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Dottrina dello Stato

In America, al contrario di quanto accade in Francia, il legislatore deve muoversi entro binari già

marcatamente tracciati. Guadagna spazio, semmai, il potere giudiziario, il potere dei giudici, che devono

porre degli argini agli altri poteri, in modo tale che questi non possano compiere degli abusi. Ciò che, invece,

contraddistingue non il documento, quanto l’esperienza americana rispetto a quella francese è il fatto che,

se in quest’ultima il documento è frutto di un atto rivoluzionario, è frutto di una rottura del regime

precedente, l’Ancien Regime, in America si ha, invece, una continuità rispetto al passato: l’obiettivo non è

scrivere un ordine nuovo, bensì conservare quello esistente. Edmund Burke (1729 – 1797) paragona la

Rivoluzione americana a quella inglese, dichiarando che, con essa, condivide l’assenza di rottura e l’istanza

conservativa, nonché il maggior potere dei giudici. La forma di governo scelta nella Costituzione americana è

il Presidenzialismo, basato sulla volontà di contrapporre al potere legislativo, di cui si diffida, un potere che

abbia la stessa legittimazione popolare indiretta: il potere del Presidente. L’obiettivo è il bilanciamento dei

poteri. Tale forma di governo si basa sulla c.d. separazione funzionale, che, per certi versi, si rispecchia anche

nella separazione territoriale e nell’assetto federale. Tale separazione consente il permanere della pluralità

del popolo, il quale si esprime attraverso una pluralità di voci. Tale bilanciamento, però, è operato anche dal

potere giudiziario, come si accennava sopra. Esso svolge una doppia funzione:

I. Disperde il potere, limitando il legislativo e l’esecutivo;

II. Consente la partecipazione popolare al potere giudiziario tramite la costituzione, all’interno del

processo, di una giuria popolare, della cui opinione il giudice deve tenere conto.

L’AFFERMAZIONE DELLO STATO DI DIRITTO IN ITALIA

L’Italia non prende a modello né l’esperienza americana né l’esperienza francese, ma si afferma su una

specifica costruzione giuridica. In Italia il passaggio allo Stato di diritto è graduale e si afferma grazie alla

concessione della Monarchia, non tramite azioni rivoluzionarie. Da qui la nascita dell’idea che lo Stato non

sia un nemico della libertà, e da qui la nascita del concetto di statalismo liberale: la libertà e le garanzie non

si conquistano con un’azione contro lo Stato, ma sono il riflesso dell’azione dello Stato stesso. Con ciò si segna

una netta presa di distanza dal giusnaturalismo moderno: i diritti naturali non preesistono allo Stato, ma sono

derivati dal diritto dello Stato. Le garanzie dello Stato si risolvono nella Costituzione.

Vittorio Emanuele Orlando (1860 – 1952)

Secondo Vittorio Emanuele Orlando, lo Stato è frutto di un’evoluzione storica e il diritto, così come il

linguaggio, si è plasmato su di esso. Il diritto è qualcosa di organico che dovrebbe avvolgere il politico. Il

politico turba l’ordine e il diritto deve disinnescarne la portata dirompente. Egli ha una concezione organica

del popolo, il quale è reso conoscibile solo mediante lo Stato, che ne è sostanzialmente il simbolo. Questo

porta Orlando a concepire una vera e propria teoria positivistica sulla base della quale afferma che lo Stato

trova sì fondamento nel popolo, ma tale fondamento sembra essere un fondamento storicamente lontano.

In ciò si riscontra una sostanziale divisione tra Stato e società. Lo Stato deve essere separato dalla società

che, essendo costituita da partiti, veicola la conflittualità.

L’AFFERMAZIONE DELLO STATO DI DIRITTO IN GERMANIA

Segue lo stesso principio italiano circa il rapporto tra i diritti naturali e lo Stato, da cui si ritiene che derivino.

Karl von Gerber (1823 – 1891)

Egli fu uno dei più importanti giuristi tedeschi e fu l’autore di un’opera intitolata: “Teoria dei diritti pubblici

soggettivi”. Egli non riconosce la libertà come diritto naturale, ma ritiene che essa abbia un carattere

residuale rispetto allo Stato: essa, come tutti i diritti pubblici, trova fondamento, contenuto, fine e limiti

nell’organismo statale. 19

Dottrina dello Stato

In tal senso la libertà è uno dei diritti riflessi, cioè è il riflesso, sugli individui, del diritto oggettivo dello Stato.

Questa impostazione appare assai poco garantista, ma non nasce con un intento autoritario: piuttosto,

ancorare i diritti allo Stato, anziché alla natura, li rende più forti, più garantiti. E, se tale impostazione può

avere esiti autoritari, comunque bisogna tenere a mente che tali esiti non sono l’obiettivo che un autore

come Gerber si prefissa di raggiungere. Lo Stato è creatore e padrone del diritto; può esistere solo il diritto

positivo e non esiste un’istanza giuridica che lo preceda.

Georg Jellinek (1851 – 1911)

Fu un filosofo e un giurista austriaco. Secondo Jellinek il diritto è un fenomeno relazionale e, dal momento

che lo Stato, ponendo il diritto e sottoponendosi ad esso, interagisce con i cittadini proprio tramite il diritto,

lo Stato si fa persona giuridica. Essere persona tra le persone significa essere investititi di diritti e doveri, e il

dovere dello Stato è sicuramente quello di garantire i diritti dei cittadini.

LE FORME DI STATO

LO STATO TOTALITARIO

Lo Stato totalitario è stato spesso rappresentato dall’immagine del Leviatano e si è ritenuto che il germe dello

Stato totalitario fosse insito nell’essenza stessa dello Stato di diritto. Ma qual è il rapporto tra lo Stato

totalitario e lo Stato moderno come fin qui descritto? Sicuramente lo Stato totalitario è una possibile deriva

dello Stato moderno, ma non è una deriva necessaria.

Quali sono le premesse da cui può scaturire lo Stato moderno e quelle da cui può scaturire lo Stato

totalitario? Certamente il presupposto per l’esistenza dello Stato totalitario è l’esistenza dello Stato

moderno, tanto è vero che nel Medioevo una deriva totalitaria non sarebbe stata possibile, a causa del fatto

che il politico non occupava tutta la sfera dell’ordine giuridico, e perché sottostava a dei limiti costituiti dalle

consuetudini e dalla potenza divina. E’ solo con l’affermarsi della statualità che il politico dà completamente

forma alla società (cioè si svincola sia dalle consuetudini, sia dalla potenza divina), e la società perde ogni

autonomia dalla politica. Da qui una possibile deriva nichilistica: pensare la società come un corpo

completamente sottoposto al politico, senza nessuna sfera di autonomia, significa pensare la società come

pura materia inerte plasmabile a piacere dal politico.

Cosa caratterizza lo Stato totalitario? Sicuramente lo Stato totalitario è caratterizzato da una società di

massa, cioè una società che segue lo sviluppo urbanistico e tecnologico e che, secondo Domenico Fisichella

(1935), presuppone la penetrazione, in essa, del potere politico. Quale può essere l’elemento di rottura tra

lo Stato moderno e lo Stato totalitario? Possono esserne individuati diversi.

A. In primo luogo, se l’impianto dello Stato moderno è quello di uno Stato macchina, così come pensato

da Hobbes, l’impianto dello Stato totalitario è quello di un doppio stato: accanto allo Stato normativo

si pone lo Stato del partito, uno Stato completamente arbitrario basato sul Führerprinzip. E’ come

dire che allo Stato macchina, basato sulla burocrazia e sulla prevedibilità, si affianchi uno Stato basato

sull’imprevedibilità e sul carisma del capo.

Se nello Stato moderno il potere è imbrigliato dalla macchina, nello Stato totalitario la macchina è

guidata dal potere e il fine perseguito da tale macchina è il potere stesso.

B. In secondo luogo, una discontinuità tra questi due modelli di Stato può essere riscontrata anche

guardando al fine che ciascuno di essi si pone: nello Stato moderno il fine è la pace, sia tra i cittadini,

sia tra gli Stati; nello Stato totalitario, invece, il fine è il potere e la guerra è il motore dello Stato,

tanto che Sigmund Neumann (1904 – 1962) parla di “permanent revolution”.

C. In terzo luogo possiamo osservare che, mentre lo Stato moderno, così come descritto da Hobbes,

Locke e Rousseau mette al centro dell’attenzione l’individuo (non l’individuo empirico, ma quello

razionale), lo Stato totalitario predilige la società di massa. All’interno della società di massa

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Dottrina dello Stato

l’individuo non esprime una sua autonomia, ma è costantemente in balìa della folla. Questo assicura

una conformità passiva al potere.

D. Inoltre, altro elemento che contraddistingue i due modelli di Stato è l’ideologia: nello Stato moderno

non vi è un’ideologia, mentre nello Stato totalitario, come sottolinea Hannah Arendt (1906 – 1975)

nell’opera “Le origini del totalitarismo”, lo Stato totalitario ha come fine l’instaurazione di

un’ideologia, la quale rompa l’ordine precedente instaurandone uno nuovo. L’ordine dell’ideologia è

un ordine arbitrario che cancella gli obiettivi della pace e della sicurezza. Lo Stato totalitario vuole

che l’individuo si mobiliti, che giuri fedeltà, e non ci si accontenta del fatto che non crei problemi: lo

Stato totalitario non condanna solo chi vuole stravolgere l’ideologia, ma anche chi non vi aderisce

esplicitamente.

Lo Stato pretende di costruire strutture sociali che non siano espressione di un pluralismo, ma che siano la

longa manus dello Stato: lo Stato deve essere presente anche nei rapporti sociali, sostituendosi al pluralismo

come espressione di libertà associativa. Destruttura anche i rapporti spontanei come i rapporti di amicizia e

di vicinato sostituendoli con rapporti organizzati. Hannah Arendt racconta che la polizia segreta zarista teneva

un grande documento in cui ogni individuo era tenuto sotto controllo sulla base delle relazioni che

intratteneva con altri soggetti. Ne deriva che tutte le forme di vita indipendenti dalla società diventano forme

di ribellione al regime. Secondo Giovanni Gentile (1875 – 1944), inoltre, lo Stato totalitario, non ha

destrutturato solo i rapporti tra le persone, ma anche le persone stesse. Afferma ciò sulla base della “Carta

del lavoro fascista”, in cui gli individui sono chiaramente considerati come strumenti per il perseguimento di

un fine economico statale. Gli uomini, cioè, sono considerati parte integrante di un tutto, lo Stato, di cui

perseguono i fini. Anche i fini economici.

Ed è in tale tendenza all’unità che si realizza una similarità quasi imbarazzante con lo Stato moderno: anche

lo Stato moderno non si trova “a suo agio” davanti al pluralismo e ricerca l’unità non solo a livello

istituzionale, ma anche a livello sociale. Ciò ci fa comprendere come lo Stato totalitario possa essere, a tutti

gli effetti, una deriva possibile dello Stato moderno, evitabile, però, se lo Stato mostra di essere in grado di

ammettere, seppur in una misura limitata, il pluralismo.

LO STATO SOCIALE

Conosce la sua fase di emersione circa 30 anni dopo la fine della Grande Guerra. Lo Stato sociale, o Welfare

State, viene considerato come una deriva possibile ma non necessaria dello Stato liberale e nasce nel

momento in cui il popolo inizia ad essere ammesso alla gestione della vita politica, con l’espansione del

diritto di voto e il passaggio dallo Stato monoclasse allo Stato pluriclasse.

E’ molto interessante notare un aspetto in particolare: se, come accade per lo Stato totalitario, lo Stato

sociale è una deriva solo possibile, e non necessaria, dello Stato di diritto, diversamente da quanto accade

per lo Stato totalitario, lo Stato di diritto o lo Stato liberale non sono necessariamente il presupposto per

la nascita dello Stato sociale. A prova di tale affermazione possiamo guardare alla Germania di Otto von

Bismarck (1815 – 1898), che fu sicuramente uno Stato sociale, ma non uno Stato liberale, bensì autoritario.

Lo Stato sociale indica i presupposti dello Stato di diritto, di cui è considerato una forma indebolita a causa

del venir meno della separazione tra Stato e società e a causa del venir meno della generalità della legge:

essa, infatti, non prescrive più allo stesso modo per tutti, volta a rispettare il criterio di uguaglianza formale,

ma distingue gli individui per rispettare il principio di uguaglianza sostanziale. Tra gli autori che sostengono

la tesi per cui lo Stato sociale sia solo un declino dello Stato moderno troviamo Carl Schmitt e Nicola

Matteucci. Carl Schmitt (1888 – 1985) sostiene, addirittura, che lo Stato totalitario sia una reazione alle

pressioni dello Stato sociale. Nicola Matteucci (1926 – 2006), sulla stessa linea critica di Schmitt, è fautore

del liberalismo ed è particolarmente interessato al liberalismo anglosassone.

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Dottrina dello Stato

Tra gli autori che, invece, si mostrano favorevoli allo Stato sociale troviamo Böckenförde. Böckenförde (1930)

sostiene che lo Stato sociale non sia altro che l’unico modo possibile di salvare lo Stato liberale, in quanto

questo rischia di autodistruggersi. Come? Con l’aumentare delle diseguaglianze tra gli uomini, diseguaglianze

frutto delle differenziazioni degli assetti proprietari. L’intervento dello Stato, allora, è finalizzato a ristabilire,

tra gli uomini, un’uguaglianza prima di tutto giuridica.

Detto ciò, proviamo a tracciare il percorso evolutivo dello Stato sociale. Se assumiamo che lo Stato sociale

nasca per curare gli indigenti (coloro che non hanno l’indispensabile per vivere), la sua origine affonda le basi

nell’industrializzazione, cioè in quel periodo storico in cui, a seguito dello sviluppo tecnologico e della

concentrazione del proletariato nelle città, i legami primari, tipici delle campagne, vengono meno, e vengono

sostituiti da una rete di nuovi legami artificiali introdotti dal diritto. Essi servono per colmare quella

sensazione di paura e insicurezza che la rottura dei legami primari ingenera negli uomini. In secondo luogo,

oltre all’industrializzazione, un ruolo decisivo per la nascita dello Stato sociale è stato assunto dalla crisi

interna dell’economia di mercato: la grandissima crisi del ’29 ha certamente spinto verso forme di Stato

sociale. Infine lo Stato sociale è stato utilizzato anche come strumento di controllo delle masse durante la

Rivoluzione russa. E’ bene sottolineare, allora, sempre sul piano dell’evoluzione storica dello Stato sociale,

che la sua affermazione non si è sempre accompagnata al riconoscimento dei diritti sociali: è accaduto,

talvolta, che esso precedesse i diritti sociali perché istituito, prima di tutto, come strumento di controllo. Un

esempio di come lo Stato sociale poteva essere uno strumento per controllare le masse sono le Poor Laws,

aspramente contestate da Tocqueville (1805 - 1859). Egli, infatti, ritiene che esse costituiscano una forma di

beneficenza statale con finalità contenitive, cioè volte ad arginare il pericolo della delinquenza. Ma, a suo

dire, vi sarebbe una sorta di correlazione tra la povertà e il vizio, tra la povertà e l’ozio, e dunque i poveri non

andrebbero aiutati, ma spronati a modificare la loro condizione. In ogni caso, comunque, l’azione dello Stato

non è esattamente volta ad aiutare il singolo, ma appunto il singolo in quanto parte della società, per

scongiurare un pericolo che sarebbe rivolto proprio contro la società stessa: l’intento dello Stato, insomma,

non è quello di evitare che i poveri continuino a vivere per strada, ma risollevare la loro condizione in modo

tale da evitare che, per vivere, inizino a delinquere, producendo, così, un disagio a tutto il popolo. Il senso

dell’azione dello Stato è rinvigorire la nazione in modo tale che questa si mostri forte verso l’esterno. Solo

nel secondo dopo guerra la necessità del riconoscimento dei diritti sociali smette di essere considerata una

patologia ed inizia ad essere considerata semplicemente come una fragilità intrinseca alla natura umana: i

deboli non sono viziosi ma sono fragili. I poveri, quindi, non sono più inquinamento della società, come

credeva Tocqueville, ma sono elementi deboli della società, frutto di una cattiva organizzazione socio –

economica. E’ lo Stato, a questo punto, che si assume il compito di redistribuire beni e servizi per cercare di

attenuare le differenze sociali.

Lo Stato sociale entra in crisi negli anni ’80 a causa di una serie di fattori, tra cui la globalizzazione, che ai

diritti sociali antepone gli interessi economici. Ma anche la deindustrializzazione è sintomo di una crisi dello

Stato sociale perché, venendo meno l’industrializzazione, viene meno anche la capacità dei lavoratori di

rivendicare collettivamente i loro diritti, unico modo, quello collettivo, in cui le rivendicazioni dei lavoratori

possono sortire effetti. La deindustrializzazione, inoltre, produce un riversamento dei bisogni degli uomini

non più su quella rete di legami artificiali prodotta dall’industrializzazione, ma sui legami primari che, a loro

volta, chiedono l’appoggio dello Stato. Lo Stato, allora, si assume il compito, istituzionalizzato, di agire come

una grande macchina anonima di redistribuzione delle ricchezze. Questo, se da un lato comporta un aiuto

alla società, dall’altro svuota le risorse dei legami primari, i quali diventano dipendenti dallo Stato e

aumentano le loro domande. All’aumento delle domande, però, corrisponde anche un notevole aumento dei

costi di intervento. Se, poi, all’aumento delle domande corrisponde un aumento delle aspettative dei

cittadini, la tensione dello Stato sociale cresce esponenzialmente, tanto che la sua stessa sopravvivenza viene

messa in discussione, a meno che non inizi ad operare un processo di razionalizzazione. Se tale processo non

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Dottrina dello Stato

riesce a risolvere la situazione, allora, molto probabilmente si assisterà ad una regressione: l’intervento

sociale tornerà ad essere una sorta di beneficienza statale, come ai tempi di Tocqueville.

In conclusione, sembra il caso di fare nota di un ultimo processo, molto importante, che fa capo allo Stato

sociale: la sussidiarizzazione, cioè la riorganizzazione dello Stato sociale alla luce del principio di sussidiarietà:

sulla base di tale principio si riconosce l’iniziativa delle società (lucrative e non) di farsi carico dell’interesse

generale. Ne deriva una rottura dei confini tra pubblico e privato, e quindi tra Stato e società.

LO STATO FEDERALE

Molti studiosi, considerando il concetto di sovranità e il principio dell’unità della decisione del sovrano,

ritengono che la federazione non sia una forma di Stato, bensì un’alternativa alla statualità.

Heller (1891 – 1933) afferma che “due sovrani sullo stesso territorio sono impossibili”, e questo porta in luce

la contraddittorietà di uno Stato federale, in cui devono convivere una sovranità territoriale, cioè quella di

ogni singolo Stato membro della confederazione, e una sovranità federale, cioè quella della federazione in

quanto tale. Per sciogliere la contraddittorietà insita nello Stato federale possono essere valutate 2 soluzioni:

1. Concepire lo Stato federale come una semplice confederazione, cioè un accordo tra Stati sovrani,

2. Rivalutare i singoli stati, declassandoli da sovrani a mere autonomie autorizzate.

Un esempio dell’attuazione pratica di queste soluzioni e, nello specifico, della seconda, è fornito dall’opera

di Albrecht von Haller (1708 - 1777) intitolata “I cantoni non sono stati”, in cui egli spiega come, in Svizzera,

si usi il termine “Stato” riferito ad ogni cantone non perché esso sia effettivamente uno Stato, ma solo per

una sorta di riconoscimento storico: i cantoni sono autonomie facenti parte di uno Stato federale.

Sullo Stato federale si esprime anche Schmitt, il quale ritiene che lo Stato federale sia una forma di

organizzazione che valorizza le autonomie, ma che non sia una forma di Stato vera e propria. Esso è, semmai,

un’alternativa alla statualità, perché se questa richiede l’unità, lo Stato federale presuppone la pluralità.

Kelsen, poi, ritiene che così come lo Stato è un ordinamento giuridico, lo Stato federale è un ordinamento

giuridico tripartito. Si distinguono infatti:

- Ordinamento giuridico della federazione,

- Ordinamenti giuridici territoriali (sullo stesso piano del primo),

- Ordinamento che delega alle altre due cerchie normative le loro rispettive competenze. Tale

ordinamento si pone al di sopra dei primi due e si identifica nella Costituzione che origina i due

ordinamenti derivati.

Tutto questo per dire che risulta difficile ricondurre lo Stato federale al concetto di sovranità, e risulta

altrettanto difficile, se pensiamo alle categorie originarie dello Stato moderno (oltre alla sovranità, il popolo

e il territorio), considerarlo uno Stato unitario piuttosto che una Confederazione. A questa linea di pensiero

appartengono molti autori, tra cui anche Giuseppe Duso (1942), il quale identifica la struttura dello Stato

moderno nel dispositivo della rappresentanza di Hobbes e, nella confederazione, dice, non c’è spazio per la

rappresentanza. Partendo da Hobbes, infatti, egli ritiene che non sia possibile pensare l’unità politica come

unità di parti, ma solo come unità di individui eguali, la cui unità è possibile solo grazie all’unità del

rappresentante. Poiché il federalismo non rinuncia alla pluralità né ai corpi intermedi, non può essere

considerato una delle forme in cui si articola lo Stato moderno. Inoltre Duso, nell’affermare il suo pensiero,

cita anche Altusio, sostenitore della possibilità di uno Stato federale e autore premoderno che si trova davanti

ad una realtà prestatale in cui l’unità è concepita non come unità di individui, ma come unità di parti, i cui

membri costituiscono le c.d. consociazioni. L’unità politica, dunque, è per lui federazione di consociazioni:

il popolo non è costituito da individui eguali, ma da parti che intendono conservare l’autonomia politica, non

scomparendo nel Leviatano. La pluralità della federazione è una pluralità di corpi organizzati: le

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Dottrina dello Stato

consociazioni. Secondo Duso, però, questo implica il non pensare più lo schema politico secondo lo schema

della sovranità, bensì secondo lo schema del governo. Se nello Stato moderno la decisione dipende dal

binomio sovranità – rappresentante, nella federazione le decisioni si prendono secondo una specifica

modalità di governo: l’accordo delle parti ottenuto a seguito di un collegio. Il governo non è autorizzato dalle

parti a prendere una decisione, ma può solo lavorare affinché tale accordo possa effettivamente raggiungersi,

senza l’uso dell’istituto della rappresentanza.

I critici di Duso, però, che sostengono la tesi che lo Stato federale possa effettivamente esistere come Stato,

e non solo come federazione, rimproverano alla sua impostazione il fatto di essersi attenuto in modo

eccessivamente aderente ad uno schema chiuso e indivisibile di sovranità, tutta basata sulla rappresentanza.

La sovranità, infatti, assoluta ed esclusiva, è compatibile anche con la divisione, e può essere divisa in livelli.

Ogni livello di potere è originariamente limitato perché, nello Stato federale, tutti i poteri derivano dalla

Costituzione e nessuno Stato incorpora, da solo, un volere sovrano. E chi sono effettivamente le parti plurali

facenti parte dello Stato federale? Secondo Altusio si può parlare di federalismo integrale, perché parte della

federazione non sono solo le istituzioni, ma anche i singoli membri della società (consociazioni). E questa tesi

non è sostenuta solo da Altusio, ma anche da Proudhon (1809 – 1865), il quale, nel 1863, scrive l’opera

intitolata “Il principio federativo”, in cui non si limita a criticare lo Stato nella sua versione assolutistica, ma

critica anche la democrazia moderna che, a suo dire, è destinata a ridursi in potere assoluto e reazionario, e

tale deriva le farebbe perdere, persino, la sua istanza democratica perché, plasmandosi sullo stato assoluto,

anch’essa rischia di diventare assoluta. Lo Stato federale, dice, conserva la pluralità anteriore al contratto

sociale e, perciò, non solo può essere considerato una forma di Stato, ma è anche la forma di Stato che in

assoluto conserva l’istanza democratica.

In aggiunta, parlando di federalismo, è degno di nota anche il c.d. federalismo personalistico di radice

cattolica, di cui alcuni rappresentanti sono Mounier, Rougemont ed Elazar.

Mounier (1905 -1950)

Afferma che lo Stato si costruisce tramite i corpi intermedi.

Rougemont (1906 – 1985)

Fa uso dell’immagine della Trinità per spiegare come l’unità possa vivere nella cooperazione di parti plurali.

Elazar (1934 – 1999)

Afferma che il federalismo rispecchia il pluralismo psicologico non patologico, ma fisiologico e manifesta,

nello specifico, la possibilità di una cooperazione tra parti distinte, senza che vi sia la necessità di

neutralizzarle. L’essenza del federalismo starebbe, infatti, non nell’equilibrio delle singole istituzioni, ma nelle

relazioni politiche. Se non vi fossero le relazioni politiche, l’associazione delle singole istituzioni non

porterebbe al federalismo, ma al corporativismo. Inoltre, secondo Elazar, gli stati non devono avere come

capitali città troppo importanti, perché esse devono svolgere semplicemente un ruolo di coordinamento, e

non devono essere il simbolo di tutto lo Stato. Ancora, a suo avviso, il federalismo non è una forma di stato,

ma un concetto di valore paragonabile alla democrazia: il federalismo è un concetto di valore declinabile in

forme istituzionali diverse che non incrinano il modello, al pari di quanto accade con la democrazia. Ma

guardiamo ora all’aspetto istituzionale: qual è il risvolto istituzionale necessario dello Stato federale? Elazar

ricorre all’immagine della matrice: la matrice è una struttura di governo con pluralità di poteri tra loro

collegati e ordinati, tra cui, dunque, vi è un ordine di coordinamento, e non un ordine gerarchico. Questo

modello, secondo Elazar, ha trovato concretizzazione nell’esperienza costituzionale americana. Cosa rende

possibile, in America, la coesistenza di più sovranità sullo stesso territorio? Il fatto che il potere appartiene al

popolo e che gli organi statali e federali sono solo strumenti attraverso cui si esercita il controllo governativo

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Dottrina dello Stato

sul territorio. Si rende, così, possibile un’unità plurale. Da questo punto di vista anche la nostra Costituzione

potrebbe essere all’origine di una organizzazione federale: in primo luogo, l’ART. 1 riconosce che la sovranità

appartiene al popolo, che dunque non ne è solo l’origine astratta e lontana. Il popolo, inoltre, non è definito

come un ente unitario, ma al contrario viene riconosciuto il suo pluralismo sia a livello sociale, sia a livello

istituzionale. E la Costituzione si premura di conservare tale pluralismo, non volendo ridurre il popolo ad una

massa omogenea. Tra le istituzioni e la società vi è un’alleanza data dal fatto che esse sono reciprocamente

dipendenti.

LA NATURA DELLA DEMOCRAZIA

Parliamo, ora, dello Stato democratico con la consapevolezza, però, che la democrazia precede la statualità.

La democrazia degli antichi si basava su una partecipazione diretta del popolo ai processi decisionali, mentre

la democrazia moderna si basa su un sistema rappresentativo. Bisogna specificare, però, che la democrazia

delle città - stato greche non coinvolgeva effettivamente tutti i cittadini, perché erano esclusi dal processo

decisionale gli schiavi e le donne.

Se non fossimo reduci da studi volti a comprendere le origini, la struttura e la natura dello Stato moderno,

potremmo affermare che la democrazia, da diretta, sia diventata indiretta semplicemente a causa delle

maggiori dimensioni dello Stato moderno, che avrebbe quindi reso necessaria la rappresentanza. In realtà,

però, soprattutto grazie al pensiero di Hobbes, sappiamo che la rappresentanza precede di gran lunga la

democrazia. Sartori (1924) afferma che esiste una inversa proporzionalità tra democrazia e dimensione

spazio – temporale: più la società si allarga, più il problema della gestione dello Stato si fa stringente e

quotidiano, più diminuisce la partecipazione popolare al momento decisionale.

Molti autori concepiscono la democrazia come un traguardo lontano, quasi irraggiungibile, e dinamico: la

democrazia, infatti, non è considerata da costoro come una situazione di stasi, come a dire che la democrazia,

una volta raggiunta, si conserva, ma come un processo in costante evoluzione.

Charles Tilly (1929 - 2008)

Nell’opera “Democracy” del 2007 egli sottolinea la concezione della democrazia come percorso storico, e

non come meta raggiunta. Parla di 2 processi: un processo che avvicina lo Stato alla democrazia, detto

processo di democratizzazione, e un processo che allontana lo Stato dalla democrazia, detto processo di de

– democratizzazione. Nello studiare tali processi, la cosa interessante è che egli non volge lo sguardo solo ai

paesi occidentali, ma amplia notevolmente i suoi orizzonti. Parte dal presupposto che la democratizzazione

non possa essere misurata sull’estensione delle libertà politiche, perché è fin troppo semplice vedere come

la partecipazione politica possa essere svuotata mantenendo, comunque, i rituali democratici. Bisogna,

semmai, porre a confronto i diritti politici con quelli civili. Secondo Tilly, quindi, si può parlare di Stato

democratico solo nella misura in cui le relazioni politiche tra lo Stato e i cittadini mostrano di essere basate

su una consultazione ampia, uguale, protetta e mutualmente vincolante; e tale tipo di consultazione non può

che derivare da un esito positivo di un processo di democratizzazione. Andiamo ad analizzare più da vicino le

appena elencate caratteristiche della consultazione in uno Stato democratico:

• Ampiezza: la sfera del godimento dei diritti, non solo politici, deve essere il più ampia possibile;

• Uguaglianza: l’uguaglianza di tutti i membri del popolo può essere raggiunta solo tramite una

diminuzione delle categorie;

• Protezione: ogni cittadino ha diritto ad un regolare processo, volto a scongiurare l’arbitrarietà

dell’azione dello Stato. Se i cittadini, per ottenere i loro diritti, sono costretti a corrompere, allora

è certamente in atto un processo di de – democratizzazione;

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Dottrina dello Stato

• Mutua vincolatività: è necessario il riconoscimento di obblighi anche in capo allo Stato, e non solo

in capo ai cittadini.

Cosa attiva processi di de – democratizzazione?

1. Reti fiduciarie al di fuori dello Stato, cioè connessioni interpersonali tra individui che costituiscono

una dimensione isolata dalla democrazia. La democratizzazione punta ad integrare tali reti fiduciarie

all’interno dello Stato.

2. Diseguaglianze di categoria: apposizione di confini tra gli individui, i quali vengono distinti sulla base

della razza, della casta, del genere, dell’etnia e della religione.

3. Centri di potere autonomo dello Stato che agiscono al di fuori del controllo politico.

Tutto questo per dire che la democrazia è un processo che può essere avvicinato o allontanato.

LA DEMOCRAZIA NELLO STATO MODERNO

La democrazia può essere studiata sulla base di diverse dicotomie:

- Democrazia formale (attenta all’aspetto procedurale) e democrazia sostanziale;

- Democrazia diretta e democrazia rappresentativa;

- Democrazia deliberativa e democrazia partecipativa;

- Democrazia come processo di selezione (democrazia competitiva) e democrazia come mediazione

(democrazia come compromesso). Investitura dal basso.

Ciascuna di queste dicotomie, in ogni caso, è preceduta da uno specifico rapporto tra democrazia e

Costituzione. Posto ciò, quello che dobbiamo chiederci è: la democrazia coincide con la decisione a

maggioranza o necessita di un orizzonte costituzionale di regole? Se la democrazia si limitasse a coincidere

con la decisione a maggioranza, la Costituzione apparirebbe più un limite che una condizione della

democrazia.

LA DEMOCRAZIA FORMALE E LA DEMOCRAZIA SOSTANZIALE

Braise

Egli afferma che la democrazia sia un modo per “decidere contando le teste senza romperle”, cioè afferma

che la democrazia debba basarsi sul principio maggioritario che, presupponendo l’uguaglianza di tutti gli

uomini, non “pesa” le teste, come se un voto potesse avere più valore di un altro, ma le conta. Sulla base di

ciò, possiamo dire che egli guardi alla democrazia da un punto di vista sostanziale.

Michelangelo Bovèro (1949)

Allievo di Bobbio, afferma che la democrazia consiste nella somma tra il suffragio universale (voto per testa)

e la regola della maggioranza, perché “la democrazia consiste non in certe regole da decidere, ma in certe

regole per decidere”. Sottolinea, quindi, l’aspetto formale, procedurale della democrazia.

Tornando, ora, all’interrogativo precedente, possiamo trasformarlo nel seguente interrogativo: gli elementi

formali e procedurali (suffragio universale e principio di maggioranza) sono ciò che caratterizza la

democrazia, o ciò in cui si esaurisce la democrazia? Se gli elementi formali e procedurali fossero ciò in cui si

esaurisce la democrazia, probabilmente la Costituzione sarebbe quasi del tutto inutile. Molto più condivisibile

è l’idea che essi siano ciò che caratterizza la democrazia. In particolare, il rapporto tra democrazia e

maggioranza viene affrontato da diversi autori, e le posizioni complessivamente assunte possono essere così

sintetizzate:

1. Alcuni autori ritengono che la democrazia non possa esaurirsi nella maggioranza perché il popolo

non è una mera somma di individui, ma è un’entità forgiata dalla storia, una collettività caratterizzata

26

Dottrina dello Stato

da un’identità storica, che la Costituzione deve conservare attraverso la previsione di specifiche

regole volte a proteggerla dalle dinamiche più contingenti. Tale formulazione non appare, però, del

tutto convincente.

2. Sartori (1924) afferma che sempre meno possiamo fare riferimento ad un popolo come ad

un’identità omogenea, perché, molto più spesso, esso è paragonabile ad un’identità frammentata e

conflittuale, in cui la democrazia, a maggior ragione, deve sapersi imporre. Ma presupporre un

popolo privo di omogeneità culturale e conflittuale in cui la democrazia tenta di imporsi significa

pensare ad un popolo in cui la democrazia può fare a meno della Costituzione? Assolutamente no: la

necessità della Costituzione in una società conflittuale è ancora più viva, perché essa funge da patto

di convivenza. Anche questa formulazione, però, non appare del tutto convincente.

3. Sembra più promettente, invece, il percorso argomentativo che dimostra la necessità della

Costituzione al fianco della democrazia cercando i presupposti logici della decisione a maggioranza.

Il primo elemento su cui dobbiamo riflettere è: perché la democrazia decide a maggioranza? La

democrazia decide a maggioranza perché si assume il dogma dell’uguaglianza tra gli individui.

L’eguaglianza, però, non è chiaramente un’affermazione empirica, ma un’affermazione

controfattuale, perché è palese agli occhi di tutti che in realtà esistono persone che “valgono tanto”

e persone che “valgono meno”. Dunque, il primo passo per affermare la democrazia è riconoscere

l’uguaglianza tra gli uomini. Se ciò non accadesse la democrazia si negherebbe in partenza. In

secondo luogo, affermato il principio di uguaglianza, la democrazia vive di maggioranze, ma le

maggioranze non esistono di per sé in natura: si formano a seguito di un confronto in uno spazio

pubblico, e, perché tale confronto sia possibile, sono necessarie determinate condizioni: la libertà di

raggiungere il luogo del confronto, la libertà di manifestare il proprio pensiero senza conseguenze,

la libertà di proporre gli ordini del giorno. Dunque, quand’anche la democrazia si riducesse al suo

aspetto procedurale, comunque, perché tale procedura possa trovare attuazione, devono essere

necessariamente presupposti i suddetti diritti sostanziali (uguaglianza, libertà di raggiungere il luogo

del confronto, libertà di manifestare il proprio pensiero senza conseguenze, libertà di proporre gli

ordini del giorno). Ciò ci porta ad aggiungere un elemento a quanto si diceva prima: non solo la

maggioranza, di per sé, non esiste in natura, non ha un potere originario, ma essa trae fondamenti e

limiti al di fuori della maggioranza stessa, in quei principi, tra cui quelli sopra ricordati, contenuti nella

Costituzione e che sono indecidibili.

Böckenförde (1930)

Secondo questo autore la maggioranza non può essere considerata una semplice convinzione, un mero

espediente tecnico. Essa deriva da uguaglianza, libertà e autolimitazione e, dice: “va da sé che la maggioranza

del momento non possa porsi come una totalità e non possa utilizzare i vantaggi che le derivano dal potere

e chiudere la porta aperta (libertà, uguaglianza ecc…) da cui essa stessa è entrata”. Questo tipo di

affermazione consente di ampliare l’orizzonte dei diritti indecidibili. In un secondo momento, poi, l’autore si

chiede: la libertà dal bisogno è il presupposto di una genuina decisione democratica? In parte sì, perché

altrimenti chi partecipa alla deliberazione non vi partecipa in vista di un interesse sociale, ma in vista di un

interesse meramente personale. Ecco che si ribadisce l’idea di Tocqueville secondo cui i poveri non

dovrebbero partecipare al processo democratico, e cioè perché non trarrebbero nessun vantaggio dalle

decisioni prese nell’interesse collettivo.

Luigi Ferrajoli (1940)

Nell’opera “Principia iuris” conduce in modo articolato una riflessione sulla dimensione necessariamente

costituzionale della democrazia che, a suo dire, attiene soprattutto al godimento di alcuni diritti che

costituiscono la sfera dell’indecidibile. Distingue tra: 27

Dottrina dello Stato

- Indecidibile che: ciò che la democrazia non può porre in discussione, non può negare, come ad

esempio la libertà personale, la libertà di riunione ecc…

- Indecidibile che non: ciò che la democrazia non può esimersi dal fare; quella componente di diritti

sociali che lo Stato deve garantire perché l’espressione dell’opinione da parte dei cittadini sia il più

genuina possibile.

L’idea di Ferrajoli è che effettivamente l’uguaglianza non può essere decisa, ma andrebbe riconosciuta, se

questa esistesse effettivamente in natura. Decidendola, quindi, in un certo senso la democrazia si è già

negata. Però, dice Ferrajoli, è anche vero che una democrazia senza diritti fondamentali non è pensabile.

Possono essere distinti diritti fondamentali secondari, cioè il diritto di voto, il diritto di partecipazione in

assemblea ecc…, che stanno alla base della democrazia formale, e diritti fondamentali primari che stanno

alla base della democrazia sostanziale. Ferrajoli si sofferma sui c.d. diritti fondamentali secondari, ma

sottolinea, come anche prima si diceva, che la condizione del funzionamento della democrazia formale è

sicuramente un insieme di diritti sostanziali, e non solo di diritti: alla base del funzionamento della

democrazia non vi sono solo diritti, ma anche degli spazi di autonomia sociale, come ad esempio la famiglia,

l’Università ecc…, tutelati dall’invadenza del potere politico. A sottolineare l’importanza dell’autonomia degli

spazi sociali vi è anche Mounier, che afferma che essa sia ciò in cui si concretizza il principio di sussidiarietà,

sulla base del quale la democrazia sarebbe una forma di autogoverno della società.

La Costituzione

La natura non solo formale ma anche sostanziale della democrazia è dimostrata, oltre che con i precedenti

passaggi logici, anche da uno studio della nostra Costituzione: la democrazia diventa necessariamente

costituzionale se si riconosce la natura irriducibilmente plurale del popolo. In quest’ottica la Costituzione

non rappresenta un limite al volere del popolo, ma rappresenta, semmai, una sorta di patto di convivenza tra

le espressioni plurali del popolo, auspicando la collaborazione e scongiurando che la maggioranza riduca

abusivamente il popolo.

LA DEMOCRAZIA DIRETTA E LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA

La democrazia diretta

Rousseau (1712 - 1778)

Rousseau afferma la natura diretta e partecipativa della democrazia, dichiarandosi contrario alla

rappresentanza e ammettendo soltanto forme di delega. La democrazia diretta, basata su una volontà

generale, è possibile solo se si pensa al cittadino come io razionale e non come io empirico. Recentemente,

a partire dal pensiero di Hobbes, è stata elaborata una nuova forma di democrazia diretta che, oltre a basarsi

sull’effettiva partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, si basa anche sul sorteggio come metodo di

rotazione alle elezioni.

Bernard Manin (1951)

Riprendendo Aristotele, Manin afferma che il sorteggio sia un metodo più democratico dell’elezione, perché

l’elezione ha una componente oligarchica: il candidato eletto deve avere qualcosa che lo renda distinguibile

dal resto degli elettori. Non solo la rappresentanza, quindi, ma anche l’elezione rappresenta un tradimento

al principio democratico di uguaglianza.

Giuseppe Rensi (1871 - 1941)

Autore de “La democrazia diretta”, 1902, afferma, prendendo come modello la sua patria: la Svizzera, che la

democrazia diretta potrebbe basarsi su referendum con valore confermativo della volontà espressa dal

legislatore. Oltre al referendum, poi, Rensi chiama in causa anche l’iniziativa popolare e altri strumenti di

28

Dottrina dello Stato

democrazia diretta. Sostiene, insomma, la possibilità di una realizzazione concreta della democrazia diretta

non mediata o, se mediata, non da strutture rappresentative.

La democrazia rappresentativa

La democrazia rappresentativa è il ripiego di una democrazia che non può essere diretta? La democrazia

rappresentativa, cioè, nascerebbe perché siamo troppi e abbiamo, quindi, il bisogno di eleggere dei

rappresentanti? E se così fosse, la democrazia rappresentativa è prima di tutto rappresentanza politica?

Böckenförde

Egli colloca la rappresentanza entro la democrazia e ne fa la sua forma. Parte dal presupposto che

sicuramente la democrazia diretta è la vera democrazia, di cui la democrazia indiretta rappresenta un ripiego,

ma, detto ciò, dichiara anche che il modello della democrazia diretta è un modello irreale sia da un punto di

vista pratico, sia da un punto di vista teorico, perché presuppone che la volontà popolare abbia una forma

definita e sia unitaria. La volontà del popolo, invece, è per lo più priva di forma e frammentata, e si definisce,

prendendo forma, solo quando è sottoposta ad uno specifico processo: il voto, come a dire che la volontà

popolare prende forma quando viene interrogata. Da questa visione del funzionamento della democrazia

rappresentativa emerge un aspetto fondamentale: la democrazia rappresentativa vive di èlite, costituite da

coloro che, formulando le domande, interrogano il popolo circa la sua volontà. Le classi dirigenti che

interrogano il popolo e danno forma alla sua volontà sono legittimate da un mandato loro conferito a seguito

dell’elezione. Molto importante, però, è il fatto che il loro mandato ha una durata limitata ed è revocabile, e

questo impedisce il consolidamento istituzionale di una posizione di dominanza. Böckenförde usa

l’espressione “concorrenza continua di guida”: le leadership sono dinamiche esattamente come dinamica è

la democrazia. A corollario di quanto detto fin qui possiamo affermare che l’autore parte dall’essenzialità

della rappresentanza (idea presa da Hobbes) e aggiunge come novità l’idea che l’autorizzazione della

rappresentanza derivi da un meccanismo di competizione, di dinamicità e che essa sia, in sé, di breve durata.

James Madison (1751 - 1836)

Prima di Böckenförde, anche Madison parla di rappresentanza, e afferma che essa non è un semplice

espediente tecnico, ma è un meccanismo che consente di filtrare i cittadini maggiormente inclini ad operare

per il bene comune. Indubbiamente questa concezione della democrazia ha in sé degli elementi aristocratici,

ma essi son volti a migliorare la performance della democrazia e ad evitare che questa degeneri. In ogni caso,

però, capiamo che la rappresentanza, volta a garantire l’unità del popolo, può essere democratica come può

non esserlo.

Fichte (1762 - 1814)

Egli, parlando della rappresentanza, mette in luce proprio il concetto appena espresso: la rappresentanza

può tradire la democrazia perché il popolo, che in teoria dovrebbe emergere tramite i rappresentanti, può

da questi essere messo da parte. Ecco perché è necessario, a suo dire, che, accanto all’organo

rappresentativo, vi sia un organo di controllo: gli èfori.

Hegel (1770 - 1831)

Consideriamo il pensiero di Hegel sulla base della lettura che, di esso, ha dato Duso nell’opera “Libertà e

Costituzione in Hegel”, 2013. Hegel può essere considerato il campione della rappresentanza intesa come

veicolo di partecipazione, cioè una rappresentanza che non è una partecipazione politica. Secondo Duso,

Hegel critica la democrazia moderna fondata sulla rappresentanza perché essa, dice, si basa sul presupposto

che gli individui siano uguali. La vera partecipazione, infatti, non dipenderebbe dal fatto che tutti gli individui

sono liberi ed uguali; si ha una vera partecipazione quando essa è innervata nel tessuto sociale e, nello

specifico, nell’eticità. Ne deriva che la vera partecipazione è quella che nasce in una dimensione prestatale:

29

Dottrina dello Stato

nei rapporti familiari, di lavoro ecc…. Solo all’interno di questi rapporti, tutti compresi nello Stato e che

devono avere significato politico, può darsi la reale partecipazione di tutti i cittadini, i quali (e questa è la

maggior preoccupazione di Hegel), possono, così, contare politicamente. Il monarca, che ha una

legittimazione autonoma e indipendente, è colui che deve portare a sintesi unitaria le parti, le quali si

esprimono attraverso i loro rappresentanti.

INTEGRAZIONE DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA CON ALTRI CANALI DEMOCRATICI

La rappresentanza politica è certamente espressione della democrazia, ma, benché la rappresentanza

politica esprima la voce del popolo sovrano, questa, comunque, non si esaurisce nella rappresentanza.

Questo principio è espresso anche dalla nostra Costituzione, tanto che esiste la piena consapevolezza che il

Parlamento è un organo rappresentativo, ma vi è un’eccedenza del popolo rispetto a tale rappresentanza e

tale eccedenza si esprime mediante altri canali rappresentativi autonomi, cioè protetti dall’ingerenza del

legislatore. Il problema, però, è questo: non può essere affidata alla rappresentanza politica nazionale

l’intera voce del popolo, ma, probabilmente, nessun canale alternativo, per quanto capace di incanalare

parte dell’eccedenza del popolo, è in grado di esaurire tale eccedenza incanalando tutta la voce del popolo,

che è un ente plurale.

Esiste, in ogni caso, una pluralità di canali per consentire che il più possibile del popolo possa esprimersi, pur

con la consapevolezza che non potrà mai esservi un’espressione totale. I canali alternativi entro cui il popolo

può esprimersi sono quelli espressamente previsti dalla Costituzione.

Rispetto a tale concezione, esistono anche posizioni differenti, come quella di Dominique Rousseau.

Dominique Rousseau (1949)

Egli sostiene che la rappresentanza sia uno strumento di espressione del popolo, ma che la rappresentanza

non sia il popolo stesso. Distingue tra 2 modelli di rappresentanza:

a) Rappresentanza fusione (tradizionale): il popolo è espresso dal rappresentante.

In questo modello il popolo è interamente risolto nella veste di soggetto politico elettore,

determinando, così, una specifica forma di governo, laddove, invece, la rappresentanza scarto non è

una forma di governo, ma una forma di società. La rappresentanza fusione propone un modello in

cui si tenta di ridurre la pluralità del popolo all’unità del rappresentante, immaginando, così, che la

voce del popolo possa esaurirsi nella rappresentanza.

b) Rappresentanza scarto: rispetto al rappresentante permane un’eccedenza.

Per Dominique Rousseau la rappresentanza è condizione della democrazia, perché consente agli

uomini di pensarsi come uguali, al di là delle determinazioni sociali, e consente che si instauri un

meccanismo di responsabilità (dei rappresentanti nei confronti dei rappresentati). Nonostante ciò,

comprende anche che la rappresentanza può, potenzialmente, decretare l’alienazione della

politica. Da qui l’idea che la rappresentanza debba essere vigilata e, sempre da qui, la distinzione tra

rappresentanza fusione e rappresentanza scarto. Nella prima il popolo è tenuto a tacere, e, quindi,

si realizza, in un certo senso, tale fenomeno di alienazione della politica; nella seconda il popolo è

chiamato a volere e ad agire continuamente sulla base del principio della divisione del lavoro, per cui

ciascuno deve partecipare al processo decisionale in modo attivo, sulla base delle sue competenze.

In ciò i cittadini agiscono liberamente e in piena autonomia, senza l’ingerenza del legislatore. Il volere

del popolo straripa dal luogo in cui il sistema rappresentativo vorrebbe trattenerlo, diffondendosi,

innervandosi nella società. La rappresentanza scarto interpreta il popolo nella pluralità di forme in

cui si esprime, e non riduce l’apparato democratico al momento autorizzativo del voto. Nella

rappresentanza a scarto, quindi, si parla di democrazia continua, cioè di una democrazia che non si

esaurisce nella rappresentanza e che è basata sulla divisione del lavoro, principio su cui mette le sue

30

Dottrina dello Stato

fondamenta anche la nostra Costituzione. Quando l’autore deve tradurre le forme in cui la

democrazia continua si esplica, propone una seconda camera deliberativa, cioè un’assemblea

sociale, attraverso la quale i membri della società possono esprimersi politicamente. Il principio da

cui parte è che così come il corpo politico ha la sua assemblea, allo stesso modo il corpo sociale deve

avere la propria, che, nei processi decisionali, deve essere accostata a quella del corpo politico. Chi

può prendere parte all’assemblea sociale? Possono prendervi parte imprese, banche, servizi

pubblici, Università ecc…, ma anche tale assemblea sociale comunque non esaurirebbe la voce del

popolo, una parte della quale rimarrebbe sempre incapace di esprimersi. Un esempio di organo che

dovrebbe convogliare parte della voce popolare eccedente dalla rappresentanza politica è il CNEL.

Una nota conclusiva è la seguente: la teorizzazione di questi due modelli di rappresentanza è sicuramente

valida ma, se l’obiettivo di Dominique Rousseau era risolvere il problema dell’eccedenza politica attraverso

la teorizzazione della rappresentanza scarto, egli non vi è riuscito, viste le considerazioni svolte.

DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA E DEMOCRAZIA DELIBERATIVA

Rispetto all’insoddisfazione riscontrata in relazione agli strumenti della rappresentanza, per colmare la

distanza tra i cittadini e i rappresentanti sono state avanzate due proposte, le quali, comunque, non si

propongono di mettere in dubbio la centralità del Parlamento come organo di rappresentanza politica, ma

semplicemente di cercare degli strumenti per valorizzare il meccanismo rappresentativo. Le due proposte:

1. Democrazia partecipativa

Questo modello di democrazia si basa sull’iniezione, dall’esterno, di momenti partecipativi dei

cittadini alle decisioni politiche, così da ridurre la distanza tra decisioni dei rappresentanti e cittadini

rappresentati. La sede decisionale rimane l’istituzione del Parlamento, ma la novità consiste nel

frapporre una fase di ascolto tra la consulta parlamentare e la decisione. Ma in che modo coinvolgere

i cittadini? Come consentire, praticamente, ad essi di esprimersi? Non si tratta solo di un problema

tecnico, bensì di un problema sostanziale, che può portare ad un unico esito: a decidere sono sempre

gli stessi.

2. Democrazia deliberativa

Secondo questo modello di democrazia, il dissenso in Parlamento potrebbe essere ridotto

garantendo che, prima di prendere una decisione, si costituisca un ambiente informato e avvezzo a

specifici stili argomentativi. In questo modo è possibile misurare il consenso non sulla base della

maggioranza, ma sulla base di una naturale armonia di interessi supportata razionalmente.

Queste due proposte sono assolutamente interne allo schema usuale della democrazia. Potrebbe, al

contrario, essere dirompente il principio della sussidiarietà. Che relazione c’è tra la democrazia e la

sussidiarietà? Il punto di contatto tra la democrazia e la sussidiarietà è l’individuazione della capacità dei

cittadini e delle formazioni sociali di assumere il compito di perseguire il bene comune. La sussidiarietà

riconosce e valorizza il contributo che la persona e i corpi intermedi possono dare al bene comune. La

sussidiarietà rompe la separazione Stato – società e riconosce che ci sono alcune funzioni, come ad esempio

l’educazione dei figli, che spettano alla società non a seguito di un’autolimitazione dello Stato, ma per il fatto

che è insito nella società il perseguire dei fini. Stato e società, in sostanza, partecipano allo stesso fine (il bene

comune) non in termini di decisione politica, ma in termini di azione perché il bene comune va perseguito

non solo nel pubblico, ma anche nel privato. Avere lo stesso fine porta lo Stato e la società ad allearsi. Questa

alleanza è del tutto contraria alla concezione hobbesiana di Stato, che traccia specifiche corsie entro cui

l’uomo deve muoversi senza essere mai libero di perseguire fini personali. Nella sussidiarietà, farsi carico del

bene comune, però, non è una possibilità per il cittadino, ma è un dovere, come ad esempio è un dovere, per

i genitori, farsi carico dell’educazione dei figli. Ciò ci pone dinanzi al fatto che la sussidiarietà non ha un

carattere liberale, bensì una valenza prescrittiva. 31

Dottrina dello Stato

LA DEMOCRAZIA COME PROCESSO DI SELEZIONE E LA DEMOCRAZIA COME COMPROMESSO

Il non plus ultra della democrazia non è fare a meno dei capi, ma poterli scegliere, perché la democrazia

rimane sempre autorizzazione dal basso di chi comanda. Nella democrazia moderna l’investitura dal basso è

lo strumento attraverso cui si scelgono i rappresentanti. In relazione al tema della democrazia come

investitura possiamo fare riferimento alle due opposte visioni di Kelsen, noto non solo per la sua teoria del

diritto, ma anche per quella della democrazia, e di Schumpeter, economista e autore di una teoria economica

della democrazia.

Entrambi sostengono che la democrazia dipenda da una rappresentanza autorizzata tramite investitura, da

un Parlamento che rispecchi fedelmente la pluralità degli interessi del popolo, ma se Kelsen è sostenitore di

una democrazia basata sulla mediazione, e quindi sul metodo proporzionale, Schumpeter è sostenitore di

una democrazia basata sulla selezione, quindi sul metodo maggioritario.

Kelsen (1881 – 1973)

Per Kelsen la decisione politica democratica è frutto di un compromesso e, come si diceva sopra, sceglie il

metodo elettorale proporzionale perché, a suo dire, esso si fa portatore degli interessi più vari tra cui, in

Parlamento, viene fatta una mediazione, scendendo ad un compromesso. La funzione dell’elezione è il

rispecchiamento degli interessi, i quali, in Parlamento, vengono coinvolti da un processo mediativo che porta

all’unità. Da sottolineare bene è il fatto che l’elezione non ha come conseguenza la presa di decisioni, ma

l’individuazione degli interessi da portare in Parlamento, unico luogo in cui avvengono i processi decisionali,

e l’individuazione dell’organo che dovrà lavorare per giungere ad un compromesso all’interno della pluralità

degli interessi. L’elezione ha lo scopo di dare avvio alla procedura parlamentare, con cui, attraverso

numerosi dibattiti e un procedimento dialettico, si giunge al compromesso. Nel sistema proporzionale,

inoltre, non vi sono né vinti né vincitori, perché, dopo l’elezione, la conflittualità è superata nel dibattito

parlamentare. Gli interessi ricevono dignità politica attraverso i partiti, veicoli del pluralismo dentro le

istituzioni, e l’investitura dei rappresentanti serve ad avviare un meccanismo di mediazione, di compromesso

in relazione alla pluralità degli interessi. Nel valorizzare il ruolo dei partiti, Kelsen assume una posizione affine

a quella di Mortati (1891 – 1985).

Schumpeter (1883 – 1950)

Schumpeter parla della democrazia come del mercato del consenso: così come nel mercato le imprese si

contendono il consenso dei consumatori attraverso i brand, allo stesso modo, nella democrazia le èlite

dominanti si contendono il governo. La democrazia è un sistema competitivo. In questa logica lo scopo delle

elezioni non è più il rispecchiamento degli interessi, ma la selezione. Chi è selezionato sulla base del principio

di maggioranza, e da qui la preferenza di Schumpeter per il sistema elettorale maggioritario, è il vincitore

della competizione. Schumpeter ha una concezione chiaramente elitaria della politica: la democrazia non è

assenza di capi, ma poliarchia, cioè una molteplicità di classi politiche che si contendono il dominio, la

supremazia. Si elegge per scegliere una buona èlite, non per rappresentare interessi.

N.B.: Kelsen e Schumpeter condividono l’idea che con l’elezione non si prende una decisione, ma ci si affida,

rispettivamente, ad un organo o ad un’èlite. Oltre a questi due autori, però, interviene in questo dibattito

anche un altro grande pensatore: Schmitt.

Schmitt (1888 – 1985)

Schmitt ha una concezione decisionista della democrazia e, prima ancora, del politico, che interpreta come

dicotomia amico – nemico. Il suo pensiero si muove su basi opposte a quelle di Kelsen: per lui la democrazia

è basata sull’identità e sull’omogeneità del popolo e ha, come base, la Costituzione in senso assoluto. Schmitt

enfatizza moltissimo l’unità del popolo come base della democrazia e, sulla base di questo presupposto, la

divisione politica, rappresentata dai partiti (verso cui Schmitt mostra grande ostilità), introduce un

32

Dottrina dello Stato

elemento di distorsione. Per lui l’omogeneità può essere costituita solo attraverso l’eliminazione del diverso,

proprio perché, se da una parte enfatizza l’omogeneità del popolo, dall’altra riconosce che le masse sono tra

loro eterogenee. Ma l’omogeneità, per l’autore, è comunque raggiungibile, perché eliminare il diverso non

significa eliminare l’eterogeneità delle masse, ma delle opinioni politiche: Schmitt rivendica l’omogeneità

della decisione politica. Questa sua posizione lo porta a criticare aspramente il sistema della Costituzione di

Weimar, basata sul compromesso e sul riconoscimento dei partiti che, a suo dire, minano l’unità dello Stato.

Inoltre, assumendo una posizione critica nei confronti del pensiero di Kelsen, fa notare che il fatto che i

parlamentari possano rappresentare degli interessi rende la politica ancilla degli interessi di parte,

pregiudicando, così, la separazione Stato – società. Perché ciò non si verifichi, secondo Schmitt i vari interessi

particolari presenti in Parlamento devono essere sintetizzati in un’istanza unitaria (una sintesi, non un

compromesso). Colui che, in quanto custode dell’unità, deve placare la conflittualità degli interessi in

Parlamento, è il Presidente della Repubblica.

IL CONCETTO DI REPUBBLICA

La contrapposizione tra monarchia e repubblica

La tripartizione democrazia, aristocrazia, monarchia inizia a trasformarsi nel binomio monarchia – repubblica

con Polibio (206 – 124 a.C.), che apre una riflessione sulle caratteristiche della Repubblica romana, basata su

una costituzione mista, cioè una costituzione che prende spunto da tutti e tre i modelli e che, secondo Polibio,

proprio per questa sua caratteristica, è in grado di resistere a forme di degenerazione. A seguito delle

riflessioni di Polibio la Repubblica romana, in grado di bilanciare diverse componenti sociali, diventa l’idea

classicamente intesa del concetto di Repubblica. Il consolidarsi del binomio monarchia – repubblica, però, si

ha anche con Machiavelli (1469 – 1527), che nell’opera “Il Principe” del 1513 afferma che lo Stato possa avere

o la forma della monarchia, o la forma della Repubblica, forma, quest’ultima, da lui preferita e intesa, come

si diceva sopra, sulla base dell’idea della Costituzione mista romana: la sovranità appartiene al popolo, ma

viene bilanciata da altri elementi. Nella monarchia, invece, tutto il funzionamento dello Stato dipende dalla

volontà del monarca.

Cosa differenzia la monarchia dalla Repubblica?

Alcuni potrebbero dire che la differenza è per lo più una differenza istituzionale, è cioè che nella Repubblica

le istituzioni vedono una maggiore partecipazione delle componenti sociali, mentre nel regime monarchico

le istituzioni sono più chiuse. Questa impostazione, però, non trova un riscontro né nell’esperienza francese,

né in quella italiana.

L’esperienza francese

Con la Rivoluzione francese si diffonde l’idea che il riferimento alla Repubblica romana come modello ideale

di governo non è più un riferimento attuale. Ciò che rende ideale una forma di governo è la rappresentanza

e, in particolare, la Francia guarda a due modelli: l’Inghilterra monarchica e l’America federale. In

quest’ottica, si nega quanto si ipotizzava prima, e cioè che le differenze tra monarchia e repubblica possano

essere sostanzialmente istituzionali. Le differenze istituzionali sono, in realtà, differenze marginali.

La Rivoluzione francese fu un evento talmente cruciale nella storia, che il regime politico che da essa scaturì

venne riconosciuto esso stesso come Repubblica. Ma non solo la Repubblica viene oggi associata alla

Rivoluzione francese: anche temi politici molto forti, come:

A. Suffragio universale

Alla base della Rivoluzione francese vi è l’obiettivo di affermare il popolo come un soggetto unitario

costituito da membri capaci di esprime, ognuno, il proprio volere razionale. Questa nuova visione del

popolo andava chiaramente scontrandosi con la teoria del monismo che, in questo periodo, è la

nuova componente del dualismo repubblica – monismo e che si basa sul presupposto che l’unità tra

33

Dottrina dello Stato

gli individui possa essere costituita solo tramite un’azione dello Stato. Il contatto tra lo Stato e la

società si esaurisce nell’elezione, in quanto gli eletti agiscono, poi, in forza del loro potere di

rappresentanza, senza mandato imperativo.

Il tema che andava affermandosi era quello di un completo assorbimento della società nello Stato,

ma, nell’idea odierna, la Repubblica deve essere un sistema inclusivo basato sugli elementi etico –

normativi contenuti nella Costituzione.

B. Tutela dei diritti umani

Nel periodo della Rivoluzione francese nasce il concetto di Costituzione come strumento di tutela dei

diritti umani. Emblematico è il caso del capitano Reflus, accusato ingiustamente di alto tradimento.

Questa accusa aprì un grande dibattito che distinse i suoi difensori, i repubblicani, e i suoi accusatori,

gli antirepubblicani. A partire da questo evento la distinzione monarchia – repubblica diventa una

distinzione tra monismo e pluralismo.

L’esperienza italiana

Nel dibattito costituente italiano, la Costituzione assume un nuovo significato istituzionale. Essa nasce

all’interno del regime monarchico, dopo che gli stessi italiani vengono chiamati a scegliere, tramite un

referendum istituzionale, tra la monarchia, Stato di diritto della tradizione, e la Repubblica, basata sui nuovi

partiti di liberazione nazionale e postulante un nuovo contatto tra Stato e società. L’assemblea costituente,

vista la scelta degli italiani (Repubblica), ha cercato di realizzare concretamente il contatto tra Stato e società,

poiché, nel regime monarchico, la sovranità si esauriva nella rappresentanza. L’assemblea costituente ha

ridefinito l’individuo che, da riflesso della volontà dello Stato, è stato rivalutato come soggetto che vive

autonomamente all’interno delle relazioni sociali. Inoltre, con l’istituzione della Repubblica, come emerge

anche dal combinato disposto degli articoli 2 e 5 della Costituzione, lo Stato non è più l’unico che debba farsi

carico del bene comune: le formazioni sociali, le autonomie locali, le associazioni del lavoro e le famiglie

stesse sono diramazioni delle istituzioni integrate nello Stato e finalizzate agli stessi obiettivi dello Stato. Le

parti della Costituzione che esprimono il pluralismo, però, sono anche le parti che più di tutte hanno subito

il problema dell’inattuazione, e la ragione è la volontà dei partiti usciti vincitori dal referendum istituzionale

di essere gli assoluti protagonisti nella definizione del rapporto tra Stato e società che non può, dunque,

basarsi solo sulla rappresentanza.

IL RAPPORTO TRA LO STATO E I PARTITI

Il rapporto tra lo Stato e i partiti è sempre stato complicato, perché, fino ai primi decenni del secolo scorso,

essi sono stati assorbiti nella critica verso i corpi intermedi. In quel periodo, inoltre, i partiti erano concepiti

come una forma di organizzazione della società che aveva lo scopo di imporsi sulla scena pubblica e, per

questo, erano catalizzatori di ostilità. La passiva accettazione della loro esistenza dipendeva dal fatto che essi

erano concepiti come articolazione del Parlamento, e non, nel modo più assoluto, come soggetto della

società. Ciò che, però, è più criticato ai partiti è il loro forte radicamento nella società, un radicamento tale

che suscita una chiusura dei rapporti tra lo Stato e la società. Solo dopo i primi decenni del secolo scorso i

partiti vengono rivalutati: non vengono più considerati come un fattore di dissoluzione dell’unità dello Stato,

ma, anzi, come elemento di riduzione della frammentazione attraverso un processo lungo e graduale.

Vengono rivalutati, insomma, come un possibile alleato dello Stato.

Tra gli oppositori dei partiti troviamo:

Hobbes (1588 - 1679)

I partiti sono considerati i cancri della società perché mettono in crisi l’unità dello Stato. Secondo Hobbes non

devono esservi soggetti collettivi tra l’individuo e lo Stato, così come mostra l’immagine del Leviatano.

34

Dottrina dello Stato

Sieyès (1748 – 1836)

Egli afferma che, se da una parte gli interessi individuali non sono pericolosi, perché tendono a collidere gli

uni con gli altri, dall’altra parte gli interessi organizzati dei partiti sono molto pericolosi, e per questo, infatti,

durante la Rivoluzione francese, nel 1791, fu emanata la Legge Les Chapelier, che dichiarava l’illegalità dei

partiti.

Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778)

Pur essendo indubbiamente democratico, egli si dice contrario ai partiti perché sostiene che costituiscano

delle associazioni parziali, cioè delle volontà parziali che ostacolano il costituirsi della volontà generale,

basata sul presupposto che tutti debbano pensare con la propria testa, e non farsi trascinare

dall’orientamento generale dell’associazione. Egli interviene anche sul tema della cristallizzazione della

maggioranza, perché, a suo dire, non solo i partiti, ma anche le maggioranze rischiano di diventare un corpo

intermedio se si ripropongono sempre uguali: se le maggioranze si ripropongono sempre uguali, la

deliberazione a maggioranza non rappresenta più la volontà generale. Nel popolo dovrebbe esservi una certa

unità al momento della deliberazione, perché il bene comune è chiaro a tutti, e coincide con la verità. Da

questo punto di vista, quindi, non dovrebbero esservi grandi discussioni; perciò i partiti, portando le

discussioni, e dunque le divisioni, sono portatori di falsità.

Robespierre (1758 – 1794)

Egli sostiene che esistano solo due partiti: il partito dei cattivi cittadini, cioè degli ambiziosi, e quello dei buoni

cittadini, cioè dei francesi.

Critici della Repubblica di Weimar (1919 – 1933)

Nella Costituzione di Weimar avviene il riconoscimento dei partiti, riconoscimento che, nella Germania degli

anni ’20 e ’30, apre un grande dibattito nel quale gli oppositori dei partiti dichiaravano il loro timore che gli

interessi particolari rappresentati dai partiti potessero minare l’unità dello Stato.

Schmitt (1888 – 1985)

Nell’opera “Il custode della Repubblica” del 1931 egli afferma la divisione tra Stato e società. Lo Stato è

distinguibile dalla società perché è abbastanza forte per confrontarsi, da solo, con le formazioni sociali. Fin

tanto che lo Stato mantiene questa forza, esso rimane neutro nei confronti dei processi sociali, quali possono

essere, ad esempio, la religione o l’economia e, grazie alla sua unità, mette in atto un processo detto processo

di rifusione ().Questo dualismo Stato – società, con uno Stato neutro, va gradualmente trasformandosi dalle

fondamenta e lo Stato diventa autorganizzazione della società. Bisogna constatare, allora, che, se lo Stato si

trasforma in società, Stato e società diventano un’identità e ciò comporta che tutti i problemi sociali, religiosi,

economici diventano problemi dello Stato, che, pian piano, perde la forza per ricondurre la frammentazione

della società all’unità. I partiti sono una delle forme della divisione della società e lo Stato, trascinato nelle

divisioni, pian piano non riesce più a neutralizzare, cioè a rendere politicamente irrilevanti, i conflitti tra i

partiti. Inoltre Schmitt coglie una trasformazione interna ai partiti: finché questi non avevano una

radicalizzazione sociale si muovevano fluidamente nell’opinione pubblica e non cristallizzavano alleanze, né

impedivano il libero convincimento dei parlamentari. Finché mantenevano questo tipo di posizione, non

rappresentavano un problema. Negli anni ’30, invece, i partiti diventano associazioni organizzate basate su

una specifica burocrazia e acquistano una posizione talmente centrale che non si elegge più il candidato, ma

il partito, alterando, così, le elezioni. Da questa riflessione sulla trasformazione interna dei partiti possiamo

dedurre un concetto fondamentale: i partiti sono catalizzatori di ostilità non per il fatto stesso di esistere,

ma per il loro radicamento, che pregiudica l’unità dello Stato e impedisce il costituirsi di una volontà

generale. Schmitt conclude affermando che la differenza fondamentale non è quella tra monarchia e

repubblica, ma quella tra Stato con partiti organizzati e Stato con partiti non organizzati.

35

Dottrina dello Stato

Heinrich Triepel (1868 – 1946)

Questo autore tedesco fu giurista e filosofo del diritto. Egli rivendica il carattere decisamente non statale dei

partiti politici e parla del rapporto tra i partiti e lo Stato usando la metafora della scala a 4 gradini:

- Lotta (conflittualità),

- Indifferenza,

- Riconoscimento,

- Incorporazione.

Infatti, in Sassonia vi erano dei meccanismi parlamentari finalizzati proprio a togliere potere ai partiti, in

quanto i posti in Parlamento venivano assegnati per anzianità o per sorteggio, non per elezione. Inoltre, in

Parlamento, non potevano essere letti discorsi scritti, perché leggere discorsi scritti significa concepire il

Parlamento come una tribuna, non come un luogo in cui si formano le opinioni.

Gerhard Leibholz (1901 – 1982)

Egli è autore di uno studio neoclassico contenuto nell’opera “La rappresentazione nella democrazia” dove,

da una parte, afferma che i partiti sono un elemento deleterio, mortifero, per la rappresentanza politica, ma,

dall’altro, riconosce che essi siano di fatto esistenti e che, perciò, bisogna rassegnarvisi. Nella sua opera egli

spiega che, da un punto di vista linguistico, “rappresentare” significa rendere presente l’assente e che la

rappresentazione è un concetto che appartiene alle scienze dello spirito, non ad una scienza tecnica. Ciò che

può essere rappresentato è solo una sfera di valori ideale, mentre gli interessi fattuali o reali, come gli

interessi economici o sociali non possono essere rappresentati. Ne deriva, per il significato sopra espresso

del termine “rappresentanza”, che il popolo stesso, ad esempio, possa essere rappresentato solo quando

non si manifesta, cioè solo quando è assente, mentre invece, quando si riunisce, delibera e vota, non è

rappresentabile, perché in tal caso è presente. Se il popolo è presente si ha democrazia diretta e, secondo

Leibholz, lo Stato dei partiti, non rappresentabile, è una forma della democrazia diretta, nonché il nuovo

orizzonte politico. Diversamente da Schmitt, Leibholz riconosce l’inattualità della rappresentazione e, proprio

per il fatto che i partiti sono incompatibili con la rappresentazione, Leibholz si dichiara ostile nei loro

confronti. Egli dichiara che sia indifferente se a votare siano gli elettori o i partiti; lo Stato dei partiti esprime

una democrazia plebiscitaria. Bisogna arrendersi all’accettazione dei partiti.

Tra i sostenitori dei partiti:

Crisafulli e Mortati sono i due costituzionalisti cui Fioravanti riconduce una svolta.

Costantino Mortati (1891 – 1985)

Egli è autore del superamento definitivo delle idee tradizionali di Nazione come unità ideale, indivisa. Per lui

il popolo è un complesso fitto di interessi organizzati tra loro in rapporto di equilibrio precario o di conflitto.

Il popolo è un luogo di conflitto e non esiste una forma che possa ricondurre tutto ciò all’unità. A suo parere,

le Costituzioni del ‘900 non possono più presupporre l’unità nel senso di un’unità idealmente prefigurata, ma

possono presupporre, semmai, la particolarità, la differenza, le divisioni e la conflittualità. In una realtà di

questo genere, afferma che il ruolo dei partiti è fondamentale: essi non sono, come affermano gli oppositori,

fattori di disgregazione della società, ma, sono un fattore di riduzione della pluralità degli interessi di cui la

società è intrisa. I partiti sono una forma di riduzione e, contemporaneamente, di aggregazione di interessi,

e questo significa che sono in grado di ridurre la differenziazione degli interessi stessi. Grazie ai partiti si

costituisce un’unità in termini di indirizzo politico. Perché ciò continui ad essere vero, però, è fondamentale

che i partiti trascendano la società, benché nascano proprio in essa. L’obiettivo, infatti, è che essi non

diventino puri rappresentanti di interessi, ma fattori di integrazione.

Kelsen (1881 – 1973) 36

Dottrina dello Stato

Afferma che i partiti sono fondamentali perché rendono possibile il compromesso tra i vari interessi.

Schumpeter (1883 – 1950)

I partiti sono i soggetti che, nel mercato della democrazia, si contendono il consenso degli elettori.

Damiano Palano

E’ docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore della sede di Milano ed è autore di uno scritto intitolato

“Democrazia senza partiti”. In quest’opera egli, sostanzialmente, si chiede: si può fare a meno dei partiti? La

risposta a questa domanda è sicuramente molto complessa, ma ciò che è certo è che in questi anni, con

l’elaborazione di proposte alternative alla democrazia, come ad esempio la proposta della democrazia

partecipativa, e con l’emergere dell’importanza del principio della sussidiarietà, si è cercato di soppiantare il

ruolo finora svolto dai partiti.

N.B.: In generale possiamo certamente dire che oggi le visioni a sfavore dei partiti sono senza dubbio

prevalenti, e questo principalmente perché essi sembrano più vicini alle istituzioni che alla società. Inoltre,

non essendo mai stato attuato l’articolo 49 della Costituzione, i partiti, dal punto di vista della struttura, sono

associazioni private non riconosciute e organizzate stabilmente, ma senza nessun controllo circa la

democraticità della loro organizzazione. Perché l’articolo 49 della Costituzione è rimasto inattuato e non

esiste, ad oggi, una disciplina sulla organizzazione interna dei partiti? Perché i partiti l’hanno sempre rifiutata

affermando l’idea, discutibile, di temere l’ingerenza dello Stato all’interno di essi.

Per concludere, la posizione estrema dell’autrice Simone Weil.

Simone Weil (1909 – 1943)

Scrittrice francese, fu autrice dell’opera “Nota sulla soppressione generale dei partiti politici”, in cui imputa

ai partiti politici il totalitarismo. Ella, riprendendo il pensiero di J. J. Rousseau, afferma che la ragione sa

scegliere ciò che è giusto e sono le passioni che aprono la possibilità del crimine. Proprio per questo le

passioni collettive, come quelle che animano i partiti politici, sono molto pericolose perché, anziché

neutralizzarsi, si potenziano. E i partiti, in quanto fabbriche di passioni collettive, sono da lei considerati come

totalitari, nel germe e nel fine. I partiti, dice, sono costruiti in modo tale da distruggere, nelle anime, ciò che

è vero, perché l’uomo non può occuparsi di due cose contemporaneamente: il partito, simbolo di divisione,

e il vero, cioè il bene e perciò, l’uomo, supportando il partito, perde di vista ciò che è vero. I partiti sono

concretizzazione del male.

I CAPISALDI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA: PERSONALISMO E SUSSIDIARIETA’

La Costituzione italiana rappresenta un’idea di Stato e un’idea di Repubblica che creano una certa

discontinuità rispetto alle forme della statualità moderna. Rispetto ad essa, infatti, la Costituzione italiana si

prefigura l’obiettivo di superare due elementi in particolare: l’individualismo liberale e la separazione tra

Stato e società, ponendo, per sé, basi completamente opposte e rintracciabili nelle caratteristiche seguenti:

1. Personalismo: presa di distanza dall’individualismo liberale; insieme di diritti e doveri.

2. Sussidiarietà: principio opposto a quello postulante la separazione tra Stato e società. Essa costituisce

la cerniera tra la libertà individuale e le istituzioni, e la tesi più diffusa è che, benché giuridificata solo

nel 2001, la Costituzione ne era già largamente intrisa.

Il Personalismo

La Costituzione italiana si allontana sia dal modello dello Stato totalitario, in cui vige il principio “l’uomo al

servizio dello Stato”, sia dal modello dello Stato liberale, in cui vige il principio opposto: “lo Stato al servizio

dell’uomo”. Rispetto alle Costituzioni liberali, ciò che muta, nella Costituzione italiana, è la concezione

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (MILANO - PIACENZA)
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