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Appunti per l'esame di Diritto romano della professoressa Vacca. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le Legis Actiones, il formalismo, la connotazione religiosa, il pretor urbanus, il pignoris capio, il pretor peregrinus, la Legis Judiciorum Privatorum, la denegatio actionis, il contenuto della formula.

Esame di Diritto Romano docente Prof. L. Vacca

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LE LEGIS ACTIONES (Actiones sacramenti)

Le legis actiones hanno rappresentato la primissima e più arcaica forma di processo

nell’ordinamento romano. Si trattava di schemi processuali arcaici elaborati dai pontefici intorno al

500 aC e caratterizzati da un forte formalismo (sia verbale che gestuale) e da una forte

connotazione religiosa.

Formalismo:

durante queste forme arcaiche di processo dovevano essere pronunciate formule precise e

compiuti gesti altrettanto precisi, al punto che ai fini della vincita della causa, sia attore che

convenuto dovevano stare più attenti a questo aspetto che al reale contenuto dei loro diritti.

Bastava pronunciare male una formula ad esempio per perdere la causa.

Connotazione religiosa:

La connotazione religiosa emergeva in ciò: le parti, dopo aver pronunciato ognuna le proprie

motivazioni per la vittoria, si sfidavano reciprocamente a giurare la propria verità davanti agli Dei.

Siccome nelle credenze dei romani, lo spergiuro davanti agli Dei portava alla morte, nessuno si

permetteva normalmente di giurare il falso in questa fase e quindi, normalmente, vinceva il vero

detentore della verità. Chiaramente questo modo di procedere premiava i bugiardi più sfrontati e

non aiutava a vincere i timorosi, ancorché nel giusto. Nel caso in cui entrambe le parti giurassero

di avere ragione, era poi il Giudice a decidere che dicesse la verità. Nella Roma del 500 aC,

religione e diritto erano elementi che spesso di confondevano e sovrapponevano, quindi non

dobbiamo stupirci di questa caratteristica delle legis actiones.

Una precisazione sul termine: a coniare il termine “legis actiones”, non sono stati i pontecifes nel

500 aC ma Gaio, nelle sue Istituzioni ,nel II secolo dC. La ragione risiede nel fatto che le Legis

actiones (il cui vero nome era “Actiones sacramenti”) arrivarono a Gaio già all’interno delle XII

Tavole, che egli considerava a tutti gli effetti legge; da qui il termine legis actiones.

Le legis actiones si distinguevano in due grandi categorie a seconda della loro funzione:

1. le legis actiones per cognitionem: finalizzate ad accertare l’esistenza di un diritto.

2. le legis actiones esecutive: finalizzate a soddisfare immediatamente la pretesa dell’attore

senza passare dalla fase di accertamento del diritto.

Sotto la prima categoria vengono ricondotte:

legis actio sacramento in rem

la che serviva ad accertare l’esistenza di situazioni reali (es un diritto

legis actio sacramento in personam, che

di proprietà); la serviva ad accertare l’esistenza di status

la legis actio per judicis arbitrative

o di crediti (schiavitù/ libertà; crediti); postulationem, che veniva

utilizzata nelle cause in cui si doveva dividere un bene comune o un credito.

Sotto la seconda categoria vengono ricondotte:

manus iniectio,

la che era una legis actio caratterizzata dal fatto che il creditore (attore) metteva

letteralmente le mani addosso al debitore inadempiente, trascinandolo in giudizio. A quel punto,

potevano succedere due cose: se un terzo (detto vindex) interveniva in difesa del debitore, il

legis actio sacramento

processo si spostava tra creditore e vindex e proseguiva nelle forme della

in personam; se invece nessuno interveniva in difesa del debitore, egli veniva “addictus”, cioè

assegnato come proprietà all’attore, che lo teneva per 60 gg in cui poteva cercare di venderlo a

Roma per rientrare della somma perduta; decorsi inutilmente i 60 giorni, poteva venderlo anche

“oltre il Tevere” o poteva farlo a pezzi e spartirsi i pezzi con gli eventuali altri creditori;

pignoris capio

la che era una legis actio che veniva usata dal creditore per riuscire a farsi pagare

dal debitore inadempiente. In pratica, il creditore otteneva dal giudice l’assegnazione di un bene

del debitore, che aveva a quel punto il diritto di trattenere finché il debito non gli fosse stato pagato.

Decorso inutilmente un certo periodo di tempo, il creditore aveva diritto di trattenere il bene anche

se spesso quello valeva più del credito.

Il sistema delle legis actiones rimase inalterato fino al 367aC, data in cui venne creata la figura del

jurisdicere

pretor peregrinus cui vennero poi affiancati gli Edili curuli per in materie specifiche

(controversie inerenti al commercio di animali e schiavi).

Con la creazione del pretor urbanus, vennero affiancate alle legis actiones delle altre forme

processuali, fermo restando che esse continuarono ad essere utilizzate fino ad Augusto nel 17dC.

Furono le nuove esigenze stesse dei cittadini romani a determinare l’introduzione di nuove formule

processuali. Le l.a., infatti, avevano il grande limite di poter essere usate solo da cittadini romani e

tra cittadini romani. Roma invece si stava espandendo e i contatti (e di conseguenza le liti) con

cittadini non romani erano sempre più frequenti.

Il pretor urbanus esercitava la sua iurisdictio tramite procedimenti ad hoc e più snelli di quelli

previsti dalle legis actioned. Le sue pronunce non erano chiaramente pronunce di jus civile bensì

pronunce di ius honorarium o di ius pretorium ma anche per queste pronunce iniziò a formarsi una

casistica giurisprudenziale fino al punto che alcuni istituti di juris gentium si trasformarono in istituti

di diritto romano proprio grazie alle pronunce del pretor peregrinus. Si pensi alla traditio, che,

inizialmente era un negozio traslativo juris gentium (cioè importato da quello che era il diritto

comune a tutti i popoli) e che poi, grazie alle pronunce di questo tipo di pretore, è diventato un

negozio di diritto romano.

Il pretor peregrinus, per decidere le controversie che gli venivano affidate e che non erano di ius

civile, si serviva della consulenza di giuristi che ricorrevano ad interpretatio. Grazie all’interpretatio

giurisprudenziale, le pronunce di ius honorarium e di ius praetorium iniziarono a confluire all’interno

dello ius civile.

Quando si dice che ad un certo punto a Roma lo ius honorarium iniziò a penetrare all’interno dello

ius civile, accadde per due ragioni: il pretor peregrinus iniziò a riconoscere tramite i suoi editti

situazioni giuridiche sconosciute allo ius civile; all’interno di Roma iniziarono ad esistere nuove

forme processuali accanto alle l.a. Tutto ciò portò all’allargamento dello ius civile e quando

apparve la distinzione tra cives e peregrinus (romani e non romani), lo ius pretorium, lo ius

honorarium e lo ius gentium iniziarono ad essere parte dello stesso diritto.

In questo contesto nacque il processo formulare; in particolare nacque sulla scia dei processi che il

pretore istaurava tra cittadini romani e non romani. Nel 17dC, sotto Augusto, il processo formulare

venne ufficialmente legalizzato diventando così l’unico processo riconosciuto a Roma insieme alle

Legis Judiciorum Privatorum: leggi emanate da Augusto che concernevano i giudizi privati.

Le Legis Judiciorum Privatorum abolirono quasi tutto il precedente sistema delle legis actiones

(ormai decisamente obsolete) ed introdussero come unica forma di processo: il processo

formulare.

Le maggiori novità:

1. scomparsa di ogni formalismo sia verbale che gestuale e di ogni connotazione religiosa.

2. le decisioni prese in un processo formulare erano a tutti gli effetti decisioni di ius civile

Circa il processo formulare, Gaio ce ne parla come del processo per “concepta verba”, in

contrapposizione alle legis actiones che rappresentavano invece un processo per “certa verba” nel

senso che nelle legis actinones c’erano “parole certe” (obbligatorie) mentre nel processo formulare

c’erano “parole composte” cioè messe insieme ad hoc, ovvero le famose “formule”.

Il processo formulare si svolgeva in due fasi:

una prima fase di cognizione, davanti al pretore

una seconda fase di giudizio, davanti al giudice (apud iudicem)

Prima fase: le parti si recavano dal pretore che nel suo editto aveva dichiarato che avrebbe

prestato tutela alla situazione in cui le parti si trovavano coinvolte. (Quindi non da un pretore a

caso). Poteva anche accadere che le parti si recassero da un pretore per una materia che non era

menzionata nel suo editto. Il pretore aveva in quel caso la facoltà procedere ex novo per quella

materia (con un giudizio ad hoc).

Nella prima fase quindi, l’attore convocava il convenuto e aveva luogo il dibattimento fra le parti,

durante il quale le parti esponevano i fatti. Alla fine del dibattimento, potevano accadere due cose:

il pretore poteva ritenere che la domanda dell’attore fosse fondata o poteva ritenere che no lo

fosse. formula

Nel primo caso concedeva l’actio (cioè concedeva il giudizio) e veniva redatta una in cui

venivano fissati in maniera chiara i limiti e i contenuti della causa. Il processo continuava a quel

punto davanti al Giudice; (fase apud Judicem). Davanti al Giudice si apriva inizialmente una fase

istruttoria, durante la quale venivano valutate le prove (quasi sempre testimonianze orali); chiusa la

fase istruttoria, il Giudice decideva la lite e nel farlo era strettamente vincolato da quanto scritto

nella formula redatta dal pretore. Va precisato infatti che il giudice era un semplice cittadino

romano, scelto dalle parti di comune accordo e tenuto a giudicare in base a quanto scritto dal

pretore nella formula. Emessa la sentenza, la stessa doveva essere seguita dal convenuto entro

30 giorni altrimenti veniva esperita l’actio judicati e iniziava un procedimento esecutivo.Il Giudice

poteva inoltre decidere di “non decidere” e rimettere la causa ad altro Giudice perché magari non

si sentiva all’altezza.

Il pretore poteva anche ritenere che la domanda dell’attore non fosse fondata: a quel punto non

concedeva l’actio e aveva luogo la “denegatio actionis”, che impediva il proseguo del processo.

L’attore rimaneva comunque libero di ripresentare la stessa domanda ma chiaramente non lo

faceva quasi mai.

Particolarità: affinché la sentenza del Giudice (ove si arrivasse alla fase apud judice chiaramente)

producesse effetti civili, dovevano essere rispettate delle condizioni:

il processo doveva svolgersi dentro il territorio di Roma;

non doveva durare, complessivamente, più di 18 mesi

le parti dovevano essere entrambe cittadini romani.

Se non veniva rispettata una di queste condizioni, la sentenza produceva effetti solo iussu pretoris

e non di diritto civile. Il processo doveva comunque durare al massimo 12 mesi (la durata della

carica del pretore).

Il contenuto della formula.

La formula veniva redatta sulla base di quanto detto dalle parti nella fase dibattimentale.

Essa si componeva di varie clausole; di seguito quelle più tipiche.

L’intentio: clausola in cui veniva descritto quanto era stato esposto dall’ attore.

L’intentio poteva essere certa o incerta. Era certa quando l’attore precisava sia il petitum (cioè ciò

che chiedeva) che il fondamento giuridico della sua pretesa (la causa petendi). Es. Io attore

dichiaro che Tizio mi deve 10.000 sesterzi (petitum) in base al fatto che gli ho veduto un vaso

(causa petendi).

Era incerta quando era meno precisa. Es: Dichiaro che io e Tizio ci siamo accordati per effettuare

una stipulatio e gli chiedo di comportarsi secondo buona fede. L’intentio incerta, a causa della sua


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nadia_87

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Vacca Letizia.

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