Etruscologia: origine e sviluppo di una disciplina archeologica
Origine della disciplina
Nasce la disciplina verso la fine del VIII secolo da Lanzi che viene chiamato da Pietro Leopoldo di Lorenza a sistemare le antichità che si trovavano nella Galleria degli Uffizi. Tra tanti reperti rimane interessato da opere etrusche. Nel 1789 scriverà “Saggi di antichità etrusca”.
L'antichità
A noi non sono pervenute né le opere degli scrittori etruschi in lingua nazionale, né quelle degli scrittori dell'antichità classica che trattavano specificamente degli etruschi. I riferimenti agli etruschi, che ricorrono nelle fonti greche o latine, sono in genere occasionali, è il caso dei dati di carattere geografico ed etnografico che danno Strabone e Plinio il Vecchio descrivendo l'Etruria.
Degli scrittori greci che vanno dall'arcaismo al primo ellenismo la civiltà etrusca è una realtà del loro tempo. Si trovano accenni a eventi storici, come la battaglia del mare sardo intorno al 540 a.C. tra etruschi e cartaginesi. Tra gli autori greci e latini dell'età repubblicana e imperiale le notizie degli etruschi sono più frequenti. Attraverso le opere di questi autori sono ricuperati aspetti peculiari della cultura etrusca, come il contenuto dell'Etrusca disciplina. Talvolta si torna su questioni già note attraverso la storiografia greca di età precedente, come la talassocrazia degli etruschi o la loro provenienza dalla Lidia. Taluni giudizi sono esagerati o romanizzati.
Tradizioni di questo genere esaltano senz'altro la potenza etrusca, ma indirettamente la potenza romana. Vanno valutati i pochi cenni sull'arte etrusca, fatti da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Il genere sul quale egli insiste di più è la coroplastica, introdotta in Italia da Eucheir, Eugrammos e Diopos, tre maestri arrivati a Tarquinia da Corinto intorno alla metà del VII secolo a.C.
Il labirinto di Chiusi, che doveva essere la tomba di Porsenna, è presentato una costruzione così complessa e grandiosa che Plinio nella descrizione preferisce citare testualmente le parole della sua fonte, Varrone. Rutilio Namaziano, nella descrizione del suo viaggio via mare da Roma in Gallia del 417 d.C., ci dà le ultime testimonianze del mondo classico sull'Etruria è ormai pestilens regio.
Il Medioevo
Nel medioevo dovevano venire in luce molti reperti archeologici. Lo si vede dal riuso che viene fatto, per esempio, su edifici del seicento come vediamo nel Palazzo Bucelli a Montepulciano dove vengono incastonate urnette ellenistiche provenienti dal territorio circostante. La cultura medievale ufficiale si occupò degli etruschi marginalmente. G. Villani dedica il primo libro della Cronica alla storia della Toscana preromana, cominciando addirittura dal tempo della Torre di Babel. Spesso le opere antiche conosciute nel Medioevo sono state tenute in alta considerazione. Si possono citare casi di urnette volterrane di età ellenistica, riutilizzate per contenere reliquie di santi.
L'Umanesimo e il Rinascimento
È questo il tempo in cui in varie città d'Italia si afferma la moda del collezionismo per iniziativa di sovrani, patrizi, letterati, artisti. Il loro interesse è rivolto principalmente a sculture, pietre preziose, epigrafi e, in Toscana, anche a reperti etruschi. Spesso artisti del Quattrocento si rifanno a precedenti etruschi: è il caso di Leone Battista Alberti, il quale nel Tempio Malatestiano di Rimini usa un capitello decorato da una testa umana fra due delle città etrusche di Vulci e Sovana. Ancora Alberti dichiara di rifarsi al tempio etrusco nella pianta della chiesa di Sant'Andrea di Mantova.
Nel secolo XV intorno agli etruschi nasce un vero e proprio mito. In un primo momento a Firenze e in un secondo momento a Viterbo. I centri emergenti nel basso Medioevo e nel primo Umanesimo cercavano la loro ascesa, come per la Roma dei cesari. Quando i Medici diventano signori di Firenze, il passato etrusco continua ad essere tenuto presente nella cultura del tempo, ma ora il punto di riferimento è rappresentato da Porsenna, cioè da un monarca e adottano la politica del recupero delle origini etrusche.
Il revival etrusco a Viterbo fu possibile grazie al padre domenicano Giovanni Nanni, detto Annio, e al cardinale Egidio Canisio. Annio fu famoso teologo e astrologo e negli Antiquitatum variarum volumina XVII del 1448 indaga le origine degli etruschi e sostiene che Viterbo, al centro dell'Etruria, era il luogo dove Noè sarebbe arrivato dall'Oriente dopo il diluvio universale e dove avrebbe preso il nome di Giano. Gli etruschi avranno posto di rilievo anche nell'Historia XX saeculorum di Egidio Canisio per cui la storia etrusca avrebbe avuto uno svolgimento parallelo a quella di Israele, i lucomoni d'Etruria.
Inoltre le scoperte archeologiche che si venivano effettuando in vari siti dell'Etruria antica alimentavano sempre l'interesse per gli etruschi presso artisti e dotti di quel tempo. Leonardo da Vinci, progetta un <
Una menzione particolare va fatta per Antonio da Sangallo il Giovane che dimostra di avere una certa sensibilità per i resti etruschi come vediamo nel Mausoleo di Porsenna a Chiusi; quando viene incaricato dal papa Paolo III di costruire la Fortezza a Perugia, riproduce varie volte la Porta Marzia con lo scopo di salvare il monumento. Sono fatti che rivelano un interesse da etruscologo ante litteram.
La spinta decisiva si ha con Cosimo I. All'Accademia Fiorentina, voluta da lui, fanno capo dotti e letterati, i quali nelle loro opere evocano e mitizzano il passato etrusco.
Il Seicento
Lo studio di monumenti antichi nel secolo XVII diventa una prerogativa degli eruditi, oltre che di artisti e critici. I primi si distinguono non solo per una vasta conoscenza di testi, ma anche per l’esigenza di fare ordine fra le notizie sull’arte antica. I monumenti sono spiegati con richiami alla tradizione letteraria. Nell’ambiente romano si trovano in genere collezionisti e disegnatori di opere d’arte antica quali gli Aldrobrandini, i Barberini ecc. Nell’ambiente fiorentino si trovano collezionisti, dei quali il più attivo è senza dubbio il cardinale Leopoldo de’ Medici concentrato le attività per la ricerca di antichità etrusche. Uno scavo condotto nel sito dell’antica Veio nel 1669 dall’abate Falconieri restituisce un ricco deposito votivo con molti ex voto anatomici.
Il Settecento
Fin dagli inizi del secolo XVIII l’attività di scavo e recupero di materiali archeologici nel territorio dell’Etruria è molto intensa, in particolare nel Granducato di Toscana. La moda del collezionismo ha anche conseguenze negative. L’apprezzamento è per il cimelio in se stesso e non per il contesto di ritrovamento che è indispensabile per la corretta valutazione di qualsiasi reperto. Talvolta la mania di cercare tesori porta a irreparabili rovine: Joachin Winckelman lamenta nella Storia dell’arte e dell’antichità che <
Nei primi decenni del secolo XVIII il monumento viene riqualificato come fonte antiquaria. Tra il 1719 e il 1724 viene pubblicata a Parigi l’opera di Bernard de Montfaucon, L’antiquité expliquée et représentée en figures che è un repertorio figurato e commentato di un gran numero di monumenti antichi. Anton Francesco Gori progetta i viaggi con l’intento di trovare monumenti etruschi inediti. Il Gori pubblica il suo Museum Etruscum aggiungendo un apparato illustrativo dovuto all’esigenza di dover documentare tutti i reperti. Nel settembre del 1731 il Gori fa un sopralluogo a Volterra e registra un fatto straordinario: l’esistenza di un museo pubblico. Il Gori dichiara di voler fare un viaggio in quasi tutta l’Etruria, ma esaurisce l’escursione nel Granducato di Toscana e nella vicina Perugia.
Il veronese Maffei inizia il suo viaggio da Roma, dove visita le rare antichità etrusche conservate nelle collezioni. Le descrizioni dei viaggi dei due antiquari, che sono complementari, fanno il punto sui ritrovamenti etruschi nella prima metà del Settecento. Nello stesso periodo le scoperte archeologiche diventano il principale oggetto di discussione in due fra le più gloriose accademie della Toscana: l’Accademia Etrusca a Cortona, fondata nel 1727, e la Società Colombaria di Firenze fondata nel 1735.
Una menzione particolare spetta a Giovan Battista Passeri e Mario Guanacci. Il primo si è interessato delle Tavole di Gubbio; il secondo ha insistito sulla superiorità degli etruschi su tutti gli altri popoli antichi, compresi i Greci. Gli antiquari settecenteschi hanno però fortemente esagerato nell’esaltazione della civiltà etrusca, al punto che la loro produzione è stata definita “etruscheria”.
Nel contempo continua la tradizione dei viaggi nelle città toscane di origine etrusca da parte di eruditi: ad esempio si possono ricordare quelli di Luigi Lanzi.
L'Ottocento
Tra la fine del XVIII e i primi del XIX secolo nelle ricerche etrusche sul mondo etrusco campeggia la figura di L. Lanzi, che fu antiquario della Galleria degli Uffizi e che a ragione è stato definito da Pallottino <
Francesco Inghirami, che nei Monumenti etruschi o di etrusco nome insiste sui monumenti sia etruschi sia non etruschi. La sua insistenza sull’esattezza delle riproduzioni grafiche rientra in un’aperta polemica con Micali.
La prima metà del secolo XIX è caratterizzata anche dalle scoperte archeologiche nei centri dell’Etruria meridionale, le quali comportano un radicale cambiamento del quadro culturale dell’Etruria antica: a Castel d’Asso e Norchia le imponenti tombe rupestri; a Tarquinia i tumuli orientalizzati e le prime tombe dipinte; a Vulci, a Veio. Purtroppo più che di un’esplorazione metodica si tratta di un autentico saccheggio. Sia le scoperte sia i danni dello scavo selvaggio sono dell’inglese Georges Dennis che è ancora oggi un punto di riferimento nello studio dell’Etruria. Alla famiglia Campanari avevano scavato in diverse località dell’Etruria meridionale e avevano raccolto una discreta quantità di reperti. Nel 1837 allestiscono a Londra nella galleria Pall Mall una mostra etrusca, che fu la prima del genere. La mostra ebbe un grande successo.
Nella seconda metà del secolo l’attività di scavo nelle necropoli etrusche sarà intensa: a Roselle, Chiusi, Sovana, Arezzo, dove l’operazione è patrocinata dalla Società Toscana La Colombaria; ad Arezzo, dove viene scoperta la necropoli di Poggio del Sole; ad Orvieto dove sono le necropoli del Crocifisso del Tufo e della Cannicella. La raccomandazione è di conservare distinti i singoli contesti e di annotare con precisione l’ubicazione degli oggetti all’interno delle tombe.
Al penultimo decennio dell’Ottocento risale la scoperta di Vetulonia. Le scoperte archeologiche d’Etruria ormai sono un’acquisizione negli ambienti culturali europei. È indicativo che i grandi musei di varie città transalpine, ad esempio il British Museum, il Louvre, le Antikensammlungen di Monaco, gli Staatliche Museen di Berlino abbiano messo su una collezione etrusca con acquisti e donazioni. Anche in Italia nascono i primi grandi complessi museali dedicati alla civiltà etrusca: a Firenze il museo Etrusco Centrale del 1870 accoglie reperti etruschi o di provenienza etrusca delle raccolte granducali, organizzate secondo un criterio tipologico. Nel 1889 è pubblicata a Parigi L’art étrusque di Jules Martha: il primo trattato organico sull’arte etrusca.
Notevoli progressi si registrano nel campo degli studi linguistici: la nozione di <
Il Novecento
Agli inizi del secolo XX i grandi centri etruschi, di cui le fonti antiche tramandano il nome, sono quasi tutti identificati. Aprono prospettive più larghe alla ricerca e attirano l’attenzione di diversi criteri d’arte antica sull’arte etrusca. A cominciare dagli anni venti l’iniziativa scientifica sarà una prerogativa, oltre che di singoli studiosi, dell’Istituto di Studi Etruschi. Nel 1925 nasce a Firenze il Comitato Permanente per l’Etruria che si prefigge di <
L’indagine di scavo si è venuta affinando specialmente nella seconda metà del secolo: nell’individuazione delle aree di interesse archeologico si fa ricorso alla fotografia aerea; nell’operazione sul terreno si fa attenzione alla collocazione topografica, alla stratigrafia, al rilievo grafico, all’inventariamento dei reperti. Ancora più interessanti sono i risultati degli scavi in aree urbane o urbanizzate, scavi che sono diventati un preciso programma delle soprintendenze archeologiche a partire dagli anni cinquanta: così sono stati conosciuti gli impianti urbanistici e i tipi di abitazione in diversi centri etruschi (Spina, Marzabotto, Vulci, Tarquinia), talune residenze magnatizie del popolo arcaico (Murlo), i santuari di Gravisca e di Pygri.
La formazione dell’ethnos etrusco
La differenza tra origine e formazione. Un'origine prevede una nascita, più o meno lunga, ma che si può circoscrivere in un dato tempo, mentre una formazione è un tempo più lungo che produce qualcosa di nuovo. L’ipotesi corrente degli etruscologi è quello che non bisognerebbe parlare di origine, per gli etruschi, ma di formazione. Il problema ha coinvolto storici di ogni genere. Un errore è stato chiedersi da dove venissero gli etruschi, in realtà bisognerebbe farsi un'altra domanda cioè come si è formato l’ethnos etrusco, quindi non un popolo che arriva ma che si è formato.
Una distinzione importante è una vasta tipologia di fonti di cui l’archeologo dispone e lo storico deve tenere conto anche di questo. Ci sono fonti dirette e indirette (notizie di tradizioni tramandate da altri popoli greci o romani) mediate dalle concezioni di quel tempo (non abbiamo testi etruschi che ci raccontano la storia). Spesso quelle indirette sono difficilmente di prima mano, ma anche di seconda o terza. Le testimonianze dirette invece sono i reperti archeologici e le testimonianze scritte attribuibili agli etruschi stessi.
Per capire l’origine degli etruschi dobbiamo unire più dati e partire dalle testimonianze più antiche. Le testimonianze più antiche che ci parlano dei Tirreni sono in Egitto. Al tempo del faraone Merenphta, ci sono raffigurazioni che rappresentano la vittoria di questi sui Tirreni. Ribadito nella Stele di Athribs (1220 a.C.) dove vengono citati tanti popoli tra cui Teresch riferito ai Tirreni e sarebbero uno dei popoli che invade i territori a occidente dell’Egitto e penetra nei territori vicino al Mediterraneo e successivamente sconfitto dalle truppe del faraone. Chiamati anche “popoli del mare”.
La stessa coalizione viene nuovamente sconfitta da Ramsete III (1220-1190 a.C.) all’occidente del delta del Nilo. Nella scena rappresentata sono gli Scherben (come vengono descritti nei moderni romanzi), altro nome dei popoli del mare. Notiamo la forma di imbarcazione tipica che è diversa da quelle egiziane. C’è chi pensa una parte dei popoli venga dal mar Egeo e un’altra parte che venga direttamente dall’impero ittita. Abbiamo tre componenti interpretabili come Terresch (Tirreni), Achei, gli Scherden cioè i Sardi ed effettivamente questa ipotesi poggia anche su confronti possibili nelle raffigurazioni del fregio di Ramsete e dalla civiltà nuragica. Della civiltà nuragica conosciamo delle statuette in bronzo con elmi con delle corna simili alle figure rappresentate nel fregio di Ramsete III. Inoltre chi fa il fregio evidenzia le differenze dei vari popoli e rappresenta una barca che va a costituire il fondo della legge.
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