Etruscologia
Interpretare i documenti e le origini degli etruschi
Bisogna cercare di vedere i documenti attraverso prospettive diverse e capire quello che ci possono offrire e le critiche che si possono fare. Circa le origini degli etruschi, l'iscrizione di Ramses III è importante per capire le origini e la storia degli etruschi: essa risale al XII sec, un'epoca importante in cui si assiste a una rivoluzione nel Mediterraneo perché scompaiono le civiltà dei grandi palazzi, come quella degli hittiti o i micenei (sono chiamate civiltà dei grandi palazzi perché erano strutturate con un sistema centrale molto accentrato, cioè con un'autorità centrale che governava tutto e la loro tecnologia dominante era il bronzo).
Nel 1200 crollano questi palazzi e nasce un sistema fatto di piccole città che si autogovernano e si danno una strutturazione più agile e pratica. Liverani ha studiato l’economia di queste civiltà e ha dato una chiave di lettura per lo studio delle popolazioni del Mediterraneo orientale: egli sostiene che la metallurgia del ferro era già esistente, ma che il sistema accentrato non favorì il suo sviluppo perché, essendo facilmente controllabile da piccoli gruppi, avrebbe potuto portare una ricchezza che avrebbe provocato una rivoluzione interna.
All’epoca di Ramses III si assiste alla crisi di questi palazzi e l'iscrizione parla di popolazioni che mettono in movimento il Mediterraneo, in particolare l'Egeo e tra questi vi sono i tuscia. Si tratta di una citazione importante perché è il momento in cui nella nostra penisola vi è un cambiamento, ovvero il periodo della cultura protovillanoviana. Quindi abbiamo una serie di assonanze tra fonti storiche e fonti archeologiche, infatti le fonti egizie riportano movimenti di popolazioni.
La stele di Lemno del VI sec si trova a Lemno e riporta una lingua non etrusca, ma molto vicina ad essa ed è l'unica lingua mediterranea che ha qualche assonanza con l'etrusco, testimonianza dell'antichità della presenza etrusca.
Il momento di crisi nel Mediterraneo
Nel 1200 il Mediterraneo vive una crisi precisa, cadono i palazzi hittiti, la guerra scoppia a Troia e le fonti egizie raccolgono questo fenomeno e parlano di uno sconvolgimento in cui sono coinvolte varie popolazioni, tra cui forse quella etrusca (questa è la fonte epigrafica).
Invece la fonte archeologica è data dalla presenza di un cambiamento, in quel periodo, nella penisola, periodo in cui ha inizio la cultura villanoviana; un'altra fonte è costituita dalla presenza di strati linguistici più antichi di quelli delle popolazioni indoeuropee come lo strato della stele di Lemno che riporta uno strato più antico di quello greco e latino, il cosiddetto sostrato mediterraneo.
Le testimonianze antiche sugli etruschi
Cosa ci dicono gli antichi degli etruschi? In un passo della Teogonia di Esiodo (inizio VIII sec), egli ci dà una serie di notizie e riporta il termine tirreni come nome delle popolazioni che occupavano la penisola. Secondo una recente ricostruzione di uno storico greco vi è in questo passo un dato importante: l'epoca di Esiodo è vicina alle prime fondazioni greche nel mar Tirreno; la visione di Esiodo è quindi importante perché riporta un momento di contatto forte tra greci ed etruschi, testimoniato dai primi abitanti dell'isola di Ischia (la visione di Esiodo è fortemente greca euboica).
Infatti i greci dell'Eubea, quando fondarono l'emporio di Ischia, ebbero come interlocutori gli etruschi; è interessante come non ci sia nulla di greco al di sopra della linea che passa per l'isola di Ischia che i greci chiamavano Pitecusai; essa non fu mai considerata una colonia vera e propria, ma un insediamento misto di greci e fenici che ebbero i primi contatti con gli etruschi. Dopo l'arrivo dei greci a Ischia, vi fu l'occupazione della Magna Grecia, ma per i greci il primo contatto avvenne con gli etruschi, tanto che Esiodo attribuisce questo nome a tutti popoli della penisola.
La teoria delle origini etrusche
Molto tempo dopo, Erodoto, uno scrittore importante del V sec a.C., ci dà un'informazione importante, in quanto ci si riallaccia alla guerra di Troia; secondo Erodoto, in un periodo più o meno contemporaneo alla guerra di Troia, una carestia di immani proporzioni si abbatté sulla Lidia, da cui partirono una serie di popolazioni che si andarono a insediare là dove avrebbero dato vita alla civiltà degli etruschi. Questo modello lidio emerge prima della conquista persiana del VI sec, che ci dà un termine cronologico prima del quale il modello lidio di provenienza dall'entroterra deve essersi formato: l’ecista degli etruschi sarebbe stato Tirreno che avrebbe dovuto lasciare la sua terra per la scarsità di risorse e avrebbe voluto occupare altri territori.
Nel 480 a.C. nasce probabilmente Ellanico ("vittoria dei greci") a Lesbo, uno storico di cui non sopravvive nulla, ma di cui abbiamo informazioni in Dionigi di Alicarnasso; secondo Ellanico gli etruschi erano pelasgi, un popolo che i greci ritenevano aver abitato la Grecia prima di loro (tesi della migrazione degli etruschi). Nel periodo augusteo, Virgilio, circa la provenienza degli etruschi, parla di Dardano che emigrò dall'Etruria all'Asia Minore dove diede origine ai troiani che a loro volta, con Enea, tornarono in Italia a fondare una nuova civiltà. Virgilio era di Mantova ed era orgoglioso delle sue origini etrusche, quindi dà una versione di matrice etrusca, ma, dato che scrive sotto Augusto, deve conciliare la tradizione della provenienza degli etruschi dall'oriente con una concezione autoctona, per cui mette insieme la concezione di provenienza orientale con una connotazione autoctona.
Interpretazioni di Dionigi di Alicarnasso
Ma perché Virgilio ci mostra questo giro così complicato? La soluzione è forse in Dionigi di Alicarnasso secondo il quale gli etruschi erano autoctoni e il loro vero nome era Rasenta; quindi egli dà a questa popolazione un nome locale nato da un condottiero locale, facendo piazza pulita delle origini mitiche. In più, secondo Dionigi, gli etruschi non potevano resistere in Lidia, dal momento che qui non vi era nessuna traccia della loro lingua e dei loro costumi.
Dionigi è considerato il primo etruscologo perché presenta le tesi degli altri autori e le discute: egli confuta le tesi di Erodoto e di Ellanico perché dice che di etrusco in Lidia non c'è nulla; poi cita degli storici chiamati secondo cui gli etruschi sarebbero discendenti di Eracle e dalla συνγραφεις regina lidia Onfale.
Le tesi di Pallottino
Gli etruscologi hanno seguito questo tratto, polarizzandosi sulle due tesi, ma non è la soluzione per affrontare l'origine degli etruschi. Uno studioso che ha studiato i problemi all'origine delle origini degli etruschi dice che Dionigi dà solo un'impressione di obiettività, ma che questa impressione è illusoria, infatti egli vuole dimostrare che i romani non sono barbari e che Roma è una città greca, mentre definisce barbare tutte le altre popolazioni. Quindi le origini degli etruschi vengono o strumentalizzate per sancire delle alleanze oppure sotto Augusto si dà una visione diversa, quando gli etruschi devono essere allontanati e relegati dai barbari perché Roma con la sua nascita mitica doveva essere l'unica città con ascendenti regali così importanti. Virgilio, orgoglioso delle sue origini etrusche, dà valore a una tradizione locale che tuttavia non poteva valorizzare, dal momento che scrive sotto Augusto, quindi egli opera una contaminazione.
La visione di Virgilio confluisce nella teoria di M. Pallottino che riprende tutte le teorie pronunciate sugli etruschi e riprende anche la terza tesi che non ha nulla a che fare con le fonti antiche, ovvero quella della provenienza nordica, portata avanti dagli archeologi sulla base di certe affinità che gli etruschi hanno con la civiltà europea. Nel 1753 Nicolà Prevè porta avanti questa tesi che si appiglia allo stesso rituale funerario che si trova dal centro Europa fino alla penisola italica; tuttavia la teoria non ha un vero supporto perché l’incinerazione interessa non solo la zona dell'Etruria, ma anche l'intera penisola, per cui questa terza teoria non è così forte come le altre due.
La formazione degli etruschi
La tesi di Pallottino non si basa su una provenienza o sull'altra, ma sul concetto di formazione: secondo Pallottino l'origine degli etruschi sarebbe dovuta a una graduale e lenta formazione di un popolo; la tesi è acuta perché tiene conto di quelle grandi categorie di costume, religione e istituzione ed è considera l'acquisizione di queste e della cultura materiale come prodotti dal contatto con piccolissimi gruppi di persone. Egli quindi suppone la presenza di piccoli gruppi di persone con una cultura particolarmente agile, in grado di dare lievito a una popolazione locale (importante un articolo di Pallottino sulla cultura villanoviana). Pallottino fa quindi un discorso “alla Virgilio”, cioè ritiene che si tratti di una popolazione in grado di evolversi grazie a questi apporti.
La sua tesi è molto riscontrabile sul territorio; emerge una flessibilità nell'utilizzo dei mezzi di comunicazione, senza il pericolo di modificare una cultura all'origine etrusca; si tratta di un popolo con un'identità precisa, ma che si serve di elementi presi in prestito da altre culture senza che si modifichi l'identità di questo popolo.
L'identità persistente degli etruschi
Capella, nel 430 d.C., parla ancora degli etruschi e si sottolinea come l'identità di questo popolo, nonostante vari cambiamenti, sia ancora fortissima. La tesi del Pallottino è quindi quella di un popolo nato da una serie di contatti, ma con una forte identità. Circa quello che gli etruschi dicono di sé stessi, possediamo una storiografia etrusca, l’Historiae Etruscae, adombrate da un oggetto come uno specchio di Tuscania; gli scrittori sono del I sec a.C., ma i suoi contenuti possono essere fatti risalire al VI sec a.C.
In un'iscrizione lunghissima del CIL viene riportato il discorso dell'imperatore Claudio al senato nel 48 d.C., in cui egli parla degli auctores tusci; nel III sec d.C. Censorino parla della teoria dei saecula, che viene citata nelle “Storie degli etruschi”, di cui era a conoscenza in seguito alla lettura di autori precedenti come Varrone e Svetonio. La teoria dei saecula è etrusca e Censorino dice che essi hanno considerato la vita come fatta di cicli di 70 anni; così erano convinti che la vita delle civiltà avesse delle fasi e pensavano di avere 10 fasi a disposizione, cioè 10 secoli.
La teoria è importante perché anche i romani l’hanno ripresa ed è interessante perché non è rigida, cioè i saecula hanno una durata varia e dipendevano da calcoli complicati che gli uomini non erano in grado di fare, quindi gli dei li aiutavano segnando la fine di ogni secolo con un prodigio.
Questi segni che prendevano il nome di ostenta saecularia erano terribili ed andavano espiati: anche i romani facevano delle feste quando si presentavano questi segni che erano rappresentati in queste feste attraverso il clavus annalis, cioè un chiodo che era infisso nella parete, secondo la tradizione della dea Nortia (nel cui tempio a Volsinii si infiggevano i chiodi per segnare il numero degli anni), una dea infera a cui era dedicata l'affissione di questo chiodo alla fine di un secolo. Nelle lamine d'oro di Pirgi si parla del numero di stelle che corrisponde al numero dei saecula che erano passati.
La tradizione degli etruschi
Circa la forma di datazione per i primi sette secoli abbiamo delle date precise, infatti secondo Censorino i primi quattro secoli erano durati 100 anni, il quinto 123 e il sesto e il settimo 119. Attorno al 100 a.C., quando doveva ancora sopraggiungere l'ottavo secolo, esisteva una tradizione interessante riferita ai Libri Vegonici che raccoglievano la profezia di un aruspice fatta dalla ninfa Vegoia, la quale spiega che se le cose non fossero cambiate, sarebbe stata la fine degli etruschi.
Quindi il testo della ninfa Vegoia dava una voce sacra all'idea del tramonto della civiltà, in un periodo in cui la penisola fu interessata da un sommovimento per il possesso delle terre (Lucrezio). Si assiste infatti al problema della suddivisione delle terre, all'arrivo dei veterani romani che volevano delle terre: è in questa cornice che si colloca la profezia della ninfa Vegoia, che è una fonte interessante per un effettivo problema politico nella penisola in quel periodo, dal momento che parla della fine degli etruschi dopo otto secoli e questo si riallaccia con il fatto che gli dei avevano dato delle possibilità agli uomini di allungare la loro vita e quindi anche quella delle loro nazioni (infatti secondo Censorino gli etruschi credevano che gli uomini potevano allungare la loro vita attraverso degli espedienti).
Grazie a Plutarco, nella “Vita di Silla” sappiamo che nell’88 a.C., in seguito a un acuto squillo di tromba, vi fu la fine dell'ottavo secolo degli etruschi e che nel 44 a.C., in seguito al passaggio di una cometa, vi fu la fine del nono secolo. Questo ostentum saecularium era stato rivelato all’aruspice Vulcanus, ma egli non avrebbe potuto rivelare in che forma si manifestavano gli ostenta e per questo venne ucciso dagli dei.
La nascita del nome etruschi risale al loro decimo secolo e anche l'archeologia ci ha confermato questo: gli etruschi sapevano che la loro storia sarebbe durata otto secoli, ma grazie agli espedienti riuscirono a portarli a 10 secoli che quindi terminano in età augustea, quando essi vengono integrati nella regio VII.
La saga dei fratelli Vibenna
Nell’elogio degli Spurinna è concentrata la storia di una famiglia etrusca, gli Spurinna che avevano compiuto una serie di imprese importanti fino all’epoca augustea, quando la famiglia venne ascritta all'ordine degli aruspici che potevano essere consultati dalle alte cariche. Con quest'elogio si adombra l'esistenza di una storia degli etruschi che si autoromanizzarono, ma Capella nel V sec ci dice che nella penisola ancora si riconosceva la zona occupata dagli etruschi. Qui è raccontata la saga dei fratelli Vibenna di cui un'importante testimonianza è costituita dagli affreschi della tomba Francois, datata fra il 340 e 330 a.C., cioè nel IV sec, tre secoli prima della cronologia delle fonti, dal momento che gli elogi sono del I sec a.C. (la fonte scritta ha quindi un supporto nella tomba Francois, dipinta dagli etruschi).
La storicità dei due fratelli, nel IV sec, è attestata dal rinvenimento nel sottosuolo di Portonaccio, a Veio, di un'iscrizione su cui compare il nome di Aulo Vibenna. Uno storico ha trattato il tema della storia locale etrusca e tra personaggi della tomba Francois ha trovato Ma starna, personaggio che permette di riallacciare la storia dei Vibenna al periodo dell'inizio del IV secolo a.C., dopo l'epoca di Tarquinio Prisco. Questi personaggi erano coloro che guidavano Roma e forniscono il contatto tra gli etruschi e Roma, di cui abbiamo una testimonianza nella tomba Francois dove vediamo le lotte tra gli etruschi che stavano a Roma e quelli che stavano fuori Roma. Questo vuol dire che i romani avevano chiamato gli etruschi per darsi un ordinamento, una costituzione (infatti abbiamo esempi e relitti di documenti etruschi degli auctores tusci).
Un altro racconto più antico è testimoniato dal ritrovamento di una testa nello scavo delle fondamenta del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, nome che deriva da caput oli e oli deriva da Aulus che è un nome etrusco infatti un Vibenna si chiamava Aulo.
Il ritrovamento della testa e la fondazione del tempio
Sul Campidoglio è stata trovata questa testa di Aulus Volcentanus, legato quindi alla città di Vulci; il ritrovamento di questa testa, su cui, secondo Livio, vi era una scritta in etrusco, rappresentò il segno che quello era il luogo giusto per fondare un tempio. Si tratta quindi di un rinvenimento archeologico, che costituisce la ragione della fondazione del tempio di Giove Ottimo Massimo.
La tradizione della testa parlante che esce della terra è un topos che si ammanta di vesti diverse e testimonia una serie di segni che non vengono solo dal cielo ma anche dalla terra. In questa leggenda vi è un nucleo di tradizione etrusca che implica il possesso della penisola al popolo che avrebbe raccolto questa testa che però è etrusco perché sopra vi erano delle lettere etrusche. Esiste una letteratura riportata dalle fonti classiche, che riguarda il patrimonio che gli etruschi avevano dal punto di vista del pensiero e della speculazione religiosa (Seneca scrive che gli etruschi erano coloro che pensavano che i fenomeni naturali avvenissero attraverso segni).
Letteratura e arti
Quello che è importante è ciò che non riguarda le fonti storiche, ma è ciò che è stato tramandato, di natura religiosa, da scrittori più tardi. Abbiamo una testimonianza vaga di una letteratura politica, di una sorta di letteratura a soggetto mitologico che rientra nel genere della letteratura epica; l'unico scrittore profano ci è tramandato da Varrone.
È importante sapere che esisteva una letteratura di questo tipo perché molti miti e storie sugli etruschi non sono solo storie legate alla mitologia, ma a una letteratura etrusca che sembra andata perduta. Le fonti che ricordano l'esistenza di etruschae litterae sono Cicerone e Livio e sono sempre collegate a una letteratura di carattere sacro; questi autori romani si riferiscono lezioni che dal IV sec circa i giovani romani ricevevano nella città di Caere e questo testimonia ancora quell'ambiguità tra i romani e gli etruschi, che vengono osteggiati, ma anche sfruttati come fonte di conoscenze.
Libri sacri secondo Cicerone
L’autore che più direttamente parla dei libri sacri è Cicerone nel De Divinatione dove parla di tre tipi di libri: quelli che riguardavano la divinazione mediante le viscere, in particolare il fegato degli animali, i libri relativi ai fulmini e alla loro interpretazione e i libri acherontici che riguardano...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.