W. Curtis – “L’architettura moderna del 1900”
Prefazione alla prima edizione
L’architettura “moderna” è quella che segna la più netta rottura con il proprio passato,
basandosi su una completamente nuova visione della società, stravolta dalla
Rivoluzione Industriale. Solo ora (anni ‘80) si può cercare di comprendere con
sufficiente distacco tale fenomeno. Egli si concentra su esempi di elevata qualità
architettonica, intellettuale e formale, perfetta espressione dei valori e dei significati
più profondi del proprio tempo.
Non c’è una visione o una “scuola” di pensiero, ma è la semplice analisi del cosa,
come e perché (Storiografia). Al centro c’è la questione come si può dare forma alle
idee, questione sempre viva e animata dalla dialettica individuale-universale, non ci
sono “movimenti” o stili, bensì molteplici diverse espressioni, fulminee o progressive o
reiterate, perché fluida è la vera realtà dell’architettura moderna, intreccio di
cosmopolitismo e regionalismo. Così per intenderla appieno bisogna servirsi di
approcci e strumenti diversi.
Prefazione alla terza edizione
Un’opera di questo tipo è, sin da programma, sempre in evoluzione, aperta alle nuove
conoscenze ed esperienze. Le mode intellettuali vanno e vengono, ma gli edifici
rimangono lì, e poiché questo libro si concentra sugli edifici e non sui “movimenti”
culturali-architettonici, esso sopravvive agli stereotipi contingenti del tipo
“l’architettura moderna è morta” o a definizioni sintetiche ma generalizzanti tipo
“International Style”, che non tiene conto del contributo locale eterogeneo dato
all’Architettura in esame. Permane la difficoltà nel descrivere dettagliatamente e
puntualmente un fenomeno così particolareggiato e cruciale, in cui affluiscono
valutazioni di tipo politico, tecnico, sociale ecc., l’ultima inedita parte tratta di alcuni
edifici successivi agli anni 80, selezionati in quanto accrescono la cultura
architettonica e proseguono quella tradizione di valori, seppur in un contesto diverso
di crisi ecologica e degrado urbano. Questa revisione è stata possibile solo dopo un
lasso di tempo adeguato.
Introduzione
L’architettura moderna si afferma come reazione all’eclettismo e ai revival
ottocenteschi, basandosi sulla convinzione che ogni epoca abbia un proprio stile,
autentica espressione del vero spirito del tempo (Zeitgeist). Già Viollet le-duc e
Semper si interrogavano sulla possibilità di uno stile moderno, ma senza arrivare ad
attribuirgli una forma.
Era comune la convinzione che la forma della Nuova Architettura dovesse rispondere
alle nuove esigenze e funzionalità servendosi di tutte le innovazioni tecniche,
“purificandosi” dai retaggi storici e arricchendosi di nuove valenze simboliche
(Macchina).
La definizione “International Style” nasce dall’equivoco che, in uno stesso periodo
storico, architetti diversi e di nazionalità diverse, esprimessero la propria architettura
in modo semplice, netto e uniforme, secondo uno stesso schema che parve
“omogeneo”. Furono loro stessi poi a cercare la propria via individuale, piuttosto che
una comune, anzi le linee di sviluppo dai “pionieri dell’architettura moderna” (Pevsner)
sono molteplici.
Il problema dello storico è dover descrivere e interpretare anche tradizioni tuttora in
vigore, perdendo di oggettività, accusa che si può riferire anche a Giedion e Pevsner,
primi cronisti del Moderno e ferventi sostenitori dell’idea di “spirito dell’epoca”, ma
oggi più che mai si deve fare i conti con lo status di caducità e continuo divenire
dell’architettura.
I primi storici dell’architettura moderna fornivano un giudizio troppo etico ed estetico,
e dunque fuorviante, cercando di evidenziare come la nuova “creatura” fosse diversa
e migliore dalle precedenti, dimenticando però che la qualità artistica trascende il
mero impiego e risultato stilistico. Alcuni cercarono di attingere forme pure e
“incontaminate” dal passato, atri cercarono di affermare il loro “fresco nuovo inizio”
minimizzando le influenze della tradizione, ma gli architetti più profondi sono stati
quelli che hanno ereditato e compreso il passato rielaborandolo in modi nuovi ponendo
così le basi per una nuova tradizione.
L’Architettura è un poliedro troppo complesso per essere guardato da una sola delle
sue facce, sono necessari invece approcci e calibri diversi; allo stesso tempo è troppo
radicata nella società e nella politica per non esserne contagiati.
Bisogna trovare il giusto equilibrio. Gli edifici che spiccano (che sono parte di questo
libro) sono straordinarie opere d’arte che sfidano ogni catalogazione, poiché in esse
sono “microcosmi ritagliati dalla condizione
prevalgono i valori di forma e significato,
umana che contengono visioni idealizzate della società” , e uno storico non può
esimersi dallo spiegare il perché queste particolari configurazioni raggiungano tale
livello di perfezione.
Dove si comincia quando compare un’architettura moderna? Non c’è risposta, solo
diverse prospettive (Pevsner, Giedion, Hitchcock), che si ampliarono ulteriormente nel
secondo dopoguerra (Zevi, Rowe, Banham, Benevolo, Tafuri e Dal Co, Frampton). Il
libro di Curtis tratta meno delle origine teoriche dell’architettura moderna, ponendo
invece l’enfasi sulle idee che si concretizzano (cristallizzano) in una determinata
architettura, idee che possono essere attinte da tutta la moltitudine di fonti interne ed
esterne all’architettura.
Nella prima parte si tratta del periodo a cavallo tra i due secoli, quando alcuni individui
espressero il loro rifiuto verso i “revivalismi” e una fiducia nella vita moderna (“I
pionieri”); il risultato delle loro ricerche ha aperto le infinite possibilità dei successivi
“maestri del moderno”, che non necessariamente proseguirono sul tracciato di uno di
questi, ma portarono al culmine alcune questioni (come riconciliare vecchio e nuovo,
pratico e ideale, meccanico e naturale):
- Art Nouveau
- Gaudì
- Horta
- Mackintosh
- Wagner
- Hoffmann
- Loos
- Sullivan
- Wright
- Behrens
- Perret
La seconda parte del libro tratta della cristallizzazione dell’architettura moderna tra le
due guerre:
- Le Corbusier
- Mies van der Rohe
- Mendelsohn
- Melnikov
- Rietveld
- Gropius
- Neutra
- Schindler
Questi approdarono in lidi sconosciuti e cambiarono l’architettura fino ad allora
conosciuta, anche se l’etichetta di epicità ed eroicità distrae da un giusto ed equo
giudizio. Il Movimento Moderno fu certamente una rivoluzione nei propositi sociali e
nelle forme architettoniche e produsse utopie (es. Ville Radieuse) che vennero assunte
ideologicamente per fini politici. Il Moderno costruì realmente nuove visioni sociali e
giocò un ruolo attivo nel processo di modernizzazione. Tale tradizione si trasformò con
la “seconda generazione” (Aalto, Niemeyer, Terragni) per adattarsi ai più diversi climi,
ai nuovi valori e ad una società ormai trasformata dalla guerra.
La terza parte del libro tratta dei problemi di “esportazione” e trapianto, con
conseguente svalutazione, dei temi e dei contenuti del Moderno nel periodo che va
dagli anni 40 ai 70. In questa “decadenza” successiva al rifiuto del credo progressista
del progetto moderno, sono i singoli a fare la differenza: Scarpa, Kahn, Utzon,
Barragàn, raggiungono alti livelli in alcuni specifici temi progettuali.
Infine il postmoderno è stato un po’ come il selvaggio west dell’architettura, arbitrario
e confusionario, ancora legato al passato che intendeva ormai vuoto e da rifiutare.
La “fine di un’era” tanto sbandierata non si è mai realmente compiuta, si è
semplicemente assistito al riesame di alcune idee comunque isolate nell’universo
sterminato del Movimento Moderno.
La terza edizione del libro ha visto l’aggiunta di architetture postmoderne svincolate
da “movimenti” dal valore duraturo e internazionale. Le frontiere in architettura ormai
sono crollate e le idee fluiscono liberamente da una parte all’altra intrecciandosi.
Gli edifici in questione ci ricordano come il Moderno nelle sue complesse sfaccettature
sia un contributo locale che ambisce ad una dignità e ad una ricchezza globale. È
invitabile con il crescere del libro che esso acquisisca una certa soggettività rispetto
ad alcuni eventi contemporanei.
Il presente architettonico è un misto di romanticismo, distorsione e smarrimento, cui
questo libro cerca di rispondere costruendo un ponte con il passato, nella speranza
che ognuno possa con la conoscenza trovare anche il suo posto all’interno della
tradizione che non sia soggetto alle mode intellettuali transitorie
Cap I – l’idea di un’architettura moderna nel XIX secolo
La nozione di architettura moderna era già presente in nuce nell’enfasi posta sul
concetto di Progresso nel XVIII secolo, concetto che riconosceva l’evolversi della storia
attraverso “epoche diverse” e dell’architettura come “espressione di un’epoca” (così si
definiscono il tempio greco, la cattedrale gotica ecc…). Allo stesso tempo l’empirismo
e lo scientismo dilaganti misero in crisi tutto il bagaglio idealistico rinascimentale e nel
vuoto creato da questo filtrarono tutti i revival. La Rivoluzione Industriale infine fece
tabula rasa di molti punti di riferimento dell’architettura: tipologia, nuovi modi di
vivere, nuove tecnologie, nuova economia, nuova politica, nuova sensibilità, nuovo
scopo sociale ecc…
Ad esempio si creò una discussione sulla dignità ed il valore degli oggetti prodotti a
macchina, nella quale J.Ruskin e W.Morris invocavano un ritorno all’artigianato di tipo
“gotico”. La manipolazione degli stili storici serviva per rievocare connessioni con la
presunta “età dell’oro”: Schinkel a Berlino (1820), Pugin a Londra (consulente per
l’Abbazia di Westminster), la Tour Eiffel (1889) simbolo del nuovo linguaggio del ferro.
Nel clima di fervore della Rivoluzione industriale l’architettura finì col subire l’influenza
dello status quo che doveva soddisfare, sommersa da critiche morali e politiche. Pugin
e Ruskin svilupparono un pensiero di tipo radicale-cristiano che rifiutava la
frammentazione e la brutalità del mondo moderno, e proponeva invece immagini della
società “corporativa” del tardo Medioevo (“Neogotico”). I socialisti utopisti come
C.Fourier e H.Saint-Simon propugnavano un’idea progressista (di stampo illuminista)
alla base di grandi strutture sociali e urbane alternative a quelle industriali. Non c’è da
stupirsi se in questo pot-pourri di stili e pensieri si affermò il bisogno di una “diretta” e
“onesta” raffigurazione del mondo contemporaneo.
Come rispondere alla necessità di uno stile autentico? E dove trovarne gli elementi
costitutivi? Chi seguire?
Il concetto di architettura moderna ha attraversato decenni prima di farsi necessità e
numerosi sono i fattori che l’hanno nutrito: l’idea hegeliana della cultura come
espressione dello spirito storico in evoluzione (Zeitgeist), l’idea che lo stile moderno
potesse essere unione di funzione e struttura (Hubsch), il rifiuto degli stilemi,
sbandierato anche se non messo in pratica da Schinkel; la riflessione di Semper.
E. Viollet-le –Duc tra il 1860 e il 1870, si dimostrò sempre di più consapevole
dell’importanza dei nuovi materiali nella storia dell’architettura e della conseguente
necessità di un nuovo stile. Dove le forme dovessero essere attinte non fu però
chiarificato. Su questo dubbio si inserì “l’eclettismo”, secondo l’idea di fondere le
qualità di più stili diversi per creare nuove combinazioni e nuove genealogie. Poiché
però ogni stile tradizionale poteva essere ugualmente accettato o criticato, in modo
soggettivo, questo creava un effetto di smarrimento. In questo pluralismo si era
dimenticato che le qualità di un’architettura trascendono lo stile.
Non tutte le opere del XIX sec poi sono
catalogabili secondo un revival, come ad
esempio la Biblioteca di Sainte-Geneviève di
Henri Labrouste a Parigi, questo insieme a
Schinkel e Richardson, fu tra i primi ad
acquisire un proprio vocabolario architettonico
autonomo, frutto di una visione intuitiva del
suo tempo. La dialettica tradizione-invenzione
andava posta sul piano “spirituale” e non
materiale.
Il “Primitivismo” fu invece una corrente che intendeva fondare sui miti delle “origini” le
radici della nuova architettura: l’abate Laugier considerava “la capanna primitiva”
l’archetipo degli ordini classici vitruviani, e gli attribuiva quindi una dignità maggiore,
cadendo nuovamente nell’aulico e classico concetto di “mimesi” della natura.
La corrente “razionalista” (portata avanti da Durand) che intendeva reagire ai
revivalismi affermando la correlazione diretta tra forma e struttura-funzione, mancava
di precisione e completezza. Tale convinzione fu fatta propria anche da Violllet-le-Duc,
che erroneamente però la riferì anche alle architetture passate. Egli immaginò persino
di resuscitare un architetto gotico per porlo di fronte a un problema costruttivo
moderno da risolvere con mezzi moderni, così ipotizzò che si sarebbe potuti arrivare
ad un’architettura veramente moderna.
Dal passato dunque andavano tratti procedure e principi, non stili, più facile a dirsi che
a farsi in un’epoca comunque influenzata da un linguaggio architettonico prevalente.
Viollet-le-Duc non arrivò a definire le forme dell’architettura moderna, né delle
architetture, ma le sue teorie influenzarono i “pionieri” dell’architettura, soprattutto
l’idea che il nuovo stile non sarebbe nato da tentativi formali individuali bensì dalle
nuove tecniche di costruzione.
Ovviamente l’idea di un’architettura completamente nuova da zero era impossibile,
così come è impossibile in ogni tempo, ma epocale era l’idea che fossero l’astrazione,
le proporzioni e lo schema delle architetture del passato a renderle degne e dunque
imitabili, non lo stile. (es. Boullè, Ledoux)
Storici come H.Wollflin e A.Hildebrand si concentrarono su una lettura schematica
formale e spaziale dell’architettura del passato, aprendo così la strada ad un nuovo
linguaggio di architettura e forma e quindi all’architettura moderna.
Già dagli inizi del XIX sec bisogna tener conto della riflessione tipologica, avviata da
Quatremere de Quincy: l’Altes Museum di Schinkel e il Parlamento di Chandigarh di Le
Corbusier contengono la stessa idea tipologica (la stessa anche del Pantheon).
Influenzato dagli evoluzionisti Lamarck e Darwin, Semper diede alla nozione di tipo
una valenza quasi biologica ed arrivò così a definire 4 concetti strutturali
fondamentali: piattaforma, focolare, tetto, recinto. Così, pur senza arrivare ad esiti
architettonici veri e propri, egli riuscì a incrociare, e così legittimare, il bisogno di
progresso con la necessità di nuove forme.
Parallelamente persisteva la teoria romantica di Ruskin che vedeva la natura come
evidenza fisica di Dio, fonte primaria di ispirazione e riflessione morale. Anche questa,
mediata dai motivi ornamentali Art Nouveau, influenzò le “grammatiche generative”
dei “maestri”, molto cari alla metafora Architettura-Natura (Aalto, Wright).
Analogia è il termine che ben descrive l’approccio astratto ai modelli tipico dei nuovi
architetti, un modo ancora più sperimentale di quello applicato dalle avanguardie
artistiche. Gaudì, Sullivan, Mackintosh, Perret, Behrens, Wright, sono considerabili in
un certo modo dei tradizionalisti, in quanto cercarono un nuovo vocabolario, ma che
fosse anche universale e profondo e ad ampio raggio come gli stili del passato. Il
nemico fu individuato da subito nell’Ecòle des Beux-Arts, simbolo di una cultura ormai
stanca e obsoleta. Gli architetti di fine secolo non ebbero certo un terreno florido dove
poggiare, cercarono quindi le basi su un passato più astratto e si gettarono avanti
verso nuove direzioni, cercando la sintesi tra le fonti a loro disposizione e la nuova
modernità.
Cap II – industrializzazione e città: il grattacielo come tipo e simbolo
L’idea di modernità diversa da luogo a luogo, da città a città, si basava però su valori
condivisi, inediti fino ad allora: meccanizzazione della città, nuovi materiali metallici e
uso del vetro. Tutte le nuove tendenze europee di modernità nacquero in
contrapposizione, reazione e critica verso le norme precedenti; in Nord America fu
diverso, perché le tradizioni erano meno radicate, l’impianto economico era diverso e
anche lo spirito americano, improntato verso il più spietato pragmatismo, lo stesso che
aveva portato alla spartizione della terra (XVIII sec.) secondo griglie geometriche che
ignoravano la topografia del territorio e finivano con il cancellare ogni traccia della
memoria indigena.
Nel 1850 Parigi si razionalizzò con i piani urbani di Haussman il quale aprì ampi
boulevard monumentali attraverso il vecchio e consolidato tessuto urbano, dei tagli
netti che intendevano far coincidere i punti focali con i punti prosp
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