La letteratura greca
Divisione in quattro periodi
La letteratura greca può essere divisa in quattro periodi:
- Arcaico: Con centro nelle isole ioniche e nell’Asia Minore, dalle origini (?) al 500- Ionicoca.
- Classico: Con centro ad Atene, dal 500 al 322 a.C. (dopo la morte di Alessandro) ad Alessandria d’Egitto e negli altri paesi ellenizzati (Pergamo...).
- Ellenistico: Con centro dal 322 al 31 a.C. (battaglia di Azio).
- Greco-romano o imperiale: Con modello politico a Roma e modello artistico nel mondo greco, all’incirca fino a Giustiniano (529 d.C.).
Età arcaica
L'epica arcaica
La poesia più antica e più diffusa fu quella epica. L’aggettivo “epico” deriva da ἔπος, il cui plurale ἔπη designava le parole, i racconti e i versi dattilici tipici dell’epica. La poesia epica raccontava soprattutto le storie degli dèi e degli uomini, ma anche (le origini del mondo, delle città,...) quasi tutti gli argomenti che poi saranno espressi in prosa (anche la speculazione filosofica al suo inizio fine VI sec fu esposta in versi epici).
Nei secoli VIII
Nei secoli VIII vennero trascritti in Grecia gli innumerevoli racconti tramandati fino allora oralmente, e furono composti molti poemi epici intorno agli dèi (Teogonie, Titanomachie, Gigantomachie), alla storia di Argo (Foronide, Danaide) e di Tebe (Tebaide, Epigoni), alla spedizione degli Argonauti (Canti corinzi, Canti di Naupatto), alle imprese di Eracle e di altri eroi (le varie Eracleidi, Teseidi), alle tradizioni di singoli popoli (Miniade) e soprattutto intorno all’impresa troiana (Canti Cipri, Iliade, Etiopide, Piccola Iliade, Distruzione di Ilio, Ritorni, Odissea, Telegonia).
Di questa immensa tradizione epica, ci sono pervenuti interi soltanto due poemi: l’Iliade e l’Odissea. Degli altri conserviamo solo titoli o pochi versi (raccolti da Kinkel, Allen e Bernabé). Presto questa produzione epica fu ordinata in successione sotto il nome di “ciclo epico”, che include quasi tutti i poemi epici (dalle nozze di Urano e Gea all’uccisione di Odisseo): il ciclo epico fu uno solo [poi vi furono delle definizioni abbreviate di “ciclo troiano” o “ciclo tebano”...].
Epica perduta non attinente alla guerra di Troia
- Sugli dèi: Titanomachia, attribuita a Eumelo di Corinto o ad Arctino di Mileto (fine VIII).
- Su Tebe: Edipodia, attribuita a Cinetone di Sparta (1ª metà VIII); Tebaide (Polinice e i Sette assediano Tebe retta dal fratello Eteocle...) e Epigoni (figli dei Sette conquistano Tebe) attribuite a Omero.
- Sugli Argonauti: Canti corinzi, di Eumelo di Corinto (VIII) e Canti di Naupatto, attribuiti ad un poeta milesio che avrebbe concorso a Naupatto, famosa per gli agoni epici.
- Su Eracle: Eraclea, di Pisandro di Rodi (VII), sulle fatiche imposte da Eurito a Eracle; Presa di Ecalia, di Creofilo di Samo, sull’ultima impresa di Eracle (Ecalia=città di Eurito).
Autori epici sicuri
- Eumelo di Corinto (VIII): Canti corinzi e Europia (in cui accenna a Tebe, Cadmo, Dioniso e Licurgo).
- Pisandro di Rodi (VII): Cantore di Eracle (a cui diede come arma la clava; in Omero ha l’arco).
- Aristea di Proconneso (VI): Arimaspea, in 3 libri, sui mitici Arimaspi della Scizia (Russia meridionale) esplorata da lui. Figura importante: letto dai poeti Pindaro ed Eschilo (V), dagli storici Ecateo, Ellanico ed Erodoto, dall’erudito Damaste...
Epica perduta attinente alla guerra di Troia
- Canti Cipri o Ciprie (11 libri)
- Iliade: Achille uccide l’amazzone Pentesilea e il re degli Etiopi.
- Etiopide (5 libri) di Arctino di Mileto: Memnone, poi è ucciso da Apollo e Paride; funerali di Achille.
- Piccola Iliade (4 libri) di Lesche di Mitilene: Aiace impazzisce perché non ha avuto le armi di Achille, fa strage di Achei e si uccide; Odisseo entra travestito a Troia; Epeo costruisce il cavallo...
- Distruzione di Ilio (2 libri) di Arctino di Mileto
- Ritorni (5 libri) di Agia di Trezene
- Odissea
- Telegonia (2 libri) di Eugammone di Cirene: Odisseo torna finalmente a casa ed è ucciso dal figlio Telegono.
Omero e la questione omerica
L'Iliade e l'Odissea
Questi poemi appartengono al genere “epico” (scritto in epe, cioè in esametri), sviluppatosi circa tra il X e il VII a.C. L’Iliade e l’Odissea furono divisi dai filologi alessandrini (in particolare Zenodoto) in 24 canti ciascuno, indicati con le lettere dell’alfabeto greco (maiuscole per l’Iliade, minuscole per l’Odissea). Sono scritti nella cosiddetta “lingua omerica”, a base ionica con elementi eolici; il verso è l’esametro dattilico.
La questione omerica
Già fra i filologi ellenistici era sorta una discussione sulla paternità omerica dell’Iliade e dell’Odissea, e anche sulla stessa esistenza di Omero. Xenone ed Ellanìco (i cosiddetti “chorizontes”, separatisti) affermavano che solo l’Iliade era opera di Omero; Aristarco di Samotracia era per la tradizione unitaria dell’autore.
Nel secolo XVII il problema fu ripreso: l’abate François Hédelin d’Aubignac disse che i poemi omerici erano nati in tempi e luoghi diversi ed erano poi stati riuniti da un solo raccoglitore. Giovan Battista Vico (1730) sosteneva invece che i poemi erano nati in tempi e luoghi diversi, e che Omero era, in pratica, il simbolo dello spirito eroico della Grecia.
In Germania, nel secolo XVIII, si giunse a conclusioni diverse, attraverso l’esame filologico del testo: Wolf pensava che i canti fossero stati composti oralmente da diversi poeti e sistemati nella forma scritta (attuale) da Pisistrato nel VI secolo. Lachman ed Hermann propugnarono la cosiddetta “teoria dei nuclei” secondo la quale si trattava di un nucleo primitivo ampliato con l’aggregazione di altri canti. Ancora oggi la questione è divisa tra coloro che pensano a un unico autore e chi postula un insieme di canti riuniti posteriormente.
Omero minore e gli Inni omerici
Vengono anche attribuiti ad Omero dalla tradizione: 33 inni in esametri (alcuni dei quali sembrano semplici preludi alle recitazioni dei rapsodi); 17 epigrammi; il Margite (nome proprio creato da margos, sciocco); la Batrocomiomachia (la battaglia tra le rane e i topi).
L'epica didascalica
Esiodo
Databile all’inizio del VII sec., Esiodo è il primo poeta che ci dà, nella sua opera, notizie autobiografiche (e che anzi firma la sua opera come un sigillo di garanzia): è in lite con suo fratello Serse per problemi di eredità, suo fratello vince la causa corrompendo i giudici “con doni”.
Scrisse gli Erga kai Emerai (Le opere e i giorni) [i giorni sono però sembrati a molti non autentici], poema didascalico di 828 esametri, scritto nella lingua omerica con maggiore incidenza di elementi del dialetto eolico, nel quale illustra la necessità del lavoro da parte dell’uomo (ed esorta suo fratello a lavorare onestamente per guadagnarsi le ricchezze), consigli pratici per l’agricoltura e i giorni del mese nel quale compiere determinate attività.
Trama di Le opere e i giorni
- Proemio (10 versi) a Zeus e alle Muse della Pieria.
- Contesa col fratello Serse.
- Necessità del lavoro per fugare la punizione divina e vivere secondo giustizia; esprime questi concetti tramite 3 episodi:
- Il mito di Prometeo (<> dal racconto della Teogonia).
- Il mito delle 5 età (dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo, degli Eroi e del Ferro).
- Il breve Apologo dello Sparviero e dell’Usignolo (spesso definito la più antica favola dell’antichità giunta fino a noi).
- Si rivolge poi ai giudici (“divoratori di ricchezza”) per esortarli ad esprimere il verdetto secondo giustizia, ricordando la presenza divina nelle azioni degli uomini.
La Teogonia, di cui conserviamo 1022 versi, contiene dei cataloghi di divinità interrotti da episodi di cui i sei principali sono: la nascita di Afrodite, Stige, l’Inno ad Ecate, la nascita di Zeus, Prometeo e la Titanomachia.
Poesia arcaica
Composta tra il VII-VI e la prima metà del V a.C. I primi a usare il termine lurikoi (invece di melopoioi), i grammatici alessandrini, consideravano lirici solo gli autori di poesie cantate prevalentemente sulla lira. Oggi sono dette “liriche” le poesie in cui predomina il tono affettivo e soggettivo, secondo questa divisione: poesia (cantate sull’aulos, in metro elegiaco simile al clarinetto); poesia in metro giambico (recitate e accompagnate da uno strumento simile all’arpa); melica monodica e melica corale (cantate da uno o più persone e accompagnate da uno strumento a corde o a fiato e dalla danza).
L’autore parla in prima persona e si riferisce a fatti, sentimenti e pensieri “individuali”. Mentre l’epica celebrava il passato (e parlava a un pubblico indifferenziato), la lirica incideva sul presente: si riferiva spesso a persone e fatti contemporanei, privilegiava temi quali la vita quotidiana, l’amicizia, l’amore, la lotta politica, il dovere militare, le credenze, i momenti solenni della vita privata o cittadina e si rivolgeva a un pubblico specifico. Criticando, riflettendo, esortando, celebrando, la poesia lirica svolse un ruolo dinamico e pragmatico e fornì lo spazio espressivo necessario al processo di trasformazione della società e dei modelli e valori tradizionali.
Le poesie giambiche, elegiache e meliche furono raccolte ed edite dai grammatici alessandrini. Fino alla prima età imperiale alcune erano ancora lette, imitate, citate; poi scomparvero dalle biblioteche (eccetto le odi di Pindaro) se non conoscevano versi citati da antichi prosatori ed eruditi (tradizione indiretta); poi i papiri trovati in Egitto hanno restituito frammenti di parecchi lirici (tradizione diretta).
Giambo
Poeti giambici o giambografi sono detti gli autori di versi ingiuriosi, faceti od osceni: il nome deriva da giambo [ἴαμβος], il metro usato di solito per esprimere il ridicolo, la maldicenza e l’oscenità.
La poesia giambica è opposta a quella celebrativa, ma svolge un ruolo complementare: distoglie dai modelli negativi, come la poesia celebrativa propone modelli positivi. Il pubblico era prevalentemente cittadino, ma l’occasione è incerta (simposi, piazze, templi o cortei?).
Aristarco di Samotracia organizzò un canone dei tre giambografi (Archiloco, Semonide, Ipponatte).
Archiloco
Archiloco di Paro (Cicladi), nacque nella prima metà del VII sec. [padre: nobile Telesicle, che guidò una colonia di Parii a Taso; madre: secondo dei versi perduti sarebbe stata una schiava tracia di nome Enipò, forse Ἐνιπής, “biasimo”, e sembra alludere all’abitudine di Archiloco di attaccare tutti e tutto].
Oggetto dei suoi attacchi fu soprattutto Licambe, reo di avergli negato la figlia Neobule dopo avergliela promessa in moglie. Archiloco visse a Paro e a Taso, esercitò il mestiere delle armi e morì combattendo contro Nasso.
Fu l’inventore della poesia giambica. Intorno a lui si formò subito una leggenda, alimentata dalle notizie “autobiografiche” dei suoi versi e tramandata dai Parii [l’io della poesia lirica non è sempre autobiografico!]. Già agli antichi Archiloco parve un poeta bifronte: degno di biasimo e di ammirazione.
I grammatici alessandrini, cui si deve la raccolta e l’edizione critica dei versi di Archiloco, li ordinarono secondo il metro. Di questa produzione, letta ancora in età imperiale, sono pervenuti circa 300 frammenti (i più significativi per tradizione indiretta, e circa 80 su papiri scritti tra il III sec. a.C. e il III sec. d.C.).
Archiloco coltivò tre generi di poesia: giambica, elegiaca, melica (tripartizione antica). Nella poesia giambica predomina la denuncia di molti aspetti deformi della realtà: la critica è costruttiva, per difendere principi e valori. La sua poesia giambica ci mostra un soggetto inserito nella comunità cittadina e assertore di valori come modestia, lealtà, amicizia, equilibrio, misura. Nella poesia elegiaca la riflessione e l’esortazione hanno uno spicco particolare.
Della sua poesia melica (breve e priva di miti) sappiamo poco. Concorse a Olimpia con un inno a Demetra (che compare in un’iscrizione di Metaponto [VI] ed è citato da Pindaro [V]).
Archiloco era devoto di Demetra, di Eracle, di Dioniso (fu il primo a Paro a comporre un canto per Dioniso, e ancora in età ellenistica erano noti di lui dei canti dionisiaci, i Iobacchoi) e delle Muse.
L’immagine di Archiloco ribelle va riveduta (era amico di aristocratici come Glauco e Pericle, partecipò a un consorteria di pari, partecipava alle feste e componeva canti per le divinità di Paro...). I suoi giambi non avevano un risvolto normativo, le sue elegie invitavano a riflettere sui principi radicati nella tradizione. Diceva cose nuove, ma le diceva in modo nuovo e rifletteva su di esse.
Semonide
Nato a Samo [Egeo orientale], guidò un gruppo di concittadini ad Amorgo [Sporadi] per fondarvi una colonia e fiorì verso la metà del secolo (come Archiloco). Gli antichi conoscevano di lui due libri di Elegie, due di Giambi e altro (tra cui un’Archeologia dei Sami, storia in versi della loro origine). Sono sopravvissuti meno di 200 versi, scritti nel dialetto ionico dell’epica, tutti giambici (eccetto uno elegiaco che potrebbe essere di Simonide di Ceo).
È poeta minore (ma interessante). Ricorrono i soliti motivi della giambografia arcaica.
Il componimento più lungo (fr.7 West, 118 versi) è la cosiddetta “satira contro le donne”: suddivide le donne in dieci categorie e le deriva da un animale/elemento (furbe→volpe; passive e ottuse→terra; lascive e ladre→gatta; volubili→mare; scansafatiche dedite al lusso→cavalla...). Il misoginismo di Semonide ricorda quello di Esiodo (donna=malanno assegnato da Zeus; esistono donne buone; beato chi la trova), ma manca la prospettiva religiosa e sono deboli le motivazioni morali ed economiche: c’è invece la caricatura dei comportamenti femminili e la descrizione a contrario della donna vertuosa. Le dieci caratterizzazioni non sono tutte di alto livello: certe sono generiche e scontate, ma alcune sono acute, spiritose, insaporite di tratti popolareschi.
Ipponatte (+ Ananio)
Della sua vita sappiamo poco. Nato ad Efeso nella seconda metà del sec. VI, fu esiliato dai tiranni Atenagora e Coma; durante l’esilio visse a Clazomene (+ a N). La tradizione lo dipinge a tinte forti (piccolo, gobbo, esile, irascibile, violento, miserabile) e sarebbe morto di fame. Ma questo quadro ritrae la sua poesia più che il poeta: rappresenta un mondo miserabile, ma lui appartenne davvero al mondo che descrive oppure lo descrisse senza farne parte? La questione ha avuto varie risposte; oggi appare a molti un nobile decaduto: nome gentilizio (“signore di cavalli”), pena dell’esilio comminata agli avversari politici, cioè i nobili... La sua poesia ha contenuti abietti, ma forme raffinate che presuppongono un’educazione letteraria accurata.
Metri e lingua lo confermano: usò con eleganza il coliambo o scazonte (trimetro giambico con la penultima sillaba lunga). Usava con maestria anche il linguaggio: non il dialetto ionico dell’epica ma il dialetto quotidiano, impreziosito da espressioni frigie e lidie. Gli antichi conoscevano di lui almeno due libri di Giambi; sopravvivono circa 180 frammenti (parecchi per tradizione indiretta, pochi da papiri).
Ipponatte ridicolizza tutto e tutti, anche se stesso. Per divertire usa la parodia, il paradosso, l’iperbole; deforma metro e termini, rovescia situazione e senso. Con i suoi attacchi violenti e volgari Ipponatte si collocava ai margini della società. Non sappiamo per quali ambienti e con quale scopo abbia composto i suoi giambi.
La sua fortuna fu vasta e duratura. I grammatici alessandrini ne curarono l’edizione; gli autori ed eruditi greci e latini dell’età imperiale lo leggevano e citavano (tra cui Orazio). Ma fu anche criticato da personalità severe come Plutarco e più tardi dai cristiani (nel IV d.C. Giuliano l’Apostata escluse lui e Archiloco dalle buone letture). Nell’età bizantina ne conoscevano qualche verso solo gli eruditi.
Elegia
Elegiaci sono detti i poeti famosi per aver composto elegie, componimenti di varia estensione in distici elegiaci. Il distico elegiaco è composto di due versi: un esametro dattilico e un ‘pentametro’ elegiaco. L’origine dell’elegia è ignota – forse elegos, canto triste in origine eseguita durante i funerali. L’elegia arcaica non è una lamentazione dall’elegia greca arcaica aveva un tono fermo e talora severo: incitava all’eroismo, alla lotta politica, alla riflessione civile, alla disciplina interiore. Caratteristici sono dell’elegia arcaica l’aspetto meditativo e il fine esortativo.
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