Storia contemporanea
La storia culturale
Testo astratto che diventerà il più concreto perché ci aiuterà a capire che non si può parlare in modo generico di storia, ma occorre specificare di quale storia, quali metodi per indagare il passato e il presente. È una disciplina che ebbe un forte impulso nella seconda metà dell'800, con la formazione degli Stati Nazionali in Europa: i governanti hanno avuto bisogno della storia per illustrare ai loro cittadini in quali paesi vivessero, quali erano le norme, i riferimenti, i miti nazionali, le tappe che hanno segnato l’identità del paese, com’è nato e come si è formato, i suoi critici, monumenti, lapidi. Si trattava di una storia politica, ma attualmente si fa una storia sociale (o storia culturale, Burke): cosa mangiavano gli uomini nell'antichità, perché avevano quel tipo di corpo, quali le tradizioni, i fattori come la musica e le emozioni. Noi viviamo dentro una geostoria, un territorio che ci forma, dal colore della pelle alle abitudini alimentari; è un accomunare tra ciò che siamo, ciò che consideriamo essere la natura, come abbiamo adattato questa natura alle nostre esigenze, come l’abbiamo trasformata.
Storia della bellezza
Testo dedicato al tema affascinante del corpo sociale degli italiani (genere, bellezza negli ultimi tre secoli). La storia della bellezza è anche una bellezza di genere: c’è una storia della bellezza femminile e una storia della bellezza maschile. È la storia del corpo degli italiani: il corpo è una costruzione culturale, è carne e ossa in una certa società; non è solo ideologia ma anche cultura, è filtro morale (cosa si può far vedere e cosa si deve nascondere) che dipende dalla società; è un corpo da abbellire, ma ciò che è bello cambia da cultura in cultura. Nella costruzione culturale si introduce il tempo: perché partiamo dal Rinascimento? Perché in tale periodo nasce un corpo che già riconosciamo come nostro: il senso dell’individualità, i diritti dell’individuo, la passione di truccarsi, di essere diverso dalla folla. Poi i modelli cambiano, cambia il corpo della donna, cosa si pretende dalle donne. Infine nella storia della bellezza c’è anche la storia dell’imbruttimento.
Le Olimpiadi della bellezza
I primi 20 anni del concorso sono molto significativi per l’Italia perché quando Miss Italia viene fondata siamo a un anno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in un paese distrutto, in piena miseria, con corpi tutt’altro che pronti per fare un’olimpiade di bellezza. Miss Italia racconta da un altro punto di vista la storia della rinascita italiana, che noi iscriviamo nei grandi sarti della moda degli anni '70-'80 (Versace, ecc.), ma che invece si forma via via copiando la Francia. L’Italia era un paese punito dalla Seconda Guerra Mondiale, sconfitto, che deve farsi perdonare di fronte alla comunità nazionale poiché è stato tra gli iniziatori del conflitto. Dunque si presenta sulla scia internazionale in modo pacifico con un concorso di Miss Italia, poi Miss Europa e Miss Universo. Attraverso la storia del corpo femminile si fa un pezzo della storia dell’Italia. Tuttavia i giornalisti annunciano il concorso con una certa altezzosità, ritenendolo una cosa frivola, stupida, lo trattano come se le ragazze fossero candidate alla prostituzione, le presentano con un linguaggio irrisorio e maschilista.
Il trionfo del corpo
Testo centrato sulla seconda metà del ‘900, fa una lettura del corpo negli ultimi '30 anni: oggi il corpo umano è al centro della società. Ma 50 anni fa non lo era: chi lo avesse posto al centro della realtà sociale e avesse detto che non avrebbe potuto fare qualcosa al proprio corpo per non rovinare la fisicità o perché stancandosi troppo avrebbe rovinato la propria ossatura sarebbe stato giudicato narcisista, egocentrico. Porre il corpo al centro della società comporta una risignificazione di tutto il mondo che sta intorno, anche per le implicazioni religiose (tutto corpo, ma l’anima dov’è?) e per le donne l’implicazione è più pesante (una madre deve curare il suo corpo o deve dare il suo corpo prima di tutto ai figli?). Occorre dunque vedere il corpo in prospettiva storica. Il sociologo Juvin proietta la sua analisi sull’800 per dire cosa non era e capire cosa è diventato. Nell’800 il corpo viene scoperto, la gente inizia ad abbassare l’anima per lasciare il posto alla cura della salute, della fisicità, della propria vita. Il corpo diventa proprietà dell’individuo: scoprire di essere padroni e gestori dell’unica ricchezza personale che abbiamo, doverlo curare, far sentire bene, affinare culturalmente. Egli si occupa, per quanto riguarda il periodo dal 1945 a oggi, di cosa è diventato il corpo, la lunga vita, la proprietà dell’individuo sul proprio corpo (tatuaggi, piercing), il corpo come centro della nostra società.
Introduzione a una storia del corpo
Problemi di metodo storico. Perché la storia del corpo è così recente? Perché gli storici hanno ignorato il corpo per così tanto tempo? Secondo lo studioso del corpo Gorbin, gli storici hanno rifiutato di trattare una materia che faceva impressione, disgusto, in quanto ciò che può accumunarci all’animalità, la decomposizione, la morte; essi non hanno avuto il coraggio di ribellarsi a questa sensibilità comune che trascurava il corpo. Ma in questo modo è stata costruita una storia accademica edulcorata che, dimenticando il corpo o negandosi le vicende del corpo, si rifugia in una storia eroicizzante, salvo citare qualche episodio simbolico (es. contabilità del numero dei morti).
Dunque per molto tempo c’è stata un’autocensura degli storici, che non hanno visto i corpi e le loro sofferenze. Si sono rifugiati nello studio dell’immaginario oppure nell’eroicizzazione, esaltando i martiri caduti per la patria facendone solo una storia delle virtù e non una storia del corpo. Lo studio dell’immaginario fatto intorno alle guerre, è la storia del linguaggio politico, della propaganda di guerra, il numero dei morti (il progresso tecnologico ha aumentato la capacità di abbattere il nemico). Dunque ciò che viene studiato devia dai corpi, non è il trattamento dei corpi bensì il linguaggio politico.
Esempi di propaganda e storia del corpo
- Esempio di manifesti appesi durante la Prima Guerra Mondiale: soldati raffigurati che non provano paura né dolore, la fisicità del soldato è la volontà eroica; ma non si sa ancora il corpo com’è, cosa mangia, in quali condizioni fisiche vive.
- Nella propaganda di guerra è ancora il messaggio ideologico a prevalere il trattamento dei corpi: la condanna dei disertori, l’esaltazione della virilità, l’elaborazione del lutto.
- Esempio di giornalino sulla propaganda di guerra diffuso nelle trincee, che parla dei vigliacchi: hanno l’idea di farsi catturare dal nemico per finire in un campo di prigionia e salvare la pelle, dunque sono raffigurati senza schiena, svuotati di virilità.
- Esempio di manifesto del settimanale illustrato del Corriere della Sera (1921). La Prima Guerra Mondiale era finita da tre anni e il Governo italiano decide, proprio come gli altri paesi partecipanti al conflitto, di eleggere un Senza nome (Milite ignoto) e di farne l’eroe di tutti. Ancora oggi si partecipa alla celebrazione del Milite ignoto (4 novembre), soldato senza nome, seppellito a Roma sull’altare della patria. È un corpo smembrato al punto tale che non gli si può più dare un nome.
- In questa immagine siamo in presenza di 11 bare, tutte uguali, coperte dalla bandiera italiana; l’unico elemento che richiama i corpi sono gli elmi dei militari: il discorso sul corpo è evitato, spiritualizzato e nascosto. Torna il numero 11 perché l’Italia, durante la guerra, ha avuto 11 grandi campi di battaglia contro austriaci e tedeschi: da ognuno di questi è stato preso un corpo irriconoscibile, senza identità, messo in una bara e portato nella chiesa di Aquileia; Maria Bergamas, una vedova di guerra, scelse a caso quel soldato sconosciuto che sarà spedito a Roma, mentre gli altri saranno seppelliti intorno alla chiesa.
Il corpo nella nuova storiografia
Come mai gli uomini, che partono per il fronte, poi diventano anonimi? Come mai la morte diventa così speciale? Per avvicinare il corpo dobbiamo seguire un nuovo tipo di storia e non più le vicende della vecchia storia politica che evita il corpo. La nuova frontiera storiografica ha radici abbastanza lunghe (1929), con la fondazione della rivista francese “Les Annales. Storia economica e sociale” da parte di Marc Bloch (1886-1944) e Lucien Febvre (1879-1956). Si tratta di una rivista di grande apertura intellettuale e creatività:
- Storia materiale (condizioni materiali dell’esistenza: ciò che si mangia, l’economia, com’è il territorio)
- Storia sociale. Il corpo è un dato biologico, ma prima di tutto è una costruzione culturale: cosa pensiamo noi dell’infanzia, di un corpo giovane, di un corpo in fin di vita? Anche la nascita o la morte sono costruzioni culturali (es. per certe culture la morte è l’inizio della putrefazione, per altre è l’inizio della vera vita).
- La nuova storia. La storia deve confrontarsi con altre discipline come economia, sociologia, psicologia, demografia, geografia. Ad esempio, per comprendere le grandi ondate emotive di una società (caccia al pedofilo, caccia agli uomini colpevoli di femminicidio…) serve la psicologia. La storia non è autosufficiente. Les Annales polemizza contro tre idoli: l’idolo politico (fatti politici, guerre), l’idolo individuale (re, imperatori) e l’idolo cronologico (le origini, le date).
Ancora oggi vi è il problema: come i fatti apparentemente oggettivi del corpo umano siano certamente un dato biologico che i medici trattano con regole precise, ma già in questo caso si sta facendo riferimento alla cultura, alla storia della medicina. Non è tanto il dato biologico in sé ma la costruzione culturale: il dato biologico entra in un sistema di rappresentazione sociale. Tramite la storia sociale tentiamo di avvicinare questo corpo che ci appartiene (“Questo corpo mi abita” di Rossana Rossanda, che solo in tarda età ha scoperto di avere un corpo poiché prima la sua attenzione era rivolta solo alle sue idee e ideologie). Infatti per arrivare a capire il presente, occorre mettere in prospettiva il tema: allontanarci nel tempo per vederlo come era ci aiuta a capire come è, capire i processi, perché è diventato così, che cosa significa essere così. Tale approccio deve essere appreso come metodo in quanto vale non solo per il corpo ma per qualsiasi cosa (edificio, città, paesaggio…). Dunque in questi dati oggettivi la chiave non è nel loro essere oggettivi ma nel diventare costruzioni culturali, anche per quanto riguarda il dato biologico del corpo.
La storia delle mentalità: Philippe Ariès
Negli Annales, lo storico più recente è Philippe Ariès (1914-1984), che per primo propone la storia delle mentalità, ossia del modo di pensare, dell’insieme di credenze; ad esempio il senso del pudore rientra nella mentalità, per cui il corpo si può scoprire fino ad un certo punto altrimenti si urta la sensibilità comune. Egli intuisce due temi biologici che diventano fatti culturali: l’infanzia e la morte.
Infanzia
Egli tratta della storia del sentimento dell’infanzia nel suo primo libro “Padri e figli nell’Europa medievale e moderna”, nella cui copertina figura un bambino che timidamente tiene un dito della figura parentale. Secondo Ariès il sentimento dell’infanzia non esiste nel Medioevo (di fronte a una mortalità così violenta, per cui molti figli muoiono, una madre può permettersi di innamorarsi di suoi figlio? Se si lamentasse poi troppo del suo dolore, verrebbe considerata un’ammalata).
- Esempio, dipinto di Raffaello: la Madonna che tiene il bambino tra le sue braccia, un piedino, le sfiora il mento e una ciocca di capelli; viene mostrato che lo ama, dunque c’è un sentimento dell’infanzia. Ma questo quadro cosa mette in scena? L’amore per l’infanzia? Quel bambino è il Bambino? No, quel bambino siamo noi, è l’umanità, parla del peccato e della debolezza umana e non del sentimento dell’infanzia: vuole dirci che senza la Madonna siamo fragili come un bambino e non riusciremmo a sopravvivere.
Si tratta di una costruzione culturale recente. Il senso dell’infanzia si è formato solo recentemente, dopo l’età del Rinascimento. Ad esempio nel Medioevo non abbiamo alcuna inchiesta sui delitti del bambino, ma iniziano a comparire nell’800 con processi per chi abortisce, per bambini che scompaiono, che vengono uccisi per incidenti banali. Per Ariès nel XVII c’è una riscoperta dell’infanzia in Francia: ci sono giochi, vestiti per i bambini, circolano diete adatte. Nello stesso periodo, anche negli ambienti della corte di Federico comparve un piccolo trattato sui giochi dei bambini, dunque anche in Italia c’era un qualche segnale del concetto dell’infanzia.
Il secolo dell’infanzia è il secolo romantico, il tardo Ottocento: trattati dei medici sulla cura e l’igiene dei bambini, igiene che salva la vita e rende il corpo più forte, il lavaggio delle mani. Poi con il Novecento si attribuisce grande attenzione verso questo piccolo essere che diventa un piccolo re: tutto è concentrato intorno a lui, anche il sistema economico (ormai c’è tutto un apparato di moda che gira intorno all’infanzia anche fin troppo, con fenomeni perversi quali la sessualizzazione precoce, le piccole dive che posano per la moda: c’è un ingresso precoce dei bambini nell’età adulta). Rousseau definisce un mondo dell’infanzia: da lasciare libero, autonomo, le fantasie del bambino. Egli forma un sentimento dell’infanzia e lo teorizza, ma nel comportamento privato non aderisce totalmente a questa glorificazione dell’infanzia che sarà quella del romanticismo con il matrimonio d’amore.
Due libri per l’infanzia in Italia sono “Cuore” (1883-86) e Pinocchio. Il sentimento dell’infanzia non è affatto eterno, ma ha una sua storia. La nascita di un bambino è una costruzione culturale: rientra in una mentalità, in una società che ha un surplus demografico e di mortalità infantile. L’infanzia è diventata una misura della sensibilità comune. Si comprende come sia una costruzione culturale:
- Con il 2005, quando i bambini sono sovrani della famiglia, intoccabili Papa Paolo Giovanni II emana il decreto di abolizione del Limbo, cancellando quell’idea (che oramai pesava nella mentalità cristiana) che i bambini morti prima di essere battezzati non andavano in Paradiso ma nel Limbo, confinati all’infelicità. Egli dunque si adegua a questa sentimentalità moderna e promuove questo immaginario dell’infanzia addolcendolo per accordarlo alla sensibilità comune.
- Con il pittore del Rinascimento che idealizza in base alle condizioni della società: anche se malati, raffigura i bambini grassottelli perché pieni di vita, di avvenire.
Morte
La morte non è solo uno spegnersi di un corpo ma è tutto un sistema di rappresentazioni, di trattamenti del corpo morto, è un sistema culturale che regola il rapporto tra vivi e morti. Infatti il nostro rapporto con i morti non si esaurisce con la morte. Ad esempio lasciare un mazzo di fiori sul fianco della carreggiata, è un costume di segnalare la morte improvvisa che può colpire tutti noi in quanto persone in movimento in automobile, o perché siamo imprudenti o perché siamo vittime. Ariès si chiede “perché quel morto di una morte improvvisa deve avere due tombe, una finta sul bordo della strada e una vera?” Egli non riesce a rispondere in quanto il fenomeno non era ancora così evidente quando era in vita.
Il tema della morte è un nesso tra vivi e morti che dura per tutta la vita, nel ricordo delle figure parentali (già Freud lo aveva capito). Queste un tempo sparivano presto e il bambino aveva confidenza con la morte, ma con l’allungamento della vita nella seconda metà del ‘900 non c’è più questa visione della morte:
- Arriverà all’improvviso ma noi non siamo preparati,
- arriverà la morte violenta (quella sulla strada ad esempio),
- arriverà la morte estetizzata attraverso i mezzi di comunicazione di massa (Vovelle la chiama “morte ludica”, usata come strumento narrativo per impreziosire i fumetti, i film), onnipresente.
Tutti questi problemi raccontano del grande lavoro culturale intorno a un tema apparentemente biologico: grazie ad Ariès comprendiamo come un fatto biologico diventa un fatto culturale. Nello studio che egli fece, a partire dalla fine del Medioevo arrivando agli anni ’70 del Novecento, egli nota come l’idea della morte, il rapporto vivi-morti muta secondo degli archi temporali di mentalità sui quali è difficile mettere una data precisa (la mentalità cambia non da un giorno all’altro). I fenomeni di mentalità mutano nel tempo.
Archi di mentalità: la morte
Ariès disegna lunghi archi di mentalità:
- Morte magica, medievale (fino al 1300): Morte di cui non si sa nulla e che non obbedisce esclusivamente al criterio dell’età (vita media del periodo era 30 anni); è raffigurata dallo scheletro cavaliere che lancia delle frecce e colpisce a caso. È una morte frequente, quotidiana. È una morte inquietante perché non si sa da dove venga: c’è la minaccia di Dio per cui Dio punisce i peccatori.
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