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INDICE

SISTEMI ECONOMICI

- FRONTIERA DELLE POSSIBILITÀ PRODUTTIVE

TEORIA DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA

- DOMANDA E OFFERTA

- DOMANDA E CURVA DI DOMANDA

- CURVA DI OFFERTA

- EQULIBRIO NEL MERCATO CONCORRENZIALE

- FALLIMENTO DI MERCATO DA ESTERNALITÀ

TEORIA DELLA PRODUZIONE E DEI COSTI DI PRODUZIONE

- TEORIA DELLA PRODUZIONE

- PRODUTTIVITÀ

- LEGGE DEI RENDIMENTI DECRESCENTI

- RENDIMENTI DI SCALA

PRODUZIONE CON DUE INPUT VARIABILI

- USO OTTIMALE DELLE RISORSE

- TEORIA DEI COSTI DI PRODUZIONE

- MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO: CONCORRENZA PERFETTA

IL SISTEMA AGROALIMENTARE

- SETTORE PRIMARIO

- AGRICOLTURA A DUE VELOCITÀ

- INDUSTRIA ALIMENTARE

- DISTRIBUZIONE

- CONSUMI

- ORGANIZZAZIONE DEL SISTEMA ALIMENTARE

- INTEGRAZIONE

COOPERATIVE AGROALIMENTARI

- COOPERATIVA COME TIPO DI INTEGRAZIONE

- COOEPRATIVE AGRICOLE

- ELEMENTI DEL BILANCIO DELLE COOPERATIVE AGRICOLE

- PRINCIPIO DELLA PREVALENZA

- PECULIARITÀ DEL BILANCIO DELLA COOEPRATIVA AGRICOLA

- LE COOPERATIVE NEL SETTORE ALIMENTARE ITALIANO

- LOCALIZZAZIONE DELLA COOPERAZIONE IN ITALIA

- COOPERATIVE AGROALIMENTARI DI NUOVA GENERAZIONE

- PERDITA DEI PRINCIPI COOPERATIVI

ORGANIZZAZIONI DI PRODUTTORI

- PROGRAMMA OPERATIVO

- INTESE DI FILIERA

- I CONTRATTI QUADRO

SISTEMA DI QUALITÀ DELL’AGROALIMENTARE

- QUALITÀ DI UN PRODOTTO ALIMENTARE

- QUALITÀ E CONTESTO INFORMATIVO

- AZZARDO MORALE

- REGOLAMENTAZIONE DELLA QUALITÀ

- REGOLAMENTAZIONE PUBBLICA

- CERTIFICAZIONE VOLONTARIA

- COME OPERA LA CERTIFICAZIONE VOLONTARIA?

- CERTIFICAZIONE AMBIENTALE

ECONOMIA E MERCATO DEI PRODOTTI TIPICI

- ECONOMIA DELL’INFORMAZIONE E REPUTAZIONE

- PRODOTTO ALIMENTARE TRADIZIONALE

- CARATTERI DEL PRODOTTO TIPICO

- DOP/IGP/STG

- STG

- DOP e IGP

- VINO DOC, DOCG, IGT, ora DOP, IGP

- ELEMENTI FONDAMENTALI DELLA NORMATIVA COMUNITARIA IN TEMA DOP e IGP

- CIRCOLO VIRTUOSO DI VALORIZZAZIONE DEL PRODOTTO TIPICO

- DISTRETTO

POLITICHE AGRICOLE E DI SVILUPPO RURALE

- OBIETTIVI DELLA P.A.C (POLITICA AGRICOLA COMUNE)

- O.C.M

- PMG COME SOSTEGNO ACCOPPIATO

- AGENDA 2000 (1999)

- I° e II° PILASTRO DELLA PAC

- REVISIONE DI MEDIO TERMINE (MTR - Mid Term Review) - RIFORMA FISHER

- PAGAMENTI DIRETTI DELLA NUOVA PAC

- MULTIFUNZIONALITÀ DELL’AGRICOLTURA

- RIFORMA MAC SHARRY DELLA PAC (1992)

- SVILUPPO RURALE

- POLITICHE PER LO SVILUPPO RURALE

- PSR DELL’EMILIA ROMAGNA

ECONOMIA E POLITICA DELLA SICUREZZA ALIMENTARE

- SICUREZZA ALIMENTARE

- ECONOMIA DELLA SICUREZZA ALIMENTARE

- POLITICA DELLA SICUREZZA ALIMENTARE

- POLITICHE PER LA SICUREZZA ALIMENTARE

- GENERAL FOOD LAW - REG. CE N. 178/02

- AUTORITÀ EUROPEA DI SICUREZZA ALIMENTARE - EFSA

- RASFF - SISTEMA DI ALLARME RAPIDO

- RINTRACCIABILITÀ

- NORMATIVA UE - PACCHETTO IGIENE

SISTEMI ECONOMICI

Con sistema economico si intende una rete di interdipendenza e interconnessione tra operatori economici che

svolgono attività di produzione, consumo, scambio, lavoro, risparmio e investimento. Tre sono i problemi

economici riscontrabili all’interno del sistema:

- Cosa produrre: in termini di quantità e qualità.

- Come produrre: scelte tecnologiche e divisone corretta del lavoro.

- Per chi produrre: distribuzione.

Tutte le società sono organizzate secondo sistemi economici diversi fra loro e l’economia studia i

meccanismi con cui questi gestiscono le risorse scarse. Secondo vari autori esistono tre tipologie di sistemi di

mercato:

- Economie di mercato: (A. Smith) gli individui e le imprese private prendono le decisioni sulla

produzione e sul consumo. I primi si occupano del consumo in base alle proprie esigenze, mentre i

secondi producono beni cercando di ottenere il massimo profitto ai minimi costi. Il sistema si basa

sui prezzi, sul mercato, sui profitti e sulle perdite. Lo Stato ha solo il compito di mantenere l’ordine

pubblico e garantire la sicurezza dei cittadini (non interviene nel sistema economico).

- Economie pianificate: (società marxiste) un organismo governativo pianifica il metodo di gestione

delle risorse e prende decisioni relative alla produzione e distribuzione del mercato e di una autorità

pubblica con piani a breve-media durata che regolano l’impiego delle risorse per ottenere obiettivi

macroeconomici. Lo stato possiede gran parte dei mezzi di produzione, è il padrone delle imprese e

dirige la produzione molte volte gestendo direttamente la domanda di beni.

- Economie miste: non esistono le due precedenti in purezza. Presenta elementi dell’economia di

mercato (Friedman - mercati e prezzi sono i mezzi migliori per gestire il sistema economico,

intervento dello Stato minimo) e di quella pianificata (Keynes - regole di intervento dello Stato per

correggere i fallimenti di mercato).

POSSIBILITÀ TECNOLOGICHE

Nel sistema economico si usa la tecnologia per combinare gli input per generare output.

- Input: sono i fattori della produzione ovvero i beni/servizi utilizzati nei processi produttivi. Sono il

lavoro (L-manodopera), la terra (T-risorse naturali), il capitale (K-finanziario e beni durevoli).

- Output: beni/servizi utili ottenuto dai processi produttivi che possono essere consumati (prodotti

finiti) oppure reimpiegati in altre produzioni (semilavorati).

MERCATO

Luogo astratto in cui si incontrano domanda e offerta oppure meccanismo che permette l’incontro e

l’interazione tra venditori e compratori per creare un prezzo e una quantità di un bene o di un servizio.

- Beni privati: contrapposti ai pubblici, sono quelli che si scambiano nel mercato.

Sono rivali nel consumo cioè il loro utilizzo da parte di un individuo ne preclude l’utilizzo

o da parte di un altro.

Sono esclusivi cioè solo alcuni possono averli.

o Hanno acquirenti e venditori che interagiscono per creare una quantità da scambiare e un

o prezzo.

- Beni pubblici: non posseggono questi caratteri e sono disponibili in quantità illimitata.

CONDIZIONI DI UN MERCATO

- Scambi volontari (il concetto di mercato obbligatorio è una contraddizione).

- Impersonalità delle relazioni (non servono rapporti personali).

- Libertà di perseguire i propri interessi (del singolo o dell’azienda).

- I beni scambiati sono privati, esclusivi e rivali.

- Si considerano le preferenze degli individui.

- Il prezzo è lo strumento che coordina le decisioni dei produttori/consumatori, permette di influenzare

la domanda. È il valore monetario di un bene/servizio.

L’equilibrio di mercato si ha quando la domanda è uguale all’offerta e il prezzo di equilibrio è quello che

soddisfa sia venditori che acquirenti.

FORME DI MERCATO

- Monopolio: concerne un unico venditore che offre un prodotto senza sostituenti stretti oppure che

opera in ambito protetto (monopolio fiscale). Fissa il prezzo in modo volontario (Price maker) e

causa la perdita di benessere del consumatore. La presenza di un monopolio causa una situazione di

concorrenza monopolistica.

- Oligopolio: dominio di pochi grandi venditori con prodotti differenziati e la possibilità di essere

price makers. Domina l’offerta, può avere caratteri competitivi (se non ci sono barriere all’entrata)

oppure creare un cartello cioè un accordo tra i produttori di un bene per eliminare la concorrenza

(vietato).

- Duopolio: oligopolio con 2 venditori.

- Monopsonio: simile al monopolio. Azienda che acquista tutta una produzione di tante piccole

aziende. Se esiste questo tipo di forma più il monopolio allora si parla di monopolio blaterale.

- Oligopsonio: simile all’oligopolio. Pochi venditori che comprano la produzione.

MERCATO DI CONCORRENZA PERFETTA

Al contrario del monopolio e dei sistemi simili, questo tipo di mercato possiede altre caratteristiche.

- Elevato numero di venditori e compratori.

- Tutti i soggetti sono price taker; subiscono il prezzo di mercato e non possono cambiarlo.

- I beni sono standardizzati e sostituibili tra loro.

- Tecnologia comune ai produttori.

- Trasparenza di informazioni tra gli acquirenti e i venditori.

- Assenza di barriere in entrata ed in uscita.

- Nel lungo periodo i margini di profitto sono nulli.

SCHEMA DI FLUSSO DI UN’ECONOMIA DI MERCATO

FALLIMENTO DEL MERCATO CONCORRENZIALE

Si ha un fallimento quando i mercati operano in modo inefficiente o contrario all’interesse del pubblico. La

soluzione migliore sarebbe lasciare liberi i mercati in modo che ritornino a fare il bene pubblico.

Cause:

- Mercato lavora in modo non concorrenziale (monopolio).

- Informazione non trasparente che causa asimmetria informativa.

- Eccesso di disuguaglianza dei redditi, cioè una distribuzione della ricchezza non equa e non

accettabile (povertà e sottosviluppo). In questo caso bisognerebbe ricorrere o

all’autoregolamentazione dei mercati (visione neoclassica - Fredman) o ad un intervento esterno

(Keynes).

- Equità: concetto che si distingue secondo il criterio delle capacità cioè l’uguaglianza dei punti di

partenza, oppure del bisogno come uguaglianza dei risultati. La distribuzione del reddito è un

indicatore dell’equità.

- Esternalità: si tratta di costi (negativo) o benefici (positivo) generati da imprese nei confronti di

terzi al di fuori delle relazioni di mercato senza che vi sia una compensazione o un corrispettivo per

il danno o vantaggio subito. L’inquinamento è un esempio di esternalità negativa perché genera dei

costi sulla società (terzo indipendente).

FRONTIERA DELLE POSSIBILITÀ PRODUTTIVE

La FPP indica la quantità massima di produzione ottenibile da un sistema economico data la tecnologia

disponibile una quantità di input a disposizione.

Lo spostamento da un punto all’altro della frontiera avviene traferendo i fattori produttivi da un utilizzo

all’altro.

Trade off: uso alternativo delle risorse. Conflitto che si crea per via dell’utilizzo delle risorse per uno scopo

invece che per un altro.

Lungo la FPP ci sono tutte le combinazioni input possibili per ottenere la quantità di output che vogliamo,

data una certa tecnologia e la quantità di input disponibile.

EFFICIENZA e EFFICIENZA PRODUTTIVA

Assenza di sprechi, miglior utilizzo possibile delle risorse economiche al fine di soddisfare i bisogni.

L’efficienza produttiva si ottiene quando un sistema economico non può aumentare la produzione, a meno

che non aumentino gli input o si modifichi la tecnologia. Nel grafico il punto c indica un settore di non

efficienza.

Un sistema economico efficiente di trova sulla FPP. I punti dentro sono in una situazione di inefficienza (ci

sono risorse inutilizzate - alto tasso di disoccupazione). I punti fuori dalla FPP sono impossibili da

raggiungere a meno che non aumentino gli input o cambi la tecnologia: in questo caso la curva si sposta a

destra.

Efficienza allocativa: allocazione di risorse è efficiente quando non si può aumentare il benessere di un

individuo sena diminuire quello di un altro.

APPLICAZIONE DELLA FPP

Si usa per considerare l’effetto sul sistema economico (per esempio) dell’introduzione di una nuova

tecnologia. In questo caso si avrebbe uno spostamento della FPP verso destra.

TEORIA DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA

DOMANDA E OFFERTA

Il prezzo esprime la scarsità di un bene, dà incentivi o disincentivi alla produzione. Nell’ambito della

concorrenza perfetta permette di influenzare la domanda e l’offerta le cui variazioni portano al cambiamento

dei prezzi (price takers).

DOMANDA E CURVA DI DOMANDA

Quantità di un bene che si vuole acquistare ad un determinato prezzo dati gli altri elementi che influiscono

sulla domanda come costanti. Dato un prezzo la domanda è la quantità richiesta di un bene. La relazione

prezzo/domanda è rappresentata dalla curva di domanda.

Dx = f(g, Px, k, m, R, Py) elementi che influenzano la domanda

- g: gusto

- Px: qualità.

- R: reddito.

- Py: prezzo beni sostitutivi.

- m: grandezza del mercato.

- k: qualità

- Px: prezzo. Di solito si usa come unica variabile e gli altri vengono lasciati costanti.

Pendenza negativa: esiste una relazione inversa

tra il prezzo di acquisto di un bene e la sua

quantità richiesta a causa di due motivi:

- Effetto di sostituzione: se il prezzo

aumenta, il bene viene sostituito quindi la

domanda cala.

- Effetto di reddito: se il prezzo aumenta,

la capacità di spesa diminuisce.

In poche parole se il prezzo di un bene aumenta il

consumatore sarà meno propenso ad acquistare

quel bene. Secondo l’economia di mercato, la

quantità (q) di un bene dipende dal suo prezzo:

più è alto, meno saranno le unità che i

consumatori desiderano acquistare, minore è il

prezzo maggiore saranno le unità acquistate.

DOMANDA INDIVIDUALE E DI MERCATO

La domanda di mercato è la risultante della somma delle domande di tutti gli individui (ad ogni livello di

prezzo).

SPOSTAMENTO DELLA CURVA

Quando le circostanze che si mantengono costanti per la definizione del

prezzo/quantità variano, la curva di domanda si può spostare o verso destra o

verso sinistra.

La curva si può spostare verso destra ad esempio a causa dell’aumento di

prezzo di un bene sostitutivo. In questo caso i consumatori saranno più

propensi ad acquistare una quantità maggiore di questo bene allo stesso

prezzo.

La curva si può spostare verso sinistra ad esempio a causa di un calo del reddito

generale della popolazione. Allo stesso prezzo, la popolazione si vedrà costretta a

comprare una quantità minore di prodotto o spostarsi su un bene sostitutivo più

economico.

ESEMPI DI SPOSTAMENTO DELLA CURVA

- Aumento del reddito medio: verso destra

- Variazione pressi degli altri beni.

- Cambiamenti nella popolazione.

- Cambiamento influenze particolari.

SPOSTAMENTO LUNGO AL CURVA DI DOMANDA

Si verifica nel caso in cui il prezzo del bene diminuisca. In questo caso

la curva non cambia, ma cambia solo il prezzo e di conseguenza la

quantità richiesta.

CURVA DI OFFERTA

Esprime la quantità che si desidera offrire ad un determinato prezzo (presi come costanti gli altri elementi

che influenzano l’offerta).

Ox = f(Px, t, c, man, conc, clima, policy, Py) fattori che influenzano l’offerta

- Px: prezzo.

- t: tecnologia.

- c: costi di produzione.

- Man: manager.

- Policy: politiche

- Py: prezzo beni delle altre aziende. Pendenza positiva: relazione diretta tra prezzo e

quantità offerta. Se il prezzo del bene sul mercato

aumenta, le aziende sono invogliate a produrre di più

quindi la quantità offerta aumenterà: inoltre molte altre

aziende entreranno nel mercato spinte da questa

tendenza.

OFFERTA INDIVIDUALE E DI MERCATO

Offerta di mercato è la risultate della somma

dell’offerta di tutte le imprese.

SPOSTAMENTO DELLA CURVA

Anche in questo caso se cambiano i fattori che mantenevano costante l’offerta, la curva potrà spostarsi verso

destra o verso sinistra.

Se si sposta verso sinistra, significa che l’offerta si è ridotta ad esempio

perché sono aumentati i costi di produzione di quel bene.

Se si sposta verso destra, significa che l’offerta è aumentata ad esempio

perché sono diminuiti i costi dei fattori produttivi o perché c’è stata

l’introduzione di una nuova tecnologia in azienda.

SPOSTAMENTOLUNGO LA CURVA

Nel caso in cui il prezzo per la vendita di un bene diminuisse,

anche la quantità prodotta diminuirebbe. Questo non comporta

una modifica della curva, ma solo uno spostamento su di essa.

EQULIBRIO NEL MERCATO

CONCORRENZIALE

Nel mercato concorrenziale D e O interagiscono al fine di produrre un prezzo e una quantità di equilibrio in

modo da creare una situazione di equilibrio. L’incontro delle curve di

domanda e di offerta determina l’equilibrio di mercato con un prezzo di

equilibrio.

P è il prezzo di equilibrio mentre Q è la quantità di equilibrio. Al prezzo

e e

di equilibrio la quantità che in consumatori desiderano acquistare è pari

alla quantità di beni che i produttori vogliono vendere.

In equilibrio, acquirenti e venditori non hanno stimoli a cambiare la

situazione. Una situazione di squilibrio in cui c’è una eccesso di O o di D,

il mercato di concorrenza perfetta agisce con delle forze in modo da

riportare la situazione in equilibrio.

ORIENTARE IL MERCATO VERSO IL PUNTO DI EQUILIBRIO

Tramite aggiustamenti del prezzo è possibile ritornare alla situazione di equilibrio. Il prezzo può essere sia

abbassato che alzato.

EFFETTI DI UNA VARIAZIONE DI DOMANDA

A parità di offerta, una aumento di domanda causata ad esempio

dall’aumento del reddito dei consumatori, genera un aumento del

prezzo e un aumento della quantità offerta. Questa situazione causa

inizialmente un eccesso di domanda.

- Caso BSE: morbo della

mucca pazza. La domanda

di carne bovina precipita e

questo causa la

diminuzione del prezzo e

la diminuzione

dell’offerta. Inizialmente si osserva un eccesso di offerta, ma con

l’abbassamento del prezzo la situazione si riorganizza.

EFFETTI DI UNA VARIAZIONE DI OFFERTA

A parità di domanda, un calo

dell’offerta genera un

aumento del prezzo e una

riduzione dell’offerta. Se

l’offerta aumenta, il prezzo

inevitabilmente cala.

IMPENNATA DEI PREZZI AGRICOLI NEL BIENNIO 2007-2008

Cause dal lato della domanda (aumento domanda)

- Crescita domanda di alimenti.

- Aumento richiesta bio-carburanti

Cause dal lato dell’offerta (diminuzione offerta)

- Minore crescita delle rese.

- Aumento del costo degli input

FALLIMENTO DI MERCATO DA ESTERNALITÀ

Esternalità: si tratta di costi (negativo) o benefici (positivo) generati da imprese nei confronti di terzi al di

fuori delle relazioni di mercato senza che vi sia una compensazione o un corrispettivo per il danno o

vantaggio subito. L’inquinamento è un esempio di esternalità negativa perché genera dei costi sulla società

(terzo indipendente).

NEGATIVA

Quando un soggetto responsabile di attacchi negativi non

corrisponde al danneggiato un prezzo pari al danno subito.

Es. uso di pesticidi in agricoltura, spandimento dei liquami

inquinanti delle falde.

Se le aziende agricole decidono la quantità di beni da produrre

senza considerare i danni arrecati, la curva di offerta è quella

privata (Op) che comprende costi di produzione. In questo

caso l’offerta è pari a q e il prezzo è pari a p. I costi sopportati

dalla società per unità di prodotto (costi esterni) sono pari al

segmento tratteggiato e-es. Se si considerano questo costi, al

curva di offerta è quella sociale (Os) dove i costi sociali

comprendono interni ed esterni (essendo i costi di produzione

più alti, l’offerta diminuisce e i prezzi di vendita salgono). La

quantità offerta diventa q e prezzo diventa p .

I I

POSITIVA

Quando un soggetto è beneficiario di impatti positivi, ma

non corrisponde un pagamento pari al beneficio ricevuto.

Ad esempio un agricoltore che migliora il paesaggio, un

apicoltore che favorisce l’impollinamento o un’impresa

agricola che tutela il territorio. In questo caso avremmo

un’offerta privata che non tiene conto di queste possibili

entrate derivante dai benefici, un prezzo p e una quantità q.

Il premio che il beneficiario dovrebbe far pervenire

all’azienda è indicato dal segmento e-es. L’offerta Os è

quella sociale che tiene conto di del beneficio ottenuto.

TEORIA DELLA PRODUZIONE E DEI COSTI DI

PRODUZIONE

L’attività di produzione è il processo che usa i fattori della produzione, come input, al fine di creare beni o

servizi (output). Questi output possono essere direttamente consumabili (beni di consumo) oppure possono

produrre altri beni (mezzi di produzione). La teoria della produzione ha il compito di analizzare le relazioni

(tecniche e sociali) che intercorro tra il valore degli input immessi nel processo produttivo e quello degli

output.

IMPRESA

Unità elementare di produzione che si trova ad operare considerando:

- Vincoli tecnologici: capacità di realizzare certi processi produttivi.

- Vincoli di mercato: condizioni di acquisto e vendita.

Obiettivo principale delle imprese è massimizzare il profitto (π) riuscendo in primo luogo a minimizzare i

costi di produzione.

TEORIA DELLA PRODUZIONE

Dato l’insieme della produzione (IP) si può definire una relazione, chiamata FUNZIONE DI

PRODUZIONE che associa ad ogni quantità di input massimo, il livello di output possibile.

PT = f(x) PT: prodotto totale x: vettore di input

La funzione è facilmente rappresentabile considerando un solo input (es. lavoro) ed il prodotto totale su un

piano cartesiano.

PT = f(x) f(x, x , x , x … x ) la produzione totale varia in base agli input. La quantità di input è variabile:

2 3 4 n

ogni x rappresenta un input differente. Per facilitare le cose verrà preso in considerazione un solo input x

mentre gli altri verranno considerati come costanti.

Si considerano in questo caso 3 casistiche di produttività:

- PT1 = produttività costante di x1.

- PT2 = produttività crescente di x1 (aumento più che

proporzionale)

- PT3 = produttività decrescente di x1 (aumento meno che

proporzionale - bassa produttività del lavoro).

PRODUTTIVITÀ

Relazione che esiste tra output e input: è un indicatore di efficienza. Tasso a cui l’output varia in seguito

all’aggiunta di unità aggiuntive di input.

PRODUTTIVITÀ MARGINALE O PRODOTTO MARGINALE

Il prodotto marginale di un input x è il prodotto aggiuntivo in rapporto ad una variazione unitaria di tale input

(fatti costanti gli altri fattori produttivi). Indica quanto output è in grado di produrre un’azienda se

aggiungiamo una unità di un input.

Es. Un’impresa produce 200 pacchi al giorno con 25 operai. Se ne assumo 1 in più la produzione aumenta a

203 al giorno. Qual è il prodotto marginale? PM = ΔPT/Δx I

Il prodotto marginale si ottiene facendo il rapporto tra la variazione della produzione totale e la variazione

degli input.

203 - 200 / 26 - 25 = 3 /1 = 3

PRODUTTIVITÀ MEDIA O PRODOTTO UNITARIO

La produttività media di un input è il rapporto tra il livello di output e l’ammontare di input x impiegato per

ottenere quell’output. Indica quanto incide un input sull’intera produzione.

PU = PT/x I

Es. un’azienda produce 1000q di cioccolatini al gg (PT) con 100 operai (x). Qual è la produttività media di

ogni operaio?

1000 / 100 = 10q

SCHEMA DI PRODUTTIVITÀ - FASE 1: PT aumenta a tassi crescenti, PU e PM

crescono. In questa fase PM è maggiore di PV. PM

raggiunge il suo massimo. Fase da sfruttare.

- FASE 2: PT cresce a tassi decrescenti. PU è maggiore di

PM. Qui si trova il punto di uso ottimale delle risorse

(input). Dipende dai costi dei fattori e dal prezzo

dell’output.

- FASE 3: il PT decresce e il PM è negativo. Produrre in

questa fase non è razionale da un punto di vista

economico.

LEGGE DEI RENDIMENTI DECRESCENTI

È vera solo a certi livelli di produzione. Aggiungendo quantità di input sempre maggiori e tenendo costanti

tutti gli altri, si ottengono quantità di output sempre minori.

Se un input aumenta (es. lavoro), potrà contare su una quantità data

degli altri fattori di produzione (terra, capitale e macchinari):

inizialmente infatti si riscontrano degli incrementi anche notevoli,

ma non si mantengono a lungo. Con rendimenti decrescenti, la curva

del prodotto marginale decresce.

Il prodotto totale cresce mano a mano che vengono aggiunte nuove

unità di input: aumenta in modo crescente fino a A (produttività

crescente). Dopo questo punto, gli aumenti di PT sono via via minori

(produttività decrescente).

Il prodotto marginale cresce fino a A per poi decrescere fino a

quando si annulla nel momento in cui l’aggiunta di fattori produttivi

non aumenti la produzione B (conferma la legge).

Il prodotto unitario prima è crescente e poi decrescente. Il valore

massimo di ha nel punto C quando la curva PU incrocia la curva

PM. A partire da qui, gli aumenti successivi di degli input abbassano

la produttività unitaria.

RENDIMENTI DI SCALA

I rendimenti di scala permettono di osservare la reazione del prodotto finale quando tutti i fattori aumentano

proporzionalmente. Consiste in incrementi in scala degli input sulla quantità totale.

L’incremento proporzionale degli input può dare:

- Crescita più che proporzionale dell’output = rendimento di scala crescente.

- Crescita proporzionale dell’output = rendimento di scala costante.

- Crescita meno che proporzionale dell’output = rendimento di scalda decrescente.

CONSIDERAZIONI SULLE CURVE

- Se la funzione di PT è crescente, la corrispondente funzione di PM è positiva e viceversa.

- Nel punto massimo della funzione PT, la funzione PM è pari a 0.

- Quando la curva di PU è crescente, la curva di PM si trova sopra di essa.

- Nel punto di incontro tra la curva di PM e PU, PU è al suo massimo. Da quel punto gli incrementi

marginali di PT sono sempre più bassi e inferiori a PU. Per questo la curva di PU decresce a partire

da quel punto.

PRODUZIONE CON DUE INPUT VARIABILI

USO OTTIMALE DELLE RISORSE

Si consideri una produzione con 1 output (es. latte) e 2 input variabili.

Farina di soia

Litri di latte 1 2 3 4 5 6

1 141 200 245 282 316 346

2 200 282 346 400 448 490

3 245 346 423 490 584 600

Farina di

pesce 4 282 400 490 564 632 692

5 316 448 548 632 705 775

6 346 490 600 692 775 846

La stessa quantità di output si può ottenere con diverse quantità e combinazioni di input. Considerando in

questo schema tutti i livelli di output (es. 346) si ottiene un ISOQUANTO.

Un isoquanto è rappresentabile con una curva che indica

tutte le possibili combinazioni degli input x e x che

1 2

permettono di ottenere un certo livello di output.

Nella stessa figura ci possono essere infinite curve di

isoquanto: la produzione aumenta andando verso destra e le

curve non si incrociano mai (sarebbe contraddittorio).

La curva convessa che si viene a formare indica la

sostituibilità dei fattori produttivi.

Si può operare una sostituzione tra gli input in modo da

rimanere nello stesso isoquanto? Accade se uno dei due

input viene a mancare.

SAGGIO MARGINALE DI SOSTITUZIONE TECNICA (SMST)

È il rapporto di scambio tra due fattori di produzione che non fa variare il livello di output. Permette si

misurare la sostituibilità tra i fattori cioè quanto devo ridurre x quando x aumenta di un certo numero di

1 2

unità. Graficamente è rappresentata dall’inclinazione in ogni punto dell’isoquanto.

SMTSx x = Δx /Δx

2 1 1 2

MINIMIZZAZIONE DEI COSTI DI PRODUZIONE

Per capire quale combinazione di input minimizza i costi di produzione, bisogna introdurre linee di

ISOCOSTO. Dati i costi dei due fattori produttivi, l’impresa può calcolare il costo totale che consente di

raggiungere determinati livelli di output. L’isocosto può essere inteso come delle rette parallele fra di loro

che rappresentano lo stesso costo totale per l’azienda, dati i costi dei due fattori produttivi

C = Wx ∙ x + Wx ∙ x

1 1 2 2

x = C/Wx - Wx /Wx ∙ x

1 1 2 1 2

Wx : costo di una unità di x

1 1

Wx : costo di una unità di x

2 2

C: costo totale

Dati due prezzi dei fattori produttivi possiamo tracciare infinite rette di isocosto per diversi livelli di utilizzo

dei due fattori, risolvendo l’equazione in alto. Le linee sono rette perché il costo unitario di ogni fattore è

costante e sono parallele perché hanno una pendenza costante uguale al rapporto negativo tra il costo del

fattore produttivo x e il costo del fattore x (-Wx /Wx ).

2 1 2 1

Es. Wx = 3; Wx = 2; C = 12 e C = 6

1 2

Il punto che minimizza i costi di produzione, per un certo livello di output, è il punto di tangenza tra la linea

di isoquanto e isocosto inferiore. In questo punto le linee coincidono: il punto di tangenza è il punto che

corrisponde ai costi minimi cioè in cui hanno la stessa pendenza.

TEORIA DEI COSTI DI PRODUZIONE

I costi sostenuti da un’impresa sono funzione diretta degli output prodotti dalla stessa (funzione di costo).

CT = c(q) CT: costi totali q: quantità prodotta c: costo

La relazione vale per il lungo periodo con i fattori produttivi variabili; nel breve periodo alcuni tipi di costo

non variano in funzione della quantità prodotta.

Il profitto è dato da RT-CT (ricavi totali - costi totali). RT = (p ∙ q) - c(q).

BREVE E LUNGO PERIODO

- Nel BP (breve periodo) non cambiano le decisioni di presa in ambito di investimenti (decisioni atte a

modificare la struttura dell’azienda in modo consistente) in beni duraturi (3-5 anni).

- Nel BP si pensa che l’importo per la produzione resti fisso (domanda può variare).

- Nel BP solo certi input possono variare (lavoro, energia, materie prime), mentre nel LP (lungo

periodo) tutti gli input sono variabile.

- Nel LP l’imprenditore deve risolvere un tipico problema di investimento.

COSTI FISSI E COSTI VARIABILI

I costi fissi (CF) sono costi che non variano al variare degli input (canoni, pagamenti leasing, interessi).

I costi variabili (CV) variano al variare degli input (materie prime, energia, carburanti, salari).

CT = CF + CV(q) CT: costi totali CF: costi fissi CV: costi variabili unitari q: quantità prodotta

COSTO MARGINALE

Il costo marginale (CM) indica il costo aggiuntivo sostenuto dall’azienda per produrre una unità in più di

output. CM = ΔCT / Δq ≈ ∂[c(q)] / ∂q

Per variazioni infinitesimali di q, rappresenta la pendenza della curva del costo cotale

Es. Una azienda produce 50 forme al gg. per un CT di 10.000 euro. Se la produzione sale a 51 forme al gg. e

il CT arriva a 10.300 euro, quale sarà il suo CM?

10.300 - 10.000 / 51 - 50 = 300 euro (CM)

COSTO MEDIO UNITARIO O COSTO MEDIO

È un costo dato dal rapporto tra CT per unità di prodotto (q).

CU = CT/q

Es. Un’azienda produce 50 prosciutti al giorno al costo di 10.000 euro. Il costo marginale sarà uguale a:

10.000 / 50 = 200 euro

Il CU si può scomporre in due componenti.

+ CF) / q CU = CF/q (costi fissi unitari) + CV/q (costi variabili unitari)

CU = CT / q CU = (CV

RELAZIONE TRA COSTO MEDIO E COSTO MARGINALE

CM è il costo addizionato di una unità in più di prodotto: se CM è inferiore al CU di partenza significa che il

costo dell’ultima unità prodotta è inferiore al costo medio di tutte le altre prodotte in precedenza. Se l’ultima

costa meno il nuovo CU sarà inferiore e abbasserà la media.

La curva dei costi medi è decrescente quando CU > CM ed è crescente quando CU < CM, costante se CU =

CM, l’incrocio delle curve dei CU e dei CM corrisponde al punto minimo della curva (m).

LA FORMA A “U” DELLE CURVE DEI COSTI La forma dipende dalla relazione esistente

tra queste due curve e le leggi della

produttività (rendimenti crescenti e

decrescenti).

Nel BP i fattori come il capitale sono fissi: i

fattori variabili tendono a presentare una

fase iniziale di rendimenti crescenti seguiti

da una fase di rendimenti decrescenti. Le

curve dei costi mostrano una fase iniziale di

costi marginali decrescenti seguita da costi

crescenti dopo che sono subentrati i

rendimenti decrescenti.

Es. Lavoro: se l’ultima unità lavorativa

occupata mi produce di meno (rendimento

decrescente) a parità di salario (quindi

costi), il CM dell’ultima unità aumenterà.

MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO : CONCORRENZA PERFETTA

Nel mercato di concorrenza perfetta ci sono molti acquirenti e molti venditori che non possono modificare il

prezzo di mercato (price taker). il prezzo percepito da venditore e compratore è quello di mercato (scaturito

dall’incontro di D e O). Rimane un dato non modificabile dall’azienda.

OBIETTIVO DELL’IMPRENDITORE

È quello di massimizzare i profitti (π). I profitti sono calcolati come differenza tra RT (ricavi totali) e CT

(costi totali). Consiste nel rendere massima la differenza tra il valore della produzione venduta e i costi di

produzione. Si deve fare una distinzione tra:

- BP: alcuni costi sono fissi.

- LP: non valgono quelli variabili: tutti i costi sono variabili in funzione di q.

RT = somma ottenuta

attraverso la vendita dei suoi

prodotti. Se l’azienda vende

tutte le unità allo stesso

prezzo allora RT = p ∙ q. ciò

significa che in concorrenza

perfetta (prezzo dato) RT

dipende solo dalla q venduta.

π = profitto come differenza

tra RT e CT. Se la differenza è

negativa si parla di perdita.

MASSIMIZZAZIONE DEI PROFITTI

È possibile confrontare la curva dei CT e quella dei RT ottenendo

uno schema. Se la curva di CT si trova sopra quella di RT l’impresa

è in perdita (π < 0, CT > RT).

Sul punto A abbiamo l’incontro delle due curve = BEP (Break Even

Point o punto di equilibrio) in cui il profitto è nullo secondo

l’uguaglianza RT = CT.

Se RT sta sopra CT allora siamo in attivo e abbiamo un profitto

positivo.

Per individuare la quantità prodotta in q∙ (profitto

max.) bisogna risolvere il programma di

massimizzazione.

MAX π = MAX (RT - CT) = MAX [p ∙ q - c(q)

Assumendo che la funzione di profitto sia derivabile rispetto a q, condizione necessaria di massimo in una

funzione derivabile è l’annullamento della derivata prima.

d’π = 0

d’ (RT-CT) = 0

d’RT = d’CT

d’(p ∙ q) = d’ c(q) d’c(q) = CM

p = CM Il primo termine (p) rappresenta la pendenza

della curva di RT e il secondo (CM) della CT. La

pendenza di RT e CT è uguale in un solo punto.

CONDIZIONE DI MASSIMO PROFITTO Si raggiungono profitti massimi quando non si

riesce più ad aumentarli, nella condizione in cui p =

CM.

Per q < q∙ il prezzo (ricavo marginale aggiuntivo

derivante dalla vendita dell’ultima unità) è

maggiore del costo marginale (costo sostenuto per

produrre quella unità).

Quando CM > p (continuando ad aumentare q), il

profitto si ridurrà.

PUNTO DI PAREGGIO o BEP

Coincide con il punto nel quale i profitti sono nulli.

RT = CT RT/q = CT/q p = CU

Al livello di produzione qa:

Costi totali = qa∙CUa

Ricavi totali = qa∙p

Profitti = 0

(stessa cosa per qb – sono due break even point)

Al livello di produzione q*

Costi totali = q*∙CU*

Ricavi totali = q*∙p

Profitti > 0 (area pcaCU*)

Nel BP in caso di produzione nulla q = 0 il profitto sarà negativo e uguale a -CF. Se invece q > 0 allora i

profitti saranno uguali a q ∙ p - CV (q) - CF. In questo caso conviene continuare a produrre solo se p > CVu

(costo variabile unitario).

REGOLA DI CHIUSURA

Si applica sono se p < CVu. Un’impresa deve coprire tutti i costi con i ricavi almeno nell’ottica del BEP. Nel

BP, visto che ci sono dei CF, l’impresa può trovare conveniente continuare a produrre anche con profitti

negativi (perdite). Questa prende il nome di regola di chiusura o condizione di chiusura.

L’impresa che affronta delle perdite ha due alternative:

- Abbandona la produzione (HP1): π = - CF

- Continua a produrre (HP2): π = p ∙ q - CV(q) - CF

All’impresa converrà produrre ancora solo se:

p · q - CV(q) - CF > -CF

p · q > CV (q)

p CV(q) /q

>

p > CVu

Tre sono le condizioni nel BP per un’impresa nel mercato concorrenziale

- Condizione di max. profitto. p = CM

- Punto di pareggio. Π = 0.

- Regola di chiusura p > CVu

CURVA DI OFFERTA NEL BREVE PERIODO

Nel BP, la curva di offerta dell’impresa corrisponde alla

curva del costo marginale (CM) a condizione che i ricavi

superino i CV. Se il prezzo scende sotto p le perdite sono

maggiori dei CF. M = punto di chiusura.

MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO NEL LP

Rispetto al BP, ci sono due ulteriori fattori da considerare.

- Il numero di imprese non è più dato: fin tanto che vi

saranno profitti positivi nel mercato entreranno nuove

imprese e questo farà aumentare l’offerta e ridurre il

prezzo determinando una riduzione di profitti (fino

all’annullamento dei profitti di lungo periodo).

- I costi sono tutti variabili in funzione della quantità del

prodotto: l’impresa che non copre tutti i costi si

produzione esce dal mercato.

- Nel LP il prezzo di mercato si abbasserà (per effetto

dell’aumento dell’offerta e della concorrenza) tanto che la

condizione di massimo profitto coinciderà esattamente

con il punto di pareggio (π = 0).

P = CM = CU

IL SISTEMA AGROALIMENTARE

AGRIBUSINESS: somma totale delle operazioni inerenti produzione e distribuzione di input per

l’agricoltura, le operazioni di produzione delle aziende agricole, l’immagazzinamento, la trasformazione e la

commercializzazione dei prodotti dell’agricoltura e dei beni di derivazione agricola.

Settore a monte (farm supplies) Settore agricolo in senso stretto Settori a vale (processing and

Sementi, prodotti chimici, alimenti, (farming) distribution)

mangimi, meccanica, reti di Agricoltura, silvicoltura, zootecnica, Industria alimentari, industrie non

commercio. pesca. food (tessile), GDO, dettaglio,

HORECA.

Sistema agroalimentare: il campo di studio dell’agroalimentare è l’insieme delle funzione che concorrono

al soddisfacimento dei bisogni alimentari.

FILIERA: spaccato del sistema agroalimentare che isola gli operatori e le aziende che concorrono alla

produzione/distribuzione di un solo prodotto o famiglia di prodotti fino al loro uso finale.

Itinerario seguito da un prodotto nel sistema agroalimentare: sistema degli agenti e delle operazioni che

concorrono alla formazione e al trasferimento del prodotto fino allo stadio finale di utilizzo. Il legame tra le

fasi è dato fa flussi materiali (materie prime, semilavorati, prodotti finiti), flussi finanziari e informatici

(tracciabilità).

È un’astrazione perché la filiera riguarda un solo prodotto mentre le aziende tendono a diversificare la

produzione e ad agire contemporaneamente in più filiere.

Ci sono tre punti che descrivono la filiera:

- Spazio delle tecniche: operazioni necessarie per far arrivare il prodotto al consumatore, concatenate

fra di loro da un punto di vista logico e tecnologico.

- Spazio delle relazioni: insieme di relazioni commerciali e finanziare che stabiliscono a tutto gli

stadi della trasformazione (tra gli operatori).

- Spazio delle strategie: insieme di azioni economiche che accompagnano la valorizzazione dei

mezzi di produzione.

La filiera si può usare come strumento di descrizione tecnica, economica, di suddivisione del sistema

produttivo, metodo di analisi delle strategie, strumento di politica del sistema.

- Strumento di descrizione tecnica economica: mette in evidenza le tecnologie usate e la natura del

prodotto finale con la struttura dei mercati di sbocco.

- Suddivisione del sistema produttivo: permette di individuare le imprese e i settori che sviluppano

fra di loro intense relazioni di acquisto/vendita evidenziando le colonne interno alle quali si

articolano.

- Metodo di analisi delle strategie: analisi delle strategie delle imprese che operano in uno spazio

produttivo ben definito.

- Strumento di politica industriale: capace di costituire la guida per un intervento efficace del potere

pubblico.

SETTORE: porzione del sistema economico nella quale troviamo imprese simili che danno beni simili e

sono tra loro indipendenti.

- Imprese simili: producono con processi produttivi simili.

- Prodotti simili: soddisfano uno stesso bisogno.

- Interdipendenza: le azioni di uno influenzano le scelte dell’altro.

CATENA DEL VALORE NEL S.A.

Valore aggiunto: v.a. aggregato risultante dalla differenze tra il valore dei beni conseguiti da singoli

produttori (output) e il valore di quelli consumati nel periodo considerato.

Si intende come plus valore (latte crudo - industria - formaggio). La crescita del valore di un bene è data

dall’azione trasformazione del lavoro/capitale. Misura l’incremento di valore nell’ambito della

produzione/distribuzione grazie al capitale/valore.

ANALISI DELLA CATENA DEL VALORE

Consiste nello scomporre il valore, suddividendolo secondo il valore aggiunto di ogni singolo settore che

partecipa alla produzione del bene. Se un bene avanza nella filiera (fino al consumatore), aumenta di valore e

quindi di prezzo perché ha bisogno di materie prime, nazionali/importate, lavoro, capitale.

Ad oggi il Valore Alimentare si aggiorna intorno ai 268 miliardi di euro. Una grossa fetta del valore però

viene trattenuto dal canale della distribuzione.

SETTORE PRIMARIO

Si considera la S.A.U. cioè la superficie agricola utilizzata, che comprende:

- Seminativi (cereali, legumi, patate ecc.)

- Foraggere (prati)

- Terreni a riposo

- Coltivazioni legnose agricole (vite, frutteti, oliveti).

- Vivai.

- Prati permanenti e pascoli

Non si considerano S.A.U.

- L’arboricoltura la legno

- Macchia mediterranea

- Terreni abbandonati

- Altre superfici.

S.A.T = superficie produttive e improduttive (SAU + boschi e fabbricati ecc).

STRUTTURE

31% delle strutture ha meno di 1ha (493.326).

20% delle strutture ha da 1 a 2 ha (326.032).

Questo significa che il 51% delle aziende sono di piccole dimensioni. In Italia si osserva un gran numero di

piccole e medie aziende che contano poco in termini produttivi e poche aziende di grandi dimensioni che

contano molto in termini di superficie.

FORMA DI CONDUZIONE

95% delle aziende è a conduzione diretta del coltivatore - maonodopera familiare.

43% delle aziende funziona grazie ai salariati - in aumento.

0,7% altro

Per quanto riguarda i dati della S.A.U.

79,5% è a conduzione diretta.

15% è gestita da salariati - di solito sono aziende di grandi dimensioni.

5,5% altro

CAPOAZIENDA

Esiste un problema di ricambio generazionale perché soprattutto le piccole aziende hanno conduttori oltre i

75 anni e solo in quelle più grandi sono di età inferiori: i giovani cercano lo sbocco aziendale con maggiori

prospettive di reddito.

AGRICOLTURA A DUE VELOCITÀ

Esiste un fenomeno detto stratificazione aziendale e un carattere detto sviluppo dualistico della agricoltura

italiana ovvero la presenza sul territorio di due categorie di aziende differenti;

- Contadine: famiglia dell’imprenditore conferisce ¾ della forza lavoro richiesta - piccole aziende.

- Capitalistiche: tutto o parte del lavoro viene dai salariati, da fissi o avventizi: si tratta di medie

grandi aziende che richiedono maggior lavoro.

Gli obiettivi di questi due tipi di aziende sono differenti:

- Capitalistiche: profitto massimo, livelli di produttività maggiore, rapporto capitale/lavoro più alto.

- Contadine: profitto massimo, valorizzazione della componente umana in azienda. Hanno costi unitari

maggiori, un capitale più basso e un alto impegno lavorativo.

In Italia ogni anno 1 lavoratore produce 21700 euro nell’agricoltura.

DIVERSIFICAZIONE DELL’AGRICOLTURA

- Integrazione reddituale: una o più persone di una famiglia agricola svolgono attività lavorative

retribuite diverse da quella dell’azienda agricola familiare. Questo permette di elevare il reddito

familiare che è un ottimo incentivo al mantenimento dell’attività agricola.

- Azienda pluriattiva (azienda a tempo pieno o part time): ogni componente svolge attività non

legate all’attività agricola.

Esiste un lato molto importante dell’agricolture che è quello della sua multifunzionalità ovvero la

possibilità di utilizzare i prodotti secondari di questa attività al difuori dei prodotti alimentari.

- Azienda agrituristica: esempio di diversificazione dell’agricoltura in cui oltre a questa attività, ne

vengono svolte altre legate all’ospitalità.

- Fattorie didattiche.

- Fonti rinnovabili

- Vendita diretta.

AGRICOLTURA E LAVORO IRREGOLARE

Incidenza rilevante nel settore agricolo. Il 23% sul totale delle unità di lavoro (6% industria, 14% servizi),

soprattutto nel meridione, Lazio, Campania, Puglia, Calabria (oltre il 30%).

INDUSTRIA ALIMENTARE

124,6 miliardi di euro vengono dall’industria alimentare di cui 11,9 vengono dal lattiero caseario, 9,7 dal

dolciario e 8,7 dal vitivinicolo.

STRUTTURE

Distribuzione per area geografica Addetti per area geografia

29% Sud 56% Nord Solo 6 mila aziende hanno

39% Nord 20% Sud più di 6 addetti (media è 7

54.930 unità totali operai al contrario dei 15,5

16% Centro 15% Centro europei)

16% Isole 9% Isole

UE 27 (2010) = 12% del fatturato totale agricolo (alimentare, tabacco, bevande) è italiano.

L’Italia è il paese con il più alto numero di piccole-medie imprese: il 90% ha da 1 a 9 operai e lo 0,2% ha più

dii 250 dipendenti. Solo il 25% lavora in aziende con più di 250 dipendenti in controtendenza con l’estero.

L’Italia è al 3° posto per fatturato per le aziende alimentari, ma è quasi ultima per gli addetti sotto la media

UE.

SCAMBI CON L’ESTERO

Per valutare la posizione del sistema alimentare italiano nell’economia mondiale si deve considerare la

bilancia commerciale che fa parte della contabilità nazionale che tiene conto dell’ammontare delle

importazioni/esportazioni di merci di un paese. Il saldo della bilancia commerciale si ottiene facendo la

differenza tra valore delle esportazioni e valore delle importazioni. Questo valore indica la solidità e la

ricchezza economica di un paese:

- Salto attivo: esportazioni > importazioni = ingresso capitale monetario.

- Saldo negativo: importazioni < esportazioni = uscita capitale monetario.

Aggregati Formula 2000 2011 2012

Produzione agroindustria P 67899 77628 79229

Importazioni I 25358 39595 38600

Esportazioni E 16867 30516 32050

Saldo bilancia E-I -8491 -9079 -6550

Consumo apparente C = P + I -E 76390 70111 70650

Grado di auto/approvvigionamento P/C 88.9 89.5 92.5

- Produzione agroindustria: valore della produzione + valore aggiunto dell’industria.

- Consumo apparente: quantità di prodotto consumato in un paese.

- Grado di auto-approvvigionamento: percentuale di quanto di quello che viene consumato è

prodotto nel paese.

Esportazioni: 67% UE, 11% Nord America, 7% Europa non Mediterranea (Svizzera).

Importazioni: 71% UE, 8% Asia, 7% Sud America.

IMPORTAZIONE

Comparti (ordine decrescente) Prodotti (ordine decrescente)

Carni fresche/congelate Pesci e lavorati.

Prodotti lattiero caseari. Farine e mangimi

Pesce lavorato e fresco Carni suine (Parma Igp)

Oli e grassi Crostacei e molluschi

cereali Olio d’oliva

ESPORTAZIONE

Comparti (ordine decrescente) Prodotti (ordine decrescente)

Vino (Lambrusco) Pomodori e pelati in conserva

Derivati dei cereali Pasta

Prodotti lattiero caseari Vini rossi, rosati e DOP

Frutta fresca Prodotti dolciari

Ortaggi trasformati Olio

DISTRIBUZIONE

- Negozi tradizionali: piccole e piccolissime imprese distributive, alto n° per abitanti, raggio d’azione

limitato.

- Supermercato: vendita al dettaglio nel campo alimentare (autonomo o parte di grandi magazzini),

2

libero servizio (di solito) pagamento all’uscita, > 400m prodotti di largo consumo (molto

preconfezionato e non alimentare). 2

- Ipermercato: vendita al dettaglio, > 2500m , reparti alimentari e non (struttura del supermercato),

ampio assortimento. 2

- Discount: 200-1000m , politiche di prezzo aggressive, livello di servizio basso, assortimento di

ampiezza ridotta e ridotta profondità. 2

- Superette: simile al supermercato, libero servizio, pagamento all’uscita, dimensione tra 200-400m ,

per chi vuole fare un acquisto di integrazione sena dover dedicare molto tempo, esigenza di

consumatori locali.

ASSORTIMENTO

- Profondità: n° di marche varianti.

- Ampiezza: n° famiglie/categorie di prodotto.

ESERCIZI COMMERCIALI (2012)

61 mila minimercati e despecializzati 12 mila panetterie

32,5 mila specializzati in carni 8,5 mila panetterie

28,6 mila specializzati 8,5 mila pesce

21 mila frutta e verdura 5,9 mila bevande

15,8 GDO 1,5 mila surgelati

Dal ’96 ad oggi è calata la distribuzione tradizionale da 50 al 30%: diminuiti i negozi tradizionale.

Dal ’96 ad oggi è aumentata la distribuzione moderna da 50 a 70%: aumentati i supermercati e i discount.

DIMENSIONI IMPRESE DISTRIBUTIVE

Quota di mercato: di un’azienda (qmi) è data dal rapporto tra il fatturato dell’azienda e il fatturato del

settore. qm = F / F

i i s

Rapporto di concentrazione: si usa per misurare il grado di concentrazione (CR). Consiste nella

sommatoria di un n° di quote di mercato (4-5) delle maggiori imprese del settore. Se si calcola su 5 imprese

.

si chiama CR5 5 Σ qm i

i = 1

Più è alto questo valore e più il mercato sarà concentrato. In un mercato di concorrenza perfetta il CR5

dovrebbe essere basso (es. CR5 = 80% = oligopolio.) In Italia il grado di concentrazione è basso rispetto ad

altri paesi.

DISTRIBUZIONE MODERNA

Nella distribuzione moderna il ruolo della distribuzione non è solo portare i prodotti dal produttore al cliente

finale, ma ha proprio lo scopo di contribuire alla creazione di valore per il consumatore. La distribuzione

ha una posizione di forza rispetto al resto della filiera: ruolo garante della qualità e della sicurezza.

Emblematica rimane comunque il rapporto con l’industria.

Conflitto distribuzione-industria: politiche di marca industriale creano fedeltà alla marca e in questo caso

la distribuzione è solo una parte logistica. Esiste però anche una concorrenza tra le varie insegne della GDO

per cui le meno competitive escono dal mercato (aumenta il grado di concentrazione). La stessa GDO

possiede delle strategie di differenziazione: assortimento, servizio, comunicazione, politiche di mercato

(fedeltà all’impresa).

Introduzione della marca commerciale ha un duplice effetto:

- Concorrenza con l’industria.

- Collaborazione con l’industria.

Questo deriva dal fatto che molte volte l’industria concorrente è la stessa che fornisce il prodotto per la

marca commerciale. In questo caso, la distribuzione deve garantire anche la sicurezza del prodotto venduto

(IFS - BRC). La marca commerciale non è altro che il marchio di proprietà del distributore, con il quale si

etichettano tutti i prodotti la cui fabbricazione è affidata ad imprese per conto del distributore.

Fasi della marca commerciale:

- Marca non riconoscibile: prima prezzo bassa qualità.

- Marca riconoscibile: per fidelizzare il consumatore: stessa qualità, marca industriale, prezzo

inferiore, coordinamento di filiera (selezione fornitori) convenienza per l’industria (capacità

produttiva, entrata nel mercato, multibranding).

- Prodotti innovativi: industria ha il know-how per la produzione e distribuzione e conosce i bisogni

dei consumatori (es. Coop sena glutine):

CONSUMI

Fattori influenzanti:

- Struttura demografica: età, sesso, reddito ecc.

- Organizzazione del lavoro.

- Componente culturale/soggettiva.

- Fase acquisto/consumo: deperibilità, difficoltà di preparazione: come si pone il cliente davanti al

prodotto.

Media UE: 12,7% della spesa è per gli alimenti, ma è molto variabile soprattutto per fattori culturali.

CONSUMI ITALIANI

Nel 1970, il 40% del reddito veniva speso in alimenti e un 13% in spese di casa, luce e gas. Nel 2009 si è

calcolata una quota del 17% in alimenti e un 20% per casa, luce e gas. La diminuzione della spesa alimentare

è dovuta al continuo aumento del reddito e alla mino allocazione per bisogni primari. Gli alimenti hanno

bassa elasticità rispetto al reddito (la domanda varia in base al reddito). Secondo la legge di Engel e la

curva di Engel, la quota di reddito destinata agli alimenti a partire da un certo punto tende a diminuire man

mano che aumenta il reddito pro-capite dei consumatori.

CONSUMI NELL’UE

Il 65% ca della spesa alimentare è per il consumo domestico, ma è una quota che dipende molto da fattori

culturali e stili di vita: in Italia è già più dinamica.

Ripartizione della spesa in Italia

Pane e cereali 20% (in calo il pane e aumento sostituti) Frutta 7% (in aumento)

Vegetali 12% (in aumento IV categoria e in

Carne 23% (in diminuzione) diminuzione il fresco)

Pesce 7% (stazionario) Dolciario 7% (in aumento)

Acqua e bevande 5% (in aumento gli

Latte, formaggio, uova 13% (stazionario). alcolici e diminuzione alcolici).

Olio e grassi 4% (in diminuzione)

ORGANIZZAZIONE DEL SISTEMA ALIMENTARE

Prima decisione di politica distributiva attiene all’intensità della pressione distributiva che si vuole esercitare.

Questa varia in funzione di:

- Numerosità di intermediari: dei quali l’azienda si avvale.

- Numerosità di sbocchi distributivi: dei quali l’azienda si avvale.

- Modalità utilizzate per la loro selezione e scelta:

Vendita estensiva: collocazione prodotto presso tutti i possibili venditori.

o Vendita selettiva: criteri per selezionare i venditori.

o Vendita in esclusiva: un univo intermediario per un’area geografica.

o

CANALE DI DISTRIBUZIONE

Insieme di organizzazioni indipendenti che assumono le funzioni necessarie al trasferimento dei prodotti dal

produttore al consumatore (intermediazione).

- Canale lungo (esempio): nell’ortofrutticolo si fonda sul grossista ed è caratterizzato da:

Snellezza, pochi investimenti, costi variabili, pochi rischi.

o Si può usare per rifornire zone, centri, clienti marginali.

o Aziende non controllano la propria quota di marcato finale e gli intermedi fanno crescere il

o valore del prodotto. Grossisti Grossisti Consumatori

Produttori Raccoglitori Speditori Dettaglianti

mercato consegna

- Cooperativa agricola (esempio): nell’ortofrutticolo, produttori si occupano della raccolta e della

spedizione dei prodotti.

Produttori Cooperativa Grossista di mercato

- Canale corto (esempio): nell’ortofrutticolo per mette il controllo diretto ed immediato con i

dettaglianti e consente un effettivo controllo del mercato.

Molti investimenti, legati alla rigidità dei costi.

o Si adatta ad aziende di grandi-medie dimensioni.

o

Produttore Cooperativa Dettagliante Consumatore

- Canale diretto (esempio): ortofrutticolo, si può usare con negozi propri:

Punti vendita aziendali.

o Mercati contadini.

o Vendita domicilio.

o Vendita per corrispondenza o via internet (e-commerce)

o Distributori automatici.

o Produttore Consumatore

VANTAGGI DEL CANALE CORTO o DIRETTO

- Produttore: ricavo equo, minimo investimento, vendita possibile di piccole quantità, dialogo con

consumatore.

- Consumatore: prezzo vantaggioso, acquisto prodotti locali e di stagione, tradizione e cultura

alimentare.

- Ambiente: riduzione traffico, CO .

2

CANALE DI DISTRIBUZIONE

Si classificano in base all’organizzazione:

Canale tradizionale:

- Relazioni fra i membri non sono formalizzate (non contratti).

- Scambi puntuali (mercato spot).

- Instabilità delle relazioni: non si possono pianificare investimenti.

- Canale incerto e debole.

Canale amministrato:

- Una istituzione prende maggior potere nel canale (peso o competenze).

- Intese più o meo formali: da vantaggi alle imprese.

- Può pianificare la produzione/attività.

- Può gestire le 4p.

- L’iniziativa di amministrazione parte da qualunque livello.

Canale contrattuale:

- Evoluzione dell’amministrativo.

- Le intese diventano stabili e durature: con contratti e capitolati.

- C’è sempre un leader che coordina il canale.

- Veri e propri contratti.

Canale integrato:

- Un membro ha il controllo del canale in cui opera.

- Un membro gestisce le fasi della filiera: strategia di integrazione.

- Iniziativa può venire da tutta la filiera.

- Ricerca di economie di scala o riduzione dei costi di transazione (meno intermediari).

- Maggiori rischi per l’integrante.

INTEGRAZIONE

Coordinazione in un unico centro di decisione, dei processi di scelta di due o più imprese operanti nello

stesso stadio o in successivi di una filiera agroalimentare.

- Integrazione orizzontale: avviene nello stesso stadio della filiera. L’obiettivo è allargare la

dimensione economica dell’impresa. (es. cooperazione).

- Integrazione verticale: avviene in fasi diverse (successive della filiera).

Discendente: l’integrato sta a valle.

o Ascendente: l’integrato sta a monte.

o

L’integrante è colui che impone le proprie decisioni alle altre imprese.

L’integrato è colui che subisce l’integrazione.

FORME DI INTEGRAZIONE DELL’AGROALIMENTARE

- Integrazione per proprietà (totale): acquisizione fusione.

- Integrazione per contratti (quasi integrazione): non c’è una fusione, ma solo contratti.

- Cooperative.

- Organizzazioni di produttori.

- Consorzi non cooperativi.

INTEGRAZIONE PER CONTRATTO

Si classificano in base al grado di integrazione richiesto dalle parti cioè alle funzioni che vengono trasferite

dall’integrato. In ordine crescente del grado di integrazione.

- Contratti con clausole relative agli aspetti di mercato della produzione agricola: cosa produrre,

quando e dove consegnare il prodotto, mentre sulle altre scelte l’agricoltore conserva interamente il

proprio potere decisionale e i rischi connessi.

- Contratti di trasferimento di funzioni relative allo svolgimento dell’attività agricola integrata:

si aggiunge a ciò che è stato detto prima, la partecipazione dell’integrante nella produzione agricola

(scelta risorse, pratiche, ispezioni sul campo). Si fa quando si vuole garantire una certa qualità.

- Contratti che prevedono la fornitura di input da parte dell’integrante: clausole dei primi due

contratti e in più, l’integrante fornisce input all’azienda integrata.

Quali si cerca l’integrazione nell’agroalimentare?

- Si sceglie solitamente quella verticale se il mercato ha alti costi di transazione: l’obiettivo è ridurre

i prezzi razionalizzando il processo di produzione, trasformazione e distribuzione.

- Necessità di rispondere a esigenze del consumatore: controllo di filiera soprattutto in fase primaria

e dare al prodotto certe qualità.

Specializzazione: una impresa si occupa di una parte specifica dell’attività economica agroalimentare.

Frantumazione: del processo produttivo in diversi operatori specializzati in diverse fasi. (es. produzione

uova, incubazione, svezzamento, deposizione), produzione differenziata in funzione del mercato di sbocco.

VANTAGGI E SVANTAGGI

Azienda integrata Azienda integrante

Vantaggi Vantaggi

- Riduzione rischi economici. - Stabilità dell’approvvigionamento.

- Assistenza tecnica. - Maggiore sicurezza i prezzo dei prodotti

- Acquisizione tecnica. agricoli (fissato in partenza).

- Acquisizione fattori produttivi senza rischio - Maggiore rispondenza della qualità del

finanziario (detratti dal saldo finale). prodotto alle necessità dell’integrante.

- Spinta innovazione tecnologica. - Maggiore potere di mercato.

- Diminuzione costi di intermediazione. Rischi di mercato

- Maggiore possibilità per l’agricoltura di - Qualità non conforme a quella pattuita.

svolgere un lavoro extra. - Prezzo sul mercato spot inferiore a quello

Svantaggi del contratto.

- Limita la libertà imprenditoriale - Agricoltori vendono parte del prodotto sul

- Accentua il dualismo contadini poveri-ricchi mercato (contro gli obblighi).

- Rischio di non armonizzare gli investimenti.

- Rinuncia all’uso di particolari attitudini.

- Svantaggi sulla fissazione del prezzo e sui

caratteri del prodotto.

VANTAGGIO GENERALIZZATO

Effetto sul sistema agroalimentare: promozione di un più elevato sviluppo tecnologico, riduzione dei costi

di commercio e trasformazione, miglioramento comunicazione nei canali di distribuzione (produzione

agricola si adegua alle richieste dei consumatori). Migliora il grado di standardizzazione dei prodotti,

maggiore stabilità dell’offerta agricola e espansione produzione.

COOPERATIVE AGROALIMENTARI

COOPERATIVA COME TIPO DI INTEGRAZIONE

La cooperativa è un tipico caso di integrazione. Risponde ai principi cooperativi:

- Amministrazione democratica: non ci sono discriminazione.

- Voto pro-capite: 1 voto a testa in assemblea (non conta il capitale versato).

- Educazione cooperativa: stimolo al miglioramento delle competenze degli associati.

- Assenza fine di lucro: parte degli utili vanno a costruire un fondo mutualistico o vengono

reinvestiti.

- Porta aperta: ingresso a tutti coloro che vogliono.

- Scopo-mutualistico: società cooperative acquistano fattori produttivi dai soci (materie prime) che

vengono remunerate in modo migliore rispetto alla remunerazione del mercato.

CARATTERI GENERALI

- Autonomia: indipendente da governi o imprese private.

- Associazione di persone: in senso legale sia che si tratti di individui (cooperative di I° grado) o enti

(cooperative di II°).

- Soggetti uniti volontariamente: i soci sono liberi di aderire o no.

- I soci soddisfano i propri bisogni: le cooperative sono organizzate dai soci per i soci.

- La cooperativa è un’impresa di proprietà comune e democraticamente controllata.

- I membri hanno diritto di voto in misura indipendente alla quota di capitale versato o dei fattori

produttivi conferiti (1 testa 1 voto).

- Limiti massimi alle quote di capitale versato dai soci.

- Riuniti in assemblea eleggono il consiglio di amministrazione (organo direttivo ed esecutivo) e il

collegio dei sindaci (organo di vigilanza).

- Ai risultati economici manca la possibilità di perseguire un utile (no fine di lucro). Gli utili ci

possono essere, ma ci sono vincoli istituzionali per la ripartizione.

DIFFERENZE FRA COOPERATIVE E SOCIETÀ DI CAPITALI

- SCOPO: agevolare i soci nelle loro economie individuali. Hanno un vantaggio immediato (beni,

servizi) a condizioni migliori rispetto a quelle correnti. Non hanno un dividendo in base al capitale

versato.

- METODO: esercizio collettivo dell’impresa in ci è assunzione della qualità di imprenditori da parte

dei soci che voglio fruirne (come utenti, lavoratori, consumatori) dei risultati dell’attività sociale

dell’impresa stessa che si qualifica come impresa di servizio.

VANTAGGIO MUTUALISTICO

Vantaggio in termini di patrimonio: per il socio perché la cooperativa si sostituisce ad un possibile

intermediario speculatore. Il profitto è ridistribuito ai soci come minor costo di beni/servizi offerti ai soci

della cooperativa (se la cooperativa è a monte), o maggior remunerazione per i beni e servizi offerti dai soci

alla società (valore dei conferimenti - se la cooperativa è a valle). Alla riduzione dei costi concorrono anche

le agevolazioni fiscali e incentivi statali.

Due sono le tecniche del vantaggio mutualistico:

- Vantaggio immediato: la società pratica al momento dello scambio con il socio dei prezzi minori

(di input) o retribuzione maggiore (di output) rispetto al mercato.

- Vantaggio differito: (ristorno) sono una somma di denaro che la società distribuisce (o restituisce)

ai soci periodicamente in proporzione ai rapporti intercorsi con la cooperativa.

COOEPRATIVE AGRICOLE

Possono svolgere operazioni economiche differenti rispetto all’attività produttiva dei soci.

- A monte della filiera.

- Nello stesso segmento (produzione diretta o integrativa).

- A valle della filiera.

A MONTE DELLA PRODUZIONE

Acquista collettivamente prodotti di consumo che rivende ai soci in cambio di una somma pari alla copertura

del prezzo di costo. Permette la fornitura di beni ai soci a condizioni favorevoli (il socio paga il prezzo di

costo con l’aggiunta di un minimo sovrapprezzo costituito da spese generali e di amministrazione).

- Beni di consumo: mangimi, concimi, sementi.

- Servizi con macchine agricole.

- Servizi contabili, tenuta libri contabili.

Le cooperative acquistano input che vendono ai soci. Questi pagano di meno rispetto ai prezzi del mercato.

SETTORE DI PRODUZIONE AGRICOLA-ALLEVAMENTO

Possono essere:

- Cooperative per la conduzione dei terreni: soci sono braccianti o produttori agricoli che

conferiscono terreno i forza lavoro.

- Cooperative per l’allevamento: fornitura ai soci di bestiame selezionato da rimonta, avicolo, bovino,

suinicolo. Si usano i sottoprodotti dell’attività principale dell’allevamento cooperativo.

- Stalle sociali: allevamento condotto in cooperativa, i soci conferiscono terreni, foraggi e forza

lavoro.

A VALLE DELLA PRODUZIONE

Effettuano trasformazioni e commercializzazione dei prodotti:

- Cantine sociali.

- Centrali ortofrutticole.

- Latterie e caseifici sociali.

- Macelli cooperativi.

I soci effettuano conferimenti dei propri prodotti agricoli (ottengono dei valori dei conferimenti).

La cooperativa ha l’obbligo di ritirare il prodotto conferito dai soci.

ELEMENTI DEL BILANCIO DELLE COOPERATIVE AGRICOLE

ORGANIZZAZIONE

La grandezza della cooperativa dipende dall’attività dei membri integrata all’interno della cooperativa stessa.

RAPPORTI ECONOMICI COOPERATIVA-SOCI

La cooperativa di trasformazione di I° grado è una forma di integrazione verticale della filiera tipica del

settore lattiero caseario.

- Per i soci, il conferire i propri prodotti alla cooperativa, comporta un ricavo di vendita.

- Per la cooperativa, ricevere i prodotti dai soci comporta un costo d’acquisto.

La cooperativa realizza un ricavo vendendo il proprio prodotto trasformato (es. formaggio).

La cooperativa agroalimentare di II° grado tipica della filiera ortofrutticola funziona in modo analogo a

quella di I° grado.

La cooperativa agroalimentare di servizi è una tipologia di integrazione a monte della produzione.

- La cooperativa acquista grosse quantità di materie prime/input dai fornitori sostenendo dei costi di

acquisto di materie prime.

- Le aziende associate acquistano queste materie ad un prezzo conveniente sostenendo anch’essi dei

costi d’acquisto e permettendo alla cooperativa di avere un ricavo delle vendite.

PRINCIPIO DELLA PREVALENZA

Secondo questo principio, le cooperative si possono definire in due modi:

- Cooperative a mutualità prevalente.

- Cooperative a mutualità non prevalente.

Le cooperative a mutualità prevalente sono definite in questo modo in ragione dello scambio mutualistico

nel caso in cui:

- Svolgono attività prevalentemente in favore dei soci/consumatori/utenti.

- Si avvalgono prevalentemente delle prestazioni lavorative dei soci.

- Si avvalgono prevalentemente degli apporti di beni dei soci.

Art. 2513: afferma che la cooperativa a mutualità prevalente deve avere una quota relativa ai conferimenti

dei soci superiore al 50% rispetto a tutti i conferimenti cioè:

- Ricavi delle vendite provengono per più del 50% dalla vendita di beni dei soci.

- Costo del lavoro deriva per più del 50% dal lavoro dei soci.

- Costo produzione dei beni conferiti dai soci supera il 50% del totale.

Quindi la valutazione della mutualità si valuta in termini di prodotti agricoli conferiti dai soci e da terzi.

Quantità (valore) di beni conferiti dai soci / quantità (valore) totale dei beni = %

Se questo indice supera il 50% la cooperativa è a mutualità prevalente e può accedere ai benefici fiscali e a

agevolazioni.

Secondo i dati molte cooperative si approvvigionano fino al 77% dai soci. Si parla in questo caso di

cooperativa sociocentrica.

PECULIARITÀ DEL BILANCIO DELLA COOEPRATIVA

AGRICOLA

Nelle cooperative agroalimentari di trasformazione, la partecipazione dei soci tramite conferimenti di beni

incide sulla struttura dei bilanci:

- Se l’azienda lavora perlopiù con prodotti conferiti dai soci, la gran parte dei costi derivano

dall’acquisto del fattore produttivo conferito.

- Il valore del prodotto conferito viene determinato a valle del processo, dopo la trasformazione e la

vendita sottraendo i costi di gestione.

- Il valore della materia prima si determina fine della filiera come risultato economico della gestione.

OBIETTIVO ECONOMICO: la cooperativa non ha fine di lucro, ma si prefigge di valorizzare al massimo

il prodotto del socio. VT è il valore di trasformazione delle materie prima ovvero valore aggiunto che viene

dato al socio. MAX. VT = RT - CT’

In questo caso CT’ non sono i costi totali, ma sono solo i costi di trasformazione, gestione, quindi senza

contare il costo della materia prima.

CT’ = CT - VC (valore dei conferimenti)

L’utile di calcola togliendo i costi di produzione e i costi dei conferimenti. Ma il valore dei conferimenti non

sono un costo esplicito perché è determinato in modo soggettivo dalla cooperativa per remunerare il

prodotto dei soci.

A bilancio figura tra i costi di produzione, ma è già una modalità di distribuzione del risultato della gestione

della cooperativa. La distribuzione del risultato economico (VT) avviene in due momenti distinti:

- VT è destinato in parte alla remunerazione dei soci per i prodotti conferiti (come valore dei

conferimenti VC) e in parte all’utile.

VT = π + VC

- Utile destinato a ristorni distribuiti in proporzione ai prodotti conferiti, remunerazione del capitale

conferito dai soci sovventori, fondo mutualistico e riserve.

VALORE DI LIQUIDAZIONE o VALORE UNITARIO DEI CONFERIMENTI DEI SOCI

Si calcola in questo modo. P’q = VC /q

Dove P’q è il prezzo liquidato ai soci per il conferimento e q è la quantità conferita ai soci. La differenza tra

P’q e Pq (prezzo si mercato) è la giustificazione economica della cooperazione.

INDICE DI EFFICIENZA ASSOLUTA

Ci permette di capire se al socio conviene effettivamente conferire i propri prodotti alla cooperativa.

I = P’q /Pq

L’indice risultante dovrebbe essere maggiore di 1 che indicherebbe una convenienza di breve periodo a

cooperare.

La differenza tra RT e CT determina infine l’entità massima del risultato economico liquidabile dei soci

(il valore dei conferimenti VC).

- I costi di approvvigionamento dai soci sono stabiliti con logica residuale.

- In questo modo il risultato della gestione corrente viene ripartito fra i soci come remunerazione dei

conferimenti confluendo nella voce di bilancio relativa ai costi delle materie prime (voce consumo).

- L’utile che ne deriva e che compare in bilancio dipende dalle politiche di ripartizione del risultato

economico delle stesso: è un dato di determinazione soggettiva che non fornisce una misura

indicativa del risultato economico della gestione.

OPPORTUNITÀ RISCHI

- Garanzia sbocco commerciale delle - Capitale proprio insufficiente (non ci sono

produzioni dei soci (obbligo cooperative del utili da reinvestire in azienda).

ritiro prodotti). - Rigidità approvvigionamento delle materie

- Settore primario beneficia di una quota di prime (non si può approfittare di vantaggi di

valore aggiunto. mercato).

- Controllo produzione: controllo qualità - Inefficienza (rigidità) dato dal sistema 1

dell’offerta, diffusione conoscenze tecniche testa 1 voto.

tra associati. - Difficoltà di riconversione.

- Vantaggi finanziari come dilazione - Conflitti manageriale tra i soci.

pagamenti ai soci (cooperative hanno

finanziamenti a breve) e vantaggi fiscali

(poco presenti).

LE COOPERATIVE NEL SETTORE ALIMENTARE ITALIANO

In Italia ci sono 8353 cooperative agroalimentari (agricole) e corrispondo al 73% del totale delle aziende nel

settore. Sono distribuite in maniera irregolare sul territorio con una prevalenza al Sud (64%), poi al Nord

(23%), e al Centro (13%). In totale le cooperative dell’agroalimentare sono 11389 (industria + agricoltura +

commercio).

I principali settori di attività delle cooperative sono:

- Ortofrutticolo: 24% del fatturato totale.

- Zootecnica: 23% del fatturato totale. Ha molti addetti e soci.

- Lattiero caseario: 20% del fatturato totale.

- Servizi: > 6 mrd di euro in mezzi tecnici per l’agricoltura.

- Vitivinicolo: 11% del fatturato.

In totale questi settori producono 34.362 mln di euro di fatturato.

Nel 2008 le prime 50 imprese dell’agroalimentare hanno registrato un volume d’affari del 44 miliardi di euro

cioè il 37% del fatturato totale dell’agrioindustria. Un settore che da lavoro a 104 mila addetti con il 22% di

incidenza sull’occupazione di settore.

L’alto livello di concentrazione economico occupazionale è dovuto alla capacità di poche imprese di svolgere

un ruolo leader di mercato in alcuni settori produttivi. Nelle prime 20 realtà ci sono quattro cooperative che

danno il 30% del fatturato e il 25% dell’occupazione (Trevalli, Conserve Italia Granlatte)

Fra le prime 50 abbiamo altre cooperative che a volte sono leader nel loro settore. La cooperazione è una

modalità organizzativa efficace in ambiti specifici, come la zootecnica da carne, il lattiero caseario,

l’ortofrutta, il vitivinicolo e i servizi.

RUOLO DELLA COOPERAZIONE NEL SETTORE AGROALIMENTARE ITALIANO

La cooperazione è un canale privilegiato di valorizzazione della produzione agricola del nostro paese, oltre a

costituire una componente essenziale e rilevante del tessuto produttivo alimentare nazionale.

PLV: produzione lorda vendibile totale italiana. Valore economico della produzione che le aziende possono

vendere. Uguale alla produzione lorda totale al netto della quota di produzione riutilizzata nell’azienda stessa

come mezzi di produzione (reimpieghi aziendali). Si ottiene sommando i ricavi delle vendite, gli

autoconsumi e le regalie, i salari in natura, i contributi specifici relativi a coltivazioni e allevamenti, il valore

delle rimanenze e si sottrae il valore delle giacenze iniziali. Si calcola a livello del processo produttivo

(vegetale o animale) sia a livello di conto economico. Per le aziende con allevamenti la PLV comprende

anche il valore dell’utile Lordo di Stalla (ULS).

- FATTURATO ALIMENTARE COOEPRATIVE: 24% sul totale.

- CONFERIMENTI / PLV: 31%. Questo indice permette di capire quale quota delle materie prima

prodotte in Italia finisce nelle cooperative per essere trasformate. Indica il legame coop/sistema

nazionale. Il peso dei conferimenti sulla produzione agricola nazionale e locale è pari a 15,4 miliardi

di euro ovvero l’86% degli approvvigionamenti totali.

- APPROVVIGIONAMENTO / PLV: 36%. Significa che la cooperazione ha intercettato una quota

pari a questo valore della produzione italiana.

DATI COOPERATIVE Fatturato Addetti Soci Di larghe dimensioni per

Zootecnia 16.100 42 41 fatturato e addetti. Fase

agricola più concentrata e

professionale. Svolgono

un ruolo di valorizzazione

spinta della materia

Lattiero caseario 7.316 12 38 prima agricola

trasformandola in prodotti

ad alto valore aggiunto.

Vitivinicolo 6112 14 312 Pochi addetti, ridotte

Olivicolo 631 5 531 performance per addetto

LOCALIZZAZIONE DELLA COOPERAZIONE IN ITALIA

Le cooperative sono più diffuse al Sud, poi al Nord e al Centro: tendenza tipica del settore vitivinicolo,

zootecnico da carne e dei servizi. Nell’olivicolo ci sono molte differenze (molto al Sud e pochissimo al

Nord), nell’ortofrutticolo (dati simili) e nel lattiero caseario (molto al Nord). Al Nord Si Concentra Il

Fatturato 78% Nord 9% Centro 18% Sud Fatturato

Al Sud Si Concentrano

Imprese 42% Nord 15% Centro 43% Sud Le Imprese

Addetti 63% Nord 14% Centro 23% Sud

Soci 44% Nord 14% Centro 42% Sud


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze gastronomiche
SSD:
Università: Parma - Unipr
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marco.furmenti.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia del sistema agroalimentare e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Parma - Unipr o del prof Menozzi Davide.

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