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Riassunto esame Diritto Romano, prof. Solidoro, libro consigliato Dalla Crisi dello Ius Commune alle Codificazioni Moderne Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto Romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dalla Crisi dello Ius Commune alle Codificazioni Moderne, Solidoro. Gli argomenti sono: ius commune, giusnaturalismo, codificazioni, diritto proprietà, riferimenti sui codici ispirazione giusnaturalista... Vedi di più

Esame di Diritto Romano docente Prof. L. Solidoro

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ESTRATTO DOCUMENTO

progetto definitivo, che fu giudicato troppo ardito in alcuni punti e a stento

applicato dal 1793 solo nella Prussia meridionale e poi in tutto il paese il 1à

Giugno 1794. Il codice rimase in vigore fino al 1900, quando fu abrogato dal

BGB. Nel 1798 furono vietate interpretazioni tese alla rielaborazione del

testo: i giuristi per questo disprezzarono sempre questo codice. Il suo limite

sta nella fede cieca nella ragione, improntata alla diffidenza nei confronti dei

cittadini, e nella presunzione di regolare i rapporti in forza di regole eterne ed

immutabili, attraverso una minuziosa e pedante casistica che tarpasse

definitivamente le ali alla giurisprudenza. Nonostante la struttura coerente,

l’ALR pagò il persistere del particolarismo in merito di status, e inoltre

assumeva un ruolo sussidiario ai diritti locali. Il codice era universale,

conteneva dentro di sé tutto il diritto, ed era fondato sui principi naturali dai

quali derivavano le leggi specifiche. La divisione, come per Pufendorf e Wolff,

era fra diritti reali (compresi obbligazioni e diritto delle successioni) e

associazioni e diritti della comunità (diritto di famiglia e dei ceti). Questo

codice fu assunto come modello da quelli successivi, ma fu anche quello che

pagò di più lo scotto del suo eccessivo attaccamento all’Illuminismo, al

Giusnaturalismo e all’ancien regime, cosa che gli provocò l’astio della scuola

storica: Savigny lo definì un mucchio di spazzatura.

IL CODICE CIVILE FRANCESE [1804]

L’esigenza accentratrice del potere monarchico assolutistico e l’aspirazione

illuministica alla certificazione del diritto come mezzo di tutela dei diritti

soggettivi portarono, in una sorprendente sinergia, al Codice Civile Francese

del 1804. Le idee di base erano la costruzione di una nazione unita e

indivisibile e l’abbattimento dell’antico particolarismo feudale. Il Razionalismo

illuministico spingeva per il primato della legge, la configurazione del codice

come fonte principale del diritto, la separazione dei poteri e fra diritto pubblico

e civile e l’organizzazione piramidale delle corti. La Francia era ancora divisa

in due (meridione romanistico, settentrione germanico), benché unita dal

diritto nazionale. Tramite consolidazioni e prassi giudiziaria, però, i due

“ordinamenti” si andarono lentamente omologando, anche grazie

all’attecchimento del diritto di natura. La crisi giudiziaria pre-rivoluzionaria

portò all’Illuminismo giuridico e all’ideale del diritto nuovo e unitario di

produzione statale, certo, razionale, semplice, completo e autosufficiente. Si

sentì il bisogno di una codificazione che rendesse il diritto dei codici completo

e immune da interpretazioni giudiziali ardite.

Uno degli obiettivi della Rivoluzione era appunto l’unificazione del diritto

civile, con un’attività legislativa riconducibile alla volontà popolare e

l’abbattimento del particolarismo. Nel 1789 fu chiesto dal Terzo stato

all’Assemblea degli Stati Generali di procedere alla codificazione,

raccogliendo materiale romano e nazionale. Con la sostituzione dei tribunali

circondariali ai parlamenti si sancì l’indipendenza della magistratura e

l’organizzazione piramidale della giustizia (con al vertice la Cassazione). Il

progetto di codificazione trovò riscontro nella prima Costituzione

Rivoluzionaria, prevedendo diversi codici per diverse materie di diritto. I primi

codici a vedere la luce furono quello penale (Lepeletier) e di procedura

penale (Merlin). La codificazione civile fu più complicata. Il primo progetto del

1790 fu osteggiato da alcune province e non si ottenne l’abolizione del

feudalesimo ma solo le ineguaglianze fra eredi nella successione intestata.

Successivamente fu chiesto al popolo di dare consigli riguardo la

codificazione, mentre in seno all’Assemblea Legislativa continuavano gli

scontri sul diritto delle persone, anche se fra il 1792 e il 1794 vi furono

disposizioni informate ai principi dell’eguaglianza e della laicità. Nel 1792 la

laicizzazione del matrimonio portò al riconoscimento del divorzio, in caso di

mutuo consenso, di malattie, condanne e per incompatibilità di carattere.

Furono inoltre istituiti gli uffici dello Stato Civile, che ebbero il compito di

registrare nascita, matrimonio e morte, laicizzandolo e togliendolo alle

parrocchie.

Uno dei nodi della legislazione rivoluzionaria fu quello riguardante i diritti reali,

con la tendenza ad abolire le proprietà collettive, la manomorta ecclesiastica

e i privilegi feudali. Il 4 Agosto 1789 nobili e clero a Versailles rinunciarono ai

privilegi signorili e fiscali. Successivamente fu abolito il regime feudale e

furono soppresse immunità, privilegi, servitù personali e manomorta

ecclesiastica. Solo nel 1793 furono però aboliti tutti i diritti di origine feudale e

signorile. Tutte le terre che furono tolte a clero e nobiltà vennero distribuite fra

il popolo, secondo il principio della proprietà privata come diritto naturale

dell’uomo, massima espressione di libertà (Locke), e come tale riconosciuta

dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino: questo portò a una

vera rivoluzione in campo di diritti reali.

Prima di approdare al Codice Civile Francese, vi furono quattro progetti:

PRIMO PROGETTO [1793] [Cambaceres]: 719 articoli divisi in tre libri

dedicati a persone, cose e contratti (come nelle Istituzioni). Recepiva in pieno

le istanze innovatrici rivoluzionarie, con l’abolizione della patria potestà,

l’introduzione dell’amministrazione comune dei beni coniugali, la facilitazione

di adozione e divorzio, potenziamento della successione legittima, con

equiparazione fra figli legittimi e naturali. Il progetto venne giudicato troppo

complicato e prolisso e non vide mai la luce: si salvarono solo poche

disposizioni.

SECONDO PROGETTO [1794] [Cambaceres, Merlin]: 297 articoli divisi in tre

libri dedicati a persone, beni e obbligazioni. SI distaccava molto dal diritto

romano e consuetudinario. Più un prontuario morale di stampo

giusnaturalistico che un codice civile: per la sua genericità, brevità e

incompletezza non fu approvato.

TERZO PROGETTO [1796] [Cambaceres]: 1104 articoli divisi in tre libri su

persone, cose e obbligazioni. Vi fu una rivalutazione del diritto romano nella

rielaborazione del Pothier. Il matrimonio divenne istituzione fondamentale

della società, con rivalutazione della patria potestà come “dovere di

protezione”. Si riebbe la distinzione fra figli legittimi e naturali, che potevano

avere una quota ereditaria pari alla metà di quella dei primi. Il codice non fu

approvato ma l’esaltazione della famiglia restò un punto fisso: Portalis arrivò

a ritenere che si dovesse seguire l’esperienza giuridica romana per questo e

non redigere un nuovo codice.

QUARTO PROGETTO [1799] [Target]: 272 articoli divisi in tre libri su

persone, cose e obbligazioni. Iniziato nel 1798. Inizialmente, l’obiettivo di

Jacqueminot non fu un codice, ma diversi provvedimenti legislativi che in

esso sarebbero poi confluiti. Poi Target portò a compimento la codificazione,

che influì molto sul Codice Napoleone. In materia di diritto personale, fu

reintrodotta la patria potestas, venne istituita la comunione dei beni, con

amministrazione maritale, il divorzio fu concesso ma disincentivato e vennero

differenziati figli legittimi e naturali e venne reintrodotta la facoltà di testare.

La proprietà era concepita da Target come un diritto indissolubile più come

istituzione sociale (contro l’ingerenza dello Stato) che come diritto naturale. Il

progetto non fu mai applicato.

Dopo aver conquistato il potere nel 1799, Napoleone si alleò coi giuristi

affidandogli la responsabilità di gestire l’eredità della Rivoluzione, rinnovando

la legislazione statale, specie attraverso il codice civile. Il primo progetto

compiuto fu quello di Jacqueminot che, rifacendosi al Pothier, compilava 900

articoli nella tripartizione gaiana che rispettavano le esigenze del nuovo

impero, con una rinnovata esaltazione della patria potestas e la concezione di

proprietà come istituzione sociale. Questo progetto ebbe grande influenza

che, insieme alla copiosa attività legislativa contemporanea, traghettò al

codice civile.

La nomina di Napoleone a console temperò si l’estremismo del droit

intermediaire, ma non intaccò la fede nella legge. Napoleone, nel 1800, affidò

a quattro giuristi di diversa estrazione il compito di procedere alla

compilazione del codice civle: trattasi di Tronchet (sensibili al diritto

consuetudinario francese), Bigot de Preamenaeu, Maleville (studiosi di diritto

comune) e soprattutto Portalis (romanista), visto come fautore del codice, a

cui si deve la massima, presente nel Discours Preliminaire al codice, “è

opportuno conservare ciò che non è necessario distruggere”, che segnava un

recupero della esperienza giuridica romana e del diritto consuetudinario

francese nell’inquadramento razionalistico di Pothier, operando una

mediazione fra antico e nuovo. Il progetto incontrò alcuni ostacoli nelle frange

del Corpo Legislativo più legate alla rivoluzione, ma nel complesso, grazie

alle spinte di Napoleone a un diritto chiaro e accessibile, venne approvato e

promulgato nel 1804.

Il risultato si discostò tanto dal diritto romano quanto da quello

consuetudinario, e deve la sua fortuna all’eterogeneità delle istanze sociali in

esso comprese: sebbene reazionario rispetto alle istanze rivoluzionarie,

rimane il primo codice a sancire l’uguaglianza completa dei cittadini. Dopo

che le leggi furono promulgate separatamente, una legge del 1804 le unificò

col nome Codice Civile francese, a cui fu sostituito nel 1808 quello di Code

Napoleon. Il codice civile abrogò tutte le altre leggi in materia, de Preameneu

infatti osservò che il loro vigore avrebbe continuato a spaccare in due la

nazione fra diritto scritto e consuetudinario, affondando il progetto di

unificazione normativa della Francia. Il diritto romano rimaneva valido solo

come ratio scripta, segnando la definitiva conclusione dello ius commune.

CODICE: 2281 articoli, composto da un Titolo Preliminare + Tre libri (diritti

delle persone-diritti reali-acquisto della proprietà).

Titolo Preliminare: 6 articoli di contenuto pubblicistico, contiene i principi di

irretroattività della legge, inderogabilità di leggi riguardanti l’ordine pubblico,

l’obbligo del giudice di giudicare in ogni caso, divieto magistratuale di

emettere pronunzie con carattere generale. Le ultime due norme sancivano il

ritorno di un seppur minimo potere discrezionale del giudice, purchè si

contenesse nei limiti posti dalla legislazione e non sfociasse in una creazione

di diritto. Queste norme di raccordo fra il Codice Napoleone e la restante

parte dell'ordinamento Statale segnalano un primato della codificazione civile

che rappresentava una positivizzazione razionale del diritto naturale,

all'interno della quale i giudici si sarebbero dovuti muovere per risolvere i casi

concreti.

Diritti delle persone: Si dovette assolvere al compito di riformare alcuni istituti,

quali la proprietà, per renderli attuali incentivando la tutela della libertà del

cittadino. Viene innanzitutto stabilito il principio dell’uguaglianza di tutte le

persone di fronte alla legge, che qualificò i cittadini come soggetti giuridici,

mentre prevedeva norme particolari per gli stranieri. Non è ancora presente

nel Codice il concetto di personalità giuridica e quindi non sono disciplinate le

fondazioni private. In tema di matrimonio, concependo la famiglia come fulcro

dello Stato, furono fatte salve le norme riguardanti la laicizzazione, mentre

diversa sorte ebbero quelle riguardanti il divorzio, che fu ostacolato con la

riduzione delle cause da sette a tre e con l’istituto della separazione. La patria

potestà tornò ad essere dotata di ampi poteri, la donna fu sottoposta alla

tutela maritale con obbligo di obbedienza e i figli naturali persero la capacità

di succedere.

Diritti reali: L’idea di proprietà come diritto naturale o diritto dell’uomo nella

società attecchì nel Codice Napoleone. Una volta scardinati i particolarismi

feudali e di servitù prediali, il modello di proprietà del codice fu quello della

proprietà mobiliare romana, individuale, unitaria, compatta e tendenzialmente

assoluta, nell’esposizione di Pothier. L’Art. 544, dunque, recita: “La

proprietà è il diritto di godere e di disporre delle cose nella maniera più

assoluta, purché non se ne faccia un uso proibito dalla legge o dai

regolamenti”. Ma questi “paradisi proprietari” richiamati dall’art. 544 subivano

un ridimensionamento complessivo nel codice: innanzitutto l’articolo non dava

una definizione di proprietà, ma costituiva più che altro un manifesto

ideologico. Il proprietario era obbligato a cedere i beni allo stato previo

pagamento di indennità (art. 545). Ciò subordinava di fatto la legge ai

regolamenti amministrativi. Il riconoscimento di un modello proprietario in cui

nascosti dominano le limitazioni e il frazionamento segna un latente ritorno al

modello feudale dei plura dominia. La classe sociale che si intendeva

salvaguardare appariva quella dei piccoli proprietari. Inoltre non viene definita

la “cosa”, che solo per interpretazione estensiva fu applicabile anche alle res

incorporales. Per quanto riguarda i modi d’acquisto della proprietà, si

aggiunse la conclusione del contratto di alienazione. Mancò però del tutto un

libro fondiario. In materia possessoria, il codice civile tace, per timore di

reintrodurre forse forme multiple di proprietà: spettò alla Scuola dell’Esegesi

introdurre una tutela del possesso. L’art. 2279 (recependo l’idea di Bourjon)

sancì che possesso vale titolo, a meno che la cosa non fosse rivendicata dal

proprietario entro tre anni dalla perdita/furto. Ciò favorì la circolazione dei

beni mobili e il trasferimento di proprietà. In materia di responsabilità

extracontrattuale, l’articolo 1382 prevede che qualunque fatto dell’uomo che

arrechi danno ad altri obbliga colui per la colpa del quale è avvenuto a

risarcire il danno. Grazie all’indeterminatezza della nozione di colpa, il settore

della responsabilità civile si è enormemente evoluto, sviluppando il

delineamento dei singoli diritti soggettivi non contemplati dal codice. La

Scuola dell’Esegesi delimitò la portata dell’articolo ritenendo che la colpa da

esso prevista fosse tale solo per illeciti previsti da altre norme, il che qualificà

l’art. 1382 come norma secondaria.

Acquisto della proprietà: in materia testamentaria, il trasferimento di beni era

attuabile solo mediante legato, che escludeva dalla successione i figli

illegittimi: fu abolito totalmente il maggiorascato e i figli furono parificati di

fronte alla legge. In materia contrattuale, ex art. 1134, venne nettamente

privilegiata la libertà individuale, consistente nell’abolizione di ogni tipicità

contrattuale e nell’identificazione del consenso come elemento essenziale ai

fini della validità della transazione, oltre al rispetto dell’ordine pubblico e del

buon costume. In materia di equità sostanziale, il codice non recepisce la

teoria dello iustum praetium né sanziona la laesio enormis se non in due

circoscritti casi. Per quanto riguarda le condizioni di validità del contratto, una

è la liceità della causa: l’art. 1133 specifica che la causa è illecita se contraria

alla legge, al buon costume e all’ordine pubblico, ma non specifica questi

ultimi due criteri, che si prestano quindi a qualsiasi interpretazione. Il codice

Napoleone in sostanza recepisce il principio consensuale (in forza del

quale il consenso è sufficiente a perfezionare certi contratti) e il principio

consensualistico (che sancisce l’efficacia reale del contratto, ex. Art. 1138).

Per Scuola dell’Esegesi si intende quell’orientamento dottrinale sorto dopo

la promulgazione del codice secondo il quale, rifacendosi al dogma della

completezza del Codice Civile, il compito del giurista si risolve

essenzialmente nel cercare nella legge scritta la norma che regoli il caso

concreto in esame. L’interpretazione del giurista si limita quindi alla ricerca

della volontà del legislatore. Questo è un prodotto della razionalizzazione del

diritto positivo, che ha in sostanza eliminato l’esigenza dell’interpretazione

creativa giurisprudenziale, dovuta all’incoerenza concettuale dei vecchi

ordinamenti. Tuttavia, la Scuola dell’Esegesi non fu un orientamento acritico:

infatti gli esegeti, nel loro operato, constatata l’incompletezza del Codice,

preferirono (pur proclamando il contrario) più che ricercare la volontà del

legislatore, interpretare la volontà del legislatore storico: da qui l’attenzione al

problema dell’aequitas e l’apprezzamento del Savigny. Le lacune del Codice

Napoleone furono quindi colmate guardando alla tradizione romanistica.

CODICE CIVILE FRANCESE OLTRE LA FRANCIA

Il Codice Napoleone è in Francia ancora vigente. A tutt’oggi è il codice che

più di tutti ha influenzato l’ordinamento giuridico di tutto il globo. Da

Napoleone, il Codice fu applicato in tutto il territorio dell’Impero, quindi anche

in Italia e Germania, dove ebbe un grande impatto sulle menti della

popolazione. In Italia, fra il 1796 e il 1799, furono promulgate leggi ispirate a

quelle rivoluzionarie francesi, mentre nel 1798 non ebbe esiti pratici un

progetto di codificazione del Daunou ricalcato, con rispetto delle tradizioni

italiane, sul terzo progetto del codice civile francese. Nel 1802 Alberto De

Simoni elaborò il progetto di un Codice Italiano, ricalcato anche sulla

tradizione romanistica locale (matrimonio civile valido, divorzio solo in cause

circoscritte ecc…), che non avesse il dogma della completezza ma fosse anzi

in posizione quasi sussidiaria al diritto comune, ma non ebbe successo a

causa della nascita del Regno d’Italia che segnò la vigenza del Codice

Napoleone anche in Italia. Dell’opera di traduzione (in italiano e latino) si

occupò il De Simoni, e il risultato non fu ineccepibile: rispetto al testo

francese, fu proposta la modifica di alcune discipline, come quella della

comunione dei beni come regime standard, quella del divorzio, inammissibile

per i matrimoni celebrati con rito religioso, e la conservazione di enfiteusi e

censo. Tuttavia Bonaparte non recepì questi rilievi, vietati dallo Statuto del

Regno. Quando nel 1806 divenne vigente il Codice, abrogò tutte le leggi

precedenti, di qualsiasi natura. Alla morte di Napoleone nel 1814, il codice

venne abolito ovunque (nel Lombardo-Veneto fu sostituito dal CC Austriaco).

Il codice venne applicato, nel 1809, anche nel Regno di Napoli, dopo una

strenua ma vana resistenza di Murat sul divorzio, che invece Napoleone

impose. Anche qui il codice ebbe carattere abrogativo. Il Codice Civile

Francese dispiegò la sua influenza in tutta Europa e sulle successive

codificazioni italiche (Codice delle Due Sicile, 1819, Codice Civile del Ducato

di Parma e di Piacenza, 1820). Il Codice Civile del Regno di Sardegna del

1837 invece recepì elementi di novità che si sarebbero poi esplicati nei codici

post-unitari, innanzitutto sancendo i principi fondamentali dell’ordinamento

come criteri guida per magistrati e il riconoscimento della proprietà

immateriale. Particolare importanza riveste il Codice Pisanelli post-unitario

(1865). Anche questo, come i precedenti, fu pesantemente influenzato dal

Codice Civile Francese e non da quello reazionario Austriaco per chiari motivi

politici. La Scuola dell’esegesi aveva attecchito in Italia, e c’erano spinte per

applicare direttamente il Codice Napoleone nel territorio. Invece l’opera,

divisa in tre libri come l’altra, risultò comunque di fatto, negli ultimi due libri,

una traduzione di quello francese, mentre per quanto riguarda il diritto

personale si affermò l’indissolubilità del matrimonio, comunque civile, per

effetto della Restaurazione. L’opera era essenzialmente composta dal

vecchio diritto comune. Il Codice Pisanelli perse rapidamente consensi per

effetto della nascente questione sociale e la diffusione dei metodi pandettistici

tedeschi. Il Codice Civile Francese, intanto, fu modificato dal 1880 in poi con

una nuova legislazione che permise il divorzio, affievolì la patria potestà,

diede più ampio riconoscimento dei diritti successori e abolì la potestà

maritale. Si cercò anche di limitare l’assolutezza della proprietà. Dal 1960, fu

rivoluzionato totalmente il diritto di famiglia. Il Codice Civile Francese è a

tutt’oggi il più prestigioso a livello europeo.

IL CODICE CIVILE GENERALE AUSTRIACO [1812] [ABGB]

Nel 1749 una riforma dell’ordinamento austriaco istituì una corte centrale

sovraordinata, il Supremo Tribunale di Giustizia. Per il suo funzionamento, e

grazie alle spinte assolutistiche, era necessaria una unificazione legislativa,

che l’Imperatrice Maria Teresa commissionò nel 1753 a Joseph Azzoni, che

doveva essere redatta in lingua latina e basarsi sul diritto romano-comune e

su quello di ragione. Il risultato fu il Codex Theresianus del 1766, che fu

respinto dal Consiglio di Stato in quanto troppo voluminoso (gli va dato merito

di essere il primo codice a distinguere fra istituzioni di diritto privato e

pubblico). La stesura di un nuovo codice, stavolta su basi giusnaturalistiche,

fu avviata nel 1772 e affidata a J.B. Horten. Nel frattempo l’Imperatore

Giuseppe II emanò norme ispirate al liberalismo che sancirono l’uguaglianza

dei cittadini e la laicizzazione del matrimonio, e l’indipendenza giudiziaria. Il

Codice Giuseppino che ne risultò nel 1786 rimase incompleto per motivi

politici e constava di un filtraggio giusnaturalistico del precedente. Nel 1790

Leopoldo II affidò i lavori a Martini, notoriamente reazionario, che virò di

nuovo verso il diritto romano e temperò la carica eversiva del diritto francese

con un maggior riconoscimento dei poteri del sovrano e il permanere di statuti

di nobili e clero. Il progetto fu poi sottoposto al vaglio di numerose

commissioni e vide la luce come “Progetto preliminare”. Nel 1801 Francesco I

affidò la modifica del progetto Martini al suo allievo Von Zeiller, Kantiano, che

permeò il diritto dei valori della giustizia naturale e lo distaccò dalla morale.

Alla fine, dopo vari respingimenti, il progetto vide la luce nel 1812 col nome di

Codice civile generale per i territori ereditari tedeschi della Monarchia

austriaca e abrogò tutto il diritto preesistente. Il codice era figlio del

giusnaturalismo razionale e recepiva diritto romano, germanico e

consuetudini locali. Influì moderatamente anche il Codice Napoleone.

Sanciva la libertà dei cittadini e il riconoscimento dei loro diritti. L’ideale di

soggetto giuridico del codice è quello del lavoratore che fa leva sulle proprie

forze sul piano economico e funzionò da propulsore della vita economica del

paese. Recepisce i criteri dell’equità e dell’uguaglianza, non ha valore

retroattivo e riconosce la propria lacunosità e indica in analogia, consuetudine

e diritto naturale le sue fonti sussidiarie (l’interpretazione deve tuttavia

limitarsi a ricercare la volontà del legislatore e non ha valore di legge).

CODICE: 1502 paragrafi, 3 libri: Diritto delle persone, diritto delle cose,

disposizioni comuni al diritto delle persone e diritto delle cose.

Diritto delle persone: vengono riconosciuti diritti innati ai soggetti: viene

abolita quindi la schiavitù e vengono parificate tutte le religioni. In tema di

commorienza, alla “presunzione di premorienza” si sostituì l’ipotesi che,

quando un effetto giuridico dipende dalla sopravvivenza di una persona a

un’altra, queste si devono considerare morte nello stesso momento, senza

trasmissione di diritti. In tema di matrimonio, prevale la libertà (al contrario del

Codice francese), ma permane la patria potestà fino a ventiquattro anni. Il

divorzio è previsto solo per cristiano non cattolici per gravi motivi e tra ebrei

secondo le loro usanze. Viene vietato il matrimonio fra cristiani e non cristiani,

si può diseredare il figlio non cristiano e il regime dei rapporti patrimoniali è

quello dotale.

Diritto delle cose: La proprietà comprende sia le cose corporali che

incorporali, dunque anche successioni e obbligazioni. Dopo tale novità,

sancisce però la scissione fra dominio utile e diretto, richiamando

esplicitamente il regime feudale. La componente romanistica si fa sentire in

merito agli altri diritti reali. In materia di obbligazioni, è riconosciuto il

principio consensuale ma non quello consensualistico: gli effetti reali

dipendono dalla consegna materiale del bene per i beni mobili e dalla

registrazione immobiliare per i beni immobili. In materia di successione, il

fedecommesso serve per privilegiare le classi sociali superiori con

l’inalienabilità del patrimonio dal casato. Ritorna il maggiorascato.

Diritti comuni ai diritti delle persone e delle cose: primo tentativo organico di

codificazione di una parte generale del diritto, mediante principi generali e

astratti, che avrà molta influenza sulla successiva pandettistica.

In definitiva, lo spirito del codice, a differenza di quello francese, è quello di

sancire principi generali, da cui far discendere principi particolari di ogni

materia. L’esigenza di semplificare le disposizioni di diritto è soddisfatta

dall’intervento del legislatore, mentre il giudice deve applicare le disposizioni.

Questo assegna un ruolo maggiore alla giurisprudenza rispetto al Code

Civile, grazie al riconoscimento dei “principi naturali” come diritto sussidiario

che hanno permesso al diritto di evolversi col tempo. I principi di diritto

naturale vennero considerati non quelli giusnaturali ma romano-comuni e ciò

permeò il codice di diritto romanistico. Con la successiva pandettistica, fu

criticata l’infedeltà del codice al diritto romano, riaffermato con forza. Il codice

civile austriaco è vigente tutt’ora.

Il Codice Austriaco fu applicato in molte zone europee, fra cui l’Ungheria, la

Polonia e anche il Trentino Alto-Adige e il Venezia Giulia (che infatti ancora

conservano il sistema tavolare della prescrizione immobiliare). In Italia

complessivamente attecchì poco e gli fu preferito il modello francese. Il

motivo dello scarso successo è la minore carica ideologica rispetto al modello

francese: non recepisce neanche la sovranità popolare. L’indirizzo

Pandettistico lo ignorò. A tutt’ora è vigente in Austria, seppur pesantemente

rimaneggiato.

CONCLUSIONI: Le tre codificazioni di stampo giusnaturalista erano

improntate alla felicità collettiva e sul riconoscimento dei diritti civili universali.

Inoltre, erano espressione di un legislatore assolutista tendente ad annullare

il ruolo della scienza giuridica. I principi da essi sanciti furono due: il

riconoscimento della soggettività giuridica a tutti i cittadini e la divisione dei

poteri. Non ebbero invece contenuti del tutto nuovi, se si eccettua la materia

civilistica in tema matrimoniale. Ed era preciso intento dei legislatori

“risistemare materiale preesistente”. Ma il razionalismo con cui questo

materiale fu inserito nei codici crearono elementi di novità dovuti al loro

collocamento in rapporto alle altre norme. La certezza del diritto, benché

perseguita come valore, è impossibile da realizzare, e infatti neanche il tanto

apprezzato codice napoleone riuscì a fare a meno di una dose seppur piccola

di mediazione giurisprudenziale. La differenza fra codice francese e austriaco

sta proprio in questo; nel primo le norme sono viste come norme-comando,

nel secondo come norme-principio, che prevedevano un’estensione del ruolo

dei giuristi, aprendo quell’amore per la categorizzazione e la ricerca dei

principi che caratterizzerà la Scuola Storica.

CAPITOLO 5: LA RIAFFERMAZIONE DELLA SCIENZA ROMANISTICA

Nei paesi europei non organizzati nella forma di Stato nazionale, il diritto

consuetudinario continuava ad avere la prevalenza. Alcune correnti di

pensiero svilupparono un rifiuto verso l’idea di stato monopolista dell’attività

legislativa, d’impaccio alla giustizia sostanziale. Le idee Kantiane di

appartenenza della morale alla sfera personale e di ricerca della libertà

individuale fecero apparire taluni ordinamenti eccessivamente oppressivi.

Tutto questo, in Germania, divisa in trentanove Stati, attecchì permettendo la

nascita della Scuola Storica del Diritto, nella ricerca di uno ius commune di

stampo romanistico, senza però l’aspetto dogmatico caratterizzante quello

medievale. Edward Gibbon, con la sua opera “Decline and fall of the Roman

Empire”, analizzò gli istituti romani in relazione al contesto sociale odierno e

individuò nel periodo classico il sistema più proficuo di produzione di diritto,

affidato interamente al ceto dei giuristi, rafforzati dall’autorità imperiale.

L’opera si presentava in una chiara prospettiva antilegislativa. Sul piano

pratica una rivalutazione del diritto romano fu portata avanti dalla Scuola

Storica tedesca, con lo scopo dell’unificazione legislativa mediante dottrina e

insegnamento universitario.

Friedrich Carl Von Savigny (1779-1861) è ricordato come il fondatore della

Scuola Storica del diritto. Figlio di famiglia nobile, coniugò una visione

strettamente conservatrice (da qui l’avversione per la rivoluzione e il

giusnaturalismo) con una marcata accentuazione liberale. Egli cercò di

risollevare le sorti della scienza giuridica del suo tempo che, dopo la

svalutazione del giusnaturalismo e del diritto comune, era praticamente

inesistente. Per farlo si pose l’obiettivo di migliorare il diritto vigente attraverso

un rinnovamento culturale della scienza del diritto romano-comune, con la

storia del diritto relegata a una funzione ausiliaria rispetto alla dogmatica.

L’obiettivo era sottoporre l’ordinamento nazionale a una trattazione storica e

poi integrare i risultati con una trattazione filosofica. Savigny, nel trattato

“Diritto del possesso”, qualificò quest’ultimo come una manifestazione della

volontà umana. L’interesse dello storico era quello squisitamente pratico di

risolvere la situazione dei contadini, ancora vincolati alla terra secondo la

concezione del colonato tardo-imperiale. Lo fece tramite il recupero del diritto

romano classico, che considerava i coloni come affittuari di status libero,

anche se questa visione attecchì poco nell’immediato. Per quanto riguarda

possesso e proprietà, Savigny si rifece alle analisi dell’Umanista Ugo Donello,

che in tema di proprietà e diritti reali recuperò il diritto romano classico

spurgandolo di tutte le successive modificazioni. Egli ritenne che la proprietà

fosse unitaria e quindi non divisibile in utile e diretta, e cercò dunque di

qualificare la situazione dei vassalli medievali come di titolari di altre forma di

appartenenza (usufrutto, servitù prediali, enfiteusi). Ma l’usufrutto si limitava

alla vita dell’usufruttuario: da qui l’abile capovolgimento che portò a

considerare il vassallo proprietario e il feudatario titolare di una servitù. In

sostanza, Donello unificò per la prima volta tutti i diritti reali non coincidenti

con la proprietà come diritti reali su cosa altrui, tesi a limitare il diritto del

proprietario. Questa concezione fu trasfusa nel codice civile francese ed ebbe

un largo impatto sulla Scuola Storica.

Nel 1814 Savigny e Eichorn fondarono la “Rivista per una scienza storica del

diritto”, che espresse l’esigenza di una scienza del diritto storicamente

fondata e accolse trattazioni di tipo dogmatico ma non con risvoluti pratici.

Nello stesso anno fu pubblicato il “manifesto” della Scienza Storica del Diritto.

Era la replica a un saggio di Thibaut che esortava la codificazione tedesca

come mezzo di uscita dalla crisi del diritto e di unificazione legislativa. Per

Savigny le codificazioni invece snaturavano il carattere storico del diritto, visto

come un processo in continua evoluzione, cristallizzandolo. I materiali del

diritto non dovevano venire in alcun modo destoricizzati, ma compresi in base

alla loro radice storica. Il diritto doveva dunque svilupparsi traendo origine dal

sostrato sociale: con la codificazione si distruggeva lo spirito del popolo. La

prospettiva giusta dell’applicazione del diritto era invece quella storicistica,

volta ad attualizzare il materiale giuridico offerto dalla storia. Alcuni videro, nel

disprezzo di Savigny per i codici di matrice giusnaturali, l’intento di

conservazione degli interessi feudali. In sostanza, il diritto doveva promanare

dalle consuetudini. Spettava poi al diritto dotto di giuristi e giudici sostanziare

lo spirito del popolo, che andava sistematizzato scientificamente attraverso

il riconoscimento di un percorso storico organico in continua evoluzione.

Bisogna certo specificare che per Savigny lo “spirito del popolo” si constava

nella tradizione culturale rappresentata dal ceto dei giuristi, che soli, per le

proprie conoscenze tecniche, potevano interpretare il percorso storico del

diritto, analizzando quindi anche il diritto romano. Questa concezione segnò il

primato della scienza del diritto sulla legislazione statuale. Savigny esaltò il

ruolo del diritto romano sia perché lo considerava diritto tedesco vigente in

quanto recepito “per intrinseca necessità” per via consuetudinaria, sia perché

apriva le porte a una internazionalizzazione del diritto (come era già accaduto

per lo ius commune). Nonostante la preferenza per la purezza del diritto

romano classico, per una concezione scientifica del diritto il Savigny

raccomandava lo studio del diritto giustinianeo, pur riconoscendo che “quel

che resta materialmente del diritto romano è di natura così generale che vi si

potrebbe arrivare col semplice buon senso”. Accanto al diritto romano si

doveva studiare anche quello nazionale, appartenente alla storia giuridica

presente. In sostanza l’obiettivo era rimandare la codificazione e nel

frattempo edificare una scienza giuridica tedesca gettando un ponte fra

passato e presente con particolare attenzione alla recezione del diritto

romano. Così il progetto del Thibaut (democratico) fallì sia per il

particolarismo tedesco che per le critiche mossegli da Savigny (conservatore,

rappresentante della cultura aristocratica e di una cultura giuridica

transnazionale). La storia diede ragione ad entrambi: Savigny preparò,

attraverso una coerente sistemazione dogmatica del diritto, il terreno alla

successiva codificazione, che senza di lui non sarebbe stata possibile.

Savigny pubblicò, successivamente, due opere esemplificative per quanto

riguarda la sua concezione della tradizione romanistica: la “Storia del diritto

romano nel medioevo” del 1815, nel quale compie un excursus storico per

seguire tempi e modi di sopravvivenza dell’ordinamento romano nella storia

medievale, sopravvivenza dovuta alla tradizione culturale dei popolo, e il

“Sistema del diritto romano attuale” del 1839, che indicava, su basi filosofiche

e storiche, il diritto romano come unico fondamento dell’analisi dei rapporti

giuridici privati, finalizzato alla fondazione della scienza del diritto. Insomma,

lo studio del diritto romano non rappresentava l’asservimento passivo ad

un’autorità ma il disvelamento di quanto di quell’ordinamento ancora

permaneva nel diritto attuale, magari anche con lo scopo di abrogare norme

inattuali, ricollegandosi a un glorioso passato e al diritto di altre nazioni.

Questo comportò però un allontanamento fra teoria e pratica, anche se lo

stesso Savigny poi partecipò praticamente a molte decisioni del governo

prussiano, senza tradire le sue idee. La contraddizione della Scuola Storica

fu che, nonostante si basasse su uno studio storicistico, tendesse a “tradire” il

dettato originale romano per applicare alcune disposizioni nel presente, ad

esempio adottando termini tecnici di nuova formazione.

Savigny era essenzialmente un romanista, studiava il diritto romano nelle sue

applicazioni medievali, ammirava i Glossatori e rimproverava ai

Commentatori il tradimento del diritto romano. Coi metodi della scuola culta,

per comprendere il Corpus Iuris studiò anche diritto romano arcaico e

classico. L’esperienza romana veniva studiata dal Savigny come veicolo di

unificazione del diritto privato tedesco, lo strumento più idoneo alla

rifondazione di una scienza del diritto vigente storicamente orientata. Savigny

scoprì la “storicità del diritto”, nell’individuare nel diritto romano il fulcro delle

tradizioni giuridiche di tutta l’Europa. Così, il Corpus Iuris era studiato non in

prospettiva filologica ma pratica, senza interesse per la prospettiva diacronica

del diritto ma con l’unico intento di trovare nella codificazione giustinianea

quanto fosse ancora utilizzabile. Ma questo portò a delineare un diritto

romano, risultante da un appiattimento antistorico di diritto classico e

giustinianeo, che non aveva avuto mai vigore, e questo tradì le premesse

della Scuola Storica. Gli studi si orientarono esclusivamente sul diritto privato,

e negarono rilevanza a tutta la tradizione romanistica medievale. Questo fu

un ulteriore tradimento della prospettiva storica del diritto che ebbe

ripercussioni fatali su tutta la dottrina successiva, che negò rilevanza

all’evoluzione dei principi giuridici per tutto il medioevo. Tutto questo portò a

una rivalutazione degli studi romanistici in una prospettiva pratica.

L’obiettivo di Savigny era fondare una scienza del diritto che non si basasse

su giudizi a priori (inesistenti per Kant) ma sul dato del diritto oggettivo: da qui

il disprezzo per il giusnaturalismo e la preclusione del Positivismo giuridico,

del quale è un esempio l’estensione della personalità giuridica ad enti

immateriali. Col giusnaturalismo condivideva l’impianto sistematico razionale

e il metodo deduttivo, che produceva un Proferrorenrecht avulso dalla pratica.

Fu assimilato il sistema delle pandette. Come i giusnaturalisti, anche Savigny

partì da una parificazione del diritto romano agli altri, seppur con presupposti

diversi, per approdare poi a una sua esaltazione. In comune ci fu

l’accettazione Kantiana dell’ordinamento non coincidente con la morale, ma

che ne permettesse l’attuazione, e ciò diede luogo a una identica concezione

dei valori liberali della libertà e uguaglianza con tutto ciò che ne consegue,

come la configurazione del negozio giuridico come espressione della

personalità umana. Esigeva dunque individuare strumenti idonei a individuare

un nesso logico fra tutte le norme dell’ordinamento. Le figure di rapporto

giuridico (istituente legame di reciproca dipendenza tra singoli diritti) e di

istituto giuridico, col primo dipendente dall’esistenza del secondo e ad esso

riconducibile resero possibili la riconduzione all’interno degli assiomi così

posti le regole giuridiche e le discipline di dettaglio. Nel sistema bisognava

operare nella consapevolezza del collegamento sistematico di tutti gli istituti

giuridici. Questo condusse a una concezione dell’ordinamento come forza

espansiva, capace di produrre dogmi, e questa configurazione presupponeva

il primato della giusirprudenza. La concezione dell’ordinamento del Savigny

era riconducibile in ultima analisi ad una unità armonica, che contenesse al

suo interno rapporti ed istituti giuridici collegati l’uno all’altro, e l’essenza del

metodo sistematico era appunto l’individuazione di questi rapporti e

connessioni.

Il Savigny, dunque, riteneva che ogni rapporto giuridico esprimesse una

forma di dominio. Questo principio fu importante per l’evoluzione della

categoria delle obbligazioni, sulla scia di Grozio, che le aveva ritenute forme

di “dominio su comportamento altrui”. Savigny, elaborando un diritto

patrimoniale omogeneo, concepì le obbligazioni come “rapporto di dominio

sopra un singolo atto di una persona”, e l’insieme di questi rapporti giuridici lo

definì commercio. Questo portò alla concezione dell’obbligazione come

“momento di passaggio” per l’acquisto del dominio, e ciò contribuì alla visione

organica dell’ordinamento. Una volta collocati l’individuo e la proprietà al

centro del sistema giuridico, e assunti quali strumenti operativi l’istituto e il

rapporto giuridico, Savigny non andò oltre.

Nel 1840, la Scuola Storica si spaccò in due: alla componente romanistica si

contrappose quella germanica, che considerava il diritto romano come un

virus che aveva infettato la tradizione giuridica autoctona. Essi

contrapponevano, esaltandolo, lo spirito di socialità dei diritti germanici

all’egoismo individuale romano di matrice borghese. Rispetto al ramo

romanistico, il ramo germanico della scuola del diritto non si soffermò sul solo

diritto privato ma anche su quello pubblico e, molto proficuamente, sul

Partikularrecht e sul diritto commerciale. Fondatore del movimento può

essere considerato Eichorn, il quale spinse per la sistematizzazione del

diritto germanico. In ambito commerciale, il ramo germanistico ebbe

immediatamente il monopolio, anche per un suo minore isolamento nei

confronti della realtà sociale, e influenza ancora oggi gli istituti commerciali di

tutta Europa. Quando la Germania fu unificata, ai Pandettisti, che ritenevano

impossibile prescindere dal diritto romano per l’edificazione di un diritto

unitario, si contrapposero Beseler e Von Gierke. Il primo ritenne la ricezione

del diritto romano una catastrofe per la Germania, in quanto aveva

allontanato il diritto dei giuristi dal diritto del popolo: invece, bisognava

recuperare la socialità del diritto, togliendone il monopolio alla tradizione

storica: queste concezioni, che avrebbero caratterizzato l’evoluzione giuridica

del XX secolo, lo allontanarono definitivamente dalla Scuola Storica. Anche

Von Gierke si mosse sulla stessa linea, avversando le tecniche

Pandettistiche ed esaltando l’aspetto collettivo del diritto. Viene ricordato

soprattutto per l’ispirazione al Genossenschaft, figura di corporazione fondata

su di un corpo organico di individualità collegate: l’ente collettivo venne

dunque interpretato come corpo organico, il che permise di considerare la

personalità giuridica delle corporazioni senza ricorrere a fictio.

Nel frattempo, all’interno dell’indirizzo romanistico, cominciarono ad avere

importanza correnti “antiquarie” che non osservarono storicamente il diritto

ma lo studiarono in maniera filologica e senza scopi pratici. Il Goeschen

individuò e pubblico le Istituzioni di Gaio, il Mommsen pubblicò una Storia di

roma e edizioni critiche del Corpus Iuris e del Codice Teodosiano, compilò

trattazioni storiche di diritto pubblico e penale romano ma usando categorie

moderne per illustrare esperienze antiche. Solo alla fine dell’800 si realizzò la

completa emancipazione della storia del diritto dalla sistematica del diritto

vigente, il che allontanò definitivamente lo studio del diritto romano dalla

pratica forense e dallo studio dei giuristi.

Georg Friedrich Puchta, invece, idealizzò, come il suo Maestro, il diritto

romano, affermatosi in Germania per persuasione scientifica. Il diritto romano

era visto come modello esemplare di vita giuridica che, avente origine nel

popolo, era infine approdato ad un’unità formale: il sistema. La scienza

giuridica avrebbe dovuto cogliere lo spirito di tale patrimonio culturale, nella

consapevolezza della forza espansiva del sistema giuridico giusprivatistico.

La fama di Puchta è legata soprattutto all’ideazione della celebre “piramide

concettuale”, ovvero alla individuazione di concetti definitori ordinati

gerarchicamente. In base a tale visione, ciascuna proposizione normativa

posta alla base della piramide poteva essere ricondotta in ultima analisi al

suo vertice, consistente nel concetto assoluto di diritto. Per deduzione logica,

la piramide poteva essere percorsa dall’alto verso il baso, deducendo

appunto dai concetti generali le norme particolari, o dal basso verso l’alto,

deducendo il concetto generale dal particolare. E questo compito spettava ai

giuristi, ce dovevano riportare anche in superficie i principi giuridici operanti

nello spirito del popolo, e percorrere la piramide concettuale attraverso il

metodo dell’astrazione. Questa visione postulava l’unità e la completezza

del sistema chiuso del diritto. Si forgiò grazie a questo metodo la “Parte

generale del diritto civile”, consistente nell’esposizione dei concetti base del

diritto privato. Per compiere tale compito, i giuristi dovevano possedere

un’alta preparazione scientifica. La conseguenza della visione sistematica fu

l’abbattimento dello ius controversum (da ciò l’antitesi rispetto allo ius

commune): ogni concetto giuridico rappresentava un dogma, da qui il nome

di metodo dogmatico. Tale sistema fu anche confacente all’idea di

unificazione legislativa del diritto tedesco.

L’analisi sistematica del diritto, basata sull’astrazione e sulla deduzione, portò

proficui risultati nell’analisi dei concetti giuridici, che mai prima d’ora era

stata così attenta e minuziosa. Ciò contribuì alla creazione di un vero e

proprio vocabolario giuridico e all’eliminazione di ambiguità e anfibologie dal

patrimonio giuridico europeo. Attraverso questo percorso si differenziarono

contratti reali (che si perfezionano con la consegna della cosa) e contratti a

effetti reali (che trasferiscono la proprietà del bene), procura (a rilevanza

esterna, atto unilaterale di attribuzione a un soggetto del potere di gestire

un’attività) e mandato (contratto consensuale che obbliga un soggetto e

eseguire un’attività per conto di un altro), nullità e annullabilità. Inoltre,

furono introdotte nuove figure quali capacità di agire, capacità giuridica,

personalità giuridica. Il metodo dogmatico generò anche l’effetto di

considerare il diritto totalmente avulso dalla realtà sociale, politica e morale

sottostante: esso apparve come un sistema chiuso che traeva in se stesso la

sua validità. Questo metodo verrà definito metodo dell’inversione in quanto

inverte il metodo standard di produzione giuridica, che vuole le norme

ricavate da valutazioni sociali e i concetti ricavati dalle norme.

Sono detti Pandettisti gli autori che costruirono il loro sistema ispirandosi

liberamente al materiale contenuto nel Corpus Iuris Civilis e in particolare nei

Digesti. Questi, pur usando i metodi della Scuola Storica, non possono

essere a questi ricondotta in quanto non annoverarono nei loro studi la

componente storicistica. Principale esponente del movimento fu Bernhard

Windscheid, che pubblicò una poderosa opera dedicata alle pandette,

completata nel 1891, che è una rielaborazione di tutte le tradizioni

dogmatiche preesistenti e della prassi forense, sistemate all’interno di un

sistema chiuso. Quest’opera ebbe non solo in Germania il valore di ultima

istanzia scientifica per la prassi del diritto comune e lo stesso WIndscheld ne

porterà l’influenza nel BGB. Windscheld fu un positivista, non cercò mai una

fondazione metafisica del diritto, postulando la derivazione delle norme dal

sistema, escludendo influssi di valori extragiuridici.

La Pandettistica fu detta anche Giurisprudenza dei concetti, in quanto

coltivò i caratteri della sistematicità e della organicità della scienza giuridica

sulla base dei concetti gerarchicamente ordinati. Così, si produssero i dogmi

del concettualismo giuridico: la teoria della sussunzione (la soluzione dei

casi concreti deve avvenire mediante la sussunzione della fattispecie al

diritto: questo produce giudici-automi), la pienezza logica dell’ordinamento

giuridico (il giudice non deve ricorrere a criteri autonomi nel caso di vuoto

legislativo, ma dedurre logicamente la soluzione adatta alla fattispecie) e

l’interpretazione oggettivistica (ricorso alla figura del legislatore

“ragionevole” che integra e riscrive ogni norma all’interno del suo contesto

sistematico). Si capisce che i Pandettisti si ispirarono marginalmente

all’esperienza giuridica romana: l’edificazione su base storica di un sistema

dotato di forza espansiva era l’unico obiettivo del giurista. Questo richiedeva

una profonda conoscenza del diritto giustinianeo, senza comprensione dello

sviluppo cronologico dell’esperienza giuridica romana. Windscheid disse che

il diritto delle pandette andava inteso nel senso di “diritto privato comune

tedesco, di origine romana”.

Nell’ultima fase della scienza dogmatica del diritto, si notano alcune aporie,

dovute a un sempre più pressante avvicinamento alla pratica. Il metodo

dell’inversione subisce dei temperamenti: Windscheid, ad esempio

concepisce l’actio romana non come il riconoscimento di diritti soggettivi

naturali ma come una concessione pretoria basata su istanze politiche ed

economiche. Anche la tradizionale avversione per la legislazione viene a

cadere, sotto la consapevolezza della vasta diffusione dell’idea di legislazione

statale come unica fonte del diritto: comincia così ad essere studiato anche il

diritto pubblico. Viene rivalutato inoltre il ruolo della giurisprudenza. I

pandettisti, inoltre, cominciarono ad impegnarsi nella redazione di un codice

civile, e questo li portò a considerare solo gli istituti del diritto romano

applicabili nell’epoca contemporanea, ignorando ad esempio totalmente il

diritto commerciale romano, del quale rimane poca traccia infatti in epoca

capitalistica: l’ambito politico-ideologico della pandettistica si allargò e

ricomprese gli ideali liberali. Il colpo di grazia alla Giurisprudenza dei concetti

fu dato dalla concezione strumentalistica dei concetti giudici: la base di questi

non fu più ricercata nello spirito del popolo, ma nei fini che si stabilisce la

giurisprudenza: questa visione conduce inevitabilmente a ritenere valido ogni

sistema promanante dalla volontà dei giuristi, il che porta a una molteplicità di

visioni che per forza di cose non possono conciliarsi con l’idea di diritto come

entità unitaria. Per questi motivi, dalla seconda metà del XIX secolo la


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AUTORE

Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dalla Crisi dello Ius Commune alle Codificazioni Moderne, Solidoro. Gli argomenti sono: ius commune, giusnaturalismo, codificazioni, diritto proprietà, riferimenti sui codici ispirazione giusnaturalista come il Codice prussiano, il Codice civile francese, il Codice civile generale austriaco, il Codice civile tedesco e il Codice civile svizzero.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Solidoro Laura.

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