso Frank non può che allontanarsi da quel mondo – lasciato nelle mani di Jill –, pronunciando la fatidica frase "Io ho finito qui", un qui che però lascia intendere come i grandi valori del western possano trovare vita in altri spazi e forme.
C'era una volta il western: Sergio Leone e la riscrittura di un genere in chiave astorica
Il connubio fra storia e cinema è uno dei più battuti dall'analisi filmica e teoretica sin dagli inizi del secolo scorso. Già i primi studiosi identificavano la "fotografia animata" come una nuova e stupefacente fonte per gli storiografi e, allo stesso tempo, un agente catalizzatore delle trasformazioni storiche e sociali. Dunque, oggetto e soggetto di storia al contempo.
Fra tutti i generi nei quali tale connubio si è declinato, noi prenderemo in considerazione il western, da un lato per il suo essere – come sostiene Bazin – "il genere americano per eccellenza", dall'altro per una coincidenza di tempi e luoghi che lo rendono una sorta di instant genre. Non è un'esagerazione affermare che quello che oggi chiamiamo western cinematografico sia comparso ancor prima della nascita vera e propria del cinema: già nel 1864 immagini in movimento di eroi della frontiera americana circolavano nelle fiere e nei teatri grazie ai dispositivi Edison. Il passaggio dal kinetoscopio al cinematografo fu di fatto questione di pochissimo.
Con il trasferimento negli anni Dieci delle società indipendenti dalla costa orientale alla California la produzione subì una vera e propria impennata: il viaggio dei cineasti e produttori verso il Pacifico riproduceva la grande corsa verso occidente che solo qualche anno prima aveva caratterizzato la società americana. "Meglio il vero West che il New Jersey" divenne il motto di registi e produttori. Il western divenne così il genere prediletto per il lancio delle nuove compagnie di produzione. Si trattava per lo più di western seriali (il primo ventennio del secolo fu il momento di massima celebrità delle serial stars Bronco Billy Anderson e Tom Mix), le cui storie mostravano un forte legame con la cultura popolare statunitense, in primo luogo con le ballate e i dime novels (es. Malaeska. The Indian wife of the White Hunter – A. Stephens), destinati più avanti ad essere rimpiazzati dai pulp magazines e dai romanzetti seriali.
La chiave del successo del western è allora da individuare nel suo essere strumento della mitopoiesi dell'epos nordamericano. Il cinema western, costruttore di un immaginario in cui un intero paese è riuscito ad identificarsi riconoscendovi le radici della propria storia, non è allora solo un genere, ma un format linguistico e un universo di contenuti da cui attingere o da arricchire.
Bazin effettua una chiara distinzione fra il western classico (anni Trenta/Quaranta) e un sur-western, anche detto western crepuscolare (anni Cinquanta). Il primo è costruito su uno stile maturo e ponderato, un equilibrio fra miti sociali, evocazione storica e tematica tradizionale della messa in scena. Stagecoach/Ombre rosse (1939) – John Ford è l'esempio più illustre, nonché rappresentazione per antonomasia di tutti i topoi del genere western e quintessenza dell'immaginario sociale statunitense. Gli spazi sconfinati vengono catturati dalla mdp con grande maestria, quasi fossero a misura d'uomo; l'alternanza fra interno ed esterno, fra spazi aperti e chiusi, anziché frammentare la scena ne consolida la compattezza. W. Wright, Sixguns and Society: studio sociologico del genere che ne ha delineato la struttura base sottesa: plot = incontro/scontro fra civiltà e wilderness, quest'ultima personificata dagli outlaws e dai nativi. Negli anni Cinquanta invece vediamo dei...
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