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Alla fine dobbiamo differenziare i vari centri artistici dell’Etruria. Nel periodo villanoviano e

nella fase orientalizzante i grandi centri costieri erano predominanti nella produzione artistica come

Populonia

Tarquinia, Vulci e Vetulonia e poi soprattutto Cerveteri. — la cosidetta Pitsburgh del

mondo antico — sin dall’inizio era un centro fiorente economico grazie alle sue risorse minerarie e

all’elaborazione dei metalli ma non era mai un importante centro artistico (gli oggetti più belli

Vetulonia

risultano quasi tutti importati da altri centri etruschi o stranieri). Mentre a il declino

iniziò già nel VI sec. nei centri della costiera meridionale come Vulci, Tarquinia e Cerveteri questo

declino si manifestò solo dall’inizio del V sec. in poi. Sin dalla fine del VI sec. invece i centri

Veio, Volsinii/Orvieto e Chiusi

dell’Etruria interna come emergevano sempre più come centri

Volterra, Arezzo, Cortona

artistici. Nelle città dell’Etruria settentrionale e nord-orientale come e

Perugia una notevole produzione artistica autonoma iniziò solo durante il IV sec, ma continuò li

Cerveteri,

fino al II o perfino al I sec.a.C. Fra i centri dell’Etruria meridionale soprattutto

Tarquinia Vulci

e hanno vissuto una certa rifioritura artistica all’inizio dell’ellenismo. Ogni città

etrusca messosi in evidenza per la produzione artistica ha avuto le sua specialità e preferenze.

Cerveteri era famosa per l’architettura funeraria, le lastre in terrcacotta dipinte, la

coroplastica, la bronzistica e l’oreficeria

Tarquinia per la pittura funeraria e i sarcofagi

Vulci per la ceramica e la pittura vascolare, la scultura funeraria in pietra, la bronzistica e

l’oreficeria

Vetulonia per l’architettura e scultura funeraria, gli oggetti in bronzo e l’oreficeria

Veio per la coroplastica e la pittura funeraria più antica in Etruria

Volsinii/Orvieto per la scultura in bronzo e terracotta

Chiusi per i canopi, la scultura funeraria, le urne a rilievo e il bucchero pesante

Volterra e Perugia per le urne a rilievo

Arezzo per gli oggetti in bronzo Norchia Tuscania

Naturalmente c’erano anche centri artistici minori come e nel retroterra di

per l’architettura funeraria rupestre e i sarcofagi),

Tarquinia (famose le cui espressioni

artistiche sono comunque sempre fortemente influenzate dai vari centri principali. In ogni caso

nell’arte etrusca — ancora più che nell’arte greca - si manifesta un forte regionalismo che ogni tanto

si riflette fino ad oggi nel mondo culturale ed artistico italiano.

L’ ARTE - QUESTIONI GENERALI

L’Etruria è, fra le regioni dell’Italia antica, quella che ha avuto la più grande tradizione artistica nel

corso del I millennio a.C. Per quanto riguarda l’originalità dell’arte etrusca,

Plinio il Vecchio parla di statue bronzee fabbricate in Etruria sparse per il mondo, della coroplastica

che in Etruria sarebbe stata introdotta da maestri — Eucheir, Eugrammos, Diopos — venuti da

Corinto intorno alla metà del VII secolo a.C., di un coroplasta di Veio — Vulca — che in pieno

Quintiliano

arcaismo avrebbe plasmato a Roma le statue di Giove capitolino e dell’Eracle fittile;

sostiene che si era in grado di distinguere una statua «tuscanica» da una greca con la stessa facilità

con cui si distingueva un oratore asiano da uno attico. In tempi più vicini a noi, nella seconda metà

Giorgio Vasari,

del secolo XVI discutendo della Chimera di Arezzo (tav. 48), dice che in essa «si

riconosce la perfezione di quell’arte essere stata anticamente appresso i Toscani, come si vede alla

maniera etrusca», «perché i capelli, che sono la più difficile cosa che facci la scultura, sono ne’

Greci espressi meglio, ancor che i Latini gli facessino poi perfettamente a Roma». Nella seconda

Winckelmann

metà del secolo classifica come etrusche alcune statue per il «contorno duro e

tagliente» o per le «pieghe tirate quasi a piombo, e segnate con delle incisioni che vanno parallele a

due a due».

Il dibattito più vivace su questo tema si è avuto nei primi decenni del secolo XX, dopo la scoperta

che cammina» nel santuario del Portonaccio a Veio.

celebre statua dell’«Apollo

della

La situazione dell’Etruria è un po’ particolare. Qui sono presenti modelli allotri (estranei), introdotti

da manufatti e maestri originari del Vicino Oriente o della Grecia o

dell’ Europa centro-settentrionale a seconda dei periodi, tutte regioni progredite in quanto a

tradizione artistica o artigianale, arrivati grazie alle ricchezze di cui disponeva l’Etruria per le sue

risorse naturali. Questi modelli sono rielaborati, combinati e adattati alle esigenze della clientela

locale. Sta in questo l’originalità dell’ arte etrusca, benché il risultato, dai punto di vista qualitativo,

non sempre sia felice rispetto ai modelli: l’espressione spesso è prosaica, di norma si insiste e si

sviluppano gli aspetti più superficiali di un’iconografia con conseguente apertura al decorativismo e

alla stilizzazione. Tuttavia a volte lo stesso maestro, artista o artigiano, cosciente di aver fatto un

firma:

lavoro destinato a restare, vi appone la propria e questo si riscontra in Etruria, anche se non

frequentemente, già dal VII secolo a.C.

I modelli allotri presenti in Etruria in misura più massiccia e più a lungo di altri sono stati quelli

ellenici (euboici, corinzi, greco-orientali, laconici, attici, egineti, magno-greci), i quali non solo

hanno fornito spunti ai maestri locali, ma hanno anche imposto una disciplina conforme alle

correnti di stile affermate in Grecia. Anche la denominazione corrente dei periodi, dal geometrico

all’ellenismo, è la stessa invalsa per l’arte greca. I limiti cronologici iniziali e finali dei vari periodi

possono essere diversi: ad esempio l’arcaismo in Grecia termina alla fine del VI secolo a.C., mentre

in Etruria si prolunga fino ai primi decenni del V secolo a.C.; o l’ellenismo, che in Grecia inizia

Il

subito dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e in Etruria qualche decennio più tardi.

grosso della documentazione etrusca è dato da testimonianze, che sono quasi tutte opere di

artigianato di qualità ora più o ora meno elevata. Molte opere d’arte sono andate perdute: le statue

di bronzo arrivate a noi sono veramente poche rispetto alle notizie che si trovano nelle fonti

letterarie, statue che potrebbero essere state fuse per recuperare il metallo secondo un uso comune

nell’antichità; i templi o le case dei ricchi potevano essere decorate con pitture, se si deve dare

credito a una notizia di Plinio o al ritrovamento di lastre dipinte nel santuario del Portonaccio a

Veio o nell’area urbana di Caere. Comunque, anche nelle opere più modéste è possibile apprezzare

Ad esempio, in certe tazze

un certo intento creativo, specialmente quando si innova una «forma».

di impasto della seconda metà dell’ VIII secolo a.C., l’aggiunta di semplici motivi geometrici

incisi sulla parte più espansa del corpo o la resa a treccia del bastoncello delle anse rendono il

vaso più leggero e più piacevole alla vista: nella combinazione del principio «estetico» con

l’aspetto funzionale si può ravvisare un atto creativo, che rivela una sorta di sensibilità artistica

almeno nel maestro che per primo li realizzato la suddetta combinazione.

L’opera d’arte, proponendo qualcosa di nuovo, ha un linguaggio che va al di là dei limiti regionali o

nazionali, ma è anche legata alle istanze ideologiche dei destinatari, a fattor politici economici

Si prendano le fatiche di Eracle,

sociali. che hanno avuto una notevole fortuna nel repertorio della

ceramica attica a figure nere della seconda metà del VI secolo a.C e dell’arte etrusca dello stesso

periodo: la fortuna è favorita dal fatto che ad Atene i tiranni Pisistrato e i Pisistratidi e in Etruria

Inoltre, su alcune lastre di

qualche magnate si compiacevano di rappresentarsi in Eracle.

rivestimento architettonico del palazzo della zona F di Acquarossa (intorno al 540 a.C.) siano

introdotti i gruppi di Eracle che vince il leone e il toro in una sfilata di armati a piedi, a cavallo e su

carro: l’allusione a un’impresa militare del signore che abitava nel palazzo è scontata, per cui la

scelta de gruppi di Eracle vittorioso su animali feroci dovrebbe rientrare in un preciso programma

autocelebrativo dello stesso signore.

L’arte etrusca non può essere considerata in blocco, prescindendo dalle situazioni locali: basterà

ricordare la grande affermazione della pittura tombale a Tarquinia e l’assenza o quasi di questo

genere figurativo a Vulci, un centro non meno ricco di Tarquinia nella problematica artistica.

Analogamente i cosiddetti canopi, cinerari antropomorfizzati (coperchio a testa umana, anse a

forma di braccia, indicazione dei capezzoli), sono diffusi solo a Chiusi nei secoli VII e VI a.C.

Inoltre, la scultura arcaica in pietra di Chiusi dipende stilisticamente da quella di Vulci: i tratti

dedalici — testa piatta, fronte bassa e orizzontale, occhi orlati, zigomi e mento robusti, labbra

rigonfie e serrate, lineamenti sul piano facciale, tettonica del corpo a parti giustapposte —, propri

della scultura vulcente dei primi decenni del VI secolo si attardano nelle statue chiusine degli anni

intorno alla metà del VI secolo e si combinano a tratti greco-orientali — cranio bombato, fronte

curvilinea, profilo obliquo, labbra «sorridenti», lineamenti sui piani laterali, superfici sfumate —.

Sono, questi, elementi da considerare nel giudizio sull’arte etrusca.

Dopo la nascita del Regno d’Italia (1860), si è cominciato a fare attenzione ai dati topografici e

contestuali dei rinvenimenti. La polemica sorta sull’ordinamento tipologico o topografico da dare ai

reperti destinati al museo archeologico di Firenze, subito dopo la sua istituzione nel 1870 è il segno

di un nuovo approccio all’arte antica in generale ed etrusca in particolare, con cui si valorizzano,

Le nostre conoscenze sull’arte e

oltre che l’oggetto in sé, le circostanze di ritrovamento.

sull’artigianato artistico dell’Etruria sono settoriali: la documentazione proviene in massima

parte da tombe e da aree sacre. Poco si sa della produzione destinata all’arredo domestico: nei pochi

scavi di abitati i materiali rinvenuti, oggetti destinati alla cucina o alla mensa o alle pratiche della

vita quotidiana, sono frammenti lasciati dagli antichi proprio perché ridotti in questo stato al

momento dell’abbandono volontario o forzato dell’abitazione. Inoltre diversi manufatti di

provenienza tombale presentano riparazioni eseguite in antico, che fanno pensare a un uso

Informazioni

prolungato nella vita di tutti i giorni prima di far parte di un corredo funebre.

indirette ma eloquenti per l’arredo domestico possono venire da alcune tombe, che

le tombe ceretane delle Sedie

riproducono in pietra o in stucco i mobili di una casa: ad esempio

e degli Scudi o delle Cinque Sedie o dei Rilievi

(VII secolo a.C.) (IV secolo a.C.). Un’ulteriore

limitazione al nostro patrimonio conoscitivo è data dal fatto che molti manufatti, erano fabbricati in

materiale deperibile: stoffa, legno. Se ne può avere un’idea nei pochissimi casi felici in cui sono

i troni o gli utensili lignei delle tombe di

stati ritrovati manufatti del genere, ad esempio

Verucchio di facies orientalizzante decorati con motivi ornamentali o realistici (matrone

impegnate nella filatura e tessitura). Talvolta l’ideologia che sottende a grandi opere di

nelle due statue

destinazione funeraria o domestica è la stessa: — una maschile e l’altra forse

ricavate nella roccia della tomba di Ceri e nelle statue fittili che

femminile — (VII secolo aC.)

fungono da acroteri nel palazzo magnatizio di Murlo (primo quarto del VI secolo a.C.) sono

state riconosciute immagini di antenati, che fanno ipotizzare un culto di questi. Diverso è il caso

statue acroteriali del tempio del Portonaccio a Veio,

delle che rappresentano miti di Apollo, le

quali, data la natura dell’edificio, devono rientrare in un programma civico-politico della città di

Un’ultima osservazione riguarda il risvolto sociale della produzione artistica e/o

Veio.

artigianale. In genere le tombe che hanno restituito i documenti archeologici appartengono ai ceti

alto o medio-alto, che avevano la disponibilità di costruire una tomba e di deporre un corredo più o

meno ricco. I ceti meno abbienti dovevano pur disporre di manufatti, magari di impegno modesto,

che purtroppo non conosciamo perché le loro sepolture sono poco note.

LA FASE FORMATIVA

La civiltà dell’età del Bronzo si definisce “appenninica” nella sua fase di apogeo (secc. XV-XIII) e

nei suoi esiti finali, “subappenninica” e “protovillanoviana” (secc. XII-X); l’età del Ferro, invece, è

caratterizzata per ricchezza economica, per estensione territoriale e per articolazione sociale, dalla

cosiddetta cultura “villanoviana” (secc. IX-VIII), i cui tratti fondamentali sono quelli di una cultura

protourbana. L’articolazione di base dell’insediamento resta il villaggio con la tipologia abitativa

della capanna, mentre l’attività artigianale resta confinata alla sfera domestica, dalla quale sarà

espulsa man mano che emergeranno le strutture urbane: solo la metallurgia è esterna fin dall’inizio

dal nucleo domestico e costituisce uno degli elementi fondamentali dello sviluppo economico-

sociale. Il metallurgo, infatti, che opera con procedure coplesse dotate di elevato contenuto

tecnologico, è quasi ovunque una figura di notevole prestigio: ne è la prova il grado di “libertà” di

cui gode il bronziere nella struttura palatina dei regni micenei, al pari del leggendario alone di

“marginalità” e di apprezzamento sociale di cui sono circonadti i bronzieri della tradizione mitica

greca, i Dattili Idei e i Telchini, gli uni i “buoni”, gli altri i “cattivi”, tutti comunque protetti dagli

dei e attivi sui monti con procedure magiche meravigliose.

All’interno della casa si svolgono le attività artigianali per la produzione dei beni destinati a

soddisfare i bisogni primari delle famiglie e l’attività femminile dominante è la tessitura e la filatura

della lana. Sempre in ambito familiare si colloca la manifattura della ceramica di impasto, quella

cioè confezionata con l’argilla non depurata e senza tornio.

LA CERAMICA

Le ceramiche di impasto a noi note in questo periodo (IX sec – inizi VIII sec) sono per lo più di

provenienza funeraria e molto curate, sia nell’elaborazione di forme speciali, come i vasi biconici

usati per raccogliere le ceneri dei defunti, sia nella loro decorazione eseguita ad incisione e ad

impressione. I motivi sono relativamente semplici, di tradizione geometrica (meandri semplici e

spezzati, riquadri e metope, motivi angolari e svastiche), ma disposti sapientemente sulla superficie

vascolare in modo da sottolineare le articolazioni della forma del vaso.

↓↓↓

Ne è un esempio il cinerario fittile biconico villanoviano (IX sec) conservato al Museo dell’Opera

del Duomo di Orvieto: esso mostra una forma abbastanza tozza , un forte slancio dell’imboccatura,

una decorazione geometrica con meandro semplice sulla pancia e fasce e denti di lupo pendenti sul

collo.

Nel corso dell’VIII secolo, le forme si moltiplicano: aumentano i vasi nelle tombe per sottolineare il

consolidarsi delle differenze sociali; le forme vascolari più variate (vasi per contenere liquidi, piatti

per cibi solidi) evidenziano il diffondersi di particolari cerimoniali di banchetto. Le appendici

plastiche si fanno più numerose: compaiono ad esempio figurine seduta sull’ansa del vaso e scene

di banchetto a tutto tondo sul coperchio; mentre alcuni vasi sono configurati con cavalli, cavalieri

sormontanti il contenitore o forme interamente plastiche a forma di animale, anatre o tori.

La decorazione geometrica perde invece la monumentalità, il rigore e la coerenza del passato,

mentre si introducono la decorazione a “falsa cordicella” (cioè a stampo con pettini e rotelle),

cerchietti concentrici e figure zoomorfe schematiche.

Questi nuovi repertori decorativi della ceramica di impasto sembrano derivare dalla contemporanea

produzione in metallo, con la quale emerge in maniera preponderante l’aristocrazia. Il metallo più

lavorato di questo periodo è il bronzo laminato e fuso, mentre il ferro è ancora poco diffuso e solo

nel corso dell’VIII secolo viene destinato a impieghi più consistenti (armi – strumenti di lavoro);

raro permane invece, l’uso di metalli preziosi (oro-argento-elettro) per fibule e piccoli oggetti di

ornamento.

Il bronzo laminato è impiegato per oggetti personali (bracciali-cinturoni), per vasellame (coppe-

tripodi-carrelli), per oggetti di prestigio (“palette”-cinerari biconici o a capanna) e per le armi:

↓↓↓

ne è un chiaro indicatore l’elmo villanoviano di bronzo (prima metà VIII sec) proveniente da Veio e

conservato al Museo di Villa Giulia a Roma. L’oggetto , lavorato appunto, con la tecnica del bronzo

laminato, possiede una decorazione “a sbalzo”, eseguita cioè a puntini e borchiette e

l’ornamentazione è stata realizzata mediante punzoni.

Il bronzo fuso è anch’esso impiegato per armi, oggetti personali, strumenti di lavoro, oltre che per

parti, quali anse o decorazioni applicate di oggetti in bronzo laminato.

IL GEOMETRICO

La documentazione è concentrata il due Classi di prodotti:

- vasi di impasto

- manufatti di bronzo (rasoi, elmi, spade, lance, fibule, spilloni ecc.), provenienti in genere da

tombe. cinerari biconici sferoidali capanna,

I primi sono i o o a fabbricati, per essere deposti in una

contenitori da cucina o da mensa o da dispensa,

tomba, e che potrebbero essere stati usati in

ambito domestico e nella cerimonia funebre. La fabbricazione è a mano. Alcuni potrebbero essere

stati fabbricati in casa dalle donne, ma altri, in particolare i cinerari, probabilmente in botteghe

artigianali.

Certamente opere di artigiani sono i manufatti di bronzo, che richiedono conoscenze tecniche

La decorazione

specifiche. consta di motivi geometrici elementari: punti, tratti, cerchi, angoli,

triangoli, quadrati, croci uncinate, meandri ecc., eseguiti nei fittili con uno strumento a più punte o

con stampini prima della cottura e nei bronzi con un cesello o con stampini. Meno comune nei fittili

è la tecnica delle lamelle metalliche applicate. Di norma la distribuzione della decorazione sulle

varie superfici è studiata in modo da armonizzarsi con la forma; nei vasi biconici i motivi

ornamentali si trovano sul collo subito sotto il labbro e sulla pancia, in modo che vengono

sottolineati i passaggi tra una parte e l’altra del corpo del vaso; nei rasoi lunati una fascia a denti di

lupo o a meandro corre lungo il margine mettendo in risalto lo stesso margine; nei foderi di spada

alcuni riquadri sono allineati nel senso della lunghezza in sintonia con lo sviluppo longitudinale

dell’oggetto.

Originario dell’area carpatico-danubiana è il motivo della «barca solare», formato da due

protomi di anatrelle distanziate e contrapposte impiegato a decorare elmi bronzei e quasi certamente

introdotto in Etruria da bronzisti di quell’area.

Decisamente rare sono le scene narrative, che sono una forma di rottura nel repertorio

geometrico astratto. Sui cinerari biconici spesso sono rappresentate due figurine sedute l’una di

fronte all’altra in conversazione: infatti non è escluso che si alluda all’estremo saluto tra il defunto e

il congiunto più caro.

Su qualche rasoio e su qualche fodero di spada è graffita una rappresentazione di caccia, al

virtus

cinghiale o al cervo , in cui il cacciatore è sempre vincitore: è piuttosto chiara l’allusione alla

del destinatario, certamente ricco e potente, dato il carattere prestigioso dell’oggetto decorato; sul


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla Etruscologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Pizzirani Chiara.

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