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peculio. (Privilegio di esazione rispetto agli altri creditori -PRIVILEGIUM EXIGENDI, privilegio speciale)

l'avente potestà è un creditore privilegiato nei confronti degli altri creditori. Non solo venivano dedotti i

debiti dell'avente potestà, ma anche quelli di eventuali creditori del peculio. Il privilegio viene

riconosciuto, ma la revoca dolosa del peculio da parte del dominus non viene riconosciuto. Revoca

(azione) ADIMERE PECULIUM , (atto) ADEMPTIO PECULI.

5) ULPIANO, 29 D. 15.1.11.6: Poi ciò che abbiamo detto, che si deve dedurre quanto è dovuto a chi è

convenuto in giudizio con l'azione nei limiti del peculio, si deve intendere così, se <questi> non lo avesse

potuto conseguire altrimenti -> Se però l'avente potestà può ottenere la soddisfazione dei propri debiti

in modo diverso dall'uso del peculio, cessa il suo privilegio di esazione. Il pretore deve valutare se

l'avente potestà avesse potuto usare un altro modo che non avrebbe diminuito la quantità del peculio.

Rafforzamento della tutela dei contraenti. L'esercizio del privilegio non è più automatico . Gli altri modi

che non diminuiscono il peculio non sono specificati. (es. del prof. Tizio nomina erede il mio schiavo, io

gli ordino di accettare l'eredità e non tocco il peculio)

6) ULPIANO, 29 D.15.1.30: Si è posta la questione se l'azione nei limiti del peculio vincoli anche se non vi

sia nulla nel peculio quando si agisce, purchè però vi sia al momento della sentenza. Proculo e Pegaso

affermano che non di meno <il convenuto in giudizio> sia tenuto: infatti, si fa valere correttamente la

pretesa, anche se non sia nulla nel peculio. La stessa cosa è parso bene che fosse anche in ordine ad

un'azione per l'esibizione e ad un'azione reale, e questo parere va approvato anche da noi -> quando il

creditore agisce contro l'avente potestà il peculio è rimasto vuoto, si può usare l'actio de peculio? I

giuristi proculiani dicono che è possibile anche quando nel momento in cui si agisce, a condizione che

esista al momento della sentenza.

7) ULPIANO, 2 D.15.1.32.1: In questa azione poi... occorre che sia fatto il calcolo sia dell'aumento che

della diminuzione <del peculio>, e perciò sia che oggi non vi sia nulla nel peculio sia che vi acceda

qualcosa, si deve guardare lo stato presente del peculio <al momento della sentenza> -> Quindi non si

calcola quando si contrae nè quando si adotta l'actio, ma quando il giudice emette la sentenza (si modo

sit rei iudicate tempore -per rei non s'indente la res, ma la sentenza).

8) MARCIANO, 5 D.15.1.40: Il peculio nasce, cresce, decresce, muore e perciò elegantemente Papirio

Frontone diceva che il peculio è simile all'uomo -> Siccome il peculio è un complesso di beni dinamico e

non statico, quindi subisce delle oscillazioni e questo profilo di dinamicità del peculio ci viene riflesso nel

testo. Papirio Frontone è un giurista dei primi secoli d.C. .

9) ULPIANO, 29 D.15.1.30.4: Colui, che una prima volta ha esperito l'azione nei limiti del peculio, può

agire di nuovo per il residuo del debito, quando il peculio si è incrementato -> I beni del peculio sono

vincolati funzionalmente all'esercizio dell'attività ed anche alla responsabilità verso i contraenti. Se il

peculio è insufficiente a soddisfare il credito del terzo. L'ipotesi è se nel momento successivo il peculio

aumenta con entrate che non c'erano al momento della sentenza, può il creditore prendere l'entrata per

soddisfare il residuo del debito? Secondo questo testo SI, ma a livello processuale c'è il principio della

cosa giudicata che si può superare nel momento in cui si chieda al pretore un IUDICIO RESCISSORIUM,

ovvero rescindere e consentire all'attore di esercitare contro il debitore per il soddisfacimento del

residuo del debito. Se lo schiavo si forma il peculio con un'altro tipo di attività si hanno delle sfumature

non trattate dalle fonti.

SITUAZIONE IN CUI: PATER FAMILIAS + FILIUS FAMILIAS (CUM PECULIO) ---------> TERZO CONTRAENTE

10) ULPIANO, 63 D.15.1.44: Se qualcuno abbia concluso un contratto con un figlio in potestà, ha due

debitori, il figlio per intero ed il padre nei limiti del peculio -> ormai a livello giuridico la posizione del

figlio si percepice come una persona alla quale viene riconosciuta una capacità giuridica patrimoniale.

Un terzo che conclude contratto con lui può scegliere fra 2 azioni concorrenti: ACTIO DE PECULIO verso il

padre nei limiti del peculio, oppure quando il figlio ha un suo patrimonio si ha un' ACTIO diretta che non

prevede la possibilità per il filius di nascondersi dietro al peculio, quindi risponde per intero.

11) PAOLO, D.15.1.45: Perciò, se il padre avesse revocato il peculio al figlio, nondimeno i creditori

possono agire contro il figlio -> i testi 9 e 10 furono scritti entrambi nel III sec. d.C. Si tratta di una

situazione non dolosa che compie il padre, e quindi viene meno la possibilità di usare l'ACTIO DE

PECULIO contro il padre , ma si può agire ugualmente contro il figlio senza limiti di responsabilità.

12) GAIO, 9 D.15.1.27.8: Se qualcuno abbia concluso un contratto con lo schiavo di due o più persone,

gli si deve permettere di agire solidalmentecontro colui che voglia dei padroni: infatti, è iniquo

costringere <a litgare> contro più avversari colui che abbia concluso il contratto con uno solo, e neppure

si deve considerare il calcolo del suo peculio, che quello schiavo aveva presso colui contro il quale si è

agito, ma anche di quel peculio che si trova presso un altro. Nè tuttavia la cosa sarà dannosa per chi è

condannato, potendo lo stesso in seguito, mediante l'azione di società o di divisione della comunione,

conseguire dal suo socio o dai suoi soci quella parte in più che abbia pagato rispetto alla sua quota... ->

Ci sono dei punti d'incontro con il testo di ULPIANO, 28 D.14.3.13.2 (testo n.8 imprese institoria). Tra i

proprietari di quello schiavo vige una solidarietà passiva, il terzo può agire contro uno dei padroni. La

presenza del peculio fa si che la responsabilità del padrone chiamato in giudizio sia estesa nei limiti del

peculio. La quantità del peculio è estesa per intero, e non viene divisa in percentuale per quota dei

padroni (definizione dei moderni: IN UNIVERSUM PECULIUM). Con l'ACTIO COMMUNI DIVIDUNDO è

possibile che colui che paga l'obbligazione solidale potrà farsi restituire la quota di debito. Questo testo

ci conferma che nel caso di preposizione di uno schiavo commune, sull'esempio di quanto avveniva per

le imprese navali e per le imprese institorie, vale SEMPRE il principio di solidarietà passiva.

Actio de peculio annalis

13) ULPIANO, 29 D.15.2.1: Il pretore afferma: DOPO LA MORTE DI COLUI CHE SIA STATO SOTTO

L'ALTRUI POTESTA' O DOPOCHE' QUESTI SIA STATO EMANCIPATO, MANOMESSO O ALIENATO, DARO'

UN'AZIONE NEI LIMITI DEL PECULIO E DI QUANTO SIA STATO FATTO CON DOLO DALL'AVENTE POTESTA'

PER DIMINUIRLO ENTRO UN ANNO, DECORRENTE DA QUANDO <IL LEGITTIMATO> AVRA' POTERE DI

ESPERIRLA -> In funzione di tutela dei creditori del figlio in potestà (o dello schiavo) avente peculio, nel

caso in cui il peculio cessi d'esistere per: 1.Morte del figlio in potestà; 2. Emancipatio del figlio; 3.

Manomissione dello schiavo. Caso 1: si usa l'ACTIO esperibile entro un anno contro il padre anche se il

peculio non esiste più, poichè alla morte del figlio tutto il contenuto del peculio si riversa nel patrimonio

del padre ed i creditori hanno un anno di tempo per far valere i propri crediti; Caso 2: il peculio cessa di

esistere perchè il padre lo revoca al figlio al momento della liberazione e quindi confluisce nel

patrimonio del padre. Se il padre non revoca il peculio al figlio, questo diventerà patrimonio personale

dell'emancipato. NON SI PUO' AGIRE CONTRO IL FIGLIO EMANCIPATO, ma i creditori hanno un anno di

tempo per appellarsi al padre facendo valere i propri crediti. Caso 3: vi sono 3 situazioni: morte dello

schiavo (analoga a quella del figlio); Manomissione (analoga al figlio, ma i creditori dovranno appellarsi

al vecchio padrone, PATRONO che lo ha liberato); Vendita dello schiavo.I creditori hanno un anno che

viene considerato dal momento in cui il legittimato attivo ha la possibilità ad esercitare l'azione, da

quando ne viene a conoscenza. Se il peculio si è estinto, da quando si calcola il suo ammontare? Dal

momento della sentenza? NO PERCHE' NON ESISTE PIU' PECULIO; Dal momento in cui si è concluso il

contratto? SECONDO IL PROF PETRUCCI SI.

Vendita dello schiavo (senza peculio)

14) GAIO, 9 D.15.1.27.2: Se lo schiavo sia stato alienato <senza peculio>, nonostante il pretore prometta

contro colui che lo abbia alienato un'azione annuale nei limiti del peculio, è tuttavia nondimeno

concessa un'azione contro il nuovo padrone, e non interessa se <lo schiavo> abbia acquistato un altro

peculio presso di lui o questi abbia comprato il peculio al pari di lui o lo abbia ricevuto per donazione <e

poi> glielo abbia concesso -> se viene venduto senza peculio i terzi possono agire contro il venditore con

l'actio poichè si è estinto il peculio, ma se l'emptor gli ha concesso un peculio oppure lo schiavo riesce ad

ottenere il vecchio peculio, i creditori sono liberi di scegliere se agire contro l'emptor oppure contro lo

schiavo alienato senza limitazione di un anno. La limitazione di un anno si ha solo nei confronti del

venditori.

Vendita dello schiavo (con il peculio)

15) ULPIANO, 2 D.15.1.32.2: Il venditore di uno schiavo, se lo ha venduto con il peculio ed abbia

consegnato il peculio, non sarà convenuto in giudizio neppure con l'azione nei limiti del peculio annuale:

infatti, questo prezzo dello schiavo non è peculio, come scrisse Nerazio -> se il venditore vende lo

schiavo assieme al peculio, quest'ultimo non cessa di esistere, ma si ha un trasferimento d'impresa

(diceva Feliciano Serrao) che poteva essere cambiata, e quindi non si può agire contro il venditore con

l'actio de peculio annalis. Il prezzo di vendita dello schiavo non deve essere confusa con una eventuale

restituzione del peculio al venditore, poichè non è equiparabile. I creditori hanno comunque tutela

perchè possono esercitare l'actio verso l'emptor senza limiti di tempo.

Actio de in rem verso -> serve a computare nel calcolo dell'ammontare della responsabilità dell'avente

potestà verso i creditori del figlio o dello schiavo aventi peculio, quei beni che vengono acquistati

mediante peculio e che sono poi riversati nel patrimonio dell'avente potestà, quindi con la doppia

condemnatio si teneva in conto l'ammontare del patrimonio del pater/dominus.

16) ULPIANO, 29 D.15.3.1: Se quelli che sono sotto la potestà altrui non hanno o non abbiano nulla nel

peculio, non sono tuttavia tenuti per l'intero quelli che li hanno in potestà, nel caso in cui si sia riversato

nel loro patrimonio ciò che sia stato ricevuto <dai sottoposti>, quasi si consideri il contratto concluso

piuttosto con gli stessi aventi potestà -> i sottoposti alla potestà se non hanno nulla poichè l'ha riversato

nel patrimonio dell'avente potestà, l'ammontare del peculio si deve calcolare ai fini di determinare la

responsabilità dell'avente potestà. Il giurista evidenzia 2 punti: 1.nel momento in cui si esercita l'actio e

si emana la sentenza, e la persona sotto potestà non ha nulla nel peculio, l'avente potestà non è

interamente responsabile poichè se l'inesistenza è dovuta al riversamento di tutti i profitti nel

patrimonio dell'avente potestà, questi è tenuto a rispondere in base al calcolo dell'ammontare del

profitto. 2. quest'actio si può applicare se si ha la revoca del peculio senza dolo, oppure se si è estinto e

non è stata attuata l'actio de peculio annalis, e quindi si applica l'actio perpetua (ovvero che non ha

limite di un anno come l'actio annalis)

17) ULPIANO, 29 D.15.3.1.1: ...Che avviene infatti se il padrone ha revocato il peculio senza dolo? Che

avviene se il peculio si è estinto per la morte dello schiavo ed è trascorso l'anno utile <per l'esercizio

dell'azione de peculio annalis>? L'azione per quanto riversato <nel patrimonio dell'avente potestà> è

infatti senza limiti di tempo e si applica sia se ha revocato il peculio senza dolo sia se è finito il tempo per

esercitare l'azione annuale nei limiti del peculio -> i beni acquistati col peculio e sono stati riversati nel

patrimonio dell'avente potestà, non cessano d'essere garanzia per il terzo nei confronti dell'avente

potestà.

18) ULPIANO, 29 D.15.3.3.1: Si considera poi riversato nel patrimonio <dell'avente potestà> sia se ciò

stesso che lo schiavo ricevette lo ha riversato nel patrimonio del padrone (ad esempio, se abbia ricevuto

del grano e quello stesso grano lo abbia consumato per la famiglia servile del padrone come cibo...) o se

lo schiavo ha gestito un'attività al fine di amministrare o gestire un affare del padrone (ad esempio, se

abbia preso in mutuo del denaro, per comprare frumento con cui nutrire la famiglia servile <del

padrone>...) o se prese in mutuo denaro per il peculio e poi lo ha riversato nel patrimonio del padrone...

-> vi è la dimostrazione dell'applicazione dell'actio. Primo esempio: si calcola il valore del grano che il

servo ha usato e che non è stato trattenuto nel peculio. Secondo esempio: lo schiavo gestisce col peculio

un'attività contrattuale per conto del padrone; la somma non viene esclusa nel calcolo del peculio. Terzo

esempio: lo schiavo prende denaro in mutuo per svolgere un'attività, ma lo trasmette nel patrimonio del

padrone, viene calcolato il valore del mutuo all'ammontare del peculio. Da questi esempi si deduce che

ogni forma di arricchimento ingiustificato (o senza causa) poteva essere sanzionata dall'actio de in rem

verso che permetteva di recuperare l'arricchimento da chi lo avesse avuto senza causa. Nel XIX sec.

presso i commentatori e giusnaturalisti si studia quest'actio collegata all'arricchimento senza causa. Vi è

una riconducibilità ai testi 16 e 17.

Actio quod iussu -> presuppone immancabilmente la gestione di una persona in potestà mediante il

proprio peculio. Sia che il preponente dia un ordine all'institor che al magister navis, la sua

responsabilità permane per l'intero (in solidum). Ciò implica la responsabilità integrale in dipendenza

di un IUSSU che egli da alla persona in potestà per uno o più contratti o per l'intera attività

imprenditoriale. La responsabilità integrale è strettamente dipendente dal IUSSUM rivolto al

sottoposto verso il terzo contraente; se non ci fosse il iussum la responsabilità sarebbe limitata al

peculio o quanto riversato nel patrimonio dell'avente potestà. L'esistenza di questo ordine fa si che i

contratti siano tutelati maggiormente. Iussum= ORDINE (trad. accettabile quando l'avente potestà la

rivolge al figlio o allo schiavo, è una traduzione che si trova nelle tavolette di MURECINE, contrada in

Campania, appartenenti alla famiglia dei Sulpici, bachieri o finanziatori, composte da oltre 150 tavolette

lignee incerate, scoperte negli anni '60 nei pressi di Pompei durante la costruzione dell'autostrada

Salerno - Napoli. Sono molto interessanti poichè rivelano come si svolgevano le attività commerciali, è

difficile compararle con il Digesto). Nelle tavolette si narra dello schiavo Diognetus o Dyognetus (forse

era di origine greca), che conclude un contratto sotto l'ordine del suo padrone. Con esattezza si tratta di

un mutuo che ha concluso verso la fine degli anni '30 d.C. a Pozzuoli, ed è lo stesso schiavo che gestendo

un peculio conclude il mutuo e scrive la tavoletta a fine di prova, cit. concludo il contratto iussu domini

mei. La somma viene presa a mutuo per ordine del padrone, così quest'ultimo assume responsabilità in

solidum per la restituzione del mutuo. Il mutuo si conclude a Pozzuoli poichè qui la famiglia dei Sulpici

era attiva per le sue attività commerciali che interessavano le merci importate dall' Egitto, e

successivamente per motivi che non sappiamo, si trasferisce a Pompei dove tutta la famiglia muore per

l'eruzione del Vesuvio. Quando il IUSSU è rivolto al terzo contraente si può tradurre come

AUTORIZZAZZIONE o GARANZIA (assume responsabilità in soldum per il rischio di inadempimento

da parte di chi è sotto la potestà)

19) ISTITUZIONI DI GAIO, 4.70: In primo luogo, quindi, se un'attività negoziale sia stata conclusa per

'ordine' del padre o del padrone, il pretore ha predisposto un'azione per l'intero nei confronti del padre

o del padrone; e <lo ha fatto> correttamente, perchè chi conclude così un'attività negoziale, segue

l'affidamento derivante più dal padre o dal padrone che dal figlio o dal servo -> Gaio descrive le actiones

adiecticiae. fidem sequitor: segue l'affidamento; il terzo sa che l'avente iussum assume il rischio di

essere chiamato in caso di inadempimento.

20) ULPIANO, 29 D.15.4.1.1: Poi si deve intendere per 'ordine' sia quando qualcuno l'abbia dato con una

dichiarazione in una lettera o oralmente o mediante messaggero sia quando l'abbia dato in modo

specifico con riferimento ad un solo contratto oppure in via generale; e perciò, anche se abbia dichiarato

così: "Quel negozio che vorrai gestire con il mio schiavo Stico s mio rischio e pericolo" si considera che

abbia dato l'ordine per tutti i contratti, a meno che una determinata clausola non proibisca qualcosa ->

modi diretti ed indiretti di conferire il iussum. Nell'autorizzazzione poteva essere specificata una clausola

che proibisce uno specifico negotium gerere (affare).

Actio (dis)tributoria azione per la distribuzione tra i creditori del peculio destinato all'esercizio di

un'attività commerciale. Si può esercitare solo in un contesto di attività imprenditoriale, nasce

specificamente per le attività commerciali. Il peculio è chiamato MERX PECULIARIS (trad. merce

peculiare, oppure più esattamente, la parte di peculio destinata dall'esercizio di un'attività

commerciale). Si chiama così perchè forse in origine era rappresentata da merci destinate alla

compravendita. Questo termine appare anche nell'editto del pretore, ma non sappiamo se ha un

significato stretto di merci; oppure di capitale imprenditoriale. 1° PRESUPPOSTO - PECULIO

COMMERCIALE. L'avente potestà deve essere a conoscenza dell'utilizzo del capitale. 2° PRESUPPOSTO

- SCIENTIA. Incapacità di adempiere alle obbligazioni. 3° PRESUPPOSTO - INSOLVENTIA.

Actio tributoria bisogna vedere l'actio di concorso fra actio tributoria ed actio de peculio. I requisiti

per la sua applicazione non si hanno in editti che ne parlano, ma occorre consultare la laudatio aedicti

per conoscere la sua formazione.

1) ULPIANO, 28 D.14.4.1: Non è minima l'utilità anche di questo editto, affinchè il padrone, che

altrimenti ha un privilegio nei contratti dello schiavo (dato che, quando è tenuto solo nei limiti del

peculio, la stima di tale peculio si fa deducendo ciò che è dovuto al padrone stesso), nel caso in cui abbia

saputo che lo schiavo svolge un'attività imprenditoriale con il peculio commerciale, sia chiamato, in base

a questo editto, alla ripartizione <dei suoi crediti> come un creditore estraneo -> La MERX PECULIARIS

poteva essere l'intero peculio oppure una percentuale di peculio destinata allo svolgimento di un'attività

commerciale. L'actio tributoria si applica quando vi sono dei creditori della persona in potestà che

vogliono la soddisfazione dei propri crediti, si rivolgono all'avente potestà ( VOCATIO IN TRIBUTUM), ma

questi non potendo dedurre in via anticipata i suoi crediti verso il peculio così deve chiamare su una

posizione di parità (PAR CONDICIO) tutti i creditori della persona in potestà (compreso se stesso), per

attivare un procedimento diretto a ripartire tra tutti i creditori -compreso se stesso- l'utile che si trova

nella merx peculiaris (è come se il creditore fosse un creditore chirografario). L'intento non è di

soddisfare tutti i creditori, ma è un procedimento con cui l'avente potestà propone ai vari creditori il

soddisfacimento sulla percentuale di crediti che poteva essere soddisfatta con l'avente potestà. Nella

vocatio in tributum vigeva la par condicio, cioè dovevano essere posti tutti sullo stesso piano.

L'actio tributoria si usa quando l'avente potestà viola dolosamente la par condicio, e quindi soddisfa

prima i suoi crediti rispetto a quelli degli altri creditori oppure soddisfa i crediti in percentuali diverse da

quelle concordate nel procedimento della vocatio in tributum. Quindi i creditori si trovano di fronte

all'alternativa se usare l'actio de peculio (l'avente potestà ha diritto al privilegio di dedurre in via

anticipata i suoi crediti -coinvolgendo tutto il peculio-), o l'actio tributoria (non gode di alcun privilegio

-nei limiti della merx peculiaris).

2) ISTITUZIONI DI GAIO 4.74a: Colui, al quale compete l'azione tributoria, può anche agire con quella nei

limiti del peculio o di quanto è stato riversato nel patrimonio <dell'avente potestà>. Ma certamente per

costui nella maggior parte dei casi conviene usare quest'ultima azione piuttosto che quella tributoria.

Infatti, nella tributoria si considera il calcolo solo di quel peculio, che costituisce quella parte con la quale

esercita l'impresa il figlio o lo schiavo e ciò che è in base ad essa si riceve; mentre nell'azione nei limiti

del peculio <si calcola> tutto il peculio. E ciascuno può, ad esempio, esercitare l'impresa con la terza o la

quarta parte del peculio o con una parte anche minore ed avere la maggior parte del peculio destinata

ad altre cose; ed ancor più si deve decidere in favore di questa azione <nei limiti del peculio>, se si può

provare che ciò che abbia dato chi ha concluso il contratto con il figlio o lo schiavo sia stato riversato nel

patrimonio del padre o del padrone: infatti, come abbiamo detto sopra, con questa formula si agisce sia

nei limiti del peculio che in quello che è stato riversato -> malgrado l'actio tributoria dia la garanzia della

par condicio, il giurista suggerisce di usare l'actio de peculio poichè coinvolge tutto il peculio,

diversamente dall'actio tributoria che coinvolge solo la merx peculiaris.

Quando l'impresa di navigazione si svolge all'interno di un peculio

(exercitio navis in peculio)

Tutte le volte in cui l'impresa sia esercitata per volere dell'avente

potestà o per voluntas dell'exercitor navis, la voluntas determina una variazione della responsabilità da

limitata ad illimitata (in solidum).

1) ULPIANO, 28 D.14.1.19-20: Se colui, che avrà esercitato l'impresa di navigazione, sarà in potestà altrui

e l'avrà esercitata per volontà di quello, per quanto si sarà concluso con il suo comandante della nave, è

data l'azione contro chi avrà in potestà l'esercente <stesso> dell'impresa di navigazione, tuttavia si dà

solo se l'eserciti per sua volontà. Perciò poi in base al consenso sono tenuti per l'intero coloro che hanno

in potestà l'armatore, perchè l'esercizio di un'impresa di navigazione riguarda il sommo interesse della

repubblica -> colui che esercita è l'exercitor. L'actio non si può esercitore contro l'exercitor poichè è in

potestà, ma si applica nei confronti dell'avente potestà (è una particolare applicazione dell'actio

exercitoria in solidum, perchè è svolta con la voluntas di chi ha potestà). Se l'exercitor prepone un

magister navis, i terzi avevano tutela rivolgendo anche in questo caso l'actio contro l'avente potestà.

2) ULPIANO, 28 D.14.1.23: Sebbene poi il pretore solo prometta l'azione <exercitoria> se si sia concluso

<un contratto> con il suo comandante, tuttavia, come anche Giuliano ha scritto, anche se si sia

contrattato con lo stesso armatore, il <di lui> padre o padrone sarà tenuto per l'intero -> per Giuliano se

si tratta con lo stesso armatore poichè non si è preposto alcun magister, l'exercitor gestisce l'attività in

modo diretto e personale, questi è responsabile in solidum (se c'è voluntas del dominus/pater)

Se l'avente potestà ha la SCIENTIA e non la voluntas

Nell'editto del pretore hanno rilevanza due situazioni:

VOLUNTAS: responsabilità illimitata dell'avente potestà;

IGNORANTIA (nescientia) l'avente potestà non è a conoscenza dello svolgimento dell'impresa all'interno

del peculio: la responsabilità dell'avente potestà si ferma nei limiti del peculio.

Se non c'è la sua volontà ma lo sa SCIENTIA -> caso di ius controversum, pareri di conflitto fra giuristi:

per Pomponio ed Ulpiano se c'è voluntas si applica l'actio exercitoria in solidum, se non c'è voluntas

risponde nei limiti del peculio.

3) ULPIANO, 28 D.14.1.1.20: ... Ma se si sia contrattato con il comandante della nave con la sola

tolleranza <dell'avente potestà> e non anche per sua volontà, daremo forse <contro di lui> l'azione

exercitoria per l'intero, come se fosse consenziente oppure un'azione sull'esempio dell'azione

tributoria? In una situazione dubbia tuttavia è meglio conformarsi alle parole dell'editto e non aggravare

nelle imprese di navigazione la sola e nuda tolleranza del padre o del padrone, nè estendere <l'elemento

soggettivo della> volontà ai peculi commerciali ai fini di un'obbligazione per l'intero. E così anche

Pomponio sembra affermare che, se l'armatore è una persona sottoposta all'altrui potestà, qualora

gestisca l'impresa per volontà <di quest'ultimo>, lo obbliga per l'intero, qualora invece <la gestisca> in

assenza di <tale volotà>, <lo obbliga> nei limiti del peculio -> per Ulpiano è meglio conservare quanto

detto dall'editto, quindi la scientia è oggetto di responsabilità limitata al peculio.

4) PAOLO, 6 D.14.1.6: Se uno schiavo abbia esercitato un'impresa di navigazione non per volontà del

padrone, sarà data un'azione quasi tributoria, qualora questi ne sia a conoscenza, l'azione relativa al

peculio, qualora <invece> lo ignori -> se l'exercitor non riceve consenso del padrone ma ne è a

conoscenza, sarà applicata un'actio quasi tributoria, che avesse lo stesso effetto dell'actio tributoria.

L'elemento chiave è la presenza della VOLUNTAS del padre: il servo vicario è parte del peculio che ha il

servo ordinario, ed egli <servo vicario> ha a sua volta un peculio. Abbiamo 2 situazioni realizzabili -> 1.

Se la voluntas è data dal figlio o dal servo ordinario, il creditore dello schiavo armatore ha l'actio

contro il dominus/pater. Se quest'ultimo ignora ma sa, vi è l'azione nei limiti del peculio. Se il creditore

agisce contro il figlio che ha dato la voluntas è responsabile per l'intero. 2. Se il padrone ha prestato la

sua voluntas si agisce in solideum verso di lui con l'actio exercitoria per intero.

Casi in cui si applica l'actio de peculio annalis

1. ALIENAZIONE DELLO SCHIAVO; 2. MORTE DELLO SCHIAVO

6) ULPIANO, 29 D.14.1.4.3: Se sia uno schiavo, che esercita l'impresa di navigazione per volontà del

padrone, e sia stato <poi> alienato, non di meno chi lo ha alienato sarà tenuto. Perciò, anche se lo

schiavo sia deceduto, sarà tenuto... queste azioni <exercitoria ed institioria> saranno date in perpetuo

sia agli eredi <del creditore> che contro gli eredi <del debitore>, perciò anche se è morto lo schiavo, che

ha esercitato l'impresa di navigazione per volontà del padrone, questa azione <exercitoria> sarà data

anche dopo un anno, sebbene l'azione relativa al peculio non si dia oltre l'anno -> è l'unico testo che

tratta il caso di alienazione e morte del servo insieme. Se vi era la voluntas del padrone, contro di lui si

ha l'actio perpetua exercitoria in solidum. Anche se muore non si applica l'azione de peculio annalis ma

quella exercitoria poichè non si tratta di un'actio penale.

7) PAOLO, 6 D.14.16.1: Se lo schiavo comune eserciti l'impresa di navigazione con la volontà dei

padroni, contro ogni singolo <padrone> dovrà darsi l'azione per intero -> caso in cui l'armatore agisce

nell'attività d'impresa col peculio per volontà di tutti i padroni . Se tutti danno la volontà, saranno tutti

responsabili mediante l'actio exercitoria.

8) ULPIANO, 28 D.14.1.4.2: Ma se lo schiavo di più <armatori> eserciti l'impresa per loro volontà, è

parsa bene la stessa <soluzione> di quando più armatori <lo prepongono come comandante>.

Certamente se l'ha esercitata con la volontà di uno di essi, quello sarà tenuto per l'intero, e perciò

reputo che anche nel caso precedente tutti siano tenuti per l'intero -> nel caso in cui l'impresa di

navigazione sia gestita da uno schiavo in comune per voluntas di uno solo, quest'ultimo risponderà in

solidum e gli altri nei limiti del peculio. PARTE SPECIALE

Receptum nautarum, cauponum et stabulariorum

Receptum -> teoricamente lo si traduce come ricevuto, ma noi lo traduciamo come patto mediante il

quale armatori titolari di albergo o di stazione di cambio assumono l'obbligo di salvaguardia per le merx

o cose dei viaggiatori che hanno ricevuto. Nel digesto si tratta con Ulpiano.

1) ULPIANO, 14 D.4.9.1: Afferma il pretore: "GLI ARMATORI, GLI ALBERGATORI, I GESTORI DI UNA

STAZIONE DI CAMBIO DEI CAVALLI CON LOCANDA, SE NON RESTITUIRANNO CIO' CHE DA CHIUNQUE

ABBIANO RICEVUTO PER SALVAGUARDARE, DARO' L'AZIONE CONTRO DI LORO" -> quando il pretore

emana questo editto ha in mira 3 categorie di imprenditori: armatori (nautae), albergatori (caupones),

titolari delle stazioni di cambio con annessa locanda (stabulari)- fornivano alloggio e cambio di animali-.

editto volto a tutelare i viaggiatori,l'oggetto è che vengano salvaguardate le merci e le cose personali al

momento in cui gli armatori li avessero ricevuti. Chi viaggia per mare o per terra deve stare sicuro che

una volta che l'imprenditore ha preso le merci o le cose personali siano salvaguardate. Il trasporto per

mare era più diffuso. Questo editto è infatti nato prima per il trasporto per mare, però nel giro di forse

un decennio sia stato aggiunto anche il trasporto per terra.

Ricostruzione della formula dell'azione ci da un'idea di qual'era il calcolo dell'ammontare della somma

da restituire. Si fa sulla base dei commenti dei giuristi studiati dai moderni.

2) SIA GIUDICE C. AQUILIO. SE RISULTA CHE NUMERIO NEGIDIO, QUANDO ERA ARMATORE DELLA NAVE,

HA ASSUNTO LA RESPONSABILITA' DI RESTITUIRE SANE E SALVE LE COSE DI AULO AGERIO DI CUI SI

TRATTA E NON LO HA FATTO, IL GIUDICE CONDANNI NUMERIO NEGIDIO A PAGARE AD AULO AGERIO

UNA SOMMA PARI AL VALORE CHE AVRA' LA COSA; SE NON RISULTA, LO ASSOLVA -> Circostanza che il

giudice deve verificare: 1- se ci fosse stato un patto fra armatore e cliente; 2. verificare che non ci sia

stata la restituzione delle cose sane e salve; 3. importo del risarcimento dei danni, che è pari al valore

che le cose hanno calcolato al momento della sentenza e non nel momento del contratto. (permette di

tener conto dell'oscillazione del valore di mercato).

3) ULPIANO, 14 D.4.9.1.2-5: Bisogna vedere dunque chi siano quelli che sono tenuti. Afferma il

pretore " I MARINAI". Per marinaio dobbiamo intendere chi esercita un'impresa di navigazione, sebbene

marinai siano chiamati tutti quelli che sono in una nave per farla navigare; ma il pretore fa riferimento

solamente all'armatore, né infatti costui -dice Pomponio - deve essere obbligato per mezzo di un

rematore o di un marinaio di grado intermedio, ma per sé medesimo o attraverso il comandante della

nave; per quanto, qualora egli in persona abbia ordinato che qualcosa fosse affidato ad uno dei marinai,

debba allora senza dubbio essere obbligato. E nelle navi ci sono taluni che vi vengono preposti per

ragioni di custodia, come i guardiani delle navi stesse e delle cabine. Se dunque qualcuno di questi abbia

ricevuto qualcosa, reputo che debba darsi l'azione contro l'armatore, perchè egli, che li prepone ad una

simile funzione, consente che ad essi si affidino delle cose... Sugli armatori di zattere e di battelli fluviali

non si dispone nulla, ma Labeone scrive che si deve stabilire lo stesso, e noi utilizziamo questo diritto.

Intenderemo poi, parimenti, per albergatori e gestori di una stazione di cambio quelli che sono esercenti

di un albergo o di una stazione di cambio oppure i loro institori. Al contrario non è compreso chi funge

da servo di umili mansioni, come, ad esempio, i portinai, i cucinieri e simili -> L'editto è rivolto solo agli

armatori. Non si usa l'espressione exercitor navis ma NAUTA; e per questo si pensa che si ancora più

antico dell'actio exercitoria, fa riferimento a chi esercita un'impresa di navigazione. Ai fini di far valere la

responsabilità contro l'armatore il receptum deve essere concluso o da lui stesso o dal magister navis

(unici 2 soggetti abilitati a concludere un receptum vincolante per l'armatore, non possono farlo o un

rematore ne un marinaio). Se all'interno dell'organizzazione l'armatore da l'incarico a qualcuno di

prendere in consegna gli affetti personali dei viaggiatori, e di fare da guardiani, implicava che questi

marinai potessero concludere un receptum vincolante per l'armatore. Nel momento in cui scriveva

Ulpiano e Pomponio la navigazione fluviale era molto diffusa <Nilo, Danubio, Rodano, ecc...>. Ulpiano

dice che per NAUTEM si deve intendere sia l'exercitor navis che l'amatore titolare di un'impresa di

navigazione (in flumen). Nell'ed. del pretore per CAUPONES o STABULARI s'intendono i titolari di

un'impresa o gli institori preposti all'attività di gestione. Per portinai e cucinieri s'intendono persone non

autorizzate a stipulare un receptum vincolante per l'exercitor.

4) ULPIANO, 14 D.4.9.1.6: afferma il pretore: 'CIO' CHE DA CHIUNQUE ABBIANO RICEVUTO PER

SALVAGUARDARE', cioè qualunque cosa o merce abbiano ricevuto. Perciò in Viviano è riferito che

questo editto riguarda anche quelle cose che accedano alle merci, come i vestiti che si usano nella nave

e tutte le altre che abbiamo per l'uso quotidiano -> vi è un riferimento a quanto detto nel testo ULPIANO

14 D.4.9.1. Qualunque cosa o merce.Per alcuni studiosi moderni il receptum valeva solo per gli affetti

personali portati dai viaggiatori. (non è così per il prof.). Viviano che visse tra la fine del I sec. d.C e gli

inizi del II sec. d.C., dice che l'obbligo di responsabilità vale anche per le cose accessorie sulla nave o

depositate negli alberghi o nelle stazioni di cambio (vestiti e cose di uso quotidiano). Si pone il problema

poichè il receptum è un contratto accessorio al contratto fondamentale di trasporto (locazione di

opera). Siccome per realizzare il trasporto i viaggiatori pagano all'armatore, questi assume la

responsabilità per la distruzione o perimento delle cose dei clienti (con pagamento). Gli affetti personali

dei passeggeri sono esclusi dal pagamento? (es. valigie sul treno, si paga per la tratta e non per il

numero di bagagli). La risposta di Viviano è si, e la stessa risposta viene adottata da Ulpiano. (ed anche

Paolo nel testo successivo).

5) PAOLO, 13 D. 4.9.4.2: Viviano ha detto che questo editto concerne anche quelle cose che vengono

portate sulla nave dopo che le merci sono state caricate e date da trasportare, anche se per esse non si

paga il nolo, come i vestiti ed il vitto quotidiano, perchè esse sono accessorie alla locazione delle altre

cose -> le cose accessorie del viaggiatore sono incluse nella tariffa del nolo, e poichè non vi è

guardagno accessorio per l'armatore, quest'ultimo è responsabile ugualmente? Si, per Viviano, Ulpiano

e Paolo. (valeva anche per gli alberghi e le stazioni di cambio). Le merci venivano salvaguardate dal

furto, ed il perimento che portano alla sottrazione delle cose al proprietario (sono messi allo stesso

piano).

6) GIAO, 5 D.4.9.5.1: tutto ciò che abbiamo detto del furto deve intendersi anche per il

danneggiamento: non può dubitarsi, infatti, che colui, che riceve qualcosa per salvaguardarla, si

consideri riceverla <e salvaguardarla> non solo da un furto, ma anche dal danneggiamento. Accanto alle

suddette ipotesi si aggiunge quella di danneggiamento.

2 quesiti: 1. se non si raggiunge nessun receptum, le merci caricate sono già sotto responsabilità

dell'armatore? 2. la sua responsabilità c'è solo se sono state caricate sulla nave oppure anche se sono

solo sul molo in attesa di essere caricate?

(in risposta al quesito 2, t.7+8)

7) ULPIANO, 14 D.4.9.3: ... lo stesso <Pomponio> afferma che le cose, anche se non siano state ancora

ricevute sulla nave, ma siano perite sulla riva del mare, una volta che le ha ricevute, il rischio <del loto

perimento> grava su di lui <l'armatore>. -> Pomponio le aveva affermate circa 70-80 anni prima.

Quando l'armatore conclude il receptum la sua responsabilità scatta al momento della conclusione del

receptum, almeno che non vi sia la connessione tra la conclusione del receptum e l'utilizzo delle merci.

Nesso funzionale tra la conclusione del receptum e l'esercizio dell'attività d'impresa.

8) ULPIANO, 14 D.4.9.3.2: allo stesso modo <dell'armatore> sono tenuti gli albergatori ed i gestori di

una stazione di cambio con locanda, nel momento in cui ricevono esercendo la propria impresa; ma, se

hanno ricevuto al di fuori dell'impresa, non saranno tenuti -> Nesso funzionale tra la conclusione del

receptum e l'esercizio dell'attività d'impresa. E' una responsabilità legata all'esercizio dell'impresa anche

di albergatori e proprietari di stazioni di cambio.

(in risposta al quesito 1, t. 14+15)

14) ULPIANO, 14 D.4.9.1.3: sia l'armatore stesso o il comandante della nave a fare quel segno che

chiamano 'assenso con la mano all'imbarco'. Ma anche se non lo compie, l'armatore sarà tuttavia tenuto

per ciò che si è ricevuto -> senso di maggiore elasticità. Testo collegato al n.3 . Questo testo ci indica che

in una prima fase fosse necessaria un'accettazione dell'armatore. Spesso la parola receptum (recipere)

constava di alcuni negozi formali, che poi si attenuano. NEL GRECO ANTICO ESISTE UN TERMINE CHE

TROVIAMO SOLO IN QUESTO TESTO hápax legómenon (detto una sola volta): Il cheirémbolon è

l'assenso che l'exercitor o il magister facevano con il braccio che faceva considerare concluso il

receptum (copertina libro prof. petrucci - Diritto commerciale romano). I stadio (forma verbale); II stadio

(semplice assenzo per concludere il receptum); III "Ma anche se non lo compie, l'armatore sarà tuttavia

tenuto per ciò che si è ricevuto" - basta il semplice imbarco.

15) ULPIANO, 14 D.4.9.1.8: inoltre riceve le cose affinchè siano salvaguardate, se, messe nella nave, gli

siano state consegnate, oppure, anche se non gli siano state consegnate, per il fatto stesso che sono

state messe nella nave si considerano ricevute? E reputo che egli assuma <la responsabilità per > la

custodia di tutte le cose che sono state caricate sulla nave -> doppia tappa evolutiva:1. si considera la

responsabilità ex receptum se c'è consegna delle merci all'armatore o al comandante della nave;

2.anche se non c'era l'atto esplicito di consegna, ma anche solo con la tolleranza di caricare le cose sulla

nave (si considera implicito l'atto). Accorpamento del receptum all'interno di un contratto di trasporto

(locatio operis) ad un elemento naturale (clausola) del contratto di trasporto stesso.

10) ULPIANO, 14 D.4.9.3.1: afferma il pretore:'SE NON RESTITUIRANNO, CONTRO DI LORO DARO'

L'AZIONE'. Da questo editto deriva un'azione modellata sul fatto. Ma bisognava vedere se essa sia

necessaria, perchè per questa causa si potrà agire con un'azione civile; certamente, se sia intervenuta

una mercede, <si potrà agire> con quella da locazione o da conduzione: vale a dire, se tutta la nave sia

stata locata, il conduttore può agire con l'azione da conduzione anche per quelle cose che mancano; se

invece l'armatore ha preso in conduzione le cose per trasportarle, sarà convenuto con l'azione da

locazione; ma, se le cose siano state ricevute gratuitamente, Pomponio afferma che si sarebbe potuto

agire con l'azione di deposito. <Pomponio> si meraviglia dunque perchè sia stata introdotta un'azione

del diritto onorario, quando ci sono quelle civili, a meno che forse -egli dice- per il fatto che il pretore

voglia far conoscere la propria sollecitudine nel reprimere la slealtà di questo genere di uomini; e per il

fatto che nella locazione conduzione si è responsabili per colpa e nel deposito esclusivamente per dolo,

in base a questo editto chi ha ricevuto <qualcosa per salvaguardarlo> è tenuto in ogni caso, anche se

senza sua colpa la cosa è perita o danneggiata, a meno che non avvenga per fatalità un evento dannoso.

Perciò Labeone scrive che, se qualcosa sia perito per naufragio o per assalto dei pirati, non è iniquo dare

all'armatore un'eccezione. Lo stesso si dovrà dire anche nel caso in cui la forza maggiore abbia avuto

luogo in una stazione di cambio o in un albergo -> editto del II sec. a.C: ci fa capire ,con il commento

delle editto, quale fosse la situazione originaria e a quale tipo di responsabilità si fa riferimento .

responsabilità di tipo oggettivo. Essendo il receptum un contratto accessorio ad un contratto principale

di locazione, nasceva la responsabilità già dal contratto di base. (es si affitta tutta la nave LOCATIO REI: il

locatore è l'exercitor o il magister; il conduttore è il dominus. Si applica l'actio ex-conducto, se il

dominus si accorge che mancano alcune cose | per la LOCATIO OPERIS -solo trasporto di merci- il

conduttore è l'exercitor o il magister; il locatore è il dominus. Si applica l'actio ex locato). Se il trasporto

avviene a titolo gratuito lo si considera un contratto di deposito DEPOSITUM. Il depositante (o

deponente) è il dominus; il depositario è l'exeritor, si ha l'actio depositi. Il pretore interviene per

aggravare la responsabilità di questo tipo di imprenditori (resp. senza colpa- di tipo oggettivo), per la

locatio condutio vale solo per dolo o colpa, per il deposito poichè è gratuito si applica solo per dolo, ma

con questo editto non occorre che vi siano le prove di dolo o colpa. Era così rigoroso il criterio di

responsabilità oggettiva, che non si poteva sfuggire alla responsabilità neppure in presenza della forza

maggiore. Solo con Augusto (Labeone) si ha questa rigidità, ma viene meno in 2 casi di forza maggiore

(vis maior): naufragio, e l'assalto dei pirati (NAUFRAGIUM + VIS PIRATARUM) . Teoria Labeoniana. Da

Labeone ad Ulpiano si ammette l'esonero dell'armatore per tutte le cause di forza maggiore. Anche oggi

si ha la resp. di tipo oggettiva, e si può essere esonerati sono per cause di forza maggiore.

9) GAIO, 5 D.4.9.5: l'armatore, l'albergatore ed il titolare di una stazione di cambio ricevono una

mercede non per la custodia, ma l'armatore affinchè trasporti i viaggiatori, l'albergatore affinchè

consenta che i viandanti si fermino nell'albergo, il titolare della stazione di cambio affinchè permetta che

siano ricoverati in stalla i giumenti. Infatti anche il tintore ed il sarto ricevono una mercede non per la

custodia, ma per la loro attività, e tuttavia in forza della locazione sono tenuti a titolo di custodia.

11) ULPIANO, 14 D.4.9.3.3: se un figlio in potestà o uno schiavo abbia ricevuto ed è intervenuta la

volontà del padre o del padrone <per l'esercizio dell'impresa>, quest'ultimo dovrà essere convenuto per

l'intero. Parimenti, se lo schiavo dell'armatore ha rubato o danneggiato, non troverà applicazione

l'azione nossale, perchè per quanto ricevuto il padrone è convenuto in nome proprio. Se invece essi

esercitino l'impresa senza la volontà <del padre o del padrone>, sarà data <contro quest'ultimo>

un'azione nei limiti del peculio -> in materia di responsabilità oggettiva. L'ipotesi è quella in cui

l'armatore o l'exercitor sia in potestà cum peculio, e sia l'exercitor ad aver stipulato un receptum,

assumendo la responsabilità. Se si verifica il danno, il furto o il perimento dei beni, il terzo agisce contro

il pater/dominus. Se c'è la voluntas il dominus è in solidum, se non c'è voluntas la sua responsabilità in

caso di receptum sarà limitata al peculio. Se l'autore del furto, danno o perimento delle cose dei clienti è

uno schiavo dell'armatore, il quesito è se quest'ultimo potesse liberarsi della responsabilità tramite la

NOXA DEDITIO in alternativa al pagamento della quota pecuniaria. Non si può fare, poichè anche se il

servo ha commesso il danno, furto o perimento..., in riferimento al receptum che aveva fatto l'armatore

assumendosi la responsabilità delle azioni commesse dai suoi sottoposti. E' ammessa solo quando si ha

una situazione in cui si sia commesso un reato penale (actio poenalis), dove il padrone poteva

consegnarlo a nossa. Per le situazioni di natura contrattuale si attua l'actio ex receptio (oggi chiamate

cause civili). Responsabilità oggettiva, risponde anche per i fatti commessi dai suoi sottoposti, ovvero

per fatto altrui commesso dai propri dipendenti.

12) ULPIANO, 14 D.4.9.1.8: E <l'armatore> deve rispondere non solo del fatto dei marinai, ma anche dei

passeggeri.

13) GAIO, 5 D.4.9.2: così come anche l'albergatore risponde dei viandanti. -> ai fini di far valere la resp.

dell'armatore è indifferente individuare l'autore del danno, ma è sufficiente che non ci sia una causa di

forza maggiore per far scattare la responsabilità dell'armatore, albergatore o titolare di stazione di

cambio. Se si scopre chi è l'autore si hanno 2 ipotesi realizzabili: 1. l'autore del furto viene scoperto dopo

che l'armatore ha risposto con l'actio ex recepto, e chi ha commesso è libero da potestà altrui(marinaio,

passeggero o viandante) , l'armatore può agire contro di lui a titolo di risarcimento danni per chi ha

subìto il furto. 2. se viene scoperto subito chi ha commesso il fatto (es. un passeggero, Tizio), chi ha

subìto ha la duplice possibilità di poter agire contro l'armatore con l'actio ex recepto, oppure con l'actio

furti contro chi ha commesso il danno, ma poichè si deve provare il dolo dell'azione lesiva è più

conveniente agire contro l'armatore con l'actio ex recepto, grazie alla responsabilità oggettiva (anche

perchè l'armatore è più ricco).

2 profili riguardanti il receptum: 1. legittimazione attiva nel caso di furto (ed anche del danno). es. Tizio

da all'armatore Caio delle merci da trasportare, ma Tizio non viaggia sulla nave con le merci. Durante il

viaggio vengono rubate delle merci e l'armatore scopre chi ha commesso il furto. Secondo la regola

generale il proprietario delle merci ha la legittimazione attiva per poter infliggere un'azione pecuniaria

contro il ladro. Ma in questo caso il legittimato è l'armatore che ha interesse a non rispondere a sua

volta nei confronti del proprietario delle merci.

16) ULPIANO, 38 D.47.5.1.4: ma se l'albergatore o l'armatore abbia ricevuto qualcosa per

salvaguardarlo, non è il proprietario della cosa rubata ad avere l'azione di furto, ma lo stesso

<albergatore o armatore>, perchè ricevendo subisce il rischio della custodia -> questa estensione della

legittimità attiva è legata alla responsabilità che ha l'armatore con il receptum, spostamento in suo

favore del principio di legittimazione attiva della titolarità dell'esercizio dell'azione. Il pricipio

dell'interesse a esercitare l'azione prevale sul principio di proprietà dei beni.

2. profilo- Laudatio aedicti . Di solito per definizione il consumatore e’ considerato la persona fisica (in

condizione di svantaggio) che , pur agendo nel quadro della propria attività professionale stipuli

contratti che non rientrano direttamente nell’oggetto dell’attività artigianale; l'imprenditore non può

essere configurato come consumatore. Nel diritto romano si concede la tutela di tipo oggettivo, a

prescidenre dalla qualità rivestita dal contraente.

17) ULPIANO, 14 D.4.9.1.1: (laudatio aediti) grandissima è l'utilità di questo editto, perchè per lo più è

necessario fare affidamento in loro <gli armatori, albergatori o gestori di stazioni di cambio> e rimettere

delle cose alla loro custodia... e se ciò non fosse stato stabilito, si darebbe <ad essi> l'occasione di

associarsi con i ladri contro quelli che essi ricevono, sebbene nemmeno ora si astengano da simili frodi

-> la forma di resp. aggravata serviva per posse un freno ai furti ed ai danneggiamenti, poichè spesso gli

armatori, albergatori e gestori di stazioni di cambio si mettevano d'accordo con i ladri per sottrarre i

beni ai clienti (odierna ass. a delinquere).

18) PAOLO, 13 D.4.9.4.1: se un armatore avrà ricevuto <affinchè fossero salvaguardate> cose di un altro

armatore, se il gestore di una stazione di cambio <cose> di un altro gestore di stazione di cambio, se un

albergatore <cose> di un altro albergatore, sarà ugualmente tenuto -> la tutela discendente dal

receptum opera a prescindere da quella che sia la qualità del passeggero o cliente. Prospettiva diversa

della tutela della controparte fra diritto romano e diritto europeo. La nozione odierna di consumatore è

uguale in tutti i paesi comunitari (cod. del consumo), non è uguale nel resto del mondo (es. Brasile, la

tutela di controparte si afferma sul lato oggettivo, non si ha bisogno di essere imprenditore per essere

tutelati).

Nel digesto si hanno tracce di due azioni penali private che hanno dei punti di contatto con il receptum:

1. ACTIO FURTI IN FACTUM ADVERSUS NAUTAS CAUPONES STABULARIOS; 2. ACTIO DAMNI IN

FACTUM ADVERSUS NAUTAS CAUPONES STABULARIOS. La prima ha un proprio titolo nel libro 47 del

digesto ed una propria rubrica. L'ultima è trattata nella parte finale dello stesso frammento. Se il

receptum copriva gli eventi del furto e del danno, perchè aveva un senso che esistessero anche queste

due azioni nella complizione di Giustiniano? La prima spiegazione è rapportata alle origini del receptum,

ma quando nasce come pattuizione accessoria si richiede la volontà di entrambe le parti, quindi

l'armatore, ecc.. poteva rifiutarsi di assumere la responsabilità accessoria. Il receptum era un atto

volontario non obbligatorio, così il pretore prevede quest'ipotesi ed inserisce nel suo editto una

specifica azione privata penale sia per il furto che per il danno. La seconda ipotesi è di progressione

cronologica. Il pretore aveva inserito nel suo editto originalmente e solo in un secondo momento (a

distanza di circa 30 anni) sarebbe nato il receptum. Prima si esaminavano i singoli casi, e dopo si assume

una responsabilità pattizia che ricopriva entrambi i casi. Differenze tra il regime di queste azioni ed il

receptum (ADVERSUS, vs): 1.importo della pena che si doveva pagare a seguito dell'esercizio di queste

azioni - con il receptum il risarcimento è corrispondente al valore delle cose danneggiate, con queste

azioni il risarcimento è pari al doppio del valore (condanna in duplum). Di fronte al rischio di essere

condannati conveniva stipulare il receptum. 2. in queste azioni vale la resp. oggettiva di questi

imprenditori solo se il danno o furto siano stati commessi nella nave, nell'albergo o nella stazione di

cambio; nel receptum l'obbligo scatta anche se le cose erano sul molo. Se si scopriva che l'autore era lo

schiavo in potestà, il padrone poteva consegnarlo a nossa, poichè sono azioni penali private. Se non si

scopre vale la resp. oggettiva, tranne per causa di forza maggiore. 3. responsabilità del fatto altrui vale

solo per il personale che lavora nell'impresa (es. marinai liberi o schiavi), non vale nel caso in cui si

scopre che il ladro è un altro passeggero. 4. Vi è un testo con cui preventivamente l'armatore poteva

includere al momento della conclusione del contratto di trasporto, una clausola di esonero della

responsabilità inerente il danno, che doveva essere accettata dal contraente. Ovviamente, la previsione

di questa clausola ha senso solo se si fa riferimento ad una situazione in cui non si contrae il receptum.

Era possibile avere un'unica clausola sia per il furto che per il danneggiamento? Non si sa.

Actio furti in factum adversus nautas, caupones et stabularios:

LIBRO 47 Digesto che tratta dei delitti penali privati

19) ULPIANO, 38 D. 47.5.1: "CONTRO COLORO CHE SARANNO ESERCENTI DELLE NAVI, ALBERGHI,

STAZIONI DI CAMBIO, SE SI DIRA' CHE E' STATO COMMESSO UN FURTO DA QUALCUNO DI ESSI O DA

QUELLE PERSONE CHE ESSI AVRANNO LI', E' DATA L'AZIONE, SIA CHE IL FURTO SIA STATO COMMESSO

PER OPERA O ISTIGAZIONE DELL'ARMATORE SIA CHE SIA STATO COMMESSO DA QUALCUNO DI QUELLI

CHE SI TROVANO IN QUELLA NAVE PER LA NAVIGAZIONE" -> Nella prima parte comprende tutti gli

imprenditori, nella seconda parte si fa riferimento solo agli esercenti delle navi. La resp. per il furto delle

cose dei clienti, sussiste sull'armatore sia che l'autore del furto sia stato l'armatore stesso, sia anche i

marinai. La resp. non si estende per i furti commessi da altri passeggeri.

es. TITIUS (FUR - LADRO); SEMPRONIUS (EXERCITOR); CAIUS (VIATOR -viaggiatore)

20) ULPIANO, 38 D.47.5.1.4: quando la cosa perisce sulla nave, in base all'editto del pretore è obbligato

l'armatore della stessa... così, che è in potere di colui, al quale la cosa è stata sottratta di scegliere se

agire contro l'armatore, secondo il diritto onorario, oppure contro il ladro, secondo il diritto civile -> Se si

scopre chi è l'autore del furto, Caio ha la duplice possibilità suddetta, di agire contro il ladro (con l'actio

furti, dimostrando il dolo) oppure contro l'exercitor (con l'actio furti in factum). E' più probabile che si

stia riferendo al furto.

21) ULPIANO, 38 D.47.5.1.5: a causa di un proprio schiavo invece l'armatore si libera consegnandolo a

nossa.

22) ULPIANO, 18 D.4.9.7: l'armatore deve rispondere per il fatto di tutti i suoi marinai, sia liberi che

schiavi; nè immeritatamente risponde per il loro fatto, poichè li ha adibiti a proprio rischio. Ma non ne

risponde se non quando il danno sia stato dato nella nave stessa, al contrario <se si è arrecato> al di

fuori della nave, benchè da parte dei marinai, non ne risponderà. Parimenti, se <l'armatore> abbia in

precedenza dichiarato che ciascun viaggiatore conservi le proprie cose e che egli non risponderà per il

danno ad esse, ed i viaggiatori abbiano acconsentito alla dichiarazione, non è convenuto -> in tutti i testi

precedenti del libro 4 si fa riferimento al receptum, ma sorge la curiosità del perchè si parli di actio

furti in factum (nei paragrafi 6 e 7). Questo testo prevede la clausola di esonero di responsabilità, e ci

conferma alcune supposizioni fatte sull'actio furti in factum. Non abbiamo un titolo specifico nel digesto

separato dal danneggiamento. Qui c'è responsabilità oggettiva del fatto altrui, elemento che sussiste

anche oggi il atore di lavoro risponde dei fatti illeciti commessi dai lavoratori, l'elemento è il rischio

d'impresa in cui viene compresa l'ipotesi di risarcimento. Il collegamento è fra rischio e responsabilità. Il

danno deve essersi verificato sulla nave, altrimenti (senza receptum) non c'è responsabilità

dell'armatore, e quindi non si può citare in giudizio. E' uno degli esempi più evidenti nella fase

dell'esercizio di navigazione esisteva un genere di condizioni generali del contratto. La clausola doveva

essere pubblicizzata ed accettata dai viaggiatori. Oggi questa è una delle clausole inammissibili

(vessatorie), se non fra imprenditori.

Dato che il receptum diventa elemento naturale del contratto di locatio operis o locatio rei, non c'è più

motivo dell'esistenza delle due azioni, ma esistono ugualmente. Perchè? Non si sa, ma una probabile

soluzione potrebbe essere perchè il pretore vuole assicurare la più ampia tutela nei confronti dei clienti

con questo tipo di imprenditori. Perchè per l'actio damni si ha una fusione con l'actio furti? Forse perchè

si considera un'inutilità tenere i due casi separati, anche se il testo 22 non può concepirsi nell'ordine del

receptum. Imprenditori VENALICIARI - VENALICIARIUS

SVOLGONO COME ATTIVITA' IMPRENDITORIALE LA COMPRAVENDITA DI SCHIAVI, GESTISCONO IL

MERCATO DEL LAVORO. FINO AL III SEC. d.C.

COLONI -> Lavoratori liberi adibiti nei lavori agricoli.

MERCENARI -> Non s'intendono come figura dispregiativa come si fa oggi, ma sono coloro che prestano

la loro forza lavoro in cambio di una merdece. E' libero. Non lavorano in campagna.

Avevano una funzione molto importante nel mercato del lavoro, sapevano dove cercare gli schiavi che

sapessero svolgere attività particolari (es. chi sapeva il greco, chi sapeva gestire un'attività, ecc...). La

loro attività viene regolata fin dal II sec a.C. da parte dei magistrati competenti sul mercato, aedili curuli,

fanno interventi in funzione di protezione dei contraenti, e (le funz.) sono assunte non dal pretore ma

dai magistrati addetti al controllo delle attività svolte. Il regime giuridico viene a formarsi a poco a poco,

vi sono fonti di clausola degli editti dei curuli che sono più antiche, ed altre più moderne. Tra le più

antiche c'è la clausola per la necessità in cui i venaliciari dichiarino i difetti fisici degli schiavi che

intendono vendere agli altri acquirenti in sede di trattative, prima della conclusione del contratto.

Abbiamo 2 testimonianze di evoluzione storica:

1) Aulo Gellio, Noctes Atticae 4.2.1: Nell'editto degli edili curuli, in quella parte in cui si è disposto sulla

vendita degli schiavi, è stato scritto così: "si curi che sia scritto un cartello sui singoli schiavi, in modo che

si possa intendere correttamente quale morbo o vizio abbia ciascuno, quale sia fuggitivo o vagabondo

oppure non sia libero da una responsabilità nossale -> Aulo Gellio era un antiquario che racconta in 20

libri le notti d'estate ad Atene, ed attraverso queste conversazioni ci fornisce varie informazioni rilevanti

in ambito giuridico. La dichiarazioni preventive circa gli eventuali difetti fisici dovevano essere espressi in

cartelli appesi al collo degli schiavi da vendere. Accanto a quelli che sono morbi o vizi (malattie o difetti

fisici), si dovevano esprimere i difetti non fisici, se è prodigo a fuggire o a vagabondare oppure ancora se

è stato dato a nossa, visto che era responsabile il padrone attuale e non di quando ha commesso

l'azione (es. schiavo fa furto e lo vendo, il derubato che vuoi fare valere i suoi diritti esercita l'azione

contro il nuovo padrone) si ha l'Obbligatio propter rem (obbligazione da delitto, obbligazioni

ambulatorie) è chiamato a rispondere chi si trova nell'attuale situazione. Le malattie ed i difetti espressi

devono essere quelli occulti (che si vedono, palesi non sono oggetto di tutela dagli edili curuli).

Versione più evoluta

2) ULPIANO, 1 D.21.1.1.1: Affermano gli edili: COLORO CHE VENDONO SCHIAVI INFORMINO I

COMPRATORI SU QUALE MORBO O VIZIO CIASCUNO ABBIA, QUALE SIA FUGGITIVO, VAGABONDO O

NON LIBERO DA UNA RESPONSABILITA' NOSSALE. SE INVECE UNO SCHIAVO FOSSE VENDUTO CONTRO

QUESTE DISPOSIZIONI O LO FOSSE CONTRO QUANTO SIA STATO DETTO O PROMESSO QUANDO E'

STATO VENDUTO, IN CIO' CHE SI DIRA' CHE <IL VENDITORE> DEVE GARANTIRE, DAREMO L'AZIONE AL

COMPRATORE E A TUTTI COLORO AI QUALI QUESTA COSA RIGUARDERA', AFFINCHE' QUELLO SCHIAVO

VENGA RESTITUITO... PARIMENTI, SE QUALCHE SCHIAVO AVRA' COMMESSO UN CRIMINE CAPITALE O

AVRA' FATTO QUALCOSA PER DARSI LA MORTE O SIA STATO INTRODOTTO IN UN'ARENA PER

COMBATTERE CONTRO LE BESTIE, <I VENDITORI> DICHIARINO TUTTO CIO' NELLA VENDITA: INFATTI, PER

TALI CAUSE DAREMO L'AZIONE. ED ANCOR PIU', SE SI DIRA' CHE QUALCUNO ABBIA CONSAPEVOLMENTE

VENDUTO CON DOLO CONTRO TALI PREVISIONI, DAREMO L'AZIONE -> si pensa che tra la testimonianza

di Gellio e la testimonianza di Ulpiano ci sia stata una progressiva evoluzione degli edili curuli, che poi è

stata codificata da Salvio Giuliano, che redige non solo l'editto perpetuo del pretore, ma anche l'editto

perpetuo degli edili curuli. Si dice solo che queste circostanze devono essere fonte di dichiarazione da

parte del venditore alla vendita. Vi sono dei riscontri per alcuni vizi da esprimere (morbo o inclinazione a

fuggire, o ha commesso un danno penale). Durante il I sec. a.C. gli acquirenti vengono tutelati anche

quando gli schiavi imprenditori promettano l'esistenza di certe qualità che in realtà sono inesistenti, In

questo caso si ha la testimonianza di Salvio Giuliano, riportata da Ulpiano. Se il venditore non dichiara i

vizi e/o difetti, oppure se l'impreditore ha dichiarato determinate qualità assenti, gli edili curuli

forniscono 2 rimedi a tutela degli acquirenti: ACTIO REDHIBITORIA e l'ACTIO AESTIMANTORIA o QUANTI

MINORIS. La prima è importante perchè è forse la prima volta in cui si prevede nell'editto del magistrato

la risoluzione del contratto, perchè l'acquirente fa valere il grave inadempimento da parte del venditore.

E' usata anche oggi, si chiede la restituzione del pagamento (risoluzione) da realizzarsi entro 6 mesi da

quando il padrone ha facoltà di esercitarla ( e non da quando si conclude il contratto, e neppure da

quando lo scopre -come l'actio de peculio annalis-). La seconda soluzione che non è diretta alla

risoluzione del contratto ma lo conserva riequilibrandolo, REDUCTIO AD AEQUITATEM, è vero che lo

schiavo è privo delle qualità che sono state promesse ma vuole tenerlo ugualmente chiedendo però la

diminuzione del prezzo (la restituzione di una parte di denaro). Può essere esercitata entro un anno.

2 osservazioni: 1. in nessuna parte della testimonianza di Ulpiano non si nominano i venaliciari, ma si da

una visione ampia poichè col passare del tempo si ha un'estensione per qualsiasi compravendita di

schiavi (che non siano fatti da venaliciari). Nel digesto Giustiniano fa includere questo tipo di azioni che

sono indirizzati per tutti i tipi di imprenditori. 2. la clausola più antica prende in esame situzioni di

carattere oggettivo (malattie, ecc...); la seconda clausola è una forma di tutela di quelle che sono le

aspettative soggettive dell'acquirente (es. se vuole uno schiavo che sa il greco).

In un secondo momento con Augusto, tra la fine del I sec a.C e gli inizi del I sec d.C. si aggiungono altri

tre tipi di difetti non fisici, vengono elevati a vizi e difetti non fisici anche il fatto che: 1. abbia commesso

un crimine passibile di morte (perchè poteva essere sequestrato e poi giustiziato); 2. che abbia tentato

di suicidarsi (perchè poteva rifarlo); 3. se ha combattuto contro le bestie nelle arene (a causa del

comportamento feroce che potrebbe avere). vi è una previsione di carattere genrale che dice che si darà

l'azione a seconda dei casi. Si possono svolgere delle deduzioni: la responsabilità dei venditori di schiavi

che porta all'esercizio delle due azioni suddette ed è indifferente che questi sapessero o meno dei

vizi/difetti o se mancavano quelle qualità.

3) ULPIANO, 1 D. 21.1.1.2: La causa per l'introduzione di questo editto è di far fronte agli inganni dei

venditori e di soccorrere i compratori, qualunque di essi sia stato ingannato dai venditori, purchè

sappiamo che il venditore, anche se ha ignorato ciò per cui gli edili ordinano di rispondere, deve essere

tuttavia tenuto. E questo non è iniquo: il venditore, infatti, avrebbe potuto essere a conoscenza di ciò,

né, d'altra parte, interessa al compratore perchè sia ingannato, se per ignoranza del venditore o per sua

furbizia -> tipo di responsabilità oggettiva. E' responsabile anche se non è a conoscenza dei difetti. (es.

se lo schiavo è schizofrenico, se soffre di licantropia, ecc... ) il difetto di carattere psichico non rientra

nella clausola, e quindi non si possono imputare al venditore, ma scatta la responsabilità del venditore

alla presenza del dolo.

Nell'editto del pretore riguardo alla compravendita si hanno due azioni: L'ACTIO VENDITI e L'ACTIO

EMPTI (basate sulla buona fede).Siccome nell'editto del pretore la compravendita è basata sulla buona

fede, e il dolo è l'esatto opposto della buona fede, quindi se c'è responsabilità di tipo doloso si ha la

possibilità di applicare o queste due azioni applicando le due azioni dell'editto del pretore, oppure si

applica l'actio degli edili curuli dimostrando il dolo. Dato che gli edili curuli non prevedono il caso di

responsabilità colposa, non resta che adottare le azioni dell'editto del pretore. Le azioni degli edili curuli

sono accessorie a quelle contenute nell'editto del pretore.

esistono delle clausole specifiche verso i venaliciari ADVERSUS VENALICIARIOS. Continuano ad avere

come destinatari specifici quest'ultimi anche quando le prime clausole dell'editto del pretore si

estendono a tutti gli imprenditori.

4) ULPIANO, 1 D. 21.1.31.21: coloro che vendono schiavi devono dichiarare la nazione di ciascuno nella

vendita: normalmente, infatti, la nazione dello schiavo o sollecita o distoglie il compratore; perciò ci

interessa conoscere la nazione. Si è presunto, infatti, che alcuni schiavi sono buoni, perchè sono di una

nazione, che non ha cattiva reputazione, altri <invece> si considerano cattivi, perchè sono di una

nazione, che ha più cattiva reputazione. Ma, se non si sarà dichiarata così la nazione, sarà data un'azione

al compratore e a tutti quelli che ne avranno interesse, attraverso la quale il compratore restituisce lo

schiavo <comprato> -> In una fra tutte le clausole si fa obbligo ai venaliciari di dichiarare la nazione di

ciascun schiavo, che influisce sulle scelte soggettive del compratore e che può anche influire sul prezzo

(es. chi sa parlare e scrivere in greco), la variazione del prezzo può dipendere dai pregiudizi sociali. Se

non si dichiara (silenzio doloso o colposo) la nazione si incorre nella restituzione dello schiavo con l'actio

redhibitoria. Si è chiesto se si poteva usare l'actio estimatoria per riequilibrare il contratto; alcuni sono

favorevoli, altri dicono che dal silenzio non si può attuare l'actio perchè non si può dire che ci sia dolo.

5) ULPIANO, IBIDEM D.21.1.37: gli edili dispongono che uno schiavo già addestrato non sia venduto

come apprendista. E questo editto fa fronte agli inganni dei venditori: in ogni modo, infatti, gli edili

provvedono che i compratori non siano ingannati dai venditori; ad esempio, la maggior parte è solita

vendere come apprendisti gli schiavi che non sono apprendisti, per venderli ad un prezzo più alto: si è

presunto, infatti, che quegli schiavi, che sono inesperti, siano più facili e più adatti ai servizi e più docili e

più abili ad ogni servizio e che invece è difficile cambiare e adattare ai propri costumi gli schiavi adusi

<ad una certa attività> da lungo tempo. Poichè dunque i mercanti di schiavi sanno che facilmente si

ricorre all'acquisto di schiavi apprendisti, camuffano perciò quelli già addestrati e li vendono come

apprendisti. Con questo editto gli edili intimano che ciò non avvenga e perciò, se uno schiavo sia

venduto così, ignorandolo il compratore, sarà restituito -> Il termine ingannati ritorna in sede di

commento di actio institoria, exercitoria, e delle azioni degli edili curuli. Gli schiavi novizi valevano più

perchè più facilmente adattabili ad un nuovo lavoro. La pratica commerciale scorretta era quella di

mettere in vendita gli schiavi per gruppi, permettendo così di camuffare gli schiavi che avessero quel

tipo di cappello a seconda della qualità per cui erano stati adibiti in precedenza. Si prevede l'actio

redhibitoria, la risoluzione del contratto, oppure era possibile avere una parte della restituzione di

denaro. Se le qualità promesse non esistono? Alcuni studiosi dicono che si applica la clausola in assenza

delle qualità premesse. Quest'editto serve a colpire i comportamenti concludenti dei venditori degli

schiavi che camuffavano quelli addestrati con quelli apprendisti. Altri studiosi dicono che sia applicabile

sia a questi comportamenti concludenti, sia per colpire la promessa di qualità inesistente. Si amplia il

ventaglio di protezione nei confronti degli acquirenti Altra clausola NE VETERATOR PRO NOVICIO

VENEAT che uno schiavo già addestrato (veterator) ad una attività manuale non sia venduto come uno

schiavo non addestrato (novicio). Valeva di più lo schiavo inesperto di un'attività manuale, ottica diversa

da quella odierna. La ratio è: se un uomo ha lavorato per 30 anni per una professione è più difficile

innestarlo in un nuovo lavoro. Spacciare uno schiavo per inesperto che in realtà non lo erano, era come

oggi si direbbe una pratica commerciale non ammessa.

6) VENULEIO, 5 D.21.1.65.2: uno schiavo si può dire tanto addestrato quanto apprendista. E Celio

<Sabino> afferma che si deve ritenere addestrato non in base al tempo di servizio, ma al genere ed alla

causa: Infatti, chiunque, comprato fra gli schiavi apprendisti, sia stato preposto ad una certa attività,

subito rientra nel numero degli addestrati, si intende come apprendista non per inesperienza d'animo,

ma per la condizione della schiavitù. Né rileva se sappia il latino oppure no: infatti, non è <ritenuto>

addestrato neppure se sia stato erudito nelle arti liberali -> Differenza tra veterator e novicio. VALE

SOLO PER I MESTIERI E LE ATTIVITA' MANUALI, E NON PER LE PROFESSIONI. Non si calcola la lunghezza

di tempo per cui a svolto l'attività, ma che sia stato adibito stabilmente ad un'attività manuale. Riporta

l'opinione di un giurista del II sec. d.C. Celio Sabinio.

Clausola che esamina un modello organizzativo fra mercanti di schiavi in società, SOCIETAS

VENALICIARIO o VENALICIARIA. Si svolge il classico schema del contratto di società, ma senza institore, e

senza lo schiavo comune cum peculio. Sono 3 o 4 persone che si uniscono in società per la

compravendita di schiavi. Il contratto consensuale i compravendita fra soci vale solo fra di essi

(mancanza di rilevanza esterna- tranne in alcuni casi). es.

Se il terzo contraente stipula un contratto con A, il rapporto resta solo tra questi e quindi non potrà

rivolgersi nei confronti di B o C. A seguito degli editti curuli si ha un'evoluzione: dalla constatazione di un

contratto di società si mettono in comune i beni che dovono essere venduti dai singoli soci, non sono

schiavi che appartengono ad un solo socio, ma a ciascuno di essi. Le quote di proprietà possono essere

sia uguali che non. Gli edili stabiliscono che se le quote sono uguali i terzi possono fra valere le loro

pretese non solo nei confronti del commerciante con cui hanno concluso il contratto, ma anche nei

confronti di uno dei commercianti diverso da quello che ha concluso il contratto.

Inoltre si esimina la situazione per cui uno dei commercianti in società ha una quota di proprietà

maggiore nei confronti degli schiavi in comune (es. A e B hanno 1/4 di proprietà e C ne ha 1/2); gli edili

curuli permettono di esercitare l'azione non solo nei confronti del socio con il quale ha concluso il

contratto, ma anche nei confronti del socio che ha la quota maggiore (il terzo che conclude il contratto

con A può anche agire contro C, con l'actio redhibitoria ed estimatoria). Uno dei grandi mercati di schiavi

in epoca romana era quello di Rodi (Grecia). In Cicerone (opera Pro Pintio) si legge che si svolgevano

delle cause contro commercianti di schiavi provenienti dalla Gallia Narbonense (attuale Provenza). Tutto

ciò è vantaggioso per agire nei confronti del commerciante per la risoluzione del contratto o per

riequilibrarlo.

7) PAOLO, 2 D.21.1.44: si prepone l'azione in base a questo editto contro colui che abbia la quota più

grande sullo schiavo venduto, perchè normalmente i mercanti di schiavi si uniscono in società così, che

qualunque cosa compiano si considera che la compiano in comune. Infatti, agli edili è sembrato equo

che le azioni edilizie competessero anche contro uno solo di essi, che avesse la quota più grande o

uguale <agli altri>, affinchè il compratore non fosse costretto ad instaurare una lite con molti, sebbene

vi sia l'azione da compravendita contro ciascuno per la propria quota sociale: infatti, questo genere di

uomini è alquanto incline ad ottenere del lucro in modo piuttosto turpe -> si considera l'actio

redhibitoria ed estimatoria. I commercianti svolgono una serie di attività in comune ma non devono

agire tutti sullo stesso contratto, ovvero se si svolge una compravendita in Gallia, non devono andare

tutti fin laggiù. E' uno strano caso di solidarietà passiva. Se le quote sono diseguali non vale la solidarietà

passiva (perchè B non può essere chiamato in contratto, dato che né ha concluso il contratto, né ha la

quota maggiore sullo schiavo). Abbiamo detto che in caso di dolo e colpa poteva esserci un concorso fra

le azioni degli edili curuli e quelle del pretore con l'actio Empti .Secondo il pretore all'utilizzo dell'actio

empti non si ha mai una responsabilità solidale, ma parziaria. Ovvero B e C rispondono in base alla quota

sociale; se si rivolge contro A non si ha la responsabilità parziaria ma per intero.

8) PAOLO, 30 D.14.3.17: se qualcuno sia stato preposto a comprare e vendere schiavi o giumenti o

pecore, non solo compete l'azione institoria contro quello che lo ha preposto, ma si deve anche dare per

l'intero l'azione redibitoria o quella da stipulazione per il doppio del prezzo o il suo importo semplice ->

supponiamo che l'impresa sia organizzata secondo il modello in cui si ha un institor preposto che ha

oggetto la compravendita di schiavi o animali, che non adempie, si da l'actio institoria contro il

preponente, ma si può anche dare l'actio redhibitoria e l'actio estimatoria contro il preponente. Le due

azioni sono mensionate diversamente dall'actio institoria. Rappresentanza passiva diretta dell'institore

nei confronti del preponente, sembra che vi sia sempre un maggior riconoscimento della

rappresentanza diretta. Vi è una stipulazione accessoria con cui l'imprenditore garantisce in caso di

evizione con la STIPULATIO DUPLAE (con la restituzione del doppio del prezzo, IN CASO DI

COMPRAVENDITA DI ANIMALI DA LAVORO E DI SCHIAVI), e con la STIPULATIO HABéRE LICéRE

(restituzione del prezzo + una somma equivalente al risarcimento del danno calcolata dal giudice in ogni

caso- ANIMALI).

9) GAIO, 2 D.21.1.32: pertanto, come in precedenza al venditore si ordina di dichiarare in via anticipata i

morbi o vizi <dello schiavo> e tutte le altre cose che sono state comprese nella rubrica edittale e poi si

stabilisce che prometta che lo schiavo non si trovi in quelle situazioni, così, anche quando lo schiavo

acceda ad un'altra cosa, è costretto a dichiarare e promettere le stesse cose. E questo si deve intendere

non solo al fondo, ma anche se generalmente accedano alla vendita tutti gli schiavi che si trovino sul

fondo -> clausola relativa all'editto degli edili curuli che riguarda una situazione che poteva portare ad

eludere le norme degli editti curuli stessi: nel caso in cui lo schiavo è venduto come elemento

accessorio, si dovevano osservare le indicazioni degli editti curuli (difetti fisici, ecc..)? Questo si poteva

verificare quando si vendeva un appezzamento di terra con schiavi compresi. La clausola è SI HOMO ALII

REI CEDAT se lo schiavo sia accessorio di un'altra cosa. La soluzione è che anche quando lo schiavo sia

accessorio devono essere osservate le regole degli editti curili, sia che si vendano nominativamente che

genericamente.

10) PAOLO, 2 D.21.1.44: molto giustamente gli edili non hanno voluto che uno schiavo accedesse ad una

cosa che fosse di minor valore, affinchè non fosse compiuta una qualche frode o in base all'editto <degli

edili stessi> o al diritto civile, come afferma Pedio, per la dignità degli uomini... d'altra parte, alla vendita

di uno schiavo è permesso di aggiungere qualunque cosa: normalmente, infatti, vale più il peculio che lo

schiavo e talvolta il vicario che accede rispetto all'ordinario -> gli edili hanno vietato che si potesse

parlare di uno schiavo accessorio ad una cosa che fosse di minor valore dello stesso, (es. accessorio

all'aratro, alla stoffa, ecc..) lo schiavo è la cosa principale dell'altra se ha meno valore (è previsto sia dallo

ius civile che dallo ius honorarium).

Strumenti di protezione dell'ordinamento giuridico romano contro gestori di magazzini (HORREARII)

I magazzini -> Horrea , il magazzino -> Horreum

La gestione di magazzini è un' attività rilevante non solo nel III sec. d.C., ma anche durante tutta la storia

del diritto romano a venire. In tutte le città romane, e soprattutto quelle maggiormente sviluppate

economicamente (Ostia, Pozzuoli, Pompei, ecc...) si sono trovati dei magazzini molto estesi in cui si

potevano depositare cose o merci. Sono ripartiti in stanze o celle, e l'horreario li da in locazione a terzi.

Contrariamente a quanto accade oggi nel c.c. riguardo al deposito nei magazzini, che rientra nella più

ampia forma contrattuale circa il deposito, il rapporto contrattuale nel diritto romano è una LOCATIO

CONDUCTIO REI, poichè l'horrearius da in locazione dei singoli spazi in cambio di un corrispettivo in

denaro. Il cliente deposita in essi merci, cose preziose, documenti, ecc... L'aspetto della locazione

prevale sull'aspetto del deposito. Inoltre, l'horrea fornisce un servizio di custodia prevenendo danni o

furti (obbligazione di custodia), e di solito l'horrearius poteva non essere il proprietario del magazzino,

poichè poteva essere un soggetto che aveva preso in locazione questi magazzini (esisteva un contratto

di locatio rei fra proprietario e horrearius, che a sua volta contraeva dei contratti di sublocazione->

intermediazione, contratto di gestione immobiliare). Sorgono dei problemi nei casi di furto, saccheggio

(forse anche danneggiamento); l'obbligazione di custodia è accessoria a quella principale, ma non è

previsto un ulteriore pagamento per la sola custodia. Poteva esserci una pattuizione per cui si escludeva

la responsabilità di custodia per certi tipi di merci preziose. L'horrearius non fornisce i magazzini per

viverci, ma solo per depositare cose, fornendo custodia su ciò che si deposita.

1) LABEONE, 5 D.19.2.60.9: reputo che per la custodia delle cose, per la quale il gestore dell'impresa di

magazzini <l'horrearius> deve rispondere verso i conduttori, il locatore di tutti i magazzini <e

proprietario degli stessi> deve rispondere verso i conduttori, il locatore di tutti i magazzini <e

proprietario degli stessi> non debba rispondere, a meno che nella locazione <con il gestore> non si sia

convenuto diversamente -> il proprietario da in gestione agli horrearius, l' obbligo di custodia grava sul

proprietario o sui gestori? Se l'horrearius è chiamato a rispondere per inadempimento di custodia,

perchè a qualcuno sono state rubate delle cose depositate, può costui a sua volta rivalersi sul

proprietario dei magazzini? NO, perchè è l'horrearius ad assumersi la responsabilità di custodia. <tranne

se c'è un patto specifico fra proprietario ed horrearius>.

2) PAOLO, 2 D.19.2.55: il proprietario dei magazzini non è tenuto per la loro effrazione e saccheggio, a

meno che non abbia assunto la custodia di essi <anche per questa ipotesi>... -> Per il saccheggio ed

effrazione (magazzini forzati e derubati), la regola normale è quella che segue la forza maggiore, quindi

non si ha responsabilità per l'horrearius tranne se l'obbligo di custodia è esteso tramite pattuizione fra

horrearius e sublocatori. Oggi si parla di polizza assicurativa.

3) C.4.65.1: il proprietario dei magazzini non è costretto a rispondere nei confronti del conduttore del

rischio e pericolo della forza maggiore o dell'effrazione da parte dei banditi. Ad eccezione di tali casi, se

qualcosa delle cose depositate sia perito per una lesione dei magazzini dovuta ad una causa esterna,

deve risarcire il danno di tali cose ->Compensazione privata di Alessandro Severo Il sui depositi fra

223-235 d.C., normalmente la forza maggiore non implica una responsabilità di custodia, ma se dallo

stato dei magazzini deriva il perimento per scarsa manutenzione degli horrea, il danno delle cose deve

essere risarcito. Per il terremoto si parla di forza maggiore, ma non per la negligenza della manutenzione

dei magazzini. Se le cose periscono per negligenza la responsabilità è in capo all'horrearius.

4) C.V.L. VI, 33747 (= F.I.R.A. III 145 a) CORPUS INSCRIPTIONUM LATINARUM: Clausole <della

locazione> dei magazzini: 1.Chiunque per il prossimo anno vorrà trattenere l'armadio o qualunque altro

spazio che prese in conduzione, lo dovrà dichiarare entro le idi di dicembre <13 dicembre>, dopo aver

pagato il canone. 2.Chi non lo abbia dichiarato, se vorrà trattenerlo e non abbia trasatto

differentemente con il gestore dei magazzini per l'anno successivo, avrà in conduzione l'armadio a quel

canone a cui si sarà soliti locarlo in quell'anno e in quel luogo, purchè non sia stato locato ad un altro.

3.Chiunque ha preso in conduzione <un armadio o un altro spazio> in questi magazzini, non avrà diritto

di sublocare e di sostituire <altri a sè>. 4.... non risponderà per la custodia. 5.Le cose che saranno

portate dentro ed introdotte, costituiranno un pegno in favore del gestore, nel caso in cui non si saranno

pagati i canoni. 6.Chiunque ha preso in conduzione <un armadio o un altro spazio> in questi magazzini,

dopo aver pagato il canone, sarà liberato con una ricevuta <del gestore>. 7.Chiunque, avendo preso in

conduzione un magazzino, abbia lasciato lì le proprie cose e non le abbia assegnate ad un custode, <fara

sì che> il gestore sarà senza colpa ->Quest'epigrafe risale al I sec. d.C., ed è una testimonianza delle

condizioni generali inserite nella stipulatio fra locatore e subconduttori; seguono delle clausole che oggi

chiamiamo condizioni generali di contratto. Si sono trovate, vicino alle mura di Porta Pia, delle epigrafi

marmoree, una di esse si trova ai musei Capitolini, e ci indica alcune clausole inserite in tutti i contratti

che l'horrearius concludeva con i clienti, le quali seguivano tutti un certo formulario con un numero

standard di clausole adattabili alle esigenze dei contraenti. La prima clausola parla di una possibilità di

rinnovo annuale della locazione. E' rivolta a chi ha già concluso questo contratto e lo vuole rinnovare,

corrispondendo il canone entro il 13 Dicembre, il vantaggio è che il canone resta invariato. La seconda

clausola prevede che chi non ha prorogato il contratto entro il 13 Dicembre potrà farlo in relazione al

fatto che il patto preveda una proroga concordata nel contratto iniziale, inoltre non ha la certezza che il

canone sia uguale al precedente e che non è già stato locato ad altri. La terza clausola prevede che i

clienti che hanno preso in locazione gli spazi non possono procedere ad un'ulteriore sublocazione.

Quarta clausola ci è pervenuta monca, ma si preseppone che si riferisca a delle situazioni particolari in

cui l'horrearius non voglia assumersi la responsabilità per custodia, oppure non la vuole assumere per

determinate merci. Quinta clausola dice che le cose depositate costituiscono un pegno per il pagamento

del canone. Sesta clausola il pagamento del canone fa si che venga rilasciata una ricevuta (oggi diremmo

una quietanza liberatoria). Settima clausola prevede che ci deve essere un atto di consegna delle cose

che sono depositate al personale adibito dall'horrearius alla custodia dei magazzini (per il receptum

nautarum, nasceva la responsabilità per la custodia dalla semplice autorizzazione o tolleranza della

presenza delle merci sulla nave? SI, l'atto si faceva per sapere chi e cosa si fosse depositato sulla nave, e

se non si aveva quest'atto la responsabilità verso l'armatore nasceva al momento del deposito sulla

nave).

5) LABEONE, 5 posteriorum a Iavoleno epitomatorum in D.19.2.60.6: Il locatore di un magazzino ha

affisso <la clausola> di non ricevere a proprio rischio e pericolo oro, argento, perle; poi, sapendo che

queste cose erano state immesse, lo ha tollerato. Dico che sarà obbligato verso di te come se non avesse

affisso <quella clausola>, poichè quanto è stato affisso si considera rimesso -> questo testo ci fa vedere

che poteva essere prevista una clausola di esonero della responsabilità dell'horrearius per una tipologia

di merce specifica, quelle preziose. Se c'è la clausola di esonero, e dei clienti depositano ugualmente

cose preziose nell'horrea e l'horrearius lo sa e lo tollera, e poi si verifica un furto, la responsabilità ricade

sull'horrearius dato che lo sapeva e lo tollerava, ed ha inoltre violato la prescrizione della clausola

affissa. I giuristi moderni discutono circa la ratio: 3 spiegazioni -> 1. tipico esempio di venire contra

factum proprium cioè porre in essere una condotta contraddittoria lesiva dell'altrui affidamento,

particolare adozione del pricipio generale della Buona Fede oggettiva. Questo principio si ha quando un

soggetto fa una dichiarazione e poi nei fatti attua un comportamento contrario alla dichiarazione fatta.

2. partendo dal presupposto che vi sia un contratto di locazione (consensuale), il cui consenso si

manifesta non solo espressamente ma anche tacitamente mediante comportamenti fra i concludenti.

Se prima horrearius e cliente hanno concluso un contratto di locazione per deposito di merci preziose in

seguito, quando il cliente deposita le merci e l'horrearius ne è a conoscenza, si pone in essere un nuovo

contratto di locazione -o si modifica la clausola di esonero della responsabilità-. L'horrearius quindi SI

PUO' ESONERARE DELLA RESPONSABILITA'. 3. Uno studioso tedesco Andreas Wacke ha supposto che in

questo caso fra horrearius e cliente fossero state espressamente concordate, pattuite delle clausole

relative all'esonero di responsabilità che avrebbero sostituito la clausola delle condizioni generali.

Secondo una regola generale che si può anche considerare assorta in principio, quando ci sono delle

condizioni generali di contratto e poi vi è una clausola concordata fra le parti, questa si va a sostituire

alla clausola contenuta nelle condizioni generali di contratto. Non sappiamo quale delle 3 sia quella

giusta, ma è sicuro che se l'horrearius permette il deposito di cose preziose, questi non si può avvalere

della clausola di esonero in caso di furto.

6) ISTITUZIONI DI GAIO 3.205: parimenti, se un titolare abbia ricevuto, dietro corrispettivo di una

determinata mercede, dei vestiti per pulirli o sistemarli oppure li abbia ricevuti un sarto per ripararli, essi

stessi hanno l'azione di furto e non il proprietario <dei vestiti>, poichè il proprietario non ha interesse

che questi non vadano perduti, potendo conseguire il risarcimento dal tintore o dal sarto attraverso

l'azione da locazione... -> responsabilità per custodia che grava su titolari diversi dagli armatori, dai

titolari di stazione di cambio e dai titolari di alberghi, ma si riferisce ai Fullones (Tintori, addetti alla

pulizia di tessutori o al loro riciclaggio) e Sarcinatores (Sarti, adetti alla riparazione ed al

confezionamento di abiti), ciò non previsto dallo ius honorarium ma dallo ius civile. Responsabilità

SINE CULPA che in un primo momento (a differenza di quella del receptum nautarum, cauponum e

stabulariorum) vale solo per il furto. Se l'abito da pulire o riparare veniva rubato.

7) ULPIANO, 5 D.19.2.41: Ma Giuliano afferma che non si può agire contro il conduttore per un danno

arrecato da un altro: con quale custodia, infatti, avrebbe potuto ottenere che non fosse arrecato da un

altro un danno ingiusto? Ma Marcello afferma che talvolta possa esservi <l'azione> sia che si fosse

potuta custodire <la cosa> in modo che non si arrecasse il danno, sia che il danno l'abbia arrecato lo

stesso custode. E questo parere di Marcello è da approvare -> Solo a partire dalla seconda metà del II

sec. d.C. questa responsabilità si estende anche al danno grazie al giurista Ulpio Marcello. La

responsabilità oggettiva è a carico del tintore o del sarto, poichè in caso di furto l'azione contro il ladro

non spetta al proprietario dei vestiti, ma allo stesso fullo o sarcinator. Quest'obbligazione è accessoria a

quella principale. Si tratta di una locatio operis. Giuliano non aveva accettato l'estensione della

responsabilità: Mentre l'obbligazione di custodire ha implicito anche l'obbligazione a conservare la cosa

per evitare per qualcuno la rubi, non può evitare anche che qualcuno la danneggi. Marcello afferma

che il danno poteva essere arrecato anche dallo stesso custode, e per questo è da approvare.

Rimedi approntati dall'ordinamento giuridico nei confronti degli imprenditori finanziari

(faeneratores o fenaliciarii)

Per faeneratores s'intende il genere di cui i banchieri sono una specie, come anche i membri degli

equites, i membri della nobilitas, ecc...

Possono essere o meno banchieri che investono il loro denaro per ottenerne i frutti, ovvero hanno

oggetto della loro impresa di finanziare le loro attività per lucrare sugli interessi.

I rimedi sono approntati per far fronte a comportamenti relativi ad una prassi finanziaria che sono lesivi

nei confronti dei terzi contraenti, perchè in concreto chi prestava denaro ad interessi realizzava un

Mutuo ma anche una Stipulazione, la cui presenza era necessaria se il mutuante voleva gli interessi oltre

alla restituzione del denaro prestato. Se il mutuo e la stipulazio erano contestuali o la stipulatione era

successiva al mutuo, dal punto di vista giuridico la situazione è semplice: il mutuo è un contratto reale

che può concludersi solo in presenza del consenso di entrambe le parti oltre che alla dazione del denaro

in oggetto. Quindi la stipulazione contestuale o successiva poteva prevedere solo gli interessi quindi con

2 obbligazioni (restituzione + interessi), oppure prevedeva anche il mutuo. Quando racchiude sia

l'obbligazione di restituire il capitale che il pagamento degli interessi, per i giuristi s'intende che a carico

del contraente vi sia una sola obbligazione, che è quella derivante dalla stipulatione. Situazione in cui si

ha la stipulatio in base alla quale il mutuante fa promettere la restituzione del denaro prestato + gli

interessi in vista di un mutuo successivo (la stipulatio precede il mutuo). Se la consegna del denaro si

realizza, in caso di inadempimento della controprestazione si può agire con l'actio de stipulatione, quindi

non si ha alcun problema. Situazione in cui si conclude la stipulatio e non si realizza la dazione del denaro

in oggetto. Dato che la stipulatio nasce come contratto astratto, in cui non ha rilevanza la causa, è

ovvio che si determina una situazione iniqua, in cui si fa promessa del pagamento del denaro + gli

interessi sulla stessa in vista di un mutuo che non ha luogo. Ma dato che si tratta di un contratto

astratto, il mutuatario è tenuto ugualmente al pagamento delle somme promesse. Si trova un rimedio di

carattere generale introdotto dal pretore circa la metà del I sec. a.C. 66 a.C. forse da Aquilio Gallo, amico

di Cicerone, con l'EXCEPTIO DOLI. E' un' eccezione GENERALIS o SPECIALIS? Generalis. Per dolo speciale

s'intende quello commesso al momento della conclusione del negozio mediante raggiro, mentre per

dolo generale s'intende il dolo commesso dopo la conclusione del negozio, mediante la mancata dazione

del denaro in oggetto e la citazione in giudizio in cui si chiede la restituzione del denaro + gli interessi.

Nel diritto civile di oggi, l'eccezione per il dolo generale serve a prevenire l'abuso di diritto.

1) ISTITUZIONI DI GAIO 4.116a: Ad esempio, se io mi sia fatto promettere con stipulazione <una somma

di> denaro da te in vista di versartela in contanti per concludere un prestito e poi non abbia versato tale

somma, è certo che io possa chiedeterti in giudizio quel denaro -> quando si usa il termine placet, vuol

dire che vi erano stati diversi pareri da diversi giuristi, e che alla fine sia prevalso un orientamento.

Quindi nella prima metà del I sec. a.C. al momento in cui l'exceptio doli generalis viene inserita

nell'editto del pretore si aggiunge anche questo caso. Ad un certo punto questa tutela viene innovata

dalla cancelleria imperiale perchè nei confronti del mutuatario non sembra sufficientemente garantiva,

anche perchè ovviamente, opponendo l'eccezione di dolo era poi il debitore a dover provare che il

creditore che agiva era in dolo. La cancelleria imperiale nell'epoca di Caracalla nel 211-217 d.C. e di

Alessandro Severo nel 221-235 d.C. interviene con un rimedio specifico chiamato EXCEPTIO NON

NUMERATAE PECUNIAE, Eccezione di denaro non versato, facendo riferimento a somme di denaro non

versate a seguito della promessa di pagamento. E' un rimedio concorrente ad eccezione di dolo, ovvero

quando vi si fa riferimento, non viene abolita l'eccezione di dolo, ma sussistono entrambe, invertendo

l'onere della prova, ovvero era il mutuante a dover provare il versamento della somma di denaro.

2) C. 4.30.3: Se in base alla tua stipulazione documentata sarai stato convenuto in giudizio, l'attore,

anche se sia stato dato qualcosa in ipoteca, nel caso in cui gli opporrai l'eccezione di dolo o di denaro

non versato, potete ottenere la liberazione dall'obbligazione con l'azione di ripetizione, anche se l'attore

non richieda in giudizio, oppure contro di lui che agisce potete usare l'eccezione di denaro non versato

-> ha come primo effetto di porre a carico del creditore (mutuante) l'onere di provare l'avvenuto

versamento della somma in causa, e da adesso vale non solo per il rimedio exceptio non numeratae

pecuniae, ma anche per l'exceptio doli.

3) C. 4.30.7: Se avete promesso con stipulazione al vostro avversario in previsione di accettare denaro in

mutuo, che non è stato poi versato, potete ottenere la liberazione dall'obbligazione con l'azione di

ripetizione, anche se l'attore non richieda in giudizio, oppure contro lui che agisce potete usare

l'eccezione di denaro non versato -> Siamo nell'epoca di Alessandro Severo. Situazione in cui il debitore

agisce per propria iniziativa nel caso di stupalatio seguita la mutuo, perchè vuole prevenire l'iniziativa

del creditore al fine di ottenere la declaratoria giudiziale di liberazione da tale obbligazione. Si verifica la

CONDICTIO LIBERATIONIS, ovvero quando il debitore la utilizza si vuole far consegnare dei documenti da

parte del creditore che provano la conclusione della stipulazione. Se invece è il creditore a proporre

l'azione, il debitore potrà liberarsi con l'eccezione non numerate pecuniae.

La cancelleria di Caracalla prevede l'uso di entrambi i rimedi, quella di Alessandro severo prevede solo

l'eccezione non numerate pecuniae.

PARTE NON CONTENUTA NEI LIBRI

Evoluzione di protezione fra il II sec. a.C. e la metà del III sec. d.C. trovati in dei rescritti di Diocleziano

(284 d.C. abdica nel 305 d.C.)

I RESCRITTI SONO RISPOSTE DA PARTE DELLA CANCELLERIA IMPERIALE CHE MIRANO A DARE RISPOSTE

A CASI CONCRETI CHE COINVOLGONO PRIVATI. Non si hanno più rescritti dopo Diocleziano, poichè da

Costantino in poi sono riportate solo le costituzioni di carattere generale, ed astratto non in risposta a

casi concreti (questo accade anche nel Codice Teodosiano che nel Codice Giustinianeo). Periodo di

trasizione per i cambiamenti del diritto, dell'economia che aprono il periodo tardo-antico che apre le

porte al periodo alto-medievale. In realtà non si ha un cambiamento drastico, ma appunto si tratta di

un periodo di trasizione in cui si hanno cambiamenti privatistici ed economici e di tutte le attività

di interesse per lo stato definite per corporazioni obbligatorie di mestiere che si tramandavano per

generazione. Chi svolgeva attività di prima necessità come macellai, fornai,ecc... doveva svolgere dei

compiti previsti dalla politica dirigistica imperiale (es. i fornai dovevano garantire per la città 200

libbre al giorno di pane, altrimenti andavano in contro a delle multe in monete d'oro). Diocleziano

emanda anche L'editto dei prezzi, che stabilisce dei prezzi massimi delle cose di uso quotidiano e delle

cose preziose, e che troviamo indicato in alcune opere storico- letterarie. Ne parla Lattanzio, scrittore

cristiano che parla male di Diocleziano per le persecuzioni dei Cristiani. In Asia Minore si trovano

frammenti di quest'editto che corrispondono a quanto narrato da Lattanzio.

I NOMI DELLE ACTIONES RIMANGONO UGUALI ANCHE SE ORMAI LA FORMA PROCESSUALE E' QUELLA

DELLA COGNITIO EXTRA ORDINEM

La selezione dei rescritti dell'età Dioclezianea, serve a far vedere come si sia in un'epoca di transizione

in cui tutto quello che era il diritto precedente emanato in funzione dei contraenti non fosse del tutto

sparito.

1) C. 4.25.4 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e Massimiano del 293 d.C. : Anche se il

comandante della nave sia stato preposto da una donna, dai suoi contratti la stessa è tenuta con l'azione

contro l'armatore a somiglianza dell'azione institoria -> Fa riferimento ad una donna armatrice, ed

ovviamente la ratio del quesito è che siccome il comandante della nave era stato preposto da una

donna, la tutela prevista dall'actio exercitoria valeva in questo caso oppure no? All'epoca di Diocleziano

non vi era più il processo formulare ma la COGNITIO EXTRA ORDINEM. La donna armatrice non fa parte

della corporazione dei naviculari, ma svolge delle attività nell'esercizio di un'attività imprenditoriale

navale con la presenza della preposizione di un magister navis, svolgendo delle attività di tipo privato, e

non previste dallo stato. La cancelleria imperiale così concede ugualmente protezione con l'actio

exercitoria.

2) C. 4.25.5 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e Massimiano del 294: Se Domiziano ha dato

mandato a Demetriano di ricevere denaro in mutuo e tu confidi di poter provare ciò, puoi convenire lo

stesso Domiziano davanti al giudice competente sull'esempio dell'azione institoria -> testimonianza della

presenza di attività finanziarie speculatorie. Imprenditore finanziario Domiziano che svolge un'attività

d'investimento tramite un'incaricato Demetriano. Il contraente che ha contrattato con Demetriano si

rivolge alla cancelleria imperiale per sapere quale tutela può usare in questo caso. Tecnicamente non c'è

una preposizione institoria, ma c'è un mandato di svolgere un'attività di speculazione finanziaria tramite

mutuo con lo scopo di lucrare sugli interessi. Il quesito che nasce è se il terzo possa chiamare in giudizio

direttamente Domiziano anche se non si ha una preposizione, ma un mandato. Se il terzo prova che c'è

stato un mandato generale da parte di Domiziano verso Demetriano, ha diritto ad usare un'azione a

somiglianza dell'actio institoria. Si hanno 2 contratti: mandato e mutuo.

3) C. 4.25.6, Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e Massimiano del 294: Colui che, seguendo

la volontà del padrone, ha concluso un contratto con il servo dello stesso, correttamente conviene per

l'intero il padrone sul modello dell'azione institoria -> dimostra come in parallelo all'actio institoria fosse

costante tutte le volte in cui vi sia una situazione simile alla preposizione institoria.

4) C. 4.26.7 pr. -2, Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e Massimiano del 293: Non è diritto

su cui si discute che a colui, il quale dà denaro in mutuo ad un servo altrui, finchè è vivo il servo, e

parimenti entro un anno dalla sua morte, competa contro il padrone l'azione nei limiti del peculio

oppure <di quanto a lui riversato>, se questa quantità sia stata riversata nel patrimonio del padrone,

mentre dopo l'anno <gli compete> anche l'azione onoraria 1. Perciò, se certamente il denaro è versato

nel patrimonio del padrone, puoi convenire i suoi eredi per quella somma, che è entrata nel patrimonio

dello stesso 2. Se invece non si può provare ciò, ne consegue che, vivendo il servo, tu possa convenire il

padrone con l'azione nei limiti del peculio oppure, se già il servo è uscito dal mondo umano o è stato

venduto o manomesso e non è trascorso un anno, tu possa esperire l'azione nei limiti del peculio di

allora -> richiamo delle actiones adiecticiae. es. Un tale da denaro a mutuo ad uno schiavo altrui o che

gestisce un peculio oppure che vuole formare un proprio peculio tramite questo mutuo, si da l'azione

nei limiti del peculio o de in rem verso contro il padrone di quello schiavo. Questo testo fa delle

confusioni circa quelle che sono le modalità di applicazione dell'actio de peculio annalis, perchè gli

riconosce l'azione de peculio e de in rem verso sia se lo schiavo è vivo, sia entro un anno dalla sua

morte. Dopo l'anno gli compete anche l'azione honoraria. Pur non appanandosi la differenza fra l'actio

de peculio e l'actio de in rem verso, la cancelleria sente l'esigenza di tutelare il terzo contraente in

entrambe le situazioni.

5) C. 4.26.11 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e di Massimiano del 294: Non è discusso

che, siccome è noto che una schiava non si possa per diritto obbligare, si deve dare al contraente <con

lei> l'azione contro il padrone nella misura in cui il suo peculio si sia arricchito, qualora ella sia ancora

viva, e l'azione entro un anno utile, dopo la sua morte -> si vedono con maggior chiarezza i paletti posti

fra actio de peculio annalis ed l'actio de in rem verso. Chi svolge l'attività contrattuale è una schiava, si

pone il problema su quale azione si deve attuare nei confronti del padrone nel caso in cui avesse

riversato quanto ottenuto nel patrimonio del padrone, oppure se la schiava fosse morta. E' chiaro da

questo testo dei 2 imperatori che in caso di morte della schiava cum peculio si faceva ricorso all'actio de

peculio annalis, mentre se la schiava fosse stata ancora in vita ci si rifaceva all'actio de in rem verso,

poichè la presenza di un peculio veniva considerato come una forma di arricchimento per il padrone.

Possiamo considerare questo rescritto o nel senso di acquisti fatti col peculio riversati nel patrimonio del

padrone, oppure di attività svolte con l'esercizio del peculio che apportano arricchimento per il padrone;

per entrambi i casi è concessa l'actio de in rem verso. Nulla vietava che le due azioni (de peculio e de in

rem verso) fossero cumulabili ed applicabili nei confronti del padrone della schiava. Il rimedio non è

innovativo , ma si richiama un rimedio già esistente in precedenza.

6) C. 4.34.8 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e di Massimiano del 293: se colui, che ha

ricevuto da te denaro in deposito, lo ha dato in mutuo a nome proprio o di qualunque altro, è certissimo

che tanto egli stesso quanto i suoi successori siano tenuti verso di te per l'adempimento

dell'obbligazione assunta. Quindi, contro colui che ha ricevuto <il denaro in mutuo> non ti compete

nessuna azione, a meno che le monete non siano ancora individuabili: in tal caso, infatti, puoi usare

l'azione di rivendica contro il possessore -> situazione in cui si parla sicuramente di un banchiere che

svolge delle attività negoziali.

Il richiedente A conclude un deposito di denaro con un soggetto B, che a sua volta invece di custodire il

denaro custodito, lo impiega per concludere un mutuo con C. Quando A chiede le somme depositate B

non le ha, giustificandosi con la presenza del mutuo concluso con C, ed incitandolo a richiedere la

restituzione a C. A non accetta e si rivolge alla cancelleria imperiale per avere una soluzione. Il contratto

non coinvolge i terzi, quindi la proposta di B non poteva essere accettabile da parte della cancelleria

imperiale. Ciò era possibile solo se fra A e B fosse stato espressamente pattuito al momento del

deposito (datio in solutum, oggi prestazione in luogo di adempimento). Il depositario deve restituire le

somme depositate al depositante. L'unica eccezione che si scende da quasto rescritto è l'ipotesi in cui B

avesse dato a C una somma di denaro chiusa e sigillata in contenitori (sacchetti o lignei). Quando il

deposito è chiuso e sigillato la proprietà non passa, mentre quando è aperto passa la proprietà (regola

del deposito ordinario). Se C riceve la somma chiusa, A può agire con l'azione di rivendica. Dato che A

non ha concluso alcun rapporto diretto con C, non è obbligato nè può agire ad agire in giudizio contro C.

E' importante poichè la soluzione data dalla cancelleria è una forma di tutela per A contro persone come

B che erano abituate ad investire le somme del depositante. La soluzio inchioda B alla propria

responsabilità nei confronti di A, quindi se quest'ultimo chiede la restituzione delle somme e B non le

ha, questi dovrà risarcirlo oltre che a restituire quanto depositato (anche con la vendita delle cose del

suo patrimonio).

All'epoca di Diocleziano e Massimiano trovavano applicazione le normative previste prima negli editti

degli edili curuli che poi vennero trasfusi negli editti perpetui circa le compravendite degli schiavi.

7) C. 4.49.14, Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e di Massimiano del 294: un compratore di

schiavi correttamente chiede che gli siano consegnati correttamente e che gli venga data promessa di

garanzia circa la loro tendenza a fuggire, la loro salute e tendenza a vagabondare o la mancanza di una

responsabilità nossale -> gli acquirenti da commercianti o venditori di schiavi richiedevano garanzie

contro i vizi, e circa la loro salute fisica.

8) C. 4.58.3 pr.-1 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e di Massimiano del 286: se non sia

provato che lo schiavo sia fuggito <quando era> presso il precedente padrone, la fuga che interviene

dopo la vendita è a danno del compratore 1. Se invece il venditore abbia temerariamente promesso che

lo schiavo era privo di tale difetto anche per il futuro, per quanto ciò risulti essere impossibile, non è

tuttavia discusso che <il compratore> possa esperire l'azione secondo l'accordo contenuto nel patto

concluso in precedenza o al momento del contratto: infatti, i casi fortuiti successivi sono a rischio e

pericolo non del venditore, ma del compratore -> si tratta del vizio dello schiavo incline a fuggire. Il

venditore deve dichiarare che uno schiavo ha questo vizio non fisico di essere incline a fuggire solo

quando vi siano delle prove di tale vizio. Se invece l'acquirente compra lo schiavo, il venditore tace circa

l'inclinazione a fuggire perchè prima non è mai fuggito e solo dopo l'acquisto fugge per la prima volta, il

rischio non è più a carico del venditore ma dell'acquirente. Ipotesi in cui il venditore a fronte di uno

schiavo che vende mai fuggito ed avesse dato garanzia che non sarebbe mai fuggito anche in futuro, si

ha la responsabilità del venditore. Nella prassi si dice che questa è un'ipotesi estrema, impossibile.

9) C. 4.58.4 pr-1 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e Massimiano: se qualcuno abbia

comprato un fondo con la clausola che, se non sia stato di suo gradimento, sarà come non comprato, è

evidente che è stato venduto sotto condizione < e che la vendita al verificarsi della condizione> si risolve

e che contro il venditore compete l'azione redhibitoria 1. Lo stesso si osserva anche se si sia venduto un

fondo pestilenziale... ignorandolo il compratore: infatti, anche in tal caso, mediante la medesima azione,

deve essere restituito -> questa testimonianza dimostra che la normativa degli edili curuli all'epoca di

Diocleziano e Massimiano fù estesa anche per i fondi. Riguarda non la presenza di vizi ma il patto di

gradimento, cioè si ha la compravendita del fondo il quale contratto di compravendita comprende una

clausola a favore del compratore PACTUM DISPLICENTIAE (trad lett. di dispiacere). Nel momento in cui il

compratore nega che la cosa sia di suo gradimento, il contratto si risolve. La compravendita con patto di

compravendita viene ostruita sottoforma di compravendita condizionale, il mancato gradimento da

parte del compratore è costruito un una condizione potestativa negativa, quindi si può ottenere la

risoluzione tramite l'actio redhibitoria. Per fondo pestilenziale s'intende un fondo improduttivo, che

perde la ragione di carattere naturale, presentanto il vizio di improduttività. Se il produttore lo ignorava

si ha ugualmente diritto all'uso dell'actio redhibitoria con la restituzione del prezzo oltre che al

risarcimento dei danni. E' un vizio di carattere fisico - naturale ed occulto.

Sui testi 10 e 11 si fonda la teoria recepita da molti codici come - quello francese ed italiano- della

rescissione del contratto per lesione ultra limitum (per danno enorme).

Entrambi i testi sono delle testimonianze della cancelleria di Diocleziano e di Massimiano, che per molti

anni sono stati considerati interpolati, cioè che fossero una realtà giuridica introdotta da Giustiniano,

oggi si ritiene che non siano interpolati e che sono applicabili per la tutela dei venditori nei confronti dei

compratori perchè fanno riferimento ad attività di tipo speculativo di compravendita di fondi a prezzi

stracciati. Vengono tutelati i venditori che vendono ad un prezzo più basso della metà del loro valore a

persone che rivendono poi a prezzi maggiorati, quindi a persone che svolgono attività imprenditoriale.

10) C. 4.44.2 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e Massimiano del 285: se tu o tuo padre

avete venduto a minore prezzo una cosa di maggior valore, è umano o che, restituendo il prezzo ai

compratori, tu riceva il fondo venduto per intercessione dell'autorità del giudice oppure che, se lo

preferisca il compratore, tu riceva ciò che manca dal giusto prezzo. Si considera poi che vi sia un prezzo

minore, se non sia stata pagata neppure la metà del vero valore -> La situazione presa in esame è la

compravendita di un fondo, in cui i venditori si rivolgono alla cancelleria imperiale poichè hanno

venduto ad un prezzo che è inferiore alla metà del reale valore del fondo, quindi la situazione si risolve

tramite rescissione oppure tramite il riequilibrio del contratto per almeno la metà del valore. Per giusto

prezzo s'intende prezzo legalmente stabilito dall'editto dei prezzi.

11) C. 4.44.8 Testimonianza della cancelleria di Diocleziano e Massimiano del 293 (in sintesi): se, per

tua volontà, tuo figlio ha venduto un tuo fondo, si deve provare il dolo dovuto a furbizia o a tranelli del

compratore o rivelare il timore imminente di morte o di tortura del corpo, affinchè la vendita non sia

considerata valida. Pertanto il solo fatto che affermi che il fondo sia stato venduto ad un prezzo un pò

minore non rende invalida la compravendita... evidentemente, se tu pensassi alla sostanza del contratto

di compravendita e... al fatto che <il venditore ed il compratore> hanno espresso il loro consenso su un

prezzo determinato, subito ti renderesti conto che né la buona fede tollera... né alcuna ragione concede

che un contratto perfezionato da tale consenso possa essere rescisso o subito o dopo la discussione

della quantità del prezzo, a meno che non sia stato dato meno della metà di quello che era stato il giusto

prezzo al tempo della vendita, lasciando però al compratore la scelta di conservare <il contratto con

l'integrazione del prezzo> -> non si comprime del tutto la libertà del venditore o dell'acquirente di

concordare un prezzo. Questa costituzione si sofferma dicendo che è normale che per quanto riguarda il

prezzo relativo alla compravendita dei fondi il venditore punti a vendere al miglior prezzo e che il

compratore punti a comprare al prezzo più basso. La cancelleria vuole intervenire solo nei casi in cui vi

sia un'ingiustizia per quanto riguarda il prezzo. Se tu vuoi rendere invalida la vendita conclusa da tuo

figlio per tuo ordine, devi provare che l'acquirente l'ha raggirato per dolo oppure che l'ha minacciato

realizzando una forma di violenza morale. Se non c'è stato dolo al momento della conclusione della

compravendita, ma lamenti un'ingiustizia non ti sarà data possibilità di rescissione. L' eccezione è che si

ammette la rescissione solo per il fatto che nella vendita sia stata data una somma minore alla metà del

valore. La scelta del riequilibrio spetta al compratore.

La rescissione per lesione ultra limitium viene previsto dal code civil français per quanto riguarda i

contratti di compravendita, e non come un istituto generale. E poi dall' interpretazione della dottrina e

della giurisprudenza viene estesa a tutte le siatuazioni contrattuali a prestazioni corrispettive -

sinallagmatiche.

PROFILI GIURIDICI DELLE ATTIVITA' E DELLE BANCHE NELL'ESPERIENZA ROMANA

In questo caso studiamo quali sono i contratti maggiormente diffusi e quali sono i modelli organizzativi

per quanto riguarda l'esercizio delle banche. Studiamo le situazioni del periodo fra il II sec. a.C. ed il III

sec d.C., ed alcune situazioni risalenti età bizantina di Giustiniano, successive alla compilazione e che

hanno influenzato il diritto medievale commerciale, riportati nei Basilici. Il problema di questi testi che

hanno valore normativo non ci chiariscono le situazioni specifiche di applicazione pratica. Nel c.c.

troviamo la Soccida e L'Entifiteusi, anche se sono casi tramontati, quindi non si sa se si applicassero

anche nel diritto medievale. All'epoca di Giustiniano queste situazioni vengono presentate dalla

corporazione dei banchieri di Costantinopoli. L'origine delle banche romane-> i primi banchieri arrivano

dalla Magna Grecia a Roma dopo la metà del IV sec. a.C. .Sappiamo che nel mondo Greco e della Magna

Grecia vi erano dei banchieri che svolgevano attività finanziarie importate anche dai romani, come ad

esempio il deposito di somme ed i mutui. Dopo la guerra romano-latina del 340-338 a.C. dopo la prima e

la seconda guerra Sannitica, quindi dopo l'età del IV sec. a.C. iniziano ad insediarsi anche a Roma. Non

abbiamo fonti giuridiche, ma abbiamo notizie nelle commedie di Plauto (vi è discussione se Plauto

avesse realmente narrato le realtà greche oppure le abbia adattate al gusto dei romani) secondo il prof.

narra le realtà greche. Narra anche Terenzio, si ha poi qualche epigrafe e poi alcuni editti del pretore

riportati dalla compilazione di Giustiniano che probabilmente risalgono al II sec. a.C., però il blocco dei

testi delle fonti giuridiche pervenute risale dal periodo che va dall'impero Augusteo fino a quello di

Alessandro Severo (fine I sec. a.C. fino alla metà del III sec. d.C.) L'attività bancaria è un tipo d'impresa

(NEGOTIATIO). Esercitare un'attività bancaria si dice EXERCéRE ARGENTARIAM (espressione più antica)

per argentaria s'intende la banca, l'argentarius è il banchiere, colui che maneggia monete d'argento.

Prima della metà del IV sec. d.C. le uniche monete che circolavano a Roma erano di bronzo, quando

arrivano i greci si ha la comparsa delle prime monete d'argento (la moneta Aurea si ha con Augusto).

s

Nelle commedie di Plauto troviamo la translitterazione del termine in greco (trapezites /

(trapeza,

trapezita); banco su cui si svolge l'attività del banchiere). Quanto alle

testimonianze si trova anche il termine di MENSA ARGENTARIA per nominare le banche. La mensa era il

tavolo, da cui poi deriva il termine Banco. Non potevano fare delle attività sottobanco, ma doveva tutto

essere messo alla luce del sole. Oggi siamo soliti semplificare la terminologia usando il termine

BANCHIERE (titolare delle banca, diverso da Bancario che è l'impiegato). Dopo l'arrivo dei banchieri a

Roma, verso la fine del II sec. a.C, man mano che si rafforzano i rapporti commerciali con il mondo

greco- ellenistico, compaiono sulla scena romana dei nuovi operatori finanziari che si specializzano in

alcuni settori di attività svolti prima dai banchieri, cioè i CAMBIAVALUTE (NUMULARII). MONETE :

NUMMUS. Tutte le città stato non solo in Grecia, ma anche delle città con cui Roma aveva concluso dei

FOEDERA, dei trattati, avevano ciascuno la propria moneta (es. Egitto, Atene, Sicilia, Giudea, Cirene,

Efeso, ecc... si trovava l'etracne, denaro d'argento, ecc...). All'inizio del I sec. d.C. i nummulari fanno i

cambiavalute, ma più tardi iniziarono ad accettare i depositi di denaro, concedere mutui, ed alla fine

svolgono il 90% delle attività che svolgono i banchieri. Nelle fonti giuridiche del II o III sec. d.C,

nummulari ed argentari sono sinonimi, perchè svolgono le stesse funzioni. MENSA NUMULARIA attività

imprenditoriale dei cambiavalute, ma più tardi nelle fonti viene anche usato il termine mensa

argentaria, o addirittura solamente MENSA, che indica impresa bancaria. Il banchiere è chiamato

MENSARIUS o MENSULARIUS. COACTORES ARGENTARI è il termine per indicare una categorie di

banchieri specializzati nelle vendite all'asta private (banchieri riscossori) nel I sec. d.C. è una

terminologia molto dettagliata, ma più terdi è il termine generale per intendere banchiere. Le attività

collegate all'investimento delle monete, non erano appannaggio esclusivo dei banchieri ma vi era una

pluralità di soggetti attivi nel mondo finanziario che svolgevano il 30-40% delle attività finanziarie,

ovvero i Senatori e dai Cavalieri che svolgevano l'attività di FENERATORES, investono denaro ad

interesse. Nell'epistolario di Cicerone, si constata che egli stesso si recava dal suo amico Pomponio

Attico che era cavaliere per farsi prestare i soldi di cui aveva bisogno. Quando il figlio di Cicerone,

durante i suoi studi ad Atene, aveva bisogno di soldi, suo padre incaricava Pomponio Attico per farglieli

arrivare ad Atene. I Pubblicani erano coloro che riscuotevano le tasse perchè ricevevano l'appalto da

parte dello stato, e che dovevano poi realizzare delle opere pubbliche, oppure in età repubblicana se

qualcuno partiva per fare il governatore in una provincia, era compito dei pubblicani fornirgli il denaro

necessario.

I locali in cui si svolgeva l'impresa bancaria è TABERNA ARGENTARIA, per taberna s'intende un locale in

cui si esercita un'attività imprenditoriale (con aggettivo), oppure locale chiuso (senza aggettivo). A Roma

abbiamo il Clivo Argentarius, resto di una taberna argentaria. Molto spesso queste banche venivano

esercitate nel suolo pubblico, ed ovviamente per accessione, il proprietario del suolo è anche

proprietario dell'edificio costruito su di esso. I banchieri hanno solo diritto di uso

ULPIANO, 44 ad Sab. in D.18.1.32: chi vende locali adibiti a banca o ad altre attività che si trovano sul

suolo pubblico, vende non il suolo, ma il diritto, poichè questi locali solo di proprietà pubblica e <solo>

l'uso di essi spetta ai privati -> i banchieri acquisiscono un diritto di uso dei locali bancari, che può essere

ceduto e venduto ma ovviamente con la vendita non si considera venduto la proprietà del suolo, ma la

gestione dell'impresa (per cessione pubblica).

Competenza giurisdizionale del praefectus urbi

Interrogativo di fondo: si può individuare una sorta di mornative giuridiche destinate ai banchieri in via

diretta, ovvero si può parlare di diritto commerciale e di diritto bancario per chi svolge attività

imprenditoriale? Si può usare per comodità l'espressione di diritto bancario. La locuzione di diritto

bancario ha tanti contenuti, ad esempio il diritto bancario studiato nel diritto romano è diverso da

quello studiato oggi nella nostra università, perchè ne parliamo nel senso giuridico delle attività

contrattuali privatistici delle banche private.

Dal II sec. d.C. si crea una giurisdizione speciale per i banchieri. Fino all'imperatore Adriano, tutte le liti di

carattere civile o privato che coinvolgevano una bancario, si svolgevano per rito ordinario, ovvero

secondo il processo formulare, quindi non cambia la forma processuale, e neanche l'autorità

giurisdizionale nella fase IN IURE davanti al pretore, e nella fase APUD IUDICEM davanti a un giudice.

Con Adriano tutte le cause pecuniarie dove almeno una parte fosse costituita da un banchiere, venivano

devolute anche al prefetto della città, ovvero alla giurisdizione del praefectus urbi, prefetto della città.

Questa speciale giurisdizione del praefectus urbi si affianca a quella ordinaria rappresentata dal pretore.

In questo caso si segue il procedimento della COGNITIO EXTRA ORDINEM. La spiegazione più attendibile

di questo cambiamento può essere il fatto che ad un certo punto nella prassi bancaria si attuano delle

attività negoziali difficili da inquadrare in una figura tipica. Più tardi si creano delle figure contrattuali a

cavallo fra MUTUO e DEPOSITO che è difficile per i giuristi qualificare di quale delle due figure si stia

trattando. Poichè nel processo formulare corrisponde una determinata formula per quella determinata

azione, quindi non si può stabilire quale formula utilizzare, e dunque per questo si usa la cognitio extra

ordinem che aveva una forma libera di proporre provvedimenti formulari giurisdizionali.

1) PAOLO, D.1.12.2: <il prefetto della città> può essere adito anche dai banchieri o contro di essi in base

ad un'epistola del divino Adriano anche nelle cause pecuniarie -> si fa riferimento alla giurisdizionale del

prefectus urbi quando si tratta di una causa pecuniaria in cui sia coinvolto un banchiere. Si usa il termine

ANCHE, poichè il prefectus urbi prima di fungere da giudice civile nelle cause pecuniarie con banchiere,

aveva già dal I sec. d.C. una funzione di sorveglianza sulle attività dei banchieri.

2) ULPIANO, D.1.12.1.9: Poi il prefetto della città dovrà curare che i banchieri si comportino

correttamente con riferimento alla propria attività imprenditoriale e si astengano da quelli che si sono

propibiti -> Per quelli s'intende le attività contrattuali che si sono proibite. Esistevano alcune attività

nell'esercizio di una banca perfettamente lecite, e delle attività che erano a laro proibite. Quali sono le

attività proibite? non abbiamo fonti che ne parlano, ma possiamo supporre che si tratti di banchieri che

investivano il denaro depositato e che non fossero in grado di restituire tali somme, quindi insolventi,

vanno in contro alla vendita in blocco dei loro beni ed anche l'infamia. Colpiva la bancarotta fraudolenta

dei banchieri. Viene attribuito un potere di repressione contro gli illeciti commessi dai banchieri, ovvero

non si svolge solo un'attività di carattere amministrativo, ma anche di tipo repressivo penale pubblico

(svolge funzioni giurisdizionali penali pubbliche). (oggi la Banca D'Italia svolge tale funzione, es. verso la

Montepaschi di Siena)

entrambi i testi sono dei commenti alla carica del praefectus urbi

Secondo l'interpretazione letteraria di nummularii, queste funzioni di sorveglianza del prefetto urbano

erano state rivolte solo ai cambiavalute (giudizio degli storici non giuristi), ma in realtà facendo fonte dei

resti del II e della prima metà del III sec. d.C., vi è un uso promiscuo dei termini argentarii, nummularii e

mensularii, quindi da un punto di vista giuridico non avrebbe senso che si riferisse solamente ai

cambiavalute.

Secondo una fonte patristica, scritta da un padre della Chiesa Ippòlito di Roma, si nota una particolare

funzione del prefectus urbi messa in atto nei confronti di un banchiere: un padre della Chiesa che

raccontando la storia di Papa Callisto (217- 222 d.C.), non essendo interessato a raccontare i dettagli

giuridici, racconta la vita del Pontefice. Prima di essere nominato Papa era banchiere, riceveva somme di

denaro da parte di vedove ed orfani, piccoli risparmiatori. Essendo in uno stato di insolventia va in

fallimento (si suppone). Accade che interviene il prefetto della città, e non si sa se interviene perchè i

suoi creditori creano un trambusto dove vengono coinvolti degli Ebrei appartenenti ad una Sinagoga

durante una cerimonia, e quando si creano dei trambusti violenti in città vi è l'intervento del prefetto

della città che condanna l'allora non ancora Papa, ai lavori forzati nelle saline della Sardegna. La fonte

non ci fa acpire se l'intervento del prefetto dipenda dal suo stato di insolventia o perchè aveva creato un

problema di ordine pubblico entrando in Sinagoga durante una cerimonia. QUESTO E' L'UNICA FONTE

CHE NARRA DELL'INTERVENTO DEL PREFETTO URBANO NEI CONFRONTI DI UN BANCHIERE.

IL CONTO BANCARIO

La prima attività giuridica rilevante che esaminiamo è il CONTO BANCARIO, che in latino è tradotto

RATIO o RATIO EX MENSA, è non solo un'operazione contabile, ma già nell'esperienza giuridica romana

si tratterebbe di una figura NEGOZIALE, ovvero una figura assimilabile ad un contratto, anche se non è

esplicitamente detto. Oggi il conto corrente è un contratto tipico, con delle operazioni in conto corrente.

La parola ratio significa tante cose, fondamento, ragione, calcolo, ecc.. e per questo viene specificato in

RATIO EX MENSA. Intorno alla seconda metà del II sec. a.C., il pretore emana uno specifico editto

EDICTUM DE RATIONIBUS ARGENTARIIS EDENDIS, Editto sulla esibizione in giudizio della contabilità dei

banchieri relativa ai conti bancari; è chiaro è il conto bancario viene denominato RATIO ARGENTARIA, a

cui vi si riferisce anche per denominare documenti che riflettono il conto. E' un editto rivolto e destinato

unicamente ai banchieri, poichè le scritture contabili dei banchieri avevano una funzione probatoria

privilegiata. Abbiamo una definizione congiunta nel commento all'editto di due giuristi romani, Labeone

e Ulpiano, su cosa sia effettivamente un conto bancario:

1) ULPIANO, 4 D.2.13.6.3: Labeone poi afferma che un conto è un'attività reciproca di dare ricevere, di

avere a credito e dovere, di obbligarsi e pagare: e che nessun conto ha inizio con il solo pagamento di un

debito. E che neppure se abbia ricevuto un pegno o assunto un mandato, è costretto ad esibire: e che

questo infatti è al di fuori del conto. Ma anche ciò che ha promesso che sia pagato, il banchiere deve

esibire: infatti anche questo proviene dalla banca -> definizione di Labeone corredata da una frase di

chiusura di Ulpiano. Labeone definisce il conto come una attività, e quindi non un solo atto o contratto.

E' presente anche il principio di reciprocità da non confrondere con corrispettività (sinallagma), ovvero vi

sono delle situazioni debitorie per il cliente ed altre volte per il banchiere. Se chiedo un'anticipazione

bancaria sarò debitore nei confronti della banca (nel diritto romano ciò si configura come un mutuo

bancario). Le attività sono dare e ricevere, obbligarsi e pagare. L'espressione nessun conto ha inizio con

il solo pagamento di un debito significa che un conto non è solo un mero recipiente contante dove si

riportano le poste da dare ed avere, una documentazione contabile, ma occorre che vi sia un consenso

affinchè si crei un conto bancario, e non un semplice adempimento ad un debito. Atto giuridico:

adempimento ad una obbligazione, ma non ha carattere contrattuale per l'assenza del consenso. Se

vado da un banchiere e gli da mandato di pagare un mio debito, ovviamente non da vita ad un conto,

cosi come se consegno qualcosa in pegno al banchiere affinchè egli paghi il mio debito. Un rapporto

contrattuale che può nascere fra cliente e banchiere è isolato dalla figura di conto corrente. Si ha un

riferimento al receptum argentarii, ovvero ad una forma di garanzia bancaria che può essere prestata

solo da un banchiere. Ulpiano dice che il receptum argentarii può collegarsi all'esistenza di un conto

anche perchè questa è una forma di garanzia che il banchiere presta nel suo esercizio di attività

imprenditoriale. Anche per il receptum argentarii il banchiere delle esibire la contabilità relativa alla

garanzia bancaria, infatti anche questa attività essendo connessa ad un esercizio di una banca, può far

parte di un conto e come tale il banchiere deve esibire la contabilità in giudizio. Le attività inserite in

un conto sono delle attività inerenti all'esercizio di una banca. Questa è una specificità tipica anche delle

banche greche.

2) SCEVOLA, 1 D.2.14.47.1: Lucio Tizio ha costituito proprio debitore il banchiere Gaio Seio, con il quale

aveva un conto complesso per quanto ricevuto e dato e da lui gli è arrivata una lettera con queste

parole: "In base al conto bancario, che hai avuto con me, fino a questo giorno in virtù di molti contratti

sono rimasti presso di me nella mia banca trecento ottantasei e gli interessi che ti siano spettati; ti

rifonderò la somma di monete d'oro che hai presso di me non registrata. Se un qualche documento da

te emesso, cioè scritto, di una qualsiasi somma per una qualsiasi causa è rimasto presso di me, sarà

considerato vano e come cancellato". E' stato chiesto se, avendo Lucio Tizio prima di questo chirografo

dato incarica al banchiere Seio di restituire trecento al suo patrono, a causa di quelle parole della

lettera, con le quali si è stabilito che tutte le promesse in base a qualunque contratto siano considerate

vane e come cancellate, egli stesso o i suoi discendenti possano essere convenuti in giudizio. Ho risposto

che, se soltanto si è computato il conto di quanto dato e ricevuto, tutte le altre obbligazioni rimangono

valide -> muove da un caso concreto di pratica, che evidentemente si era verificato. Si ha la

Descrizione della fattispecie, il Quesito sottoposto al giurista e la Risposta del giurista. Si ha una

fattispecie di chiusura di un conto bancario, un cliente decide di chiudere un conto e si fa rilasciare una

lettera dal banchiere stesso. Il cliente è Lucio Tizio, il banchiere è Gaio Seio ma Scevola (fine II sec. d.C.)

lo chiama Mensularius, poichè è titolare di una banca (mensa). Il banchiere costituisce, ovvero effettua

la chiusura di un conto in cui si ha un saldo attivo, cioè si ha la presenza di denaro nel conto, e quindi il

banchiere è in un situazione di debito nei confronti del cliente poichè deve restituire il denaro presente

all'interno del conto. Si presuppone che il denaro fosse di 386 mila (sesterzi forse) + interessi (frutti). E'

una lettera che si compone di 3 clausole: la prima fa riferimento alla chiusura del conto, il conto

bancario si considera una negotiatio separata ad altri contratti (in genere di mutuo o deposito) che

davano vita ad una situazione di dare ed avere; seconda clausola, oltre ad esistere un conto bancario vi

era un contratto di deposito chiuso che non era registrato nel contratto, quindi la chiusura del conto

costituisce solo la chiusura di quel specifico contratto e non di tutti quelli (che eventualmente esistevano

fra cliente e banchiere)- monete d'oro chiuse di cui il banchiere non poteva disporre, è la situazione

moderna in cui accanto alla presenza del conto bancario si hanno delle cassette di sicurezza dietro

corrispettivo. La somma di monete d'oro è tacita (tacitam, non registrata), non oggetto di contratto di

deposito; terza clausola siccome si è chiuso il conto, qualunque tipo di documento (che evidentemente

dava un incarico al banchiere, quest'ultimo lo considera nullo- situazione odierna in cui si fanno i

bonifici), è una clausola che si giustifica solamente con la chiusura del conto. A seguito della terza

clausola sorge il quesito: esiste un chirografo, documento di data anteriore alla lettera del banchiere, di

dare esecuzione al mandato di pagare 300 al suo patrono (quindi il cliente è un liberto). Si deve dare

esecuzione al mandato dato che non è stato ancora eseguito? L'efficacia di questo mandato confligge

con la clausola finale della lettera, quindi non si darà più esecuzione a nessun mandato, e se non si sia

eseguito può essere citato in giudizio il banchiere o i suoi eredi? risposta: se questo mandato sul quale è

stato posto il quesito è relativo al conto che è stato estinto non si deve dare esecuzione, ma se esulava

dal conto che è stato chiuso restava in vita, produceva i suoi effetti e quindi il banchiere avrebbe dovuto

eseguirlo. La risposta è logica, se il mandato di data anteriore alla lettera è un mandato che faceva

riferimento al conto chiuso, è ovvio che il mandato non deve essere eseguito perchè ha cessato di

produrre effetti; se è separato al conto il banchiere avrebbe dovuto dare esecuzione al mandato. Ci fa

vedere l'esistenza di un negozio isolato al conto.

Depositi bancari ed attività di credito

due testi che fanno riferimento ad un momento di crisi bancaria, in rapporto a quello che oggi

chiamiamo il Fallimento dei banchieri che veniva chiamato FORO CEDERE, essere allontanati dal foro. In

riferimento a situazioni gravi di insolventia dei depositari, in cui si procede con la BONORUM VENDITIO

dei beni del banchiere insolvente. Periodo fra il II sec a.C. e la metà del III sec d.C. La bonorum venditio è

una procedura di carattere procedurale, ovvero può essere attivata anche da un solo creditore a cui si

possono aggiungere tutti gli altri creditori rimasti insoddisfatti, perchè si avvia con una MISSIO IN

POSSESSIONEM. Dopodichè se ne sceglie uno (creditore) che viene chiamato MAGISTER il quale fa

l'inventario dei beni, stabilisce le condizioni della vendita forzata dei beni dell'insolvente, cura la vendita

all'asta, ed infine fa aggiudicare in blocco i beni al miglior offerente. L'atto di ADIUDICATIONEM viene

fatta dal giudice (IV fase - apud iudicem). La vendita dei beni aveva come finalità quella di riceve una

somma in denaro che doveva servire a soddisfare il creditore. Quando accade che il ricavato della

vendita dei beni del debitore non riesce a soddisfare l'importo complessivo dei vari debitori, si crea un

ordine di preferenza, una prelazione. In materia di prelazione fra creditori, i giuristi fanno emergere le

varie ipotesi che potevano insorgere fra debitore (banchiere in questo caso) e cliente:

1. DEPOSITO CHIUSO O REGOLARE;

2. DEPOSITO APERTO O IRREGOLARE SENZA PERCEZIONE D'INTERESSI;

3. DEPOSITO APERTO O IRREGOLARE CON PERCEZIONE D'INTERESSI.

Fra la prima e la seconda figura c'era una visione uniforme fra i giuristi, ovvero si parla di deposito chiuso

o aperto in modo uguale purché non ci sia percezione d'interessi. A far creare dei problemi d'opinione

fra i giuristi è la terza figura, ovvero nel caso in cui si ha una percezione d'interessi. Un soggetto deposita

somme aperte presso un banchiere permettendogli di farne uso in cambio di interessi. Ulpiano (come

altri giuristi) trova difficoltà ad inquadrare questa situazione nei contratti di deposito. Per Ulpiano si

tratterebbe di un contratto che somiglia di più ad un mutuo; per Scevola, Papiniano e Paolo si tratta di

un contratto di deposito. La divergenza tra le opinioni dei giuristi è superata dalla compilazione

Giustinianea. Fino a pochi decenni fa, la dottrina era schierata per coloro che ritenevano che i pareri dei

vari giuristi che riguardavano la terza figura contrattuale, fossero delle interpolazioni. Oggi crediamo che

esistesse una diversità di parere che viene poi superata dalla cancelleria di Giustiniano.

La prima categoria riguarda coloro che depositano delle somme con finalità di custodia, chiuse per non

permettere al banchiere di farne uso;

La seconda categoria riguarda coloro che depositano delle somme aperte con finalità di custodia, messe

a disposizione del banchiere senza ricevere interesse;

Entrambe queste prime due figure sono meritevoli di tutela.

La terza categoria riguarda coloro che con finalità di custodia depositano le somme presso il banchiere,

ma affinchè questo le faccia fruttare.

1) ULPIANO, 30 D. 16.3.7.2: Ogni volta che i banchieri 'falliscono', si suole in primo luogo considerare il

conto dei deponenti, cioè, di quelli che hanno avuto denaro depositato, non quel denaro che

esercitavano ad interesse presso i banchieri, o con i banchieri o attraverso gli stessi. E dunque, se si

siano venduti i beni, il conto dei deponenti si considera prima dei privilegi, mentre non si considera il

conto di quelli che anche dopo hanno ricevuto interessi, come se abbiano rinunciato al deposito -> nel

titolo 16.3 del digesto vengono raccolti tutti i commentari del contratto di deposito. Ulpiano puntualizza

due concetti di fondo: distingue deponenti (risparmiatori) e speculatori finanziari. Tale distinzione gira

intorno alla circostanza che quest'ultimi esercitino denaro ad interesse presso i banchieri in varie forme,

ovvero danno in deposito denaro presso i banchieri i quali provvederanno a far fruttare le somme

depositate. Quindi si forma una societas fondata sul mandato. Secondo Ulpiano tutti coloro che

mettono a disposizione somme al fine di ricevere interessi non possono essere considerati depositanti,

infatti specifica che quando si effettua la bonorum venditio inerente il patrimonio del banchiere (perchè

insolvente), vengono considerati al primo posto dell'ordine dei creditori i depositanti che hanno

depositato ma, se questi hanno già ricevuto delle somme a titolo di interesse, perdono la loro

condizione di creditore privilegiato. E' una tutela maggiore quella che viene riconosciuta ai depositanti

rispetto ai creditori privilegiati. Vi possono essere dei privilegi a carattere personale e dei privilegi a

carattere reale (pegno o ipoteca). In materia di concorso fra creditori si ritiene più giusto riferirsi a

coloro a cui sono riconosciuti dei privilegi di carattere personale, perchè avendo un pegno si annullava il

concorso fra creditori.

2) ULPIANO, 63 D. 42.5.24.2: E' parso bene che nel vendersi i beni di un banchiere dopo i privilegi sia

preferita la condizione di chi seguendo la fede pubblica ha depositato denaro presso la banca. Ed infatti

quelli che hanno ricevuto dai banchieri interessi sul denaro depositato non si separano da tutti gli altri

creditori e a ragione, perchè una cosa è dare a credito ed un'altra cosa è dare a credito ed un'altra

depositare. Se tuttavia le monete esistano, ritengo che possano essere rivendicate dai deponenti e chi

rivendica sarà prima dei privilegi -> con l'espressione è "parso bene" ci fa notare come vi fossero stati

vari pareri controversi (ius controversum), e che viene poi superato tramite disposizione imperiale o

senato consulto o con l'affermazione dell'opinione di un giurista che mette a tacere quello degli altri.

Situazione di bonorum venditio, a seguito della stipulazione di contratto di deposito aperto che viene

reso noto dall'ultima frase, che deve essere considerato come se fosse stato concluso un contratto di

deposito chiuso (individuabile). Per fede pubblica può essere inteso anche come affidamento pubblico.

La contraddizione sta nell'affermazione della prima frase messa in relazione a quanto detto nel testo

precedente. Questi depositanti i somme aperte vengono prima o dopo i privilegi? 3 vie:

1. Secondo una teoria seguita per anni dai giuristi moderni, uno di questi due testi è stato interpolato

dai commissari giustinianei (emblemi di triboniano). Opinione non del tutto escludibile, ma troppo ovvia

e semplice.

2. Secondo una prima opinione del prof. Petrucci, bisogna capire il contesto da cui sono tratti i singoli

casi. Primo testo fa riferimento al titolo 16.3 inerente i contratti di deposito, il secondo testo fa

riferimento al libro 42.5 dove si parla dell'ordine di prelazione dei creditori in caso di bonorum venditio.

Dato il primo testo, Ulpiano voleva distinguere i contratti di deposito dalle figure negoziali dove la

percezione di interessi impediva che si qualificassero come depositi: in primo luogo doveva essere

soddisfatto il depositante che aveva concluso un contratto di deposito (esso aveva precedenza rispetto a

coloro che erano i privilegiati); i deponenti erano coloro che avevano concluso un contratto di deposito

chiuso.

depositare e dare a credito sono due fattispecie diverse. Si parla di attività di mutuo nel momento in cui

si ricevono gli interessi, perchè è come se si trattasse di un prestito verso il banchiere allo scopo di

lucrarne entrambi. Nel deposito chiuso si parla solamente di detenzione e non di trasferimento della

proprietà, poichè il banchiere non può farne uso; mentre nel deposito a somme aperte il passaggio di

proprietà si realizza, così il banchiere sarà poi tenuto a restituire una pari misura (TANTUNDEM). Nel

caso di somme di denaro chiuse, dato che non è passata la proprietà il depositante può usare l'actio di

rivendica (rei vindicatio) presso il detentore per farsi restituire la somma che è rimasta di sua proprietà,

assumendo la posizione più elevata.

GERARCHIA DEI CREDITORI A SEGUITO DELLA BONORUM VENDITIO:

1. i depositanti di somme chiuse;

2. creditori privilegiati;

3. depositanti di un deposito aperto con interessi;

4. depositanti di un deposito aperto con interessi + tutti gli altri creditori chirografari;

3. Teoria più recente del Prof. Petrucci: tra il primo ed il secondo testo di Ulpiano sia intervenuto un

testo della cancelleria imperiale che giustifica la presenza del termine "placuit", modificando l'ordine

previsto nel primo testo, ovvero prima prevedeva che i depositanti di un deposito aperto con interessi

avessero precedenza rispetto ai creditori privilegiati. Nel secondo testo si ha o un intervento della

cancelleria imperiale oppure il parere di un altro giurista che avrebbe modificato lo schema.

Funzione dei banchieri come intermediatori finanziari nelle aste private (AUCTIONES)

Le vendite all'asta private -> AUCTIO - AUCTIONES

Molto diffuse, garantivano la circolazione delle merci, ed assicuravano al venditore il prezzo migliore

nella vendita dei beni. Queste aste vedevano al centro la posizione di un banchiere, poichè da un lato si

formava un rapporto giuridico fra venditore e banchiere in forza del quale il venditore da l'incarico al

banchiere di svolgere la vendita all'asta. Un altro rapporto che nasceva era quello fra banchiere ed

acquirente, il primo aggiudicava la cosa al miglior offerente e molto spesso forniva al cliente un servizio

di credito. Le vendite all'asta private potevano essere fisiologiche o patologiche:

Fisiologiche -> il venditore preferiva ricorrere ad un professionista per poter vendere sul mercato le

proprie cose al prezzo migliore;

Patologiche -> le cose vengono vendute perchè si tratta di cose date in garanzia (pegno o ipoteca), in

seguito all'impossibilità del debitore di adempiere alla sua obbligazione.

Accanto al sistema della vendita all'asta veniva prevista la clausola IN DIEM ADDICTIO, aggiudicazione

entro un determinato termine a chi faccia un offerta migliore. E' una clausola accessoria al contratto di

compravendita a favore del venditore a cui si dava un periodo di tempo per cercare un'eventuale offerta

per la cosa venduta. Se il miglior prezzo veniva trovato, si ha una nuova compravendita con il miglior

offerente. I due sistemi (vendita all'asta e compravendita con la suddetta clausola, sono due sistemi

alternativi), il banchiere si occupa della vendita all'asta, mentre nel secondo caso è lo stesso privato che

non servendosi della figura professionale svolge la vendita.

I SOGGETTI CONVOLTI SONO IMMANCABILMENTE 4

1. DOMINUS AUCTIONIS -> venditore, l'interessato alla vendita all'asta;

2. ARGENTARIUS / COACTOR ARGENTARIS -> banchiere, figura professionale. Non si ha mai il termine

Nummulario, e secondo gli studiosi moderni quella assimilazione fra argentari e nummulari non

riguardava le vendite all'asta, ovvero non sono mai coinvolti. Per il Prof. Petrucci a partire dal I- II sec.

d.C. intervenivano anche loro;

3. PRAECO , PRAECONIS -> ausiliare del banchiere, banditore che aveva la funzione di dirigere

concretamente la vendita all'asta, presenta gli oggetti in vendita, dirige la gara e proclama il miglior

offerente;

4. EMPTOR -> compratore.

Fra questi 4 soggetti s'instaurano dei determinati rapporti contrattuali:

VENDITORE- BANCHIERE -> in dottrina molti autori dicono che potevano instaurarsi dei rapporti

contrattuali alternativi, una STIPULATIO avente oggetto il prezzo del bene venduto, oppure una LOCATIO

OPERIS. il venditore si fa promettere il pagamento di un prezzo per la cosa che viene venduta all'sta. Il

prezzo poteva essere predeterminato all'asta, oppure può essere rapportato al prezzo che si otterrà as

eguito della vendita all'asta. I due sistemi sono alternativi. Il vantaggio del primo sistema è che il prezzo

è già stabilito e quindi non può scendere, nel secondo sistema si ha il rischio che la cosa si venda ad un

prezzo basso. Gli studiosi dicono che può alternarsi alla LOCATIO OPERIS, dove l'opera si sarebbe

configurata nella vendita dell'oggetto. Se c'è il contratto di locazione d'opera, il banchiere assume

l'obbligo di realizzare la vendita all'asta, ed il venditore gli pagherà un corrispettivo in denaro, MERCES -

MERCEDE. Per il Prof. i due rapporti contrattuali non sono alternativi, ma la stipulazione regola il prezzo

che il venditore vuole ottenere dalla vendita all'asta, mentre la locazione d'opera è il contratto con cui si

regola l'effettiva realizzazione della vendita all'asta, regola il servizio che il banchiere fornisce al

venditore. Una volta conclusi questi due rapporti tra banchiere e venditore, il banchiere organizza la

vendita all'asta facendo per prima cosa la pubblicità alle cose ed alle condizioni della vendita, tramite

una Proscriptio, un cartello pubblico, solitamente affisso nel foro dove s'indicavano le cose e le

condizioni oggetto dell'asta, specificando dove e quanto (asta sin. incanto). La fase dello svolgimento è

attuata dal PRECONE che poteva essere schiavo (quindi non riceveva alcun compenso), oppure un uomo

libero (quindi si stipulava una locatio opera fra precone e banchiere).

Infine una volta conclusa l'asta, il compratore concludeva un contratto con il banchiere, anch'esso in

base al tipo della stipulazione, avente oggetto il pagamento del prezzo. Rapporto fra BANCHIERE -

COMPRATORE -> si concludeva una STIPULATIO avete oggetto il pagamento del prezzo, ed il compratore

non pagava subito le cose aggiudicatosi, ma rinviava il pagamento ad un momento successivo. Un bene

può essere comprato anche da chi al momento non dispone della relativa somma, e quindi promette al

banchiere di pagare. Il banchiere anticipa la somma del prezzo ovviamente a interessi, cos' il venditore

riceve subito il pagamento, facendo nascere la stipulazione fra banchiere e venditore.

Nel c.c. italiano non troviamo la stipulazione inerente all'asta, mentre nel BGB si.

1) TPSulp. 85: durante il consolato dell'imperatore Tiberio Claudio per la quinta volta e di Lucio Calvenio

Vetere per la terza volta - 51 d.C.- il giorno terzo precedente alle none di ottobre -5 ottobre- a Pozzuoli

nel foro, nel portico Sestiano di Augusto sulle colonne, è stato affisso un avviso nel quale era stato

scritto ciò che è scritto qui di seguito: "Lo schiavo Felice, lo schiavo Gennaro, la schiava Primigenia, la

schiava Primigenia Minore, lo schiavetto Ampliato, i quali schiavi si affermava che Marco Egnazio Suave

avesse dato in mancipio al prezzo di un sesterzio per causa fiduciaria a Caio Sulpicio Cinnamo a garanzia

di 26.000 sesterzi, saranno venduti il giorno precedente alle idi di ottobre -14 ottobre- prossime a

Pozzuoli nel foro davanti alla galleria Cesoniana all'ora terza -> testo contenuto in una tavoletta di

Murecine, appartenuta alla famiglia dei Sulpici. Si nota come interviene un banchiere affliggendo una

proscriptio al foro. Contiene sia le cose che le condizioni. E' venduta una famiglia servile, che

apparteneva al debitore Marco Egnazio Suave il quale aveva preso in prestito da un membro della

famiglia Sulpici di 26mila sesterzi, consegnando la famiglia servile a titolo di pegno. Successivamente il

debitore è inadempiente, così il creditore fa vendere all'asta la famiglia servile per recuperare il debito.

In questa situazione Caio Sulpicio Cinnamo è il dominus actionis, il quale aveva lo scopo di vendere

l'oggetto dato in pegno per recuperare la somma data in prestito. Se la somma recuperata è pari a

26mila sesterzi la fattispecie è risolta, se il prezzo recuperato sarà superiore alla suddetta cifra, il

dominus auctionis dovrà restituire al debitore la somma ulteriore ricavata dalla vendita. Nella

proscriptio è specificato l'oggetto (famiglia servile), il titolo (l'origine d'appartenenza e la motivazione

della messa in vendita), il prezzo, il giorno, il luogo e l'ora della vendita.

2) TPSulp. 81: durante il consolato di Tiberio Plauzio Eliano e Tauro Statilio Corvino, il dodicesimo giorno

prima delle calende di luglio -20 luglio 45 d.C.- Io Aulo Castricio ____s(cognomen non pervenuto) ho

scritto di aver promesso a Caio Sulpicio Fausto tutto il denaro che all'asta <delle cose> di Publio Servilio

Narcisso forma o avrà formato oggetto di una stipulazione con me o con i miei ausiliari dedotta la

mercede --- senza dilazione e --- -> intervento di un banchiere (Aulo Castricio) che ha concluso una

stipulazione avente oggetto il prezzo con il venditore, d'altra parte una stipulazione avente oggetto il

prezzo con l'acquirente. Si tratta di una ricevuta, documento probatorio della stipulazione del prezzo

conclusa tra banchiere e dominus auctionis. Il banchiere dichiara per iscritto d'aver promesso un prezzo

che non è esattamente determinato, ma che sarà determinabile in rapporto al prezzo ottenuto dalla

vendita all'asta. Le cose che formano oggetto dell'asta sono cose date a titolo di garanzia.Il banchiere fa

riferimento alla futura stipulazione fra esso e l'acquirente. Nella promessa di pagamento viene inoltre

prevista la trattenuta della mercede, la deduzione del compenso della vendita all'asta, che di solito era

l'1% della somma ottenuta all'asta, ma in certi casi poteva arrivare al 7-8% (previa pattuizione). Il

venditore è necessariamente il proprietario delle cose vendute? NO, potrebbe essere un creditore

pignoratizio.

3) SCEVOLA, 5 D.46.3.88: La madre ha gestito i negozi della figlia erede del padre morto intestato ed ha

dato le cose da vendere ai banchieri e questo stesso è stato scritto nel loro libro: i banchieri hanno

pagato tutto quanto ottenuto nella vendita e dopo il pagamento per quasi nove anni la madre ha

compiuto in nome della figlia tutto ciò che si doveva compiere e l'ha data in sposa al marito e le ha

consegnato le cose. E' stato schiesto se la ragazza ha quale azione con i banchieri, dal momento che non

ella stessa si è fatta promettere i prezzi delle cose, che sono state date in vendita, ma la madre. Ha

risposto che di diritto sono stati liberati. CLAUDIO: sussiste infatti per quella decisione giurisdizionale

una questione pendente, se i prezzi delle cose, che sapevano essere della pupilla, essi risultino aver

pagato in buona fede alla madre, che non aveva il diritto di amministrazione: perciò se lo sapevano non

sono liberati, evidentemente se la madre non sia solvibile -> stipulazione relativa al prezzo di una

vendita all'asta realizzata da un banchiere. Abbiamo fattispecie, quesito, risposta di Scevola ed

integrazione della risposta fatta da Claudio Trifonino (CLAUDIUS TRYPHONINUS), allievo di Scevola.

Situazione in cui un tale muore senza lasciare testamento, avendo una figlia impubere come erede

universale, la madre gestisce il patrimonio della figlia: la madre non è erede, non è tutore ma è

amministratore dell'eredità. La donna non poteva essere tutore, tranne in casi particolari, ma grazie a

questa fonte sappiamo che poteva essere ammistratrice. Quest'ultima fa convertire una parte d'eredità

in denaro, rivolgendosi a dei banchieri che vendono all'asta le cose affidategli, e riccorspondono alla

madre il prezzo registrandolo nel libro contabile dove erano contenute tutte le vendite all'asta. Per nove

anni la madre continua a gestire il resto dell'eredità. Giunti al matrimonio della figlia, la madre gli

consegna (forse a titolo di dote) i beni che ha amministrato per nove anni, tranne il prezzo ricevuto dalla

vendita all'asta. La figlia chiede alla madre la restituzione di tale prezzo, ma è insolvente. Il quesito è: si

può agire contro i banchieri per far valere una responsabilità sussidiaria dei banchieri, dato che la madre

è insolvente? Risposta: NO, perchè i banchieri pagando il prezzo della vendita alla madre, si sono liberati

dalla loro obbligazione. Claudio Trifonino precisa la risposta data da Scevola: i banchieri sono liberati ma

bisogna vedere se fossero stati o meno in buona fede. Se questi non sapevano che la madre non poteva

amministrare i beni in eredità, non possono essere chiamati nemmeno in via sussidiaria, perchè in

buona fede. Se invece erano a conoscenza che la madre non aveva il diritto di amministrare, erano

responsabili in via sussidiaria, cioè se la madre non è solvibile allora subentra la responsabilità del

banchiere. Il dominus auctionis non è un creditore pignoratizio, ma è la madre che da mandato di

esecuzione della vendita, e poichè era l'unica amministratrice non è possibile rendere invalida la vendita

all'asta. Inoltre, tra la madre ed il banchiere si è conclusa una stipulazio avente oggetto il prezzo, quindi

predeterminato. Infine la scrittura contabile dei libri è una fonte di prova d'aver pagato il prezzo al

dominus auctionis.

4) CICERONE, Pro Cecina 6.16: L'affare è dato ad Ebuzio. Ebuzio si presenta all'incanto, gareggia; molti

compratori si ritirano, in parte per rispetto a Cesennia, in parte per il prezzo. Il fondo è aggiudicato ad

Ebuzio; Ebuzio promette il denaro al banchiere; e di questa testimonianza che è stato da lui comprato

quest'ottima persona ora si serve -> Cesennia aveva sposato un banchiere dei pressi di Viterbo, ed in

seguito rimane vedova con un figlio (Fulcinio minore). Quest'ultimo si sposa e trae la sua eredità, ma

essendo Cesennia una donna ricca fa amministrare il suo patrimonio dal suo amante (Aebutio). In

seguito il figlio muore, e questo scrive nel testamento di far vendere la sua eredità. Cesennia vuole

comprare all'asta un fondo appartenuto al figlio, ma siccome una donna non può partecipare all'asta,

manda il suo amministratore/ amante. Aebutio si presenta all'incanto, gareggia e vince. Cesennia lascia

successivamente Ebuzio e si sposa con Cecina, che poi muore. Di chi era il fondo? dell'amante o del

nuovo marito? Cecina ed Ebuzio si affrontano. Cicerone è l'avvocato di Cecina, quindi ha lo scopo di far

attribuire il fondo al nuovo marito, e non a Ebuzio che aveva concluso la stipulazio con il banchiere.

Siccome Ebuzio non paga al momento della chiusura dell'asta, ma successivamente, Cecina vince.

Un'ulteriore documentazione di stipulazione fra banchiere e compratore ci è giunta da un archivio di un

banchiere nei pressi di Pompei. Il banchiere era CAECILIUS JUCUNDIS che aveva ereditato la banca da un

precedente banchiere chiamato CECILIO FELICE (quando i nomi si susseguono significa quasi

sicuramente che si tratta di liberti). Nell'archivio scoperto nel 1879, si trovano quasi esclusivamente

delle ricevute di pagamento, per di più facendo riferimento a delle vendite all'asta. Mommsen e Jean

Andreau ritengono che CELICIO FELICE e poi CECILIO JUCUNDIS fossero dei coactores argentarii.

5) CORPUS INSCRIPTIONUM LATINORUM (C.I.L.) IV, 3340 n.1: 520 sesterzi per il mulo venduto al liberto

M. Pomponio Nicone, e questo denaro oggetto della stipulazione di L. Cecilio Felice si dice che abbia

incassato M. Cerrinio Eufrate. E tutto quel denaro, che sopra è stato scritto, il liberto M. Cerrino Eufrate

ha detto di aver ricevuto in contante da Filadelfo schiavo di Cecilio Felice. Fatto a Pompei il quinto

giorno precedente alle calende di giugno durante il consolato di Druso Cesare e C. Norbano Flacco - 28

maggio 15 d.C. -> insieme di volumi (20) che l'accademia di Prussia comincia a curare dalla seconda metà

dell'800 contenenti tutte le inscrizioni latine trovate in tutto il mondo. Fra queste c'è questa ricevuta.

C'era stata una compravendita all'asta con oggetto un mulo per 520 sesterzi. Chi l'aveva ottenuto era

Pomponio Nicone. I 520 sesterzi avevano formato oggetto di una stipulazione tra il banchiere Lucio

Cecilio Felice e l'acquirente Nicone. Il venditore era Marco Cerrinio Eufrate (liberto). Nella ricevuta si

nota che il dominus auctionis dichiara di aver ricevuto in contanti dallo schiavo del banchiere una

somma di 520 sesterzi.

Eccezioni previste nell'editto del pretore che l'acquirente può opporre al banchiere (EXECTIONES

ARGENTARIE)

Sono delle eccezioni che l'acquirente in una vendita all'asta può opporre al banchiere in presenza di

determinate circostanze, soprattutto su due determinate eccezioni (ma ve ne sono altre) :

1. EXCEPTIO REDHIBITIONIS Eccezione di restituzione o di redibizione;

2. EXCEPTIO MERCIS NON TRàDITAE Eccezione di merce non consegnata.

Entrambe fanno rifeirmento a due diverse circostanze, in cui l'acquirente ha promesso il pagamento del

prezzo per una cosa aggiudicatasi all'asta, nel primo caso però si fa riferimento ad una situazione in cui

la merce viene restituita, nel secondo caso si fa riferimento ad una situazione in cui l'acquirente fa

promessa di pagamento ma non gli viene consegnata la merce aggiudicatasi. Sono eccezioni che

l'acquirente può usare perchè il banchiere gli chiede di corrispondere il prezzo senza che ci sia il

possesso della cosa, o perchè l'ha restituita oppure perchè non l'ha ancora ricevuta.

6) ISTITUZIONI DI GAIO 4.126a: se il banchiere richiede in giudizio il prezzo della cosa, che è stata

venduta nell'asta, gli si oppone l'eccezione, che il compratore sia condannato solo se la cosa, che ha

comprato, gli sia stata consegnata, ed è un'eccezione giusta; ma, se nell'asta è stato in precedenza

dichiarato che la cosa non sia consegnata al compratore prima che abbia pagato il prezzo, il banchiere si

giova di una tale replica: O SE E' STATO IN PRECEDENZA DICHIARATO CHE LA COSA NON SIA

CONSEGNATA AL COMPRATORE, SE PRIMA IL COMPRATORE NON ABBIA PAGATO IL PREZZO -> è l'unico

testo, non manipolato dai commentatori, è esplicito e preciso facendo riferimento al banchiere, mentre

negli altri testi successivi tratti dal Digesto si ha la mancata mansione esplicita del banchiere, oppure c'è

ma viene espressa con giri di parole, poichè quest'attività non esiste più già da Giustiniano. Le eccezioni

si possono opporre al banchiere, e possiamo adattarle a ciò che rigurda la protezione dei contraenti nei

confronti dei terzi poichè sono dirette a tutelare l'acquirente, che pur se aveva promesso il pagamento

non aveva ricevuto la merce oppure l'aveva restituita. Il banchiere poteva prevenire l'uso dell'exceptio

da parte dell'acquirente, nell'ipotesi in cui la merce non sia stata consegnata nelle condizioni generali

della vendita all'asta (contenute nella proscriptio). Se il banchiere voleva in via anticipata precludere

l'esercizio dell'exceptio mercis non tràditae, doveva premunirsi nelle condizioni generali di

compravendita con la clausola specifica in cui si precisava che l'acquirente doveva prima pagare il prezzo

per vedersi consegnare la merce. Si sottintende che vi sia stata una stipulatio fra banchiere ed

acquirente per il prezzo, si fa l'ipotesi che l'acquirente non abbia pagato il prezzo al banchiere e che

questi gli abbia fatto causa con l'actio de stipulatione. Nel caso in cui il banchiere eserciti l'actione

stipulator che nasce dalla stipulazione avente oggetto il prezzo, l'acquirente può opporgli un'eccezione

in base alla quale quest'ultimo poteva essere condannato solo se si sia effettuata la consegna del bene.

Se nelle condizioni genrali della vendita all'asta si ha la presenza della clausola per cui si doveva pagare

prima della consegna, allora la clausola formula l'oggetto della replicazio a favore del banchiere. Sia

l'exceptio che la replicatio sono espresse sottoforma di condizione negativa o positiva della condanna

del convenuto.

7) GIULIANO, 54 D.19.1.25: chi ha comperato una vendemmia ancora pendente, se gli sia stato proibito

dal venditore di raccogliere l'uva, contro il banchiere che chiede il prezzo potrà usare l'eccezione 'se quel

denaro, per il quale agisce, non è richiesto in giudizio per quella cosa, che è stata venduta e non è stata

consegnata' -> non c'è il riferimento esplicito al banchiere, ma chi ma studiato sa che si tratta di un

banchiere. E' un testo importante in cui si riportano le parole dell'editto del pretore. Tutte le eccezioni e

tutte le formule contenute nell'editto del pretore avevano certe parole standard che venivano poi

adattate ai singoli casi. In questo testo si fa riferimento alla compravendita all'asta di una vendemmia

pendente (non ancora tagliata). Si effettua una auctio condotta da un banchiere, ed ha oggetto una

vendemmia ancora collegata alla vite, poi il dominus aucitonis impedisce all'acquirente di entrare nel

fondo per raccogliere l'uva. Il banchiere agisce contro l'acquirente con l'actio ex stipulato per farsi

pagare il prezzo. L'acquirente potrà opporgli l'exceptio mercis non tràditae. Se il banchiere agisce per

farsi pagare la sua pretesa sarà paralizzata dall' exceptio mercis non tràditae.

8) PAOLO, 71 D.44.4.5.4: se uno schiavo è venduto da colui, al quale il padrone lo ha permesso, e sia

stato restituito al padrone, al venditore che agisce per il prezzo è opposta l'eccezione di restituzione,

anche se chi lo ha venduto abbia già pagato il prezzo al padrone (infatti anche con l'eccezione della

merce non consegnata è respinto anche chi ha già pagato il denaro al padrone) e perciò chi lo ha


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PISA, LIVORNO)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nikolai92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Petrucci Aldo.

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