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ESTRATTO DOCUMENTO

La perdita di 3,63 rappresenta quindi la risultante tra una minusvalenza netta di 5,6(data dal saldo

tra la variazione dell’attivo e quella del passivo) e ricavi netti da interessi 2,3. L’effetto della

variazione al rialzo di un punto percentuale dei tassi, verificatasi nel 2007, viene ora riconosciuto

nello stesso esercizio in cui essa si è verificata.

Consideriamo ora cosa succede a fine 2008:

Il valore del CD essendo a scadenza 2 anni, è 90, mentre il valore di mercato del mutuo sarà:

VM = 5/(1+6%)^t + 100/(1+6%)^8 = 93,79

mutuo

Lo stato patrio tale sarà:

Attivo Passivo

Cassa 4,6 CD a taso fisso (3%) 90

Mutuo a tasso fisso (5%) 93,79 Utile di es 2,02

Patrimonio 6,37

Totale 98,39 Totale 98,39

U = MI + ΔVM = MI + ΔVM − ΔVM = (5 − 2,7) + [(93,79 − 93,2) − (90 − 89,13)] = 2,02

2008 B A P

DURATION

La duration di uno strumento finanziario è data dalla media aritmetica delle scadenze dei flussi di

cassa ad esso associati, dove ogni scadenza viene ponderata per il rapporto fra il valore attuale

del flusso associato a quella scadenza e il prezzo dello strumento finanziario.

F

t

D = ∑ t t

(1 + y)

P

t = scadenza espressa in anni

Ft = flusso di cassa t-esimo

1+y = tasso di rendimento effettivo a scadenza (yield to maturity)

P = prezzo o valore di mercato dello strumento finanziario

Esempio:

nel 1/1/2007 titolo obbligazionario che paga una cedola annuale del 6% con vita residua di

quattro anni (31/12/2010). Il rendimento effettivo a scadenza richiesto del mercato è pari a 6%. Il

prezzo è uguale al valore di rimborso.

31/12/07 31/12/08 31/12/09 31/12/10

6 6 6 106

Flusso

Valore attuale 5,66 5,34 5,037 83,962

Prezzo 100

1 2 3 4

Scadenza a Totale

6 6 6 106

Flusso 5,66 5,34 5,037 83,962 100

VA

Va/prezzo d 0,0566 0,0534 0,05037 0,083962 1

a x d = e 0,0566 0,1068 0,1511 3,3585

Duration 3,6730

Pagina 4

DURATION MODOFICATA

Misurare la sensibilità del suo prezzo a variazioni nel tasso di rendimento di mercato. Partiamo

dalla relazione tra prezzo di un titolo P e il tasso di rendimento a scadenza richiesto dal mercato y.

t

F /(1 + y)

P = ∑ t

faccio la derivata rispetto al tasso di interesse:

−TF TF

−1F −2F F 2F

1

t n

1 2 1 2

+ + = − [ + +

dP/dy = (1 + y) (1 + y) (1 + y) 1 + y (1 + t) (1 + y) (1 + y)

2 3 T+1 2 T

F

dP 1 1 D

t

= t =

Dividendo per il prezzo si ottiene: t

dy P 1+ y 1+ y

1 + y)

P

Da cui si ottiene che la duration modificata è pari a:

D

− dy

1+ y

La duration modificata consente di stimare la variazione percentuale di un determinato strumento,

se aumenta il tasso di interesse i flussi di cassa diminuiranno, inoltre man mano che scorre il

tempo maggiore sarà l’impatto negativo del tasso di interesse ed inoltre la duration modificata

diminuirà.

Dall’esempio precedente sarà pari a: 3,6730 /(1+0,06) = 3,465

DURATION GAP

Con la duration è possibile stimare la variazione che il valore di mercato delle attività e delle

passività della banca subirebbe a seguito di una variazione dei tassi.

Sappiamo che:

ΔVM D

A A

= − Δy = − DM Δy allora posso ricavare che:

A A A

VM (1 + y )

A A

ΔVM = − VM DM Δy DM =

; dove duration modificata dell’attivo

A A A A A

ΔVM D

P P

= − Δy = − DM Δy allora posso ricavare che:

P P P

VM (1 + y )

P P

ΔVM = − VM DM Δy DM =

; dove duration modificata del passivo

P P P P P

Una volta definite le variazione dell’attivo e del passivo, in funzione al modello della duration

modificata, possiamo stimare la variazione di bilancio:

ΔVM = ΔVM − ΔVM = (−VM DM Δy ) − (VM DM Δy )

B A P A A A P P P

Assumiamo per semplicità che le variazioni dei tassi di rendimento medi dell’attivo e del passivo

Δy = Δy = Δy

siano uguali quindi: A B

Otteniamo che:

ΔVM = − (VM DM − VM DM )Δy

B A A P P

Introduciamo la leva finanziaria:

ΔVM = − (DM − L DM )VM Δy = − DGVM Δy

B A P A A

Dove:

DG = duration gap VM /VM

L = leva finanziaria = P A

Secondo il modello del duration gap la variazione del valore di mercato del patrimonio

conseguente a una variazione dei tassi è una funzione di tre elementi:

VM

1) il valore di mercato del totale dell’attivo A

2) la dimensione della variazione dei tassi di interesse ∆y

3) la differenza fra la duration modificata dell’attivo e quella del passivo, corretta per la leva

finanziaria della banca, ovvero il duration gap.

La banca è immunizzata dal rischio di tasso se il duration gap è nullo. Pagina 5

Calcoliamo ora la duration modificata dell’attivo e del passivo e il duration gap della Banca Alfa:

Collochiamoci al 31/12/2007 un attimo prima dell’aumento dei tassi.

Attività Passività

Mutui decennali a tasso fisso (5%) 100 CD a tasso fisso 2 anni (3%) 90

Patrimonio 10

Totale 100 Totale 100

F 5 105

t

D = D = t = +9 = 7,46

A mutuo t t

(1 + y ) (1 + 0,05) 9

(1 + 0,05)

A 100

VM 100

A

D

DM = = 7,11

A (1 + 0,05) F

t

D = D = =1

P CD t

1 + y )

P

VM

P

1

DM = = 0,97

P (1 + 0,03)

VM 90

P

L = = = 0,90

VM 100

A

DG = (DM − L DM ) = [7,11 − (0,90x 0,97)] = 6,23

A P

VM = − DGVM Δy = − 6,23x100x 0,01 = − 6,23

B A

In corrispondenza di un aumento dei tassi di un punto percentuale il valore di mercato della Banca

Alfa subirebbe una riduzione istantanea di 6,23 milioni di euro oltre il 60% del suo valore di

partenza. L’utilizzo della duration per stimare l’effetto sul valore di un’attività finanziaria di

variazioni finite dei tassi di mercato rappresenta un’approssimazione soggetta a errore.

CONVEXITY GAP

La duration presenta differenti problematiche, tra cui il fatto che la relazione tra prezzo e tasso

non sia lineare. Per cercare di allineare questa approssimazione, introduciamo il concetto di

convessità, prendendo la relazione tra rendimento e prezzo.

Il convevity gap permeate una stima più accurata della variazione del valore di mercato del

patrimonio della banca, tenendo in considerazione anche il grado di curvatura della relazione.

2

(Δy)

ΔVM = − (VM DM − VM DM )Δy = (VM CM − M V CM )

B A A P P A A P P 2

C

Dove CM è la convexity modificata data da: (1 + y) 2

F

T

2

C + (t + t )

Con 2

(1 + y)

P Pagina 6

I TASSI INTERNI DI TRASFERIMENTO

Il sistema di tassi interni di trasferimento (TIT) consiste in un insieme di transazioni figurative

interne alla banca che contendono di accettare presso un’unica unità le decisioni relative alla

posizione che la banca intende assumere nei contesti delle variazione dei tassi di mercato. Gli

obiettivi perseguiti sono 4:

1) trasferire il rischio di interesse dalle unità della banca che lo generano a unità centrale che

possa correttamente gestire rischio

2) Valutare l’effettiva redditività della gestione del rischio di interesse nella banca

3) Consentire alle diverse unità della banca di non doversi preoccupare dell’attività…

4) Valutare in modo preciso il contributo offerto da ogni singola unità..

Esempio:

Si consideri una filiale che ha effettuato un’unica operazione di raccolta, emettendo al tasso del

3% un certificato di deposito di 1 milione di euro a un anno e un’unica operazione di impiego a 3

anni, un finanziamento di un milione di euro a un tasso fisso del 6%.

La filiale si trova esposta al rischio di interesse, infatti se durante il primo anno si verificasse un

aumento dei tassi, sarebbe costretta una volta scaduto il CD a raccogliere nuovi fondi a

condizioni più onere, senza un aumento corrispondente del tasso attivo.

Il sistema di TIT evita che il rischio di interesse rimanga in capo alla filiale. La filiale concede un

finanziamento fittizio a un anno alla tesoreria contemporaneamente effettua un’operazione di

raccolta fittizia a tre anni presso la tesoreria. Il livello dei tassi intendi di trasferimenti, TIT, appaiati

alle due operazioni è quello dei tassi di mercato sulle rispettive scadenza (4%-5%).

Il profitto della filiale diminuisce da 30.000 a 20.000 euro. La differenza viene allocata alla tesoreria

per la gestione del rischio di interesse.

Filiale Tesoreria

impieghi impieghi depositi

depositi 1 mln € 1 mln

1 mln € 1 mln€ 3 anni 1 anno

3 anni 1 anno 5% 4%

6% 3% 10.000

1 mln€ 1 mln

1 anno 3 anni

4% 5%

Se la tesoreria volesse decidere di coprirsi totalmente al tasso di interesse dovrebbe impiegare ad

un anno al 4% ed raccogliere a 3 anni al tasso del 5%, annullando il rischio di tasso. Qualunque

sia la politica adottata dalla tesoreria e l’evoluzione futura dei tassi di interesse, alla filiale è

garantito un margine di interesse passivo pari a 20.000.

Il sistema appena visto è un sistema con un TIT multiplo, che prevede che le operazioni figurative

con la tesoreria avvenga a tassi differenziati a seconda della scadenza.

Un’alternativa è quella di prendere un TIT unico, cioè le operazioni tra filiali e tesoreria avvengono

ad un unico tasso, indipendentemente dalla loro durata. L'utilizzo di un TIT unico implica che

molte operazioni tra filiale tesoreria vengano regolate a un tasso arbitrario e diverso da quello di

mercato. Questi sistemi funzionano afflussi netti, Nella quale ogni unità operativa trasferisce alla

tesoreria unicamente lo sbilancio fra raccolta E impieghi restando responsabile di gestire una

parte del rischio di tasso, differentemente da quello che accade in un sistema flussi lordi nella

quale tutti flussi di cassa trovano riscontro in operazioni fittizie verso la tesoreria. Pagina 7

Esempio:

Filiale A Importo Scadenza Tasso

50.000 3%

Raccolta 1 anno

150.000 6%

Impieghi 3 anni

Margine d’interesse con 7500

clientela

Filiale B

Raccolta 1 anno

150.000 3%

Impieghi 3 anni

50.000 6%

Margine d’interesse con -1500

clientela

Banca

Raccolta 1 anno

200.000 3%

Impieghi 3 anni

200.000 6%

Margine d’interesse con 6000

clientela

Sistemi a TIT multipli:

Rischio e valore nelle banche I tassi interni di trasferimento

TIT unici e TIT multipli: un esempio

Importo Scadenza Tasso

Filiale A

Margine d’interesse con clientela 7.500

Impieghi a tesoreria 50.000 1 anno 4,00%

Raccolta da tesoreria 150.000 3 anni 5,00%

Margine d’interesse con tesoreria -5.500

Margine d’interesse totale 2.000 e TIT

Filiale B flussi

Margine d’interesse con clientela -1.500

Impieghi a tesoreria 150.000 1 anno 4,00% multipli

Raccolta da tesoreria 50.000 3 anni 5,00%

Margine d’interesse con tesoreria 3.500

Margine d’interesse totale 2.000 lordi

Tesoreria

Raccolta da filiali 200.000 3 anni 5,00%

Impieghi a filiali 200.000 1 anno 4,00%

Margine di interesse con filiali 2.000

Banca

Raccolta 200.000 1 anno 3%

Impieghi 200.000 3 anni 6%

Margine di interesse con clientela 6.000

Le filiali sono immunizzate e il rischio di interesse è trasferito alla tesoreria 9

© Resti e Sironi, 2008 Pagina 8

Rischio e valore nelle banche I tassi interni di trasferimento

TIT unici e TIT multipli: un esempio

Importo Scadenza Tasso • Nel caso di un TIT unico

Filiale A procedere a flussi lordi o

Margine d’interesse con clientela 7.500 netti conduce allo stesso

Impieghi a tesoreria 50.000 2 anni 4,5% risultato (proprio perché

Raccolta da tesoreria 150.000 2 anni 4,5%

Margine d’interesse con tesoreria -4.500 il tasso utilizzato per gli TIT

Margine d’interesse totale 3.000 impieghi e i

Filiale B finanziamenti fittizi è lo

Margine d’interesse con clientela -1.500 stesso).

Impieghi a tesoreria 150.000 2 anni 4,5% unici

Raccolta da tesoreria 50.000 2 anni 4,5% • Questo sistema non

Margine d’interesse con tesoreria 4.500 trasferisce

Margine d’interesse totale 3.000

Tesoreria completamente il rischio

Raccolta da filiali 200.000 2 anni 4,5% di interesse alla tesoreria:

Impieghi a filiali 200.000 2 anni 4,5% addirittura, nell’esempio,

Margine di interesse con filiali 0 la tesoreria è

Banca immunizzata mentre

Raccolta 200.000 1 anno 3%

Impieghi 200.000 3 anni 6% sono le filiali a sopportare

Margine di interesse con clientela 6.000 il rischio di interesse. 10

© Resti e Sironi, 2008

Ogni banca offre alla clientela differenti tipologie di prodotti (tasso fisso, variabile,…). Nel caso

delle operazioni a tasso fisso, il TIT viene fissato alla nascita dell’operazione e rimane costante

fino alla sua scadenza. Ad esempio se la filiale concede un mutuo decennale al tasso del 5% essa

riceve un finanziamento fittizio dalla tesoreria al tasso a 10 anni negoziato sul mercato. Se il TIT è

4%, la filiale blocca un margine di interesse di un punto percentuale che remunera i costi di

produzione del mutuo e rischio di credito. Tesoreria

Filiale Debito

Mortgage Prestito interno

interno

100.000 100.000

100.000

10 anni 10 anni

10 anni

5% 4%

4%

Nel caso di operazioni indicizzate, anche il TIT è un tasso variabile. Se concede un mutuo

decennale al tasso Euribor +1,5%, riceverà un finanziamento fittizio dalla tesoreria con la stessa

scadenza del Euribor. In questo caso la filiale blocca un margine di interesse pari a 150 punti base

e risulta cometa dal rischio di riduzione dei tassi di mercato.

Filiale Tesoreria

Mutuo Debito interno Prestito interno

100.000 100.000 100.000

tasso variabile tasso variabile Pagina 9

tasso variabile

Euribor+1,5% Euribor Euribor

Un ulteriore caso vi è quando il parametro di indicizzazione è un tasso di mercato, determinare il

TIT è semplice (come ad esempio i Libor o Euribor). I fondi sono reperibili a quel tasso nel

mercato e la tesoreria può agevolmente coprire il rischio connesso al finanziamento figurativo.

Spesso le operazioni finanziarie negoziate dalle banche incorporato delle opzioni implicite, tra cui

i casi più frequenti sono:

1) Operazioni di trasformazione da tasso fisso a tasso variabile

2) Tasso variabile soggetto ad un limite massimo o minimo

3) Tasso variabile soggetto ad un limite minimo e massimo

4) Opzione di rimborso anticipato

Vediamo cosa accade quando la banca attribuisce alla controparte la possibilità di trasformare il

tasso fisso in tasso variabile (o viceversa).

Esempio:

Prestito triennale a tasso fisso del 7%

Possibilità di trasformare, dopo il primo anno, il tasso da fisso a variabile (dal 7% a libor+s)

Data Interessi sul prestito Flussi da Interest Rate Fluessi netti finali

Swap

-7% -7%

+1 anno -7%

+ 2 anni + 7% - (Libors+s) -(Libro+s)

-7%

+ 3 anni +7% - (Libros+s) -(Libro+s)

È necessario che la filiale acquisti dalla tesoreria un'opzione identica a quella che ha venduto al

cliente. La tesoreria deciderà se coprirsi acquistando sul mercato una swaption equivalente a

quella capelluto.

Poi possiamo considerare il caso in cui il tasso variabile sia soggetto limite massimo, In questo

caso la banca finanza ambiente tasso variabile, Fissando nel contempo valore massimo e tale

tasso come si vedesse cliente un interest-rate-cap. Il cap incontrato composto da più opzioni

ognuna delle quali consente di scambiare un pagamento futuro tasso variabile una cedola fissa

parametrata a M. Valore dato dalla somma delle singole opzioni. Il cap che la filiale venne il cliente

deve essere figurativamente acquisita dalla tesoreria. Invece la banca fissa un limite minimo al

tasso variabile, questo caso finanza ambiente non passo variabile che per ridurre lo spread

richiesto concorda un valore minimo del tasso di indebitamento. Come si la banca acquistasse

dal cliente un interest-rate-florr.

Banca può determinare un limite massimo e minimo per il caso interesse variabile. In questo caso

la banca finanza cliente fissando l'immigrazione che è un limite minimo, È come se stesse

venendo al cliente un cap ed acquistando da quest'ultimo un floor. Il cliente pagherà un premio

per l'acquisto del cap riceverà un premio per la vendita del floor.

Infine possiamo avere l'opzione di rimborso anticipato, nella quale la banca attribuisce al cliente la

facoltà di rimborsare un debito prima della scadenza.

CARATTERISTICHE IDEALI DI UN SISTEMA DI TIT

1) Il sistema dovrebbe eliminare la preoccupazione per la filiale di gestire il rischio di tasso di

interesse. La filiale dovrebbe preoccuparti del margine di interesse

2) poi è importante che la banca non gestisca opzioni dei prodotti finanziari

3) Per far si che la filiale sia immune al tasso di interesse è essenziale che il sistema preveda

tassi differenziati per scadenza, TIT multipli.

4) Il sistema deve funzionare a flussi lordi

5) La sommatoria dei profitti delle singole unità operative deve coincidere con il profitto

complessivo della banca

6) In linea di principio i TIT devono essere tassi di mercato effettivamente negoziabile da parte

della tesoreria

7) In tale sistema le unità operative non devono essere in grado di effettuare arbitraggi contro la

tesoreria Pagina 10

IL RISCHIO OPERATIVO

La regolamentazione bancaria dal trattato di Basilea del 2006 afferma che per rischio operativo si

debba intendere il rischio di perdite derivanti dalla inadeguatezza e dalla disfunzione di procedure,

risorse umane e sistemi interini, oppure da eventi esogeni. I confini del rischio operativo sono

tracciati in base alla sue causa e non agli effetti: Abbiamo 4 possibili fattori di rischio:

1) Risorse umane: errori, frodi, violazioni di regole e procedure interne, incompetenza e

negligenza.

2) Inadeguatezza di procedure e controlli

3) Difetti dei sistemi informativi: Aspetti tecnologici, come guasti di hardware e software, ingressi

non autorizzati da estranei nei sistemi informatici

4) Eventi esterni: Cause esterne non direttamente controllabili dal management della banca che

determinano perdite

Per misurare il rischio operativo è necessario fare ricorso a basi di dati e tecniche d’indagine

differenti da quelle utilizzate per il rischio di interesse, di mercato e di credito.

Innanzitutto tale misura dovrebbe consentire la tempestiva rivelazione e archiviazione degli eventi

di perdita se e quando si manifestano. Poi la misura dovrebbe permette alla banca di stimare le

perdite attese dovute all’evento da traslare sulla clientela e le perdite inattese da coprire con

capitale degli azionisti. Infine dovrebbe consentire una migliore comprensione dei fattori

determinanti da cui origina.

Nella creazione di un database di perdite operative vi sono vari problemi legati al fatto che alcuni

eventi collegati al rischio operativo producono perdite difficili da quantificare: alcuni degli eventi

legati al rischio operativo sono molto rari: poi vi è scarsa affidabilità dei dati storici per la stima di

probabilità ed entità delle perdite future; ed infine le grandi banche hanno solo nel corso degli anni

90; ulteriore fatto è dovuto dal fatto che a seconda di dove mi colloco nella baca avrò differenti

rischi operativi. Un database delle perdite operative dovrebbe includere I dati sul proprietario della

perdita, in particolare ogni perdita deve essere riferita all'area di attività su cui tale perdita si è

scaricata; Inoltre dovrebbe includere i dati sui fattori di rischio a cui la perdita è riconducibile.

La gestione del rischio operativo ha due obiettivi:

- Minimizzazione dell’esposizione al rischio. Una consistente riduzione del rischio operativo

richiede investimenti in strumenti di prevenzione e di controllo. In particolare bisognerà

identificare un livello ottimale di rischio operativo al di sotto del quale il costo degli investimenti

è maggiore ai benefici legati alla riduzione del rischio.

- Creare un adeguato sistema di incentivi alla riduzione del rischio: si dovrebbe stimare e

quantitativo di capitale a rischio richiesto per coprire rischi operativi e tenerne conto nel calcolo

delle performance corrette per il rischio.

Una volta identificato il rischio la banca ha a disposizione 3 alternative:

1) Hedge: per rischi non compatibili con l'assorbimento delle perdite della banca, La

coperturarealizzata attraverso la riduzione del rischio basate tramite investimenti in risorse

umane, processi di controllo e tecnologia.

2) Insure : la possibilità di acquisire coperture assicurative è stata estesa negli ultimi anni grazie

ad innovazione di prodotto.

3) Keep: se il profilo di rischio è coerente con la capacità di assunzione di rischio della banca

può essere mantenuto in essere.

Il trasferimento del rischio a imprese di assicurazione presenta due diversi vantaggi: un primo

vantaggio legata la diversificazione del rischio per rischi differenti ed è perfettamente correlati;

inoltre trasferendo il rischio ad un'entità esterna la banca rende più stabile e propri profitti. Questo

trasferimento presenta però dei problemi innanzitutto legati al fatto che la richiesta di copertura

proviene dalle aziende più rischiose, l'assicurazione non riesce a valutare la rischiosità dei clienti

applica premi sempre più elevati che scoraggiano i clienti maggiori. Potendo anche agire

attraverso un moral hazard.

In conclusione possiamo aggiungere che sistemi di misura controllo del rischio operativo si

trovano ancora in uno stato embrionale, le principali banche internazionali hanno iniziato a

raccogliere sistematicamente i dati sulle perdite operative sono tardi anni 90. Pagina 11

REQUISITI PATRIMONIALI SUL RISCHIO OPERATIVO

L'accordo del 2004 ha introdotto requisito patrimoniale anche a fronte del rischio operativo. Il

requisito patrimoniale in questo caso copre sia le perdite attese che quelle attese.

Il requisito patrimoniale sottostante ad un determinato rischio dovrebbe essere tanto più alto,

maggiore è il rischio.

Vi sono 3 approcci per poter stimare il requisito patrimoniale:

1) Approccio all’indicatore base nella quale si guarderà la profittabilità della baca e

successivamente si stimerà il requisiti a seconda delle caratteristiche della banca

2) Approccio standardizzato

3) Approcci avanzati

Per quanto riguarda il primo approccio si andrà a prende il margine di intermediazione della banca

(misura i ricavi lordi della banca). In particolare si utilizzerà il valore medio degli ultimi 3 anni del

α

margine di intermediazione per poi moltiplicarlo per un coefficiente di rischio fissato dal

k

Comitato al 15% ottenendo così il requisito patrimoniale Ro

∑ ∑

m a x(0,MID) m a x(0,MID)

k = α = 15%

Ro N N

N= numero di anni tra gli ultimi tre in cui il MID è stato positivo

Tale approccio è utilizzato da quelle banche relativamente semplici e con poche linee di business.

In tale approccio non viene considerata la diversa rischiosità operativa delle varie attività svolte da

una banca.

Il secondo, l’approccio standardizzato è utilizzato da banche più complesse, anche se piccole a

livello internazionale, nella quale si va invece a suddividere le attività della banca in varie linee di

business, e per ognuna di questa si stima un fattore beta, che mette in luce l’esposizione al

rischio operativo di ogni business unit. Maggiore è il fatto ebeta maggiore sarà l’esposizione al

rischio. Sarà il regolatore a stabilire per ogni business unit il fattore beta. In particolare i beta

rispecchiano rapporto fra le perdite storicamente registrate dall'impresa bancaria delle diverse vie

di business per relativo margine di intermediazione. Il margine di intermediazione di una business

line può essere negativo e 1 o più anni purché risultato complessivo della banca sia positivo

altrimenti viene posto pari a zero. Quindi avrò:

Ma x β(MID,0)

k =

po 3

In base a questa formulazione alla banca richiesta una dotazione patrimoniale sufficiente a coprire

il totale delle perdite derivanti da eventi di natura diversa, rispetta la faccio base e coefficiente

beta possono essere sia inferiori che superiori ad Alfa.

Anche in questo approccio la base di calcolo è il margine di intermediazione, che assume valori

più elevati per le banche che prestano a mercati più rischiosi, a tassi più alti. In questi casi quindi

avremo un requisito patrimoniale prelevato non perché rischio operativo al maggiore, ma perché è

peggiore la qualità del portafoglio crediti ciò non è corretto perché rischio di credito non deve

interferire con la determinazione dei requisiti patrimoniali per il rischio operativo. Per ovviare a

questo problema si utilizza l’approccio standardizzato alternativo nella quale al posto di guardare

il MID per business unit o del totale delle attività della banca, si utilizzerà un MID convenzionale

stabilito sul 3,5% dei prestiti in essere negli ultimi tre anni.

Vi sono tutta una serie di condizioni affinché si possa applicare l’approccio standardizzato come

ad esempio:

- il consiglio di amministrazione ed il top management devono essere attivamente coinvolte nella

supervisione delle metodologie di gestione del rischio operativo

- Le metodologie devono essere concettualmente robuste solide

- Se la banca internazionale E utilizza l'approccio standardizzato deve investire adeguatamente e

sistemi interni di misura del rischio operativo

- Tale sistema deve essere integrato dal sistema di risk management

- L'esposizione al rischio operativo deve essere oggetto di reporting periodico Pagina 12

Per quanto riguarda infine gli approcci di misurazione avanzati, dal 2001 il comitato di Basilea

menzionava tre possibile approcci:

1) Internal measurement approach: innanzitutto la banca va a segmentare le attività in linea di

business, per poi identificare una gamma di possibili eventi rischiosi per poi infine ad ogni

incrocio tra business unit e tipologia di evento identificare l'esposizione al rischio. Siamo

quindi determinare a perdita attesa data dall'esposizione al rischio la probabilità che l'evento

rischioso si verifichi per la LGE.

2) Lo scorecard approach: in questo caso la banca determina il capitano allocato rischio

operativo e lo attribuisce alle singole abitazioni relativo

3) Loss distribution approach: tramite questo approccio la banca stima per ogni linea di business

la distribuzione del numero delle perdite e quella della LGE(loss given event)

Al fine di poter utilizzare tali approcci avanzati vi sono delle condizioni molto più stringenti rispetto

a quelle per quanto riguardava l’approccio standardizzato, infatti come:

- È sistema di risk management deve essere concettualmente robusto e implementato in modo

integro

- Deve essere garantito un utilizzo adeguato dell'approccio prescelto e inadeguata attività di

controllo e audit

- La banca deve riporre di unità indipendente di controllo di monitoraggio del rischio

- Il sistema di misura dell'interesse integrato nel processo gestione quotidiana del rischio

- È necessario un reporting periodico ogni Business unit.

- I processi di misura e gestione del rischio devono essere sottoposti a una revisione periodica

- La banca deve dimostrare che parliamo dall'interno in grado di cogliere in modo adeguato

eventi estremi

- Il sistema di misura del rischio deve essere coerente con la tipologia di eventi

- Requisito patrimoniale deve coprire perdite attese in attesa dato dalla somma dei requisiti sulle

singole business unit Pagina 13

IL RISCHIO DI LIQUIDITÀ

La diversa struttura per scadenza dell’attivo e del passivo di una banca non origina soltanto rischi

per la sua reddito o per il suo valore corrente. Il mismatch temporale tra passività a breve e attività

più a lungo termine può provocare l’impossibilità di onorare tempestivamente un volume di

richieste di rimborso inaspettate elevato delle proprie passività (corsa agli sportelli), tale situazione

è definita rischio di liquidità. Esso si divide in:

- Funding risk: il rischio che la banca non sia in grado di far fronte a deflussi di cassa attesi e

inattesi.

- Market liquidity risk: il rischio che la banca, per monetizzare una posizione in attività finanziarie,

finisca per influenze in misura significativa il prezzo, in maniera sfavorevole.

Differentemente dal rischio operativo che può portare solo a perdita per la banca, il rischio di

liquidità invece da un lato sul funding risk non necessariamente può creare una perdita monetaria,

da altro lato il market liquidity risk potrebbe portare ad una perdita economica. Il rischio di

liquidità è un rischio nella quale la normativa è ancora in evoluzione.

Il rischio di liquidità è in funzione di due principali cause: i prodotti forniti dalla banca che

potrebbero lasciare alle controporta un elevato grado di opzionabilità nel determinare i flussi di

cassa che richiedono alla banca di versare margini di garanzia che possono aumentare in maniera

inattesa; ed alcuni fattori o circostanze che potrebbero rendere più acuto il rischio di liquidità

individuali quindi specifici della banca o sistemici quindi a livello generale.

IL FUNDING RISK

Possiamo avere 3 differenti approcci per determinarlo:

1) L’approccio degli stock: dove si andrà a vedere quali sono le attività e le passività

monetizzabili in un determinato arco temporale

2) L’approccio dei flussi di cassa che conforta i flussi di cassa attesi in entrata e in uscita,

raggruppandoli in fasce di scadenza omogenee e verificando che i primi garantiscono la

copertura dei secondi.

3) L’approccio ibrido che è una combinazione dei precedenti approcci

Per quanto riguarda l’approccio degli stock, si andrà a suddividere il bilancio della banca in due

macro-categorie, nella quale dal lato dell’attivo si identificano le attività monetizzabili (AM) al netto

di un haircut che riflette una probabile minusvalenza, cioè le attività rapidamente convertibili in

contate; dall’altro abbiamo le passività volatili (PV), cioè finanziamenti a vista il cui rinnovo non è

certo. Come poste fuori dal bilancio abbiamo gli impegni ad erogare (I), poste che indicano un

impero irrevocabile della banca a erogare fondi su opzione di una controparte; e poi abbiamo le

linee di credito stabilmente disponibili (L) che sono impegni irrevocabili assunti a favore della

banca da terzi. Con tale approccio per stimare la Cash Capital Position si andranno a sottrarre le

attività monetizzabili e la passività volatili, sul totale dell’attivo: CCP = AM-PV/ tot attivo. Una

seconda derivata della CCP è quella di andare a sottrarre anche l’importo degli impegni ad

erogare: CPP = AM - PV - I /tot attivo.

Una elevata CCP indica la capacità di resistere a tensioni di liquidità.

Utilizzando l’approccio degli stock possiamo utilizzare altri indicatori oltre la CCP, come il long

term funding ratio nella quale si prende una quota di attività con scadenza superiore a n anni

finanziata con passività con scadenza ugualmente elevata.

Il problema più comune legato a tale approccio è legato al fatto che in maniera arbitraria si va a

distinguere le AM e la PV senza andare a vedere qual è la singola scadenza su ogni posizione.

Un approccio alternativo è quello dei flussi di cassa, nella quale si andrà a guardare le scadenze

contrattuali, poi una stima della banca su quando queste poste scadranno, dividendo in vari

sotto-periodi all’interno del quale si stimerà i flussi attesi in entrata e quelli in uscita.

Poi si calcoleranno i flussi netti, come differenza per ogni periodo dei flussi attesi in entrata e

quelli in uscita determinando il liquidity gap, per poi definire i flussi netti cumulati come sogni da

periodo in periodo dei flussi netti cumulati definendo il liquidity gap cumulato. Valori negativi dei

liquidity gap suggeriscono che la banca non è in grado di coprire con flussi di cassa in entrata

prevedibili fuoriuscite monetarie.

Problema legato a tale approccio è che non vi è una distinzione tra scadenza contrattuale e

scadenza stimata, che spesso non coincide necessariamente con la scadenza pattuita dalle parti.

Pagina 14

Ultimo approccio è quello ibrido nella quale sarà possibile utilizzare le attività monetizzabili in

qualsiasi momento nel calcolo, senza che si creino problemi. L’incertezza sui flussi di cassa futuri

può riguardare:

1) L’entità, cioè l’ammontare

2) Il profilo temporale

3) entrambe

Quindi ci si pone il tema su come si possa stimare queste incertezze. VI sono due grosse

modalità, nella quale una prima cerca di modellare l’incertezza andando a creare modelli basati su

portafogli di replica o più comunemente basati sulla teoria delle opzioni, che mirano a

rappresentare i possibili effetti delle opzioni implicite nei prodotti a scadenza indeterminata. L’altra

metodologia sono le prove di stress, cioè esercizi di simulazione rivolti a stimare gli effetti di uno

scenario particolarmente avverso, che possono avvenire tramite diversi approcci, come quello

storico che utilizza come base di riferimento accaduti in passato alla banca o ad altri intermediari;

statistico che utilizza informazioni storiche per ricavare una stima ragionevole degli shock

associati ad una fase di tensione sulla liquidità: e judgment-based che utilizza congetture

soggettive formulate dal top management della banca, sulla base di queste assunzioni si va a

stressate la posizione di liquidità della banca. Nella verità è abbastanza inverosimile che uno

scenario di stress comporti la variazione del profilo temporale di una sola posta, lascando

invariate le altri, quindi sarà necessario utilizzare situazioni di stresso verosimili.

Ogni banca si dotta di un piano dettato a approvato dal top management della banca e discusso

con il regolatore che permette alla banca di reagire in maniera tempestiva ad uno shock di

liquidità sia sul lato dell’attivo sia sul passivo.

IL MARKET LIQUIDITY RISK

Tale tipologia di rischio è il rischio che una banca non riesca a monetizzare una posizione in

attività finanziarie senza influenzare in misura significativa il prezzo, causa insufficiente profondità

del mercato finanziario in cui tali attività vengono scambiate.

Di fatto il rischio di liquidità così declinato è tanto più ampio, più ampia è la posizione della banca

s

C = P

(P) e quanto più piccolo è il mercato: 2

P = prezzo della posizione venduta

s = bid/ask spread.

Il rischio di liquidità può aumentare gli shock generati dall’instabilità del mercato o da temporanee

crisi di fiducia con conseguenza potenzialmente drammatiche per la stabilità degli intermediari

finanziari.

Le metodologie per misurare tale rischio sono ancora ad uno stadio ancora embrionale, anche se

con Basilea 3, sono stati introdotti due indicatori del rischio di liquidità:

1) liquidity coverage ratio: è un indicatore a breve termine su due orizzonti temporali, il primo di

una settimana ed il secondo di un mese, che guarda al cosiddetto Hight Quality Liquidit

Assets sulle uscite di cassa che ad una situazione di stress

2) Net founding ratio:

Essi sono due indicatori che saranno obbligatori dal 01/01/18 Pagina 15

L’ACCORDO SUL CAPITALE DEL 1988: BASILEA I

Basilea nasce dall’esigenza di sviluppare un set di regole comunitarie, in modo tale che le singole

banche europee che operano a livello internazionale, siano regolamentate anche a livello

comunitario.

Il Capitale è l’ammontare che il regolatore riconosce per far fronte ad eventuali perdite che

possono derivare da impatti negativi sul Margine di interesse, oppure legate ai crediti. Queste

perdite negli ultimi hanno hanno determinato una forte riduzione del Capitale delle Banche che

sono dovute ricorrere dagli investitori istituzionali.

Possiamo avere differenti definizioni di Capitale:

1) Capitale regolamentare: il complesso degli strumenti patrimoniali computabili ai fini

della vigilanza (tier 1,2,3), utilizzabile per far fronte alle perdite

2) Capitale contabile: capitale misurato sulla base dei principi contabili validi per la redazione del

bilancio (tier 1 capital calcolato alla luce dei principi contabili)

3) Capitale a valore corrente: differenza tra il valore corrente delle attività della banca e il valore

corrente delle sue passività verso terzi

4) Capitalizzazione di mercato: valore di mercato di un’azione moltiplicato per il numero di azioni

emesse

5) Capitale economico: quantità di capitale necessaria per fronteggiare ragionevolmente i rischi

in essere presso la banca

In linea teorica il Capitale dovrebbe far fronte a due quantità:

1) expected los

2) un-expected los

Quando si guarda il Capitale della banca è importante osservare il suo livello e la sua qualità.

L’accordo del 1988 è stato recepito dalle autorità nazionali di oltre 100 paesi, inclusa l’UE.

Originariamente era obbligatorio solo per la banche internazionali, molte autorità nazionali lo rese

obbligatorio per tutte le istituzione creditizie. Con l’accordo si vuole arrestare la riduzione del

grado di patrimonializzazione delle banche.

Secondo l’accordo del 1988 alle attività a rischio venivano assegnate le seguenti ponderazioni:

0% per la cassa e i crediti verso l’UE e verso governi e Banche centrali dei paesi OCSE

20% per i crediti verso le banche e pubblica amministrazione dei paesi OCSE

50% per i mutui ipotecari connessi per l’acquisto di immobili residenziali

100% per le attività verso il settore privato e verso gli altri soggetti dei paesi non OCSE, la

partecipazioni, gli investimenti in prestiti subordinati e in strumenti ibridi di patrimonalizzaizone

non dedotti dal patrimonio di vigilanza.

Le banche in particolare dovevano rispettare un rapporto minimo del 8% tra il patrimonio di

vigilanza e le attività ponderate per il rischio:

RC ≥ 8%

∑ A w

i i

Il patrimonio di vigilanza RC, è suddiviso in due componenti:

1) Patrimonio di base, tier 1 capital: poste più pregiate ad elevata capacità di proteggere i terzi

dalle perdite.

2) Patrimonio supplementare tier 2 capital: composto da fondi e riserve e dai prestiti subordinati,

cioè quei prestiti che sono subordinati a investitori senior Pagina 16

Rischio e valore nelle banche L’accordo sul capitale del 1988

Il Patrimonio di vigilanza Principali componenti del patrimonio di

vigilanza

(a) Upper Tier 1:

- Capitale versato / azioni ordinarie

- Riserve palesi (es. sovrapprezzo azioni o utili non distribuiti)

(b) Lower Tier 1:

- Strumenti innovativi di capitale (non oltre il 15% del tier 1)

(c) = (a)+(b) Patrimonio di base o tier 1 (almeno il 4% delle attività ponderate)

(d) Upper Tier 2:

- Riserve occulte

- Riserve di rivalutazione

- Accantonamenti a fondi generali per rischi su crediti

- Strumenti ibridi di patrimonializzazione

(e) Lower Tier 2:

- Prestiti subordinati ordinari (non oltre il 50% del tier 1)

(f) = (d)+(e) Patrimonio supplementare o tier 2 (non oltre il patrimonio di base)

(g) Deduzioni:

- Avviamento (dedotto da tier 1)

- Investimenti in banche e simili non consolidati (dedotti da patrimonio totale)

(c)+(f)-(g) = Patrimonio di vigilanza (almeno l’8% delle attività ponderate)

(h) Tier 3 (valido solo per i rischi di mercato):

- Prestiti subordinati a breve scadenza (non oltre il 250% del tier 1 per i rischi di mercato)

Fonte: (Basel Committee on Banking Supervision 1988) e successive modifiche 12

© Resti e Sironi, 2008 Confidential

Le attività incluse nella determinazione del coefficiente patrimoniale sono sia quelle sopra la linea

(in bilancio) che sotto la linea (fuori dal bilancio) come i crediti di firma, i contratti a termini e gli

altri derivati. Le poste fuori bilancio vengono considerate per un ammontare pari al loro

equivalente creditizio: per i crediti di firma si ottiene moltiplicando il valore nominale per un fattore

di conversione, per i derivati è dato dalla differenza tra prezzo contrattuale e prezzo di mercato e

la funzione della sensibilità dell’esposizione al prezzo di mercato e della volatilità di quest’ultimo.

Uno dei limiti di Basilea I, era quello che si concentrava solo sul rischio di credito, ignorando gli

altri rischi. Inoltre andava a semplificare in maniera eccessiva i coefficienti di rischio. Inoltre vi era

un limitato riconoscimento del legame tra scadenza e rischio di credito. Poi vi era un mancato

riconoscimento della diversificazione di portafoglio e degli studenti di risk mitigation (garanzie o

derivati creditizi). Pagina 17

BASILEA II

Basilea II entrò in vigore nel 2004, anche se è stato un percosso che è iniziato nel 1999. Essa si

basa su tre pilastri:

1) Pilar 1: esso detta nuove regole di calcolo dei requisiti patrimoniali, ritenuti troppo semplicistici

quelli di Basilea I

2) Pilar 2: riguarda le regole sulla supervisione sulle banche per assicurare che ogni banca adotti

sistemi di misura e di controllo dei rischi e per valutare l’adeguatezza dei requisiti patrimoniali

3) Pilar 3: contiene le regole sul rafforzamento della disciplina esercitata dal mercato dei capitali

(maggior informazione sul capitale che le banche detengono)

PRIMO PILASTRO

Per il calcolo del primo pilastro vengono considerati: il rischio di credito, il rischio di mercato e il

rischio operativo. Per il calcolo del rischio operativo è possibile utilizzare due approcci:

1) approccio standard nella quale la rischiosità degli emittenti è valutata da istituzioni esterne

2) approccio basato sui rating interni

Consideriamo inizialmente l’approccio standard.

Uno dei problemi principali di Basilea I, era quello che combinava una serie di creditori in una sola

categoria, quindi il requisito patrimoniale rimaneva sempre uguale. Con Basilea II viene inserito il

cosiddetto merito creditizio, tramite l’utilizzo di una matrice, in cui da un lato abbiamo le

controparti della Banca, dall’altro abbiamo il rating, in modo tale da capire la capacità della banca

di riprendere valore qualora il credito entri in sofferenza. Dalla matrice è possibile che tanto

migliore è il rating tanto minore sarà il coefficiente di patrimonio di competenza. Esempio:

Società Rating Coeff Ammonta Attività Capitale Tasso MI RoIC

re ponderat (8% x AP/

a per il RWA)

rischio /

RWA

Società A AA+ 20% 1.000.000 200.000 16.000 5% 40.000 83,5%

Società B BBB 100% 1.000.000 1.000.000 80.000 4% 30.000 50,0%

Società C B 1.5000.00

150% 1.000.000 120.000 3% 50.000 41,7%

0

Per quanto riguarda i crediti retail non hanno rating, ma vista la diversificazione ottengono una

ponderazione del 75%, ma nel caso di ipoteca sulla prima abitazione il coefficiente si riduce al

35%.

Tramite tale approccio è possibile ridurre il capitale in presenza di garanzie reali, calcolato o con

l’approccio semplificato, nella quale si applica ad un preciso elenco di garanzie reali di tipo

finanziario; alternativamente abbiamo l’approccio integrale che viene applicato per tutte le azioni

quotate. Con il metodo semplificato, la porzione di esposizione coperta da una garanzia reale

viene ponderata con il coefficiente di garanzia. Invece, Nessun requisito patrimoniale è richiesto

sulla porzione coperta dalla garanzia, Il valore della garanzia deve essere ridotto da un haicut che

riflette rischio di mercato delle garanzie. Gli haircut sono stati stimati dal comitato, e sono più

severi per azioni e obbligazioni con elevata duration.

Inoltre vengono considerate le garanzie personali, calcolate tramite strumenti di attuazione del

rischio.

Secondo modello per calcolare il Capitale per fronteggiare il rischio di credito è il modello basato

sui rating interni, introdotto da Basilea II che identifica 6 fattori di rischio che saranno gli input per

poterlo utilizzare:

1) Probabilità di Default: calcolato su un orizzonte temporale di 12 mesi. L’insolvenza può essere

definita come soggettiva, nella quale la banca ritiene improbabile che un debitore sia

adempiente, poi abbiamo una condizione oggettiva nella quale la controparte è in ritardo di

più di 90 giorni su lamento una delle sue obbligazioni.

2) Perdita attesa in caso di insolvenza del soggetto debitore: viene calcolato tenendo conto del

tempo di recupero, sia del valore finanziario del tempo.

3) Esposizione della banca nei confronti del soggetto insolvente: viene calcolata venendo conto

dei margini disponibili su linee di credito per cassa e per firma Pagina 18

4) Vita residua o maturity (M), del credito: calcolata come duration

5) Granularità, che riguarda la tendenza a erogare pochi-grandi, o piccoli-tanti crediti: fissata a

priori

6) Correlazione che è la tendenza dei diversi debitori a fallire insieme: fissata a priori

Di fatto le prime 4 voci sono relativi al singolo debitore, mentre le altre due sono relativi all’intero

portafoglio.

Il regolatore da due possibilità di approcci:

- Approccio di base si stima con metodologie interne soltanto al PD dei debitori, si usano valori

prefissati dalle autorità per LGD, EAD e Maturity

- Approccio avanzato: si misurano con metodologie proprie per tutti i quattro profili di rischio

Per entrambi gli approcci Granularità e Correlazione sono determinati dall’Autorità.

I procedimenti di stima del rischio devono differenziare adeguatamente tra livelli di rischi diversi: la

rischiosità di un cliente deve essere tenuta distinta da quella dei singoli prestiti che gli sono stati

erogati, mentre per quanto riguarda la probabilità di default dei clienti vanno documentate le

principali caratteristiche dei sistemi di misurazione come le varie classi di merito della scala di

rating. Non viene specificato dall'accordo come deve essere costruito il sistema di rating della

probabilità di default.

Per la stima della probabilità di defaul in particolare un debitore insolvente se ricorra almeno a una

fra due condizioni:

- condizione soggettiva, Nella quale la banca ritiene improbabile che il debitore adempia

impiegare su obbligazioni

- Condizione oggettiva della quale racconto parte ritardo da più di 90 giorni sono in una delle sue

obbligazioni

Per quanto riguarda la stima il tasso unitario di perdita in caso di insolvenza E dell'esposizione

della banca al momento dell'insolvenza bisogna distinguere sabato sta utilizzando un approccio

standard un approccio avanzato.

Mediante l'approccio standard per la stima del LGD verranno imputati e 45% delle esportazioni

non subordinate e non garantite, 75% per i prestiti subordinati garanzie reali. La LGD può essere

ridotta fino a 0% se l'esposizione coperta da garanzia a meno del haircut.

Invece della stima EAD tramite approccio standard vengono imputati 100% delle posizione

corrente, il 75% di eventuali margini disponibile su linee di credito non prontamente revocabili. La

Maturity viene fissata convenzionalmente a 2,5 anni per tutti crediti.

Le banche invece stanno utilizzando l'approccio avanzato la LGD e EAD possono essere stimate

internamente sei modelli utilizzati sono solidi sul piano concettuale e coerenti con l'esperienza

passata. Mentre per la Maturità utilizza la formula della duration con tasso di interesse zero

troncando risultato cinque anni.

SECONDO PILASTRO

Il primo pilastro non modella la concentrazione e la correlazione tra crediti, non copre alcuni rischi

e la sua efficacia dipende dalle soluzioni organizzative menzionato.

Secondo pilastro ruota attorno quattro principi:

1) le banche devono disporre di un sistema di processi e tecniche per determinare mantenere

l'adeguatezza patrimoniale complessiva in rapporto a rischio

2) Le autorità di vigilanza devono valutare processi, tecniche e strategie adottate dalle banche

3) Le autorità di vigilanza si attendono che le banche operino con un patrimonio superiore ai

coefficienti minimi

4) Le autorità di vigilanza devono intervenire tempestivamente per evitare che il capitale scenda

al sotto del minimo

Si crea quindi un nuovo ruolo per le autorità di vigilanza, In particolare riguardo al rischio di tasso

le autorità di vigilanza si concentrano soprattutto sulle cosiddette banche anomale chiama potere

di imporre a livello nazionale un requisito minimo obbligatorio; quanto riguarda l'effetto del ciclo

sul rischio le banche condividono con le autorità e risultati degli stress test.

Quindi secondo pilastro indica*Cui è esposta la banca dipende anche da aspetti qualitativi come

l'assetto organizzativo, la qualità dei processi di controllo e di management Pagina 19

TERZO PILASTRO

I requisiti patrimoniali delle banche sono necessari perché le banche sono imprese speciali, Infatti

presentano un elevato grado di opacità, sono finanziate da soggetti incapaci di valutare

adeguatamente il rischio che svolgono un rilevante nel sistema economico. In particolare vengono

imposti severi criteri di trasparenza. Le istituzioni finanziarie devono diffondere sono informazioni

rilevanti, Come:

- l'entità e la composizione del patrimonio e degli attivi a rischio

- Distribuzione delle esportazioni creditizie tra le diverse fasce the probabilità di default e il tasso

di default registrato su ogni classe di rating

- Sistemi di misura controllo del rischio adottati

- Pratiche contabili adottate

- Criteri di allocazione del capitale all'interno della banca

Il management della banca deve perseguire l'obiettivo di massimizzazione del valore per i propri

azionisti, quindi deve fare l'interesse dei propri azionisti.

PREGI E LIMITI DI BASILEA II

Basilea due innanzitutto rende maggiormente flessibile e sensibile a rischio esisteva di coefficienti

patrimoniali previsti a fronte del rischio di credito rispetto all'accordo precedente. Inoltre la riforma

riconosce vantaggi in termini di diversificazione del rischio, nei portafogli costituiti da esposizioni

al dettaglio verso individui famiglie e piccole imprese. Inoltre Basilea due non si limita a riformare

requisiti patrimoniali ma estende il ruolo e compiti dell'autorità di vigilanza e del mercato.

L'approccio evolutivo materia diritti di credito rappresenta un ulteriore pregio di questo accordo.

Inoltre mette l'enfasi agli aspetti di natura organizzativa operativa. Nuovo accordo aiutare banche

a sviluppare i propri sistemi di rating in modo consono alle best practice internazionale,

Ponendole al riparo di possibile errore di ingenuità.

Presenta però anche dei limiti, innanzitutto riguardante il fatto che le ponderazione per il rischio

previste per le diverse fasce di rating e l'approccio standard sono relativamente poco

differenziate. Inoltre la concentrazione la correlazione fra prenditori è misurata dal sistema di

rating interni in modo troppo rigido e irrealistico. Infine per quanto riguardala disciplina di mercato,

La riforma affronta il problema della trasparenza ma non affronta i problemi legati agli incentivi.

BASILEA III

Tra il 2007 e il 2008 in America scoppia una profonda crisi finanziaria che ha investito il sistema

bancario internazionale, conducendo al fallimento di alcune importanti istituzioni finanziarie e

costringendo le Banche Centrali a iniettare un volume elevato di liquidità nel sistema finanziario.

Basilea II è entrato in vigore solo dal gennaio 2008 nella maggioranza dei paesi economicamente

sviluppati.

A fronte dei punti deboli di Basilea 2 e delle critiche di numerosi osservatori, il Comitato di Basilea

ha avviato un ampio processo di riforma che è sfociato, nel 2009-2010, in alcune importanti

proposte di modifica note come “Basilea 3.

Tra le cause di tale crisi osserviamo:

1) Tassi di interesse alle imprese estremamente ridotti, favoriti da politiche monetarie espansive,

da basse aspettative di inflazioni e da una limitata percezione del rischio di default.

2) Crescita economica relativamente sostenuta, in particolar modo per le economie asiatiche

3) Tassi di insolvenza ai minimi storici

4) Spread creditizi, cioè differenziali fra i tassi sui prestiti e quelli su investimenti privi di rischi, a

livelli molto ridotti

Quello che successe nel 2007-2008 fu da precursore per la formazione di nuovi interventi dei

Regolatori, che portò alla creazione di Basilea III, per aggiornare la normativa relativamente al

capitale e nasce l’esigenza di:

- aumentare il capitale

- migliorare la qualità del capitale ( e quindi non solo innalzarlo)

In Comitato di Basilea parte andando a considerare i problemi che erano emersi durante la crisi

del 2008, che misero in luce i punti deboli di Basilea II:

1) Aumento spropositato del leverage

2) Bassa qualità del capitale

3) Liquidità insufficiente

4) Trading and credito losses Pagina 20


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