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Economia aziendale, teoria

Fondamenti di economia aziendale, Temi trattati:
- L’azienda come centro di produzione di beni e servizi.
- L’organizzazione dell’azienda e i fattori della produzione.
- Tipologie di azienda e loro caratteristiche economico-tecniche: azienda che produce per il mercato (impresa) – azienda che produce per il consumo (interno o di terzi).
- Ciclo economico e monetario... Vedi di più

Esame di Economia aziendale docente Prof. L. Provaroni

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Tramite un accordo delle materie prima da lasciare in azienda, gli agricoltori stabiliscono il

necessario presidio per fronteggiare inevitabili rischi di gestione. Se, ad esempio, gli agricoltori

s’impegnassero a reinvestire per 2-3 anni il compenso loro spettante, è probabile che con

opportuni accorgimenti tecnici l’azienda riesca coprire con l’indebitamento l’intero fabbisogno,

potendo disporre di una fonte di rimborso di (9,9 milioni annui).

Le leve che gli agricoltori hanno per risolvere il problema del finanziamento sono:

− Lasciare in azienda tutto o parte del compenso per le materie prima che andranno a

conferire;

− Apportare risorse finanziarie attraverso prestiti subordinati a lunga scadenza con congruo

interesse;

− Prestare garanzie a favore dell’azienda sui debiti che essa andrà a contrarre;

ovviamente costituire una propria azienda espone gli agricoltori ad un rischio maggiore rispetto ad

un semplice rapporto di fornitura con aziende trasformatrici.

Per il proprio finanziamento l’impresa attinge risorse finanziarie ad una pluralità di fonti, con

caratteristiche diverse, e le combina ed armonizza in relazione all’andamento del fabbisogno

finanziario e al profilo di rischio della sua gestione.

Le fonti di finanziamento possono essere ricondotte a due grandi classi:

− Capitale proprio (residuale e variabile)che non comporta obblighi giuridici di rimborso o

remunerazione;

− Indebitamento o capitale di credito, che comporta l’obbligo di rimborso a scadenza

predeterminate e l’obbligo di corrispondere interessi periodici.

Il capitale proprio assume due forme:

− Conferimento in danaro o cespiti da parte del proprietario unico o soci;

− Autofinanziamento attraverso la ritenzione, totale o parziale, degli utili conseguiti.

Nelle ditte individuali o imprese con base azionaria ristretta l’autofinanziamento è prevalente,

poiché la distribuzione degli utili è subordinata all’aumento del capitale proprio, condizione che

garantisce un’equilibrata struttura finanziaria.

Nelle imprese con capitale diffuso tra svariati azionisti la politica dei dividendi assume un ruolo

centrale. La gran parte degli azionisti vede infatti nel dividendo il solo indicatore dell’andamento

economico aziendale, per cui il management ha interesse nel distribuire dividendi congrui in modo

da conservare la fiducia degli azionisti.

La ritenzione degli utili è cosa normale nelle imprese a ristretta base azionaria costituendo la

forma di alimentazione del capitale proprio; nelle imprese di vaste dimensioni la ritenzione degli

utili è invece subordinata alla distribuzione dei dividendi.

Le forme di finanziamento possono essere classificate, in base alla durata, in: debiti a breve

termine (1 anno), debiti a medio termine (5anni) e debiti a lungo termine (oltre i 5anni). Vi sono

anche debiti con scadenza indeterminata con la clausola salvo revoca, dove il finanziatore

accorda la linea di credito senza indicare la scadenza ma con la facoltà di chiederne il rimborso

con un dato preavviso, anche di pochi giorni. Tra i finanziamenti di questo tipo va segnalato il

credito di conto corrente per elasticità di cassa (scoperto di conto corrente), che consente

all’impresa beneficiaria, nell’ambito dell’affidamento accordatole, di eseguire quotidianamente

versamenti e prelevamenti in connessione con il dispiegarsi delle operazione di gestione.

Solitamente i finanziamenti a breve termine vengono rimborsati con poche rate o in unica

soluzione, mentre per quelli a medio-lungo termine solitamente è previsto un piano di

ammortamento.

Il costo dei debiti finanziari costituito dagli interessi, computati in base ad un determinato tasso.

Quest’ultimo esprime il costo di un prestito di 100€ per un anno. Se il pagamento avviene ad

intervalli minori dell’anno il tasso effettivo è più alto di quello normale, tanto più alto quanto più

breve è il periodo infrannuale di liquidazione degli interessi.

Il tasso può essere fisso per la durata del prestito, o variabile in base a determinati parametri.

Spesso il finanziatore, per accordare il prestito, chiede una specifica garanzia(ipoteca su immobili,

pegni su merci ecc.). Altre volte richiede una garanzia (fideiussione) da soggetto giuridico diverso

dal titolare dell’impresa. Nelle piccole e medie imprese è frequente che il loro indebitamento sia

assistito dalla fideiussione dei soci. In questo modo l’esposizione debitoria sarà estremamente

elevata rispetto al capitale proprio.

Esistono molte forme intermedie di finanziamento, più prossime al debito che al capitale. Queste

forme puntano ad attenuare la rigidità in materia di rimborso del debito offrendo meno certezze al

finanziatore, ma con la contropartita di dargli una partecipazione diretta o indiretta alle aspettative

di reddito dell’impresa:

Prestiti partecipativi: la loro remunerazione è legata interamente o in parte agli utili di

• bilancio, o ad altri parametri che siano comunque espressione dell’andamento economico

di gestione. Essa viene corrisposta prima dei dividendi delle azioni di qualunque tipo.

Prestiti subordinati: molto simili ai precedenti, la “subordinazione” riguarda il rimborso.

• Esso lo si può prevedere subordinato all’estinzione di tutti gli altri debiti dell’impresa o al

raggiungimento di un dato rapporto tra complessivo indebitamento e capitale proprio.

Prestiti irredimibili: non è prevista una scadenza né una data per il loro rimborso. È

• prevista invece una remunerazione predeterminata, spesso indicizzata all’andamento

dell’inflazione, integrata da un partecipazione agli utili, qualora i dividendi superino un

determinato importo, o da quote delle riserve nel caso esse venissero trasformate in

aumento gratuito del capitale sociale.

Obbligazioni convertibili: è la forma di finanziamento più diffusa e che meglio esprime il

• carattere intermedio tra debito e capitale proprio. L’obbligazione convertibile dà al suo

detentore la facoltà di ottenere, ad una determinata scadenza, il rimborso o la conversione,

secondo un prestabilito rapporto, in azioni della società. Dal punto di vista dell’emittente,

l’obbligazione convertibile consente, di norma, di finanziarsi a tassi molto bassi offrendo in

cambio titoli di capitale a condizioni molto vantaggiose. Il sottoscrittore invece acquista

azioni a un prezzo inferiore alla loro probabile quotazione al momento della conversione,

pagando questo vantaggio attraverso un minor rendimento delle obbligazioni per tutta la

durata del tempo.

Per le aziende che producono per lo scambio la produzione trova la sua utilizzazione economica

nel collocamento sul mercato. A differenza delle aziende che producono per il consumo, quelle per

lo scambio hanno una partecipazione finalizzata alla remunerazione.

Sottoscrivere azioni di una società equivale a legare il corrispondente capitale alle sorti

dell’azienda, con una decisione che viene responsabilmente assunta valutando l’opportunità di una

remunerazione dei mezzi così investiti.

Il capitale di rischio è un fattore che manca nelle aziende che producono per il consumo, in quanto

le stesse non sono finalizzate alla utilizzazione commerciale della produzione e non hanno, perciò,

bisogno di mezzi finanziari specificatamente destinati dai loro proprietari a correre il rischio di

mercato in vista di un’adeguata remunerazione.

I fattori della produzione possono avere una remunerazione di tipo contrattuale(capitale di credito)

oppure di tipo residuale(capitale di rischio).

La maggior parte dei fattori di produzione sono di tipo contrattuale, come merci, materie e servizi,

che devono essere pagati indipendentemente dall’andamento positivo o negativo del ciclo

aziendale.

Nelle aziende per lo scambio l’equilibrio economico si raggiunge successivamente al surplus che si

ha una volta coperti i fattori a remunerazione contrattuale e residuale.

Il saggio di remunerazione di un capitale è così scomposto:

Tasso di copertura del saggio di inflazione, giacché non c’è remunerazione se non dopo

• aver salvaguardato la capacità di acquisto dei capitali investiti;

Tasso di compenso per l’uso concesso a terzi del proprio denaro, in assenza di

• coinvolgimento nel rischio aziendale;

Tasso di compenso per la partecipazione al rischio connesso con l’andamento aziendale.

Si ipotizza un tasso di 0,12 così aperto:

0,06 per la copertura del tasso d’inflazione;

• 0,04 per la remunerazione del capitale;

• 0,02 compenso per il rischio;

La logica che vuole il tasso di remunerazione del capitale di rischio maggiore di quello per

l’interesse sul capitale di credito può non essere rispettata se si guarda con superficialità alcuni

dati empirici. Ad esempio si potrebbe pensare ad un tasso di rendimento di un CCT del 10% e il

valore di un’azione di 4€ con un dividendo di 0,32 (8%). I due dati non sono omogenei, poiché il

dividendo è solo la parte del surplus destinata alla remunerazione finanziari dell’azione, mentre è

possibile che una quota anche maggiore del “margine residuale” sia accantonata a riserva. Tale

quota accresce il valore del titolo, rappresentando un compenso monetizzabile all’atto del

disinvestimento.

Lavoratori e fornitori potrebbero decidere di correre il rischio della residualità, condividendo la

distribuzione del surplus.

Non tutti i fattori possono essere in posizione contrattuale, poiché almeno uno deve assumere su

di se la posizione residuale.

Il perdurare di una situazione di squilibrio economico (R

fattori in posizione contrattuale, che genera una situazione patologica facendo ricadere su di essi

gli effetti deteriori del rischio di mercato. Dunque i fattori in posizione residuale possono essere

coinvolti quando la gestione aziendale non riesce a produrre ricavi sufficienti per la loro

remunerazione.

In questa situazione le banche andranno a fare delle accurate valutazioni sui clienti prima di

concedergli credito, arrivando anche a chiedere delle garanzie supplementari.

Un’azienda per lo scambio può non remunerare per qualche tempo i fattori in posizione residuale

ed essere “sana”, mentre una che non riesce a remunerare quelli in posizione contrattuale è in crisi

o quantomeno in difficoltà.

L’azienda che produce per il mercato e remunera attraverso i ricavi tutti i fattori della produzione è

certamente in equilibri economico, ma tale condizione potrebbe non rappresentare l’obiettivo del

soggetto che la controlla, il quale potrebbe impostare la gestione mirando a massimizzare il

surplus, ricercando una misura di questo ben più elevata di quella che serve per la congrua

remunerazione del capitale di rischio.

Sull’asse delle ascisse ci sono le quantità prodotte/vendute e su quella delle ordinate i valori dei

costi e dei ricavi. La semiretta Cf, che configura i costi fissi, è parallela all’asse delle ascisse

poiché i costi, entro i limiti della capacità produttiva espressa da ogni fattore che genera tale tipo di

oneri, non mutano. Le semirette Cv e Ct rappresentano i costi variabili e totali, mentre R i ricavi. Il

punto P indica l’incontro tra le curve dei costi totali e quella dei ricavi dove si vengono a coprire i

costi, ad un valore e n e quantità n. Questo punto assume nel linguaggio tecnico il nome di break

even point. A destra di P si ha R>C mentre a sinistra C>R. L’area destra di surplus rappresenta la

remunerazione dei fattori residuali o un valore maggiore. Possiamo immaginare che

l’autosufficienza economica sia raggiunta quando i ricavi raggiungono il punto M con valore Vm e i

costi il punto L con valore Vl; la differenza tra i due valori dovrebbe consentire la remunerazione

dei fattori in posizione residuale. L’area di puro profitto è quella del triangolo PML, che assume

valori maggiori con l’allargarsi della forbice ricavi-costi. Le aziende che conseguono

specificatamente il profitto prendono il nome di imprese.

Maggiore sarà il livello dei costi fissi maggiore sarà il volume di vendite necessario per il break

even point.

Si noti l’andamento dei ricavi al variare dei costi fissi. Il break even point è raggiunto in posizioni

diverse

.

Esempio di un’azienda in fase di costituzione:

1) Immobilizzazioni tecniche

• È stato stipulato un contratto “chiavi in mano” con consegna a 2 anni, per un importo

complessivo di 80 milioni pagabile per l’80% a “stati di avanzamento” e per il 20% al

collaudo. Gli stati previsti sono:

− 30 milioni il 1° anno;

− 34 milioni il 2° anno;

− 16 milioni al 3° anno assieme al collaudo;

• A partire dal 5° anno sono previsti investimenti di sostituzione per 6 milioni all’anno;

• Le immobilizzazioni tecniche vengono ammortizzate in ragione di 12 milioni all’anno a

partire dal 3°anno(dato effettivo avvio della produzione);

2) Capitale circolante

• Materie prime: è previsto uno stock medio di 10 milioni di euro con un minimo di 9 milioni.

La materia prima incide per 100€ su ogni unità prodotta, mentre il lotto minimo di acquisto

è di 1000 pezzi. Le materie prime vengono pagate a 90 giorni;

• Semilavorati: non ci sono semilavorati poiché la produzione è istantanea;

• Prodotti finiti: è previsto uno stock medio di 20000 pezzi valutati al costo delle sole materie

prime: 100€ al pezzo;

• Prezzo unitario del prodotto e condizioni di pagamento: il prezzo di vendita unitario (al netto

di sconti, provvigioni, trasporto ecc.) è pari, a partire dall’8° anno, a 230€ con pagamento a

90 giorni.

Principali dati (in migliaia di €) relativi ai primi 7 esercizi. Si considera il periodo di 7 anni poiché

dopodiché la fase di start up dovrebbe essere conclusa,con i ricavi che si stabilizzano.

1 2 3 4 5 6 7

Vendite in pz. 150.000 250.000 300.000 400.000 400.000

Prezzo unitario in 100 1000 180 190 200 220 220

€ 0

Costi di struttura 15.000 15.000 15.000 15.000 15.000

Ammortamenti 12.000 12.000 12.000 12.000 12.000

Investimenti di 6.000 6.000 6.000

sostituzione

Produzione in pz. 170.000 250.000 300.000 400.000 400.000

Conto economico dei primi 7 esercizi in migliaia di €:

1 2 3 4 5 6 7

Ricavi 27.000 47.500 60.000 88.000 88.000

Costi

Personale e 1.000 1.000 15.000 15.000 15.000 15.000 15.000

generali

Materiali 17.000 25.000 30.000 40.000 40.000

Ammortamenti 12.000 12.000 12.000 12.000 12.000

Imposte 1.000 2.000 2.000 4.000 5.000

Costi totali 1.000 1.000 45.000 54.000 59.000 71.000 72.000

Utile d’esercizio -1.000 -1.000 -18.000 -6.500 1.000 17.000 16.000

(R-C)

Procedimento indiretto (attraverso l’andamento degli investimenti in essere)

1 2 3 4 5 6 7

Immobilizzazioni 30.00 64.000 80.000 80.000 86.000 92.000 98.000

tecniche 0

Ammortamento 12.000 24.000 36.000 48.000 60.000

Capitale fisso 30.00 64.000 68.000 56.000 50.000 44.000 38.000

0

Materie prime 10.000 10.000 10.000 10.000 10.000

Prodotti 2.000 2.000 2.000 2.000 2.000

Crediti 6.750 11.875 15.000 22.000 22.000

Fornitori -4.250 -6.250 -7.500 -10.000 -10.000

Capitale 14.500 17.625 19.500 24.000 24.000

circolante netto

Capitale 30.00 64.000 82.500 73.625 69.500 68.000 62.000

circolante + 0

Capitale fisso

Ris. Econ. Cum. 1.000 2.000 20.000 26.500 25.500 8.500

Fabbisogno 31.00 66.000 102.500 100.125 95.000 76.500 62.000

cumul. 0

Procedimento diretto (attraverso l’andamento dei pagamenti e degli incassi)

1 2 3 4 5 6 7

Incassi da crediti 20.250 42.375 56.875 81.000 88.000

e vendite

Pagamenti

Capitale fisso 30.00 34.000 16.000 6.000 6.000 6.000

0

Dipendenti e 1.000 1.000 15.000 15.000 15.000 15.000 15.000

spese generali

Imposte 1.000 2.000 2.000 4.000 5.000

Materie prime 24.750 23.000 28.750 37.500 40.000

Pagamento 7.500

dividendi

Totale pagamenti 31.00 35.000 56.750 40.000 51.750 62.500 73.500

annuali 0

Fabbisogno 31.00 35.000 36.500 -2.375 -5.125 -18.500 -14.500

annuale (B-A) 0

Fabbisogno 31.00 66.000 102.500 100.125 95.000 76.500 62.000

cumulato 0

1. CASH FLOW OPERATIVO 7 ANNI

+ ENTRATE +310.500

- USCITE - 303.000

- VARIAZIONE CREDITI - 77.625

+ VARIAZIONE DEBITI +38.000

= -32.125

2. CASH FLOW INVESTIMENTI 7 ANNI

VENDITE BENI STRUMENTALI -

ACQUISTO BENI STRUMENTALI 18.000

-18.000

3. CASH FLOW FINANZIARIO 7 ANNI

+ ACCENSIONE FINANZIAMENTI -

+ AUMENTI CAPITALE IN DENARIO -

+ PRESTITI OBBLIGAZIONARI -

-RIMBORSO FINANZIAMENTI -

-PAGAMENTO DIVIDENDI 7.500

-7.500€

Il procedimento indiretto mette in rilievo l’andamento del capitale fisso (e li suo recupero attraverso

l’ammortamento) e le variazioni che subisce il capitale circolante al crescere delle vendite. I due

prode cimenti si armonizzano e completano con la tecnica dello scorrimento:

− Con il primo procedimento (sintetico) si rileva la previsione del fabbisogno a medio e lungo

termino (3-5 anni) in base alla quale si costruisce la struttura finanziaria;

− Con il secondo procedimento (analitico) si costruisce un previsione a breve termine (6-12

mesi) incentrata non più su grandi aggregati ma sulla puntuale e dettagliata prospettazione

delle entrate e delle uscite allo scopo di perseguire la loro migliore armonizzazione nel

quadro del puntuale rispetto delle scadenze e degli impegni assunti.

Le variazioni che il fabbisogno finanziario subisce nel tempo possono essere seguite anche

attraverso la generazione di cassa, nozione di agevole computo e di grande efficacia per

impostare correttamente i problemi finanziari delle imprese. La nozione può assumere le

configurazioni di generazione di cassa lorda (GDCL) e generazione di cassa netta (GDCN).

Per GDCL si intendono le disponibilità monetarie prodotte dalle operazioni d’esercizio, in un dato

arco di tempo, di solito annuale. Per GDCN invece si intende la cassa lorda al netto delle uscite

per investimenti e il pagamento dei dividendi.

La GDCL può essere calcolata analiticamente, considerando entrate ed uscite da ricavi e costi

d’esercizio in un dato arco di tempo, o sinteticamente attraverso la dinamica di alcune macro-

grandezze.

La GDCL è data dalla soma algebrica di:

− Quote di ammortamento, è sempre un elemento positivo della GDC, essa genera cassa;

− Variazioni capitale circolante, se negativa genera cassa, al contrario l’assorbe. La

variazione negativa segnala infatti la sua diminuzione per minor crediti, scorte di materie

prime ecc.;

− Risultato economico di gestione conseguito, se positivo accresce la GDCL, se negativo la

contrae.

Il calcolo della GDC può essere così schematizzato:

Ammortamento dell’esercizio +

Incremento o decremento del capitale -/+

circolante

Risultato d’esercizio (perdita o surplus) -/+

GDCL

Dividendi pagati -

Investimenti dell’anno -

GDCN

Se la GDCN è di seno positivo significa che si è generata cassa e il fabbisogno finanziario è

diminuito. Al contrario si avranno le condizioni opposte.

Nelle scelti inerenti il finanziamento, la nozione di fabbisogno finanziario acquista rilievo solo se

riferito al complesso degli investimenti ovvero all’impresa nel suo insieme e non a singoli cespiti.

Spesso si considera erroneamente che gli investimenti a rapido rigiro(si rinnovano a scadenza)

possano essere coperti con finanziamenti a breve termine, dimenticando il fatto che molti

investimenti, ancorché abbiano effettivamente tempi di recupero molto rapidi sono destinati a

ripetersi con continuità e senza sosta.

Gli investimenti a lento rigiro sono classificabili in:

− Investimenti non ammortizzabili (terreni, partecipazioni in altra società ecc.), generano un

fabbisogno costante e a tempo indefinito, finche l’investimento non viene realizzato;

− Investimenti ammortizzabili soggetti a rinnovo (macchinari, impianti ecc.), generano un

fabbisogno decrescente in funzione alle quote di ammortamento via via imputate

all’esercizio;

− Investimenti ammortizzabili non soggetti a rinnovo (brevetti e altri investimenti una tantum),

generano un fabbisogno decrescente fino all’annullamento dell’ammortamento.

È possibile supplire alla carenza dei mezzi finanziari espressi dalla monetizzazione dei ricavi e dei

proventi tramite altri flussi monetari, rappresentati dagli apporti di capitale di rischio. In questo

modo l’impresa può essere mantenuta in vita anche in assenza di equilibrio economico.

Questo caso è conveniente nei gruppi aziendali, poiché un soggetto economico può valutare

positivamente l’opportunità di avere più aziende che operano in settori supporto delle altre, anche

se i costi non sono interamente coperti dai ricavi. Lo svantaggio economico-finanziario della

capogruppo che deve intervenire periodicamente può essere ripagato dai minor costi delle altre

partecipate che si avvalgono di quei servizi, nonché dalla qualità di quest’ultimi.

È il caso delle società destinate nel gruppo alle ricerche e studi o a quelle finalizzate a produrre

servizi amministrativi o legali.

Nonostante i servizi delle società di studio o ricerca possano costare meno se affidati a società

terze, il soggetto economico può valutare il vantaggio della riservatezza che compenserà il

maggior onere. Il vantaggio può essere monetizzato se, per esempio, i risultati ottenuti consentono

di arrivare a sorpresa sul mercato con nuovi prodotti o servizi.

Si parla in questo caso di economicità sovraziendale , per significare che la valutazione del

vantaggio economico non va focalizzata sulla singola azienda, ma impostata tenendo conto che

ciascuna di esse è parte di un disegno, il quale va apprezzato nella sua unitarietà.

Ciò spiega anche come in un gruppo si possa imporre a talune aziende di vendere a prezzi non

remunerativi, allontanandosi dall’autosufficienza economica per svolgere un’azione dirompente su

quel mercato, o su quei mercati, costringendo alla resa la concorrenza.

Ipotizziamo un azienda sanitaria locale che sostiene, per la produzione del servizio, un costo totale

di 100, a fronte di proventi complessivi per 60. Si condurrà la ricerca se lo squilibrio di detta

gestione sia dovuto ad una insufficienza di proventi o all’eccessiva (quantità e qualità) onerosità

della coordinazione produttiva. Se si accetta il primo caso come scelta (politica economica) del

soggetto economico,bisognerebbe concentrarsi sul secondo aspetto, altrimenti il costo

dell’inefficienza andrebbe a ricadere sulla stessa collettività che si voleva agevolare.

Il quadro di riferimento è il seguente: Ipotesi 1

costi di produzione 100

Proventi 60

Ripianamento con maggiori imposte a carico di 40

“m” contribuenti Ipotesi 2

Immaginiamo che i servizi si sarebbero potuti realizzare con un costo di 75.

costi 75

proventi 60

Ripianamento con maggiori imposte a carico di 15

“m” contribuenti Ipotesi 3

Immaginiamo che i servizi si sarebbero potuti realizzare con un costo di 75, e che un’impresa

privata li avrebbe potuti vendere per 80.

costi 75

Vendita 80

Surplus 5

L’ipotesi 2 rispetto alla 1 comporta un costo unitario per unità inferiore del 25%, quindi una

maggiore produttività. Considerando l’obiettivo del soggetto economico di assicurare al

consumatore i servizi ipotizzati con minori oneri possibili, si dovrà adottare l’ipotesi 2, senza

affidare a imprese private la produzione. L’ipotesi 2 garantisce perciò un’economicità più elevata.

Gli obiettivi dell’azienda vanno raggiunti disponendo al meglio la coordinazione dei fattori

produttivi, quindi si deve tener conto di adeguare la produzione entro costi ridotti con riguardo

anche all’ambiente endogeno ed esogeno dell’azienda, nonché la quantità e la qualità della

produzione che si vuole realizzare.

L’economicità è l’attitudine a conseguire gli obiettivi assegnati all’azienda dal suo soggetto

economico, attraverso le condizioni di minimo costo relativo. È la corretta connessione tra fin

aziendali e costo della struttura organizzata per realizzarli.

Dal punto di vista contabile, nell’impresa capitalistica, che ha come unico fattore a remunerazione

residuale, il capitale proprio, il reddito d’esercizio è determinabile come differenza tra ricavi e costi

di competenza dell’esercizio(nozione economica), o come differenza tra capitale proprio alla fine

dell’esercizio e capitale proprio all’inizio dell’esercizio(nozione patrimoniale).

Seguendo un’impresa in fase di costituzione:

− Capitale iniziale: 1.000.000€ in denaro;

− Regolazione crediti e debiti in contanti;

− Nel primo esercizio annuale ha sostenuto costi per 900.000€ e ricavi per 200.000€.

1. Aspetto patrimoniale:

a) Disponibilità monetaria per 300.000;

b) Stock di investimenti destinati ad essere utilizzati negli anni successivi

(macchinari,impianti ecc.);

2. Aspetto economico:

a) Presenta un’eccedenza di costi sostenuti per 700.000€ i quali non esprimono perdite

poiché essi non hanno avuto nell’esercizio i relativi ricavi, perciò essi andranno

rettificati;

b) Fattori produttivi acquistati ma non ancora utilizzati.

Come si evince la riduzione di disponibilità monetarie iniziali da 1.000.000 a 300.000 è pari

all’eccedenza dei costi, cioè 700.000€.

L’aspetto economico mette in rilievo un dato cumulativo che è il risultante del fondo cassa

iniziale, mentre l’aspetto patrimoniale esprime autonomamente questa variazione, senza porla in

connessione con il fondo cassa iniziale.

Il reddito del primo esercizio può anche discendere dalla somma algebrica tra la variazione subita

dalla cassa e l’insieme dei costi rinviati ai futuri esercizi.

Entrambi gli aspetti esprimono lo stesso fenomeno, vale a dire lo stock di fattori produttivi

acquistati nel primo anno, che possono essere intesi sia come costi da trasferire ai futuri esercizi

sia come investimenti in attesa di essere recuperati attraverso i futuri ricavi.

Se per esempio gli investimenti dovessero essere stimati per 825.000€ avremo:

1) Aspetto patrimoniale:

Capitale netto alla fine del

periodo Cassa 300.000

Investimenti in essere 825.000 1.125.000

Capitale netto all’inizio del

periodo Cassa 1.000.000 1.000.000

Reddito d’esercizio 125.000

2) Aspetto economico:

Ricavi conseguiti nell’esercizio 200.000

Costi sostenuti nell’esercizio 900.000

Ricavi-Costi -700.000

Costi rinviati ai futuri esercizi 825.000

Reddito d’esercizio 125.000

Il procedimento economico è più analitico, mostra come si è giunti a quel determinato reddito e i

costi e i ricavi che vi hanno concorso, opportunamente raggruppati e classificati. Il procedimento

patrimoniale fornisce solo l’importo del reddito, ma nulla dice intorno alle sue componenti.

Nella sua funzione di indicatore di economicità, il reddito d’esercizio vede notevolmente

accresciuto il suo potenziale informativo se, oltre al suo importo, si conosce anche il modo in cui

esso si è venuto a formare nelle sue principali componenti.

Il procedimento economico di determinazione del reddito si concretizza nel bilancio d’esercizio,

che ne è lo strumento di computo e di rappresentazione, attraverso un Conto Economico e uno

Stato Patrimoniale.

Se considerassimo un qualunque esercizio successivo al primo, lo schema di determinazione del

reddito avrebbe qualche variazione:

− Dovremo tenere conto dei costi e dei ricavi manifestatisi nel periodo, nonché dei fattori

produttivi ancora disponibili a fine periodo che saranno utilizzati nel 3° esercizio; e anche

dei fattori ricevuti dal 1° esercizio e che, in questo esercizio, saranno utilizzati per produrre.

Assumendo che nel 2° esercizio i ricavi conseguiti siano pari a 700.000, i costi sostenuti per

445.000 e quelli da trasferire per 780.000, avremo in sintesi:

Ricavi conseguiti nell’esercizio e di sua 700.000

competenza

Costi sostenuti nell’esercizio 445.000

Differenza 255.000

Costi ricevuti dal 1° esercizio 825.000

Costi rinviati al 3° esercizio 780.000

Reddito secondo esercizio 210.000

Conto economico

Componenti negativi di reddito Componenti positivi di reddito

Costi trasferiti 825.000 Ricavi dell’esercizio e 700.000

dall’esercizio di sua competenza

precedente

Costi dell’esercizio 445.000 Costi trasferiti ai futuri 780.000

esercizi

Totale componenti 1.270.000 Totale componenti 1.480.000

negativi positivi

Reddito dell’esercizio 210.000

1.480.000

Bisogna ora distinguere i costi in quelli d’esercizio da quelli di investimenti.

− I costi d’esercizio sono quelli che esauriscono la loro utilità in un unico atto produttivo

(materie prime, di consumo ecc.) o la cui utilità svanisce per il semplice decorrere del

tempo (costi per il personale, affitti, interessi passivi ecc.);

− Gli investimenti riguardano quei fattori che hanno utilità pluriennale (impianti

industriali,brevetti ecc.) o addirittura indefinita nel tempo (terreni, partecipazioni al capitale

ecc).

i costi d’esercizio sono per la maggio parte di competenza del periodo amministrativo in cui sono

sostenuti, mentre i costi per investimenti sono per la maggior parte di competenza di periodi

successivi, in particolare:

1. Gli investimenti vengono iscritti direttamente tra le attività dello Stato Patrimoniale;

2. I costi d’esercizio vengono iscritti nel Conto Economico;

3. Nel Conto Economico, sono iscritte le eventuali parti dei costi d’esercizio da rinviare al

futuro o, con segno opposto l’eventuale parte degli investimenti che si reputa di

competenza del periodo a cui si riferisce il bilancio.

Gli investimenti ammortizzabili hanno durata pluriennale ma comunque limitata, vengono

recuperati indirettamente attraverso i ricavi della produzione e concorrono annualmente alla

determinazione del reddito attraverso la quota di ammortamento.

Gli altri investimenti vengono recuperati solo quando se ne decide lo smobilizzo, e concorrono a

formare il reddito solo se il loro valore ha subito una variazione e nei limiti di tale variazione:

Stato Patrimoniale

Attivo Passivo e capitale netto

Valori numerari attivi: Valori numerari passivi:

− −

Certi; Assimilati;

− −

Assimilati; Presunti;

Valori stimati o astratti di bilancio connessi

− Presunti. a presunti costi futuri:

− Ricavi o quote di ricavi passati

contrapponibili a costi futuri e rinviati a

favore di futuri esercizi;

− Costi o quote di costi presunti futuri di

competenza dell’esercizio trascorso.

Capitale netto iniziale:

− Capitale nominale e riserve

Deficit o passivo scoperto: Utile netto dell’esercizio

Perdita netta dell’esercizio

Valori stimati o astratti di bilancio connessi

a presunti ricavi futuri:

− Costi o quote di costi passati

contrapponibili a ricavi futuri e rinviati a

carico di futuri esercizi;

− Ricavi o quote d ricavi presunti futuri di

competenza dell’esercizio trascorso;

Conto economico

DARE AVERE

a) Componenti negativi di reddito a) Componenti positivi di redito

provenienti da esercizi anteriori: provenienti da esercizi anteriori:

− −

Costi passati trasferiti a carico del Ricavi passati trasferiti a carico del

presente esercizio; presente esercizio;

− −

Ricavi presunti accreditati a esercizi Costi presunti addebitati a esercizi

precedenti; precedenti;

b) Componenti negativi di reddito c) Componenti positivi di reddito

sostenuti e rilevati durante il conseguiti e rilevati durante il

presente esercizio, in derivazione da presente esercizio, in derivazione da

avvenute variazioni di cassa o di avvenute variazioni di cassa o di

debiti o crediti. debiti o crediti.

d) Componenti negativi di reddito b) Componenti negativi di reddito

connessi a esercizi successivi: connessi a esercizi successivi:

− −

Ricavi passati, trasferiti a favore di futuri Costi passati, trasferiti a favore di futuri

esercizi; esercizi;

− −

Costi futuri presunti alla fine del Ricavi futuri presunti alla fine del

presente esercizio ed a questi imputati. presente esercizio ed a questi imputati.

e) Utile netto d’esercizio c) Perdita netta d’esercizio

Il significato di efficienza, riferita alla coordinazione produttiva, va ricercata nella relazione tra fattori

impiegati e risultato ottenuto. L’efficienza è interpretabile in senso economico, tenendo presente

che non sempre il più alto rendimento in termini di quantità coincide con il migliore rendimento in

termini economici.

Nel caso in cui la produttività fosse finalizzata al consumo diretto con un obiettivo di produzione X,

potremmo accettare una produzione che renda di più quantitativamente a discapito di costi totali e

unitari, per raggiungere quell’obiettivo(20 pz ad 8).

Invece se si dovesse puntare al mercato sarà preferibile puntare ad una produzione che, a fronte

di una richiesta di mercato X, produce X unità ad un costo minore(15 pz a 7). Questo perché mi

permette di massimizzare il surplus, supponendo un prezzo unitario di vendita pari a 10, avrò un

ricavo totale di 150 a fronte di costi di 105, realizzando un surplus di 45. Qualora il mercato

potesse assorbire solo 15 unità.

Si può definire il collegamento logico tra economicità ed efficienza, interpretando quest’ultima

come il requisito essenziale della prima: è dotata di economicità un’azienda efficiente.

Se un’azienda pubblica di consumo è finalizzata a supportare altri organismi pubblici con la propria

attività, ed i suoi servizi possono essere richiesti in qualsiasi momento anche per volumi

corrispondenti alla sua capacità produttiva è inevitabile che essa affronti periodi di sottoimpiego di

molti fattori, ma non bisogna concludere che sia inefficiente, poiché la sua finalità è quella di

produrre un determinato volume a richiesta.

Un’azienda non ispirata ad economicità è quella che concretizza la sua organizzazione produttiva

in modo inefficiente. Inoltre l’inefficienza di una società finisce poi con il riverso di costi eccessivi

alla collettività.

Il buon funzionamento dell’impresa è gestito dal soggetto economico, il quale, se imposta una

politica di massimizzazione dei profitti, senza un adeguato reinvestimento di questi in ambiti di

ricerca di nuovi prodotti/servizi o adeguamento organizzativo e tecnologico, vedrà, dopo un periodi

di alti profitti, le vendite flettersi, a causa di un’offerta concorrente migliore nel rapporto

qualità/prezzo.

Alcuni soggetti giuridici di imprese operanti in taluni settori produttivi possono fare ricorso alla

Cassa Integrazione Guadagni. Questo strumento consente di non far gravare sul conto economico

dell’impresa una quota, più o meno grande, del costo del personale, addossando sull’Istituto

previdenziale, e quindi sulla collettività, il corrispondente risparmio realizzato dall’impresa.

Spesso questo strumento è utilizzato nel momento in cui l’azienda ha una contrazione della

domanda dei beni. In questa situazione si ha un aumento dello stockaggio, e quindi per far fronte a

questa situazione è necessario rallentare la produzione, per far si che la domanda rallentata

assorba il surplus accumulato.

L’economicità si misura anche quando il costo sociale che si viene a generare assume un peso

rilevante, soprattutto quando la conduzione dell’impresa privata è tutta finalizzata alla

massimizzazione contingente del surplus, che non regge poi l’impatto con l’evoluzione di mercato.

L’economicità può essere espressa dall’equilibrio economico ma non corrisponde ad esso, nel

senso che deve esserci economicità pur in assenza di equilibrio economico.

Le aziende no profit per eccellenza sono aziende che producono per il consumo, solitamente di

terzi, essendo caratterizzate dal ciclo definito “aperto”, con i costi funzione dei proventi. Queste

aziende differiscono dalle aziende pubbliche per il consumo poiché hanno entrambi i soggetti

privati, e non si qualificano né come aziende di produzione che di erogazione.

Le imprese sociali invece sono aziende che producono per il mercato, pur non avendo come

finalità del loro soggetto economico il conseguimento del profitto. In queste aziende il capitale è in

posizione residuale e, se i conferenti rinunciano alla remunerazione di questo, vuol dire che

dovranno essere disposti ad integrare almeno l’erosione inflattiva. Inoltre, ipotizzando che tutto il

lavoro sia reso su base volontaria, occorre che gli apporti siano quantitativamente costanti e

qualitativamente in linea con gli standards.

La nozione di reddito distribuibile assume rilevante importanza nelle imprese societaria,

tipicamente nella società per azioni, le quali rispondono solo con il proprio patrimonio degli impegni

assunti. Sicché è interesse dei creditori che questo patrimonio non venga falcidiato da incaute

distribuzione di utili.

Rispetto alle altre nozioni, il reddito distribuibile ha una sua peculiarità data dal fatto che esso

produce immediate conseguenze pratiche perché determina uscite di risorse finanziarie, non

ripetibili in caso di errore.

La determinazione della distribuzione degli utili è complicata, poiché un’azienda che oggi si trova a

produrre un surplus e a distribuirlo, potrebbe un domani diventare insolvente. È evidente che

unì’impresa dovrebbe disporre di una certa liquidità almeno uguale a tutte le proprie passività,

anche se questo comporterebbe una mancata distribuzione di utili finché l’impresa non entra in

funzione.

Il procedimento razionale di distribuzione degli utili deve basarsi sulla verifica che ciò che si sta

distribuendo sia effettivamente un accrescimento di capitale proprio, e che l’uscita dei flussi

monetari relativi non turbi l’equilibrio finanziario della gestione.

Ora l’accrescimento di capitale proprio deve partire dall’integrità di quest’ultimo, ovvero dalla

certezza che, prospetticamente, l’azienda sia in grado di remunerarlo con un reddito sufficiente.

Per quanto riguarda il profilo monetario-finanziario, il pagamento dei dividendi non deve turbare

l’equilibrio finanziario della gestione. Invero un’impresa, poiché l’impresa utilizza gli incassi per far

fronte ai pagamenti, è probabile che essa adotti lo scoperto di conto corrente per pagare i

dividendi, scoperto che sarà rimborsato nel giro di pochi mesi.

Se ritenuto non distribuibile, il reddito va accantonato in apposito fondo. Se i timori che avevano

suggerito l’accantonamento si riveleranno fondati, il fondo sarà risucchiato dalla gestione

ordinaria ed andrà a coprire i costi che i ricavi non riescono a coprire. In caso contrario,

l’accantonamento costituirà un di più che potrà, tra l’altro, esse destinato in futuro:

− Ad aumentare gradualmente i dividendi o a corrispondere una tantum un dividendo

straordinario;

− Ad aumentare il capitale sociale con emissione di nuove azioni assegnate gratuitamente

(in proporzione a quelle possedute) a tutti gli azionisti. Questa ipotesi è un valido segnale di

benessere della società, che così prevede di aumentare il monte dividendi e, quindi, la

remunerazione del capitale.

A volte l’accantonamento del reddito trova la sua esclusiva motivazione nel bisogno di aumentare i

mezzi propri a disposizione dell’impresa per dare alla sua struttura finanziaria una equilibrata

combinazione tra mezzi propri e mezzi di terzi. Questa esigenza prende il nome di

autofinanziamento o ritenzione degli utili.

Per le imprese facenti capo ad una persona o famiglia, che vi ha investito le proprie risorse, il

processo di ritenzione degli utili costituisce, di regola, l’unica fonte per accrescere il capitale

proprio.

Nelle aziende quotate in borsa la ritenzione degli utili ha una dimensione più contenuta, poiché

esiste anche un’altra forma di aumento del capitale proprio, cioè l’emissione di nuove azioni. Per

tenere aperta la loro capacità di attrazione al risparmio, queste aziende devono essere percepite

come soggetti affidabili, con una storia che ne dimostri la stabilizzata attitudine a remunerare il

capitale proprio. Questo le induce a distribuire gli utili di bilancio nei limiti necessari a mantenere

un’alta capacità di attrazione del risparmio. E di accantonare solo l’eventuale eccedenza. In tali

imprese la ritenzione degli utili finisce per avere carattere residuale rispetto alla corresponsione

di congrui dividendi, che appare condizione necessaria per poter ricorrere, all’occorrenza,

all’emissione di nuove azioni.

L’operatività dell’azienda si compendia in una sequela di scelte che competono al management,

quale espressione del soggetto economico, ed ai dirigenti a cui il potere di operare la scelta è

delegato.

Il requisito dell’economicità comincia proprio dalla nascita dell’azienda, ovvero da dove essa debba

essere ubicata, poiché la locazione può condizionare l’esistenza della stessa. La valutazione del

luogo è finalizzata alla ricerca di costi più contenuti per taluni fattori produttivi e, quindi, ad una

maggiore efficienza del ciclo produttivo-distributivo.

Le valutazioni odierne mirano in concreto alla ricerca di un paese che offra: una permissività

maggiore sotto il profilo antinquinamento, leggi meno rigide circa i licenziamenti e la mobilità del

personale, bassi livelli di fiscalità o norme che prevedevano vari incentivi o contributi finanziari a

fondo perduto.

Tutti questi fattori vanno visti anche in un’ottica futura, e cioè che essi non smettano di esserci

anche in futuro. Questi problemi non riguardano solo le grandi imprese, ma anche le medio-

piccole.

La scelta della dimensione dell’azienda, e, di conseguenza, della capacità produttiva, va vista

nell’ottica di quanto il mercato domandi, perciò sarà indispensabile operare un’analisi degli aspetti

qualitativi e quantitativi della domanda.

La scelta di operare con una determinata produzione è legata al fatto che i ricavi dovranno

consentire fin dal principio, o almeno entro un intervallo temporale fisiologico, la copertura dei costi

ed i margini per la remunerazione dei fattori residuali.

C’è anche il rischio che l’azienda non riesca a produrre una quantità necessaria al mercato, e

perciò che la domanda insoddisfatta diventi un’esca per la concorrenza, soprattutto nel medio

termine.

Per operare in economicità nel divenire bisognerebbe insomma valutare i possibili scenari che

l’ambiente economico esterno e, il mercato o i mercati, dovrebbe segnatamente evidenziare

almeno nel medio termine. Su tale elemento si baserà il costo della struttura produttiva adeguata e

in grado di garantire la copertura del mercato sul quale l’impresa può contare nel periodo

considerato. Tale costo deve essere compatibile con i ricavi, onde garantire all’impresa un

equilibrio economico o propriamente il profitto.

È possibile che gli studi condotti all’impresa assegnino le seguenti possibilità di smercio in tre

periodi differenti:

DESCRIZIONE ANNI

T1 T2 T3

Quantità (unità) 400 750 1.000

Ricavi 3.200 7.500 10.000

Costi fissi 2.500 2.500 2.500

Costi variabili 1.280 3.000 4.000

Risultato economico -580 2.000 3.500

La tabella evidenzia che l’impresa ha la possibilità di arrivare a vendere a regime 1.000 unità. I

conti economici vedono una perdita nell’anno T, che sarà poi ampiamente recuperata nei

successivi due anni. L’immutabilità dei costi fissi indica che la struttura è stata dimensionata per

produrre almeno 1.000 unità. Sarebbe ottimale se l’impresa potesse garantire anche più di 1.000

unità così, nel caso che la domanda fosse maggiore, l’impresa si farebbe trovare subito pronta a

condizioni vantaggiose, cioè con il solo aumento dei costi variabili.

Ogni scelta aziendale va ben ponderata poiché un eventuale sbaglio si ripercuoterebbe sul futuro.

Ad esempio è importante avere mezzi finanziari per sostenere possibili iniziative di contrasto degli

effetti delle scelte sbagliate.

La gestione aziendale passa per il metodo della programmazione, cioè nella ricerca di soluzioni

che, stanti determinate previsioni, esprimano le condizioni di massima economicità possibile per

conseguire gli obiettivi ai quali è orientata l’attività aziendale, nell’arco temporale cui il programma

si riferisce.

Gli obiettivi debbono sicuramente precedere le fasi dell’analisi previsionale, ma debbono anche

essere riesaminati sulla scorta dei risultati di detta analisi, per valutarne la compatibilità con i limiti

“ambientali”. Va cos’ effettuata un’analisi di mercato, ovvero del trend della sua domanda, nonché

dei scenari futuri che esso può assumere.

Le previsioni servono per capire se i dati storici dell’analisi del mercato si sono verificati in

circostanze uguali o diverse rispetto a quelle che ragionevolmente appaiono prevedibili.

Ovviamente una volta posto l’obiettivo(programmazione strategica) da raggiungere si andrà a

dimensionare la struttura produttiva e di vendita alla nuova dimensione(programmazione

operativa).

In relazione alle caratteristiche dell’obiettivo, distinguiamo la programmazione strategica da quella

operativa. La prima esprime un piano generale che tiene conto di indicatori macro definiti dall’Alta

direzione, come gli investimenti necessari e i fabbisogni che ne derivano, nonché le fonti per

finanziarlo.

La programmazione strategica è solitamente a medio-lungo termine, mentre quella operativa a

breve. L’oggetto della prima è il progetto generale ideato per l’impresa, mentre per la seconda è la

sintesi delle scelte tattiche di periodo.

Espressione tipica del programma operativo è il “budget”, che, avendo come obiettivo uno

specifico risultato di esercizio, si articola in modo da definire i previsti andamenti della gestione nei

diversi comparti e si compendia nel programma economico.

Vendere in un mercato sempre più vasto, turbolento e concorrenziale significa attrezzare la propria

iniziativa con adeguate soluzioni di offerta, ben pubblicizzate ed assistite da proposte finanziarie a

favore della clientela, le quali, però comportano per l’impresa la soluzione di problemi in ordine ai

fabbisogni che possono creare. Le sintesi di queste valutazioni vengono esposte nei singoli

budgets(vendita,pubblicità, produzione,investimenti, fabbisogni e fonti di finanziamento) che una

volta approvati saranno compendiati nel budget economico, il quale ne esprime la sintesi.

I programmi vanno sottoposti a verifica costante, realizzando un sistematico raffronto tra essi ed i

risultati di gestione, il procedimento in questione si chiama “budgetary control” ed assume un

rilievo determinante al fine del controllo della gestione operativa.

I vari centri di responsabilità contenuti nelle aziende forniscono dei reports nei quali sono descritti i

valori consuntivi nonché lo scostamento da quelli previsionali, scostamenti che dovranno essere

motivati.

Nei Gruppi aziendali la società capogruppo deve tempestivamente ricevere i report di periodo delle

singole società, per controllare se esse stiano rispettando il budgets e se si stiano muovendo in

linea con gli obiettivi prefissati.

L’efficacia del controllo non è, di norma, funzione della quantità dei dati, ma piuttosto della loro

qualità e della tempestività con la quale vengono trasmessi. Molti gruppi multinazionali pretendono

dalle singole aziende dei flashes di taluni dati essenziali (vendite,acquisti, margini operativi)

nell’intervallo tra due reports mensili.

Una volta conformati i programmi operativi agli indirizzi dei piani strategici, il controllo dei primi,

attraverso la citata tecnica di verifica degli scostamenti rispetto ai dati concretamente espressi

dalla gestione offrirà elementi di giudizio anche sui piani strategici.

I due programmi appaiono cos’ complementari: i piani strategici condizionano gli operativi e il

costante controllo di quest’ultimi può fornire, però, elementi per aggiustare i programmi strategici.

Come si può notare, il budget del primo anno, definito sulla base del piano strategico triennale,

non appare confermato dai risultati di gestione. Il management dell’impresa ritiene la differenza

recuperabile e di conseguenza adotta un programma più intenso di risorse l’anno successivo,

conseguendo, attraverso la gestione, l’obiettivo prefissato e il gap del precedente esercizio.

Il negativo risultato di gestione del primo anno non è stato giudicato tale da dover far ripensare il

piano strategico, il cui obiettivo è stato mantenuto fermo al pari dei tempi per conseguirlo.

Nel terzo anno l’obiettivo del periodo è coinciso con quello del programma strategico.

In questo caso l’andamento strategico è stato ridimensionato a causa dell’andamento della

gestione. Il mancato obiettivo raggiunto dalla gestione nel primo anno non è stato potuto coprire

dal management che aveva prospettato un budget che ha dovuto poi riesaminare alla luce della

situazione.

Il ridimensionamento dei piani operativi, alla luce di nuove situazioni di mercato, proietta i suoi

effetti anche sul piano strategico, per il quale vengono ugualmente ridimensionati gli obiettivi , da

conseguire, peraltro, in tempi maggiori.

Abbiamo osservato che la misura del costo di produzione può essere un efficace rilevatore del

grado di efficienza aziendale. La tecnica specificatamente rivolta alla rilevazione dei costi viene

chiamata “costing”.

Il costing nelle imprese industriali risulta focalizzato sulla formazione e le analisi del costo di

produzione, mentre in quelle dei servizi appare più orientato sui “centri di costo”, intesi come ben

individuati settori aziendali impegnati o direttamente nella produzione del servizio o come supporto

a tale fase.

Il costing in un’impresa mirerà a mantenere sotto controllo i costi, per accrescere o quanto meno

conservare il divario con i ricavi, mentre in un’azienda di consumo sarà identico il fine immediato,

contenere i costi ed elevare l’efficienza economica della coordinazione produttiva, ma anche

ricercare la crescita quali-quantitativa della produzione.

Quando i costi, rispetto alla quantità di beni e servizi prodotti, sono mutabili, si sarà davanti a costi

variabili, mentre se non sono mutabili saranno costi fissi. Ovviamente i costi fissi perdono la loro

fissità con l’aumentare della capacità produttiva, che li spinge alla variabilità.

Si immagini che un impianto

abbia una capacità

produttiva massima qn, che

comporta costi fissi pari a

V1. Se il mercato volesse

produrre una quantità

maggiore qn+m, andrà in

contro a maggiori costi fissi,

rappresentati da V2.

I costi variabili invece

mutano proporzionalmente

alla quantità prodotta.

Le tre semirette indicano la crescita dei costi più o meno proporzionali.

Una gioielleria ad esempio avrà costi variabili più proporzionali rispetto agli articoli prodotti, mentre

un’impresa che fabbrica prodotti standardizzati avrà un risparmio dei costi variabili se la

produzione aumenta.

La coordinazione produttiva è il fulcro centrale del processo economico produttivo che si realizza in

ogni classe di azienda e la sua caratteristica ha un grande rilievo sulla gestione. Un’azienda che

ha dei costi fissi elevati deve avere una domanda tale da riuscire almeno a coprirli.

Pertanto anche ala scelta degli impianti dovrà essere fatta considerando che essi generano costi

fissi.

Configurazione dei costi

Materie + Manodopera = Primo costo

 Primo costo + costi gestionali di produzione(manodopera di supporto e controllo,

 ammortamenti ecc.) = Costo industriale

Costo industriale + costi gestionali di amministrazione e vendita (costi pubblicità,

 consulenze ecc.) + oneri finanziari (interessi passivi) = Costo complessivo o contabile

Costo complessivo o contabile + remunerazione rischio d’impresa = Costo economico

 tecnico.

Si supponga che per fabbricare un’unità di un determinato prodotto occorrano dieci unità della

materia “a”, della quale esistono in magazzino le quantità che seguono, acquistate nell’ordine ed ai

prezzi indicati:

1. Acquisto 15pz. a 10€;

2. Acquisto 5pz. a 20€;

3. Acquisto 20pz. a 15€.

4. Totale 40 pz. per un costo complessivo di 550€.

Se volessimo imputare le materie secondo l’ordine di anzianità del loro ingresso in magazzino

(FIRST IN FIRST OUT) avremo:

10*10 = 100€

Se volessimo imputare le materie secondo l’ordine di entrata per ultima al magazzino (LAST IN

FIRST OUT) avremo:

10*15= 150€

Per predisporre il programma di un’impresa l’analista deve tener conto delle caratteristiche del

ciclo produttivo dell’azienda di cui predisporre il budget, nonché l’ambiente ad essa esterno. I costi

su cui si basa possono far riferimento a dei costi standard medi di settore(calcolati su costi medi),

ideali (calcolati su costi in condizioni di massima efficienza) e di fascia (calcolati su costi medie di

aziende della stessa fascia dimensionale).

Se se sceglie lo standard ideale è chiaro che i costi consuntivi saranno maggiori di quelli

preventivi, e la sua efficienza sarò data proprio dal minor divario tra questi. Se invece l’azienda

sceglie lo standard di settore, e la sua struttura organizzativa fosse più efficiente, allora i costi

consuntivi saranno inferiori a quelli preventivi.

Il principio sul quale si basa l’organizzazione è, in sostanza, quello di collocare ogni esponente del

fattore lavoro al posto più idoneo per ottenere dal complesso dei fattori impiegati la più alta

produttività.

Il nocciolo del problema organizzativo risiede nell’esigenza di vitalizzare il ciclo vitale dell’azienda,

disponendo delle persone capaci, ai diversi livelli di responsabilità, ad attivare al meglio le varie

fasi del ciclo tecnico-economico- finanziario di un’azienda.

Nelle grandi imprese occorre attrezzare una serie di strutture operative dirette da persone che

abbiano i requisiti per dirigere altre persone nello svolgimento delle funzioni aziendali. Infatti il

numero di compiti delegati è direttamente proporzionale alla grandezza di una società.

Il modello in base al qual si dispone l’organico dell’azienda è detto organigramma. Ovviamente non

esiste una soluzione dispositiva che permanga nel tempo, e dunque l’organigramma dovrà essere

periodicamente revisionato.

Le strutture pluriaziendali, come i gruppi, necessitano di soluzioni organizzative che, pur nel

rispetto della formale autonomia dei singoli soggetti giuridici, esprimono un unico centro di

elaborazione delle strategie complessive, al quale deve far capo il coordinamento ed il controllo

operativo del gruppo.

Un metodo organizzativo valido verso i mercati esterni è quello del franchising, che consiste in un

contratto in cui il produttore concede, ad una pluralità di imprese autonome, di vendere in esclusiva

i prodotti con il suo marchio o sotto il suo marchio. Il franchisor si riserva di imporre la sua impronta

sui punti vendita in modo da ottenere uniformità tra gli stessi che si presentano come una catena di

negozi. Inoltre si assumere gli oneri di pubblicità e spese iniziali di costituzione .

La ricerca di soluzioni organizzative efficaci è, peraltro, condizionata molto spesso dall’organico

disponibile, poiché non sempre questo è adatto ai ruoli, e l’assunzione di nuovo organico potrebbe

creare dei turbamenti nell’immediato. Molte situazioni vanno gestite nel tempo, cercando di

costruire un organigramma che consenta si passare al nuovo senza compromettere l’assetto

organizzativo in atto, e cioè seguendo una filosofia riformista piuttosto che rivoluzionaria.

Il documento in cui vengono riportate le funzioni assegnate ai vari comparti viene chiamato

funzionigramma.

Costi e ricavi sono spesso in discrasia temporale, e da questa discrasia nasce il fabbisogno

finanziario, che va coperto con le adeguate fonti di finanziamento e cioè con le diverse forme di

capitale di credito o di rischio.

Se in un intervallo temporale le entrate forniscono continuamente i mezzi finanziari per

fronteggiare le uscite, ci troviamo in condizioni di “autosufficienza finanziaria”, mentre se tale

correlazione manca, eppure le fonti di finanziamento consentono di coprire i fabbisogni, l’azienda

si troverà in “equilibrio finanziario”.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Fondamenti di economia aziendale, Temi trattati:
- L’azienda come centro di produzione di beni e servizi.
- L’organizzazione dell’azienda e i fattori della produzione.
- Tipologie di azienda e loro caratteristiche economico-tecniche: azienda che produce per il mercato (impresa) – azienda che produce per il consumo (interno o di terzi).
- Ciclo economico e monetario dell’azienda.
- Il capitale di credito e il capitale di rischio.
- Il soggetto economico (forme di controllo – il Gruppo).
- Il soggetto giuridico: persona fisica; persona giuridica; pubblico e privato.
- L’equilibrio economico dell’impresa: rapporto di funzionalità tra costi e ricavi.
- La definizione di congrua remunerazione del capitale di rischio: modello CAPM.
- L’equilibrio finanziario dell’impresa: tipologie di fabbisogni e loro genesi; le fonti di
copertura.
- Il flusso di cassa dell’impresa: il rendiconto finanziario.
- L’autofinanziamento: modalità di determinazione.
- L’economicità riferita all’azienda e al Gruppo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in management e diritto d'impresa (LATINA)
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cerasa95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Provaroni Luca.

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