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Riassunto esame Diritto dell'Unione Europea, prof. Pusillo, libro consigliato Diritto dell'Unione Europea Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto dell'Unione Europea, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro consigliato dal docente Diritto dell'Unione Europea, XVIII edizione, a cura di edizioni giuridiche SIMONE.
Si seguono le tematiche principali dell'Unione secondo un tesario preciso, composto da 43 punti - le principali istituzioni Ue, le principali politiche comuni, le libertà... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Unione Europea docente Prof. E. Pusillo

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l’integrazione dei mercati nazionali, al fine di trasformarli in un mercato unico con 330 mln di

consumatori; creare un mercato che fosse dinamico e in continua espansione; assicurarsi che questo

fosse flessibile per canalizzare in maniera adeguata risorse umane, finanziarie e materiali.

Per fare ciò, era necessario eliminare le barriere fisiche, tecniche e fiscali tra i paesi comunitari:

1. Barriere fisiche erano caratterizzate da controlli delle merci alle frontiere, che potevano

essere effettuati per vari motivi (traffico illecito, fiscali…); inoltre i prodotti erano

controllati sia dai Paesi di esportazione che da quelli di importazione. I problemi

maggiori erano derivati dai moduli da compilare e dalle imposte da pagare (come

differenza di IVA) e molto spesso i prodotti erano accompagnati da certificati di

conformità, con i quali si attestavano le caratteristiche dei beni (che molto spesso non

erano idonei). Nel 1985 è stato quindi adottato il DAU – Documento Amministrativo

Unico, che ha sostituito i vari moduli nazionali doganali per uno unico ed è stato usato

fino al 1993, quando questa e altre procedure doganali sono state abolite del tutto.

2. Barriere tecniche erano da ritrovarsi per le diverse prescrizioni tecniche di ciascun

Paese, in quanto alcune caratteristiche di conformità potevano essere accettate da uno

Stato, ma non dall’altro, quindi non avrebbe avuto senso avere un mercato comunitario

con questi problemi. Quindi si cercò di armonizzare, cercando di capire che cosa

all’interno di una legislazione nazionale avesse bisogno di essere armonizzato;

successivamente questo processo riguardò solo la definizione dei requisiti nel campo

della sanità e della sicurezza. Tuttavia, prima dell’attuazione di questa procedura, si

potevano applicare le disposizioni nazionali anche al Paese membro, mediante una

procedura di approvazione della Commissione.

3. Barriere fiscali erano rappresentate dai diversi livelli di imposizioni che gravavano sui

beni prodotti e scambiati nel territorio comunitario. Il maggior problema era da ricercare

nell’IVA, l’imposta che gravava maggiormente sul prezzo finale del prodotto, che era a

carico del consumatore. Nel Libro Bianco, l’aliquota IVA variava dallo 0% per prodotti

di utilità sociale o particolare rilevanza culturale sino al 38% per i cosidetti beni di lusso.

Perciò si cercò poi di armonizzarle, proponendo a ciascuno Stato l’imposizione delle

aliquote, rispettando i parametri fissati dalle istituzioni comunitarie.

Per realizzare un mercato interno era necessario modificare i trattati istitutivi delle Comunità

europee. Con l’Atto Unico europeo sono state recepite le indicazioni operative del Libro bianco ed è

stato predisposto il quadro giuridico per poter operare. Dal 1993 quindi è stato fatto un passo

fondamentale per l’integrazione europea. Il passo successivo sarebbe stata l’unione monetaria.

8. Le quattro libertà fondamentali di circolazione (merci, persone, servizi e capitali).

Dal 1993 sono spariti i controlli e le formalità doganali, realizzandosi veramente la libera

circolazione delle merci. Attualmente il transito delle merci non prevede, all’arrivo nel Paese di

destinazione, controlli sistematici sull’origine del prodotto e il modo di trasporto, anche se tuttavia

talvolta vengano fatti (specie con fini veterinari e fitosanitari). Non è più obbligatoria la

compilazione del DAU (salvo per prodotti che sono passati per Paesi terzi), l’IVA viene applicata

solo nel Paese di destinazione. I regolamenti si trovano all’interno del Codice doganale unitario.

Quando il prodotto esportato passa, per motivi di trasporto, attraverso un Paese terzo esterno

all’Unione, vengono eseguite operazioni doganali, al fine di provare sia lo status del prodotto, sia

che questo non venga immesso nel territorio del Paese terzo. Le modalità di effettuazione di tale

operazione varia a seconda che il Paese terzo abbia o meno aderito all’EFTA.

Per quanto concerne invece l’esportazione da parte di un Paese membro verso un paese

extraeuropeo e l’importazione di prodotti extraeuropei vigono diverse regole.

Per quanto riguarda l’esportazione verso un paese terzo si hanno due possibilità:

1. le formalità di esportazione avranno luogo in un ufficio di frontiera dell’Ue e il trasporto delle

merci dal paese Ue esportatore fino alla frontiera non saranno soggette a controlli;

2. le formalità di esportazione avranno luogo in un ufficio interno del Paese Ue esportatore e la

merce arriverà alla frontiera senza che venga effettuato alcun controllo nelle frontiere interne;

tuttavia, dovrà essere presentato all’ufficio doganale di frontiera una bolletta di esportazione per

garantire l’effettiva uscita del prodotto.

Normalmente la scelta adottata è la seconda, nonostante che in linea di massima venga lasciata la

possibilità di scelta.

Per quanto riguarda l’importazione esistono invece tre ipotesi:

1. le formalità di importazione vengono effettuate dal primo ufficio doganale di ingresso nel

territorio Ue, dove poi le merci possono circolare senza alcuna forma di controllo

2. nel primo ufficio vengono pagati i dazi doganali e la merce circola vincolata al regime di transito

sino al luogo di immissione in consumo, presso la cui dogana sono versate le imposte interne;

3. viene effettuata la libera pratica e la immissione in consumo al primo ufficio doganale di ingresso

e fino al paese di destinazione sono vincolate dal regime di trasporto e solo alla fine vengono pagati

i dazi doganali e le imposte interne.

Con l’unione doganale e la nascita del mercato interno, sono andate diffondendosi le frodi doganali

e i traffici illeciti. Necessaria per debellare questo fenomeno era quindi la collaborazione fra gli stati

membri; questo progetto vede la sua attuazione nel Trattato di Amsterdam, nella quale i paesi si

impegnano a cooperare sulla base di due accordi:

- Convenzione sull’uso dell’informatica nel settore doganale, stipulata a Bruxelles nel 1995,

in vigore dal 97, che prevedeva la nascita di un sistema informatico doganale (SID), che

permetteva di prevenire, individuare e reprimere ogni atto che minacciasse la

regolamentazione doganale

- Convenzione sulla mutua assistenza e cooperazione fra amministrazioni doganali, stipulata a

Bruxelles nel 97 e chiamata Napoli II, che andava a sostituire quella del 67, stipulata a

Napoli, creando un ufficio centrale che coordinasse le domande di assistenza provenienti dal

territorio comunitario.

L’accordo prevedeva tre forme di assistenza: su richiesta, di sorveglianza su persone, merci

o mezzi di trasporto; spontanea, cioè controllo/indagine senza richiesta, laddove vi sia

presunzione di reato, con l’obbligo di comunicare agli stati membri l’esito delle indagini;

trasfrontaliera, cioè l’indagine su paesi terzi, laddove necessario, anche senza

l’autorizzazione dello stato interessato.

Una delle fasi più difficile della creazione del mercato interno era l’armonizzazione della barriere

tecniche, con, per esempio, la creazione di norme sovranazionali, valide per tutte gli stati membri,

che si sostituissero a quelle dei singoli stati, in merito alla produzione di determinati beni; inoltre,

siccome i tempi di armonizzazione delle barriere tecniche sono molto lunghi, la Corte di Giustizia

ha emanato che, uno Stato non può vietare la vendita di un prodotto sul proprio territorio,

legalmente fabbricato o prodotto da un Paese membro, anche se questo non rispetta le prescrizioni

tecniche e quantitative imposte ai prodotti nazionali, fatta eccezione per alcuni casi, dove si fa leva

su esigenze di salute, ambiente o protezione del consumatore. È il caso del Cassis de Dijon, liquore

francese con tasso alcolico inferiore al 25,5%, cifra minima per la quale in Germania un liquore è

considerato tale.

Per quanto riguarda la materia fiscale, gli Stati esercitano ancora a oggi uno stretto controllo, per

questo tutte le scelte sulle imposte dirette o indirette sono vincolate dalla regola dell’unanimità.

L’art 110 vieta che venga fatta applicazione di imposte superiori a quelle applicate ai prodotti

nazionali similari e l’introduzione di imposizioni interne volte a proteggere indirettamente altre

produzioni. L’art 111 riconosce agli stati il diritto di restituire all’atto di esportazione, le imposte

interne pagate, purché non superino le imposte che gravano direttamente o indirettamente sui

prodotti nazionali. L’art 113 dispone che il Consiglio, votando all’unanimità secondo una procedura

legislativa speciale, previa consultazione del Parlamento e del Comitato economico e sociale, adotta

le disposizione al fine di armonizzare le legislazioni inerenti le imposte indirette, le imposte di

consumo e le imposte sulle cifre d’affari. Quelle che non sono inserite nell’art 113 confluiscono

nell’art 115, secondo cui, tramite lo stesso procedimento (procedura legislativa speciale,

consultazione e unanimità) si stabilisce l’armonizzazione delle imposte dirette, cioè avvicinando le

disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli stati membri che abbiano incidenza

diretta sul funzionamento del mercato comunale.

L’IVA è un’imposta sui beni o sui servizi prelevata dallo Stato, pagata direttamente dall’acquirente

al momento dell’acquisto, che costituisce una determinata percentuale del prezzo di vendita

(calcolata diversamente di stato in stato e che varia a seconda delle categorie di prodotti), quindi un

valore aggiunto, che costituisce la differenza fra il valore finale e il valore delle materie prime di un

prodotto. L’applicazione dell’IVA si fa risalire al 1° gennaio 1974, che in Italia ha portato

all’abrogazione della relativa imposta generale sulle entrate (IGE). La direttiva sull’IVA ha

introdotto una serie di regole comuni che definivano il campo di applicazione, la territorialità, i

soggetti passivi, le operazioni imponibili e quelle esenti, il luogo di riscossione e altri vari elementi

relativi all’applicazione dell’imposta. Ciò non includeva l’armonizzazione dell’ammontare

dell’imposta, creando così disagi nel passaggio in dogana delle merci in transito, dovendo avviare

una compensazione fra IVA del paese di esportazione e IVA del paese di importazione.

Normalmente viene pagata l’IVA del paese di destinazione e rimborsata l’IVA del paese esportatore.

Per cui, una Germania con il 10% e un’Italia con il 38% alla Germania esportatrice viene

rimborsato il 10%, ma deve pagare il 38% all’Italia, come previsto dalla legislazione.

Ovviamente, una tale compensazione ostacola alla libera circolazione delle merci; per questo con

una direttiva del 1991 si provvedeva ad eliminare i controlli alla dogana di frontiera e si introduceva

un sistema per il quale veniva pagata la compensazione dell’IVA al momento della spedizione dei

beni (sistema dell’IVA intracomunitaria).

L’unico modo nel ns presente di superare questo ostacolo è la creazione di un sistema per il quale

l’IVA viene versata dal Paese di origine e poi può circolare liberamente su tutto il territorio europeo.

Questa proposta fu fatta dalla Commissione del libro Bianco, ma non fu presa in considerazione per

la difficile e conseguente armonizzazione delle aliquote fra i diversi Paesi membri.

Per quanto riguarda le aliquote applicate, vi è una direttiva per i diversi Stati membri, e cioè:

- Che al 31 dicembre 2010 l’aliquota minima fissata era al 15%

- Che le aliquote ridotte dovevano essere ridotte a due e non inferiori al 5%, applicabili a

cessioni e prestazioni presenti in un allegato

- Che potevano essere applicate aliquote ridotte per forniture di gas naturali, elettricità e

riscaldamento

- Che vi era un’esenzione per gli Stati membri le cui aliquote ridotte ammontavano al 5%,

applicate al 1° gennaio 1991

Le accise sono dei tributi che gravano sulla produzione o sullo scambio di un bene: il soggetto

colpito è il produttore o il rivenditore, il quale può riavvalersi di ciò che ha pagato aumentando il

prezzo di vendita del prodotto; quindi quest’imposta grava sull’acquirente al momento

dell’acquisto.

Questi tributi gravano soltanto su alcuni tipi di prodotti, quali alcool, bevande alcoliche, tabacco,

prodotti energetici ed elettricità.

Le imposte diritte invece sono quei tributi che gravano direttamente sulle persone fisiche e sugli

utili delle società (imposta sul reddito – patrimonio – società – locali). L’armonizzazione di queste

imposte pare ancora un traguardo lontano, poiché con questa verrebbero influenzate radicalmente

anche le scelte economiche e sociali di ciascun Paese. L’interesse dell’Ue è minimo, poiché

difficilmente presenta aspetti che potrebbero incidere sul corretto funzionamento del mercato

interno.

La libera circolazione di persone inizialmente riguardava non tutti i soggetti, ma soltanto coloro

che esercitavano un’attività economicamente remunerativa e che quindi si spostavano per avere un

posto migliore e per offrire una prestazione migliore.

Secondo l’art 45 TFUE quindi i lavoratori erano suddivisi in due categorie:

- I lavoratori subordinati, i quali si spostavano in un Paese membro per svolgere la propria

attività salariata, stabilendosi nel territorio per svolgere suddetta attività

- I lavoratori autonomi, la cui libertà di circolazione si svolgeva in due modalità:

1. diritto di stabilimento, quindi un soggetto che esercita la propria attività non salariata

creando una sede stabile nel Paese membro

2. libera prestazione di servizi, quindi un soggetto che esercita la propria professione senza

creare una sede stabile in uno Stato membro

Il diritto dell’Ue ha poi esteso la libertà di circolazione non solo ai lavoratori, ma anche a tutte le

altre categorie di persone, le quali devono solo essere in possesso della cittadinanza del Paese

membro. Ciò è stato anche poi ribadito con le nuove disposizioni in materia di cittadinanza

introdotte dal Trattato di Maastricht. Perciò un soggetto si può spostare verso un Paese membro

senza specifiche motivazioni, purché sia cittadino dell’Ue.

Il trattato istitutivo dell’Ue in materia di lavoratori subordinati quindi permetteva ai lavoratori più

qualificati ed efficienti di lavorare nelle condizioni di maggiore convenienza sul mercato e di

favorire la distribuzione della manodopera sui territori dell’Ue. Ciò si trova all’interno degli articoli

da 45 a 48, abolendo qualsiasi tipo di discriminazione, fondata sulla nazionalità, per quanto riguarda

impiego, retribuzione e le altre condizioni di lavoro. Più in generale si evitano discriminazioni,

come indica l’art 18 TFUE.

La libera circolazione dei lavoratori subordinati vede la sua realizzazione già prima degli anni 70,

quindi nel periodo transitorio. Infatti, come emanato nel 1961, i lavoratori potevano spostarsi per

esercitare in un altro Paese membro, quando l’impiego non poteva essere svolto da un cittadino di

quest’ultimo, con un permesso di lavoro, il quale doveva essere rinnovato dopo il primo anno, per la

medesima occupazione, dopo tre anni per una qualsiasi occupazione e dopo quattro per un qualsiasi

lavoro remunerato. Dopo il 1964 si assistette a una accelerazione, per la quale gli anni da quattro

divennero due, venne introdotta una clausola di salvaguardia con la quale un Paese membro poteva

riservare il posto a un proprio cittadino, indicando le motivazioni alla Commissione. Dal 1968

venne abbandonato il principio di priorità nazionale, aboliti i permessi di lavoro e quindi era

possibile spostarsi solo con il permesso di residenza (che durava 5 anni ed era automaticamente

rinnovabile). Inoltre vi era anche il diritto di libera circolazione per la famiglia dei lavoratori, anche

se provenienti da Paesi terzi, riconosciuto sia ai lavoratori permanenti che a quelli stagionali. La

libera circolazione non è contemplata per l’esercizio di pubblichi impieghi, poiché strettamente

collegati agli interessi di un Paese e richiede il requisito di cittadinanza. Altra eccezione alla libera

circolazione è legata ai motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica, come si

afferma nell’art 45. Tuttavia non ci si può basare solo su precedenti negativi.

Il diritto di stabilimento è la libertà di ciascun cittadino a stabilirsi in uno Stato diverso da quello di

residenza al fine di esercitare la propria professione non salariata, seguendo le stesse condizioni

definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini.

La differenza con la libera prestazione di servizi si trova nel fatto che questa non prevedere lo

stabilirsi nel paese di destinazione, ma offre comunque la possibilità di esercitare la propria

professione alle stesse condizioni dei cittadini ivi residenti. È vietata quindi ogni discriminazione

fondata sulla nazionalità, sia quelle dirette e palesi (quindi condizioni diverse o meno favorevoli

rispetto a quelle riservate ai cittadini nazionali), sia quelle indirette o occulte (cioè che seguono

criteri che non sfavoriscono direttamente i cittadini non residenti, ma che li svantaggiano –come

appunto i criteri di residenza nel territorio nazionale), sia quelle materiali, per le quali vi sono

norme applicabili sia ai cittadini nazionali che a quelli di altri stati, ma che sfavoriscono questi

ultimi proprio perché vengono trattati alla stessa stregua dei cittadini nazionali, laddove è

impossibile avere le stesse conoscenze o possibilità. Per esempio le normative che richiedono titoli

di studio nazionali, che svantaggiano quindi il cittadino dell’altro stato, escludendo la possibilità di

partecipare per questi ultimi con il proprio titolo di studi. L’art. 50 sancisce la possibilità del

Consiglio ad emanare direttive per la realizzazione della libertà di stabilimento. L’art. 51 invece

esclude l’applicazione di tale diritto alle attività che partecipino, seppur occasionalmente,

all’esercizio di pubblici poteri. Per l’effettiva libertà di stabilimento e la libera prestazione di servizi

si rese necessaria favorire il mutuo riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche

professionali, le cui direttive tuttavia furono insufficienti a garantirne l’effettiva funzionalità. La

direttiva interessata è quella del 2005/36/CE del 7 settembre 2005 e poi modificata diverse volte, un

testo unico che contiene ben 15 direttive, contente il sistema generale di mutuo riconoscimento

accanto alle singole professioni (come medico, dentista, infermiere, veterinario).

La direttiva che regola la libertà di circolazione e di soggiorno è quella del 29 aprile 2004, con la

quale si da la libertà ai cittadini dell’Ue di circolare liberamente sui territori degli Stati membri,

semplicemente presentando un documento di identità o un passaporto validi. Anche per le famiglie

dei cittadini Ue vi è la possibilità di circolare liberamente, con un passaporto valido e muniti di

visto di ingresso.

Per i paesi che hanno aderito agli accordi di Schengen però non è previsto l’obbligo di presentare il

documento di identità.

Per quanto riguarda la libertà di soggiorno:

- Per i primi tre mesi non è prevista la presentazione di alcun documento specifico, se non

l’esibizione del documento di identità al momento di ingresso

- Per un periodo superiore a tre mesi è necessario essere un lavoratore salariato o autonomo e

comunque avere fondi necessari per non diventare un onere per lo Stato, ed avere

un’assicurazione malattia

- per coloro che soggiornano per cinque anni consecutivi nel Paese membro è riconosciuto il

diritto di cittadino Ue permanente, dietro richiesta da inoltrare allo Stato.

Un fattore che quindi poteva bloccare la libera circolazione di persone erano i controlli all’ingresso

di un Paese membro; negli anni gli Stati membri hanno cercato di eliminare questi controlli, ma

hanno sempre ricevuto risposta negativa dal Regno Unito, il quale aveva paura dell’enorme

influenza di extracomunitari che una scelta tale avrebbe causato. Perciò gli altri Stati si

organizzarono autonomamente, trovando realizzazione di questo progetto negli accordi di

Schengen, stipulati nel 1985 e resi operativi nel 1990. Inizialmente vi aderirono Francia, Germania,

Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, seguiti da Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Austria.

Il 1994 fu l’anno in cui la Svezia e la Finlandia proposero di aderire agli accordi, anche se già uniti

dall’Unione nordica con Islanda e Norvegia, al fine di garantire la libera circolazione fra questi

quattro paesi. Ciò avrebbe comportato quindi il ripristino dei controlli in Islanda e Norvegia, non

essendo membri infatti non potevano aderire alla Convenzione. Per questo nel 1996 venne stipulato

un apposito Accordo di cooperazione fra Islanda e Norvegia, che vide la loro adesione e anche

quella di Danimarca, Finlandia e Svezia.

Rimasero fuori Romania, Bulgaria e Cipro. All’area Schengen aderì anche la Svizzera, che non fa

parte dell’Ue, con un accordo del 1994, che poi si estese anche al Lichtenstein, il quale aveva

stipulato il medesimo accordo con la Svizzera (2008).

I principi fondamentali sono:

- il diritto di libera circolazione fra gli Stati, senza l’obbligo di presentare il documento di

identità (fatta eccezione per motivi di sicurezza nazionale e ordine pubblico)

- la collaborazione fra le diverse forze di polizia dei diversi Stati al fine di inseguire un

ricercato in un altro Stato

- la coordinazione nello stanare fenomeni di mafia, di spaccio di droga, immigrazione

clandestina e traffico di armi

- la creazione di un sistema telematico (SIS I – oggi sostituito da SIS II), per assicurazione la

diffusione di informazioni a tutti gli stati su persone e oggetti sospetti

L’accordo di Schengen, è stato, a seguito della firma del Trattato di Amsterdam, incorporato

all’interno del quadro giuridico e istituzionale dell’Unione.

La libera prestazione di servizi implica che un soggetto possa liberamente esercitare la propria

professione in un altro Stato, senza per questo stabilirvisi, secondo il binomio

prestazione/retribuzione. È interessato quindi il settore commerciale, artigianale, industriale, le

libere professioni.

Ovviamente viene applicato il principio del trattamento nazionale, escluso solo in alcuni casi

particolari, per motivi giustificati di interesse pubblico.

Inoltre gli artt. 51 e 52 stabiliscono due eccezioni:

- per coloro che esercitano, anche per un periodo limitato, pubblici poteri

- applicazione di disposizioni legislative, regolamentari e amministrativa che escludano

l’esercizio di tale attività per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o sanità.

Inoltre secondo la direttiva Bolkestein del 2006 lo Stato membro deve assicurare il libero accesso a

un’attività di servizi nel proprio territorio.

Non è possibile subordinare l’attività a cittadini con requisiti che non rispettino i seguenti principi,

quali:

- non discriminazione: i requisiti non possono essere discriminatori sulla base della

nazionalità, o nel caso di persone giuridiche, della sede

- necessità: i requisiti devono essere giustificati da motivi di ordine pubblico, sanità pubblica

e tutela dell’ambiente

- proporzionalità: non si possono richiedere requisiti, i quali vanno oltre quanto necessario al

fine del raggiungimento dell’obiettivo stabilito.

Gli Stati membri non possono impedire la libera circolazione imponendo alcuni obblighi, quali

l’iscrizione in un registro o a un ordine professionale, salvo per i casi previsti da atti comunitari o

dalla stessa direttiva.

La libera circolazione di capitali è stata attuata attraverso l’emanazione di tre direttive (60-62-86),

ma con la quarta del 88 sono stati soppressi tutti i controlli e le restrizioni in materia di cambi,

attuando quindi la vera e propria liberalizzazione.

L’art. 75 tuttavia prevede un’eccezione, laddove, al fine di prevenire atti di terrorismo e attività

connesse, il Consiglio e il Parlamento definiscono un insieme di misure amministrative concernenti

i movimento dei capitali e beni finanziari posseduti o detenuti da persone fisiche o giuridiche, da

gruppi o entità non statali.

32. La cittadinanza europea e i diritti aggiuntivi.

Con il Trattato di Maastricht è stata istituita la cittadinanza europea, infatti dal 1° novembre 1993 ai

cittadini, oltre la propria cittadinanza nazionale, è riconosciuta anche la cittadinanza europea. A

seguito del riordino dei Trattati con il Trattato di Lisbona, le disposizioni sono confluite all’interno

degli artt. 20-25 TFUE.

Quindi la cittadinanza europea non sostituisce quella nazionale (art. 20) e possono essere

considerati cittadini europei anche coloro che hanno la doppia cittadinanza (cioè quella di uno Stato

membro e di un Paese terzo). Gli artt. Da 21 a 24 affermano il diritto di libera circolazione dei

cittadini sul suolo dei Paesi membri, il diritto di votare e essere eletto durante le elezioni del

Parlamento europeo e quelle comunali, anche se al momento non ci si trova nel Paese di

appartenenza, il diritto di tutela consolare e diplomatica in Paesi terzi anche in un consolato di un

Paese membro laddove quello del Paese di appartenenza non sia presente, il diritto di rivolgersi al

Mediatore europeo nei casi di cattiva amministrazione delle istituzioni e degli organi Ue e di

presentare petizioni rivolte al Parlamento europeo. Inoltre l’art. 22 recita che vi è la possibilità per il

Consiglio di attuare disposizioni al fine di completare e garantire i diritti sopra elencati.

I diritti dei cittadini europei sono da ritrovarsi negli artt. Da 39 a 46 del testo 12 dicembre 2007

della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, sancita dal Trattato di Lisbona.

33. Il diritto di iniziativa dei cittadini europei

Secondo il regolamento del febbraio 2011, con il Trattato di Lisbona, si ha emanato il diritto dei

cittadini Ue a fare una proposta di legge alla Commissione, per quanto riguarda gli ambiti nei quali

normalmente può legiferare (quali trasporti, agricoltura, ambiente o salute pubblica).

Un comitato formato da almeno 7 cittadini di 7 Stati membri (su 28) quindi si organizza al fine di

creare una proposta di atto legislativo: questo dovrà essere sostenuto da almeno un milione di

cittadini di almeno 7 dei Paesi membri (si ha anche un numero di firme necessarie per Paese), i

quali abbiano compito l’età minima per votare al Parlamento (quindi 18 per tutti, tranne l’Austria,

16). L’iniziativa non può essere fatta ad organizzazioni, le quali tuttavia, possono sostenerle, purché

avvenga in trasparenza.

Dopo la creazione della proposta i cittadini hanno un anno di tempo per raccogliere le firme

necessarie perché venga proposta alla Commissione, la quale la esaminerà e dopo un lasso di tempo

di almeno 3 mesi incontrerà il comitato organizzativo per avere tutti i chiarimenti necessari

sull’iniziativa. Inoltre il comitato ha la possibilità di presentare la sua iniziativa in un’audizione

pubblica al Parlamento europeo; successivamente la Commissione illustrerà eventuali proposte di

azione e illustrerà le motivazioni per le quali accettare o negare la proposta. Tuttavia la

Commissione non è obbligata a proporre un atto legislativo a seguito di una proposta, in caso

contrario, si svolge la normale procedura legislativa, la proposta quindi viene presentata al

Parlamento o al Consiglio e se adottata avrà forza di legge.

9. L’evoluzione storica dell’Unione europea: l’Atto Unico Europeo.

I problemi e le soluzioni individuate nel Libro bianco furono la base della conferenza

intergovernativa che si riunì a Lussemburgo il 9 settembre 1985 e furono predisposte le strategie per

il rilancio del processo di integrazione europeo. I lavori della Conferenza terminarono con l’Atto

Unico Europeo, Unico poiché in un solo testo riuniva le disposizioni in materia di politica estera e

le disposizioni sull’ampliamento delle competenza comunitarie. Il Trattato fu firmato a

Lussemburgo il 17 febbraio 1986 da 9 dei 12 Stati membri, mentre Danimarca, Grecia e Italia

firmarono il 28 febbraio. È entrato in vigore il 1° luglio 1987 a seguito della ratifica degli Stati

membri. L’obiettivo è la realizzazione entro il 31 dicembre 1992 del mercato unico, cioè uno spazio

senza frontiere interne dove venga assicurata la libera circolazione di merci, persone, servizi e

capitali.

10. Il Trattato di Maastricht e la struttura a pilastri.

Firmato il 7 febbraio 1992, denominato ufficialmente come Trattato sull’Unione europea (TUE),

entrato in vigore del 1° novembre 1993, con esso si inaugura una nuova fase del progetto di

integrazione europea, costruendo una vera e propria federazione e mettendo in moto un processo le

cui conseguenze saranno rilevanti per i rapporti dell’Europa con il resto del mondo, sia per l’ordine

interno che per quello europeo.

La struttura dell’Ue era tripolare, con tre pilastri che creavano una struttura a tempio greco:

1. Dimensione comunitaria, disciplinata dalle disposizioni contenute nei trattati

istitutivi delle Comunità europee

2. Politica estera e di sicurezza comune (PESC), disciplinata dal titolo V del Trattato

sull’Ue

3. Cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (CGAI), contemplata nel

titolo VI del Trattato sull’Ue

Quindi è una struttura che attribuisce alle diverse istituzioni ruoli differenziati a seconda del pilastro

in cui operavano. Per le politiche avviate nell’ambito del primo pilastro si applicava il metodo

comunitario, espressione di sopranazionalità, con il potere di iniziativa della Commissione e la

codecisione del Consiglio e del Parlamento europeo, mentre veniva emarginato il ruolo dei governi

nazionali. La collaborazione degli altri due pilastri era invece di tipo intergovernativo, attribuendosi

tutto il potere decisionale agli Stati membri, mentre erano esclusi o limitati i poteri della

Commissione e del Parlamento.

11. Il Trattato di Amsterdam e le nuove competenze in materia di politica e sociale e di

occupazione.

Nel 1966 i capi di governo e di Stato degli Stati membri si riunirono per apportare importanti

modifiche al Trattato. Il 18 giugno 1997 è stato raggiunto un accordo su un nuovo trattato, infatti il

2 ottobre 1997 è stato firmato il Trattato di Amsterdam ed è entrato in vigore il 1° maggio 1999. La

novità più importante è stata l’impegno assunto nella promozione di un più alto livello

occupazionale. Nel Trattato istitutivo dell’Ue è stato aggiunto un nuovo titolo dedicato

all’occupazione.

Per quanto riguarda l’assetto istituzionale, erano previste diverse novità, infatti il Parlamento

europeo diventava un vero e proprio co-legislatore dell’Unione, dal momento che in quello di

Maastricht si trovava solo una generalizzata applicazione, con eccezione di questioni concernenti

l’unione economica e monetaria, per la quale di sarebbe comunque applicata la procedura di

cooperazione; per snellire il processo decisionale poi le ipotesi nelle quali il Consiglio votava a

maggioranza qualificata erano estese ad altri settori; il Presidente della Commissione assumeva un

ruolo più incisivo come guida e impulso dell’operato di istituzione.

La più importante modifica al terzo pilastro riguarda la cooperazione in materia di giustizia e affari

interni che diventa cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale. Quasi tutti i settori del

terzo pilastro venivano inserititi nel primo, comunitarizzando materie che prima esistevano solo in

ambito intergovernativo (rilascio di visti, concessione di asilo…).

12. Il Trattato di Nizza ed il previsto allargamento

Irrisolto era rimasto il nuovo assetto istituzionale da dare all’Unione europea in previsione del

futuro allargamento. Per questo il 14 febbraio 2000 fu convocata una nuova conferenza

intergovernativa, incaricata di elaborare una bozza di trattato contenente le necessarie modifiche

istituzionali in vista dell’allargamento dell’Unione.

Il 26 febbraio 2001 poi è stato firmato il Trattato di Nizza (entrato in vigore dal 1° febbraio 2003),

con il quale vengono apposte modifiche di natura tecnica, indispensabili per dare nuovo equilibrio

istituzionale all’Ue.

Tra le novità più significative troviamo:

- La nuova ripartizione del numero dei rappresentanti degli Stati membri nelle istituzioni e

negli organi comunitari

- L’ampliamento dei poteri del Presidente della Commissione europea

- Drastica riduzione dei casi in cui il Consiglio deve deliberare all’unanimità

- Modifiche all’ordinamento giudiziario comunitario

- Introduzione di una procedura di preavviso nel caso in cui siano constatate violazioni dei

diritti fondamentali da parte di uno Stato membro

15. La personalità giuridica unica dell’Ue e le istituzioni europee secondo il loro assetto

attuale.

Con il Trattato di Lisbona si è stipulato che non venga più fatta differenza tra Comunità europea e

Unione europea, in quanto l’Unione è ora un’unica struttura giuridica. Il nuovo art. 47 TUE

sancisce infatti la personalità giuridica unica dell’Unione, con la conseguenza che l’Unione potrà

stipulare a suo nome accordi internazionali vincolanti al tempo stesso per le sue istituzioni e per gli

Stati membri. L’attuazione di una personalità giuridica internazionale unica mira a rafforzare la

credibilità dell’Ue quale attore di politica internazionale, sia all’interno che all’esterno.

Tuttavia vi sono procedure distinte previste a seconda delle diverse materie, quindi non può

legiferare in alcun modo al di là delle competenze che le sono state attribuite.

Inoltre, un trattato non può imporre a terzi una situazione, come l’attribuzione della personalità

internazionale, che può scaturire solo dal concreto atteggiarsi dell’ordinamento internazionale.

L’attribuzione o meno della personalità internazionale dell’Unione è una questione che deve essere

valutata alla luce del principio di effettività, quando determinate organizzazioni internazionali di

fatti esercitano delle prerogative di tipo internazionale. Di fatto quindi le funzioni internazionali

dell’Ue sono molteplici tenendo conto che invia missioni diplomatiche in Stati terzi, intrattiene

rapporti diplomatici con gli Stati membri e Stati terzi, instaura rapporti con le organizzazioni

internazionali, stipula accordi internazionali con Stati terzi.

Le Istituzioni europee:

- Parlamento (rappresenta i cittadini dell’Ue)

- Consiglio europeo (è la guida politica dell’Ue)

- Consiglio dei ministri (rappresenta i Governi degli Stati membri)

- Commissione (è motor e promotor dell’Ue)

- Corte di Giustizia (garantisce l’applicazione e l’interpretazione del diritto europeo) insieme

al Tribunale di primo grado

- Banca centrale europea (gestisce la politica monetaria dell’Ue)

- Corte di Conti ( controlla la regolarità e legittimità delle entrate e delle uscite finanziarie

dell’Ue)

N.B. L’Europa a 28 Attualmente il numero di Paesi membri ammonta a 28. Sei sono i Paesi

membri (Italia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Belgio), ai quali si aggiungono altri

nel corso degli anni. Recentemente Bulgaria e Romania nel 2007 hanno aderito all’Unione, e nel

2013 la Croazia. Tuttavia questi sono numeri destinati a cambiare, poiché è stato concesso ad altri

Paesi l’adesione all’Ue, fra i quali i Paesi dell’ex repubblica jugoslava di Macedonia, Montenegro,

Serbia, Turchia e Islanda, la quale però, a seguito della vittoria del centrodestra nel 2003, ha sospeso

il negoziato di adesione a tempo indeterminato ed è in attesa di indire un referendum fra i cittadini.

Candidati potenziali saranno anche Albania, Bosnia, Kosovo, come definito dall’ONU.

16. Il Parlamento europeo e l’estensione delle sue competenze.

Ciascuno dei trattati delle Comunità europee prevedeva l’istituzione di un’Assemblea, composta dai

rappresentanti dei popoli degli Stati membri. La prima riunione avvenne a Strasburgo nel 1958, ma

l’attuale denominazione di PE fu adottata solo nel 1962, la sua legittimazione formale solo con

l’articolo 3 dell’Atto unico.

L’art. 14 TUE, nato dalle modifiche del Trattato di Lisbona, stabilisce i criteri per la composizione,

infatti il numero di parlamentari non può essere superiore a 750, più il presidente. La soglia minima

è di sei membri per ogni Stato membro. La votazione dei membri del Parlamento avviene

all’unanimità da parte del Consiglio, su iniziativa del Parlamento stesso.

Il Consiglio, a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ha emanato nel 2008 che, in via

transitoria, per la legislatura 2009-2014, il numero dei parlamentari fosse di 754. Con la nuova

legislatura saranno eliminati 3 seggi in Germania.

Dal 1979 i membri del parlamento vengono eletti a suffragio universale diretto, per un periodo di

cinque anni, non possono essere vincolati da istruzioni né sottostare a un mandato imperativo. ,

secondo lo Statuto dei deputati del Parlamento europeo. (Consiglio - EURATOM)

A partire dal 2004 sono entrate in vigore due innovazioni: l’obbligo di abolizione del sistema

elettorale proporzionale e l’incompatibilità della carica di europarlamentare con quella di

parlamentare nazionale e altre cariche a livello nazionale, quali assessore, sindaco per comuni con

popolazione superiore a 15mila abitanti. Dal 1976 il Consiglio ha anche deliberato sul periodo di

svolgimento delle elezioni, che vanno dalla scadenza del mandato del Parlamento quasi

contemporaneamente in tutti gli Stati membri in un giorno, scelto da ciascuno Stato, nell’ambito di

un unico periodo che va dal giovedì alla domenica successiva. Gli Stati che votano per primi hanno

l’obbligo di mantenere il risultato segreto, al fine di non influenzare gli elettori e in Italia, con la

legge del 1979, è possibile per i residenti fuori Italia, di votare alle elezioni parlamentari recandosi

presso un consolato italiano.

Il regolamento interno del Parlamento europeo attualmente in vigore è quello del luglio 2004 (VII

legislatura), aggiornato al maggio 2011 ed è formato da 216 + 21 allegati, nei quali vengono

elencati tutti gli aspetti dell’attività dell’istituzione.

Secondo l’art 133 del regolamento interno, lo svolgimento dei lavori del Pe si articola in:

- Legislature, cioè il periodo di durata effettiva del mandato parlamentare europeo (5 anni)

- Sessioni, che hanno una durata annuale (per questo periodo i deputati beneficiano delle

immunità riconosciute ai membri del Parlamento dei loro paesi e sono esenti sul territorio di

ogni Stato membro, da ogni periodo di detenzione e da ogni procedimento giudiziario)

- Tornate, cioè le singole riunioni del Parlamento, che si tengono ogni mese. A Strasburgo si

tengono normalmente 12 plenarie, compresa la tornata di bilancio, mentre quelle aggiuntive

si svolgono a Bruxelles

- Giorni di seduta, cioè le sedute quotidiane delle istituzioni.

Un’altra riunione di diritto è la prima riunione che viene fatta dopo l’elezione del Parlamento, di

norma il primo martedì successivo alla scadenza del termine di un mese dalla fine delle elezioni.

I lavori del Parlamento poi sono resi pubblici, perciò ad ogni riunione viene fatto il processo verbale

della seduta, la pubblicazione dei testi dopo la pubblicazione, la ricostruzione delle discussioni che

viene pubblicata sulla GU dell’Ue, la registrazione audiovisiva delle riunioni che viene pubblicata

in internet, comprese le registrazioni delle cabine di interpretazione.

La maggior parte dei lavori vengono svolti da Commissioni specializzate, che poi si suddividono a

loro volta in sottocommissioni. Vi sono poi le delegazioni, membri scelti dal Parlamento per la

partecipazione ai lavori del Comitato Parlamentare Comune.

Fra gli organi del Pe troviamo l’Ufficio di Presidenza, composto dal Presidente, da 14

vicepresidenti e da cinque questori, la cui carica dura 2 anni e mezzo. I questori svolgono attività di

consultazione e sono incaricati di compiti amministrativi e finanziari riguardanti i deputati.

Il Presidente viene eletto a maggioranza assoluta nei primi tre turni, al quarto turno si procede al

ballottaggio fra i due candidati che hanno preso più voti nel terzo turno. Il Presidente ha un incarico

di rappresentanza, di disciplinare i lavori del Parlamento e di decisione in merito alle interrogazioni

di Commissione e Consiglio. All’ufficio è dato anche il compito di scegliere il Segretario generale e

dell’organizzazione interna.

Secondo l’art. 231 del TFUE, le votazioni del Parlamento avvengono per maggioranza assoluta dei

suffragi espressi, quindi gli astenuti non sono contati.

Le modalità di votazione (art 165 e ss.):

- Per alzata di mano, procedura ordinaria, abbandonata nel caso in cui il risultato sia incerto

- Per appello nominale, obbligatoria nel caso di votazione di un atto legislativo (166), nel caso

della nomina dei membri del Consiglio (106) e nel caso di votazione di mozione di censura

alla Commissione (107). Si procede in questo modo anche su richiesta di almeno 40

parlamentari o di un gruppo politico

- A scrutinio segreto, che normalmente si applica alle nomine e può essere richiesta anche da

1/5 dei deputati

- Elettronica, la forma di votazione ormai più usata, per il notevole risparmio di tempo; viene

fatta su richiesta del Presidente come metodo di votazione

Il quorum per la validità di una votazione è di un terzo dei membri del Parlamento (art 155

regolamento), ma la validità di un voto non può essere contesta anche se è presente un numero di

deputati inferiore, a meno che non sia stata richiesta la verifica del numero legale.

Il Parlamento esercita una funzione legislativa e di bilancio, oltre che a funzioni di controllo politico

e consultive alle condizioni stabilite dai trattati.

La funzione legislativa viene fatta in condivisione con il Consiglio e si divide in procedura

legislativa ordinaria e speciale.

Quella ordinaria ricalca la procedura di codecisione e viene applicata nella maggior parte dei settori

di intervento dell’Unione.

Quella speciale vede l’attivazione della procedura consultiva, di approvazione di una serie di

decisioni del Consiglio in settori in cui il suo ruolo era in precedenza inesistente.

Per la funzione di bilancio si è passati da una semplice funzione di controllo a un mero esercizio di

potere deliberativo e il bilancio non può essere adottato senza l’accordo di Consiglio e Parlamento.

Questa funzione elimina la distinzione precedente fra spese obbligatorie e non, dove solo per quelle

non obbligatorie il Parlamento esercitava una mera funzione di controllo. Secondo l’art 225 TFUE,

l’iniziativa dell’iniziativa prevede che il Parlamento può, a maggioranza, chiedere alla

Commissione di esercitare il suo potere di proposta su questioni per le quali reputa necessaria

l’elaborazione di un atto dell’Unione, ai fini dell’attuazione dei trattati. Se la Commissione non fa

proposta, deve darne giustificazione al Parlamento.

Il controllo sulle istituzioni si esplica attraverso l’elezione del Presidente della Commissione a

maggioranza qualificata, tenuto conto delle elezioni del Pe. ( art 17 TUE) può avvenire anche

l’audizione dei singoli commissari prima di votare sull’insieme dei suoi componenti.

Ha potere di controllo anche sulla Corte dei Conti, al momento della nomina dei suoi membri con la

decisione del Consiglio, a seguito del parere del Parlamento, adottando la modalità di audizione dei

membri.

Il Parlamento ha poi il potere di mozione di censura nei confronti della Commissione (più che

controllo è influenza), sul calco della mozione di sfiducia ai governi nazionali, obbligando i membri

della Commissione a dismettere le funzioni.

Le interrogazioni che ciascun parlamentare può imporre alla Commissione poi sono un altro

strumento di controllo politico indiretto.

Inoltre il Parlamento possiede strumenti di tutela nei confronti di persone fisiche, giuridiche,

membri dell’Unione e Stati. Questo per fare sì che venga rispettato il diritto europeo nei confronti

dei suoi destinatari e che quindi venga correttamente applicato.

La tutela avviene attraverso la costituzione di una Commissione d’inchiesta, regolata dall’art. 226

TFUE, che ne fissa le modalità di nomina e i poteri. Il Parlamento, con almeno un quarto dei suoi

deputati, può fare richiesta di costituirla al fine di esaminare le denunce di infrazione o cattiva

amministrazione nell’applicazione del diritto dell’Unione. Redatta una relazione sui fatti oggetto di

indagine, la Commissione si scioglie. Il deposito della relazione deve avvenire entro il termine

fissato all’atto della sua costituzione o entro un anno della data di quest’ultima e comunque non può

tardi della fine della legislatura.

23. Il Mediatore europeo

Secondo l’art. 228 TFUE il Mediatore è eletto dal Parlamento, dopo ogni elezioni per la durata della

legislatura e dispone di un mandato rinnovabile. Esso riceve le denunce da parte di persone fisiche o

giuridiche residenti o con sede in un Paese membro riguardanti i casi di cattiva amministrazione

delle istituzioni, fatta eccezione per la Corte di Giustizia.

Il termine cattiva amministrazione è controverso ed è per questo che il 6 settembre 2001 è stato

approvata la definizione di buona condotta, cioè 27 artt. Sul rispetto dell’Ue nelle relazioni con il

pubblico, in cui è contenuta anche la definizione di cattiva condotta, che avviene quando

un’istituzione omette di compiere un atto dovuto, opera in modo irregolare o illegittimo.

Le modalità di elezione del Mediatore avvengono secondo gli artt. 204-206 del regolamento

interno, per il quale esso viene eletto a maggioranza dei voti espressi, con scrutinio segreto, dopo

che il Presidente del Parlamento lancia un appello, subito dopo la sua nomina, per la presentazione

dei candidati alla carica di Mediatore, i quali devono essere appoggiati da almeno 40 deputati di

almeno 2 Stati membri e devono essere cittadini Ue, in possesso dei diritti civili e politici, che

soddisfino il requisito di indipendenza e tutte le altre condizioni richieste.

Non deve svolgere alcuna altra attività professionale, remunerata e non, e può essere dimissionato

nel caso in cui non soddisfi più il requisito di indipendenza prescritti o abbia commesso una colpa

grave. Il Mediatore agisce sulla base delle denunce che riceve, direttamente o da membri del

Parlamento, le quali vengono esaminate e in caso di cattiva amministrazione, si rivolgerà alle

autorità competenti ed entro tre mesi, dovrà pronunciarsi con un parere.

Il Mediatore trasmette una relazione al Parlamento europeo e all’istituzione interessata, mentre la

persona che ha sporto denuncia viene informata dei risultati delle indagini. Inoltre il Mediatore

presenta una relazione annuale sui risultati delle indagini.

L’art 227 TFUE tratta del diritto di petizione e si estende a tutte le materie di interesse dell’Unione.

Il diritto può essere esercitato sia dal singolo che dal collettivo, da chi risiede o abbia la propria sede

in un Paese dell’Unione. La richiesta deve avere generalità, essere leggibile ed essere firmata per

avere validità. Il Parlamento, dopo che ha ricevuto la petizione, la manda alla Commissione speciale

per le petizioni, che valuta la pertinenza della richiesta. In caso positivo, si passa all’esame del

merito e alle misure da adottare. Della decisione finale verranno poi informati gli autori della

petizione.

Il ruolo del Parlamento nazionale è aumentato con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, anche

con l’istituzione di un organo creato ad hoc, cioè la Conferenza degli organi parlamentari

specializzati per gli affari dell’Unione, con il compito di sottoporre all’attenzione del Pe, del

Consiglio e Commissione i contributi che ritiene più utili. Il rapporto fra PE e PN viene mantenuto

attraverso lo scambio di informazioni e buone prassi che la stessa conferenza incoraggia anche

attraverso Commissioni specializzate.

17. Il Consiglio europeo, guida politica dell’Ue

È stato istituito nel summit di Parigi del 9-10 dicembre 1974, originariamente doveva svolgere un

ruolo di stimolo per le più importanti iniziative politiche della Comunità e dirimere le controversie

di notevole rilevanza politica ed economica. Le prime riunioni del Ce avvennero a Dublino nel 1975

ed erano molto informali, solo in seguito ha assunto particolare importanza nelle linee d’azione

dell’Unione. Il fondamento giuridico è stato ricevuto con l’Atto unico europeo entrato in vigore nel

1987. Ulteriori riconoscimenti li ha ricevuti con il Trattato di Maastricht, nel 1995, che ne ha

definito attribuzioni e funzionamento e con il Trattato di Amsterdam, nel 1999, che gli ha assegnato

un ruolo più incisivo ed una più ampia presenza ai tre pilastri dell’Ue. Con il Trattato di Lisbona e

la scomparsa della Comunità europea, il Ce è diventato istituzione europea. L’art 15 disciplina

questa nuova istituzione.

Il Consiglio è costituito dai capi di Stato e di governo, dal suo presidente e dal presidente della

Commissione. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica partecipa ai lavori,

pur non facendone parte. È un organo collegiale di stati, poiché i singoli individui agiscono a nome

dello Stato; il Ce si riunisce due volte ogni semestre su convocazione del suo Presidente e se la

situazione lo richiede, il Presidente richiede una riunione straordinaria. I capi di Stato poi possono

richiede di essere assistiti da un ministro e il presidente della Commissione da un membro della

Commissione.

Il Ce stabilisce gli orientamenti e le priorità politiche generali e si sottolinea che non esercita

funzioni legislative (art 15); si vuole quindi lasciare il potere legislativo al triangolo di Parlamento,

Consiglio e Commissione. Le competenze del consiglio sono per lo più circoscritte alla politica

estera e alla sicurezza comune (PESC). L’art 26 poi sancisce il compito principale del Consiglio,

cioè di definire gli orientamenti generali e decidere le strategie comuni sulla cui base il Consiglio

deve operare. Lo stesso Consiglio opera le scelte fondamentali per la politica comune di difesa (42

TUE). Il Consiglio delibera all’unanimità , ciò implica l’irrilevanza delle astensioni e a

maggioranza qualificata per l’elezione del suo presidente e dell’Alto rappresentante per la PESC e a

maggioranza semplice per le questioni procedurali e all’adozione del suo regolamento interno

(adottato nel 2009). Il Presidente del Ce e il Presidente della Commissione sono esclusi dalla

votazione.

Per garantire un’attività efficace e per dare più autorevolezza a quest’istituzione, il ruolo del

Presidente europeo è determinante. Viene nominato (art 15 TUE) a maggioranza qualificata per un

mandato di due anni e mezzo, rinnovabile per uno. I compiti del Presidente sono quelli di presiedere

e animare i lavori del Ce, facilitare la coesione e il consenso e presentare una relazione al

Parlamento dopo ciascuna riunione. Inoltre rappresenta l’Ue per quanto riguarda gli affari esteri e la

sicurezza comune, fatte salve le attribuzioni dell’Alto rappresentante in materia.

Gli atti del Consiglio sono oggetto di controllo giurisdizionale da parte della Corte di Giustizia, al

fine di controllare la legittimità degli atti e di fare ricorso in carenza.

13. Il progetto di Costituzione europea.

Progetto di trattato costituzionale dell’Unione Europea (UE), che si proponeva di modificare la

struttura istituzionale comunitaria, al fine di semplificare il processo decisionale e conferire all’UE

e alle sue istituzioni maggiori poteri.

Predisposto da una Convenzione sul futuro dell’Europa, istituita nel dicembre 2001 con la

Dichiarazione di Laeken, il primo progetto veniva approvato nel giugno 2003, a Bruxelles; la

Conferenza intergovernativa del giugno 2004 approvava poi una versione consolidata provvisoria,

denominata “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa”, che i capi di Stato o di governo

degli allora 25 paesi membri dell’UE e i loro ministri degli esteri firmavano il 29 ottobre 2004, a

Roma. A tale progetto si fa generalmente riferimento come “Costituzione europea”.

Successivamente, però, il Trattato veniva ratificato solo da 18 paesi (tra cui l’Italia) su un numero

totale di 27 Stati membri. In particolare, i referendum sulla ratifica del Trattato-Costituzione svoltisi

in Francia il 29 maggio 2005 e nei Paesi Bassi il 1° giugno dello stesso anno avevano esito

negativo, mentre il 6 giugno il Regno Unito decideva a sua volta di sospendere il processo di

ratifica a tempo indefinito e altri paesi membri dichiaravano l’esistenza di vari ostacoli alla ratifica.

Ne seguiva la decisione del Consiglio europeo del 21-22 giugno 2007 di abbandonare il progetto di

Trattato-Costituzione, che avrebbe dovuto sostituire, unificandoli, il Trattato di Maastricht

sull’Unione Europea e il Trattato sulla Comunità Europea, e di limitarsi alla revisione di questi

ultimi. A ciò si è provveduto mediante il Trattato firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007 ed entrato

in vigore nel 2009, che, nel modificare i Trattati in vigore, ha recepito molte delle disposizioni

sostanziali della mancata Costituzione.

14. La mancata ratifica della Costituzione europea e il Trattato di Lisbona.

Con la mancata ratifica quindi è stato firmato, il 13 dicembre 2007, il Trattato di Lisbona. Il nuovo

testo modifica sostanzialmente il Trattato sull’Ue (TUE) e il Trattato istitutivo della Comunità

europea. Quest’ultimo viene anche modificato nel nome e diventa Trattato sul funzionamento

dell’Ue (TFUE). Il Trattato di Lisbona entra in vigore il 1° dicembre 2009 con la conseguenza che il

TUE e il TFUE diventano i testi fondamentali, mentre scompaiono i termini Comunità europea e

comunitario per indicare tutto ciò che era collegato con la Ce. Il TUE viene modificato nella

sostanza, ma mantiene lo stesso titolo – Trattato sull’Unione europea – è suddiviso in sei titoli, il

primo, le disposizioni comuni, fanno riferimento ai valori sui quali si fonda l’Unione, un richiamo

ai diritto dell’uomo sui quali si fonda l’Unione e una chiara ripartizione delle competenze fra

Unione e Stati membri. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non è incorporato nei

nuovi trattati, ma resta un testo comunque esplicitamente richiamato.

Il secondo, riguardante le disposizioni relative ai principi democratici, presenta alcuni articoli

relativi alla vita democratica dell’Unione e il principio dell’uguaglianza giuridica dei cittadini, del

diritto dei cittadini e del ruolo dei Parlamenti nazionali nell’ambito dell’Unione.

Il terzo, cioè le disposizioni sulle istituzioni, si occupa delle principali norme che riguardano le

istituzioni europee, in particolare viene evidenziato il ruolo del consiglio al quale è attribuito uno

specifico ruolo istituzionale. Inizialmente era una riunione dei capi di Stato e di governo, nella

quale tuttavia venivano prese le decisioni più importanti per il futuro dell’Ue.

Il TFUE ha un taglio più operativo e raccoglie tutte quelle disposizioni che regolano le competenze

e delimitano il campo di azione dell’Unione.

Nel TFUE sono state inserite molte novità presenti nella Costituzione del 2004. In particolare:

- Sono stati aggiunti nuovi obiettivi (ca 30) che l’Unione europea deve perseguire. Tra questi,

la pace, la piena occupazione, la tutela della diversità culturale, la solidarietà, la coesione e

la protezione dei cittadini

- Sono stati estesi i settori per i quali si può votare a maggioranza qualificata rendendo in tal

modo il processo decisionale più semplice (non più all’unanimità)

- La procedura legislativa ordinaria prevede il pieno coinvolgimento del Parlamento europeo

- La chiara distinzione fra atti legislativi europei e atti non legislativi

- È stata introdotta una clausola di recesso dall’Unione, per cui se uno Stato membro decide di

lasciare l’Unione, lo può fare liberamente seguendo una specifica procedura.

18. Il Consiglio

È l’organo decisionale dell’Unione, il quale condivide il ruolo legislativo e di bilancio con il

Parlamento (art 16 TUE).

Con il Trattato di Lisbona, sia il TUE che il TFUE parlano di questa istituzione come “Consiglio”, e

non più, come era con il Trattato di Maastricht, Consiglio dell’Unione europea.

È un’istituzione di Stati, cioè per ciascuno Stato è presente un membro, il quale può essere un

ministro o un membro della compagine governativa (anche un sottosegretario), abilitato quindi ad

impegnare il proprio governo.

Secondo l’art. 16 il Consiglio si divide in varie formazioni, le quali sono scelte, sulla base dell’art.

236 TFUE, a maggioranza qualificata. Viene scelto quindi l’elenco delle formazioni, fatta eccezione

per la formazione AFFARI GENERALI e AFFARI ESTERI. Vengono scelte poi anche le presidenze

delle varie formazioni, fatta eccezione per quella di Affari generali.

In particolare, la formazione Affari generali si occupa di preparare le riunioni del Consiglio e di

assicurare la coerenza dei lavori delle varie formazioni. Il Consiglio Affari esteri invece elabora

l’azione esterna all’Unione e adotta le linee strategiche definite dal Consiglio europeo.

Essendo un Consiglio di Stati, ciascuno opera secondo i propri interessi nazionali, quindi può

accadere che un voto sia vincolato dalla decisione del governo di uno Stato membro, secondo rigide

istruzioni.

Nella delibera e nella votazione di un atto legislativo, il Consiglio si riunisce in seduta pubblica,

ciascuna seduta poi si suddivide nel momento di delibera di atto legislativo e nel momento di

attività non legislative. Il Consiglio è assistito dal Segretario generale. L’organizzazione interna al

Consiglio, così come il regolamento interno e questioni procedurali vengono scelte a maggioranza

semplice.

La continua necessità di collaborazione fra Consiglio e Commissione ha portato alla creazione del

COREPER, cioè del Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri. Questo si

suddivide in COREPER I e COREPER II. Il primo si occupa di affari di procedura o tecnici, ed è

costituito da ministri, mentre il secondo da ambasciatori e si occupa di affari politici e affari esteri.

Il loro lavoro è indipendente, coordina il lavoro del Consiglio, esegue i compiti che il Consiglio gli

assegna, predispone l’agenda, l’ordine del giorno, organizza comitati permanenti. Esso quindi si fa

portatore degli interessi degli Stati, laddove ne il Consiglio ne la Commissione possono agire.

Dai Trattati si desume che i metodi di votazione del Consiglio siano tre, riservati a determinati

ambiti di applicazione.

La votazione all’unanimità, per esempio, è applicabile in circa 70 casi definiti dai trattati, in

particolare nella armonizzazione delle legislazioni nazionali e delle barriere fiscali.

L’astensione non comporta alcun cambiamento al voto finale, poiché ostacolo ad essa sono soltanto

la presenza di voti negativi. Inoltre, i membri del Consiglio si possono far rappresentare al momento

della votazione, ciò è più difficile che accada, se non nel COREPER o in altri organi creati dal

Consiglio stesso. Tuttavia, il ruolo di questo tipo di votazione è stato notevolmente ridimensionato.

Il voto a maggioranza semplice, secondo l’art. 238 TFUE, ha campo di applicazione molto limitato.

La maggioranza semplice si rifà ai membri componenti del Consiglio, e non a chi è presente alla

seduta al momento della votazione.

La maggioranza qualificata è il metodo di votazione più usato, per esempio viene usato nella

procedura legislativa ordinaria. I voti di ciascuno Stato però non hanno lo stesso peso, bensì il voto

si dice essere ponderato, poiché l’importanza di un voto si basa sul peso politico e sull’importanza

demografica di un Paese nell’Unione.

Secondo il Protocollo sulle disposizioni transitorie allegato al Trattato di Lisbona, fino al 31

dicembre 2014, le deliberazioni per le quali è prevista la proposta della Commissione sono valide se

hanno ottenuto almeno 255 voti, che esprimono il voto favorevole della maggioranza dei membri.

Negli altri casi sono necessari 255 voti, che esprimano il voto favorevole di ameno 2/3 dei membri.

Un voto di astensione potrebbe essere fatale nel creare una minoranza di blocco, cioè il numero di

voti necessari per poter impedire l’adozione di un atto da parte del Consiglio.

Quindi il Consiglio ha poter nell’adottare atti legislativi, nel coordinare le politiche economiche, nel

concludere accordi internazionali tra Ue e Paesi terzi, anche se condotti da Commissione o Alto

rappresentante infatti la decisione finale spetta cmq al Consiglio, approvare il bilancio ed avere un

controllo indiretto sugli accordi dell’unione, promuovendo i ricorsi nei confronti della Corte di

giustizia dell’Ue.

38. La Banca centrale europea e la SEBC

La BCE, come afferma l’art. 13 TUE è un’istituzione dell’Ue. Gli artt. 282-3-4 stabiliscono

composizione e funzioni. La BCE con le banche nazionali (come la Banca d’Italia) costituisce la

SEBC, cioè il Sistema europeo delle banche centrali, retto dagli organi della BCE, cioè il Consiglio

direttivo e il Comitato esecutivo. La BCE ha una sua personalità giuridica, diversa da quella

dell’Unione, ha sovranità monetaria sia a livello Ue che a livello del singolo stato membro. La

sovranità della BCE è passata totalmente nelle mani dell’Unione.

La BCE poi risarcisce direttamente i danni creati da lei stessa o da suoi agenti nell’esercizio delle

loro funzioni, basandosi sui principi generali comuni dell’Unione.

È entrata in funzione il 3 maggio del 1998, a seguito della nomina del Comitato esecutivo, del

Presidente e del Vicepresidente, conduce assieme alle banche centrali nazionali la politica monetaria

dell’Unione e ha il diritto di autorizzare l’ammissione dell’euro.

La BCE è composta da tre organi di governo, di cui uno transitorio. Il Consiglio direttivo è formato

dai membri del Comitato esecutivo e dai governatori delle banche centrali nazionali degli Stati

membri la cui moneta è l’euro. Il Consiglio delibera a votazione semplice sui membri aventi diritto

al voto. In caso di parità, prevale il voto del Presidente. Nel caso in cui non venga raggiunto il

quorum dei due terzi, il Presidente può predisporre una riunione nella quale vengono prese decisioni

senza tenere conto del quorum. Le riunioni del Consiglio direttivo (almeno 10 per anno) si svolgono

in riservatezza, ma tuttavia essa può anche essere resa pubblica.

Il Comitato esecutivo è formato dal Presidente, dal Vicepresidente e da altri quattro membri e tutti

assolvono ai loro compiti a tempo pieno, senza svolgere altra attività, sia essa remunerata e non, se

non su deroga del Consiglio direttivo. I membri del Comitato vengono scelti fra alte personalità con

ampia esperienza nel settore bancario e monetario, dal Consiglio europeo, previa consultazione del

Consiglio direttivo e del Consiglio. Il loro mandato dura otto anni e non è rinnovabile. Ciascuno ha

diritto di voto, deliberano a maggioranza semplice e in caso di parità, prevale il voto del Presidente.

Il Consiglio decisionale poi è un organo a carattere transitorio, destinato a sciogliersi dopo che tutti

gli Stati membri avranno aderito all’euro. È composto dal Presidente, dal Vice e dai governanti delle

banche nazionali; i membri del Comitato vi possono partecipare, ma senza diritto di voto.

La SEBC ha il compito di mantenere i prezzi stabili ed è responsabile, con la BCE, della moneta

unica europea e di preservare il suo potere d’acquisto. Altri compiti sono di definire la politica

monetaria dell’Unione, di svolgere operazioni sui cambi, di gestire le riserve ufficiali in valuta

estera degli Stati membri e di promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento. La

BCE ha inoltre il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno

dell’Unione. Assieme a quelle emesse dalle banche centrali, sono le uniche ad avere valore legale

nell’Unione. Il comitato esecutivo attua la politica monetaria secondo le decisioni e gli indirizzi

stabiliti dal Consiglio direttivo, impartendo le necessarie istruzioni alle banche centrali nazionali. Al

comitato esecutivo poi possono essere dati taluni compiti quando lo decide il Consiglio direttivo. È

responsabile della gestione degli affari correnti della BCE.

19. La Commissione europea

Essa ha ereditato le competenze, attribuite precedentemente con il Trattato di Parigi all’Alta autorità

della CECA e con i Trattati di Roma alla Commissione della CEE e alla Commissione

dell’Euratom. Essa è diventata tale quindi con il Trattato di fusione degli esecutivi del 1965.

È un’istituzione collegiale, per cui ci si riferisce sempre alla Commissione nel suo complesso,

organo esecutivo, che fa eseguire i trattato e gli atti dell’Unione, a tempo pieno, cioè l’incarico di

commissario è incompatibile con qualsiasi altro incarico, è indipendente, poiché i membri scelti non

sono rappresentanti degli Stati da cui provengono.

Secondo l’art 17 TUE quindi la Commissione ha il ruolo di promuovere l’interesse generale

dell’Unione e di adottare iniziative a tal fine, superando quindi il limite precedente di far funzionare

e favorire lo sviluppo del mercato comune.

La procedura di votazione del Presidente e dei membri della Commissione avviene in diverse fasi.

Dopo l’elezione del Parlamento europeo, il Consiglio europeo propone un candidato a Presidente, il

quale viene votato a maggioranza dei deputati. Se non ottiene la maggioranza, il Ce ne sceglie un

altro a maggioranza qualificata, che viene poi votato dal Parlamento secondo la medesima

procedura. Il Presidente, assieme al Consiglio, sceglie i membri della Commissione, i quali sono

presentati dagli Stati membri. Si prevede infatti, un commissario per ciascuno Stato membro.

Infine, la Commissione, il Presidente e l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza

comune vengono approvati NEL LORO COMPLESSO dal Parlamento europeo e solo dopo

vengono votati a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo.

Si tratta di una procedura comunitarizzata a seguito del Trattato di Maastricht, Nizza e Lisbona, al

fine di evitare ogni controllo politico degli Stati membri, ai quali è lasciato solo il compito di

nominare i membri commissari.

Tuttavia, a partire dal 1 novembre 2014, i membri della Commissione, compreso il Presidente e

l’Alto rappresentante, che è vicepresidente, non saranno più pari al numero degli Stati membri,

bensì a 2/3, garantendo comunque un sistema di rotazione in cui prevale l’assoluta parità fra gli

Stati, a meno che non vengano fatte dal Consiglio europeo modifiche specifiche nel numero.

Il ruolo del Presidente è stato notevolmente rafforzato, sia per quanto riguarda la modalità di

votazione, che per il suo ruolo di leadership e cioè di attribuire le funzioni ai commissari. Inoltre,

nomina fra i membri i vicepresidenti e coordina i compiti interni della Commissione. Può chiedere

le dimissioni di un membro, il quale non potrà quindi più esercitare i suoi compiti. Può anche

cambiare le funzioni di un membro nel corso del suo mandato e con il suo accordo, il Consiglio

europeo può dimettere l’Alto rappresentante.

Secondo l’art 245 TFUE i membri della Commissione sono indipendenti, non svolgono alcuna altra

attività, sia essa remunerata e non, se non nei casi di didattica e di ricerca scientifica, non

remunerata; indubbiamente, un tale incarico, che prevede riunioni una volta alla settimana,

nemmeno permetterebbe lo svolgimento di un’altra attività. L’indipendenza è garantita da una serie

di norme che i membri devono seguire, così come gli Stati membri. La Commissione lavora come

complesso e non come individuo ed è composta da individui, non da rappresentanti degli Stati, che

perseguono gli interessi dell’Unione.

La mozione di censura del Parlamento europeo è finalizzato alla dimissione dei membri della

Commissione. Il provvedimento è effettivo solo dopo tre giorni dalla mozione e deve avere almeno

la maggioranza dei due terzi dei voti espressi. Successivamente i membri sono costretti a dimettersi,

così come l’Alto rappresentante si dimette dalle funzioni che ha nella Commissione, e quelli

sfiduciati verranno sostituiti con altri membri, i quali saranno in carica fino alla fine del mandato in

corso.

L’art 246 TFUE regola tutti i casi in cui un membro cessa dalle proprie funzioni. Queste sono per

dimissioni volontarie, d’ufficio, scadenza del mandato (rinnovi regolari) e decesso.

Per quanto riguarda le dimissioni volontarie, queste devono essere presentate in forma scritta al

Consiglio, precisandone le motivazioni.

Le dimissioni d’ufficio vengono fatte quando il membro non soddisfa più i requisiti di nazionalità,

non ne presenti altri necessari o abbia compiuto una colpa grave; esse vengono dichiarate dalla

Corte di Giustizia, su istanza della Commissione o del Consiglio.

Sino alla nomina di un sostituto, il membro continua a svolgere il proprio compito nelle normali

condizioni (lo stesso non vale per la mozione di censura, dove si garantisce solo lo svolgimento dei

lavori di normale amministrazione). Talvolta il Presidente può decidere di lasciare il posto vacante,

laddove la presenza di un altro membro non sia necessaria, specie se la fine del mandato è vicina.

Il membro che sarà scelto avrà stessa nazionalità.

Nel caso delle dimissioni dell’Alto rappresentante, questo viene sempre sostituito per la restante

durata del mandato, come regola l’art 18 TUE.

Inoltre, dopo il Trattato di Lisbona, è entrata in vigore la possibilità da parte di tutti i membri di

dimettersi, come afferma l’art 246 TFUE; questi quindi continueranno a svolgere i compiti di

ordinaria amministrazione fino alla loro sostituzione. DIMISSIONI COLLETTIVE

L’Alto rappresentante è un’altra figura introdotta con il Trattato di Lisbona, la quale è nominata dal

Consiglio europeo, che delibera a maggioranza qualificata previa consultazione con il Presidente

della Commissione.

Svolge le funzioni di ministro degli Esteri dell’Unione e, in quanto Vicepresidente della

Commissione, è incaricato delle relazioni esterne con le risorse umane e finanziarie connesse.

Il regolamento interno attualmente in vigore è quello 2010/138/UE del 24 febbraio 2010, il quale in

allegato porta il Codice di buona condotta nelle relazioni con il pubblico. Il regolamento stabilisce

le linee essenziali della modalità di lavoro dell’organo collegiale.

Al suo interno la Commissione è divisa in diverse unità amministrative, quali direzioni generali e

assimilate, a loro volta articolati in direzioni e le stesse in unità, costituendo quindi la sua struttura

democratica. La Commissione delibera a maggioranza dei voti dei membri, i voti non vengono resi

noti, per evitare fratture e per evidenziare il senso di collegialità delle responsabilità che si

assumono i membri.

Le funzioni della Commissione sono di proposta (o di iniziativa), poiché non dispone di un vero e

proprio potere decisionale autonomo: tuttavia questo potere determina un atto legislativo

dell’Unione in maniera vincolante, poiché per essere emanato da Parlamento e da Consiglio, deve

essere fatta inizialmente una proposta. Per tutti gli altri atti vige la regola di proposta della

Commissione se i trattati lo prevedono.

Altra funzione è quella esecutiva, distinta, sulla base dei trattati, in atti di esecuzioni, funzione

normativa delegata e nell’esercizio delle altre funzioni esecutive.

I primi sono atti meramente esecutivi degli atti giuridicamente vincolanti dell’Ue, in questo caso la

Commissione è sottoposta al controllo degli Stati membri, in quanto sono a questi che comporta

adottare tutte le misure di diritto interno al fine di garantire l’esecuzione degli obblighi derivante dai

trattati e dalla normativa delle istituzioni. Questo tipo di atto è da ritrovarsi nei settori dove vengono

richieste specifiche disposizioni concrete di applicazione (pesca, agricoltura). Dal 1° marzo 2011 è

entrato in vigore il nuovo regolamento delle modalità di controllo da parte degli Stati membri

nell’esercizio delle competenze di esecuzione attribuite alla Commissione. Nell’esercizio di

emanazione di atti di esecuzione, vengono eseguite due procedure, quella consultiva (applicata

come regola generale) e quella d’esame, per atti di esecuzione di portata generale o atti di

esecuzione di programmi con implicazioni sostanziali, politica agricola e di pesca comune,

l’ambiente, la sicurezza protezione della salute. Per questo tipo di atti viene istituito un comitato,

formato dai rappresentanti degli Stati membri e presieduti dalla Commissione.

Il Parlamento e il Consiglio effettuano comunque un’opera di controllo nei confronti del comitato e

possono intervenire di fronte ad atti che eccedono le competenze di esecuzione previste dagli atti di

base. Si procede quindi al riesame e le due vengono informate su come il comitato intende

procedere. Il pubblico può accedere alle info sui lavori del comitati.

I secondi danno alla Commissione il potere di emanare atti non legislativi volti ad integrare o

modificare determinati elementi non essenziali dell’atto legislativo. Tuttavia il Parlamento e il

Consiglio possono decidere di revocare la delega e l’atto delegato può entrare in vigore solo senza

le obbiezioni di Parlamento e Consiglio.

Tutti gli atti emanati dalla Commissione sono quindi chiamati atti delegati.

I terzi prevedono che la Commissione dia esecuzione di bilancio, in quanto è la stessa ad incassare

le entrate, avvii processi di programmazioni annuali e pluriennali per giungere ad accordi

interistituzionali, svolga funzioni di gestione e coordinamento.

Vi è poi la funzione di controllo, che prevede che la Commissione vigili sull’applicazione dei

trattati e delle misure adottate dalle istituzioni. Vigila sull’applicazione del diritto dell’Unione sotto

il controllo della Corte di giustizia.

La funzione di vigilanza può comportare un intervento diretto, se i trattati o i regolamenti

prevedono che essa emani decisioni vincolanti – cioè decisioni direttamente applicabili, o non

vincolanti, cioè le raccomandazioni e pareri; o indiretto, come guardiana dei trattati, quando essa

propone ricorsi alla Corte di giustizia contro Stati e istituzioni che non abbiano rispettato gli

obblighi dei trattati.

Vi è poi la funzione di rappresentanza, per la quale la Commissione rappresenta l’Unione per tutti

gli atti compiuti nell’ambito del diritto interno.

La Commissione poi rappresenta l’Unione anche all’esterno, per la negoziazione degli accordi,

anche se la conclusione degli stesi spetta al Consiglio e insieme all’Alto rappresentante, assicura i

collegamenti fra l’Unione e le Nazioni Unite, nonché con le diverse organizzazioni che ne fanno

capo.

In conclusione, la Commissione, nonostante il suo ruolo sia stato limitato dopo il Trattato di

Lisbona, agisce come motore delle Comunità, in quanto collabora sia al potere legislativo, a quello

esecutivo e a quello giudiziario.

20. La Corte di Giustizia e il Tribunale di primo grado

Denominata Corte di Giustizia dell’Unione europea dopo il Trattato di Lisbona, essa è comprensiva

al suo interno della Corte di Giustizia, del Tribunale e dei Tribunali specializzati.

Essa ha il dovere, secondo l’art 19 TUE, di assicurare il rispetto del diritto nell’interpretazione e

nell’applicazione dei trattati. La sua importanza è aumentata negli anni tanto da istituire un

Tribunale di primo grado, al fine di esaminare alcune categorie di ricorsi di persone fisiche,

giuridiche.

Secondo l’art 251 TFUE e ss. la Corte è costituita da un giudice per ogni Stato membro e da otto

avvocati generali, ma il numero può aumentare su richiesta della Corte e con deliberazione del

Consiglio all’unanimità. Le nomine dei giudici e degli avvocati viene fatta dai governi degli Stati

membri, dopo aver consultato un comitato speciale, il quale si occupa di dare pareri

sull’adeguatezza dei candidati. Il comitato è formato da ex membri della Corte e del Tribunale e

giuristi di nota competenza.

La nomina viene effettuata fra personalità indipendenti e fra giureconsulti di notoria competenza; la

loro carica è di sei anni, ma ogni tre anni si assiste a un rinnovo parziale (ogni volta quattro avvocati

e alternativamente 14 e 13 giudici).

La Corte nomina ogni tre anni il Presidente, che dirige i lavori e le udienze.

Gli avvocati generali, su esempio dell’ordinamento francese, hanno il compito di porsi al servizio

dell’interesse generale del diritto dell’Unione.

La Corte si riunisce in sezioni, composte da tre o quattro giudici o in grande sezione, composta da

tredici giudici, qualora lo richieda un membro o un’istituzione che è parte in causa. La ripartizione

delle cause tra sezioni è decisa dal Presidente sulla base di criteri di massima stabiliti dalla Corte. È

previsto poi per la Corte un Cancelliere, a capo della Cancelleria, che svolge importanti funzioni

giudiziarie (come tenere il registro degli atti processuali e l’assistere alle riunioni della Corte e delle

sezioni) e amministrative (curare la biblioteca, la gestione della contabilità della Corte).

La procedura davanti alla Corte prevede una fase scritta di scambio di memorie fra le parti e una

parte orale, introdotta dalla relazione del giudice relatore.

Le udienze si tengono in forma pubblica, le deliberazioni sono e restano segrete. Le sentenze sono

vincolanti e raramente revisionate, hanno forza esecutiva fra gli Stati membri.

La Corte di Giustizia opera di fronte a casi di inadempimento degli Stati, nel controllo della

legittimità degli atti dell’Unione, nelle controversie fra l’Unione gli agenti di questa, nei ricorsi

contro le sanzioni pecuniarie, nelle controversie riguardanti l’applicazione di atti, adottati in base ai

Trattati, che creano titoli europei di proprietà intellettuale.

Le attribuzioni della Corte sono tassative, al di fuori dei casi espressamente previsti dai Trattati

quindi, la competenza spetta ai giudici nazionali secondo le norme degli ordinamenti ai quali

appartengono.

La sede è a Lussemburgo.

Il Tribunale è compente a conoscere in primo grado alcune categorie di ricorsi ad eccezione di

quelle attribuite a un Tribunale specializzato e di quelle che lo Statuto riserva alla Corte di

Giustizia. È chiamato ad assicurare il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei

trattati. La disciplina del Tribunale è contenuta nell’art 19 TUE e negli artt. 254 e ss. TFUE.

Non vi è un numero stabilito di giudici, il TUE rimanda allo Statuto, il quale ne stabilisce 27. I

membri sono nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri per sei anni, previa

consultazione del comitato (come funziona per la Corte di giustizia). Il Tribunale siede in sezioni

composte di tre o cinque giudici oppure in grande sezione composta da 13 giudici. Si può riunire in

seduta plenaria o può essere un giudice unico a presiedere. Le sezioni non sono assistite da un

avvocato generale, in alcuni casi tuttavia, la presenza è prevista o in taluni casi è prevista la

richiesta formale al Tribunale, che si riunisce in seduta plenaria. La presenza dell’avvocato è

prevista per l’adunanza plenaria e i membri del Tribunale hanno stesse garanzie, privilegi e

immunità dei membri della Corte. I membri del Tribunale eleggono un Presidente, che ha un

mandato triennale rinnovabile, e nominano un Cancelliere.

Il Tribunale ha competenze di conoscere in primo grado nel ricorsi di annullamento, per carenza,

per controversie fra l’Unione e i suoi agenti, per risarcimento danni derivanti da responsabilità

extracontrattuali dell’Unione. Tuttavia sono fatte alcune eccezioni per quei ricorsi la cui

competenza è riservata ai Tribunali specializzati, o alla Corte (come i ricorsi presentati dagli Stati

membri, dalla BCE e dalle istituzioni dell’Unione nelle ipotesi del ricorso di carenza e di

annullamento).

Vi è la possibilità di impugnazione di fronte alla Corte; il riesame è possibile solo per i motivi di

diritto nelle condizioni e nei limiti previsti dallo Statuto. La procedura è similare a quella della

Corte, quindi una parte iniziale scritta con lo scambio di memorie fra le parti, una successiva orale

con l’introduzione del giudice relatore, l’udienza pubblica, le deliberazioni segrete. Per la decisione

della causa è necessario il quorum di tre giudici quando questi sono riuniti in sezione, in adunanza

plenaria di nove. Alle deliberazioni partecipano solo i giudici intervenuti in udienza.

I tribunali specializzati si occupano di conoscere in primo grado alcune categorie di ricorsi, previste

dallo Statuto sulla Corte di Giustizia dell’Ue. Il potere di istituirli spetta al Parlamento e al

Consiglio. Essi deliberano su proposta della Commissione, previa consultazione della Corte o su

proposta della Corte, previa consultazione della Commissione. Deliberano secondo procedura

legislativa ordinaria. L’impugnazione è prevista per motivi di diritto dinanzi al Tribunale e se

previsto dal regolamento istitutivo, anche per motivi di fatto. Il ricorso in ultima istanza non è

previsto, ma nei casi estremi dove è minacciata la coerenza dell’Unione, viene preso in oggetto il

riesame.

Vi è poi un altro organo, istituito nel 2004, il Tribunale della funziona pubblica dell’Unione

europea, che si pronuncia sulle controversie fra Unione europea e i suoi agenti, comprese le

controversie fra organi e personale. È composto da sette giudici, nominati dal Consiglio per sette

anni e scelgono il loro Presidente per tre anni.

21. La Corte dei Conti

È organo di controllo sulla gestione finanziaria della Comunità, istituito nel 1975 con il Trattato di

Bruxelles, insediata nel 1977 nel Lussemburgo. È un’istituzione europea a tutti gli effetti, come si

evince dall’art 13 TUE (a seguito del Trattato di Lisbona). È composto da un membro per ciascun

Stato, i nominativi vengono scelti dagli Stati fra personalità che hanno esperienza nel campo di

istituzioni di controllo esterno, vengono nominati poi dal Consiglio, previa consultazione del

Parlamento europeo, che vota a maggioranza qualificata. La loro carica ha durata di sei anni.

Secondo l’art 238 TFUE la Corte dei Conti ha un potere di controllo sulle entrate e sulle spese

dell’Unione e su ogni organismo creato dalla stessa.

Effettua quindi controlli a livello finanziario e assicura la regolarità della gestione finanziaria e

verifica l’efficacia dei sistemi, quindi la capacità di gestire razionalmente materiali e personali e la

capacità di ottenere ottimi risultati con una determinata quantità di risorse. Svolge poi il controllo

sul bilancio dell’Unione, non solo sui documenti, ma anche in loco, nelle istituzioni, negli organi

dell’Unione, nonché presso gli Stati membri, che sono tenuti a collaborare. La Corte dei conti ha

poi l’obbligo di stesura di una dichiarazione nella quale afferma la legittimità e regolarità delle

operazioni e l’affidabilità dei conti, che poi viene pubblicata sulla GU e può contenere valutazioni

specifiche per i singoli settori.

La Corte dei conti ha poi un potere consultivo, di carattere obbligatorio o facoltativo, cioè in tutti i

casi dove gli venga richiesto un parere. Inoltre la Corte può in ogni momenti presentare il suo parere

in merito a problemi particolari.

Il finanziamento dell’Unione avviene attraverso risorse proprie, come afferma l’art 311 TFUE,

quindi non dipende dai contributi degli Stati membri, come le altre organizzazioni internazionali.

Le risorse proprie sono costituite dai dazi doganali (secondo la tariffa doganale comune e le tariffe

per gli scambi con paesi terzi), dalle risorse di origine agricola (prelievi sulla produzione di glucosio

e di insulina, prelievi sullo scambio di prodotti agricoli con paesi terzi), dalle aliquote prelevate

dall’IVA (di un massimo di 0,50% e ad oggi al 30%)e dall’aliquota prelevata sul prodotto nazionale

lordo (mediante un accordo che prevede il contributo degli Stati membri, nell’ipotesi che le risorse

precedenti non siano sufficienti – per gli anni 2007-2013 è pari al 1.24% sul prodotto nazionale

lordo, tanto da chiamarsi risorsa PIL).

La riscossione di tali risorse viene fatta ad opera degli Stati membri, i quali poi versano le somme

percepite all’Unione e ricevono un rimborso delle spese di riscossione del 25%.

29. Il bilancio europeo

Esso si basa interamente su risorse proprie. I suoi principi fondamentali sono l’unità e la verità di

bilancio, cioè l’atto che prevede e autorizza tutte le entrate e le spese ritenute necessarie dell’Unione

europea dell’energia atomica; l’annualità, cioè tutte le operazioni si devono rapportare ad un

determinato arco temporale; pareggio, cioè le entrate e i pagamenti devono risultare in pareggio;

unità, cioè i pagamenti sono effettuati in euro, fatta eccezione per talune operazioni autorizzate

invece nella valuta nazionale; universalità, quindi spese determinate non possono essere correlate a

entrate determinate e non ci può essere compensazione fra le stesse indicando solo il saldo;

specializzazione, cioè i crediti vanno suddivisi per cause giustificative nel bilancio dell’Unione;

sana gestione finanziaria e trasparenza (il bilancio è anche pubblicato nella Gu).

L’approvazione del documento viene fatta ad opera del Consiglio e del Pe sulla base di una

procedura legislativa speciale. Il bilancio è garantito anche dai controlli sulle entrate e sulle spese

fatto ad opera della Corte dei conti.

Le spese per ciascuna categoria presentano un massimale annuo (stabilito per un periodo di almeno

cinque anni) che va rispettato, al fine di potersi finanziare con risorse proprie, sulla base di un

quadro pluriennale.

Nel caso in cui il bilancio non fosse approvato si passa comunque all’erogazione delle spese

stabilite, ma con due limiti, con cadenza mensile, cioè non potranno superare la soglia di 1/12 dei

crediti regolarmente aperti nell’esercizio del bilancio precedente, ne quella di 1/12 dei crediti degli

importi complessivi fissati nel progetto di esercizio in corso.

22. Gli organi consultivi: il Cese e CdR

Il Cese un organo che assiste il Parlamento europeo, la Commissione e il Consiglio, esercitando

funzioni consultive (300-304 TFUE). È composto dai rappresentanti delle organizzazione dei datori

di lavori, dei lavoratori dipendenti e di altri rappresentanti del settore socioeconomico, civico,

professionale e culturale. 350 è il numero massimo dei componenti, il numero dei componenti

tuttavia viene stabilito dal Consiglio che delibera all’unanimità su proposta della Commissione.

Attualmente i membri sono 344, suddivisi fra i vari Stati a seconda della loro importanza

demografica.

La procedura di nomina avviene ad opera del Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata

adottando l’elenco proposto dagli Stati membri.

Il mandato è di 5 ed è rinnovabile.

Il Presidente e l’Ufficio di Presidenza sono designati fra i membri per due anni e mezzo. Il

regolamento interno è quello del luglio 2002, aggiornato al 14 luglio 2010. Esercitano le loro

funzioni in piena indipendenza negli interessi dell’Unione, quindi non vi deve essere alcun mandato

imperativo. La consultazione può essere obbligatoria se prevista dai trattati o facoltativa e si

concretizza in pareri che non sono vincolanti e vanno emanati nel termine di un mese. Il Comitato

formula anche pareri di sua iniziativa su questioni che meritano una riflessione nei confronti delle

istituzioni dell’Ue e le organizzazioni della società degli Stati membri.

Il CdR è un organo con funzioni consultive nei riguardi della Commissione, del Consiglio e del Pe.

Il Comitato è composto dai rappresentanti delle collettività regionali e locali. Ciò quindi permette

anche agli Stati non organizzati a livello regionale di avere una rappresentanza a livello locale. I

membri devono essere titolari di un mandato elettorale nell’ambito di una collettività regionale o

locale. Il numero massimo dei membri è 350, attualmente il numero è pari a 344, suddivisi fra gli

Stati per importanza demografica. La carica dura cinque anni e il mandato è rinnovabile. Il numero

dei componenti viene scelto dal Consiglio che vota all’unanimità su proposta della Commissione.

La procedura di nomina avviene ad opera del Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata

adottando l’elenco proposto dagli Stati membri. I membri del Comitato non possono essere membri

del Pe.

Il regolamento che è attualmente in vigore è quello del 3 dicembre 2009. Il Presidente e l’Ufficio di

Presidenza sono designati fra i membri per due anni e mezzo. Le riunioni avvengono su

convocazione del Presidente, su richiesta del Consiglio, della Commissione o del Parlamento. La

consultazione può essere obbligatoria se richiesta dal Consiglio, Commissione o Pe o facoltativa se

agisce di propria iniziativa. I pareri non sono vincolanti e i tre possono anche fissare al Comitato un

termine per l’emanazione del parere, non inferiore a un mese.

Il CdR è l’organo di consultazione di tutte le istituzioni dell’Unione.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto dell'Unione Europea, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro consigliato dal docente Diritto dell'Unione Europea, XVIII edizione, a cura di edizioni giuridiche SIMONE.
Si seguono le tematiche principali dell'Unione secondo un tesario preciso, composto da 43 punti - le principali istituzioni Ue, le principali politiche comuni, le libertà interne all'Unione, le organizzazioni del secondo dopoguerra, cenni di storia dell'Unione, TUE, TFUE, Trattato di Lisbona, Agenzie europee, organi consultivi -


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in teorie e tecniche della mediazione interlinguistica
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliac91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Pusillo Edoardo.

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