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Economia aziendale: preparazione al II° parziale

Condizioni di equilibrio nelle diverse aziende (Unità 4B)

Ripresa dell’impresa capitalistica

Finora si è parlato delle condizioni di equilibrio nell’impresa ordinaria o capitalistica. Viene definita capitalistica in quanto i soci e i membri del governo dell’azienda sono i conferenti di capitale di rischio. Riassumendo quanto trattato precedentemente, possiamo dire che l’equilibrio economico, originato da un divario positivo tra le componenti positive e negative di reddito, è una condizione obiettivo (“bottom line”) dell’impresa ordinaria. È una condizione obiettivo perché realizzare l’equilibrio economico non garantisce solamente la durabilità in condizioni di autonomia, ma è collegato anche al raggiungimento del fine aziendale, che come sappiamo è il soddisfacimento dei bisogni, (nel caso dell’impresa ordinaria) in modo indiretto, attraverso la remunerazione di tutti i fattori produttivi, compresi quelli a remunerazione residuale. L’equilibrio monetario invece è una semplice condizione vincolo, che va rispettata se si vuole perdurare nel tempo e in modo autonomo.

Le cooperative

Al di là dell’impresa ordinaria vi sono altre tipologie di imprese, come ad esempio l'impresa sociale e l'impresa low profit che abbiamo già trattato. Particolare impresa è invece l’impresa cooperativa. All’interno dell’impresa cooperativa esistono i soci, anche molto, ma che non vengono qualificati come conferenti di capitale di rischio. Nel caso delle cooperative di lavoro, ad esempio, i soci sono gli stessi lavoratori; nelle cooperative di consumo, sono i consumatori ecc... Ovviamente non esistono solo queste tipologie di cooperative. Una l’abbiamo già analizzata nell’ambito delle imprese del terzo settore e cioè la cooperativa sociale, di tipo A, B e C. (Esistono anche cooperative di credito, di produzione, agricole e altre).

Un’altra differenza che le cooperative hanno con le imprese ordinarie è che nella prima vige il principio di voto capitario, cioè come le non profit le decisioni vengono prese su base democratica e ciò significa che ciascun socio ha diritto a un solo voto. Nelle imprese ordinarie sappiamo che le decisioni vengono prese a maggioranza di quote di partecipazione del capitale di rischio.

Altra importante differenza è che le cooperative non mirano a raggiungere l’utile a fine esercizio, ma tendono allo scopo mutualistico, che coincide con il beneficio mutualistico, cioè il beneficio che l’impresa cooperativa offre al socio nell’ambito della relazione di scambio (scambio mutualistico) tra cooperativa e socio. Il tipo di scambio varia da cooperativa a cooperativa. Due esempi di scambi mutualistici:

  • Cooperativa di lavoro: Il lavoratore mette a disposizione della cooperativa la sua capacità e abilità di lavoro. Oggetto dello scambio quindi è il lavoro. La cooperativa invece realizza il beneficio mutualistico, che in questo caso consiste nell’adeguata remunerazione del fattore produttivo, in misura superiore a quella che si otterrebbe svolgendo le stesse funzioni all’interno dell’impresa ordinaria.
  • Cooperativa di consumo: Il consumatore acquista le merci offerte dalla cooperativa nei suoi punti vendita. Oggetto dello scambio quindi sono le merci. La cooperativa invece realizza il beneficio mutualistico, che in questo caso consiste nell’assicurare un accesso più conveniente a beni e servizi al fine di minimizzare il costo per il socio o massimizzare il rapporto qualità/prezzo.

In linea di massima si può riassumere da come si deduce che l’impresa cooperativa non tende di massimizzare l’utile d’esercizio, ma cerca di massimizzare la voce di costo relativa al beneficio del socio o a contenere i ricavi offrendo beni e servizi a condizioni più vantaggiose. È una sorta di paradosso. Anche se non tende a massimizzare il risultato economico, questo si può verificare al termine dell’esercizio, che non si traduce in una remunerazione dei soci, poiché non sono conferenti di capitale di rischio, ma si traduce nell’autofinanziamento al fine di accrescere il patrimonio e garantire nuovi investimenti.

Le condizioni di equilibrio delle non profit

Apriamo infine una piccola parentesi sulle aziende non profit. Come sappiamo le ANP non possono distribuire dividendi tra i soci, perché non hanno fine di lucro e pertanto l’equilibrio economico non è più una condizione obiettivo. Sia l’equilibrio economico che monetario diventano condizioni vincolo, assai difficili da rispettare perché l’interesse della collettività nell’attività delle non profit tende a svanire nel corso degli anni. Ciò si traduce in meno contributi e meno donazioni, fondamentali per le filantropiche. La condizione obiettivo non è universale, ma dipende dalla tipologia di azienda non profit:

  • Esempio: una condizione obiettivo può essere la tutela dei non vedenti, così come preservare il patrimonio artistico-culturale, o come nel caso delle cooperative sociali del tipo B, avvalersi di lavoratori che si trovano in condizioni svantaggiate.

Il calcolo del reddito d’esercizio (Unità 8)

La contabilità generale

Innanzitutto dobbiamo riprendere la nozione di contabilità generale dall’Unità 5. “La contabilità generale è una contabilità obbligatoria, che ha come oggetto di studio l’intera azienda, rileva contabilmente le operazioni esterne di tutte le aree della gestione, al fine di calcolare e comunicare ai portatori di interesse aziendali, detti stakeholders, il reddito d’esercizio, attraverso lo strumento informativo chiamato bilancio d’esercizio”. Si deduce dalla nozione quindi che il fine è il calcolo del risultato economico d’esercizio, ossia la ricchezza creata o distrutta in un periodo per effetto della gestione, determinata dalla sommatoria algebrica di componenti positivi e negativi di reddito. Sappiamo che oggi vige la teoria del reddito, inventata da Zappa e pertanto in via complementare la contabilità generale determina anche il patrimonio come conseguenza del reddito.

Le diverse nozioni di patrimonio

Il patrimonio sappiamo che è costituito dal sistema di valori attivi e passivi che rappresentano l’insieme dei fattori produttivi/condizioni di produzione/risorse a disposizione di un’azienda di produzione in un dato periodo di tempo. Tuttavia la nozione di patrimonio, dobbiamo scinderla sulla base di tre diversi momenti.

Il patrimonio è detto capitale di funzionamento, quando fa riferimento all’operatività dell’azienda, cioè fa riferimento ad un’azienda esistente e che è destinata a proseguire la sua attività. (A livello internazionale l’impresa di funzionamento è detta going concern).

Il patrimonio prende il nome di capitale di liquidazione, quando viene determinato in sede della liquidazione dell’impresa, cioè quando la sua attività è destinata a cessare in modo definitivo. La prima fase della liquidazione consiste nella vendita di tutte le condizioni produttive attive non liquide, come ad esempio gli automezzi, gli impianti, le merci residue in magazzino ecc... Ottenuta la liquidità, l’impresa procede a rimborsare i debiti ancora esistenti ad esempio ai fornitori o alle banche, e sostenere altri oneri per la liquidazione della società. Esempio è la remunerazione del liquidatore per essersi preso cura dell’azienda. Solo se rimangono condizioni attive i soci avranno diritto ad essere rimborsati.

Ultima nozione, è quella di patrimonio inteso come capitale economico. Si tratta del capitale che viene determinato in sede di trasferimento dell’impresa. Il calcolo di questo capitale, non comincia dagli elementi attivi e passivi, ma comincia dai flussi di reddito futuri, cioè, dati i redditi conseguiti negli anni passati, un’analisi di tipo prospettica, cercherà di determinare quali saranno i redditi che l’impresa potrà conseguire negli esercizi futuri. Questi redditi futuri vengono calcolati mediante l’applicazione dei principi dell’attualizzazione. Normalmente il capitale economico non coincide con quello di funzionamento, bensì tende a essere più elevato (questo è dovuto ai principi dell’attualizzazione che si vedranno in matematica finanziaria). Il divario che si origina tra il capitale economico e capitale di funzionamento prende il nome di avviamento, ossia il maggior valore dell’impresa rispetto al valore delle sue condizioni patrimoniali. Ciò è dovuto a fattori oggettivi e soggettivi. I fattori oggettivi sono quelli che caratterizzano il modello di business aziendale, come ad esempio l’ubicazione della sede dell’azienda. Fattori soggettivi sono invece legati alle capacità di chi opera nell’azienda.

Calcolo del risultato economico d’esercizio

Innanzitutto va precisato che non si tratta di una semplice sommatoria algebrica tra componenti positivi e negativi di reddito. Questo calcolo sarebbe possibile non per calcolare il reddito dell’esercizio trascorso, ma per calcolare il reddito conseguito durante l’intera vita aziendale. Ciò non avrebbe alcuna utilità per i portatori di interesse dell’azienda. Quindi per esigenze informative sia ai soggetti istituzionali che non, è necessario calcolare periodicamente il risultato economico e comunicarlo ai portatori di interesse attraverso un documento informativo: il bilancio d’esercizio. Tuttavia, calcolare periodicamente il risultato economico, per intendersi, calcolato al termine dell’esercizio, comporta delle difficoltà.

Abbiamo analizzato che i circuiti e sotto-circuiti delle diverse gestioni non sono allineati, tant’è vero che alla chiusura dell’esercizio alcuni di questi possono non essersi conclusi. (Potrebbe essere incominciato il ciclo economico, ma non quello monetario o quello tecnico, oppure questi potrebbero essere incominciati e conclusi, oppure conclusi, ma il ciclo economico rimane aperto...). Occorre quindi determinare quale parte dei costi e ricavi relativi ad un dato circuito, siano riferibili al calcolo del risultato economico d’esercizio.

Per determinare il risultato economico si utilizzano come guida i principi del bilancio (rinvio a bilancio), tra i quali gioca un ruolo fondamentale il principio di competenza economica. Il principio di competenza economica è il principio della correlazione tra costi e ricavi, secondo cui bisogna quindi sommare componenti positivi e negativi tra loro correlati. Il ricavo normalmente è di competenza economica dell’esercizio se la produzione e lo scambio sono conclusi. Situazione più complessa è per i costi, che sono di competenza economica dell’esercizio o degli esercizi nei quali trova correlativi ricavi.

Diversa è la nozione di competenza finanziaria, non significativa ai fini del calcolo del risultato economico: Si dice che il ricavo sia di competenza finanziaria dell’esercizio nel quale si è avuto l’incasso del credito verso il cliente. Si dice che il costo invece sia di competenza finanziaria dell’esercizio nel quale si è sostenuta l’uscita monetaria. Sono due concetti che però non ci interessano, perché è il codice civile a dettare il principio sulla competenza economica, art. 2423bis: “Si deve tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell’esercizio, indipendentemente dalla data dell’incasso o del pagamento”.

Arriviamo quindi a trattare delle cosiddette scritture di assestamento, definite come scritture mediante le quali si effettua il passaggio dal sistema di valori rilevati in corso d’esercizio al sistema di valori di competenza economica dell’esercizio. Le scritture di assestamento sono di tre tipologie: Scritture di rettifica, Scritture di integrazione, Scritture di ammortamento.

Le scritture di assestamento: scritture di rettifica o storno

Le scritture di rettifica o storno riguardano quei valori economici di reddito, sia costi che ricavi, già rilevati contabilmente nel corso dell’esercizio sulla base della manifestazione finanziaria. Per manifestazione finanziaria intendiamo il momento dell’incasso o pagamento (entrata o uscita). In tutto o in parte non trovano valori correlativi nell’esercizio e quindi non sono di competenza economica. Questi componenti che non trovano valori correlativi nell’esercizio devono essere sospesi e rinviati al futuro. Da come si deduce, questa scrittura non consiste nella cancellazione dei valori non di competenza, ma solamente di escluderli e rinviarli agli esercizi successivi che contribuiranno così al calcolo dei redditi futuri. Simultaneamente alla sospensione dei valori si rilevano condizioni attive e passive del patrimonio che dipendono dal tipo di scrittura presa in esame.

Tra le scritture di rettifica rientrano i fenomeni relativi all’esistenza di materie, prodotti, merci, semilavorati e prodotti in corso di lavorazione a fine esercizio. Momentaneamente prenderemo solo in esame le rimanenze finali di materie e prodotti, che sono diverse tra loro. Nel caso delle materie si avrà una rettifica puramente indiretta. Indiretta significa che al posto di intervenire sul conto originale dove sono state rilevate tutte le operazioni che hanno richiamato quel conto, viene utilizzata una posta rettificativa, che viene creata per essere utilizzata solamente in queste scritture per rettificare i valori che non hanno trovato correlativi all’interno dell’esercizio.

Le rimanenze di prodotti invece sono concettualmente più complesse. Un prodotto è una cosa formata da una pluralità di fattori produttivi, quali materie, componenti, lavoro, energia, impianti ecc... Si utilizza quindi un’unica posta rettificativa per rettificare una pluralità di costi, altrimenti bisognerebbe effettuare una rettifica separata per ogni singolo fattore produttivo. Le rettifiche dei prodotti vengono definite pertanto Indirette e Indistinte.

Arriviamo a effettuare le variazioni che sono uguali sia per materie che per i prodotti, anche se sono concettualmente diversi da come emerge sopra. VE+, intesa non come il sostenimento di ricavi o proventi, ma va intesa come rettifica perché escludiamo costi dal calcolo del reddito. Infatti questa VE+ si traduce in meno costi d’esercizio, dovuti alla rettifica. Come già detto non si movimenta lo stesso conto utilizzato durante l’esercizio come Materie o Prodotti c/acquisti, ma solo la posta rettificativa come Materie o Prodotti c/rimanenze finali.

Poiché le variazioni sono sempre coppie, dall’altra parte si origina una VE-, dovuta a maggiori costi, non di esercizio, ma che vengono sospesi e rinviati al futuro. Quindi come detto precedentemente, simultaneamente alla sospensione dei costi, rileviamo una condizione attiva patrimoniale che misura un investimento in atto alla chiusura dell’esercizio, poiché si presume che i costi rinviati all’esercizio successivo troveranno i correlativi ricavi. Il conto che identifica questa variazione è Magazzino Materie o Prodotti.

Esempio Esercizio 21, punti a e b (Unità 5)

  • VE+ -c.e. Materie c/rimanenze finali 2000€
  • VE- +c.sosp. Magazzino Materie 2000€
  • VE+ -c.e. Prodotti c/rimanenze finali 3300€
  • VE- +c.sosp. Magazzino Prodotti 3300€

Esistono altre scritture di rettifica, ma per ora oltre ad avere visto quelle relative alle rimanenze finali, esaminiamo i risconti attivi e risconti passivi. Anche queste, come le precedenti scritture, sono rettifiche di costi o ricavi non di competenza economica, la cui manifestazione finanziaria è già avvenuta e quindi sono già stati rilevati contabilmente, ma che in aggiunta, maturano proporzionalmente al tempo. Inoltre a differenza delle precedenti sono rettifiche dirette, perché movimentano il conto già utilizzato durante l’esercizio a cui si riferiscono.

Esempio pratico: In data 1/4 si paga anticipatamente un premio annuo di assicurazione per il trasferimento dei rischi legati al verificarsi di possibili eventi riguardanti gli automezzi dell’azienda di importo 2000€. (N.B. per ovvie ragioni, cioè per paura di non poter essere pagati, le assicurazioni fanno versare il premio quasi sempre anticipatamente).

Svolgimento: Siamo alla fine dell’esercizio perciò non dobbiamo rilevare ciò che è già avvenuto in data 1/4, perché se no questa operazione verrebbe rilevata due volte. Sappiamo che in quella data è stato pagato il premio per 2000€ e che quindi la manifestazione finanziaria e la rilevazione contabile hanno avuto luogo. Tuttavia il premio è annuo. Questo significa che scadrebbe dell’1/4/anno+1, quindi nell’esercizio successivo. Dobbiamo rettificare ciò che non è di competenza. Pertanto siccome dalla fine dell’esercizio in corso all’1/4/dell’esercizio successivo, vi sono 3 mesi, per tanto questi 3 mesi non sono di competenza e vanno rettificati.

Il calcolo è come segue: 2000*3/12= 500. Questi 500 sono la quota di costi da rettificare.

  • VE+ -c.e. Assicurazioni 500€
  • VE- +c.sosp. Risconti Attivi 500€

Attenzione alla voce dei risconti che è opposta al segno della variazione. In questo caso la condizione attiva patrimoniale è rappresentata dai risconti attivi. Attivi perché rinviano i costi che non sono di competenza e che quindi implicano di usufruire del fattore produttivo anche nell’esercizio successivo. In questo caso ci da il diritto di usufruire dell’assicurazione ancora per 500€. Una condizione attiva si traduce in un diritto, una condizione passiva in un dovere.

Le scritture di assestamento: scritture di integrazione

Tra le altre scritture d’assestamento, introduciamo ora le scritture di integrazione.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mors98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia Aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Marano Maurizio.
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