Capitolo 9 - Le parti costitutive della tragedia: introduzione
Le tragedie a noi pervenute presentano una continuità di forme e strutture che caratterizza lo spettacolo tragico in un arco di tempo che va dal 472 fino al IV secolo. Già con Eschilo la tragedia appare pienamente definita nei suoi tratti fondamentali.
La prima suddivisione della tragedia greca in sezioni o parti si legge nella Poetica di Aristotele. Sotto il profilo quantitativo le parti che compongono la tragedia sono:
- Prologo
- Episodio
- Esodo
- Canto corale, diviso in parodo e stasimo
Queste sono parti comuni a tutte, ma particolari sono i canti dalla scena e i kommoi. Prologo è tutta la parte della tragedia prima dell’ingresso del coro; episodio tutta la parte compresa tra canti corali interi; esodo l’intera parte di tragedia cui non segue il canto del coro.
Quanto alla parte corale, parodo è la prima esibizione dell’intero coro, stasimo un canto del coro senza anapesti e trochei, kommos è un canto di lamento eseguito dal coro e dalla scena. Non sappiamo, però, se questa ripartizione risalisse davvero ad Aristotele.
Importanti sono, poi, le componenti qualitative della tragedia, come l’intreccio, i caratteri, il linguaggio, la messa in scena, o la musica e il canto. In ogni caso la ripartizione che la Poetica trasmette riflette in maniera fedele l’organizzazione strutturale delle tragedie.
Ne risulta una forma di spettacolo in cui si alternano parti recitate e canti interi. Le parti recitate sono il prologo, gli episodi e l’esodo. Le tragedie del V secolo non si strutturano secondo un numero fisso di episodi, e in alcune manca addirittura il prologo. Esse non hanno lo schema che diverrà canonico in età ellenistica e in età romana. Cioè quello di una divisione in cinque atti.
Capitolo 10 - Il coro: caratteri generali
La presenza di un coro tra i personaggi del dramma è una delle peculiarità più rilevanti della tragedia greca. Essa testimonia della derivazione della tragedia da una performance di tipo corale. Gli attori saranno introdotti solo successivamente. L’evoluzione del coro della tragedia del V secolo dimostra che gli autori tragici ne ridimensionarono notevolmente l’importanza, per la sua natura di personaggio collettivo.
Il costume del coro doveva variare in funzione del suo ruolo. I ruoli potevano essere diversi: persone di elevato lignaggio o di condizione servile, uomini o donne, rappresentanti del corpo civico, marinai, soldati e così via. Il caso più frequente è quello del coro come comunità che abita nel luogo in cui è ambientata la tragedia, come semplici fanciulle per i Sette, o cittadini nell’Agamennone e nell’Alcesti, notabili nei Persiani e nell’Antigone o ancelle nelle Coefore.
Soprattutto in Euripide, dove il coro appare sempre ben disposto nei confronti del protagonista, a stabilire un legame è spesso la condivisione di una particolare condizione legata all’età, come la vecchiaia, o al sesso, oppure ad eventi di straordinaria rilevanza, come una situazione di prigionia.
I poeti postulano un rapporto già esistente tra coro ed uno o più personaggi scenici e questo perché il coro possa essere integrato senza problemi nella vicenda drammatica.
Il coro eseguiva, di norma, un canto d’ingresso, la parodo, e successivamente canti destinati a separare gli episodi, gli stasimi. Partecipava anche al dialogo scenico sia attraverso i trimetri giambici del suo leader, il corifeo, sia intervenendo nei kommoi e negli amebei lirico-epirrematici.
Il canto di solito veniva eseguito all’unisono. È articolato in strofe e antistrofe, dalla stessa struttura metrica, e durante le strofe i coreuti si muovevano verso una direzione, durante l’antistrofe dalla parte opposta. In alcune tragedie la coppia strofica appare preceduta da un proodo, strofa lirica cantata dal coro o da un attore, o realizzata da entrambi attraverso un duetto.
In altri casi tra la strofe e l’antistrofe è inserito un mesodo. L’esempio più chiaro di una struttura mesodica è nella prima parte del kommos delle Coefore, dove all’interno di una elaborata architettura, i mesodi svolgono l’importante funzione di raccordare a livello sia tematico che metrico-ritmico le strofe e l’antistrofe, rese da Oreste ed Elettra, e di dare così rilievo al sentimento di forte solidarietà che stringe tra loro i personaggi del compianto funebre.
Affine al mesodo è l’efimnio, il cui uso è legato a contesti rituali o a scene di intenso pathos. Oltre ad articolare il canto in strofe e antistrofe, il coro poteva eseguire canti astrofici, cioè brani svincolati da qualsiasi responsione esterna. Si presentava adatto a un gioco di variazioni espressive e all’impiego di vivaci tonalità mimetiche.
L’uso degli astropha è assai frequente nei canti infraepisodici, cioè quei canti che cadono all’interno di un episodio e non segnano un’interruzione nel tempo scenico e per questo chiamati ‘intermezzi corali’. Generalmente essi sottolineano la partecipazione affettiva del coro ai sentimenti di gioia o dolore dei protagonisti.
Alla categoria di intermezzi corali appartengono anche le cosiddette ‘strofe a distanza’, cioè quelle coppie di canti che sono separate dall’inserzione di una cospicua sezione di dialogo in trimetri e in ogni caso non assolvono una funzione divisoria.
Possibilità divisoria all'interno del coro
Il coro rappresenta un’unità omogenea e compatta e i suoi membri sono anonimi, nel senso che a nessuno di essi è concesso di intervenire nell’azione scenica a titolo individuale. Tranne rarissime eccezioni, esso è costantemente presente nell’orchestra, dalla parodo fino all’esodo.
Il coro, in alcune circostanze, poteva dividersi in due semicori, ciascuno dei quali eseguiva una parte del canto. Il testo non sempre autorizza conclusioni incontrovertibili, soprattutto là dove nei manoscritti manchino le paragraphoi, cioè i segni che indicavano i cambi di battuta. Un esempio di confronto dialettico tra due semicori è nelle Supplici di Eschilo, dove si fronteggiano due tendenze diverse: da un lato il perdurare di una rigida preclusione al matrimonio con gli Egizi e dall’altro il riconoscimento della potenza di Afrodite e della necessità di una maggiore disponibilità alle nozze.
Più rari sono i casi in cui il testo assegna battute a gruppi più ristretti di coreuti o addirittura a singoli membri, come nel parodo dello Ione, in cui le ancelle si scambiano i loro commenti sulle sculture che ornano il tempio di Apollo a Delfi.
Nell’Agamennone dopo che dall’interno della reggia si sono uditi i lamenti del re colpito a morte e il corifeo mostra d’aver compreso che il delitto è stato consumato, i coreuti si consultano sul da fare, e a ciascuno di essi è attribuito un distico in trimetri giambici.
In alcune tragedie può comparire anche un coro secondario, e la sua presenza in scena è sempre di breve durata, infatti l’estensione del suo intervento lirico è piuttosto limitata. Esempio è il coro secondario di sacerdotesse di Atena che forma il corteo che sul finire delle Eumenidi scorta le dee al loro santuario.
L’incidenza del coro varia da tragedia a tragedia. In alcune ha un ruolo essenziale. Come nelle Supplici di Eschilo in cui è il destino del coro delle Danaidi, la cui istanza di asilo rivolta a Pelasgo è il motore dell’azione; il coro delle Erinni è, nelle Eumenidi, diretta controparte del protagonista Oreste.
Nelle altre tragedie il ruolo svolge un ruolo meno determinante, non che i suoi interventi e la sua stessa presenza non abbiano significato nell’economia generale del dramma, ma la partecipazione all’azione scenica appare più circoscritta e si concreta in forme che non ne implicano un diretto coinvolgimento.
Le rare eccezioni riguardano sporadici casi in cui il coro contrasta o cerca di opporsi all’azione di un personaggio malvagio. Sul finire dell’Agamennone, ad esempio, i coreuti reagiscono con veemenza ad Egisto, che in un lungo discorso ha rivendicato l’assassinio di Agamennone presentandolo come un atto di giustizia.
È l’inizio di un controbattere continuo: il coro non desiste dai suoi rilievi, che Egisto tollera sempre meno tanto che chiama a sé le guardie perché arrestino i vecchi coreuti, e questi prendono le spade. Come nell’Agamennone queste scene di aspra lite servono a dare rilievo al comportamento illegale e tirannico di un personaggio che abusa della sua posizione di forza.
Il consiglio, il conforto e la complicità
La forma più usuale attraverso cui il coro partecipa all’azione scenica è quella dell’ammonimento o del conforto dato ai protagonisti della vicenda drammatica. In alcuni casi il consiglio del coro risulta decisivo. Nelle Trachinie, ad esempio, Deianira confessa alle coreute che per riconquistare Eracle ha pensato di far ricorso alla magia del chitone intriso del sangue di Nesso, ma ora che d...
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