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D’Annunzio giornalista e romanziere

D’Annunzio giornalista

Nell’ultimo decennio si è deciso di riunire tutti gli scritti giornalistici di D’Annunzio in due Meridiani Mondadori, curati da Annamaria Andreoli, riconoscendole dunque un valore assoluto e non solo in rapporto alla sua produzione. Si tratta di una operazione editoriale interessante e significativa, poiché raramente per uno scrittore l’apprendistato giornalistico ha svolto un ruolo così determinante nel perfezionamento della propria attività letteraria. Questi scritti, inoltre, hanno una bellezza propria, indipendentemente dal fatto che aiutano a capire meglio lo scrittore, li abbia definiti e bollati come “ciarpame e minutaglia”.

In realtà, nonostante spesso la critica è opportuno definirli tale perché, in quanto cronache della mondanità alto-borghese romana, sono una testimonianza diretta dello stile di vita borghese e aristocratica nell’ultimo ventennio dell’800; pertanto, il valore intrinseco e non relativo di questi scritti giornalistici può essere utile sia allo storico della letteratura che allo storico della cultura. D’Annunzio sono innanzitutto recensioni di libri, commenti a opere musicali, concerti, balli, mostre d’arte, moda, abbigliamento, aste, annunci di matrimonio, necrologi ecc. Si tratta quindi sostanzialmente di scritti su mondanità varia. Sono peraltro anche la riprova dello stile tipico di D’Annunzio: in questi scritti infatti si ritrova già quello stile artificioso, elaborato, tipico di questo scrittore.

Nonostante l’importanza di questi scritti giornalistici dannunziani, essi sono stati resi noti solo nello scorso decennio attraverso i due Meridiani. A determinare tale circostanza ha sicuramente in parte influito il difficile rapporto tra letteratura e giornalismo e i pregiudizi che molti studiosi di letteratura hanno notoriamente nei confronti del giornalismo. Lo stesso D’Annunzio, alla fine degli anni ’20, quando si trovò ad allestire l’edizione nazionale delle proprie opere (un’edizione che di fatto prevedeva il riconoscimento di un valore di rappresentatività nazionale e che dunque si trattava di un altro traguardo a cui non tutti gli autori riuscivano ad arrivare) scartò gli scritti giornalistici, a conferma di come essi fossero ritenuti anche da lui altra cosa rispetto alla produzione poetica e narrativa.

Tuttavia, una decina di anni più in là, poco prima della morte, D’Annunzio rivide il piano dell’opera dell’edizione nazionale, chiedendo di poter annettere anche questi scritti, riconoscendone quindi il valore. Il nuovo assetto delle opere d’annunziane prevedeva un volume intitolato Roma senza lupa. 1882-1884 che però si trattò soltanto di un volume annunciato ma mai realizzato, in seguito alla sopraggiunta morte di D’Annunzio. Da qui si è poi avuto un vero e proprio travaglio, una lungaggine nella pubblicazione di questi scritti fino ai Meridiani.

Per moltissimi decenni, dunque, questi scritti continuarono a non essere raccolti, questo soprattutto perché, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, l’immagine di D’Annunzio si era un po’ squalificata, per cui si incontravano maggiori difficoltà a far conoscere la sua opera. Prima dei Meridiani, tuttavia, ci sono chiaramente state delle iniziative che hanno cercato di riproporre il materiale giornalistico dannunziano: oltre alla citata Roma senza lupa (rimasta incompiuta), Favole mondane (opera che sarà poi effettivamente pubblicata), Cronache della tribuna e Breviario mondano.

Mentre gli interventi più politici e militanti ebbero da subito più spazio nelle pubblicazioni, sia ad opera dello stesso D’Annunzio, sia ad opera della critica, analogamente, nel dopoguerra trovarono diffusione tutti quegli articoli lontani da riferimenti politici, quindi per lo più interventi di critica d’arte, poetica musicale, ecc. Proprio gli articoli che hanno faticato di più a trovare una legittimazione e degli spazi di circolazione sono stati quelli scritti per la “Tribuna”, anche se sono sempre stati riconosciuti come materiale di “appoggio” per il primo romanzo di D’Annunzio, Il piacere. Questi scritti hanno avuto difficoltà per via del loro carattere effimero e mondano. Tuttavia proprio l’attinenza tra questa produzione giornalistica di D’Annunzio e la sua produzione narrativa ha probabilmente salvato dall’oblio questi suoi articoli.

Proprio alla luce di questo ruolo essi sono stati rivalutati da diversi studiosi (ad esempio da Walter Binni che nel 1936 si accorgeva che l’atmosfera decadente andava ritrovata proprio in quelle cronache mondane scritte per la “Tribuna”). Altri invece hanno sottolineato la bravura di D’Annunzio come giornalista, anche in senso tecnico (si pensi ad esempio al ritratto di Costanzo Ciano, padre di Galeazzo [marito di Edda Mussolini] e alla cronaca della Beffa di Buccari del 1918 per il “Corriere della sera”, come ha notato Geno Pampaloni). Non da ultimo, questi suoi scritti mondani dimostrano come D’Annunzio non sia stato affatto un inetto, in quanto pur non provenendo dall’ambiente altoborghese capitolino, riuscì a inserirsi molto bene all’interno di quest’ultimo fino a diventarne parte integrante.

Dalla “Tribuna” al “Piacere”

D’Annunzio comincia la sua attività giornalistica, scrivendo saltuariamente sul “Fanfulla” e sulla “Cronaca bizantina” e poi diventando redattore fisso, con regolare contratto, per la “Tribuna” tra il 1884 e il 1888. Per la “Tribuna” D’Annunzio cura la cronaca mondana e artistica. In seguito a queste collaborazioni saltuarie, proprio per quella perizia tecnica della sua scrittura, le collaborazioni aumentano venendosi anche a sovrapporre (collaborerà infatti con diversi quotidiani: “Corriere della sera”, “Il giorno”, la “Tribuna”, “Il Mattino”).

Sebbene le collaborazioni di D’Annunzio siano state varie, il senso di questo saggio è un senso più da circoscrivere: si tratta più propriamente di esaminare gli scritti della “Tribuna” composti tra il 1884 e il 1888. Ci si sofferma quindi sull’apprendistato romano, cioè sulla prima fase della sua attività giornalistica. Vengono poi esaminati anche i rapporti tra questa produzione e la genesi del Piacere. Anche il lettore meno accorto, infatti, può facilmente accorgersi che gli articoli di quel quadriennio e il romanzo del 1889 derivano sostanzialmente da un’unica matrice, che poi è questa “atmosfera” (come la chiama Binni) tipica di quell’ambiente protagonista delle cronache mondane di D’Annunzio.

Per dedicarsi al romanzo, D’Annunzio smette nell’88 di collaborare con la “Tribuna”: già dall’86, peraltro, lo scrittore aveva mostrato una certa insofferenza per l’attività giornalistica, spinto dall’aspirazione alla scrittura narrativa. Se da un lato si riconosce il rapporto tra le cronache della “Tribuna” e il Piacere, non tutti sono però d’accordo nel riconoscere questa funzione di riserva. Per qualcuno, infatti, l’attività giornalistica non ha giovato ma ha addirittura danneggiato il romanzo, rendendolo troppo cronachistico e poco elaborato sul piano strutturale.

Certamente D’Annunzio ricava dal suo apprendistato giornalistico atmosfere e ispirazioni, come pure la capacità di ritrarre la vita della mondanità romana; questo è particolarmente evidente per via del fatto che egli finisce col travisare veri e propri articoli nel romanzo (un po’ sulla falsariga di Balzac). Questi pezzi, questi ritagli, prelevati dalle pagine della “Tribuna” e riversati nelle pagine del Piacere non sono però dei semplici travasi grossolani, in quanto attestano sempre una straordinaria capacità di manipolare e forgiare la scrittura.

Inoltre, se la collaborazione con “La Tribuna” ha avuto sicuramente molta importanza per la stesura del suo primo libro, l’idea di D’Annunzio di scrivere un romanzo era comunque precedente agli anni di collaborazione con la rivista. Nonostante, grazie ai due Meridiani, sia possibile studiare e approfondire la produzione giornalistica dannunziana, pochi però sono stati finora i contributi critici in tal senso.

Il Piacere è il primo romanzo di D’Annunzio, pubblicato nel 1889. Non si tratta di un capolavoro ma è molto significativo in quanto è il primo romanzo italiano in cui viene a manifestarsi l’atmosfera decadente. Da questo punto di vista il romanzo mostra tutte le suggestioni ricavate dal romanzo manifesto del decadentismo “Controcorrente” di Joris Karl Huysmans, pubblicato nel 1884. Il protagonista del romanzo di D’Annunzio è Andrea Sperelli, il cui mondo, come quello del protagonista di “Controcorrente”, è in gran parte costituito da raffinatissime decorazioni, da scenari che nascondono le brutture e i danni del tempo negli interni dei palazzi romani, da profumi o quintessenze, ecc. che vengono rappresentati tramite il ricorso alla sinestesia (cioè il coinvolgimento di più sensi che si ritrova in maniera evidente oltreché nella sua poetica anche in questo romanzo sotto forma appunto di essenze, odori profumati che trasudano letteralmente dalle pagine).

Un’altra analogia tra i due romanzi si ritrova nella corrispondenza tra quanto narrato nella fabula e quanto vissuto nella realtà dai due scrittori. L’attività di giornalista e cronista del “bel mondo romano” (che peraltro D’Annunzio ebbe modo di conoscere molto presto, trasferendosi a Roma giovanissimo, nel 1881), insieme alla sua rinomata inclinazione per la vita mondana e i suoi piaceri, favorisce infatti molto materiale per questo primo romanzo dannunziano. Il conte e artista Andrea Sperelli rappresenta in maniera evidente l’alter ego dell’autore, che inserisce nel testo anche alcune “Favole mondane”, numerosi pezzi da lui scritti per il giornale “La Tribuna”, ma anche estratti dell’epistolario con Elvira Natalia Fraternali Leoni (detta Barbara) con la quale aveva iniziato una relazione nel 1887.

Per sancire una contiguità tra realtà e finzione, D’Annunzio arriva addirittura a lanciare sul mercato, contemporaneamente alla pubblicazione del romanzo, alcune incisioni firmate da Andrea Sperelli, in realtà fatte realizzare da se stesso. In riferimento alle incisioni firmate da Sperelli, si può parlare di un esempio di autopromozione mondana e commerciale. D’Annunzio è dunque il primo letterato che coniuga l’interesse dell’utilità della scrittura con la scrittura letteraria. Se tutto questo rappresenta la difesa dal “grigio diluvio democratico” di fine ‘800 (un’espressione usata dall’autore per indicare il dominio della borghesia, salita “democraticamente” al potere), va d’altra parte sottolineato che il protagonista del Piacere non rappresenta ancora l’archetipo, il prototipo del superuomo, considerando l’influenza che la lettura di Nietzsche avrà di lì a poco, nei primi anni del ’90, su D’Annunzio.

Andrea Sperelli, nella prima parte del romanzo, si vanta della sua formazione umana e culturale che rimane circoscritta all’interno della propria famiglia, in quanto strettamente legata fin dal principio alla sua discendenza da una famiglia nobile, di antica origine; il contatto eventuale con i cosiddetti maestri (i pedagoghi) viene invece visto come un rischio, un pericolo, che può avvicinare Andrea a valori democratici e inculcare in lui il vizio della democrazia, quindi della parità di tutti gli uomini. Gli strumenti tipici di cui si serve Andrea, un rampollo di antica famiglia aristocratica, per costruire la propria raffinatezza sono quelle opportunità che costituiscono un cliché: ad esempio, la possibilità di compiere buone letture con la sola guida dell’ambiente familiare, i numerosi viaggi per l’Europa, ecc.

Alla base di questa raffigurazione vi è un’ideologia evidentemente antidemocratica che emerge in maniera esplicita nelle prime righe del romanzo, dove il “grigio diluvio democratico” è indicato come la causa di una degradazione generale che, tra le altre cose, rischia di colpire anche la persistenza di famiglie nobili e aristocratiche come quella del protagonista. Andrea Sperelli ha in sé tutte le caratteristiche dell’esteta, costituisce quindi un’incarnazione dell’autore. Il personaggio di Andrea è “tutto impregnato d’arte”, ha “il gusto delle cose d’arte”, il culto appassionato della bellezza. Egli è inoltre dotato di una “forza sensitiva”, cioè di una sensibilità eccezionale, che lo rende particolarmente incline alla bellezza e ai piaceri. Questa sensibilità straordinaria comporta tuttavia anche una “corruzione”, una fragilità dovuta propriamente a questa altissima cultura che egli riesce ad accumulare e all’esperienza edonistica della vita.

Il personaggio di Sperelli si annuncia già all’inizio del testo. L’incipit del romanzo fissa intenzionalmente la dimensione temporale della vicenda, attraverso un giro di parole. È l’ultimo giorno dell’anno 1886: la fine del rapporto d’amore tra Andrea e la donna amata, Elena, era invece avvenuta il 25 marzo 1885, un anno e nove mesi prima. I marcatori, cioè le coordinate, i riferimenti temporali appaiono inizialmente sfumati, ma vengono precisati poco dopo, quando Andrea rievoca nella propria immaginazione l’ultimo incontro con l’amante. Nell’episodio si mescolano finzione e realtà: l’addio reale tra D’Annunzio e la giornalista Olga Ossani era infatti probabilmente avvenuto in quei giorni, ed era stato già riprodotto e trasfigurato in un brano novellistico intitolato Frammento, dato alle stampe sul “Fanfulla della domenica”, il 22 marzo 1885.

Per sottolineare la connotazione malinconica del personaggio sono usati gli imperfetti (moriva, spandeva, erano, passava, giungeva) che sottolineano un ricordare sfumato e in crescendo. Ma a risultare perfettamente intonato al personaggio in questo incipit è soprattutto il ricorso allo stilema “non so che” (je ne sais quoi), che rappresenta il metro tradizionale dell’indistinto, dell’incertezza romantica e decadente. Allo stesso modo intonati sono anche gli aggettivi che accompagnano il sostantivo “tepore”: velato, mollissimo, aureo. L’incipit è interamente segnato dal fading, cioè dalla tendenza alla rarefazione, come se la realtà rappresentata fosse senza contorni, velata.

Il concetto dominante è quello della malinconia, un sentimento misto di tristezza e abbattimento, che si avverte nel passaggio da un anno all’altro, nel tempo che scorre ineluttabile. Finanche il sole, che è convenzionalmente simbolo di energia e vitalità, in D’Annunzio si carica già di una valenza negativa in quanto nasconde dentro di sé la morte, la fine di ogni cosa. Nel Piacere come in tutto D’Annunzio ogni realtà ha dentro di sé il suo opposto. Questa antitesi costante tra il tutto e il contrario di tutto sottolinea la concezione precaria del reale che hanno l’autore e il personaggio e indica l’inafferrabilità e la precarietà dell’esistenza. Il protagonista diventa dunque l’espressione di un’anima malinconica afflitta da un morbo, assieme agli altri suoi segni distintivi quali l’assoluta autonomia della razionalità, la dipendenza da un’inafferrabile libidine, la predisposizione alle allucinazioni.

La malinconia come malattia per Andrea, in sostanza, non è altro che un atteggiamento scaturito dalla volontà insoddisfatta del piacere. Andrea Sperelli, infatti, appare sostanzialmente debole, diviso tra l’amore per la femme fatale Elena Muti e quello per Maria Ferres, che rappresenta al contrario la donna delicata e spirituale. La conclusione del romanzo registra pertanto il fallimento del protagonista e del progetto di esteta. Di fondamentale importanza nell’assetto del romanzo è inoltre il rapporto dello spazio, nel senso che lo spazio all’interno del quale si muovono i personaggi non è semplicemente un insieme di luoghi chiamati a fare da sfondo alla vicenda: man mano che si procede nella lettura esso diviene sempre più evidente e svolge un ruolo importante alla stregua di altri personaggi.

In particolare, la consonanza tra spazio e personaggio diventa perfetta nella capitale: si viene infatti a creare un rapporto simbiotico molto profondo fino al punto da rendere difficile capire se sia Andrea a trasformare i propri umori sotto l’influenza dell’aspetto assunto di volta in volta dalla città o se sia quest’ultima a cambiare in sintonia con il protagonista.

Un esempio di rielaborazione testuale

Il capitolo finale del Piacere trova una corrispondenza nella cronaca di un’asta che D'Annunzio scrisse per la "Tribuna" il 3 luglio 1885. Mentre Ciani ha inserito questo articolo in un elenco di passi dannunziani a suo dire modificati molto poco e inseriti quasi in toto nel romanzo, l'autrice di questo saggio, proponendo una rielaborazione testuale tra due differenti generi letterari, l'articolo di giornale e la pagina di romanzo, mostra invece come tutte le sfumature rielaborate da un testo all'altro siano perfettamente funzionali al nuovo contesto, al romanzo, e servano in particolare a tradurre la vicenda.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Giornalismo letterario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Dell'Aquila Giulia.
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