Introduzione alla tragedia greca
Le fonti collocano la nascita della tragedia ad Atene, sotto il governo di Pisistrato, tra il 536 e il 533 a.C. Il primo concorso tragico sarebbe stato vinto da Tespi, a cui la tradizione attribuisce l’invenzione della maschera e l’introduzione del dialogo fra il coro e un attore. Della sua produzione, purtroppo, non ci resta nulla.
Non siamo in grado di ricostruire con certezza il percorso attraverso il quale si venne costituendo un genere che, già nella prima forma testimoniataci, appare totalmente nuovo rispetto ai tradizionali generi poetici d’età arcaica. L’idea guida è quella di presentare davanti a un pubblico di spettatori due personaggi provvisti di maschera, che dialogano tra loro impersonando ruoli mitici.
Controparte obbligata dell’unico attore è in Tespi ancora il coro; Eschilo introdurrà il secondo attore e Sofocle il terzo, e il gioco scenico si farà, così, più complesso. Il dialogo fra due personaggi era già un elemento strutturante dell’epos, ma inserito all’interno di un più ampio contesto narrativo e introdotto dalla voce in terza persona del poeta. La tragedia eliminerà del tutto la cornice narrativa e, con essa, il filtro dell’autore. Non vi è più un alternarsi di discorsi diretti e di racconto, e i personaggi acquisiscono autonomia e diventano attori.
La presenza di un coro e di un attore segnala già un’ulteriore peculiarità che diversifica nettamente la facies della tragedia da quella di ogni altro genere poetico preesistente: l’articolazione del testo in parti recitate e in parti cantate, le une affidate alla voce dell’attore, le altre al coro. Una novità in assoluto.
Degli autori della tragedia fra la fine del VI e gli inizi del V secolo possediamo troppo poco e occorre arrivare al 472 a.C. per fondare la valutazione non su frammenti ma su un’ampia base documentaria di una tragedia conservataci per intero. Si tratta dei Persiani di Eschilo. A quest’epoca la tragedia ha già sviluppato, in larga parte, quelle caratteristiche strutturali e formali che la distingueranno per tutto il resto del quinto secolo e ben oltre.
Se si guarda all’impianto generale, non si rilevano discontinuità fra i drammi di Eschilo, quelli di Sofocle e quelli di Euripide, che appaiono tutti modellati su un medesimo schema segnato dal ricorrere di sezioni più o meno fisse: prologo, parodo, episodi, stasimi ed esodo.
Le 7 tragedie di Eschilo, le 7 di Sofocle e le 17 di Euripide sono le uniche pervenuteci integralmente. Dalle fonti ricaviamo i nomi di almeno 49 tragici minori per il V sec, 46 per il IV, di 34 per il III, ma delle loro opere sopravvivono non più che frammenti. In questo modo ci si concentra sulle opere dei tre più grandi autori. Lungo tutto il corso dell’antichità le loro tragedie furono le più ammirate, le più lette e le più studiate e, quindi, non sorprende che siano le uniche a sopravvivere e a giungere sino a noi.
Maestri della tragedia
Gli antichi riconobbero in essi i maestri del genere tragico, a tal punto da dare alle loro opere il privilegio di repliche ufficiali nel teatro di Dioniso poco dopo la loro morte. A partire dal 386 venne istituzionalizzata la loro riproposizione nell’ambito delle rappresentazioni tragiche alle Grandi Dionisie. Ciò a testimonianza di come già i loro contemporanei fossero consapevoli del fatto che con la loro morte si fosse concluso un ciclo.
Un esempio è Aristofane con le Rane. Nel 405, subito dopo la morte di Sofocle, egli immagina che Dioniso, dio del teatro, sia costretto a scendere nell’Ade per riportare in vita il prediletto Euripide perché ridia lustro a una scena tragica ormai priva di grandi nomi. Il dio concluderà la sua missione giudicando non Euripide, ma Eschilo come il più meritevole perché aveva saputo educare gli Ateniesi ai sani valori della tradizione. La conclusione della commedia ci illumina sul pessimismo cui Aristofane guarda all’evoluzione della tragedia. Ciò che Aristofane vuole indicare è che l’eccellenza assoluta della triade Eschilo-Sofocle-Euripide sia un dato acquisito già sul finire del V secolo.
Questo primato della tragedia nel V sec. rende la vicenda del genere tragico del tutto incomparabile con quella della commedia: Aristofane e Menandro sono entrambi ateniesi e la distanza che li separa è di appena un secolo, ma le loro opere si differenziano profondamente sia sotto il profilo strutturale, che per il tipo di cultura che riflettono. Eschilo, Sofocle ed Euripide, invece, operano all’interno di un comune quadro di riferimento e si avvalgono delle medesime forme espressive.
La tragedia consumerà la sua esperienza più significativa in un tempo e in uno spazio circoscritti: Atene nel V secolo a.C. Resta, almeno fino alla fine del IV sec, patrimonio esclusivo di Atene e dell’Attica ed è qui che essa raggiunge il suo pieno compimento formale e conosce la sua stagione più alta. I tre più grandi autori trovarono qui le condizioni più favorevoli per dimostrare il loro genio e si rivolgeranno in primo luogo ai loro concittadini, facendosi interpreti delle loro istanze, dei loro problemi e delle loro ispirazioni.
Quando Atene si trovò ad affrontare la guerra del Peloponneso, la tragedia continuerà la sua esistenza, ma senza mai raggiungere le vette del passato. Della tragedia del IV secolo possediamo molto poco e il fatto che nessuna di queste opere sia giunta fino a noi viene spesso interpretato come un giudizio negativo da parte della critica del tempo.
Nel III secolo vi è una duplice tendenza: da un lato non cessano la composizione e la rappresentazione di tragedie di stampo tradizionale, dall’altro si afferma la prassi di rimaneggiare testi classici e di estrapolare da essi singoli brani per esecuzioni a sé stanti. Nei teatri ellenistici sappiamo, comunque, che sempre più spazio trovano spettacoli in cui le compagnie teatrali non recitano più tragedie per intero, ma eseguono i pezzi migliori di una o l’altra, soprattutto quelli destinati al canto. Si ha la tendenza a svincolare sempre più il canto dall’intreccio della tragedia e la tragedia stessa, intesa come forma organica di spettacolo, si avvia alla dissoluzione e il gusto per l’esecuzione musicale finisce per far snaturare pezzi concepiti per essere recitati, che vengono eseguiti ora in forma cantata.
Il dramma satiresco
Lo stesso poeta che componeva tragedie era, anche, un autore di drammi satireschi, che proponevano al pubblico un episodio del mito, riservando ad esso un trattamento in chiave burlesca. Si trattava di un sottogenere del genere tragico, dati il medesimo autore, la medesima occasione della performance, durante le Grandi Dionisie, e medesimi attori e coreuti.
I pochi testi di cui disponiamo, il Ciclope di Euripide e circa metà dei Cercatori di orme di Sofocle, inducono a credere che il dramma satiresco presentasse di norma un intreccio molto semplificato, che doveva solamente creare un pretesto al gioco. Si trattava, in ogni caso, di una comicità garbata, il cui scopo era quello di divertire il pubblico dopo le emozioni sollecitate dalla trilogia tragica. Era, quindi, uno spettacolo di evasione. Il dramma satiresco non ha nei confronti del mito un’intenzione caricaturale e gli eroi continuano ad essere eroi, seppure alle prese con le stravaganze tipiche dei satiri. Questo conferma che i poeti tragici sapevano aprirsi al sorriso e al divertimento anche nell’esercizio della loro arte.
Capitolo 1: Feste e agoni
Le feste in onore di Dioniso
La rappresentazione delle tragedie nell’Atene del V secolo a.C. era regolamentata rigidamente dallo stato e costituiva un evento di straordinaria rilevanza politico-religiosa. La performance aveva luogo nell’ambito delle feste in onore di Dioniso, il dio della vite e del vino, dell’estasi e della liberazione dagli affanni, che godeva di un culto particolarmente diffuso ad Atene. A lui erano dedicate le Lenee e le Dionise, quest’ultime divise in Dionise cittadine o Grandi Dionisie, e Dionisie Rurali. Gli agoni scenici sono collegati soprattutto alle Dionisie e alle Lenee. Le Grandi erano la più recente e solenne delle feste dedicate al Dio. La loro istituzione è attribuita a Pisistrato.
Il primo concorso tragico si svolse fra il 535 e il 532 a.C. e avrebbe visto vincitore Tespi. Un merito importante di Pisistrato, che non è quello di aver introdotto il culto dato che il dio era venerato già prima del regime tirannico, è bensì quello di aver intuito l’esigenza di accrescere la popolarità del dio e di raccogliere intorno ad esso l’intero corpo civico potesse essere soddisfatta solo da una grande iniziativa che coinvolgesse a livelli diversi religione, politica culturale e politica urbanistica. Si iniziò, così, la costruzione del teatro di Dioniso sulle pendici dell’Acropoli.
Qual’era, però, il legame tra il dio e la tragedia? Solo raramente egli ha un ruolo preminente, come nelle Baccanti di Euripide. Le tragedie erano inserite all’interno di una tetralogia di cui era parte integrante il dramma satiresco, nel quale l’elemento dionisiaco, rappresentato dai satiri, era centrale. Sarebbe, quindi, il dramma satiresco a portare, nell’età dei tre grandi tragici, il legame simbolico fra gli agoni scenici e Dioniso.
Vi è, però, una spiegazione che può sembrare più convincente, e questa riconduce il rapporto tra la tragedia e il dio a una cornice rituale, ossia vi è l’ipotesi che la tragedia stessa abbia avuto origine da canti in onore del dio stesso. Si è pensato che Dioniso sia stato collegato al teatro in quanto dio dell’ambiguità, della maschera e del travestimento. La dedica delle maschere da parte di attori vittoriosi al dio non autorizza, comunque, a pensare che fosse l’emblema del dio, ma era piuttosto il segno più caratteristico dell’attività degli attori.
Le grandi Dionisie
La celebrazione della G.D. si teneva nel mese di Elafebolione (marzo-aprile), all’inizio della primavera, e il ritorno di condizioni climatiche miti incoraggiava la ripresa dei viaggi per mare e favoriva l’afflusso di un gran numero di stranieri ad Atene, molti dei quali assistevano alle rappresentazioni teatrali, che divennero occasione di propaganda della polis. Durante i giorni di festa veniva interrotta qualsiasi attività lavorativa, si aprivano le carceri per consentire ai reclusi di assistere agli agoni, venivano sospesi i procedimenti legali per debiti e così via. Questo è spiegato dal fatto che la festa era il risultato di un grande sforzo collettivo ed era giusto che tutti potessero goderne senza restrizioni.
All’organizzazione partecipavano sarti, tintori, cuoiai che preparavano i costumi, le maschere e le vesti indossate dai cittadini più importanti e dal coro; vi erano gli addetti ai sacrifici, i falegnami e i pittori che preparavano la scena. Il coro era, poi, formato in totale da 500 adulti e 500 ragazzi per la durata dell’intero agone. La statua di Dioniso veniva prelevata dal santuario e trasportata fino al suo tempio vicino l’Accademia, dove veniva onorato con sacrifici ed inni, poi gli Ateniesi portavano la statua in teatro con un corteo illuminato dalle fiaccole.
Il 10 di Elafebolione la festa iniziava con una grande processione cui partecipavano ateniesi e stranieri. La processione terminava con il sacrificio di un toro e il corteo era accompagnato da canti satirici e forse da danze lungo il tragitto.
Gli agoni scenici
Il programma della festa prevedeva lo svolgimento di agoni tragici, agoni ditirambici e agoni comici. Ad eseguire i ditirambi erano a turno 10 cori, ciascuno per una delle dieci tribù in cui Clistene aveva diviso il territorio dell’Attica. Le commedie in gara erano 5, mentre all’agone tragico concorrevano 3 tragedie e un dramma satiresco. In Eschilo le tragedie trattavano per lo più lo stesso mito, quindi si suole parlare di trilogia legata, ma con Sofocle questo scompare quasi del tutto. Sul calendario delle gare non si hanno molte informazioni.
L’ipotesi è che gli agoni ditirambici si tenessero nel pomeriggio della stessa giornata, cioè il 10 di Elafebolione; che il secondo giorno fosse destinato alla rappresentazione delle cinque commedie, e che il terzo, quarto e quinto giorno, dal 12 al 14, venissero rappresentate le 3 tetralogie tragiche, ciascuna in un giorno diverso.
Durante la guerra del Peloponneso il numero dei commediografi ammessi agli agoni dionisiaci fu limitato a 3, a causa delle ristrettezze economiche in cui Atene versava. In uno dei giorni precedenti l’inizio delle gare, l’8, si svolgeva il cosiddetto proagone, che informava il pubblico sulle tragedie in programma, in un edificio, l’Odeon, fatto costruire accanto al teatro. Le fonti parlano del dramma satiresco come introdotto negli agoni solo in epoca successiva all’introduzione delle tragedie.
Per quanto riguarda i cambiamenti che gli agoni ebbero, pochissime informazioni riguardano il IV secolo, e la novità più significativa è costituita dalla regolare riproposizione a partire dal 386 di una tragedia composta da uno dei grandi autori del secolo precedente, la cosiddetta palaiòn drama.
La selezione degli autori: il corego
Gli autori che intendevano competere nelle Dionisie dovevano presentare il testo delle loro tetralogie all’arconte eponimo, il magistrato che soprintendeva alla festa. Questi sceglieva i tre tragediografi ammessi agli agoni e assegnava ad essi un coro. Le spese per l’allestimento del coro tragico erano sostenute, per ogni singolo tragediografo, dal corego, un ateniese particolarmente facoltoso, che dava il contributo all’organizzazione delle attività promosse dallo Stato. Questo dimostra quanta importanza venisse riconosciuta a livello istituzionale agli spettacoli teatrali.
L’investitura a corego rappresentava il riconoscimento ufficiale del godimento di uno status di eminenza e prestigio, e tanto più ci si dimostrava generosi, più si guadagnava popolarità e consenso. Coreghi furono uomini di primissimo rango come Pericle, Nicia o Temistocle. Solo in tempi di crisi economica si nominavano non uno, ma due coreghi, le cui spese non erano di poco conto, dato che questo doveva provvedere all’assunzione di un istruttore del coro e dei coreuti, all’affitto dell’eventuale sala per le prove, pagare le maschere e i costumi. Gli attori erano, invece, pagati dallo Stato.
L’istituto della coregia venne soppresso sotto il governo di Falereo nel 4° secolo e al posto dei coreghi furono delegati funzionari annuali, gli agonoteti, che attingevano ad un apposito fondo pubblico. Venuta meno la contropartita di una notorietà da spendere sul piano della carriera politica, anche i detentori di cospicui patrimoni avvertono la carica come insopportabile e questo è uno dei segnali del cambiamento. I grandi ideali erano tramontati e il cittadino si ritrae sempre più nella dimensione del privato, preoccupato essenzialmente della cura dei propri personali interessi.
La giuria, l’assemblea di rendiconto
A determinare l’ordine con il quale si succedevano le tre tetralogie in concorso era il sorteggio. Veniva considerato fortunato il poeta cui toccava rappresentare i suoi drammi per ultimo, dalla presunzione che la giuria al momento della votazione si lasciasse influenzare dall’impatto emotivo dato dalle tragedie a cui aveva assistito di recente e non nei giorni precedenti. La designazione dei giudici avveniva attraverso una procedura complessa, il cui fine era quello di garantire il più possibile la trasparenza nelle scelte e l’imparzialità del verdetto. Qualche tempo prima della festa il Consiglio operava una selezione tra i cittadini di ciascuna delle 10 tribù.
I loro nomi venivano depositati in dieci urne, una per ciascuna tribù. All’inizio dell’agone l’arconte estraeva un nome da ciascuna di esse e si formava, così, una giuria composta da 10 membri. Al termine delle rappresentazioni ogni giurato scriveva le proprie preferenze su una tavoletta e, tra le 10 tavolette raccolte, venivano sorteggiate 5, ed era sulla base di queste che veniva compilata la classifica finale.
I giudici, però, probabilmente non sempre seguivano il giuramento di imparzialità che erano tenuti a prestare. A volte, poi, il confronto fra i fans delle diverse fazioni poteva trascendere a tal punto da creare problemi di ordine pubblico. Per quanto riguarda i giudici Platone, poi, affermava che “il vero giudice deve giudicare senza lasciarsi indottrinare dal pubblico e senza lasciarsi suggestionare dal tumulto della folla e dalla sua scarsa cultura, né deve pronunciare il suo verdetto con leggerezza”. Poteva accadere che il giudizio dei membri della giuria venisse pilotato o manipolato con mezzi occulti, come accennano oratori del IV secolo, anche se non se ne hanno prove certe.
Vi sono, comunque, dei casi che possono sembrare assurdi, come quello dell’Edipo Re di Sofocle, che giunse secondo. Eppure, è un capolavoro assoluto. Spesso quindi i giudici non tenevano solo conto dell’intreccio, ma anche della musica, della recitazione, dei costumi, degli effetti visivi e il loro voto riguardava non le singole tragedie, ma le tetralogie nel loro insieme.
Solenne era la premiazione: l’araldo in teatro comunicava il nome del poeta vincitore, e questi riceveva sul capo, come segno d’onore, una corona d’edera dall’arconte. La proclamazione del poeta vincitore sanciva la fine della festa, ma non la conclusione degli adempimenti formali. Chiunque poteva presentare esposti o muovere accuse in ordine a irregolarità o a incidenti e, se l’assemblea trovava fondate le accuse, veniva istituito un regolare processo. Nel caso in cui tutto si fosse svolto nel migliore dei modi, l’arconte veniva elogiato pubblicamente ed insignito di una corona al termine dell’assemblea.
Le Lenee, le Dionisie rurali e altre occasioni di spettacolo
Le Grandi Dionisie non erano le uniche feste che prevedessero rappresentazioni drammatiche. Tragedie e commedie venivano portate in scena anche durante le Lenee e le Dionisie Rurali.
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