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Ad esempio: Cass. 2831/1990: si esamina il licenziamento di lavoratori da parte di un asocietà

collegata con altre in forme di holding. La Suprema Corte, nel dare una nozione di esercizio di

impresa, cita anche Ulpiano: -l’esercizio dell’impresa, quale strumento di produzione fondato sulle

capacità personali dell’imprenditore (rischio ed organizzazione), secondo la nostra stessa tradizione

giuridica: “noi concepiamo l’impresa come la strutturazione sinergica di uomini e cose per

l’esercizio dell’attività negoziale” (D.50.16.185)-. Il riferimento romanistico appare ingenuo ed

incongruo, visto la differenza di contesti tra una struttura complessa come la holding e quella che

poteva essere la taberna romana.

Un approccio del genere pare tuttavia innocuo, quasi sempre si tratta di richiami che non toccano il

cuore del problema giuridico. Questo modo di procedere è più problematico quando condiziona gli

esiti della ricerca scientifica.

Ad esempio: “inquinamento e diritto romano”: si tratta di una ricerca sulla tutela giuridica tra fine

Repubblica e Principato sull’inquinamento idrico e atmosferico, che ebbe come protagonisti l’editto

del pretore e Labeone. Il problema è inquadrato non come tutela di beni pubblici, ma al più di

interessi indirettamente protetti. Erano interessi privati non ancorabili ad una dimensione pubblica.

Il problema della tutela dell’ambiente, emerge quando il suo sfruttamento fa sì che le risorse

divengano limitate, con la rivoluzione industriale; non era certo un problema del mondo romano. Si

evoca un problema del presente per interpretare ed indirizzare la lettura di un passato remoto,

alludendo ad una tutela dell’ambiente che non c’era né poteva esserci; si trattava perlopiù di

sporadici interventi a tutela della proprietà privata.

Altro esempio: il riconoscimento del diritto d’autore in età romana. Si interpreta i testi gaiani in

questo senso: la scrittura eseguita su un materiale altrui accede a quest’ultimo. Secondo

l’interpretazione in esame, la funzione e la ratio dell’accessione della scriptura andrebbero

ricondotte alla necessità di far conseguire la proprietà dello scritto al suo autore intellettuale,

proprietario del supporto sui cui un’altra persona, uno scriba, aveva proceduto all’attività materiale

dello scrivere. In realtà la funzione era di attribuire la proprietà solitaria di una cosa determinata

dall’adesione di due elementi appartenenti a soggetti tra loro diversi, che si risolve, per Gaio,

secondo una naturalis ratio: la scelta sarebbe un’applicazione del principio generale dell’accessione

“superficies solo cedit”. Per Paolo la scrittura presuppone necessariamente il supporto materiale,

non potendo venire ad esistenza senza di esso, e pertanto ad esso deve essere subordinata. Anche

nella relazione all’entrata in vigore nell’ordinamento italiano nel 1941 di norme a tutela del diritto

d’autore, i giusromanisti avvertivano che i Romani non si erano mai posti il problema e che il

concetto era loro ignoto.

6. Alterità e identità “tralatizie”

A volte la conoscenza del diritto romano può consentire all’interprete moderno di cogliere

nell’ordinamento in vigore regole che non costituiscono altro che anacronismi perpetuati

nell’ordinamento in vigore, senza più interrogarsi sulla loro effettiva giustificazione nel sistema.

Uno dei compiti più attuali dello studio del diritto romano è individuare e segnare a dito la sua

eventuale recezione e persistenza critica supina, affinché in sede scientifica si abbandonino i dogmi

che non hanno più ragione d’essere e tuttavia per tradizione tengono ancora soggiogati i giuristi. La

percezione della dimensione storica del diritto romano rende palese che alcuni precetti ed istituti

elaborati in quella fase storica vengono conservati nel sistema attuale per inerzia o, comunque, in

mero ossequio alla tradizione, senza che rispondano più ad un’effettiva esigenza o, peggio, si

frappongano quale ostacolo ad interpretazioni frutto di nuove sensibilità. Per Savigny la dottrina

storica non tende già ad attribuire al diritto romano un’esagerata autorità, ma vuole innanzitutto

cercare e determinare nell’insieme delle nostre condizioni giuridiche ciò che veramente è d’origine

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romana, per non esserne dominati senza averne coscienza; tende ad eliminare tutto ciò che è morto,

che solo per un malinteso conserva un’apparenza di vita perturbatrice.

A volte si tratta di casi innocui: ad esempio, articolo 940 cc, sulla specificazione: se taluno ha

adoperato una materia che non gli apparteneva per formare una nuova cosa, “possa o non possa la

materia riprendere la sua prima forma”, ne acquista la proprietà pagando al proprietario il prezzo

della materia, salvo che il valore della materia sorpassi notevolmente quello della mano d'opera. In

questo ultimo caso la cosa spetta al proprietario della materia, il quale deve pagare il prezzo della

mano d'opera. La regola prevede l’acquisto della proprietà della nuova cosa da parte dell’artefice,

pagando al proprietario della materia il prezzo di quest’ultima, a meno che il risultato della

specificazione non raggiunga un valore di molto superiore rispetto a quello iniziale della materia.

L’inciso inserito dal legislatore “possa o non possa...” non incide sulla soluzione normativa, che

procede in modo indipendente. I civilisti lo richiama per sottolineare che non conta l’irreversibilità

della nova species alla primitiva materia per definire che un bene sia stato oggetto di specificazione.

Si tratta di un pleonasmo, di una puntualizzazione superflua del legislatore:è un eco di una

soluzione escogitata dai giuristi romani per determinare a ci toccasse la proprietà della nova species,

che ora non svolge più alcuna funzione utile alla comprensione del significato della norma. I

sabiniani predicavano la proprietà del proprietario della materia e i proculiani affermavano

all’opposto la proprietà dell’artefice; nel tentare di conciliare le due posizioni, la giurisprudenza più

tarda propose una media sententia: la reversibilità o no della materia originaria serviva per attribuire

a chi spettasse la proprietà della nova species (al proprietario della materia in caso di reversibilità

del bene alla materia originaria, all’artefice in caso di irreversibilità). Nel codice italiano del 1865

tale riferimento era già presente, ma attribuiva la proprietà della nova species al proprietario della

materia, seguendo il modello del codice francese. Il legislatore italiano attuale innovò, adottando

l’opposta soluzione che privilegia l’artefice; tuttavia mantenne la reminiscenza della media

sententia, che non aveva già più alcun valore nel codice del 1865.

In altri casi, la conservazione acritica di un dato della tradizione romanistica può avere conseguenze

più rilevanti, sia sul profilo teorico-dogmatico, sia su quello pratico. Due esempi:

1) Art. 1256 c.c.: l'obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la

prestazione diventa impossibile. Per la civilistica, a contrario, se l’impossibilità è invece

imputabile al debitore, l’obbligazione non si estingue, accogliendo così il principio romanistico

della perpetuatio obligationis. A riguardo, un ragionamento simile si svolge all’articolo 1221

c.c.:, impossibilità sopravvenuta, che contempla la sopravvenienza dell’impossibilità della

prestazione durante la mora del debitore, indipendentemente dall’imputabilità o meno di ciò al

debitore. Nel caso di impossibilità sopravvenuta imputabile al debitore, l’inadempimento della

prestazione originaria rimane definitivo. La civilistica ha cercato di spiegare il collegamento tra

1256 e 1221 e il concetto di perpetuatio obligationis affinché l’obbligazione rimanesse in vita. I

giuristi romani erano giunti all’idea di perpetuatio obligationis per via del processo formulare,

costruito sulla tipicità delle actiones., che non disponeva di un rimedio atto a tutelare il creditore

in caso di perimento della cosa per causa imputabile al debitore. Il creditore doveva agire con

l’unica actio che il processo formulare gli forniva. La condanna era sempre e unicamente in

forma pecuniaria, non c’era la necessità di ricorrere ad una diversa azione. Il problema era

costituito dal fatto che il giudice doveva condannare il convenuto al pagamento del valore della

cosa al momento della litis contestatio o al momento della sentenza: in periodo tardo

repubblicano si escogitò la finzione che la cosa esistesse ancora. Nel tardo diritto romano,

scomparso il modello formulare, tale rimedio sarebbe dovuto sparire in quanto inutile; ciò non

avvenne, anche l’età giustinianea conservò l’idea della perpetuatio obligationis nel Digesto.

2) Per fare un esempio invece sulle implicazioni pratiche frutto di una recezione acritica del diritto

romano: sentenza 91/1973 Corte Costituzionale. Dichiarò illegittimo l’articolo 781 c.c. (divieto

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di donazioni fra coniugi), per contrasto con il principio di eguaglianza. Dopo un’indagine storica

sull’istituto, con oggetto specifico il diritto romano, la Corte concluse che il divieto non era altro

che un mero relitto. Giunse quindi all’abrogazione del divieto dicendo che si trattava di una

regola conservata in ossequio al diritto romano ed alla sua tradizione. Presidente della Corte era

Franco Bonifacio, estensore della sentenza Edoardo Volterra, entrambi romanisti.

7. Il ruolo del diritto romano nella comprensione dei diritti moderni

La ricerca di continuità fra diritto romano e diritti moderni può avere, oltre alla funzione di liberare

l’esperienza attuale da elementi conservati in modo acritico, anche una funzione totalmente

opposta, e non solo nel senso più ovvio di affermare tali identità. Il fatto che il diritto romano abbia

anticipato il presente non obbliga per questo il giurista di diritto positivo alla conoscenza storica del

precedente. Tuttavia la comprensione del diritto romano e della tradizione posteriore potrà spiegare

il perché e il mutamento di principi operanti nell’esperienza giuridica attuale o orientare l’interprete

nella definizione di antinomie concettuali rendendolo consapevole di problemi che solo la relativa

dinamica storica rende intellegibili. Anche lo studioso del diritto romano puro dovrà conoscere

l’evoluzione dell’istituto fino alla contemporaneità per poterlo isolare dalle inevitabili sovrastrutture

concettuali che si sono accumulate su di esso, trasformandolo. Sotto il versante della comparazione

giuridica, soprattutto con riguardo a paesi di civil law, è indispensabile recuperare la matrice storica

del diritto ai fini della comprensione delle diversità normative e dottrinali circa i diversi sistemi

privatistici nazionali.

Nella relazione al codice civile, riguardo l’articolo 12 delle preleggi, si spiega che il termine

“ordinamento” risulta comprensivo anche dell’orientamento politico-legislativo statuale e della

tradizione scientifica nazionale con esso concordante. Si è preferito un richiamo ai principi generali

dell’ordinamento dello stato piuttosto che a quelli del “diritto vigente”, onde non render troppo

limitativa l’opera dell’interprete. Non vi è alcuna intenzione di attualizzare in senso normativo un

principio del diritto romano, si tratta solo di ricordare che la complessità dell’interpretazione

giuridica a volte non può avvenire senza una consapevolezza della prospettiva storica e senza

l’ausilio di una metodologia a ciò confacente.

8. Conclusioni

CAPITOLO I - IL PRINCIPIO DELL'UTILITÀ DEI CONTRAENTI

1. L’invenzione della regola dell’utilitas contrahentium nel diritto romano

L’esperienza giuridica romana presenta un sistema della responsabilità contrattuale costruito sui

criteri soggettivi di dolo e colpa, ai quali si affianca solo in determinati casi, il criterio

tendenzialmente oggettivo della custodia tecnica.

Dal punto di vista del debitore, in ordine di gravità crescente, i criteri possono essere così ordinati:

dolo, colpa, custodia tecnica.

Per il debitore, il dolo appare il criterio meno oneroso: sarà ritenuto responsabile solo dopo aver

accertato la sua volontà di voler causare l’inadempimento; eventuali altre mancanza indipendenti da

essa non saranno poste a suo carico. In quanto indice della volontà di non adempiere che conduce

sempre e comunque alla responsabilità del debitore, ad esso il debitore non può sottrarsi nemmeno

pattiziamente.

La custodia tecnica sembra il criterio più grave, in quanto il debitore appare sempre responsabile

della perdita della cosa su cui aveva obblighi di sorveglianza, indipendentemente da dolo o colpa; è

giustificato solo qualora la perdita sia avvenuta per caso fortuito o per forza maggiore.

La colpa si colloca in una posizione intermedia fra il dolo e la custodia tecnica: con essa si

addossano al debitore i fatti non dipendenti da comportamenti volontari, ma colpevoli perché

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generati da un atteggiamento riprovevole che la giurisprudenza romana definiva nei termini di

negligenza, imprudenza e imperizia.

Colpa e custodia tecnica non sono sempre presenti nel valutare l’inadempimento di ogni contratto o

atto lecito non contrattuale. Ci sono casi in cui la responsabilità del debitore è limitata al dolo, altri

in cui ad esso si affianca la colpa, altri ancora in cui il debitore risponde anche per custodia tecnica.

La variazione di intensità della responsabilità non dipendeva dal caso o da circostanze episodiche,

ma era espressione di un principio elaborato dai giuristi romani che assumeva valenza generale

nelle loro applicazioni concrete. La misura della responsabilità del debitore viene calcolata in

proporzione al vantaggio che quest’ultimo trae dal negozio posto in essere. Chi non riceve alcun

vantaggio avrà una responsabilità più lieve di chi ne trae uno.

Nella maggioranza dei casi, la responsabilità sarà suddivisa in modo paritario tra le parti, entrambe

parimenti interessate al negozio. Questo criterio viene attualmente chiamato dagli studiosi principio

dell’utilitas contrahentium.

Nelle istituzioni di Gaio, si confronta la posizione del depositario con quella del comodatario: la

responsabilità del primo è limitata al dolo, poiché il depositario presta gratuitamente il suo servizio

non avendo alcun interesse nel contratto; nel secondo caso, la responsabilità del comodatario sarà

valutata in termini di colpa e custodia, perché il beneficio ricade esclusivamente su di lui.

2. Operatività e fondamento della regola nell’elaborazione giurisprudenziale romana

L’utilitas contrahentium costituiva un paradigma capace di orientare in modo diffuso le soluzioni

casistiche dei giuristi romani. Per Giuliano (D.30.108.12) la regola veniva osservata per tutti i

contratti tutelati mediante giudizi di buona fede e da qui applicata analogicamente al

fedecommesso. Modestino afferma che, oltre ai casi di deposito e comodato, la regola era osservata

anche in altre branche del diritto, individuando così un’applicazione generale del criterio.

Nei commentari all’editto del pretore, Ulpiano annotava l’intentio, parte essenziale della formula in

ius dell’actio commodati, che conteneva al suo interno il richiamo alla buona fede. Ulpiano ricorda

in termini generali il criterio dell’utilitas contrahentium, secondo cui talora nei contratti si risponde

solo per dolo, talora anche per colpa; muovendo dall’esempio del deposito, dove non si rinviene

alcun vantaggio da parte del depositario, Ulpiano vi contrappone la responsabilità del comodatario,

che invece di solito riceve solitamente dal contratto un’utilità che conduce all’ampliamento della

sua responsabilità. Il carattere flessibile della buona fede appare ogni volta capace di definire in

ciascun rapporto la struttura negoziale e di configurare la responsabilità dei contraenti. Consentiva

ai giuristi di opinare diversamente circa la misura della responsabilità dei contraenti. Nei giudizi di

buona fede il liberum officium iudicis assumeva ampia discrezionalità decisionale, permettendo un

calcolo della misura della responsabilità in forme libere e adeguate al caso concreto. Ad esempio il

comodato talvolta poteva essere concluso nell’interesse del comodante: in tal caso la responsabilità

del comodatario rimaneva circoscritta al dolo. La buona fede sembra ispirare la regola dell’utilitas,

ma ciò non toglie che a fondamento della necessità di fissare una retta proporzione fra l’onere e

l’utile sotto il profilo economico nell’ambito della responsabilità contrattuale, vi fosse, in una

visione più generale, il concetto di aequitas, immanente a tane figure giuridiche dell’esperienza

romana.

Nell’ambito della moderna storiografia giusromanistica, ci sono ancora marcate differenze

valutative circa la collocazione temporale dell’origine della regula dell’utilitas contrahentium. La

regula si sarebbe concettualizzata pienamente e diffusa solo in età giustinianea. Il criterio appare

piuttosto appartenere pienamente al patrimonio concettuale della giurisprudenza classica, che lo

applicò con consapevolezza e larghezza di visione; non fu principio che si affermò nella stagione

post-classica giustinianea, al contrario, sembrerebbe trovarsi in una posizione marginale nel

pensiero dei compilatori giustinianei. 7

3. La conservazione del principio nella tradizione del diritto comune

La Glossa, intorno allo schema del criterio della utilitas contrahentium, elaborò una dottrina

tripartita della colpa:

-culpa lata (e dolo): era il grado di responsabilità di chi non traeva alcuna utilità del contratto

-culpa levis: era il limite di imputazione qualora le parti ricevessero reciproca utilità dal contratto

(ipotesi più frequente)

-culpa levissima: (avvicinabile alla custodia) per chi traeva dal contratto esclusivo vantaggio.

La dottrina della tripartizione ha costituito fino alle codificazioni l’asse portante della responsabilità

contrattuale: si è sempre tenuta ferma l’idea di ricollegare un aumento o una diminuzione della

responsabilità del debitore alla misura del vantaggio che egli riceveva dal negozio posto in essere.

Nel commento alla lex quod Nerva, Bartolo redige un’ampia trattazione della colpa, capace di

offrire un quadro limpido ed esaustivo della dottrina medievale: tutti i singoli rapporti negoziali

sono discussi nella repetitio di Bartolo, partendo dal criterio dell’utilitas. Riprende l’esempio del

deposito e del comodato.

Per Doneau i contratti si dividono in tre ordini: quelli in cui si realizza l’interesse del solo creditore,

del solo debitore, di entrambe le parti.

Vinnen scriveva che vi erano alcuni contratti nei quali si è responsabili solo per dolo, sotto il cui

nome vogliamo ricomprendere anche la colpa grave; altri che contemplano oltre al dolo anche la

colpa lieve, che in seguito chiama solo colpa; infine altri in cui oltre al dolo e alla colpa, si è

responsabili anche per la colpa più lieve. Si applica la regola per la quale: chi assume un onere

senza ricevere un vantaggio, è responsabile solo per dolo; se il vantaggio interessa entrambi i

contraenti, il debitore risponde per dolo e colpa.

Tale dottrina risulta essere ancora osservata nelle loix civiles di Domat. Pothier la difese dalle

critiche di Le Brun e la espose nel suo trattato delle obbligazioni.

4. Le critiche alla dottrina della tripartizione della colpa

Diverse critiche furono mosse alla regola dell’utilitas nella stagione dell’usus modernus

pandectarum. L’attacco fu mosso prima da Thomasius in ambito tedesco, poi da Le Brun in ambito

francese.

Kres, sotto la guida di Thomasius, scrisse una dissertazione diretta a negare ogni valore pratico e

teorico alla regola dell’utilitas. Il criterio sarebbe stato poco seguito dagli stessi romani. Tra i

giuristi romani a riguardo, molte erano le contraddizioni. Gli interpreti non riusirono a superare la

contraddittorietà delle responsabilità per culpa levis del mandatario, benché costui non ricevesse

alcuna utilità dal contratto, non rispondeva per il solo dolo. Per quanto riguarda la dottrina della

tripartizione della colpa, si afferma che veniva ignorata nel mondo della prassi. I Germani, in virtuù

del diritto naturale, conoscevano invece una sola forma di colpa.

Le Brun osservò la mancata ricezione della dottrina dei tre gradi della colpa da parte della prassi

giudiziale, perché essa risultava a suo dire un sistema che non poteva avere effetti nella pratica, o

non doveva averne alcuno. Il sistema soffriva di insanabili contraddizioni. Per Le Brun esistevano

solo due modi per valutare la colpa: la colpa si misura con la diligenza del buon padre di famiglia

per coloro che sono incaricati di svolgere un compito nell’esclusivo altrui interesse, o in alternativa,

per gli altri rapporti negoziali, la diligentia quam in suis o culpa in concreto, che si regola sulla base

della cura che uno è solito avere nei propri affari. Non c’era altro modo di concepire la colpa.

5. L’apparente abbandono della regola dell’utilitas in alcune codificazioni del primo Ottocento

Le codificazioni di area germanica della seconda metà del Settecento conservarono intatta la regola

dei gradi della colpa. Il primo abbandono si ebbe con l’ABGB austriaco, che recepiva le istanze

giusnaturalistiche da una parte, le esigenze di concisione e rigore concettuale dall’altra, portando

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all’elaborazione del §1295 (che affermava il diritto di esigere il risarcimento del danno per colpa,

sia che avesse origine contrattuale che extracontrattuale) e del §1297 (che identificava la

dimensione e il grado della colpa in quella esercitata normalmente dalla persona munita dell’uso

della ragione). Von Zeiller giustificò il ripudio della graduazione della colpa osservando che

l’estremo rigore non poteva essere sanzionato dal legislatore in una società nella quale hanno luogo

una continua reciprocità di operazioni sociali e di commerci; ciascuno dovrebbe stare

continuamente in guardia per timore di recare danno alla persona o alla altrui proprietà, nessuno

intraprenderebbe contratti multiformi, temendo di esser tenuto responsabile per la massima

attenzione. Inoltre giocava per Von Zeiller un ruolo importante la definizione che Thomasius dava

di iniuria, in antitesi a quella del diritto romano: ciascuno infatti è autorizzato ad esigere dagli altri

che i suoi diritti non siano lesi né nei rapporti di contratto, né fuori da questi, comunque ciò

avvenga con un fatto, o con una omissione ingiusta.

Svolta più radicale avvenne col codice francese. Il legislatore napoleonico decise risolutamente di

abbandonare la tradizionale tripartizione della colpa, evidenziandone l’eccessiva sottigliezza. Per

Bigot de Prèamenau appare più ingegnosa che utile nella pratica: non bisogna per ogni colpa

verificare se l’obbligazione del debitore sia più o meno stretta, quale sia l’interesse delle parti. La

teoria in cui le colpe sono divise in più classi non può che definire la materia di numerosissime

contestazioni, mentre l’equità medesima ha avversione per tali sottigliezze. Il primo comma

dell’articolo 1137 del code civil, individua una sola forma di colpa alla diligenza del buon padre di

famiglia, ma fece anche esplicito riferimento, per negarne la rilevanza, al criterio dell’utilitas. Per

alcuni interpreti al diligenza del buon padre di famiglia, racchiudeva dentro di sé la tripartizione

della colpa, visto che andava parametrata a seconda delle circostanze presenti nei singoli contratti.

All’opposto vi era chi sosteneva che l’articolo 1137 fosse la clausola generale del torto

extracontrattuale, capace di sanzionare anche la colpa più lieve, poiché ogni danno per diritto

naturale comporta un risarcimento.

Posizione intermedia più equilibrata è quella che ancor oggi appare leggere correttamente il tenore

della norma: da un lato si evidenziava la pienezza dell’innovazione del legislatore napoleonico di

porre al centro della valutazione della colpa del debitore unicamente la diligenza del buon padre di

famiglia, dall’altra si riconosceva che la regola dell’utilitas aveva tuttavia conservato un ruolo

all’interno del sistema del codice al fine di indicare un quantum di responsabilità per un nucleo non

irrilevante di fattispecie negoziali, in cui il senso di giustizia imponeva di derogare inevitabilmente

al modello ordinario.

Così, dunque, nel deposito gratuito, l’articolo 1927 per valutare la responsabilità del depositario

dispone la culpa in concreto/diligentia quam in suis, intesa unicamente come criterio meno oneroso

rispetto alla diligenza ordinaria prevista all’articolo 1137. Analoga esigenza viene avvertita

all’articolo 1992 per il mandatario gratuito; mandatario e depositario assumono gratuitamente il

loro incarico, non ricevendo alcuna utilitas dal contratto: si vedono quindi diminuita

simmetricamente l’intensità della loro responsabilità. Per la stessa ragione la responsabilità del

comodante è limitata ai vizi della cosa comodata unicamente al caso in cui egli ne fosse a

conoscenza e quindi in dolo (1891). La responsabilità per vizi del venditore o del locatore, viene

diversamente estesa alla colpa, perché entrambi ricevono un’utilità dal compratore o dal conduttore.

Il comodatario, all’opposto, si trova esposto ad un regime oneroso relativo al rischio del perimento

della cosa: assume il rischio fortuito quando ha oltrepassato i limiti del suo utilizzo o quando ha

preferito conservare indenne una cosa di sua proprietà, facendo perire quella ricevuta in comodato.

Che sia l’utilitas a determinare il quantum su responsabilità del debitore, appare un0idea fondante in

grado di guidare concretamente il pensiero di dottrina e giurisprudenza francesi. Guardando al caso

del comodato: per sua natura è essenzialmente gratuito, ma può inserirsi in un quadro più ampio di

relazioni giudiziali, dal quale il comodante riceve una remunerazione indiretta. Quando il comodato

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perde il suo carattere gratuito si configura come “interessé”, non più a vantaggio del solo

comodatario, ma appare riequilibrato: il comodante sarà responsabile anche per i vizi della cosa. Il

modus operandi è lo stesso dei giuristi romani riguardo la responsabilità nel comodato.

Il legislatore del 1865, plasmò il codice italiano su modello di quello francese. L’articolo 1224

riproduce il contenuto del francese 1137, non limitando la regola all’obbligo di conservazione della

cosa, ma facendone generale caposaldo della diligenza che si deve avere nell’adempimento

dell’obbligazione. Nel definire i gradi della colpa, la dottrina italiana seguì la dottrina tradizionale e

l’incerto percorso francese. L’interpretazione dominante individuò come prima regola generale il

principio della diligenza del buon padre di famiglia, argomentando sul solo 1224, co.1. Superando

la teoria della tripartizione e affermando il modello unico della d. del buon p.f., parte della dottrina

intendeva assimilare colpa contrattuale ed aquiliana. Nel comma 2 dello stesso articolo

comparivano evidenti tracce dell’antica teoria, negare le variazioni della responsabilità rispetto al

criterio ordinario o intenderle come presunzioni tacite della volontà dei contraenti, non era

un’interpretazione condivisibile. All’esterno del sistema codicistico, il principio della utilitas

conservava una sua funzione: vennero riproposti tutti i casi in cui il legislatore francese aveva

deciso una diminuzione o un aumento della responsabilità in deroga alla regola ordinaria. Si ritrova

la diligentia quam in suis nel deposito (1843), l’attenuazione di responsabilità del mandatario

gratuito (1746)...

6. Il permanere del criterio dell’utilitas nelle principali codificazioni del Novecento

Germania. Per Dernburg, autorevole pandettista, la giurisprudenza romana aveva ricavato il

principio generale dell’utilitas dalla responsabilità del depositario. La ricostruzione storica di Hasse

(giusnaturalista), da un lato aveva confutato al dottrina della tripartizione dei gradi della colpa,

dall’altra aveva dato pieno riconoscimento all’idea di ricollegare un aumento o una diminuzione

della responsabilità al vantaggio che il contraente poteva o meno ricevere dal contratto. La regola

dell’utilitas, pur senza indulgere nella tradizionale tripartizione della colpa, fu allora pienamente

conservata dai pandettisti. Con qualche variazione maturata tra il primo e il secondo progetto, il

BGB non tagliò i ponti con l’idea di utilitas, ponendola a fondamento dell’attenuazione della

responsabilità dell’attenuazione della responsabilità di alcune figure di debitori; l’utilitas è stata

conservata anche a seguito della riforma del diritto delle obbligazioni del 2002. I casi individuati

dalla dottrina tedesca sono quelli del deposito e del comodato: attenuazione nei limiti della

diligentia quam in suis per il depositario gratuito(§690), responsabilità del comodante solo per dolo

o colpa grave(§599), responsabilità del comodante se tace dolosamente dei vizi giuridici o materiali

della cosa(§600); in tema di donazione, si ripropone la limitazione di responsabilità del comodante

anche a favore del donante, aggiungendo la non obbligatorietà a corrispondere gli interessi di mora

(§522 e ss.).

Svizzera. Una conferma della conservazione dell’utilitas ancora più manifesta proviene

dall’Obligationenrecht Svizzero (1911). A §99OR prima si enuncia la responsabilità del debitore per

ogni colpa, poi il legislatore afferma che la misura della responsabilità potrà essere più o meno

estesa a seconda della natura del negozio e che sarà valutata con minor rigore se il debitore non

ricaverà alcun vantaggio dal negozio. All’articolo 248 la responsabilità del donante è limitata al

dolo o colpa grave; al 306 co.3 si addossa al comodatario il rischio del perimento fortuito della

cosa , qualora egli abbia usato della cosa in modo diverso da quello pattuito. Ulteriori applicazioni

della regola si hanno in relazione alla propensione di applicare con minor rigore la responsabilità

del depositario e del mandatario gratuiti, e quella del comodante per i vizi della cosa comodata.

Italia (1942). Nel codice del ’42 non è stato riproposto il tenore di 1224 comma 2; nella norma

guida dell’attuale 1176 tutto ruota intorno alla diligenza del buon pater familias. La regola

dell’utilitas pare aver conservato un suo ruolo, come base di un nucleo di scelte con cui il

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legislatore ha voluto differenziare il carico di responsabilità col debitore. Nella relazione al Re

infatti si legge che pur essendo apparso superfluo riprodurre 1224 co.2, anche nel nuovo sistema

permangono casi in cui la diligenza deve apprezzarsi con minore e maggiore rigore. La dottrina ha

poi specificato che la differenza fra gli obblighi di adempimento tra colui che ha contrattato a titolo

oneroso e colui che ha contrattato a titolo gratuito sono notevoli e si può dire che in certo modo è

stato ripristinato il criterio vigente nel diritto romano.

Sono state riprodotte, con solo precisazioni di carattere formale tutte le norme del codice del 1865

in tema di:

-deposito: art.1767 presunzione di gratuità del rapporto; 1768 co.1 diligenza del depositario nella

custodia della cosa = diligenza del b.p.f.; 1768 co. 2 se il deposito è gratuito, la responsabilità per

colpa è valutata con minor rigore.

-responsabilità del mandatario: art. 1709 presunzione di onerosità del contratto; 1710 criterio della

diligenza del b.p.f. a carico del mandatario nell’eseguire l’incarico; se il mandato è gratuito, la

responsabilità è valutata con minor rigore.

-comodato: art. 1805 ripropone la regola in tema di perimento della cosa a carico del comodatario;

1812 responsabilità dolosa per i vizi della cosa a carico del comodante già contemplata nel codice

abrogato;

-1821 co. 2 responsabilità solo per dolo del mutuante gratuito (più chiaro rispetto a codice del

1865).

L’idea di collegare alla gratuità della prestazione di una delle due parti una diminuzione del carico

di responsabilità, è stata ulteriormente sviluppata dal legislatore del 1942 in tema di:

-responsabilità per vizi della cosa donata solo nel caso di conoscenza da parte del donante(798);

-in caso di inadempimento o ritardo nell’esecuzione, il donante è responsabile solo per dolo o colpa

grave (789).

La dottrina concorda nel ravvisare il fondamento delle ultime norme in quell’utilità esclusivamente

unilaterale del titolo dell’obbligazione alla quale era stata già particolarmente sensibile la tradizione

romana. È inoltre propensa a suggerire l’applicazione del principio a tutte le obbligazioni a titolo

gratuito.

7. Conclusioni

Il legislatore delle principali codificazioni europee (quasi tutte ancora in vigore), ha conservato

come fondante l’idea di parametrare la misura della responsabilità del debitore in rapporto

simmetrico rispetto al vantaggio che costui riceve dal contratto.

La regola principale impone al debitore di rispettare un modello astratto e medio valevole per ogni

tipo di rapporto negoziale; tuttavia, riappare la costante necessità di derogare al modello generale

quando la natura particolare del contratto, caratterizzata da un disequilibrio di interessi reciproci

delle parti, chiede una diminuzione o un aggravio della responsabilità del debitore. Affermare allora

che a partire dall’età del giusnaturalismo, nonostante la sua tradizione, il principio dell’utilitas

contrahentium era definitivamente superato, appare eccessivamente perentorio. Crisi ci fu, e fu

grave: fu soprattutto la crisi dei gradi della colpa elaborata dai glossatori, imperante ancora in

Pothier. Molto criticata fu la nozione di culpa levissima, il cui spazio fra il corretta adempimento e

la culpa levis, era di difficile definizione. Analogamente criticato fu l’eccessivo e astratto

dogmatismo che imponeva una rigida classificazione di tutti i contratti a seconda del grado della

colpa in essi preventivamente previsto.

La critica invece non coinvolse, se non indirettamente, il fondamento della dottrina dei tre gradi di

colpa, la regola dell’utilitas, imperniata solamente sul riconoscimento di un aumento o sgravio di

responsabilità a seconda del vantaggio che il debitore ricava dal contratto. Per Jhering si trattava di

una delle idee più felici dei giuristi romani, che ha sempre riscontrato consensi in quanto non fa

11

altro che tradurre in regola un profondo senso di equità. Anche Doneau e Hasse, rifiutando la

nozione di culpa levissima e della tripartizione della colpa, conservarono tuttavia il valore della

regola dell’utilitas. In modo non dissimile si comportarono i moderni legislatori, pur riducendo

l’operatività della regola di fronte all’affermarsi di una nozione generale di colpa, sia in ambito

aquiliano che contrattuale. Più di una crisi del diritto romano, cioè della regola equitativa

dell’utilitas, si trattò di crisi del diritto comune, cioè della dottrina troppo astratta e sottile dei gradi

della colpa.

CAPITOLO II - LA “DILIGENTIA QUAM IN SUIS”

1. Introduzione

Il sistema di responsabilità fondato sulla colpa presenta anche un profilo oggettivo: per valutare la

colpa del debitore è necessario operare un confronto tra il comportamento concretamente tenuto dal

debitore quando si è prodotto l’illecito e un modello di comportamento, scelto dall’ordinamento

come modello di riferimento. Il modello più conosciuto dalla tradizione occidentale, a partire dal

mondo romano, è quello della diligens et bonus pater familias. Per valutare la colpa, il giudice

dovrà semplicemente verificare la coerenza del comportamento concretamente tenuto dal soggetto

con quello attribuibile ad un modello. Per individuare la colpa, occorre individuare un modello,

nella maggior parte dei casi un tipo astratto e medio ricavato dalla complessiva esperienza sociale,

quale l’uomo medio onesto e diligente o il prudens et bonus pater familias. Questo modello del

buon padre di famiglia è ancora quello maggiormente riconosciuto.

A fianco di tale modello astratto, è altrettanto conosciuto nella tradizione civilistica, anche se meno

applicato, un modello di riferimento dove, per valutare il comportamento del debitore, vengono

assunte come criterio la cura e la diligenza che il debitore è solito avere nelle sue cose e nei propri

affari: la diligentia quam in suis (nelle fonti romane) o culpa in concreto (nella tradizione

civilistica). Non è un criterio costruito sul sentire comune, come la d. del b.p.f., ma una valutazione

che tiene conto unicamente del comportamento concreto e tipico che quel singolo debitore suole

avere nei propri affari. La d.q.s. ha un ambito operativo unicamente contrattuale (incluse le

obbligazioni nascenti da atto lecito non contrattuale); nelle fonti romane non c’è testimonianza di

un’applicazione in ambito extracontrattuale.

2. La diligentia quam in suis nel diritto romano

2.1. Premessa

È opinione del prof. Santucci che la d.q.s. sia stata escogitata nel diritto romano classico dai giuristi

per misurare la responsabilità di un soggetto, che pur essendo proprietario di determinanti beni, o

trovandosi in una posizione simile a quella del proprietario, avrebbe comunque dovuto render conto

ad altri della gestione di questi beni.

2.2. La diligentia quam in suis nelle situazioni di comproprietà

Paulus 23 ad ed.D.10.2.25.16 è una testimonianza che oltre ad enunciare la responsabilità nei limiti

della d.q.s., ne spiega anche le ragioni dell’applicazione. Nella coeredità il coerede non risponde

solo i dolo, ma anche di colpa, poiché non ci si vincola al coerede con un contratto, ma si è posti in

rapporto con lui incidentalmente; tuttavia non deve rispondere secondo il criterio della d.b.p.f.,

perché, per la sua parte, aveva diritto a gestire e quindi non gli spetta l’azione relativa alla gestione

di affari; dunque risponde della stessa diligenza che impiega nelle cose proprie; lo stesso vale per

una cosa che sia stata legata a due soggetti, poiché non un accordo, ma le circostanze li han messi in

società.

A fondamento del pensiero di Paolo risiede il fatto che con il coerede non ci si unisce con un

accordo, ma in base alla comunione incidentale. Il criterio di diligenza richiesta al coerede non è

12

quella del b.p.f., bensì la d.q.s., perché il coerede, essendo in parte proprietario del patrimonio

ereditario, trova in ciò la ragione della sua attività di gestione. In quanto gestore, seppur parziale, di

una sua proprietà appare ragionevole e naturale attendersi da lui la diligenza che è solito impiegare

nella gestione delle proprie cose. Esclude peraltro la legittimazione passiva in capo al coerede

dell’actio negotiorum gestorum.

L’altra fonte che testimonia la responsabilità per d.q.s. riguarda una comproprietà posta in essere

all’interno di un contratto di società. I giuristi romani valutavano la responsabilità del socio d’opera

a seconda del tipo societario e a seconda dell’assetto concreto di interessi perseguito dalle parti. La

colpa (soprattutto per negligenza ed imperizia) era il criterio essenziale di decisione, mentre è

probabile che il socius omnium bonorum fosse responsabile limitatamente al dolo. In alcune

testimonianze il socio è tenuto responsabile per colpa secondo il criterio della diligentia del b.p.f.:

casi in cui il socio si obbligava a fornire una prestazione tecnica in qualità di esperto e, qualora non

l’avesse svolta osservando le regole della sua ars, sarebbe stato responsabile per colpa-imperizia. In

altri casi, sempre nell’ambito del conferimento di opera, nel valutare la colpa del socio pare che si

adotti un criterio astratto ed obiettivo qual la diligenza del b.p.f., nel quale la colpa imperizia/

imprudenza va valutata secondo un modello obbiettivo di riferimento. Nelle res cottidianae di Gaio

invece appare il criterio della d.q.s. come criterio di valutazione della responsabilità del socio. Un

socio è tenuto nei confronti degli altri soci a titolo di colpa, cioè per inerzia e negligenza. La colpa

tuttavia non va determinata con riferimento ad una diligenza esattissima, ma basta che sia impiegato

negli affari sociali quel grado di diligenza che uno suole impiegare nei suoi, poiché chi si procura

un socio poco diligente, deve lagnarsi di sé medesimo. La d.q.s. è adottata da Gaio come criterio di

identificazione della colpa con riferimento alla gestione delle res communes da parte dei soci.

Quando il socio sia comproprietario e gerente delle cose comuni societarie, non gli si può richiedere

l’osservanza di un metro di diligenza differente da quello che egli è solito avere nelle proprie cose,

perché si tratta di cose sue e non può gestire le proprie senza contemporaneamente gestire quelle

degli altri condomini.

2.3. La diligentia quam in suis del marito in rapporto ai beni dotali

Ulp. 33 ad ed. D.24.3.24.5: se il marito si comportò crudelmente nei confronti dei servi ricevuti in

dote, può per questo motivo essere convenuto? Se si comportò crudelmente solo coi servi della

moglie, è responsabile; se ha manifestato una tale natura anche nei confronti dei propri servi, una

crudeltà eccessiva dovrà essere sanzionata col giudizio di dote. La moglie può esigere dal marito

solo la diligenza che egli ha nelle proprie cose, non può chiedere un criterio più rigoroso; tuttavia

quella crudeltà che nelle proprie cose è riprovevole, nelle cose altrui deve essere sanzionata, come

nel caso delle cose dotali.

Ulpiano formula due ipotesi:

a) che il marito si sia comportato crudelmente solo coi servi dotali;

b) che si sia comportato crudelmente anche con i propri.

Nel primo caso ammettere l’azione contro il marito è pacifico. Nel secondo si giunge alla stessa

conclusione, ma con un diverso ragionamento: la moglie può imputare alla gestione delle cose

dotali solo il mancato rispetto della d.q.s., non potrebbe quindi ritenere responsabile il marito, dato

che costui ha assunto nei confronti del patrimonio dotale le medesime cattive cure che ha avuto e ha

nelle proprie res. Tuttavia la crudeltà vero i servi costituisce un comportamento abbastanza grave da

non poter essere iscritto nei termini di giudizio propri della d.q.s., ma riprovevole nei confronti dei

propri servi e sanzionabile nei confronti di quelli dotali con l’azione di dote. Nella riflessione di

Ulpiano, la d.q.s. appare regola generale e ordinaria per valutare la responsabilità del marito nella

gestione del patrimonio dotale, ma che viene derogata nel caso concreto, stante la gravità del

comportamento illecito. 13

Il marito, riconosciuto come esclusivo titolare del patrimonio dotale, trovava il suo diritto di

proprietà limitato in più punti in virtù della funzione sociale (espressione di un pubblico interesse)

della dote; tali limiti si possono rinvenire nel dovere di amministrare il patrimonio per sostenere gli

oneri matrimoniali e nel principio di conservazione dell’integrità del patrimonio dotale in vista di

eventuale restituzione alla donna, titolare di un “dominium dormiens”. Nella sostanza la dote, pur

rientrando formalmente nel patrimonio del marito, appartiene alla moglie. La d.q.s. è criterio adatto

per verificare la responsabilità nella gestione dei beni dotali. Nell’adottare un criterio soggettivo

adeguato a valutare la responsabilità del marito, proprio il fatto che in quanto proprietario

amministri una cosa propria, deve aver portato a pensare che non si potesse richiedergli un grado di

diligenza diverso da quello col quale è solito gestire le proprie cose. La ratio pare essere la stessa

adottata negli altri casi di comunione incidentale o volontaria. Si può intravedere una diversità:

nella società il concorso è simultaneo, sotto il profilo temporale, nella comunione dotale si avrà una

situazione dilatata nel tempo ed eventuale, poiché la gestione del marito è solitaria e la moglie

conserva una aspettativa concreta sul patrimonio. In tutti e due i casi un soggetto amministra una

cosa che è di sua proprietà, ma di cui deve rendere conto ad altri soggetti che hanno sulla cosa una

medesima titolarità.

2.4 La diligenza quam in suis del tutore nell’amministrazione del patrimonio pupillare

La diligenza è pacificamente carattere fondante dell’azione del tutore nella gestione del patrimonio

pupillare. Anche la colpa appare da tempo un criterio a cui ricorrere, parimenti al dolo, per valutare

la responsabilità del tutore. È dibattuto a quale criterio di diligenza i giuristi romani potessero

riferirsi, se alla d.b.p.f. o alla d.q.s., entrambe rintracciabili nelle fonti. La d.b.p.f. era criterio

seguito dai giuristi classici: il complesso di obblighi che discendevano dall’officium tutelare

potevano giustificare pienamente l’adibizione di un modello astratto per valutare l’azione del tutore;

tuttavia non si ritrovano massicce prove testuali a favore di un suo pieno ed esclusivo utilizzo a

discapito della d.q.s. Al contrario, quest’ultima appare menzionata in forme esplicite in due

frammenti, mentre in altri risulta presupposta dai giuristi come criterio per decidere il quantum di

responsabilità del tutore.

Testo di Callistrato D.26.7.33 pr.: “dai tutori e dai curatori dei pupilli si deve esigere, circa

l’amministrazione patrimoniale di quest’ultimi, quella medesima diligenza che un pater familias

deve prestare secondo buona fede nei propri affari”. Sembrerebbe alludere alla d.p.f. e non alla

d.q.s.; solitamente Callistrato nel riferirsi alla d.p.f. usa sintagmi quali diligens/bonus pater familias

suis rebus; qui invece manca un aggettivo a qualificare il pater familias e non si forma la solita

endiadi: è possibile ritenere che tale scelta lessicale sia frutto di un’omissione formale, ma è

probabile che invece sia il portato di una differente valutazione, alludendo al modello della d.q.s.

Anche Paolo identifica la d.q.s. in contrapposizione alla d.p.f. Riferendosi ad un pater familias

qualem in rebus suis.

Ulpiano in D.27.3 (De tutelae...) dice che il tutore deve rispondere di dolo, colpa e della diligenza

che è solito avere nelle proprie cose, per le attività che pose in essere contravvenendo al suo

officium o omettendo i suoi doveri. Per la complessità dei doveri che discendevano dall’ufficio di

tutore, talvolta era opportuno, per valutarne l’adempimento, rifarsi alla nozione di culpa che

presupponeva un modello astratto di riferimento. In altri casi, tuttavia, si instaurava una

comparazione tra come il tutore gestiva il proprio patrimonio e quello del pupillo; dall’esito di tale

esame maturava o meno l’esistenza della responsabilità a carico del tutore (ad esempio Gaio in D.

26.7.13.1. e anche Scevola in D.26.7.57 pr.). L’idea di d.q.s. rimane sullo sfondo: il non aver fatto

qualcosa a favore dei pupilli, che i tutori hanno fatto per se stessi non è necessariamente un indice

di mancata adibizione della d.q.s.; il confronto fra ciò che era stato compiuto a conservazione del

proprio patrimonio e e non lo era per il patrimonio dei pupilli aveva indotto a proporre la d.q.s.

14

come metro di valutazione: in questo caso non poteva funzionare autonomamente in basa alla

verifica di disparità di trattamento tra patrimonio del tutore e del pupillo, ma a tale criterio doveva

concorrere l’accertamento che tale disparità fosse stata determinata anche dalla colpevolezza del

tutore. La d.q.s. era dunque un criterio non esclusivo, ma preminente.

Perché la d.q.s. è stata adottata dai giuristi classici come criterio per valutare la mancata diligenza

del tutore? Il tutore non svolgeva le funzioni di un semplice amministratore, ma assumeva la

posizione di vero e proprio titolare del patrimonio pupillare, con amplissimo potere di disposizione

nei confronti di esso, quasi da proprietario. Era una sorta di patrimonio separato di cui poteva

disporre, salvo poi dover render conto del suo operato al pupillo al termine della tutela. Come per la

dote, i giuristi romani devono aver ritenuto che per il fatto che amministrasse quasi da proprietario,

fosse quindi adeguato individuare come criterio per valutare la responsabilità il livello di cura e

diligenza con cui era solito amministrare il proprio patrimonio.

2.5 Ulteriori spunti classici in tema di diligentia quam in suis

Labeone, Pithanà, D.19.1.54 pr. È il caso di uno schiavo che viene venduto; mentre adempie un

ordine impartito dal padrone-venditore si rompe una gamba. Il fatto è a carico del venditore se stava

eseguendo un’attività che non era solito fare anche prima della vendita o se non lo si fosse venduto.

Di opinione opposta è Paolo: se era solito eseguire un’attività pericolosa prima della vendita,

risulterà comunque fatto per colpa del venditore; sarà lo stesso se si era solito comodargli qualcosa

che un bonus et diligens pater familias non gli avrebbe ordinato di fare. Se ciò fosse stato previsto

dal contratto, non sarà a carico del venditore. Tutto va misurato solo sul dolo e la colpa del

venditore.

Labeone costruisce la sua soluzione sul carattere abituale della mansione svolta dallo schiavo:

sceglie un modello concreto per valutare la responsabilità del venditore, vicino a quello della d.q.s.

Paolo rifiuta tale modello, vi contrappone quello della d.b.p.f. Rispetto alla res venduta e non

consegnata, il venditore è ancora il proprietario, sebbene solo nominalmente e a termine, giacché

grava su di lui l’obbligo di tradere possessionem o di trasferire la proprietà del servo tramite

mancipatio o in iure cessio. Tale situazione è avvicinabile a quella del marito nei confronti dei beni

dotali e del tutore rispetto al patrimonio pupillare: torna l’idea di quasi-/semi- proprietà in cui,

benché proprietario, un soggetto deve rendere conto ad altri della gestione della res in sua proprietà

e per cui al d.q.s. appare il modo più adatto per misurare il grado di responsabilità del debitore.

Disputationes di Ulpiano, D.36.1.23.3. È il caso di un erede fiduciario, onerato di fedecommesso

universale di restituzione: risponde per colpa grave nel caso di perimento delle cose da restituire.

Tuttavia non sarà responsabile per culpa levis determinata dalla negligenza che era solito avere nei

propri affari. L’erede fiduciario, essendo responsabile solo per colpa grave, non sarà tale quando è

negligente nelle cose ereditarie come nelle proprie: gli si richiede di comportarsi com’è solito

comportarsi nelle sue. Solo quando la negligenza sarà prossima al dolo non verrà più tollerata e

sorgerà una responsabilità. Anche qui la scelta di ancorare la responsabilità dell’erede fiduciario al

metro del comportamento abituale, dipende dalla peculiare situazione in cui si trova. Anche in

questa circostanza il dovere di trasferire una proprietà ad un altro soggetto impone all’erede

fiduciario l’obbligo di rendere conto della gestione di questi beni, obbligo misurato secondo il

metro della d.q.s., essendo l’erede fiduciario proprietario di quei beni e quindi apparendo

ragionevole non esigere da lui un comportamento diverso da quello che era solito avere nelle

proprie cose.

2.6 Responsabilità secondo diligentia quam in suis del proprietario fiduciario: un’ipotesi 15


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Santucci Gianni.

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