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Riassunto esame Diritto dei mezzi di comunicazione, prof. Bianca, libro consigliato Corso di Diritto Pubblico, Barbera Fusaro

Riassunto per l'esame di Diritto dei mezzi di comunicazione, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Corso di Diritto Pubblico" di Barbera Fusaro. Appunti di Diritto pubblico riguardanti nozioni generali con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: ordinamento giuridico e diritto costituzionale,... Vedi di più

Esame di Diritto dei mezzi di comunicazione docente Prof. M. Bianca

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ESTRATTO DOCUMENTO

ONU

L’ONU è la più importante organizzazione operante a livello internazionale ed è l’unica che può

contare tra i suoi membri quasi tutti gli stati che attualmente formano la comunità internazionale. La

sua istituzione risale al secondo dopoguerra quando, il 26 giugno 1945, fu adottata all’unanimità

una convenzione multilaterale, la Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che fu ratificata

da tutti gli stati firmatari nel corso dello stesso anno e che entrò in vigore il 24 ottobre 1945.

· L’assemblea generale delle nazioni unite è l’organo pianificatore dell’organizzazione, nel quale

sono rappresentati tutti gli stati membri. I principali compiti: discutere ogni questione relativa al

mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, esaminare i principi generali di

cooperazione per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, incoraggiare lo

sviluppo del diritto internazionale, decidere dell’ammissione, sospensione ed espulsione di un

membro.

· Il consiglio di sicurezza è l’organo più importante; è composto da 15 membri: 10 eletti

dall’assemblea generale per un periodo di 2 anni, mentre altri 5 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina,

Russia e Francia) sono membri permanenti e dispongono del cosiddetto diritto di veto, ovvero la

facoltà di bloccare l’adozione di una risoluzione del consiglio manifestando la propria opposizione.

· Il consiglio economico e sociale fa il coordinamento e il conseguimento dei fini socioeconomici

dell’ONU nonché alla cooperazione umanitaria e culturale. Il ruolo per quanto attiene ai rapporti

con: gli istituti specializzati e le organizzazioni non governative.

· Il consiglio di amministrazione fiduciaria aveva il compito di accelerare il processo di

decolonizzazione e di controllare la fase di transizione dei paesi sottoposto a dominio coloniale alla

completa indipendenza. Il suo compito è terminato con la conclusione del processo di

decolonizzazione e attualmente non tiene più riunioni.

· La corte internazionale di giustizia con sede a Aja è un organo giurisdizionale con il compito di

risolvere le controversie giuridiche sottoposte dagli stati membri. È formata da 15 giudici di varie

nazionalità, eletti dall’assemblea generale in base alla loro competenza e levatura morale, che

durano in carica nove anni.

· Il segretariato svolge compiti esecutivi, amministrativi, diplomatici e politici e non è legato a

nessuno stato nello svolgimento della sua attività. È presieduto dal segretario generale, nominato

per 5 anni dall’assemblea su proposta del consiglio di sicurezza.

Per quanto riguarda l’Europa occorre ricordare in particolare due organizzazioni: la NATO

(organizzazione del trattato del nord atlantico), organizzazione politico-militare istituita nel

1949 per contrastare il periodo sovietico; il consiglio d’Europa, istituita nel 1949 per proteggere e

promuovere il patrimonio comune di ideali e lo sviluppo economico e sociale dei paesi europei. Tra

le organizzazioni regionali europee vanno incluse anche la Comunità europee.

Nell’articolo 11 della costituzione recita che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla

libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: consente in

condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che

assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali

rivolte a tale scopo”. CAPITOLO 4

L’ORDINAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA

L’unione europea è il frutto di un processo articolato e pluridecennale. Il primo passo fu la

dichiarazione del 9 maggio 1950 del ministro degli esteri francese Robert Schuman, il quale

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propose di mettere l’intera produzione francese e tedesca del carbone e dell’acciaio sotto una

comune alta autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi

europei. La dichiarazione Schuman portò alla firma del trattato di Parigi del 18 gennaio 1951 con il

quale fu creata la Comunità economica del carbone e dell’acciaio (CECA) fra Belgio, Francia,

Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi; esaurito nel 2002, portando all’estinzione della

CECA.

Pochi anni dopo dall’istituzione della CEE e dell’Euratom (Comunità europea dell’energia

atomica), fu firmato a Roma il 25 marzo 1957 e le due organizzazioni poterono cominciare a

lavorare a partire dal 1° gennaio 1958. La caratteristica di tale comunità sopranazionale è

rappresentata dal fatto che i rapporti fra gli stati membri non sono improntati alla mera

coordinazione intergovernativa, per il raggiungimento dei fini dell’ente, ma sono subordinati

direttamente alla volontà superiore dell’ente stesso.

L’obiettivo principale del trattato istitutivo della comunità economica europea era la realizzazione

dell’unione doganale, realizzata il 1° gennaio 1968. La tappa successiva è stata la realizzazione, a

partire dal 1° gennaio 1993, del mercato interno. Il processo di integrazione economica è stato

accompagnato dal progressivo aumento del numero degli stati membri, con le adesioni del Regno

Unito, dell’Irlanda e della Danimarca (1973), della Grecia (1981), della Spagna e del Portogallo

(1986), dell’Austria, della Finlandia e della Svezia (1995).

Una tappa importante del processo di integrazione è rappresentata dalla firma, il 7 febbraio 1992,

del trattato sull’Unione europea o trattato di Maastricht. Con tale accordo veniva creata

l’Unione europea, un’organizzazione anomala che da un lato inglobava le comunità europee già

esistenti e dall’altro avviava la cooperazione tra gli stati membri anche in settori non strettamente

economici, come la politica estera comune, la politica di difesa europea, la cooperazione tra le forze

di polizia e tra le autorità giudiziarie. La seconda grande novità del trattato di Maastricht è quella di

aver stabilito le tappe per il passaggio dall’unione economica a quella monetaria, con la

conseguente adozione di una moneta unica europea (l’euro), entrata in circolazione il 1° gennaio

2002.

Il 1° maggio 2004 l’Unione europea ha portato a termine un’importantissima sfida, vale a dire il più

grande allargamento della sua storia, con l’adesione di ben 10 nuovi stati, molti dei quali facevano

parte dell’ex blocco socialista. Il 26 febbraio 2001 fu approvato il Trattato di Nizza. Il nuovo testo,

entrato in vigore il 1° febbraio 2003, ha apportato modifiche estremamente tecniche ma

indispensabili per delineare l’equilibrio istituzionale della nuova Unione allargata. Il 16 aprile 2003

con la firma ad Atene dei trattati di adesione con 10 dei 12 stati che avevano presentato domanda di

adesione. Completate le procedure di ratifica, il 1° maggio 2004 sono entrati a far parte dell’Unione

10 nuovi stati: Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Slovenia,

Slovacchia, Malta e Cipro. Attualmente gli stati membri sono quindi 25.

Infine, anche la Bulgaria e la Romania il 25 aprile 2005 hanno firmato i trattati di adesione e

dovrebbero quindi entrare a pieno titolo nell’Unione nel 2007.

Nel 2002 si è deciso di affidare il compito di elaborare una bozza di costituzione ad un apposito

organismo formato dai rappresentanti delle istituzioni europee, dei governi nazionali e della società

civile, la convenzione sul futuro dell’Europa. Il 29 ottobre 2004, a Roma, i rappresentanti dei 25

stati membri dell’Unione europea hanno finalmente sottoscritto il Trattato che adotta una

costituzione per l’Europa, più semplicemente noto come costituzione europea. L’entrata in vigore

della costituzione è prevista per il 1° novembre 2006.

Gli istituti dell’Unione europea sono:

- Parlamento europeo = i membri sono eletti a suffragio universale diretto in ogni stato

membro e durano in carica 5 anni; attualmente il numero totale dei deputati europei è di 732.

Il parlamento esercita sia i poteri deliberativi che i poteri di controllo attribuitigli dai trattati

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stessi. I poteri di controllo possono essere distinti in: controllo sugli atti, controllo sulle

istituzioni. I poteri deliberativi vanno intesi sopratuitto sotto il profilo della partecipazione al

processo di formazione degli atti comunitari.

- Commissione = è il motore di tutta l’azione comunitaria in quanto promuove e sviluppa le

politiche previste dai trattati, per il raggiungimento dei fini comuni. Essa è composta da un

rappresentante per ciascuno stato membro. I poteri: funzione di proposta o di iniziativa

normativa, vigilanza sull’esatta esecuzione dei trattati, rappresentanza della comunità

all’interno degli stati membri e nelle relazioni esterne. La funzione esecutiva esercitata dalla

commissione può essere distinta in: emanazione di atti di esecuzione (emanare regolamenti),

funzione di vigilanza sull’applicazione delle disposizioni del trattato.

- Consiglio dell’Unione europea = è l’organo decisionale della comunità; per assicurare il

raggiungimento degli scopi stabiliti dal presente trattato e alle condizioni da questo previste,

il consiglio provvede al coordinamento delle politiche economiche generali degli stati

membri e dispone di un potere di decisione. È composto da un membro per ogni stato che fa

parte della comunità; il potere decisionale del consiglio è subordinato alle condizioni poste

dai trattati.

- Corte di giustizia = assicura il rispetto del diritto comunitario nell’interpretazione e

nell’applicazione dei trattati e degli atti normativi derivati. È formata da un giudice per ogni

stato membro e 8 avvocati generali, nominati di comune accordo dagli stati membri, eletti

per un periodo di 6 anni con mandato rinnovabile; ogni 3 anni viene rinnovata parzialmente.

Con l’allargamento a 10 nuovi stati, la corte può riunirsi in composizione ristretta,

comprendente 13 giudici, anziché in seduta plenaria.

I trattati comunitari prevedono trasferimenti di sovranità in determinate materie ad istituzioni non

nazionali, trasferimenti a cui si poteva acconsentire soltanto attraverso una fonte di rango

costituzionale.

L’espressione unione europea compare nel testo costituzionale soltanto con la riforma del titolo V

approvata con la L. cost. 18 ottobre 2001, n.3 Con tale provvedimento sono stati inseriti nella carta

costituzionale diverse disposizioni che disciplinano la partecipazione italiana al processo di

integrazione europeo, sia con riferimento allo stato sia alle regioni.

I limiti alla tollerabilità delle incidenze comunitarie sul sistema costituzionale si possono

individuare nella stessa idea di limitazione, la quale non può comportare la compromissione dei

valori fondamentali del nostro ordinamento. Da qui l’elaborazione della dottrina dei controlimiti da

parte della corte costituzionale. CAPITOLO 5

LE FONTI DEL DIRITTO

Fonti del diritto sono tutti gli atti o fatti dai quali traggono origine le norme giuridiche.

Caratteristica è la pluralità delle fonti. La teoria generale sul sistema delle fonti ha il compito di

individuare sia quali sono le fonti del diritto, sia i procedimenti attraverso i quali tali fonti devono

essere prodotte; nel primo caso si parlerà più propriamente di fonti di produzione, mentre nel

secondo viene utilizzata l’espressione fonti sulla produzione. Nel nostro ordinamento l’organo

deputato ad emanare le leggi ordinarie è il Parlamento; in tale ipotesi siamo in presenza di una

tipica fonte-atto, vale a dire di una norma contenuta in un atto la cui esistenza è determinata a priori

ed è emanato da un organo e secondo procedure prestabilite. Tuttavia l’ordinamento può attribuire

una valenza normativa anche a comportamenti umani o a fatti sociali non esplicitamente previsti, in

questo caso si parla di fonte-fatto (es la consuetudine).

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Le fonti di produzione possono essere definite come ogni fatto abilitato dall’ordinamento giuridico

ad innovare il diritto oggettivo.

Le fonti sulla produzione disciplinano i procedimenti formativi delle fonti di produzione,

indicando chi è componente ad adottarle e i modi della loro adozione. Si annoverano le disposizioni

sulla legge in generale e la stessa costituzione. Compito delle fonti sulla produzione è quello di

stabilire: i soggetti che hanno il potere di emanare determinate norme, le procedure che devono

essere seguite, le modalità con cui tali norme devono essere portate a conoscenza dei destinatari cui

si rivolgono; in quest’ultimo caso si parla di fonti di cognizione, ossia di atti scritti il cui compito è

esclusivamente quello di informare i destinatari dell’esistenza di determinate fonti di produzione (es

gazzetta ufficiale).

Le fonti di produzione si suddividono in:

- fonti fatto, ovvero fonti non scritte determinate da fatti sociali o naturali considerati idonei a

produrre diritto:

- fonti atto, ossia atti normativi posti in essere da organi o enti nell’esercizio di poteri ad essi

attribuiti dall’ordinamento.

Tra le fonti fatto annoveriamo vari tipi di consuetudine e il rinvio a fonti di altri ordinamenti. La

consuetudine consta di due elementi fondamentali: l’elemento oggettivo si identifica con la

ripetitività di un determinato comportamento nel tempo, mentre quello soggettivo con la

convinzione da parte di coloro che rispettano la norma, che tale comportamento è obbligatorio. Per

consuetudine si intende un comportamento costantemente ripetuto dai membri di un gruppo nella

convinzione di osservare una norma giuridica o comunque nella previsione che anche gli altri

assumano un comportamento analogo.

Le fonti atto hanno segnato il cammino della scienza giuridica nel corso dei secoli. Esse si

distinguono a seconda della forme che assumono. Tale forma si può ricondurre all’autorità

emanante (D.P.R., decreto ministeriale, legge ect) o al nomen juris dell’atto (legge, decreto legge,

legge regionale).

La varietà e inesauribilità delle fonti dell’ordinamento italiano rendono altamente probabile che una

stessa fattispecie possa essere disciplinata in modo confliggente da norme poste da fonti diverse, o

dalla stessa fonte, ma in momenti diversi (cd. antinomie).

Quando due norme confliggenti sono poste da fonti dello stesso tipo, il criterio applicato per

eliminare le antinomie è quello cronologico, in base al quale non si applica la norma precedente,

ma quella successiva. Abrogazione è quel fenomeno giuridico in base al quale l’area di

applicabilità di una norma viene circoscritta nel tempo da una norma successiva; tre tipi di

abrogazione: espressa, quando è lo stesso legislatore a volerla, specificando le norme ad essa

soggette, tacita, quando la disciplina successiva è incompatibile con la precedente oppure regola in

modo diverso l’intera materia, innominata, quando il legislatore prevede l’abrogazione, ma non

specifica quali norme ne siano oggetto.

Quando le norme confliggenti provengono da fonti diverse, la risoluzione delle antinomie segue il

criterio gerarchico e non quello cronologico.

La costituzione introduce una riserva di competenza a favore di una fonte determinata, la legge o gli

atti ad essa equiparati che la violassero, sarebbero dichiarati incostituzionali e annullati. Il criterio di

competenza può presentarsi in due diverse forme: tra due fonti può esserci una separazione di

competenze, fondata sulla diversità di oggetti regolabili o di ambito territoriale; in latri casi la

costituzione mostra di preferire una fonte piuttosto che un’altra.

Si definiscono fonti rinforzate quegli atti che presentano varianti di procedimento o di forma

rispetto al tipo cui appartengono; le leggi costituzionali che dispongono la fusione o creazione di

nuove regioni, necessitano del parere dei consigli regionali.

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Si definiscono atipiche quelle fonti che hanno una forza attiva o passiva diversa dal tipo cui

appartengono: le leggi di bilancio non possono stabilire nuovi tributi o nuove spese.

L’interpretazione delle fonti si intende quell’attività intellettiva mediante la quale si accerta o si

attribuisce un dato significato a tali enunciati, consentendo all’operatore del diritto di ricavare da

essi una norma, una regola che possa essere applicata al caso o alla questione che si intende

risolvere. L’interpretazione letterale o dichiarativa attribuisce il significato proprio delle parole, così

come risulta dall’uso comune e dalle connessioni sintattiche fra le stesse; interpretazione correttiva

attribuire alle disposizioni un significato diverso da quello risultante dalla lettera del testo, facendo

leva sulla intenzione, sulla volontà o gli scopi del legislatore sottesi alla norma e non esplicitati

nella stessa; interpretazione analogica è ogni qualvolta un caso concreto non possa essere risolto

applicando una norma preesistente nell’ordinamento giuridico, si configura una lacuna del diritto: il

giudice regola casi simili o materie analoghe e decida secondo i principi generali dell’ordinamento

giuridico dello stato. Questo processo non può essere applicato alle norme penali ed eccezionali.

Le fonti di distinguono in:

costituzione e le leggi costituzionali e di revisione costituzionale

1-

Il termine costituzione può essere utilizzato in tre accezioni diverse: in senso descrittivo, indicando i

tratti strutturali e le modalità di funzionamento di un determinato sistema politico, nel senso di

manifesto politico, ovvero quale programma per il perseguimento futuro di determinati obiettivi, nel

senso di testo normativo, che attribuisce diritti e doveri e disciplina la distribuzione dei poteri e le

modalità del loro esercizio. La costituzione è la legge fondamentale di un paese, l’atto che ne

delinea le caratteristiche essenziali, descrive i valori e i principi che ne sono alla base, stabilisce

l’organizzazione politica su cui si regge. Le prime costituzioni, ispirate al principio della

separazione dei poteri di Montesquie, furono quella degli Stati Uniti d’America del 1787 e quella

francese del 1791. La prima vera costituzione del ‘900 è quella tedesca della Repubblica di Weimar,

a cui si ispirano le successive: quella italiana, quella francese del 1958, quella greca e quella

spagnola. La costituzione può essere: scritta o non scritta: quasi tutti gli stati contemporanei hanno

una costituzione scritta, l’esempio di un paese senza costituzione è il Regno Unito; concessa o

votata: nel primo caso essa è unilateralmente concessa dal sovrano, come è accaduto per la nostra

previgente costituzione, lo statuto Albertino, ed il suo contenuto non è stabilito attraverso un

confronto tra le varie parti politiche e sociali che formano lo stato ma è deciso dall’alto dal re;

flessibile o rigida: flessibile quando può essere modificata dagli ordinari strumenti legislativi, è

definita rigida quando è modificabile solo attraverso un procedimento aggravato rispetto a quello

ordinario, se non altro in quanto richiede una maggioranza più ampia; breve o lunga: nel primo caso

contiene soltanto le norme sull’organizzazione fondamentale dello stato e alcuni diritti di libertà,

mentre nel secondo sono riconosciuti e tutelati, accanto alle libertà civili, i diritti politici ed

economici e sono enunciati i valori e i principi cui deve ispirarsi l’azione dei pubblici poteri.

La costituzione italiana è scritta, votata, rigida in senso forte e lunga. È possibile un’ulteriore

distinzione tra costituzione formale e materiale. La prima si identifica con il documento in quanto

tale, l’idea di fondo che anima la costituzione materiale è che, per cogliere nella sua interezza il

significato d’un ordinamento, non è sufficiente limitarsi ai testi scritti, ma è necessario cogliere i

rapporti e gli equilibri che si instaurano fra attori politici, forze sociali ed economiche in un dato

momento storico.

Per leggi di revisione devono intendersi quelle leggi che incidono sul testo costituzionale,

modificando, sostituendo o abrogando le disposizioni in esso contenute. Per altre leggi

costituzionali si intendono: tutte le leggi che sono espressamente definite come tale dalla

costituzione, tutte quelle leggi che si limitano soltanto a derogare una norma costituzionale, ogni

altra legge che il parlamento voglia approvare col procedimento aggravato.

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Ci sono limiti espliciti, ovvero espressamente previsti dal testo costituzionale. L’unico limite di

questo tipo è posto dall’art.139, secondo cui la forma repubblicana non può essere oggetto di

revisione costituzionale. E ci sono limiti impliciti cioè ricavabili dai principi generali stabiliti dalla

Costituzione. Non possono essere cancellati tutti quegli istituti fondamentali di ogni repubblica

democratica e pluralista: libertà personale, libertà di manifestare il proprio pensiero, diritto di

riunione e di associazione, partiti politici, diritto di voto.

fonti comunitarie

2-

Istituzioni comunitarie sono abilitate ad emanare regolamenti, direttive, decisioni, raccomandazioni

e pareri, chiarendo altresì come solo le prime tre tipologie di atti abbiano carattere vincolante. Il

regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli stati

membri. Caratteristiche: portata generale, carattere obbligatorio in tutti i suoi elementi, diretta

applicabilità in ciascuno stato membro. La direttiva vincola lo stato membro cui è rivolta per

quanto riguarda il risultato da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in

merito alla forma e ai mezzi. Le decisioni sono atti aventi portata concreta, che possono indirizzarsi

ad uno stato membro o ad un altro soggetto, vincolanti per il destinatario.

I rapporti tra l’ordinamento italiano e l’ordinamento comunitario sono stati impostati inizialmente in

base al principio della separazione degli ordinamenti giuridici. Via via che il processo di

integrazione procedeva, fu evidente che l’ordinamento nazionale non poteva essere considerato

totalmente distinto da quello comunitario. La tesi attualmente prevalente in dottrina è quella del

rapporto di integrazione tra i due ordinamenti. Tale evoluzione può essere ricavata anche dalle

posizioni assunte nel corso degli anni dalla Corte costituzionale. In un primo tempo sostenne che il

legislatore nazionale potesse sempre modificare o abrogare le norme comunitarie preesistenti;

successivamente ritenne che alle fonti comunitarie fosse garantita una competenza riservata nelle

materie previste dal trattato. Con la storica sentenza n.170 del 1984 la Corte, premesso che

ordinamento comunitario e ordinamento interno sono coordinati fra loro ma pur sempre separati e

autonomi, ha sostenuto che tali atti sottostanno al regime previsto dall’ordinamento di appartenenza,

ma trovano applicazione anche nell’ordinamento italiano.

LA LEGGE COMUNITARIA = il Governo verifica lo stato di conformità dell’ordinamento interno

agli atti normativi e di indirizzo comunitari. Presentazione del disegno di legge entro il 31 gennaio e

approvazione da parte del Parlamento della legge comunitaria, con cui: si inseriscono disposizioni

modificative o abrogative di disposizioni statali vigenti in contrasto con gli obblighi comunitari; si

autorizza il Governo ad attuare in via regolamentare le direttive, si introducono disposizioni che,

nelle materie di competenza legislativa regionale, conferiscono delega al Governo per l’emanazione

di decreti legislativi recanti sanzioni penali.

fonti dell’ordinamento statale

3-

Le leggi ordinarie sono atti deliberati dal Parlamento secondo il procedimento disciplinato dagli

articoli 70 e ss. della Costituzione, e più ampliamente, dai regolamenti parlamentari.

L’appartenenza al tipo legge ordinaria comporta l’assoggettamento a un regime giuridico peculiare,

sinteticamente riassunto dall’espressione forza o valore di legge. La legge: è idonea a modificare o

abrogare, nell’ambito della sua competenza, qualsivoglia disposizione vigente, fatta eccezione per

quelle di rango costituzionale; è in grado di resistere all’abrogazione e alla modificazione da parte

di fonti ad essa subordinate. Per leggi in senso formale si intendono quegli atti deliberati dalle due

camere o dagli altri organi cui è costituzionalmente attribuita a funzione legislativa. Per leggi in

senso materiale si intendono tutti gli atti a contenuto normativo, indipendentemente dagli organi che

li pongono in essere e quale che sia il procedimento della loro formazione.

Dalle riserve di legge devono intendersi escluse soltanto le fonti secondarie, vale a dire i

regolamenti governativi i quali sarebbero liberi di intervenire nelle materie coperte da riserva.

Rispetto alla riserva di legge diverso +è il vincolo che al legislatore pone il principio di legalità. In

10

base a tale principio i pubblici poteri possono esercitare determinate competenze solo se esse

vengono loro esplicitamente attribuite da una norma di legge. L’istituto della riserva di legge non è

omogeneo e unitario. Le riserve si distinguono in: riserve assolute, che escludono la possibilità di

determinare certe materie con fonti di grado secondario, lasciando tale determinazione solo alla

legge o a atti aventi forza di legge; riserve relative, in base alle quali l’intervento della legge è

previsto solo per definire le caratteristiche fondamentali della disciplina; riserve di legge

costituzionale, quando la materia è affidata a leggi costituzionali; riserve di legge formale; riserve

rinforzate, quando la Costituzione, nel riservare la materia alla legge, determina anche ulteriori

limiti di contenuto; riserve implicite, quando non sono espressamente previste dalla Costituzione.

Le leggi-provvedimento disciplinano singoli casi o situazioni già determinate da precedenti leggi, e

cioè: le leggi personali e le leggi concretamente applicative di leggi precedenti. Nel nostro

ordinamento non esiste una riserva di amministrazione intesa come riserva alla pubblica

amministrazione del concreto provvedere (la Costituzione contempla la riserva di giurisdizione, in

particolare quando si devono adottare provvedimenti restrittivi della libertà personale o della libertà

di corrispondenza).

Il principio di irretroattività assurge a rango costituzionale solo in materia penale, secondo quanto

dispone l’art. 25 cost.: nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in

vigore prima del fatto commesso.

La funzione legislativa è attribuita al Parlamento. Esistono delle circostanze che possono

giustificare l’emanazione di atti normativi di rango primario anche da parte del Governo. In base al

primo esercizio della funzione legislativa può essere delegato al Governo, purché ciò avvenga con

legge e nel rispetto di alcune precise condizioni (decreti legislativi); in base al secondo il Governo

può, di sua iniziativa e sotto la propria responsabilità, fronteggiare casi straordinari di necessità e

urgenza mediate provvedimenti provvisori con forza di legge, che vanno necessariamente convertiti

in legge pena la perdita della loro efficacia sin dall’inizio (decreti legge).

L’art. 76 dispone i criteri da rispettare nell’attribuzione della delega legislativa sono i seguenti: la

delega può essere conferita soltanto con legge e soltanto al Governo nel suo complesso, la legge di

delega deve definire gli oggetti su cui il Governo potrà esercitare la delega, la delega deve essere

esercitata in un termine prefissato dalla legge di delegazione, la legge deve fissare i principi e i

criteri direttivi cui il Governo deve adeguarsi nell’esercizio della delega. Accanto ai limiti fissati

dalla Costituzione, la legge di delega può introdurne degli altri (limiti ulteriori), ad esempio

imponendo al Governo di ascoltare il parere delle commissioni parlamentari. La dottrina ritiene che

la delega debba esaurirsi in un unico atto e che costituisca un obbligo per il Governo, la cui

inosservanza può far sorgere in capo ad esso una responsabilità politica di fronte al Parlamento.

I decreti-legge sono atti normativi che possono essere adottati dal Governo per far fronte a

situazioni imprevedibili. Sono deliberati dal Consiglio dei Ministri ed emanati con decreto del

presidente della Repubblica. Devono contenere la menzione delle circostanze straordinarie di

necessità e di urgenza; pubblicati nella Gazzetta Ufficiale immediatamente dopo la loro emanazione

ed entrano in vigore il giorno stesso della pubblicazione. L’art.77 i decreti-legge devono essere

presentati alle camere, per la conversione in legge, nel giorno stesso della loro pubblicazione; entro

5 giorni da tale data le camere, anche se sciolte, si devono riunire per l'esame del decreto. La

conversione dei decreti in legge deve avvenire entro 60 giorni, ad opera delle camere. Il controllo è

svolto da tre organi: dal Presidente della Repubblica, in via preventiva, cioè in sede di emanazione

del decreto; dal Parlamento; dalla Corte costituzionale, in via successiva, cioè al momento

dell’eventuale giudizio di legittimità. Il decreto-legge non può: conferire deleghe legislative;

provvedere nelle materie indicate nell’art.72, quarto comma; rinnovare le disposizioni di decreti-

legge dei quali sia stata negata la conversione in legge con il voto di una delle due camere; regolare

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i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti. Il decreto-legge non può sospendere o

derogare a norme di rango costituzionale.

Il decreto-legge dovrebbe essere convertito in legge entro 60 giorni o perdere la sua efficacia sin

dall’inizio. In passato difficilmente le camere riuscivano a rispettare tale termine. Il governo aveva

cominciato a riprodurre in nuovi decreti il contenuto dei decreti non convertiti in 60 giorni. Si ha

reiterazione quando il decreto riproduce senza variazioni sostanziali il contenuto di un decreto non

convertito oppure quando esso non risulta fondato su autonomi e pur sempre straordinari motivi di

necessità ed urgenza. Anche quando il decreto non viene convertito, il legislatore ordinario può

intervenire a disciplinare i rapporti sorti sulla base delle sue disposizioni attraverso un’apposita

legge di sanatoria o convalida.

Con il referendum i cittadini possono esprimere il loro parere direttamente, senza la mediazione

del Parlamento. Tipi: abrogativo, volto ad abrogare in tutto o in parte un legge o un atto avente

forza di legge; costituzionale o sospensivo, previsto per le leggi di revisione costituzionale;

territoriale, per modificazioni territoriali di Regioni, Province e Comuni; consultivo, ammesso

soltanto a livello regionale o locale; di indirizzo. Solo il referendum abrogativo costituisce

un’autonoma fonte di diritto; dispone della capacità di innovare il diritto oggettivo in negativo, in

quanto abroga disposizioni preesistenti di leggi o di atti aventi forza di legge. Il referendum non

può: abrogare norme di fonti secondarie; abrogare le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e

indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali; abrogare norme di rango costituzionale.

Sono inammissibili le richieste: che incidono su leggi dotate di forza passiva rafforzata, in quanto

non abrogabili da leggi ordinarie successive; che abroghino leggi a contenuto costituzionalmente

necessario; che incidono sulle norme che disciplinano l’elezione di organi costituzionali o a

rilevanza costituzionale. Il quesito deve essere: omogeneo, chiaro, semplice e completo.

I regolamenti parlamentari sono dotati di efficacia sostanziale propria delle fonti normative e sono

fonti subordinate solo alla Costituzione, le cui disposizioni eseguono ed attuano. Lo Statuto

Albertino considerava i regolamenti parlamentari come interna corporis, cioè come atti inidonei a

produrre norme giuridiche e destinati ad essere interpretati ed applicati esclusivamente dalle

camere. Incidono anche sui rapporti intercorrenti tra il Parlamento e gli altri organi costituzionali,

ad esempio il Governo. Gli stessi regolamenti approvati nel 1971 prevedono la loro stessa

pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e la vacatio di 60 giorni per l'entrata in vigore.

Il Presidente della Repubblica può emanare un regolamento interno su proposta del Segretario alla

Presidenza nella forma del decreto presidenziale senza controfirma.

I regolamenti sono atti formalmente amministrativi, in quanto emanati da organi del potere

esecutivo, aventi forza normativa, in quanto contenenti norme destinate a innovare l’ordinamento

giuridico. Caratteri dei regolamenti sono la generalità, l’astrattezza e l’innovatività. I regolamenti

esterni sono fonti del diritto e la loro violazione consente di ricorrere in Cassazione. Quanto ai

regolamenti interni, si tratta di atti, che regolano l’organizzazione interna di un organo o ente. Essi

obbligano soltanto coloro che fanno parte dell’ufficio, organo o ente, non costituiscono fonti del

diritto. I regolamenti: non possono mai derogare o contrastare con la Costituzione, non possono

derogare né contrastare con le leggi ordinarie; non possono mai regolare le materie riservate dalla

Costituzione alla legge; non possono mai derogare al principio di irretroattività della legge; non

possono contenere sanzioni penali; i regolamenti emanati da autorità inferiori non possono mai

contrastare con i regolamenti emanati da autorità gerarchicamente superiori; non possono regolare

istituti fondamentali dell’ordinamento.

fonti regionali

4-

La principale fonte dell’ordinamento regionale è costituita dallo Statuto; attualmente è possibile

distinguere tra: gli Statuti delle 5 regioni speciali (Sicilia, Sardegna, valle d’Aosta, trentino alto

Adige, Friuli Venezia Giulia), che hanno forma e sostanza di leggi costituzionali, gli Statuti delle

12

regioni ordinarie: si tratta di atti che, devono essere approvati e modificati dal Consiglio regionale

con legge adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, con due deliberazioni successive ad

intervallo non minore di due mesi. Lo Statuto è sottoposto a referendum popolare qualora entro tre

mesi dalla sua pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori della Regione o un

quinto dei componenti il Consiglio regionale. Alla luce della nuova formulazione dell’art.117 cost.,

in seguito alle modifiche apportate dalla legge costituzionale 3/2001, la potestà legislativa delle

regioni può essere: bipartita o concorrente: spetta alle regioni la potestà legislativa, salvo che per

la determinazione dei principi fondamentali riservata alla legislazione dello stato; residuale o

esclusiva: si tratta di una potestà legislativa che in precedenza era attribuita soltanto alle regioni a

statuto speciale e che ora è attribuita anche alle regioni ordinarie.

fonti locali

5-

I comuni, le Province e le Città metropolitane sono enti autonomi con propri statuti elaborati

secondo i principi fissati dalla Costituzione. Due principi di fondamentale importanza: in primo

luogo è riconosciuta esplicitamente un’autonomia statuaria anche agli enti territoriali diversi dalla

Regione, in secondo luogo viene posto come unico limite alle previsioni statuarie i principi fissati

dalla costituzione.

fonti esterne all’ordinamento

6-

Le fonti di produzione del nostro ordinamento non derivano solo dalla volontà di soggetti statali,

ma anche da organi internazionali. Tradizionalmente le fonti dell’ordinamento giuridico

internazionale sono distinte in: norme consuetudinarie, ivi compresi i principi generali di diritto;

norme convenzionali, o norme poste in essere da trattati internazionali; atti vincolanti delle

organizzazioni internazionali. CAPITOLO 6

I DIRITTI FONDAMENTALI

La tipica differenziazione tra le situazioni giuridiche attive è quella tra i diritti e libertà. Libertà

indica in genere una posizione in cui si chiede ad altri soggetti di non interferire nelle scelte

soggettive, sottolineando in tal modo l’aspetto negativo, di non costrizione; diritto indica una

pretesa, vale a dire la richiesta ad un altro soggetto di attivarsi affinché la propria situazione

giuridica di vantaggio possa essere pienamente soddisfatta: si sottolinea in tal modo la valenza

positiva della norma.

Libertà e diritti di prima generazione = ricomprendono soprattutto libertà a carattere individuale,

generalmente suddivisi in libertà civili e libertà politiche, diritto alla vita e all’integrità fisica, libertà

di pensiero, di religione, di espressione, di stampa, di associazione, il diritto alla partecipazione

politica, all’elettorato attivo e passivo;

Libertà e diritti di seconda generazione = diritti economici, sociali e culturali, come ad esempio il

diritto ad un lavoro equamente retribuito e tutelato, al riposo settimanale e allo svago, alla casa, ad

un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere personale e della propria famiglia,

all’istruzione e alla partecipazione alla vita culturale della propria comunità. Questi diritti si

affermano nel momento in cui si assiste al passaggio dallo Stato liberale allo Stato sociale.

Diritti e libertà di terza generazione = diritti di solidarietà perché non hanno come destinatario un

singolo individuo ma interi gruppi sociali: alla pace, allo sviluppo, all’equilibrio ecologico, al

controllo delle risorse nazionali, alla difesa dell’ambiente.

Diritti e libertà di quarta generazione = diritti ancora in fase di riconoscimento relativi al campo

delle manipolazioni genetiche e della bioetica, delle nuove tecnologie della comunicazione, del

mondo degli animali. 13

Prima parte della Costituzione enuncia i principi fondamentali (art. 1-12), nella seconda parte

(art.13-54) specifici rapporti che interessano la società: rapporti civili (art.13-28), etico-sociali

(art.29-34), economici (art.35-47), politici (art.48-54).

L’art.2 cost. stabilisce che la repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia

come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. I diritti sono qualificati

come inviolabili quando: si pongono come limiti invalicabili all’attività di tutti e come valori di

riferimento per l’esercizio dei pubblici poteri; non possono essere oggetto di revisione

costituzionale; sono indisponibili e intrasmissibili; sono immediatamente efficaci; sono

imprescrittibili. Questi diritti sono riconosciuti all’uomo: sia come singolo: tali il diritto al nome,

all’onore, libera manifestazione del proprio pensiero; sia come membro di formazioni sociali: il

diritto di associazione e di riunione e tutti i diritti relativi all’attività svolte dalle associazioni.

L’evoluzione delle nozioni costituzionali implica la possibilità che disposizioni legislative che la

Corte costituzionale ha, in passato, considerato conformi alla Costituzione, potrebbero oggi essere

valutate incompatibili. Si parla in questo caso di anacronismo legislativo. Il bilanciamento dei

diritti è la tecnica impiegata dalle corti costituzionali per risolvere questioni di costituzionalità in

cui si registri un contrasto tra diritti o interessi diversi.

Le moderne Costituzioni non solo prevedono un ampio e generalizzato riconoscimento dei diritti

delle libertà fondamentali, ma hanno creato dei meccanismi di tutela che impediscono un loro

ridimensionamento o limitazione. Sono: la rigidità delle Costituzioni; la riserva di legge e di

giurisdizione: la prima per consentire alla sola legge la relativa disciplina, la seconda per riservare

al giudice la decisione delle controversie sull’applicazione di tali principi; l’obbligo della pubblica

amministrazione di organizzarsi in base ai principi di buon andamento, legalità e imparzialità; il

riconoscimento del diritto di agire in giudizio; chiedere il sindacato di legittimità costituzionale

delle leggi.

I diritti inviolabili per la loro importanza ricevono un’ampia tutela anche a livello internazionale.

a) le convenzioni adottate nell’ambito dell’onu = adottando già nel 1948 la Dichiarazione

universale dei diritti dell’uomo. Essa rappresenta il principale documento di riferimento per tutti

gli accordi successivi.

b) le convenzioni adottate nell’ambito del Consiglio d’Europa = il testo più importante adottato

nell’ambito del Consiglio d’Europa è la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti

dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU): firmata a Roma il 4 novembre 1950, è entrata in

vigore il 3 settembre 1953.

c) Unione europea e diritti umani. La carta dei diritti fondamentali = per anni uno degli aspetti

più controversi del processo di integrazione comunitario è stato l’assenza di disposizioni a tutela dei

diritti fondamentali dell’uomo. La lacuna è stata colmata soltanto con il Trattato di Amsterdam.

Nonostante i passi avanti compiuti nel corso degli anni dalle istituzioni comunitarie, la tutela dei

diritti umani a livello comunitario è ancora oggetto di interventi legislativi per la realizzazione di un

documento vincolante per gli stati membri. Il progetto di codificazione dei diritti fondamentali si è

sostanziato nella decisione di elaborare una carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Si compone di sei sezioni: dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, diritti relativi alla cittadinanza,

giustizia; è stata ufficialmente proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000.

Per doveri inderogabili si devono intendere quei doveri da cui adempimento nessun soggetto può

essere esentato in quanto espressione del principio di solidarietà. I suddetti doveri sono contenuti

nei seguenti articoli della Costituzione: art.52 definisce sacro il dovere di difendere la patria

imponendo ai cittadini il servizio militare obbligatorio; art.53 obbliga i cittadini e gli stranieri a

concorrere alle spese dello stato attraverso prelievi fiscali in ragione della capacità contributiva di

ciascuno; art.54 dovere di fedeltà secondo cui tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla

repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi.

14

L’art.3 stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge

senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni

personali e sociali, uguaglianza giuridica (uguaglianza formale), regola fondamentale dello stato

di diritto. Allo stato il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto

limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, uguaglianza di fatto (uguaglianza sostanziale).

Il principio di eguaglianza formale ha trovato riconoscimento per la prima volta nelle Costituzioni

ottocentesche, nella quali era inteso nel senso di eguale soggezione di tutti al diritto. La

Costituzione detta norme che prevedono una disciplina differenziata a tutela di alcune categorie di

individui: minoranza linguistiche, confessioni acattoliche. Il principio d’uguaglianza viene così ad

evolversi in principio di ragionevolezza delle leggi. Il principio della ragionevolezza esige che le

disposizioni normative contenute in atti aventi valore di legge siano adeguate o congruenti rispetto

al fine perseguito dal legislatore.

Il principio di uguaglianza formale resterebbe una mera enunciazione teorica se l’art.3 Cost. non

prevedesse un concreto impegno dello Stato finalizzato a realizzare effettive condizioni di

uguaglianza sostanziale fra i cittadini. La nostra Costituzione, affidata alla Repubblica il compito di

intervenire per rimuovere siffatti ostacoli, affinché tutti i cittadini godano di pari opportunità e

possano accedere indistintamente a determinate utilità sociali, quali l'istruzione, la salute, il lavoro.

Il nucleo forte del principio di uguaglianza è costituito dall’impossibilità per il legislatore di operare

distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e

sociali. I due principi si completano a vicenda, dal momento che l'uguaglianza formale impedisce

ad azioni positive di creare discriminazioni all’incontrario, mentre l’uguaglianza sostanziale

addolcisce la dura legge che non conosce eccezioni. I due principi sono tenuti in equilibrio dal

principio di ragionevolezza

Il diritto di voto alle donne si è potuto esercitare soltanto nel 1946; l’uguaglianza morale e giuridica

dei coniugi ha avuto riconoscimento soltanto con la L.151/1975 di riforma del diritto di famiglia; la

parità di trattamento economico e giuridico tra lavoratori e lavoratrici. Estremamente contrastato è

stato il riconoscimento della facoltà di adottare azioni positive a favore di una maggiore

partecipazione delle donne alla vita politica.

La norma sul divieto di discriminazione in base alla razza costituisce una reazione polemica contro

la politica antisemita del regime fascista. Per quanto riguarda il divieto di discriminazione in base

alla lingua con l’art.6 Cost. prescrive che le minoranza alloglotte vadano tutelate, in quanto

patrimonio linguistico di tali comunità rappresenta un aspetto fondamentale della loro identità

culturale.

Nel nostro ordinamento, dopo il Concordato del 1984 trova riconoscimento il principio della laicità

dello Stato, in base al quale lo Stato garantisce a tutti la piena libertà di religione in un regime di

pluralismo di confessioni e di culti. In omaggio alle tradizioni storiche e culturali del nostro paese,

l’art.7 Cost. riconosce direttamente alla chiesa cattolica la qualità di ordinamento giuridico sovrano;

alle confessione acattoliche è solo riconosciuto il diritto di organizzarsi secondo i propri Statuti,

purché non in contrasto con l’ordinamento italiano. Nessuno può essere privato per motivi politici,

della capacità d’agire, della cittadinanza, del nome. Le condizioni personali e sociali non possono

essere motivo di discriminazione tra i cittadini.

Diritti relativi alla sicurezza personale

Tra i diritti della personalità si possono annoverare: il diritto alla vita ed all’integrità fisica che

vietano la pena di morte e riceve tutela sia dalla legislazione civile sia da quella penale, sono vietati

gli atti di disposizione del proprio corpo quando cagionino una diminuzione permanente della

integrità fisica o quando siano contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume; il diritto

all’integrità morale, il decoro, l’onore, il prestigio, la reputazione della persona, per la tutela di

questo diritto il legislatore ha previsto specifiche norme penali incriminatici quali l’ingiuria e la

15

diffamazione, e sul piano civilistico l’obbligo del risarcimento dei danni, compresi quelli morali; il

diritto all’immagine; il diritto al nome; il diritto alla riservatezza ossia il diritto alla intimità della

vita privata.

Le libertà fondamentali tradizionalmente sono distinte in:

- le libertà negative consistono nella garanzia che nessun altro soggetto, compreso lo Stato, possa

intromettersi nella sfera giuridica o nell’ambito di vita assicurato al titolare della libertà stessa, il

quale, nel particolare spazio a lui assegnato, può determinarsi come meglio crede;

- le libertà positive non si limitano a garantire diritti già acquisiti, ma forniscono all’individuo i

mezzi per realizzare il pieno sviluppo della propria personalità ed un’effettiva partecipazione alla

vita politica, economica e sociale del paese.

LIBERTA’ PERSONALE

La libertà personale è una libertà negativa riconosciuta sia ai cittadini sia agli stranieri sia agli

apolidi. Essa costituisce il presupposto logico e giuridico di tutte le libertà garantite dalla

Costituzione. La libertà personale consiste nel diritto del singolo a non subire coercizioni fisiche,

che ne impediscono o limitino i movimenti e le azioni. Il fondamento costituzionale delle libertà

personale dell’individuo, sia in senso fisico che morale, deve ravvisarsi: nell’art.13 cost. che la

libertà personale è inviolabile; nell’art.23 cost. nessuna prestazione personale o patrimoniale può

essere imposta se non in base alla legge. Il diritto alla libertà personale è indisponibile ed

intrasferibile, è irrinunciabile, è imprescrittibile, è tutelato nei confronti di tutti.

L’art.13 cost., dopo aver dichiarato l’inviolabilità della libertà personale, afferma che:”non è

ammessa alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra

restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e

modi previsti dalla legge”. Tre garanzie fondamentali: la riserva di legge nell’attribuzione in via

esclusiva al potere legislativo della competenza a disciplinare i casi e le modalità in cui si può

legittimamente limitare la libertà personale di un individuo; solo il Parlamento potrà con legge

regolare la materia. Bisogna precisare che si tratta di una riserva rinforzata, in quanto una legge che

regoli le restrizioni della libertà personale deve attenersi scrupolosamente ai principi stabiliti

dall’art.13 cost; la riserva all’autorità giudiziaria della competenza all’emanazione dei

provvedimenti restrittivi della libertà personale, è la cosiddetta garanzia dell’habeas corpus, cioè

dell’inviolabilità della libertà personale, solo il giudice in veste di autorità super partes è in grado di

offrire garanzie d’imparzialità; l’obbligo della motivazione che deve necessariamente

accompagnare ogni provvedimento giurisdizionale che limiti la libertà personale.

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, però la Polizia Giudiziaria, per finalità di pubblica

sicurezza, può adottare provvedimenti provvisori che limitino la libertà personale, da sottoporre a

convalida della autorità giudiziaria entro il termine perentorio di 96 ore. Tale arco temporale è

scandito in un segmento di 48 ore assegnato alla P.G. per l’informativa alla autorità giudiziaria, e in

un altro di 48 ore per il provvedimento giudiziario di convalida. La stessa norma costituzionale

dispone che la legge ordinaria stabilisca i termini massimi della carcerazione preventiva.

Le misure cautelari personali sono quelle che attengono a limitazioni della libertà o facoltà

personali e possono spaziare da una dimensione massima ad una più modesta. Caratteristiche

fondamentali: richiedono la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, si applicano solo ai delitti e

non anche alle contravvenzioni, devono sussistere particolari esigenze cautelari esempio fuga o

pericolo di fuga, la misura deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione irrogabile, la

pena prevista per il delitto deve essere superiore ai 3 anni di reclusione.

Le misure coercitive sono: il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla P.G.,

l’allontanamento dalla casa famigliare, il divieto e l’obbligo di dimora, gli arresti domiciliari,

custodia in carcere, la custodia in luogo di cura. Le misure interdittive sono: la sospensione

16

dall’esercizio della potestà di genitori, la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o

servizio, il divieto temporaneo di esercitare attività professionali o imprenditoriali.

Il fermo consiste, come l’arresto, in una privazione di libertà ed è soggetto alle stesse disposizioni

valide per l’arresto; è limitata nel massimo a 96 ore. La finalità cui mira questa misura è quella di

evitare che l’indagato possa darsi alla fuga, soprattutto quando, mancando il requisito della

flagranza, non può procedersi all’arresto. La titolarità del potere di fermo spetta in via principale al

P.M. e solo in via sussidiaria alla Polizia Giudiziaria. In particolare si evidenzia che: sulle persone

sottoposte a restrizione di libertà è vietata ogni violenza fisica e morale; le pene non devono

consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del

condannato; è vietata la pena di morte; è garantito a tutti il diritto alla difesa in giudizio;

l’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle

convenzioni internazionali ed in nessun caso per reati politici.

LA LIBERTA’ DI DOMICILIO

L’art.14 sancisce l’inviolabilità del domicilio; è riconosciuta non solo ai cittadini, ma anche agli

stranieri e agli apolidi. Implica: la libertà di scegliere il luogo dove stabilire il proprio domicilio; la

libertà di svolgere all’interno del proprio domicilio qualsiasi attività lecita si ritenga opportuno; il

diritto di impedire a chiunque se non autorizzato dalla legge, di violare il proprio domicilio. Non

possono essere eseguite perquisizioni, ispezioni, sequestri se non nei modi stabiliti dalla legge

secondo le garanzie prescritte. Tale inviolabilità è però esclusa in caso di accertamenti per motivi di

sanità, ed incolumità pubblica o ai fini economici e fiscali.

LIBERTA’ E SEGRETEZZA DELLA CORRISPONDENZA

L’art.15 tutela la libertà e la segretezza dell’espressione e della comunicazione del pensiero

sancendo l'inviolabilità della libertà e della segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di

comunicazione, a tutela della riservatezza contro abusive interferenze. A titolarità della libertà di

corrispondenza spetta ai cittadini, gli stranieri, agli apolidi, alle persone fisiche, alle persone

giuridiche, nonché alle formazioni sociali in genere. Anche a garanzia di questa libertà la

Costituzione ha previsto la riserva di giurisdizione in quanto la sua limitazione può avvenire solo

con un atto motivato dell’autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge.

LIBERTA’ DI CIRCOLAZIONE E DI SOGGIORNO

Il diritto alla libertà di circolazione e soggiorno art.16: “ogni cittadino può circolare e soggiornare

liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in

via generale per motivi di sicurezza o sanità. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni

politiche”. Il principio della riserva di legge in materia di limitazioni alla libertà di circolazione e

soggiorno. Tuttavia, si tratta di una riserva di legge relativa, in quanto delle limitazioni al diritto di

libera circolazione e soggiorno possono essere poste anche da un’autorità amministrativa solo, però,

per motivi di sanità e sicurezza, al fine di evitare il propagarsi di un’epidemia.

Diritti della socialità

LIBERTA’ DI RIUNIONE

La libertà di riunione art.17 consiste nella facoltà di darsi convegno, temporaneamente e

volontariamente, in un luogo determinato ed in seguito a preventivo accordo o su invito dei

promotori. Tale libertà non è suscettibile di esercizio individuale, ma solo congiunto ad altri

soggetti. Le riunioni possono assumere forme diverse, ad esempio: assembramenti: sono riunioni

occasionali causate da una circostanza improvvisa ed imprevista; dimostrazioni: sono riunioni che

danno luogo a manifestazioni per scopi civili o politici. A seconda del luogo in cui si svolgono, si

distinguono in: private, si svolgono in luoghi privati; aperte al pubblico, sono quelle che si

svolgono in luoghi privati, ma nei quali l’accesso può essere consentito in conformità a particolari

prescrizioni; pubbliche, sono quelle che si svolgono in luoghi pubblici ai quali tutti possono

liberamente accedere. 17

Limiti: forma pacifica e senza armi, per le riunioni pubbliche, i promotori devono dare preavviso al

questore ameno tre giorni prima del loro volgimento, per e riunioni private o in luoghi aperti al

pubblico non occorre nemmeno il preavviso.

LA LIBERTA’ DI ASSOCIAZIONE

La libertà di associazioni art.18 dichiara: i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza

autorizzazione, per fini che non sono vietati dalla legge penale. L’associazione si differenzia dalla

semplice riunione in quanto è caratterizzata: da una stabile e duratura organizzazione, dalla

esistenza di un vincolo permanente tra gli associati, dalla esistenza di uno scopo comune da

perseguire.

La Costituzione considera tale libertà come uno strumento indispensabile per favorire lo sviluppo

della persona umana e la sua partecipazione alla vita economica, politica e sociale del paese.

La libertà di associazione si specifica: nella libertà di costituire una associazione, nella libertà di

aderire o non aderire ad una associazione, nella libertà di recedere da una associazione. Sono

vietate: le associazioni che la legge penale vieta espressamente, le associazioni segrete, le

associazioni a carattere militare che perseguono scopi politici.

Diritti a esprimersi, a ricercare, a insegnare

LA LIBERTA’ DI FEDE RELIGIOSA

La libertà di fede religiosa art.19 consiste: nella libertà di scegliere il proprio credo religioso; nella

libertà di non essere costretti a professare una particolare fede religiosa; nella libertà di non avere un

proprio credo religioso. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

L’art.7 della Costituzione dispone che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio

ordine, indipendenti e sovrani. I rapporti fra questi ordinamenti sono regolati da veri e propri

accordi, i Patti Lateranensi: essi rappresentavano, all’epoca della loro stipula (11 febbraio 1929), la

risoluzione di tutti i motivi d’attrito tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. I patti lateranensi

possono essere modificati con legge ordinaria, purché le modificazioni siano concordate fra le parti.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti

in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo stato sono

regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

LIBERTA’ DI PENSIERO E DI COMUNICAZIONE

La libertà di manifestazione del pensiero, che costituisce uno dei pilastri di ogni ordinamento

democratico che si basi sul pluralismo ideologico, è prevista nell’art.21. Con la manifestazione il

soggetto intende diffondere il proprio pensiero divulgando ad una pluralità di individui; la

comunicazione è la trasmissione del proprio pensiero ad una o più persone determinate. I limiti

sono: la riservatezza e l’onorabilità della persona, il buon costume, il segreto giudiziario, il segreto

di Stato, l’apologia di reato.

LIBERTA’ D’INFORMAZIONE

La libertà di manifestazione del pensiero esercitata attraverso una pluralità di mezzi: la stampa, la

telediffusione e la radiodiffusione, la pubblica affissione, gli spettacoli pubblici.

LIBERTA’ DI STAMPA

Uno dei più importanti ed incisivi mezzi di manifestazione del pensiero è la stampa. Esclusione di

ogni forma di autorizzazione preventiva, esclusione di ogni forma di censura successiva alla

redazione dello stampato, disciplina legislativa delle ipotesi di sequestro dello stampato, possibilità

di stabilire con legge dei controlli sui mezzi di finanziamento della stampa periodica, la previsione

della facoltà del legislatore di adottare controlli preventivi e mezzi repressivi contro la stampa che

offenda il buon costume.

Il sequestro delle pubblicazioni è possibile solo per atto motivato all’autorità giudiziaria, nel caso di

delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi. Divieto della stampa anonima per

questo motivo tutte le pubblicazioni devono riportare le generalità ed il domicilio dello stampatore e

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dell’editore. Il cronista non si limita solo a riferire e diffondere le notizie, ma anche ad interpretarle

ed a commentarle. L’attività del giornalista non è mai neutrale. I limiti interni sono individuabili

nella rilevanza pubblico-sociale, nella verità obiettiva dei fatti riferiti ed, inoltre, nella forma

utilizzata per la narrazione che non deve concentrarsi in un linguaggio di per sé offensivo. I limiti

esterni sono finalizzati alla tutela di altri interessi rilevanti, come l’interesse ad una efficace

amministrazione della giustizia o l’interesse alla difesa nazionale.

L’art.21 della Costituzione viete non solo le pubblicazioni a stampa, ma anche gli spettacoli e tutte

le altre manifestazioni contrarie al buon costume. Le trasmissioni radiotelevisive fino al 1975 erano

gestite in regime di monopolio dalla Rai-TV. Nell’aprile 1975 fu varata una legge di riforma che

riaffermava il monopolio statale sulle trasmissioni radiotelevisive attraverso la Rai-TV. Con la

sentenza 9-7-1976, n.202, la Corte costituzionale dichiarava l’incostituzionalità del monopolio

radiotelevisivo via etere, su scala locale, riconoscendo la disponibilità delle frequenze per

consentire la libertà di iniziativa privata, senza pericolo di creare situazioni di monopolio ed

oligopolio, anche in considerazione del modesto costo degli impianti di trasmissione. Con l’entrata

in vigore della L.6 agosto 1990, n.223 nota come Legge Mammì, sono state finalmente dettate

concrete norme in tema di radiotelediffusione. Sono stati riaffermati senza equivoci i principi del

pluralismo e della libera manifestazione del pensiero, confermando l’esistenza, anche nel nostro

paese, di un sistema misto di emittenza pubblica e privata.

La legge 31 luglio 1997, n.249 ha istituito l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e ha

introdotto norme sul sistema radiotelevisivo e delle telecomunicazioni. La legge 3 maggio 2004,

n.112 (cd. Legge Gasparri), approvata dopo un iter parlamentare molto travagliato ed un rinvio

presidenziale, introduce norme di principio in tema di pluralismo e concorrenza, di emittenza locale,

di tutela degli utenti, soprattutto minori; disciplina il futuro assetto della Rai; regola la fase di avvio

delle trasmissioni radiotelevisive in tecnica digitale.

CONDIZIONE GIURIDICA DELLO STRANIERO

La Costituzione all’art.10 prevede il diritto di asilo a favore dello straniero al quale sia impedito nel

suo paese d’origine l’effettivo esercizio delle libertà democratiche. Attualmente in tema di stranieri

bisogna fare una distinzione tra i cittadini comunitari e i cittadini extracomunitari. Attualmente i

cittadini comunitari, sulla base dei principi della Convenzione di Schengen, possono liberalmente

attraversare i confini di uno stato membro senza dover sottostare ad alcun controllo. L’ingresso nel

territorio dello stato è consentito allo straniero in possesso di: passaporto valido o documento

equipollente o visto d’ingresso. Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro è rilasciato a seguito

della stipula del contratto di soggiorno per lavoro.

Formazioni sociali a rilevanza costituzionale

La Costituzione tutela i principali diritti e rapporti etico-sociali tra i quali rientrano: i rapporti

familiari e tutti quelli relativi allo status giuridico del nucleo familiare, inteso come società naturale

fondata sul matrimonio; il diritto allo studio, alla libertà della cultura ed i rapporti relativi al mondo

della scuola che si affianca alla famiglia nella formazione della personalità dell’individuo; il diritto

alla salute e il diritto all’ambiente.

LA FAMIGLIA

I diritti della famiglia sono intangibili e di essi la Costituzione tratta negli art.29-31 dal cui esame si

possono evincere i seguenti principi generali in materia di rapporti familiari:

- il riconoscimento della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio;

- la libertà di scelta del proprio coniuge;

- l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi;

- tutela e la garanzia dell’unità familiare;

- il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli;

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- l’impegno a garantire la formazione, istruzione e mantenimento dei figli in assenza dei genitori;

- il diritto alla procreazione cosciente e responsabile.

Le novità della legge del 19 maggio 1975 sono: è stata abolita la potestà maritale; il rispetto

dell’obbligo di reciproca fedeltà; entrambi i coniugi devono collaborare alla vita della famiglia, ed

entrambi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro

professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia; è venuto meno l’istituto della dote;

comunione legale volontaria dei beni fra i coniugi; potestà parentale sui figli.

La famiglia di fatto è caratterizzata da una stabile convivenza tra due persone non legate dal vincolo

del matrimonio, qualificata dai connotati sostanziali tipici del rapporto matrimoniale (coabitazione,

assistenza reciproca, contribuzione al soddisfacimento dei bisogni comuni).

CULTURA E SCUOLA

L’art.9 promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il

patrimonio storico ed artistico della nazione. Il principio della libertà di insegnamento, il principio

della presenza di scuole per tutti i tipi, ordini e gradi dell’istruzione; il principio del libero accesso

all’istruzione scolastica; il principio della obbligatorietà e gratuità della istruzione dell'obbligo; i

riconoscimento del diritto allo studio anche a coloro che sono privi di mezzi; il principio

dell’ammissione agli esami; il principio della libera istituzione di scuole da parte di enti o privati sia

laici sia religiosi.

La L.28-3-2003, n.53, cioè la riforma Moratti prevede: una scuola dell’infanzia, la frequenza

facoltativa e di durata triennale; un primo ciclo d’istruzione della durata di 8 anni articolato in

scuola primaria (5 anni) e scuola secondaria di primo grado (3 anni); un secondo ciclo articolato in

un sistema dei licei e in un sistema dell’istruzione della formazione professionale, con esame di

Stato finale. I licei hanno durata quinquennale. Il sistema di istruzione e formazione professionale si

articola in 4 anni.

L’art.33 sancisce che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. Lo stato garantisce

la libera gestione dell’istruzione. Lo stato non ha il monopolio della istituzione di scuole e corsi di

istruzione, sia di cultura generale sia tecnico-professionale, chiunque, ente o privato, può istituire

scuole, di qualsiasi tipo, per impartire qualunque tipo di istituzione, purché ciò avvenga senza oneri

per lo Stato. Lo Stato è tenuto ad istituire scuole di ogni tipo, ordine e grado, in modo da assicurare

la possibilità a tutti di usufruire dell’istruzione scolastica statale.

SALUTE

L’art.32 sancisce e tutela il diritto alla salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse

primario della collettività. Diritto al rispetto dell’integrità psico-fisica di tutti, che può essere fatto

valere erga omnes; diritto all’assistenza sanitaria, che però può esser vanto nei soli confronti dello

Stato.

TUTELA DELL’AMBIENTE

Le conseguenze delle degradazioni ambientali causate dall’attività economica necessariamente

incidono sulla salute dei singoli e della collettività. La prima legge organica risale al 1966 ed è la

cosiddetta legge antismog, che detta misure contenitive dell’inquinamento atmosferico. Si dovrà

attendere il 1976 per il varo di norme sull’inquinamento idrico, la cosiddetta legge Merli. Nel 1986

nasce il ministero dell’ambiente e viene introdotto nell’ordinamento giuridico italiano il concetto di

danno ambientale, con lo scopo di individuare e punire i comportamenti che violano l’integrità

ambientale. Il ministero dell’ambiente ha definito danno ambientale il deterioramento che l’uomo

con la sua attività apporta all’ecosistema circostante; ora ha assunto la denominazione di ambiente e

tutela del territorio.

Diritti sociali

L’art.4 afferma che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le

condizioni che rendano effettivo questo diritto. Come diritto di libertà: ogni cittadino, pur essendo

20

tenuto a svolgere un’attività lavorativa, deve essere libero di scegliere quale attività lavorativa

svolgere; come diritto civico: promuovere le condizioni che lo rendono effettivo. L’art.4 afferma

che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta,

un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Tra i

principi riguardanti il rapporto di lavoro, vanno ricordati: il principio della tutela del lavoro; il

principio della retribuzione proporzionale e sufficiente; il diritto irrinunciabile del lavoratore al

riposo settimanale ed alle ferie annuali retribuite; l’eguaglianza di diritti fra lavoratori e lavoratrici;

il principio della parità di retribuzione per il lavoro dei minori; la riserva di legge per determinare la

durata della giornata lavorativa e l’età minima per poter svolgere il lavoro salariato; il diritto a

mantenimento e all’assistenza sociale, il diritto ad ogni forma di previdenza sociale da parte dei

lavoratori.

L’art.36 afferma il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del

suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia un esistenza libera e

dignitosa. L’art.37 afferma che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse

retribuzioni che spettano al lavoratore. Con la stipula del Trattato CE e l’adesione al mercato

comune, è stato recepito dal nostro ordinamento il principio di libera circolazione dei lavoratori dei

paesi della Comunità europea.

L’art.38 della Costituzione afferma i principi di previdenza e assistenza sociale come diritti del

lavoratore, al fine di garantire il prestatore di lavoro da quei rischi che possono incidere sulla

capacità lavorativa e sui bisogni del suo nucleo familiare. In materia di tutela del lavoratore ruolo

fondamentale riveste la legge 20 maggio 1970 n.300, cd. Statuto dei lavoratori. I principi: la

libertà di opinione del lavoratore; il divieto per il datore di lavoro di sorvegliare con mezzi occulti o

con personale estraneo alla fabbrica il lavoro dei dipendenti; il divieto accertamenti unilateralmente

sull’idoneità e sull’infermità; l’obbligo di contestare preventivamente al lavoratore l’infrazione

commessa, prima di comminargli una sanzione disciplinare; il diritto dei lavoratori di svolgere solo

le mansioni per cui sono stati assunti; il diritto di libera associazione in sindacati; il divieto di

trattamenti discriminatori.

L’ordinamento costituzionale riconosce ai lavoratori la possibilità di autotutelare la propria

posizione economica e giuridica, nei confronti dei datori di lavoro, attraverso azioni di lotta

collettiva.

Il sindacato è un’associazione, libera e spontanea, di lavoratori o anche di datori di lavoro,

costituita al fine di tutelare gli interessi professioni dei propri appartenenti. L’art.39 dispone che ai

sindacati non può essere imposto altro obbligo oltre a quello della registrazione presso uffici

centrali o periferici. Attualmente i sindacati non sono registrati, e non hanno personalità giuridica,

conseguentemente al pari dei partiti politici essi agiscono come associazioni non riconosciute (enti

di fatto). Funzioni è quella relativa alla contrattazione collettiva. I contratti collettivi di lavoro sono

quei contratti, destinati a regolare il rapporto di lavoro per una generalità di soggetti. La libertà

sindacale comprende: la libertà di costituire anche più sindacati per un medesima categoria; la

libertà per i singoli di scegliere fra i vari sindacati esistenti; la libertà di esercitare i diritti sindacali e

di fare propaganda sindacale anche all’interno dei luoghi di lavoro.

Il principale strumento di lotta sindacale è lo sciopero: astensione concertata dal lavoro per la tutela

di un interesse professione collettivo.

L’art.41 consacra la libertà di iniziativa economica privata, essa non può svolgersi in contrasto con

l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla libertà, sicurezza e dignità umana. Il legislatore

debba fissare i programmi ed i controlli opportuni affinché l’attività economica pubblica e privata

possa essere utilizzata e coordinata a fini sociali. I limiti non debbano essere tali da rendere difficile

l’esercizio della libertà d’iniziativa economica e che, i programmi ed i controlli non debbano

sopprimere l’iniziativa individuale, m solo tendere ad indirizzarla e condizionarla.

21

Diritti attinenti ai rapporti economici

L’art.42 dispone che l proprietà è pubblica o privata e indica i soggetti che possono essere titolari

del diritto di proprietà, cioè Stato, enti e privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla

legge che le determina i modi d’acquisito, di godimento ed i limiti, allo scopo di assicurarne la

funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

L’espropriazione in tutte quelle ipotesi in cui il godimento del bene sia in tutto o in parte sottratto,

per finalità di pubblico interesse, al titolare del diritto; la proprietà può essere espropriata solo dietro

indennizzo.

La legge all’art.43 può riservare originariamente o trasferire, tramite espropriazione e salvo

indennizzo, allo Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, imprese attive nel

campo dei servizi pubblici essenziali, delle fonti di energia, ovvero operanti in situazioni di

monopolio e che abbiano carattere di preminente interesse generale.

L’art.45 disciplina l’impresa cooperativa e l’impresa artigiana, che sono forme peculiari

dell’organizzazione produttiva. L’art.47 incoraggia il singolo e le famiglie al risparmio e detta le

norme che incentivano il cd. risparmio popolare in quanto non destinato ad entrare nel circolo

economico, ma all’acquisto di beni personali e strumentali alla vita, quali la casa, il fondo, ecc.

CAPITOLO 7

L’ORGANIZZAZIONE E L’ESERCIZIO DEL POTERE

POLITICO

Per forma di governo si intende il modello organizzativo che uno stato assume per esercitare il

potere sovrano; fa riferimento alle relazioni che intercorrono tra tutti gli elementi che compongono

lo stato (popolo, territorio e governo). Per forma di governo di uno stato può intendersi il concreto

atteggiarsi dei rapporti tra Parlamento, Governo e Capo dello stato con particolare riferimento alle

modalità con cui sono ripartiti e condivisi i rispettivi poteri e funzioni.

Uno dei principali cardine dello stato liberal-democratico è quello della separazione dei poteri: al

potere legislativo il Parlamento, al potere esecutivo il Governo e al potere giudiziario la

Magistratura. All’occorrenza un potere possa arrestare l’altro, evitando che uno di essi possa

prevaricare sugli altri e degenerare nell’assolutismo o in atteggiamenti tirannici (cd. teoria dei

contrappesi).

Distinzione tra le forme di governo ci sono due criteri: il primo riguarda il rapporto che viene ad

instaurarsi tra Governo e Parlamento ed è riconducibile alla distinzione tra forme di governo che

prevedono un rapporto fiduciario tra i due organi e quelle che escludono tale istituto, il secondo

concerne la derivazione e il ruolo assunto dal Capo dello stato.

Sulla base di tali criteri è possibile distinguere tra:

- monarchia costituzionale: si è affermata nel passaggio dallo stato assoluto a quello liberale,

c’è la totale concentrazione del potere nella figura del Sovrano. Il potere assoluto del sovrano sarà

sempre più limitato e si assisterà ad una sostanziale dissociazione tra il potere esecutivo ed il potere

legislativo, che sarà progressivamente trasferito all’organo espressione di una parte dei cittadini. La

struttura di questo sistema è basata su una precisa definizione dei poteri del sovrano e di quelli del

parlamento: al re spetta il potere esecutivo, egli nomina e revoca i ministri scegliendoli fra le

persone di sua fiducia; al Parlamento compete il potere legislativo, che in primo tempo è condiviso

dal sovrano; i ministri sono responsabili politicamente solo nei confronti del sovrano, quando viene

meno il rapporto di fiducia, il Re li revoca sostituendoli con altri. Attraverso la controfirma i

ministri si assumono la responsabilità dell'atto nei confronti del Parlamento.

22

- forma di governo parlamentare: adottata dalla maggioranza degli stati contemporanei. Il

Governo formula un indirizzo politico che si impegna a seguire e di cui è responsabile solo

dinanzi al Parlamento il quale, a sua volta, può ogni momento revocarlo, togliendoli la cd.

fiducia. La carica di Capo dello stato può essere assunta da un monarca o da un Presidente eletto.

Elementi caratteristici: la condivisione del potere tra l’esecutivo ed il legislativo, la presenza di un

solo organo rappresentativo della volontà popolare, il Parlamento; l’istituto di fiducia, la

maggioranza dei membri del Parlamento prende atto del programma politico presentato dal

Governo garantisce a quest’ultimo il proprio sostegno per l’approvazione degli atti legislativi

necessari per realizzare tale programma. Nella forma di governo parlamentare le funzioni attribuite

al Capo dello stato sono generalmente di pura rappresentanza.

- forma di governo presidenziale: con il termine presidenzialismo si indica una forma di

governo in cui il principio della separazione dei poteri viene applicato in maniera assai rigida. Il

Presidente della Repubblica assume la duplice veste di Capo dello stato e Capo del Governo ed è

eletto direttamente dal popolo. Elementi: esistenza di un Capo dello stato eletto direttamente dal

popolo, presidente ha doppia veste, impossibilità per il Parlamento di approvare una mozione di

sfiducia che imponga le dimissioni dell’esecutivo. Netta separazione tra l’organo legislativo e

quello esecutivo, con l'assunzione da parte del Presidente di ampi poteri di governo. Il modello di

riferimento nel caso di presidenzialismo è quello degli Stati Uniti d’America, dove il Presidente

assume un ruolo preponderante rispetto a tutti gli altri organi. I ministri vengono nominati e revocati

dal Presidente; sia il Presidente sia il Congresso vengono eletti direttamente dal popolo.

- forma di governo direttoriale: trova riscontro soltanto nell’ordinamento svizzero, il potere

esecutivo è esercitato da un Consiglio federale (o Direttorio), formato da 7 membri eletti dal

Parlamento (l’Assemblea federale) ad ogni inizio di legislatura. Assenza dell’istituto delle sfiducie,

per cui il Direttorio dura in carica per tutto il periodo della legislatura parlamentare.

- forma di governo semi-presidenziale: doppio rapporto di fiducia che lega il Governo: da

un lato quest’organo è nominato dal Presidente della Repubblica, ma dall'altro deve

comunque godere della fiducia del Parlamento. La carica di Capo dello stato è assunta da un

Presidente eletto direttamente dal popolo; è stato adottato in Francia con la Costituzione del 1958, il

rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento è notevolmente allentato. Una caratteristica comune al

sistema presidenziale degli Stati Uniti è l’elezione diretta sia del Presidente della Repubblica sia

dell’Assemblea nazionale.

L’espressione più vistosa del desiderio del paese di cambiar rotta si è avuta con il referendum

elettorale del 18 aprile 1993, avente ad oggetto l’abbandono del sistema proporzionale a favore di

uno tendenzialmente maggioritario, conclusosi con la percentuale più alta di voti favorevoli

dell’intera storia della Repubblica italiana. Portò alle riforme elettorali del 1993, che hanno

introdotto un sistema elettorale maggioritario al 75% e imposto la formazione di due coalizioni, alla

giuda delle quali emerge la figura di un leader destinato, in caso di vittoria elettorale, ad assumere la

carica di Presidente del Consiglio. Esistono ancora elementi che impediscono di considerare

conclusa la fase di transizione verso una forma compiuta di parlamentarismo maggioritario: la

mancata definizione del ruolo assunto dal Presidente del Consiglio, l’assenza di uno statuto che

garantisca adeguati margini di manovra all’opposizione e lo sfaldamento delle coalizioni di

maggioranza. 23

CAPITOLO 8

LA SOVRANITA’ POPOLARE

L’Italia è un democrazia rappresentativa. Nel nostro ordinamento per scegliere i propri

rappresentati si ricorre all'intermediazione di organismi in grado di orientare le attività e le scelte

dei cittadini: partiti politici ed il corpo elettorale.

I PARTITI POLITICI

I partiti politici costituiscono associazioni di persone con comuni ideologie ed interessi che

attraverso una stabile organizzazione, mirano ad esercitare una influenza fondamentale sulla

determinazione dell’indirizzo politico del paese. Funzioni: l’inquadramento degli elettori, selezione

dei candidati da presentare nelle liste elettorali, inquadramento degli eletti, il raccordo fra elettori ed

eletti nell’intervallo fra un'elezione e l'altra. Da un punto di vista giuridico, i partiti sono

associazioni di fatto; tuttavia la libertà di associarsi in partiti politici è espressamente tutelata dalla

Costituzione, accanto alla più generale libertà di associazione.

L’introduzione della formula delle elezioni primarie, che consente ai cittadini di incidere

direttamente sulla scelta dei candidati da presentare alle consultazioni elettorali e sottrae tale scelta

alle segreterie di partito. Le primarie sono tipiche del sistema statunitense.

I partiti politici per svolgere la loro attività necessitano di una certa disponibilità economica, che

copra le spese di organizzazione, propaganda, ecc. Fino a qualche decennio fa il problema del

finanziamento pubblico ai partiti non si era posto nel nostro ordinamento. I partiti politici

continuano a ricevere i soldi dallo Stato, nonostante il referendum; attualmente, almeno da un punto

di vista formale, i partiti non sono finanziati dallo Stato, ma ricevono un rimborso per le spese

sostenute durante le campagne elettorali. A tale scopo è stato costituito un apposito fondo.

Attualmente i partiti politici sono sottoposti a particolari divieti: non possono assumere la forma di

associazione segreta, né presentare carattere di organizzazione militare; non possono assumere

simboli o contrassegni che possano confondersi con simboli altrui o che riproducono immagini

religiose; non possono annoverare tra i loro iscritti particolari categorie di cittadini come i militari

di carriera in servizio permanente effettivo: gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria, i

magistrati; i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero.

IL CORPO ELETTORALE

Il corpo elettorale è costituito da quella parte del popolo che raggruppa tutti i cittadini titolari

dell’elettorato. L’elettorato attivo (capacità di votare) costituisce per il cittadino un diritto pubblico

soggettivo ed è inquadrabile fra i diritti politici. L’elettorato passivo (capacità di essere eletto) è

una facoltà riconosciuta a chi è eleggibile ed abbia i requisiti per essere elettore. Le caratteristiche

del voto:

- suffragio universale cioè tutti i cittadini, in Italia il voto alle donne è stato concesso soltanto

nel 1946;

- personalità del voto, il voto deve essere espresso personalmente segnando di proprio pugno

e segretamente la scheda;

- eguaglianza del voto: mentre per le circoscrizioni elettorali sul territorio nazionale sono

omogenee nel numero degli elettori, quelle per la Circoscrizione estero possono variare

enormemente, con la conseguenza che per eleggere un deputato o un senatore all’estero

occorrono molti più voti rispetto a quelli richiesti in Italia;

- segretezza del voto;

- libertà del voto; 24

- non obbligatorietà del voto: nessun cittadino può essere costretto a recarsi alle urne, essendo

il diritto di voto espressione del diritto di libertà di manifestazione del pensiero che non può

essere in nessun modo compresso o sanzionato.

Sono dunque requisiti positivi: la cittadinanza ialina e a maggiore età: si noti che il limite d’età per

l’elettorato attivo al Senato è elevato a 25 anni. Requisiti negativi sono: l’incapacità civile,

l’esistenza di cause di indegnità morale e l’esistenza di sentenza penale irrevocabile.

Differenze si rinvengono quanto all’età: infatti, per l’appartenenza alla Camera dei deputati è

richiesto il compimento del 25° anno di età, per il Senato il compimento del 40°.

La capacità di essere eletti può subire delle limitazioni per il sopravvenire di alcune cause. In genere

l’ineleggibilità è dovuta alla particolare carica ricoperta dal soggetto. Sono illeggibili:

- i Presidenti delle Giunte provinciali, i Sindaci dei Comuni con popolazione superiore ai

20.000 abitanti, il capo e il vice capo della polizia, gli ispettori generali di P.S., i capi di

Gabinetto dei Ministri, i Commissari del Governo, i Prefetti e i vice-prefetti, gli ufficiali

superiori delle Forze armate nella circoscrizione del loro comando territoriale;

- i magistrati;

- i diplomatici, i consoli, i viceconsoli, gli ufficiali addetti alle ambasciate; coloro che hanno

determinati rapporti di ordine economico sono ineleggibili anche i giudici della Corte

costituzionale.

Nonostante il principio solennemente affermato dall’art.51 della Carta costituzionale sulla parità tra

i sessi nell’accesso alle cariche elettive, la realtà dimostra che tale uguaglianza è ben lontana

dall’essersi realizzata; nel Parlamento eletto nel 2001 la percentuale della rappresentanza femminile

è pari al 9,2%.

L’incompatibilità designa quella situazione per cui una medesima persona non può ricoprire

contemporaneamente due cariche. La Costituzione stabilisce che sono incompatibili la carica di

deputato e quella di senatore.

La non candidabilità riguarda coloro che siano stati condannati con sentenza passata giudicato per

alcuni gravi delitti, coloro che siano stati condannati per uno stesso reato non colposo a pena non

inferiore a due anni, o che siano stati sottoposti a misure definitive di prevenzione per reati di

stampo mafioso. L’incandidabilità comporta la nullità dell’elezione del soggetto non candidabile.

L’art.48 assicura ai cittadini italiani residenti all’estero l’effettivo esercizio del diritto di voto. La

L.27 dicembre 2001 ha i seguenti nuovi punti salienti:

- i cittadini italiani residenti all’estero possono scegliere di votare in Italia, per la

circoscrizione elettorale in cui sono iscritti, oppure possono partecipare all’elezione dei

rappresentanti della circoscrizione Estero attraverso il voto per corrispondenza;

- la circoscrizione Estero è suddivisa in quattro ripartizioni, vale a dire: Europa, America

meridionale, America settentrionale e centrale, Africa e Asia e Oceania e Antartide;

- la candidatura alla circoscrizione Estero è consentita soltanto agli elettori residenti e votanti

nella relativa ripartizione. Al contrario gli elettori residenti all’estero non possono candidarsi

in una circoscrizione del territorio nazionale;

- i cittadini italiani residenti all’estero possono anche partecipare alla fase di raccolta delle

firme per l’indizione di un referendum abrogativo e costituzionale.

I SISTEMI ELETTORALI

Complesso di regole e di procedure che: determinano le modalità con cui gli elettori esprimono il

loro voto; concedono ai partiti presentatisi alle elezioni la rappresentanza parlamentare; dettano

modalità con cui i voti vengono tradotti in seggi.

Le formule elettorali sono:

- formule a maggioranza assoluta (majority): richiedono la maggioranza assoluta dei suffragi

espressi per l’attribuzione del seggio. Viene eletto un solo candidato;

25

- formule a maggioranza relativa (plurality): operano in circoscrizioni uninominali e

richiedono la maggioranza relativa, è questa la formula adottata per le elezioni della Camera

e del Senato;

- formule proporzionali: si propongono di assicurare a ciascun partito un numero di seggi

rapportato alla sua forza politica e alla distribuzione effettiva degli elettori su tutto il

territorio nazionale. Consentono una adeguata rappresentanza delle forze politiche

minoritarie che i sistemi maggioritari tendono a penalizzare.

SISTEMA ELETTORALE PER CAMERA E SENATO

L’effetto principale del proporzionalismo in Italia è sotto l’affermarsi della partitocrazia che ha

spezzato ogni legame tra i partiti e la società civile. Il ricorso al voto di preferenza aveva

determinato la suddivisione interna dei partiti in forti correnti in lotta tra loro per la leadership. Per

questo motivo, sotto l’incalzante pressione popolare espressasi attraverso il referendum del 1991 e il

referendum del 18 aprile 1993 il Parlamento ha varato due nuove leggi elettorali che, mediante una

chiara scelta di campo in favore della formula maggioritaria, rappresentano un allineamento del

nostro paese ai modelli prevalenti su scala europea.

La fase della votazione è preceduta da una serie di passaggi che hanno come finalità principale

quella di garantire un corretto, equo e regolare svolgimento delle operazioni elettorali. Tali passaggi

sono:

- convocazione dei comizi elettorali: è effettuata dal Presidente della Repubblica con decreto,

ed è atto dovuto, poiché l’art.61 prescrive che le elezioni delle nuove Camere abbiano luogo

entro 70 giorni dalla fine delle precedenti;

- presentazione delle candidature: prevede il deposito al Ministero dell’Interno, dei

contrassegni di lista, assieme alla denominazione del partito o gruppo, la sottoscrizione delle

candidature nei collegi uninominali da parte degli elettori, l’accertamento della regolarità

delle candidature e la diffusione delle stesse nonché delle liste;

- svolgimento della campagna elettorale: si apre al momento dello scioglimento delle

precedenti Camere, la sua durata è stata ridotta da 70 a 45 giorni;

- costituzione dei seggi elettorali, nominano il personale dei singoli seggi elettorali;

- consegna a tutti gli elettori della tessera elettorale;

- votazione;

- scrutinio e proclamazione dei risultati e controlli.

FORMAZIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

In base alla L. 4 agosto 1993 dei 630 deputati che compongono la Camera, 475 vengono eletti in

collegi uninominali, mentre i restanti 155 vengono scelti 143 all’interno delle liste presentate dai

diversi partiti politici e 12 nella circoscrizione Estero. Per le elezioni alla Camera dei deputati il

territorio nazionale è suddiviso in 27 circoscrizioni elettorali. Ogni elettore riceve due schede sulle

quali deve esprimere due diversi voti. Sulla prima deve scegliere il candidato, sulla seconda deve

indicare il partito prescelto (lista bloccata).

a) con la formula uninominale

La ripartizione dei 475 seggi da attribuire con il sistema uninominale è molto semplice: in ogni

collegio vince il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti. Se nel corso della legislatura

il deputato eletto in un collegio uninominale muore o si dimette, si dovrà procedere ad una nuova

elezione nel collegio di appartenenza: si tratta delle cd. elezioni suppletive.

b) con la formula proporzionale

L’assegnazione dei restanti seggi richiede un procedimento alquanto complesso, seguenti fasi:

- in ogni circoscrizione viene calcolata la cifra elettorale circoscrizionale, ovvero la somma

dei voti validi ottenuti da ciascuna lista; 26

- per le liste che hanno ottenuto l’elezione di candidati ad esse collegati nei collegi elettorali,

dalla cifra circoscrizionale va sottratto, per ogni candidato eletto, un numero di voti pari a

quello ottenuto dal candidato arrivato secondo nei collegi uninominali, aumentato di 1

(scorporo). Se tale numero è inferiore al 25% dei voti validi espressi nel collegio

uninominale, si sottrae il 25%, a meno che il candidato vincente nel collegio uninominale

non abbia, lui stesso, ottenuto meno del 25% dei voti validi. Se il candidato eletto nel

collegio uninominale è sostenuto da più liste la detrazione deve avvenire proporzionalmente

per ciascuna lista tenendo conto dei voti ottenuti nell’ambito del collegio uninominale;

- i voti riportati dalle singole liste a livello circoscrizionale vengono sommati a livello

nazionale, ottenendo in tal modo la cifra elettorale nazionale. In questa fase opera la cd.

clausola di sbarramento che estromette dalla ripartizione dei seggi queste liste che, a

livello nazionale, hanno ottenuto meno del 4% dei voti validamente espressi;

- vengono sommati i voti di tutte le liste non escluse dalla clausola di sbarramento: questa

somma è poi suddivisa per il numero dei seggi da assegnare per ottenere il quoziente

elettorale nazionale;

- dopo la ripartizione i seggi vengono distribuiti nelle varie circoscrizioni con un’operazione

simile a quella già esaminata a livello nazionale.

FORMAZIONE DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

La legge 4 agosto 1993, n.276 prevede che dei 315 senatori il 75% circa (232 seggi) sono eletti in

collegi uninominali e il restante 25% (77 seggi) con metodo proporzionale, con esclusione dei 6

senatori eletti nella circoscrizione Estero. Al Senato è consegnata all’elettore una sola scheda sulla

quale è presente il contrassegno di affiliazione politica del candidato ed il suo nome per esteso.

a) con la formula uninominale

232 candidati sono eletti in collegi uninominali, con un sistema che nei Paesi anglosassoni è noto

come first past the post (plurality).

b) con la formula proporzionale

La ripartizione dei seggi con il metodo proporzionale avviene a livello regionale e non nazionale.

La procedura è simile a quella già esaminata per la Camera, non esiste alcun tipo di sbarramento,

anche se la base regionale e il numero ridotto di seggi da assegnare tagliano fuori di fatto le forze

politiche minori.

Il 13 ottobre 2005 la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge presentato dalla

maggioranza di centro-destra che rivede radicalmente il sistema elettorale nazionale; il progetto

passa ora all’esame del Senato. La riforma prevede l’abbandono del sistema maggioritario, i punti

qualificanti:

- l’adozione di un sistema proporzionale;

- il premio di maggioranza, che assicura alla coalizione vincente 340 seggi alla Camera,

qualora non li abbia già ottenuti. In questo caso all’opposizione restano 278 seggi, poiché 12

sono comunque riservati alla circoscrizione Estero,

- le soglie di sbarramento. Alla Camera partecipano alla ripartizione dei seggi le coalizioni

con almeno il 10% dei consensi, i partiti non collegati con almeno il 4% ed i partiti che,

nell’ambito di una coalizione, ottengono almeno il 2%;

- le liste boccate. Sulla scheda elettorale è consentito apporre un solo segno sul simbolo della

lista prescelta. Gli elettori non possono, quindi, scegliere tra persone ma soltanto tra partiti;

- il deposito di un unico programma elettorale, nel quale è esplicitamente indicata la persona

designata come capo della coalizione;

- la tutela delle minoranze linguistiche. 27

Il popolo può esercitare direttamente l’iniziativa legislativa proponendo al Parlamento, a mezzo di

almeno 50.000 elettori, un progetto di legge redatto per articoli. Attraverso la petizione popolare i

cittadini portano a conoscenza delle Camere situazioni ed esigenze particolari, affinché le Camere

stesse vi provvedano attraverso lo strumento legislativo (art.50). Ciascuna Camera, ricevuta una

petizione, può tenere conto, archiviarla o abbinarla ad un eventuale progetto di legge. A differenza

dell’iniziativa legislativa popolare il diritto di petizione può essere azionato più facilmente perché:

spetta a tutti i cittadini, non richiede particolari formalità, può essere esercitato anche da una singola

persona, non prevede la formulazione di un disegno di legge vero e proprio.

Con l’azione popolare il cittadino può sostituirsi alla rappresentanza legale dell’ente o agire nei

confronti della pubblica amministrazione per far correggere una situazione di illegittimità dalla

stessa posta in essere.

REFERENDUM

Il referendum è la richiesta fatta al corpo elettorale di pronunziarsi in prima persona su una norma

giuridica già emanata o da emanarsi: il più importante istituto di democrazia diretta. Tipi di

referendum:

- costituzionale: (detto anche sospensivo) previsto per le leggi di revisioni della Costituzione

e le altre leggi costituzionali (art.138), qualora pur essendo state approvate, nella seconda

votazione, a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, non abbiano però,

ottenuto il voto favorevole di almeno i due terzi dei componenti stessi. A tal fine la legge

viene pubblicata solo per notizia sulla Gazzetta Ufficiale; entro 3 mesi da tale data un quinto

dei membri di una Camera o 500.000 elettori o 5 Consigli regionali possono avanzare

richiesta di referendum. Ha lo scopo di consentire una verifica della rispondenza della legge

alla volontà del Paese. Le modalità di attuazione sono analoghe a quelle previste per il

referendum abrogativo salvo le seguenti particolarità:

non vi sono limiti temporali per le richieste di referendum;

o il controllo di legittimità è affidato esclusivamente all’Ufficio centrale per il referendum;

o la data del referendum deve essere fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 60°

o giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione;

rispetto al referendum abrogativo non è necessario raggiungere il quorum della

o maggioranza degli aventi diritto al voto.

La prima richiesta è giunta soltanto il 12 marzo 2001.

- abrogativo: previsto per le leggi ordinarie dello Stato. L’art.75 prevede che possa essere

indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione totale o parziale di una legge o di

un atto avente forza di legge, quando lo richiedono 500.000 elettori o 5 Consigli regionali.

Ha la stessa efficacia della legge formale, anche se può solo abrogare una disposizione

legislativa e non introdurre precetti nuovi. Hanno diritto di partecipare tutti i cittadini con i

requisiti elettorali per la Camera dei deputati. Il referendum si svolge attraverso le seguenti

fasi principali:

 fase dell’iniziativa: nel caso di iniziativa popolare, i promotori devono presentarsi alla

cancelleria della Corte di Cassazione indicando la legge in ordine alla quale si intende

promuovere la raccolta delle firme;

 fase della raccolta delle firme: le firme, accompagnate dalla generalità dei sottoscrittori,

devono essere autenticate da un notaio o da un funzionario abilitato a conferire pubblica

fede ai documenti. Tale raccolta deve avvenire entro 3 mesi dalla presentazione

dell’iniziativa;

 fase de deposito delle sottoscrizioni: raccolte le firme va depositata entro il 30 settembre

di ogni anno all’Ufficio centrale per il referendum;

 fase del controllo di legittimità: entro il 31 ottobre;

28

 fase del controllo di legittimità costituzionale: successivamente la Corte costituzionale

deve decidere, con sentenza da pubblicarsi entro il 10 febbraio, quali delle richieste sino

da ammettersi e quali da respingersi;

 fase dell’indizione: il Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei

Ministri, indice il referendum fissando la convocazione degli elettori in una delle

domeniche comprese tra il 15 aprile e il 15 giugno;

 fase della votazione e dello scrutinio;

 fase della proclamazione dei risultati.

- territoriali: previsto obbligatoriamente per modificazioni territoriali di Regioni, Province e

Comuni;

- consultivo: solo a livello regionale o locale.

CAPITOLO 9

IL PARLAMENTO

Il Parlamento è un organo: costituzionale, in quanto rientra nell’organizzazione costituzionale

dello Stato e partecipa all’esercizio della sovranità; complesso, costituito da due organi posti su

piano di piena parità giuridica: le Camere; collegiale, sono formati da più componenti che non

agiscono individualmente; rappresentativo, perché rappresenta la volontà politica del corpo

elettorale; con funzioni: legislative, di controllo politico, giurisdizionali e di connotazione del

sistema.

La Costituzione italiana prevede un bicameralismo perfetto o pieno. Il Parlamento è infatti

composto da due Camere: il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Ambedue sono elette

a suffragio universale e diretto, hanno la medesima durata (5 anni) e sono dotate degli stessi poteri e

sono poste su un piano di completa parità. I due rami del Parlamento si distinguono per:

- un diverso elettorato attivo: per la Camera dei deputati sono 18 anni, per il Senato sono 25

anni;

- un diverso elettorato passivo: possono essere eletti deputati tutti coloro che hanno

compiuto i 25 anni, mentre possono essere eletti membri del Senato solo coloro che hanno

compiuto i 40 anni;

- il numero dei componenti: i deputati sono 630, i senatori 315;

- la presenza di membri non elettivi al Senato: i senatori a vita di nomina presidenziale e

quelli a vita di diritto in quanto hanno rivestito la carica di Presidente della Repubblica.

Ciascuna Camera ha il potere di adottare il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi

componenti (art.64). Il regolamento disciplina l'organizzazione interna di ciascuna Camera e detta

le regole per il suo funzionamento. Ciascuna Camera delibera il proprio bilancio e il proprio

consuntivo: le spese gravano su un fondo speciale, che è erogato dal Ministero dell’Economia e

gestito da ciascuna Assemblea. È vietato agli ufficiali ed agenti della forza pubblica l’accesso negli

edifici delle Camere. L’art.66 afferma che ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi

componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità. Questa attività è di

competenza delle Giunte delle elezioni istituite presso le due Camere. Nel nostro ordinamento

penale sono puniti come reati: il tentativo di impedire alle Camere l’esercizio delle loro funzioni ed

il vilipendio delle Camere (offesa alla patria).

La Camera dei deputati ed il Senato si compongono di vari organi interi che possono classificarsi in:

strumentali: sono gli uffici istituiti per assicurare l’organizzazione e il funzionamento interno

o delle Camere. Essi sono:

- l’Ufficio provvisorio di presidenza; 29


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto dei mezzi di comunicazione, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Corso di Diritto Pubblico" di Barbera Fusaro. Appunti di Diritto pubblico riguardanti nozioni generali con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: ordinamento giuridico e diritto costituzionale, norme giuridiche, sanzione,precetto,il diritto soggettivo, le persone fisiche, la capacità di agire, lo Stato, gli altri ordinamenti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dei mezzi di comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Bianca Mirzia.

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