Esame di movimenti e scrittori nella letteratura del '900
Il diario poetico e il mito della Grande Guerra
Molto spesso la poesia si iscrive in un diario, portandone traccia tramite la data ed il luogo di composizione, così facendo si lega la memoria dell’occasione al paesaggio che l’ha vista nascere, alla rielaborazione formalizzante e al passaggio ai lettori. In questo diario ci sono poesie di lutto: le loro date hanno la stessa funzione delle lapidi.
Nel dibattito riguardo il mito della Grande Guerra, si è cercato durante lo studio di demistificarlo, privilegiando ai monumenti (i grandi testi), i documenti (piccole voci che raccontano la verità senza filtri).
La memoria della Grande Guerra sorge nel momento in cui l’uomo occidentale si rende conto di come i conflitti armati siano tutt’altro che estirpati dall’orizzonte del possibile. Al ricordo della prima Grande Guerra ne segue un altro di una seconda anche più distruttiva che ha conosciuto gli orrori dei bombardamenti strategici e dello sterminio razziale. Nell’immaginario collettivo ha, in un certo qual modo, sedimentato l’idea di un’unica lunga grande guerra durata quasi trent’anni.
Il contributo di Hobsbawm e Agamben
Secondo Hobsbawm, il 1900 non è iniziato con il 1914, ma in quell’anno è finito il secolo precedente; si parla quindi di un passaggio crepuscolare dall’età degli imperi all’età delle catastrofi. A coloro che vissero il '14-'18 fu subito chiaro che nulla sarebbe più stato come prima, scoprirono quale abominio quel periodo stesse celando – momento di forte shock.
Nel cercare l’origine della bufera del 1900 si riflette sul nesso tra modernità e violenza: dal 1989 ha ridefinito filosoficamente e storiograficamente il concetto di modernità.
Secondo la tradizione, la civiltà moderna è progressiva e lineare nell’emancipazione dell’umanità dalle barbarie e dalla violenza, tutto questo è stato contraddetto dalla Shoah – questo evento riporta indietro l’umanità ad un’era premoderna.
Secondo Agamben, la politica moderna si fonda sullo shock della prima guerra mondiale: la politica classica trova fondamento nell’ordinamento territoriale e nella localizzazione, la politica moderna invece gestisce la “nuda vita” dei cittadini diventando biopolitica (nell’implicazione crescente della vita naturale dell’uomo nei meccanismi e nei calcoli del potere).
Le conseguenze della Grande Guerra
La Grande Guerra ha sconvolto anche il nesso tra nascita e nazione:
- Ha dato inizio al più grande fenomeno migratorio che l’Europa abbia mai conosciuto; in seguito i paesi europei si dotarono di leggi in grado di denazionalizzare e denaturalizzare i propri cittadini.
- Ha prodotto grandi territori in cui lo Stato di Eccezione (per il quale la gravità è tale da rifiutare le leggi scritte e andarvi contro per modificare la situazione) diventava la regola; da qui infatti sono nati i campi di concentramento.
La zona di guerra è il primo spazio di violenza della modernità, poiché prevede una violenza legittimata e non più eccezionale, diventa la norma. È inoltre il regno delle distanze: per la prima volta la tecnologia bellica permette ed impone una condotta dei combattenti a distanza (senza che l’avversario sia visibile) – il fucile è mortale fino a quasi 2000m di distanza. L’avversario è smaterializzato, sottrazione del corpo.
Questa violenza invisibile porta alla sospensione della morale e quindi alla legittimazione della violenza stessa: l’aumento della distanza tra l’azione e le sue conseguenze, annulla il significato morale dell’azione. Il concetto è ancora più chiaro se si paragona il campo di sterminio al sistema moderno di fabbrica: l’industria dell’assassinio di massa ha caratteristiche simili a quella della macellazione su larga scala; la produzione passa attraverso la distruzione della vita.
La dinamica perversa tra produzione e distruzione della società moderna è un aspetto ben noto del sistema capitalistico – la guerra moderna è un’immensa occasione di smaltimento. La Grande Guerra fu un’epidemia di schizofrenia di massa, la giustizia relativa del generale Porro è un esempio tra molti. Di questo periodo i testi che sono sopravvissuti sono per lo più di denuncia degli orrori e dei disastri della guerra. Testi mutilati che sono passati attraverso gli autori; restituiscono la sostanza traumatica della guerra al lettore che non sa e non ha visto.
Il rito di passaggio e la letteratura
Rito di passaggio è un dramma sociale che passa attraverso tre stadi:
- La separazione dell’individuo dal contesto d’appartenenza
- La fase del margine – l’individuo vive in condizioni che non sono quelle precedenti né quelle che seguiranno
- Il ritorno all’aggregazione – il partecipante al rito non è più identico all’individuo che era in precedenza
Questo paradigma è applicabile all’esperienza della guerra poiché il soldato vive effettivamente due momenti di sradicamento: prima quello in cui viene strappato alla comunità nella quale è nato e cresciuto e poi quando deve affrontare il difficile reinserimento in una società che pretenderebbe di riaccoglierlo tale e quale era in precedenza. I poeti risultano quindi ambivalenti e la poesia è una combinazione di avanguardia e retroguardia, modernità e tradizione, innocenza e depravazione.
Gli effetti sui combattenti e la rappresentazione cinematografica
I combattenti della guerra di posizione, affossati negli spazi esigui delle trincee, trovarono facile definirsi “nuovi cavernicoli”. Lo sguardo rivolto al cielo era l’unico modo per persuadersi di non essere già abbandonati in una fossa comune, anche se quella era la sensazione più diffusa. Circondati da cadaveri che emettevano odore e rumore e sembravano per questo vivi, non potevano non convincersi di essere sepolti vivi; la fantasia più diffusa riguardava proprio il ritorno in vita dei caduti. Tema diffuso in tutta Europa. È stato soprattutto il cinema a raffigurarlo con J’accuse di Abel Gance.
Tutti i combattenti furono profondamente segnati dall’esperienza della guerra, nel corpo e nella psiche. La figura più emblematica infatti non è quella del milite ignoto che viene disseminato in tutta Europa durante la ricostruzione, ma quella dei freaks dal corpo storpiato e mutilato, quasi irriconoscibile. Il dopoguerra si affannerà a ricostruire i corpi e gli animi di questi uomini, senza volersi rendere conto che qualche frammento manca o ha subito mutilazioni irreversibili, danneggiamenti definitivamente deformanti: la ricostruzione non poteva che sortire effetti mostruosi.
La guerra come cesura storica e personale
Così come la storia del secolo, anche l’esistenza dei singoli trova nell’esperienza di guerra una cesura traumatica, spesso percepita come parentesi: il conflitto è un rito di passaggio, ma l’individuo è chiuso in un intervallo di vuoto della morale convenzionale. Ogni poeta ha attraversato il conflitto seguendo un percorso diverso, camminamento – con riferimento proprio al termine militare; il conflitto riveste quindi per chiunque vi si sia trovato dentro una diversa funzione prima di comporsi nella memoria come “Guerra”.
Essendo un rito di passaggio, prevede una conversione per chi l’attraversa: disposizione complessiva dell’individuo nei confronti del mondo. A partire dal loro corpo, costretto alla posizione di guerra – del tutto innaturale – fino al loro spirito, numerose sono le conversioni spirituali. Analogamente, al di fuori del corpo, si modifica il luogo. Dove è passata la guerra, la natura ne mostra i segni con deformazioni e ogni genere di residui. L’Europa è spezzata da linee di terra morta – “linea degli ossari”, una piega dello spazio lungo la quale la terra ospita milioni di resti umani che da un secolo sedimentano quei luoghi.
«È un’atmosfera oggi difficilmente rievocabile, noi stessi che ne fummo compenetrati ed avvolti, non riusciamo qua
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