Basilea 2
Nel 2006 entra in vigore l’Accordo internazionale che prende il nome di Basilea 2.
Il trattato aveva l’obiettivo di sviluppare un sistema comune per la misurazione dei rischi e
contemporaneamente standardizzare i variegati modelli fino allora presenti.
In seguito ai recenti scandali finanziari che hanno colpito i mercati negli anni 2007 - 2009,
si è evidenziata la necessità di creare una vigilanza più efficace all’interno del sistema
bancario sia a livello dell’Unione Europea, che nazionale.
Descrivere che cos’è, come funziona e come si compone Basilea 2 è un compito che esula
da questa tesi.
La mia riflessione si concentrerà quindi principalmente sulle problematiche dell’Accordo e
i punti di debolezza, a causa dei quali, contestualmente alla recente crisi, si è evidenziata la
necessità di riformarlo. Criticità di Basilea 2
Basilea 2 ha apportato all’interno del mondo finanziario numerose innovazioni.
Di seguito ho voluto sottolineare alcuni aspetti di difficoltà e criticità.
Le argomentazioni più rilevanti a questo proposito possono essere divise nei seguenti
macrogruppi:
- Severità dei coefficienti di Basilea 2.
- Accesso al credito difficoltoso per le piccole e medie imprese.
- Contribuzione alla creazione di divari per la crescita della banche, in particolare
incentivazione alla creazione di istituti too big to fail.
- Definizione in termini di qualità e quantità del livello di capitale, in particolare
attraverso l’erosione del capitale.
- Procicilicità.
I paragrafi successivi hanno l’obiettivo di analizzare ciascuno di questi fattori, mettendo
contemporaneamente in evidenza i segmenti in cui Basilea 3 dovrà andare ad intervenire.
Severità dei coefficienti di Basilea 2
Il problema di un’adeguata regolamentazione si pone sotto un duplice aspetto: da un lato
l’assenza o una scarsa regolamentazione può provocare gravi e numerosi danni a tutto il
1
sistema ; dall’altro lato l’eccesso di regolamentazione può comportare costi esorbitanti che
incidono sull’economia, un rallentamento generale alla crescita e l’incoraggiamento
all’attuazione di comportamenti devianti da parte degli operatori a cui esse si riferiscono.
Si possono quindi verificare forme di aggiramento creando o contribuendo ad aumentare
2
sistemi bancari ombra o attività di arbitraggio.
Da un lato i coefficienti rischiano di non essere abbastanza severi, come ha dimostrato la
recente crisi.
In particolare, l’adozione di determinati coefficienti ha comportato la possibilità per gli
istituti di credito di attuare strategie e investimenti in attività giudicate rischiose, ma con un
3
profilo di rendimento molto alto . Tra questi si possono citare cartolarizzazioni su debiti
non meritevoli.
Dall’altro lato, alle imprese venivano richiesti requisiti qualitativi e quantitativi che
rendevano di fatto difficile l’accesso al credito.
Questa seconda parte è stata analizzata, nei suoi molteplici aspetti, nei paragrafi successivi,
nella sezione delle PMI.
Il livello di severità imposto ai coefficienti deve inoltre considerare anche un altro aspetto a
livello macroeconomico: le specificità nazionali.
Nella definizione degli indicatori occorre infatti evidenziare che essi devono favorire una
migliore qualità del capitale, ma contemporaneamente non devono penalizzare gli
strumenti finanziari tipici di ciascun Paese.
Infine occorre considerare il rapporto rigidità dei coefficienti – profittabilità del sistema
bancario. Infatti un’eccessiva inflessibilità dei requisiti patrimoniali potrebbe,
involontariamente, causare effetti sulla scarsa appetibilità degli investimenti e, di
conseguenza, rendere più difficile il processo di ripatrimonializzazione.
Questo comportamento potrebbe provocare due generi di problemi: “da un lato ridurre la
dotazione di capitale delle banche, e dall’altro obbligare le banche a ricalibrare il costo
4
dei servizi offerti alla clientela”.
1 Per approfondimenti è possibile consultare il libro “Mercato e società. Introduzione alla sociologia
economica” di Borghi e Magatti, Roma 2002, nel capitolo intitolato “Vizi e virtù del mercato”.
2 Per approfondimenti relative alla creazione di un mercato inefficiente dovuta all’eccessiva
regolamentazione è possibile consultare l’articolo intitolato “Le problematiche relative all’applicazione di
Basilea 2” di Faissola Corrado sulla rivista “Bancaria”, anno 2010 volume 66 da pagina 2 a 12.
3 Per approfondimenti relativi ad operazioni rischiose ma che presentano alti rendimenti è possibile
consultare il libro di Claudio Giannotti intitolato “La cartolarizzazione dei crediti: rischi e regolamentazioni”,
capitolo 1 paragrafo 3, anno 2005.
4 Per approfondimenti inerenti le problematiche legate alla severità dei coefficienti di Basilea 2 è possibile
consultare il rapporto redatto dall’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana, intitolato “Problematiche relative
all’applicazione di Basilea 2”, cap.2, paragrafo 2, pag. 7 – 10, del 16 febbraio 2010.
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Accesso al credito difficoltoso per le piccole e medie imprese
Riguardo al tema delle imprese, il principio cardine che sta alla base dell’Accordo di
Basilea 2 riguarda il loro rapporto con i capitali.
Di seguito riporto il rapporto redatto da Unioncamere relativo al 2006 in qualità di base
storica per sottolineare le criticità emerse in corso d’opera di Basilea 2.
“Secondo il “Rapporto sull’affidabilità delle imprese minori” di Unioncamere relativo al
2006, le PMI sono affidabili in base ai parametri definiti da Basilea 2, ma l’accesso al
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credito rimane complicato.
La ricerca è stata condotta su un campione composto da 16.493 aziende suddivise in
11.941 ditte individuali e 5002 società di persone, tutte raggruppate in 4 macrosettori
scelti in base all’attività svolta: commercio (7.136 imprese), servizi (4.060), manifatturiero
(3.691) e costruzioni (2.056). Il 53% delle società prese in considerazione dalla ricerca
non ha debiti mentre c’è uno striminzito 3,7% per cui i debiti superano l’ammontare del
fatturato.
Dal punto di vista della liquidità per il 42% delle imprese i tempi di incasso e pagamento
coincidono mentre per il 24% "i tempi di pagamento sono inferiori a quelli di incasso" e il
restante 34% "gode di vantaggi nella definizione delle scadenze".
Confrontando questi dati con i settori di operatività si evidenzia che le imprese
manifatturiere sono quelle meno in sofferenza, visto che solo il 3,1% di esse ha problemi di
insolvenza. Seguono il commercio, col 3,9% di aziende in sofferenza, le costruzioni col
4,1% e infine i servizi col 4,5% delle imprese in rischio default. Il rischio di insolvenza
aumenta con l’allungarsi dei tempi di pagamento: chi regola subito le proprie pendenze
solo nel 3,4% dei casi rischia poi di trovarsi in default, cosa che invece accade a quasi il
6% di quanti pagano dopo i fatidici 90 giorni. Tanto più l’azienda è giovane, tanto più
cresce il rischio di insolvenza, considerando invece il livello di occupazione, si nota che il
"molto piccolo è bello": tra le imprese che si dimostrano più solide dal punto di vista
finanziario ci sono le ditte individuali, le società di persone che si avvalgono solo del
lavoro degli imprenditori e quelle "che hanno una struttura significativa ma ancora
gestibile in modo che si possa definire artigianale". Secondo gli imprenditori inclusi nel
campione la possibilità di ottenere una linea di credito dipende da almeno due variabili: la
necessità di dimostrare di disporre di un’adeguata dotazione di garanzie e un buon
rapporto personale col direttore. E Basilea 2 sembra non aver inciso in modo significativo
per il cambiamento della situazione.”
Non deve quindi essere erroneamente dimenticata l’importanza assunta dalle PMI.
Le piccole e medie imprese costituiscono in certi casi dei centri di eccellenza che
sicuramente non operano su mercati di grande scala, ma comunque competono a livello
internazionale. A questo proposito possono essere considerati i casi dei distretti industriali,
ovvero aree geografiche in cui operano aziende di dimensioni ridotte e legate ad uno stesso
5 Per approfondimenti relativi al rapporto fra piccole e medie imprese e possibilità di accesso al credito è
possibile consultare il “Rapporto sull’affidabilità delle imprese minori” di Unioncamere relativo all’anno
2006. 3
settore (ad esempio l’Emilia Romagna per la produzione di scarpe o la zona di Alba per la
realizzazione dei vini).
In altri casi la sopravvivenza stesse delle imprese di piccole e medie dimensioni è legata
alla capacità di confrontarsi con i mercati esteri (ad esempio la qualità garantita dal
marchio “Made in Italy” e riconosciuta in tutto il mondo).
Per affrontare al meglio la concorrenza internazionale, è necessario che le aziende, anche
di minori dimensioni, possano contare sull’aiuto di partner finanziari che adottano
prospettive internazionali.
Inoltre un approccio di questo tipo consentirà alle imprese di sviluppare una mentalità
orientata non più solo a obiettivi a brevissimo termine, ma a una produttività a medio lungo
termine, indispensabile per una crescita reale e solida.
Basilea II è stata, come già detto precedentemente, criticata per parametri troppo stringenti
legati alla concessione di prestiti o mutui.
Il rapporto redatto da Confindustria e intitolato “Audizione sulle problematiche relative
all’applicazione di Basilea 2”, mette in luce come, fra il 2008 e il 2009 si sia verificata una
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vera e propria stretta del credito.
In particolare la crescita è diminuita passando da un +10,80% nel 2008 a un -0,50% nel
2009.
Le motivazioni legate a tale andamento sono riscontrabili in due diversi aspetti: da un lato
il calo della domanda dei finanziamenti richiesti dalle PMI e dall’altro una minore offerta
di credito.
Quest’ultimo aspetto è riconducibile ad altri due elementi: da un lato un peggioramento dei
rating attribuiti alle imprese e dall’altro l’aumento delle sofferenze bancarie.
Inoltre in molti casi non possiedono strumenti adeguati nel settore di analisi e gestione
finanza.
Alla luce di queste considerazioni, le PMI appaiono quindi rischiose ed instabili. Tuttavia
le ricerche empiriche hanno dimostrato che, soprattutto nelle fasi di rallentamento come
quella in cui stiamo vivendo, le aziende di dimensioni minori sono state in grado di
fronteggiare maggiormente la crisi.
Per fronteggiare questi problemi, Basilea 2 è già stata sottoposta a diverse modifiche,
soprattutto sotto la spinta dei governi di Germania e Italia, ma il rischio resta e l’accordo
continua a generare polemiche.
Un’analisi particolare deve poi essere condotta relativamente alla situazione italiana.
L’Italia infatti è un Paese in cui le PMI giocano un ruolo primario.
6 Per approfondimenti è possibile consultare l’”Audizione sulle problematiche relative all’applicazione di
Basilea 2” redatto da Confindustria e presentato alla Camera dei Deputati – Commissione Finanze e
presentato l’11 febbraio 2010 a Roma da Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria dal 2009.
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A questo si affianca un sistema economico molto chiuso, rattrappito, carente di quella
capacità di innovare che è la molla necessaria per la competitività (ad esempio in
investimenti riguardanti il settore ricerca e sviluppo). L’origine del problema italiano
tuttavia non è recente. In realtà ha radici molto più profonde di natura storica e politica.
Tuttavia attualmente questo modello è considerato obsoleto, se considerato in ottica
internazionale e di mercati economici globalizzati.
Le banche devono quindi iniziare a cambiare le loro strategie per riuscire a raggiungere
risultati migliori.
I risultati sono facilmente confrontabili se paragonati con quelli di altre aziende di natura
francese e inglesi.
Le prime fanno largo uso di strumenti di finanziamento emessi dalle grandi banche
popolari, mentre le seconde dei capitali facilmente reperibili in borsa. Le imprese tedesche,
invece, godono della presenza di un unico istituto bancario di riferimento, coinvolto anche
negli aspetti operativi dei processi aziendali. Il modello renano, infatti, prevede la
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presenza, all’interno dei Cda di ciascuna impresa, i dirigenti, le banche e i sindacati.
Il sistema delle imprese italiane si basa su un modello che prende il nome di
pluriaffidamento bancario, ovvero il ricorso a numerose banche soprattutto per quanto
concerne operazioni di breve termine.
I dati ottenuti in base alle ricerche effettuate negli anni compresi fra il 2003 e il 2006 da
Unioncamere, relativo al rapporto con gli istituti di credito e possibilità di fallimento
dimostra che le imprese che non fanno ricorso al multi-affidamento bancario hanno minori
probabilità di incorrere in situazioni di grave crisi: solo 3 aziende su 100 tra quante
intrattengono un rapporto continuativo con una sola banca si sono ritrovate in una
situazione di default, a differenza di quanto accade per le imprese che si appoggiano su
più di 3 istituti di credito che, in quasi il 7% dei casi, sono in situazione di insolvenza (con
2 banche il tasso è del 5,1%, con 3 istituti del 6,1%).
Di conseguenza, il fattore di capitalizzazione sarà l’indicatore che darà maggiori
preoccupazioni. Infatti un minor grado di capitale indica generalmente poca solidità e
quindi un investimento in un’attività più rischiosa.
A quest’insieme di problemi se ne aggiunge un altro. Attualmente le norme per la
concessione di prestiti e mutui attraverso garanzie personali prevedono forti limiti e il loro
ricorso è limitato a casi particolari.
Quindi, mentre in passato, le garanzie personali usate per contrarre un finanziamento erano
considerate degli strumenti adeguati, ora non possono più avere la stessa rilevanza.
Di conseguenza l’unica soluzione percorribile sarebbe attraverso l’immissione di nuovo
capitale di rischio, l’ingresso di nuovi soci o l’utilizzo di nuovi strumenti finanziari.
7 Per approfondimenti relativi ai diversi modelli organizzativi delle imprese è possibile consultare il capitolo
omonimo nel libro “Contabilità e bilancio d’esercizio” di Ferrero, Dezzani, Pisoni e Puddu, edizione 2004.
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Tuttavia, quest’ipotesi presenta due grandi problemi che devono essere fronteggiati: da un
lato vi è l’aspetto psicologico: molte imprese di piccole dimensioni e a conduzione
familiare riscontrano notevoli difficoltà a diluire la proprietà e a permettere l’ingresso di
nuovi soci; l’ingresso di membri esterni è visto con diffidenza e spesso è considerata la
soluzione per evitare il fallimento.
Questo è un problema centrale nella gestione delle PMI che, proprio per le loro
caratteristiche, possiedono specificità e peculiarità che devono essere analizzate
singolarmente. La diffidenza riguardo l’apertura nei confronti di nuovi soci può
comportare una serie di problemi. Come già precisato in precedenza, la mancanza di nuovi
soci e quindi di capitale comporta non solamente difficoltà di accesso al prestito, ma anche
perdita di nuove potenziali opportunità di guadagno.
Infatti attraverso maggior capitale è possibile effettuare nuovi investimenti in attività
altrimenti non realizzabili. Per alcune aziende, la mancanza di accesso al capitale, ha
comportato anche ad una perdita di competitività sia a livello nazionale che internazionale,
e, in parecchi casi, al fallimento.
Inoltre l’ingresso di nuovi soci all’interno di un’impresa può comportare dei miglioramenti
a livello gestionale, attraverso l’apporto di idee, manageriali e non, innovative.
Dall’altro lato vi è la mancanza di una politica fiscale adeguata che incentivi la
capitalizzazione.
Le PMI italiane rischiano quindi ancora di più rispetto alle aziende presenti in altri Paesi
di essere maggiormente penalizzate dalle nuove regole
Per fronteggiare questo problema un primo punto di partenza potrebbe essere quello di
individuare, partendo dai bilanci riclassificati, i punti di forza e i punti di debolezza.
In tal modo si potrebbe evidenziare l’effettiva situazione circa l’aspetto reddituale, di
solidità e di liquidità. Sicuramente queste analisi hanno dei costi molto alti e spesso
proibitivi per le aziende stesse. Dovrebbe quindi entrare in gioco il ruolo della banca per
favorire un’attività di consulenza a costi minori e che produrrà sicuramente vantaggi per
entrambe le parti.
Infine, al termine di tale analisi, si dovrebbero esaminare le strategie da adottare per far
fronte agli aspetti considerati insufficienti o lacunosi.
Risulta fondamentale conoscere e comunicare le reali possibilità di successo di un’impresa
o di un progetto e quale potrebbe essere verosimilmente il ritorno di un investimento sul
quale è stato erogato un prestito.
Sia le banche, sia le PMI otterranno numerosi vantaggi. In particolare le banche saranno in
grado di valutare più adeguatamente il progetto che si intende finanziare e, di conseguenza,
la sua rischiosità.
Le PMI, invece, sapranno fare un analisi più coerente rispetto alla loro effettiva situazione
e contemporaneamente avranno la possibilità di accedere ai prestiti maggiormente congrui
con le loro possibilità. Quindi attraverso l’attribuzione di un rating coerente, le aziende di
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pic
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