Domande esonero di economia e gestione della banca: modelli di business e organizzazione
Differenze tra aree d'affari e modelli di business delle banche
Area e modello di business sono, in banca, due concetti ben distinti. Per spiegare il primo dobbiamo innanzitutto concepire la banca non come un semplice intermediario fornitore di strumenti finanziari, bensì come una vera e propria impresa, in particolare un’impresa erogatrice di servizi finanziari, grazie ai quali essa soddisfa bisogni ed esigenze della propria clientela. Definito ciò, un’area d’affari (asa) può essere identificata come la combinazione tra bisogni ed esigenze differenti e relativi servizi (prodotti) per soddisfarli, segmenti di clientela, aree geografiche e tecnologie. Ci sarà un determinato grado di concorrenza, una certa regolamentazione, delle prospettive di sviluppo e quindi un livello di domanda tipico per ciascuna. Capito questo, è chiaro che ogni asa è differente l’una dall’altra, la diversità sta in primis nel fatto che ogni asa richiede decisioni strategiche e competitive precise, allo stesso tempo decisioni tattiche, correnti, o meglio, di funzionamento differenti caratteristiche delle diverse gestioni operative da applicare. Ulteriori diversità inevitabilmente si trovano nei rischi specifici di ciascun’asa, nel capitale da investire e/o a copertura dei relativi rischi e di conseguenza nella sostenibilità tipica di ogni asa. Una volta definito il “campo di battaglia”, ci resta da identificare il come le banche combattono al suo interno; quest’informazione ci è data dal modello di business. In particolare, il modello di business ci fornisce informazioni riguardo a come le banche operano, competono, gestiscono i rischi e raggiungono gli obbiettivi, in particolare quello della redditività delle aree d’affari. Sono state date numerose definizioni di modello di business nel tempo ma la più idonea è quella che le identifica come la modalità con cui la banca compete in un’area d’affari, e soprattutto, come essa crea valore per l’azionista, il cliente e per soddisfare efficacemente la domanda di servizi e quindi producendo reddito adeguato alla remunerazione del capitale. In breve, il modello di business nasce dalla sommatoria di strategie e organizzazione della banca.
La matrice "servizi-segmenti di clientela dell'attività bancaria"
La matrice servizi-segmenti dell’attività bancaria è lo strumento forse più immediato di cui la banca dispone per identificare le aree sulle quali operare. Essa è composta, come si capisce dal nome, da due coordinate: i servizi che la banca può offrire a copertura dei bisogni della propria clientela e i segmenti di mercato, ovvero i gruppi di clientela identificati e raggruppati per caratteristiche comuni quali il reddito, i bisogni, le esigenze etc. Questa matrice è frutto delle ricerche in ambito manageriale condotte dalla General Electric tra gli anni '70 e '90 e che avevano proprio l’obbiettivo di disporre di uno strumento per identificare come si stessero evolvendo i business dell’impresa stessa e quindi in quali e quante asa si trovasse. Naturalmente, frutto dell’isomorfismo manageriale ed organizzativo, le banche hanno caratterizzato per lungo tempo, sfruttando le innovazioni manageriali delle imprese commerciali. La costruzione della matrice è molto semplice. Sulle colonne troviamo i servizi, che si dividono in tre grandi macro categorie: intermediazione creditizia, della quale troviamo sub-categorie date, ad esempio, dai servizi di pagamento, di investimento ed infine di finanziamento; intermediazione mobiliare o anche mediazione mobiliare, e le relative sub-attività tipiche dell’investment banking come i servizi di consulenza mobiliare, gestione patrimoni mobiliari e negoziazione titoli per conto di terzi; alla fine troviamo l’intermediazione assicurativa, attività che la banca può svolgere solo attraverso un gruppo o creare una a causa delle relative limitazioni poste dalla vigilanza. Sulle righe troviamo i segmenti di clientela le cui macro categorie sono: Privati, Imprese, Enti pubblici, Estero; che vengono a loro volta suddivise rispettivamente in Alto e Basso reddito, Alto e Basso fatturato, Governo e Amministrazioni pubbliche.
Strategie di portafoglio e strategie di area d'affari
Strategie di portafoglio e di area d’affari sono strategie che coesistono. Una volta identificate le ASA, la banca è posta di fronte al primo interrogativo: in quali e quante asa operare, quindi, quanto e in quali aree allocare capitale, perseguire una strategia di specializzazione o di diversificazione, quindi cercare economie di scala ed esperienza o economie di scopo e differenziazione. La banca risponde a questi interrogativi grazie alla strategia di portafoglio. Naturalmente, le scelte possono essere svolte sia in ambito dei servizi prestati, sia in ambito dei segmenti ai quali la banca si rivolge e naturalmente anche riguardo le aree geografiche da servire. Una volta effettuate queste scelte la banca deve concepire le proprie strategie competitive o di area, quindi come competere all’interno delle singole asa; al suo interno troviamo scelte strategiche e operative relative ai prezzi da applicare, ai canali distributivi e comunicazione da utilizzare e, naturalmente, anche alle caratteristiche da fornire ai propri prodotti tipici di ogni asa.
Classificazione delle ASA
Le aree d’affari vengono classificate con delle “etichette” che provengono sia dalla letteratura, sia dalla consulenza e dal mondo manageriale che lentamente sono divenute di uso comune. La prima grande classificazione che è possibile svolgere è quella relativa al Retail, Corporate e Private banking. Retail comprende i privati con limitato reddito/patrimonio e imprese di minori dimensioni; in essa la banca soddisfa i bisogni di strumenti di pagamento e piccoli finanziamenti, questi sono i motivi per cui in quest’asa si compete soprattutto con i prezzi, ma sono rilevanti anche le politiche di differenziazione (prossimità della banca al cliente, semplicità dei servizi, trasparenza). Corporate include le medie e le grandi imprese, gli enti pubblici, le banche e gli intermediari finanziari; in questo caso la banca si trova a fornire tutti i servizi di cui essa dispone e inoltre in questa classe sono fondamentali gli approcci relazionali (personalizzazione del servizio; rapidità di esecuzione; qualità e consulenza; ampiezza della gamma offerta; valutazione del rischio di credito e mantenimento del sostegno finanziario in caso di difficoltà). Per quanto riguarda la classificazione Private, al suo interno troviamo privati con alto reddito e patrimonio; qui i servizi maggiormente offerti sono intuitivamente quelli tipici dell’intermediazione mobiliare e consulenza d’investimento; in questa classe è fondamentale la reputazione della banca stessa, la capacità di gestire i patrimoni mobiliari, oltre alla qualità della relazione. Queste appena elencate sono le classi più diffuse in ambito bancario; naturalmente la classificazione può essere più specifica o viceversa, creando nuove etichette come Personal Banking, Institutional Banking, International, Multinational e Global Banking.
Perché le banche diversificano (teorie che spiegano la diversificazione)
Le banche diversificano principalmente a causa di quattro fattori: una quota di mercato che non cresce, evitare diseconomie di scala, bassa redditività e, per ultimo, anche se non fa parte della teoria tradizionale, per diversificare e ridurre quindi i rischi. A sostegno della diversificazione possono essere considerate varie teorie, la prima e fondamentale da considerare è quella che si lega alla scuola manageriale harvardiana con Michael Porter. Egli sosteneva che un’impresa diversificata sarebbe stata in grado di ridurre i propri costi medi unitari, maggiormente rispetto ad una specializzata, utilizzando le risorse in eccesso come capacità produttiva e/o liquidità di un business, per un altro business correlato al primo, invece di disinvestire la capacità produttiva in eccesso era meglio diversificare. Questa teoria è alla base delle economie di scopo che si basano sulle sinergie o interrelazioni fra i vari business; in ambito bancario quelle più rilevanti possono essere identificate nelle economie distributive (si sfruttano gli stessi canali distributivi per più attività), le economie produttive ed amministrative. Troviamo inoltre a sostegno della diversificazione la teoria della diversificazione dei rischi che sostanzialmente sosteneva che un’impresa diversificata presenti minori rischi e minore variabilità della redditività rispetto ad una impresa non diversificata. Questa teoria, non legata alla scuola tradizionale, trova delle pecche empiriche date dal fatto che spesso le attività sono correlate tra loro e quindi il teorema non funziona e più in generale i profitti delle banche seguono gli andamenti del mercato. L’ultima teoria che giustifica la diversificazione è da considerarsi molto negativa per la banca dato che è quella dei Profitti di interesse: questa teoria sostiene che una banca, o meglio il management di una banca, diversifichi non perché sia necessario ma esclusivamente per far crescere la stessa anche in attività assolutamente prive di sinergie solo per guadagnare personalmente grazie ai bonus e alle ricompense relative all’espansione.
Perché le banche si specializzano (teorie che spiegano la specializzazione)
La teoria principale che sostiene la specializzazione delle imprese, ed in particolare delle banche, è quella relativa alla divisione del lavoro di Adam Smith. Si parla del principio aziendale per il quale l’attività che più sviluppo, più divento esperto, più i costi in merito allo svolgimento di tal attività diminuiscono. Un fattore importante è dato dalle economie di esperienza poste alla base di quelle di scala. In ambito bancario, quindi, si sostiene una riduzione del costo medio unitario dovuto all’aumento dei fondi intermediati a parità di costi fissi, o meglio un aumento più che proporzionale dei fondi intermediati rispetto ai costi fissi. Se si vuole essere più precisi, alla base della teoria possiamo considerare la prima condizione della microeconomia per la massimizzazione del profitto ovvero uguagliare costi marginali a ricavi marginali.
Andamento delle economie di scala ed espansione territoriale, il discorso degli sportelli
Rappresentiamo in principio la formula relativa ai costi medi unitari: CmU=CF/FI. Ragionando sul concetto di processo produttivo della banca, le economie di scala fanno sì che aumentando le dimensioni della banca, misurate in termini di fondi intermediati, il costo medio unitario di ogni euro intermediato, scende; tuttavia, ad un certo punto esso può anche risalire per il fatto della mancata corrispondenza fra aumento dei costi fissi (aumento investimenti) e fondi intermediati, identificando la classica forma ad U delle economie di scala. Supponiamo che l’unico modo che una banca abbia per aumentare di dimensione (e qui di aumentare i fondi intermediati) sia quella di aprire sportelli. All’apertura del nuovo sportello naturalmente la banca aumenta i propri costi fissi di coordinamento di struttura, ma se a questo aumento si accompagna un aumento più che proporzionale di fondi intermediati, le economie di scala hanno esplicitato il loro effetto. Naturalmente, se all’apertura di un nuovo sportello non segue un aumento della dimensione, si presentano esclusivamente diseconomie di scala. La teoria infatti sostiene che se la banca potesse aumentare i fondi intermediati senza mai aprire nuovi sportelli le economie di scala sarebbero sempre migliorative. Il segreto sta nel trasformare i costi fissi in costi variabili, per evitare che i costi unitari crescano; questo è possibile con la tecnologia dato che con essa si riesce ad aumentare in maniera proporzionale i costi alla dimensione, cosa che non accade con le strutture classiche dove a fronte di un investimento iniziale di grandi dimensioni si deve sperare che i FI aumentino in maniera più che proporzionale. Con la tecnologia le economie di scala diventano economie di tecnologia e non di dimensione.
Mission e scelta delle aree d'affari
Nella letteratura strategica la Mission rappresenta il fine ultimo, lo scopo, per cui viene creata la banca. Le mission possono essere diverse: possiamo trovare il fine mutualistico, dato da una banca che ha l’intenzione di fare la cooperazione di credito per favorire l’accesso allo stesso ai soci; se si considera il punto di vista di uno stato, la mission potrebbe essere quella di rilanciare o sviluppare un territorio, quindi in generale favorire lo sviluppo. La mission in genere viene rappresentata nello statuto della banca, essendo le banche delle società di capitali lo statuto definisce il fine per cui si costituisce la società, e inevitabilmente indica le attività che essa può svolgere, e in certi sensi stabilisce anche nei confronti di chi la banca può svolgere determinate operazioni. Alla luce di ciò, possiamo dire che, in linea teorica, la mission e più in generale lo statuto pongono i limiti alle strategie di portafoglio della banca: basti pensare ad esempio alle casse di risparmio alle quali lo statuto vietava la possibilità di svolgere determinate operazioni.