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Sul piano oggettivo, la clausola può comprendere tutte o alcune le controversie insorgenti tra

soci, ovvero tra i soci e la società, che abbiano ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto

sociale: anche qui, dunque, sono comprese tanto le controversie sul rapporto in sé, quanto

quelle sugli effetti giuridici conseguenti.

Sempre in materia di ambito applicativo oggettivo della convenzione di arbitrato, si rammenta infine

che l’art. 808quater, introdotto nel 2006, prevede come norma di chiusura che nel dubbio, la

convenzione si interpreta nel senso che la competenza si estende a tutte le controversie che derivano dal

contratto o dal rapporto cui la convenzione si riferisce. Prima della novella, nel silenzio della legge la

Cassazione aveva sposato l’opposta opzione ermeneutica, in senso restrittivo. Ai sensi dell’art.

808quinquies, l’efficacia della convenzione di arbitrato non viene meno quando il processo arbitrale si

concluda con una decisione non di merito: la norma permette di escludere la rilevanza del principio

processuale del ne bis in idem, che parte della dottrina aveva ritenuto applicabile all’arbitrato.

Passando ora all’esame all’ambito applicativo soggettivo della convenzione arbitrale, secondo una

consolidata e corretta impostazione tutte e solo le parti contraenti sono, in linea di massima, vincolate

(si tratta, in definitiva, pur sempre di un contratto). È tuttavia possibile, coerentemente con i principi

generali in materia contrattuale, che la convenzione produca effetti anche nei confronti di terzi

soggetti:

 Pacificamente, nelle ipotesi di successione nel rapporto controverso: chi succede nel contratto

succede, infatti, anche nel vincolo compromissorio.

 Secondo Luiso, anche nel caso di successione nel singolo diritto derivante dal contratto. Sicché,

se viene ceduto un credito originato da un contratto contenente una clausola compromissoria,

il cessionario sarebbe a sua volta vincolato dal compromesso .

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 La medesima soluzione viene data da Luiso, per l’ipotesi di successione nei rapporti giuridici

non contrattuali. Anche in questo caso la tesi appare criticabile, poiché applica la regola dei

rapporti giuridici in senso tecnico (quelli derivanti da diritti relativi) a situazioni che, in realtà,

rapporti giuridici non sono .

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 Non convince, infine, la soluzione proposta da Luiso con riferimento al compromesso, stipulato

quando una controversia sia già insorta. Secondo l’Autore, tale compromesso è opponibile ai

terzi acquirenti il diritto controverso, purché abbia data certa anteriore all’atto di acquisto .

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Questa soluzione non sembra del tutto convincente, poiché equipara indebitamente cessione del contratto e

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cessione del credito. In realtà, è noto che la cessione del credito non determina anche la cessione dei diritti e delle

azioni poste a tutela della parte contrattuale, non del creditore: si pensi alle azioni di risoluzione, rescissione, e

annullamento, esercitabili dal cessionario del contratto ma non dal cessionario del credito.

Luiso fa l’esempio della cessione di un terreno, in relazione al quale è in corso un procedimento

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amministrativo. Ora, è quantomeno dubbio che l’acquirente del terreno possa “succedere” all’istante nel

procedimento amministrativo, e comunque che sia vincolato dall’eventuale clausola compromissoria stipulata

tra questo e l’amministrazione.

È questa la condizioni alla quale, normalmente, si condiziona l’opponibilità di un atto di disposizione del diritto

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ovvero di una domanda giudiziale ai terzi. Nel caso di specie, tuttavia, non si capisce come il compromesso

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8. ARBITRATO IRRITUALE, AD HOC, AMMINISTRATO E DEI GRUPPI

Accanto alla forma ordinaria di arbitrato, il Codice di rito disciplina anche delle modalità alternative,

che si discostano in tutto o in parte dalla disciplina base. Tra queste, particolarmente rilevante

l’arbitrato irrituale (detto anche contrattuale o libero), che fino al 2006 non aveva una disciplina

generale codicistica, pur essendo contemplato in alcune leggi speciali.

Oggi tale disciplina è dettata dall’art. 808ter c.p.c., che si limita a segnalare sotto quali profili tale forma

di arbitrato si discosta dalla disciplina comune, i cui tratti fondamentali restano comunque fermi (non

applicabilità ai diritti indisponibili, natura decisoria del procedimento, principio del contraddittorio).

A ben vedere, tali profili sono essenzialmente due:

 In primo luogo, diversa è l’efficacia esecutiva. Solo il lodo emesso al termine di un arbitrato

rituale, infatti, può aspirare a divenire un titolo esecutivo, attraverso un procedimento di

omologazione (exequatur) svolto innanzi all’organo giudiziario. Non vi sono differenze, invece,

con riferimento all’efficacia dichiarativa: si è già visto che un contratto finalizzato alla

soluzione di una controversia ha la medesima efficacia sostanziale di una sentenza passata in

giudicato.

 In secondo luogo, diverso è il regime del lodo. Mentre per il lodo rituale vale la regola dell’onere

di impugnazione secondo le forme e i tempi del processo arbitrale, il loro irrituale è

essenzialmente un contratto, e come tale può essere annullato o dichiarato nullo nei normali

termini di prescrizione, in via di azione (con un processo ordinario di cognizione) o di

eccezione. La legge prevede cinque motivi di annullamento del lodo, tutti relativi alla

violazione di fondamentali regole di procedura: invalidità del compromesso o decisione ultra

compromissum; vizio di costituzione degli arbitri; violazione delle regole di procedura

concordate dalle parti; violazione del principio del contraddittorio .

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Contrariamente a quanto ritenuto dalla giurisprudenza precedente, con la riforma del 2006 il

Legislatore ha chiarito che la scelta di ricorrere a un arbitrato irrituale deve essere espressa e risultare

per iscritto: in ogni altra ipotesi trovano applicazione le norme dell’arbitrato rituale. Oltre che sul

piano dell’efficacia del lodo, l’arbitrato irrituale può differenziarsi per le regole di procedura, che

possono essere alternative a quella codicistiche; tuttavia, anche a tal fine è necessaria una espressa

manifestazione di volontà concorde delle parti, in assenza della quale si procederà secondo le forme

stipulato dal dante causa possa vincolare l’avente causa: l’acquisto del bene è infatti avvenuto prima che si fosse

instaurata la lite (benché la controversia fosse già sorta), e pertanto non si ha una successione nel diritto

controverso suscettibile di applicazione analogica dell’art. 111 c.p.c. D’altro canto, il patto compromissorio non

costituisce certo un atto di disposizione del diritto in cui succede il terzo, ma semplicemente un contratto con il

quale la parte si vincola a ricorrere alla giustizia arbitrale: in alcun modo sembra che tale obbligo si possa

trasmettere a terzi soggetti che non abbiano prestato il proprio consenso.

Luiso evidenzia come in tutti i motivi di impugnazione si dia rilievo alla violazione della volontà delle parti

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tranne in due ipotesi: il vizio di pronuncia ultra compromissum, che è rilevante solo se è stata sollevata la relativa

eccezione nel corso del giudizio (in caso contrario, si ha una rinuncia tacita); il vizio di incapacità degli arbitri,

che prevale anche sulla volontà delle parti di nominare un arbitro in particolare.

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del Codice. Quanto all’utilità concreta del ricorso a un arbitrato irrituale, si tratta di uno strumento che

permette alle parti di ottenere una prima decisione sulla controversia, senza tuttavia correre il rischio

di una esposizione ad esecuzione forzata: in base a un lodo irrituale si potrà certamente ottenere un

titolo esecutivo, ma a tal fine sarà necessario adire l’autorità giurisdizionale.

L’art. 832 c.p.c. disciplina altre due forme alternative di arbitrato: arbitrato ad hoc e arbitrato

amministrato. Il primo si connota per la circostanza che la determinazione delle regole di procedura è

rimessa alle parti ovvero, in mancanza, agli arbitri. Quando le parti determinino le regole procedurali

attraverso il rinvio a preesistenti regolamenti arbitrali, trovano applicazione le regole di cui all’art.

832, commi 2, 3 e 5:

 L’eventuale contrasto tra regole espressamente contenute nella convenzione di arbitrato e

quelle del regolamento è risolto in favore delle prime.

 Salvo diversa disposizione delle parti, si applica il regolamento in vigore al momento in cui il

procedimento arbitrale ha inizio.

 Possono essere previste delle ipotesi di sostituzione e ricusazione degli arbitri ulteriori,

rispetto a quelle previste dalla legge.

L’arbitrato amministrato, invece, si svolge normalmente nell’ambito di una organizzazione che mette a

disposizione delle parti dei propri professionisti quali componenti dei collegi arbitrali, e celebra i

giudizi secondo un proprio regolamento interno e con delle proprie tariffe. Rispetto agli arbitrati

amministrati, le regole appena enunciate soffrono delle deroghe:

 La prevalenza delle regole enunciate nella convenzione di arbitrato su quelle del regolamento

interno dell’organismo arbitrale legittima il rifiuto di celebrare l’arbitrato. Infatti le parti

stipulano con l’organismo un contratto, le cui condizioni sono predisposte unilateralmente

dall’organismo, che può decidere di non accettare le modifiche proposte dai clienti.

Lo stesso dicasi per la determinazione del regolamento vigente. Può accadere che le

o parti stipulino un compromesso facendo riferimento al regolamento di un organismo

arbitrale che, tuttavia, viene successivamente modificato o non è più in vigore al

momento in cui sorge la controversia. Anche qui, l’organismo può rifiutarsi di applicare

regole non più conformi con i propri regolamenti.

 Gli organismi che rappresentano categorie professionali non possono nominare propri arbitri

nelle controversie in cui siano contrapposti i propri associati o, comunque, soggetti

appartenenti alle categorie professionali, e terzi soggetti. Si evita, così, che l’arbitro possa

essere implicitamente ma significativamente influenzato dall’appartenenza a una categoria

comune con una delle parti, perdendo di imparzialità (si tratta di una parziarietà ideologica).

 Infine, la legge specifica che il rifiuto di celebrare un arbitrato amministrato non priva di

efficacia tra le parti la convenzione di arbitrato.

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Infine, si parla di arbitrato dei gruppi o arbitrato istituzionale per indicare un fenomeno non

espressamente disciplinato dal Codice di procedura civile, che si verifica quando un organismo a

carattere associativo istituisce al proprio interno un meccanismo di giustizia in parte o in tutto

autonomo da quello legale, per regolare i rapporti tra gli associati e tra questi e l’associazione. Di

regola, il compromesso è inscindibile dall’adesione all’organismo, tanto che le controversie tra

associati sono celebrate nelle forme arbitrali anche se anteriori all’adesione, così come le controversie

sorte in costanza di vincolo associativo sono affidate alla giustizia ordinaria se nelle more il vincolo è

cessato. 9. GLI ARBITRI

Gli arbitri sostituiscono in tutto e per tutto il giudice: pertanto sono necessarie delle regole che

garantiscano un livello di imparzialità e terzietà quantomeno analogo. Tuttavia, mentre è escluso che

le parti possano scegliere il giudice che dovrà decidere la controversia, gli arbitri sono normalmente

nominati dalle parti concordemente o, in mancanza, per scelta di un terzo imparziale.

In particolare, gli arbitri possono essere nominati sin dalla convenzione d’arbitrato (anche se non è

escluso un arbitraggio, in forza del quale le parti contraenti si rimettono, sin dall’origine, alla

determinazione di un terzo denominato arbitratore, ai sensi dell’art. 1349 c.c.), ovvero possono essere

determinati il numero e le modalità di nomina. Se vi è più d’un arbitro, il collegio arbitrale dev’essere

composto da un numero dispari di componenti, compreso il presidente (ove le parti nominino un

numero pari di componenti, quello aggiuntivo è designato dal presidente del tribunale); se le parti non

determinano il numero, gli arbitri sono tre, compreso il presidente.

Quando la convenzione d’arbitrato preveda la nomina degli arbitri ad opera delle parti, ai sensi

dell’art. 810 c.p.c., ciascuna di esse può dare il via al procedimento arbitrale, notificando alla

controparte un atto scritto di designazione di uno degli arbitri; l’altra parte ha un termine di 20 giorni

per notificare la nomina del proprio arbitro. Il terzo componente, che avrà anche il ruolo di presidente

del collegio, è nominato:

 Su designazione congiunta delle parti, se queste sono d’accordo. In alternativa, le parti possono

rimettere la nomina del presidente agli arbitri dalle stesse nominate.

 In caso di disaccordo, dal presidente del tribunale del luogo in cui l’arbitrato avrà la sede; se la

sede non è stata determinata, si fa riferimento al luogo in cui la convenzione è stata stipulata;

se la sede si trova all’estero, è competente il tribunale di Roma. Il presidente del tribunale non

può provvedere sulla richiesta, se la convenzione d’arbitrato è manifestamente inesistente o si

tratta manifestamente di un arbitrato estero (secondo Luiso, neanche se la controversia verte

palesemente su un diritto indisponibile). 19

 Nella stessa maniera si provvede se la parte che abbia ricevuto l’atto di nomina dell’arbitro non

provveda a nominare il proprio, ovvero se sia prevista la nomina di un solo arbitro e le parti

non si mettano d’accordo.

È facile notare come l’imparzialità degli arbitri sia garantita, in prima istanza, dalle modalità di nomina

degli stessi, che richiedono l’accordo di entrambe le parti ovvero l’equa ripartizione dei componenti

del collegio, con il presidente sempre concordato o comunque imparziale, in quanto nominato dal

presidente del tribunale.

Qualora la nomina degli arbitri sia rimessa a un terzo arbitratore , sarà questo a dover dare le

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garanzie di imparzialità normalmente richieste all’arbitro: l’imparzialità del terzo influisce

direttamente sull’imparzialità dell’arbitro o degli arbitri che lo stesso designerà . In ogni caso, non è

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previsto un meccanismo di designazione del terzo arbitratore da parte del presidente del tribunale,

per cui se le parti non trovano un accordo la convenzione arbitrale semplicemente non si conclude.

Un’eccezione si riscontra nell’art. 34 d.lgs. 5/2003, in materia di arbitrato contenuto nello statuto di

società commerciali, che impone la nomina dei componenti il collegio arbitrale da parte di un soggetto

terzo, estraneo alla società. La disposizione risponde ad esigenze proprie del diritto societario, e

relative alle controversie che tipicamente coinvolgono i soci e le società, tra cui in primis le

impugnazioni di delibere societarie: fattispecie in cui di regola si realizza il c.d. litisconsorzio unitario, e

che è opportuno siano decise da un unico collegio arbitrale . L’attribuzione del potere di nomina a un

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terzo deve essere prevista a pena di nullità: si discute se si applichi il meccanismo della sostituzione

automatica di clausola difforme (e pertanto valga in ogni caso il meccanismo legale), ovvero la clausola

difforme comporti la nullità dell’intera convenzione di arbitrato contenuta nello statuto. Appare

preferibile la prima soluzione.

Vi sono due ipotesi di sostituzione di un arbitro:

 Se un arbitro viene a mancare per qualsiasi motivo (morte, perdita della capacità), si provvede

alla sostituzione dello stesso nelle modalità già viste: nomina d’accordo tra le parti, su istanza

della singola parte o ad opera del presidente del tribunale, secondo i casi.

 Se un arbitro omette o ritarda di compiere un atto relativo alle sue funzioni, a norma dell’art.

813bis c.p.c.:

Si ricorda che è detta arbitraggio la determinazione dell’oggetto del contratto rimessa a un terzo. In questo

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caso, la designazione degli arbitri è una forma di determinazione dell’oggetto della convenzione di arbitrato,

rimessa a un terzo che viene denominato arbitratore.

Non vi sono comunque automatismi: un terzo apparentemente in conflitto può nominare degli arbitri

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perfettamente imparziali, così come un terzo imparziale può nominare degli arbitri che non lo sono.

Se invece si rimette la scelta degli arbitri alle parti, come da regime ordinario, si rischiano dei problemi. Infatti

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l’arbitrato societario permette l’intervento nel giudizio già pendente, ma ovviamente non può consentire ad ogni

parte che sia successivamente intervenuta la nomina di un proprio arbitro “di parte”. Allo stesso modo, la

possibilità di riunire una pluralità di impugnazioni proposte nei confronti della medesima delibera assembleare

è facilitata, poiché verosimilmente il terzo nominerà sempre il medesimo collegio arbitrale per tutti i giudizi

aventi il medesimo oggetto. 20

Se le parti sono d’accordo, questo può essere sostituito senz’altro, e il sostituto viene

o designato dalle parti stesse o dal terzo di ciò incaricato. La convenzione di arbitrato

può contenere ab origine la designazione di sostituti.

Se le parti non trovano accordo, ciascuna di essere può diffidare in forma scritta

o l’arbitro ad adempiere, concedendo un termine di 15 giorni, decorsi i quali verrà

proposto ricorso al presidente del tribunale per la sostituzione autoritativa dell’arbitro.

Il presidente del tribunale, sentiti gli arbitri e le parti, provvede con ordinanza non

impugnabile (si ritiene si tratti di esercizio di volontaria giurisdizione) e , se accerta

l’omissione o il ritardo, dichiara la decadenza dell’arbitro e ne nomina uno nuovo.

La sostituzione degli arbitri può inoltre essere la conseguenza della ricusazione, un subprocedimento

instaurato con ricorso al presidente del tribunale competente entro il termine di dieci giorni dalla

notificazione dell’atto di nomina dell’arbitro di controparte, ovvero dalla scoperta della causa di

ricusazione che riguarda l’arbitro nominato dalla parte stessa . Il presidente si pronuncia con

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ordinanza non impugnabile, sentite le parti e gli arbitri e svolta una istruttoria sommaria, se

necessario. L’istanza di ricusazione non determina sospensione del procedimento, salvo che gli arbitri

deliberino in tal senso; tuttavia, se viene accolta tutta l’attività svolta dall’arbitro ricusato è nulla.

Secondo Luiso, il procedimento di ricusazione ha natura di volontaria giurisdizione, e pertanto la

decisione del presidente del tribunale non determina un accertamento definitivo: se rigettata, la

questione può essere riproposta, e posta a fondamento di un’impugnazione del lodo ai sensi dell’art.

829, n. 2 c.p.c.

Le ipotesi di ricusazione sono elencate nell’art. 815 c.p.c., e coincidono in massima parte con quelle già

viste per la ricusazione del giudice:

 Carenza delle qualifiche espressamente richieste dalle parti nella convenzione di arbitrato.

 Interesse nella causa, personale o per mezzo di un ente, associazione o società di cui l’arbitro

sia amministratore.

 Vincoli di coniugio, parentela, convivenza, commensalità abituale con una delle parti, con un

rappresentante legale o uno dei difensori delle parti.

 Causa pendente o grave inimicizia con una delle parti, con un legale rappresentante o uno dei

difensori.

Luiso evidenzia come la previsione di un breve termine di decadenza per la ricusazione possa produrre degli

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effetti distorsivi: nell’ipotesi in cui gli arbitri di entrambe le parti siano suscettibili di ricusazione, ma solo una

delle parti la faccia rilevare, il collegio finirà per essere certamente squilibrato, a svantaggio della parte che non

ha esercitato il potere di ricusazione. Si teorizza, pertanto, la possibilità di ammettere una forma di ricusazione

incidentale tardiva, ovvero l’inammissibilità della ricusazione, quando il motivo posto a fondamento della stessa

si può applicare anche agli arbitri nominati dalla parte che la solleva e, pertanto, vi è una sorta di compensazione,

poiché il collegio arbitrale risulta complessivamente equilibrato.

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 Rapporti di lavoro subordinato o di consulenza o di prestazione d’opera retribuita o altri rapporti

natura patrimoniale o associativa con una delle parti, con una società dalla stessa controllata o

con il soggetto che esercita controllo sulle stesse. Tutela o curatela di una delle parti.

 Precedente consulenza, assistenza o difesa ad una delle parti in una precedente fase processuale o

deposizione come testimone.

Nei casi di arbitrato amministrato, spesso le funzioni che abbiamo visto riservate al presidente del

tribunale vengono attribuite a un organo interno all’organismo che amministra l’arbitrato. Secondo la

dottrina maggioritaria, in ogni caso, a tale organo non può essere attribuita la cognizione sulla

ricusazione, che resterebbe pertanto riservata alla giurisdizione .

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Il rapporto esistente tra arbitri e parti è qualificato contratto di arbitrato, e secondo la dottrina può

essere ricondotto allo schema del mandato o a quello del contratto d’opera professionale. In ogni caso,

la responsabilità degli arbitri per inadempimento è disciplinata direttamente dal Codice di procedura,

che vi dedica l’art. 813ter c.p.c. Gli arbitri rispondono dei danni cagionati alle parti:

 Se con dolo o colpa grave omettono o ritardano atti dovuti, e per tale motivo sono dichiarati

decaduti.

 Se rinunciano ingiustificatamente all’incarico

 Se con dolo o colpa grave impediscono o ritardano l’adozione del lodo arbitrale nei termini

previsti.

In tutti gli altri casi, gli arbitri sono soggetti ai medesimi limiti posti dalla l. 117/1988 alla

responsabilità dei magistrati per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni giudiziarie.

Quanto alla proponibilità dell’azione di responsabilità, questa è sempre esclusa finché l’arbitro presta

il proprio servizio e il procedimento è ancora pendente: è dunque possibile se l’incarico sia venuto

meno per rinunzia o decadenza. Se il procedimento arbitrale si conclude con un lodo, la responsabilità

degli arbitri può essere fatta valere solo nell’ipotesi in cui tale lodo sia stato annullato, e il motivo

dell’annullamento coincida con il fatto posto a fondamento della responsabilità: in altre parole, se la

violazione degli obblighi d’ufficio non ha determinato invalidità del lodo non vi è responsabilità.

Quando la responsabilità non è dolosa, l’arbitro può essere chiamato a risarcire al massimo una

somma equivalente al triplo del compenso cui avrebbe avuto diritto; in ogni caso, quando è dichiarata

la responsabilità di un arbitro non gli è dovuto alcun compenso né il rimborso delle spese sostenute.

Ogni arbitro risponde solo del fatto proprio.

Per quanto riguarda il compenso, infine, gli arbitri vantano un credito nei confronti di tutte le parti,

solidalmente obbligate. La ripartizione delle spese di arbitrato contenuta nel lodo non ha alcuna

efficacia obbligatoria nei confronti delle parti, valendo come proposta di liquidazione che queste possono

Luiso contesta tale conclusione, poiché il procedimento di volontaria giurisdizione ben potrebbe essere

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sostituito da una determinazione dell’organismo che amministra l’arbitrato. Lo stesso varrebbe per la decisione

sui compensi degli arbitri. 22

rifiutare: in tal caso la determinazione del compenso è rimessa al presidente del tribunale, che adotta

un’ordinanza reclamabile davanti alla Corte d’appello . Se la liquidazione proposta dagli arbitri è

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accettata, la ripartizione delle spese vale tra le parti ai fini dei rapporti interni.

10. LA DOMANDA E L’OGGETTO DELL’ARBITRATO

Come nel processo giurisdizionale, anche davanti agli arbitri l’oggetto del giudizio viene determinato

in base alla domanda. Vi sono, tuttavia, delle rilevanti differenze con riferimento ai limiti di tale

oggetto:

 Davanti ai giudici il processo ha un oggetto minimo, rappresentato dal fatto che le domande non

possono limitarsi alla soluzione di singole questioni: le parti deducono al giudice l’esistenza o

l’inesistenza di un diritto e, anche se basano le proprie difese su uno specifico profilo

(prescrizione, invalidità del contratto, etc.), il giudice è chiamato a valutare in ogni caso quel

diritto nella sua interezza. Lo stesso non accade davanti agli arbitri: trattandosi di una forma di

giustizia privata, i cui costi non gravano sulla collettività ma bensì sulle parti che vi fanno

ricorso, il compromesso può ben limitare la cognizione arbitrale a uno specifico profilo, ad

esempio relativo al modo di essere di un diritto, escludendo tuttavia la cognizione sull’esistenza

del diritto stesso .

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 Nell’ambito delle regole di giurisdizione e competenza, il giudice non ha limiti alla propria

cognizione. Per gli arbitri, invece, il limite superiore è sempre rappresentato dalla convenzione di

arbitrato: non possono in linea di massima essere decise da arbitri questioni non ricomprese

nel compromesso o nella clausola compromissoria, né rese decisioni nei confronti di soggetti

che non siano vincolati da tali patti .

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Per quanto riguarda gli effetti della domanda arbitrale, nel 1994 il Legislatore ha opportunamente

provveduto a novellare le norme del Codice civile e di quello di procedura, specificando che anche la

domanda arbitrale produce effetto interruttivo della prescrizione ed è suscettibile di trascrizione, ai fini

dell’opponibilità a terzi della decisione di merito che definisce il giudizio. Quanto alla litispendenza, la

disciplina del cautelare uniforme permette di affermare che l’effetto si produce dal momento in cui una

parte abbia notificato all’altra l’atto con cui dichiara la propria volontà di ricorrere all’arbitrato,

Anche qui, secondo la giurisprudenza di Cassazione si tratta di un procedimento di volontaria giurisdizione,

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non suscettibile di passaggio in giudicato. Pertanto, se la determinazione effettuata dal presidente non soddisfa

le parti, queste possono sempre instaurare un giudizio ordinario di cognizione sulla questione.

Ciò accade in caso di perizia contrattuale, che si ha ad esempio quando le parti stipulano un contratto

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assicurativo, in forza del quale in caso di controversia sarà deferita in arbitrato esclusivamente la quantificazione

del danno derivante da un determinato sinistro, riservandosi invece di adire l’autorità giurisdizionale per tutti gli

altri profili. Un altro esempio è rappresentato dall’arbitrato sulla qualità, con il quale si rimette ad arbitri la sola

valutazione di adeguatezza dell’adempimento delle parti agli obblighi contrattuali.

Come vedremo subito, a determinate condizioni è possibile strutturare un processo oggettivamente e

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soggettivamente cumulato, ma il limite è rappresentato pur sempre dall’applicabilità della convenzione di

arbitrato. 23

enuncia la propria domanda ed eventualmente provvede alla nomina del proprio arbitro, invitando la

controparte a fare lo stesso .

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Vediamo ora la possibilità di cumulo:

 Oggettivo. Nel giudizio arbitrale possono essere dedotte più domande, purché tutte rientranti

nella convenzione di arbitrato. È ammissibile anche il cumulo di domande regolate tra diverse

convenzioni arbitrali tra le medesime parti, purché le convenzioni siano compatibili (ad

esempio, con riferimento alle modalità di nomina degli arbitri).

Con riferimento all’eccezione di compensazione, non trova applicazione l’art. 35 c.p.c.

o (che impone, in caso di contestazione del credito dedotto in compensazione, una

decisione con efficacia di giudicato sullo stesso): ai sensi dell’art. 817bis c.p.c. gli arbitri

sono sempre competenti a conoscere dell’eccezione di compensazione, anche se questa

si basa su un credito non ricompreso nella convenzione arbitrale, purché nei limiti del

valore della domanda principale,.

 Soggettivo. È altresì possibile realizzare un giudizio arbitrale con pluralità di parti, in varie

ipotesi. Affinché sia concretamente ammissibile, il processo soggettivamente cumulato non

deve violare due principi generali: garantire a tutte le parti un eguale potere di nomina degli

arbitri, ai fini della composizione di un collegio equilibrato; rispettare i limiti soggettivi di

efficacia della convenzione di arbitrato, che non può vincolare soggetti che non vi abbiano

prestato il proprio consenso . Vediamo come tali limiti possono essere superati, nelle singole

30

ipotesi:

Infatti, ai sensi dell’art. 669octies è questo il momento cui si deve fare riferimento per valutare il rispetto del

29

termine decadenziale per l’introduzione del merito, per i provvedimenti cautelari per i quali valga ancora il

principio della strumentalità forte.

I criteri posti dall’art. 816quater c.p.c. non sempre soddisfano la necessità che il collegio arbitrale abbia una

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composizione equilibrata. La legge permette, infatti, il cumulo soggettivo ove il collegio sia nominato su accordo

di tutte le parti, nominato da un terzo ovvero ogni parte possa nominare un egual numero di arbitri. Luiso

evidenzia che solo le prime due modalità sono idonee a garantire la formazione di un organo giudicante

equilibrato, mentre la terza è necessariamente disfunzionale ove vengano proposte più domande, alternative o

subordinate. Facciamo degli esempi:

 Tizio ha ragioni di credito nei confronti di Caio, che in caso di condanna vanta un diritto di regresso

verso Sempronio. Ora, è evidente che il collegio formato da un arbitro per ogni parte (più un quarto

nominato dal presidente del tribunale e il presidente del collegio) non può essere equilibrato. Infatti:

Rispetto alla domanda di Tizio, sia l’arbitro di Caio che quello di Sempronio sono orientati a

o favorire il rigetto.

Rispetto alla domanda di regresso di Caio, invece, la parità è ristabilita: l’arbitro di Tizio è

o indifferente, e gli arbitri di Caio e Sempronio si bilanciano.

 Tizio propone due domande alternative, nei confronti di Caio e Sempronio, per ottenere il risarcimento

del danno da quello dei convenuti che risulterà responsabile. Ora, anche in questo caso con ogni

evidenza si verificano degli squilibri se ogni parte nomina un arbitro: rispetto alla domanda di Tizio, vi

sarà una maggioranza di arbitri orientati a negare la sussistenza della responsabilità.

Ciò dimostra che, in presenza di più domande in vincolo di subordinazione o alternatività, se non si raggiunge

l’unanimità sulla composizione del collegio il modo migliore è sottrarre alle parti tale potere, affidandolo a un terzo

imparziale. 24

Litisconsorzio necessario. Se la convenzione arbitrale non vincola tutti i litisconsorti

o necessari, e questi non decidono di aderire spontaneamente al giudizio (ad esempio

spiegando intervento volontario o accettando volontariamente la chiamata disposta

dagli arbitri a integrazione del contraddittorio), il lodo non può essere pronunciato.

L’eventuale partecipazione spontanea al giudizio configura una accettazione tacita del

collegio arbitrale già costituito, nonché una adesione successiva alla convenzione

arbitrale.

Partecipazione adesiva del terzo. Si ha quando un terzo soggetto partecipa al giudizio

o arbitrale non facendo valere un proprio diritto, ma al solo fine di difendere la posizione

di una delle parti (da cui dipende un proprio diritto), o per restare vincolato al

giudicato che si forma tra le parti. Sul piano oggettivo, la partecipazione del terzo non

pone problemi se è meramente adesiva, poiché non essendo innovativa, non amplia

l’oggetto del giudizio. Sul piano soggettivo, invece, vi sono due possibilità:

Chiamata. Il terzo può essere chiamato in giudizio su istanza di parte o, in

 ipotesi, iussu iudicis. Tuttavia, tale chiamata non produce alcun effetto se questo

non è vincolato alla convenzione di arbitrato, salvo che il terzo decida di

accettare volontariamente la chiamata.

Intervento volontario. Anche in questo caso non si pongono problemi, ma la

 condizione è che l’intervento non sia innovativo. Se l’intervento è innovativo,

essendo proposta una domanda non compresa nell’originaria convenzione

arbitrale, le altre parti possono rifiutarsi di estendere l’oggetto del giudizio. In

tal caso l’intervento non si realizza.

Per l’intervento innovativo del terzo o la chiamata in giudizio la legge richiede, inoltre,

il consenso del collegio arbitrale: ciò perché la maggiore complessità del giudizio può

incidere sul carico di lavoro incombente sul collegio che, come si è accennato, deve

rendere la decisione entro un tempo determinato, a pena di responsabilità

professionale.

Successione nel diritto controverso. L’art. 816quinquies estende espressamente

o all’arbitrato l’applicazione dell’art. 111 c.p.c. Pertanto, chi acquista un diritto sub iudice

davanti a un collegio arbitrale diventa parte in senso sostanziale del giudizio, con i

relativi poteri di intervento e impugnazione.

Cause connesse. L’art. 819ter specifica che la competenza arbitrale non è esclusa dalla

o pendenza di una causa alla stessa connessa davanti al giudice: la considerazione non è

scontata, poiché in passato aveva preso piede in giurisprudenza il principio della vis

attractiva, in forza del quale in un caso del genere tutte le domande dovevano essere

proposte al giudice ordinario. Con particolare riferimento alla connessione per

25

pregiudizialità-dipendenza, la legge ammette gli arbitri a conoscere incidenter tantum di

tutte le questioni pregiudiziali, anche se non sono oggetto della convenzione d’arbitrato e

persino se non possono esserne oggetto (diritti indisponibili). Ovviamente, sulle questioni

conosciute incidentalmente gli arbitri non si pronunciano con efficacia di giudicato; se

la legge impone la decisione con efficacia di giudicato sulla pregiudiziale, invece, è

esclusa la cognizione incidentale.

Gli arbitri possono, infine, pronunziarsi con efficacia di giudicato sulle questioni

pregiudiziali, purché queste rientrino in materia arbitrabile:

Su richiesta di una sola parte, se la questione è oggetto della convenzione

 arbitrale che ha dato luogo al giudizio.

Su richiesta di tutte le parti, in caso contrario.

Arbitrato societario. Qui la situazione è molto diversa: si è visto, infatti, che la clausola

o compromissoria contenuta nello statuto vincola tutti i soci e alcuni soggetti in rapporto

di servizio con la società. Pertanto non vi sono limiti sul piano soggettivo: tra i soci è

liberamente ammessa la chiamata di terzo su istanza di parte o iussu iudicis e, nei limiti

oggettivi della clausola compromissoria, l’intervento innovativo.

11. I RAPPORTI TRA ARBITRO E GIUDICE

Attraverso la convenzione di arbitrato, le parti sottraggono alla giurisdizione il potere di decidere la

controversia, contestualmente attribuendolo al collegio arbitrale. Residuano, tuttavia, degli ambiti

rispetto ai quali si giustifica una competenza del giudice, e si devono altresì considerare le ipotesi in

cui, patologicamente, la controversia venga contemporaneamente sottoposta alla cognizione tanto

degli arbitri quanto dei giudici.

In primo luogo, per quanto riguarda le domande aventi ad oggetto la convenzione di arbitrato, l’art.

819ter c.p.c. esclude che queste possano essere presentate davanti al giudice, se è pendente l’arbitrato. Ne

discende che il processo ordinario può riguardare la validità o efficacia della convenzione di arbitrato

solo se viene instaurato prima della litispendenza arbitrale. Dopo l’instaurazione del giudizio arbitrale,

invece, vale il principio enunciato dall’art. 817, co. 1, in forza del quale gli arbitri sono giudici della

propria competenza, e pertanto la relativa questione deve essere esaminata nell’ambito del giudizio

arbitrale. In particolare, l’art. 817 considera tre distinte questioni:

 La questione relativa alla convenzione d’arbitrato o alla regolare costituzione degli arbitri deve

essere contestata in seno all’arbitrato stesso, se questo è già pendente. Tuttavia, l’eccezione

relativa a inesistenza, invalidità o inefficacia della convenzione d’arbitrato deve essere sollevata a

pena di decadenza nella prima difesa successiva all’accettazione dell’arbitrato. Resta salva la

26

possibilità di impugnare il lodo anche senza previa eccezione, se è stata decisa una controversia

non arbitrabile .

31

 Parimenti affidata alla cognizione del collegio è la risoluzione delle questioni relative ai poteri

degli arbitri per ragioni sopravvenute nel corso del procedimento. Si pensi all’estinzione del

giudizio ovvero alla mancata integrazione del contraddittorio nei confronti dei litisconsorti

necessari pretermessi.

 Quando le conclusioni della controparte siano ultra compromissum, la relativa eccezione deve

essere sollevata nel corso del giudizio; in mancanza, la parte decade dal diritto di impugnare il

lodo per quel motivo. Si tratta pertanto di un’eccezione in senso stretto, che secondo l’opinione

preferibile va ricondotta ad una accettazione tacita dell’estensione dell’oggetto dell’arbitrato,

valida tuttavia solo ai fini del giudizio in corso (se si verifica un’estinzione del giudizio

arbitrale, nel nuovo arbitrato l’oggetto sarà quello originario).

Si è visto che il potere di decidere sui fondamentali presupposti processuali propri dell’arbitrato

(esistenza, validità ed efficacia della convenzione arbitrale, rituale costituzione del giudice, più in

generale sussistenza del potere di decidere la controversia nel merito) spetta agli arbitri, esattamente

come nel giudizio ordinario spetta al giudice. Ora, dato che la fonte di tale potere è un contratto,

secondo il diritto sostanziale il lodo adottato da un arbitro carente di potere dovrebbe sempre essere

suscettibile di rimozione, attraverso un ordinario processo di cognizione. La legge, invece, sottopone il

lodo all’onere di impugnazione anche quando si faccia valere la carenza della potestas iudicandi,

determinando così un meccanismo di sanatoria del vizio se l’impugnazione non è proposta o non verte sul

profilo specifico. Trattandosi di una questione di rito (error in procedendo), il giudice

dell’impugnazione giudicherà con pieni poteri (vedremo, invece, i limiti previsti dalla legge alle

impugnazioni fondate su un error in iudicando).

Dobbiamo ora brevemente spiegare il disposto di cui all’art. 34, co. 3 d. lgs. 5/2003, secondo il quale la

clausola compromissoria contenuta negli statuti di società commerciali è vincolante per la società e per

tutti i soci, inclusi coloro la cui qualità di socio è oggetto della controversia. Se ci trovassimo in un

giudizio, poiché la qualità di socio è rilevante tanto come presupposto processuale quanto ai fini del

merito, diremmo che la regola non crea alcun problema: se si accerta che il convenuto o l’attore non

sono realmente soci, sussiste la potestas iudicandi ma la domanda viene rigettata nel merito. In

presenza di un arbitrato, tuttavia, vi è notevole differenza tra rigetto in rito e rigetto in merito, poiché le

possibilità di impugnazione nel primo caso sono molto più estese che nel secondo. Ora, poiché l’attore

non può ritrattare la propria affermazione, la scelta in questi casi spetta al convenuto:

Ciò conferma quanto si è detto nei paragrafi precedenti: l’indisponibilità del diritto determina inesistenza del

31

lodo, e pertanto comporta la disapplicazione del principio di conversione delle cause di nullità in motivi di

impugnazione. 27

 Se questi eccepisce la carenza della qualità di socio per negare la competenza arbitrale, in caso

di accoglimento dell’eccezione il giudizio viene definito in rito, ma l’attore può tranquillamente

riproporre la domanda davanti a un giudice: il rigetto della domanda non è satisfattivo rispetto

al convenuto, e non è suscettibile di passaggio in giudicato. Di contro, se l’eccezione viene

rigettata è possibile impugnare il lodo e riproporla alla Corte d’appelo.

 Se questi eccepisce la carenza di qualità di socio ai fini del merito, in caso di accoglimento

dell’eccezione il giudizio è definito nel merito. Tuttavia, in caso di rigetto dell’eccezione le

concrete possibilità di proporre impugnazione per motivi di merito sono notevolmente ridotte.

L’art. 819ter disciplina, invece, l’ipotesi in cui davanti a un giudice ordinario venga eccepita l’esistenza

di una convenzione arbitrale, che lo priva della potestà di giudicare sulla vicenda. L’eccezione deve

essere sollevata a pena di decadenza con la comparsa di risposta (è pertanto un’eccezione in senso

stretto), ed è decisa con sentenza, impugnabile con regolamento necessario o facoltativo di

competenza . Si badi, l’equiparazione del regime di impugnazione non corrisponde all’equiparazione

32

degli effetti: l’esistenza di una convenzione arbitrale determina difetto assoluto di giurisdizione, non

certo incompetenza.

Sempre ai sensi dell’art. 819ter, co. 1, nel nostro ordinamento vige il sistema delle vie parallele: è

ammessa la contestuale pendenza di un giudizio arbitrale e di una causa davanti al giudice, aventi il

medesimo oggetto. L’eventuale conflitto tra le decisioni deve essere così risolto:

 Conflitto positivo. Entrambi i giudici affermano la sussistenza della potestas iudicandi. La prima

pronuncia passata in giudicato farà stato nell’altro giudizio. Ove entrambe le sentenze passino

erroneamente in giudicato per un errore di coordinamento tra i due giudizi, secondo l’opinione

maggioritaria prevarrà la sentenza passata in giudicato per ultima.

 Conflitto negativo. Si ha quando entrambi i giudici negano la titolarità del potere di decidere la

controversia. La situazione è abbastanza grave, poiché rischia di lasciare la parte attrice del

tutto sfornita di tutela, giurisdizionale o arbitrale che sia. Le soluzioni del conflitto possono

essere due:

Efficacia della declinatoria passata in giudicato nell’altro giudizio. Si ipotizza, dunque,

o che la decisione di rito con la quale un giudice ha negato la potestas iudicandi produca

effetti esterni e pertanto vincoli l’altro a ritenere sussistente tale potestà.

Inammissibilità per contrarietà a buona fede dell’eccezione con la quale viene rilevata la

o carenza del potere giurisdizionale, dopo che è già passata in giudicato la decisione che

lo nega dall’altra parte.

Nonostante le recenti riforme abbiano imposto la forma dell’ordinanza alle decisioni relative alla sola

32

competenza, in questo caso la legge prevede ancora la forma della sentenza. Poco cambia, poiché si tratta in ogni

caso di atti che hanno la sostanza di sentenza definitiva o non definitiva di rito.

28

Entrambe le soluzioni sono problematiche, poiché la prima è priva di fondamento giuridico

positivo, e la seconda non trova riscontro nella giurisprudenza di legittimità, che normalmente

non riconduce alla violazione dell’obbligo di buona fede alcuna decadenza da poteri

processuali. 12. IL PROCESSO ARBITRALE

Diversamente da quanto accade nelle cause davanti all’autorità giurisdizionale, di regola sono le parti a

decidere quali regole processuali si applicheranno all’arbitrato; in mancanza, tale potere è rimesso agli

arbitri. Si ritiene che le parti che non abbiano precedentemente concordato delle regole processuali o

indicato un regolamento arbitrale possano modificare le regole processuali in corso di causa, se vi è

l’unanimità; ma se la modifica interviene quando gli arbitri hanno accettato di svolgere il proprio

incarico con delle regole processuali predeterminate, questi ultimi possono rifiutarsi legittimamente di

portare avanti l’incarico . In ogni caso, le regole processuali concordate o decise dagli arbitri devono

33

consentire il rispetto sostanziale del principio del contraddittorio: ai fini dell’impugnazione del lodo,

comunque, rileva che tale principio sia stato sostanzialmente violato .

34

Le parti possono stare in giudizio con l’assistenza di un difensore; in questo caso, è legittima la

notificazione presso questo del lodo ai fini del decorso del termine breve di impugnazione, come

dell’impugnazione stessa.

La sede dell’arbitrato è determinata secondo quattro criteri, ognuno sussidiario al precedente:

determinazione comune delle parti; determinazione degli arbitri; luogo in cui è stata stipulata la

convenzione d’arbitrato; Roma. Pertanto la mancata determinazione della sede non costituisce più un

motivo di impugnazione del lodo arbitrale.

Anche gli arbitri possono effettuare attività istruttoria, ove lo svolgimento del giudizio la renda

necessaria. Tuttavia, diversamente dal giudice questi non esercitano alcuna pubblica funzione e non

sono assistiti da poteri autoritativi: non hanno, in particolare, il potere di disporre l’accompagnamento

coattivo del testimone o di sanzionarlo. A tal fine, l’art. 816ter prevede la possibilità che gli arbitri

richiedano al presidente del tribunale del luogo in cui ha sede l’arbitrato di ordinare la comparizione

del testimone citato ovvero e, in mancanza, si deve ritenere che nella stessa maniera possa essere

sollecitata l’applicazione delle sanzioni previste per la mancata comparizione del teste nel giudizio

ordinario. La legge prevede anche la possibilità di svolgimento di consulenza tecnica d’ufficio e di

Si tratta di una regola di correttezza contrattuale: se gli arbitri hanno accettato di svolgere il proprio incarico

33

in base a un regolamento contrattuale predeterminato, un mutamento successivo non può essere loro imposto.

In ipotesi, dunque, non sarebbe impugnabile un lodo emesso in un giudizio nel quale, pur vigendo un

34

regolamento contenente delle norme contrarie al principio del contraddittorio, gli arbitri abbiano proceduto in

deroga a tali norme, garantendone il rispetto sostanziale. Resta dubbio se in una tale ipotesi sia ammessa

l’impugnazione del lodo non per violazione del contraddittorio ma per violazione delle regole processuali

imposte dalle parti. 29

richiesta di informazioni alla pubblica amministrazione, che ovviamente non sarà vincolata dalla

richiesta.

Anche nel processo arbitrale si possono avere delle vicende anomale, in parte analoghe a quelle già

affrontate con riferimento al giudizio ordinario:

 Interruzione. Non è espressamente prevista come conseguenza della morte o perdita di

capacità di una parte o del difensore. La legge si limita a prevedere che in tali ipotesi gli arbitri

diano i provvedimenti opportuni, potendo anche sospendere il procedimento. La

preoccupazione principale, in questo caso, è garantire che il principio del contraddittorio sia

rispettato, poiché in caso contrario il lodo sarà attaccabile sotto il profilo della validità. Se

nessuna delle parti ottempera spontaneamente alle disposizioni date dagli arbitri per la

prosecuzione del giudizio, questi possono rinunciare all’incarico .

35

 Sospensione. Ai sensi dell’art. 819bis c.p.c., il processo deve essere sospeso in tre ipotesi:

Sospensione a norma dell’art. 75 c.p.p.

o Questione pregiudiziale su materia che non può essere oggetto di una convenzione

o d’arbitrato, e che deve essere decisa con efficacia di giudicato per legge. In questo caso

le parti devono dare prova entro 90 giorni di aver introdotto la causa relativa alla

questione pregiudiziale davanti alla competente autorità.

Questione di legittimità costituzionale. Controversa è, invece, la possibilità di rinvio

o pregiudiziale alla Corte di Giustizia.

Richiesta al presidente del tribunale di ordinare la comparizione dei testimoni, ai sensi

o dell’art. 816ter, dalla data del deposito dell’ordinanza a quella di svolgimento

dell’udienza.

La sospensione è disposta con ordinanza, modificabile e revocabile dal collegio arbitrale, che

può contenere indicazione del termine entro il quale le parti devono riassumere il

procedimento, depositando istanza di prosecuzione. In mancanza di detta indicazione, la

riassunzione deve avvenire a pena di estinzione entro un anno dalla cessazione della causa di

sospensione. La sospensione del processo non fa decorrere i termini per la pronuncia del lodo.

13. IL LODO

La decisione degli arbitri prende il nome di lodo. Il lodo deve essere adottato entro il termine previsto

nella convenzione di arbitrato o nel regolamento applicabile o, in mancanza, entro il termine legale di

240 giorni, decorrente dall’accettazione dell’incarico. Il termine può comunque essere prorogato:

 Su dichiarazione concorde di tutte le parti, indirizzata agli arbitri.

Secondo Luiso, la norma dovrebbe trovare applicazione solo nel caso in cui il giudizio sia sospeso, per evitare

35

che gli arbitri restino vincolati a tempo indeterminato. In realtà, la regola vale sempre: se le parti non

ottemperano e non si ristabilisce il contraddittorio, il giudizio non può andare avanti. Ma non essendo prevista

l’estinzione del giudizio gli arbitri si possono liberare rinunziando all’incarico.

30

 Dietro ricorso al presidente del tribunale, su istanza motivata di una delle parti o degli arbitri.

Tale ipotesi dovrebbe essere posta a tutela degli arbitri, quando ricorrano dei giusti motivi per

prorogare il termine non ricompresi nelle ipotesi tipiche legalmente previste.

La legge prevede quattro ipotesi in cui, ope legis, si ha una proroga automatica del termine, di 180

giorni (per ogni ipotesi la proroga può avvenire al massimo una volta):

- Assunzione di mezzi di prova

- Consulenza tecnica d’ufficio

- Pronuncia di lodo non definitivo o parziale

- Modifica della composizione del collegio o sostituzione dell’arbitro unico.

Si è già detto che durante la sospensione del processo non decorre il termine per la pronuncia del lodo;

alla ripresa del processo il termine residuo viene esteso di diritto a 90 giorni, se inferiore. Il termine si

intende rispettato se gli arbitri sottoscrivono tempestivamente il dispositivo del lodo: ne discende che, di

regola, è ammissibile la scissione tra dispositivo e motivazione, come previsto nel rito del lavoro. La

legge non prevede un termine per il deposito delle motivazioni, ma sembra applicabile l’art. 1183 c.c.,

che prevede la possibilità di fissazione di un termine al debitore per l’adempimento (la cui violazione

dovrebbe comportare le conseguenze già viste per la intempestiva adozione del lodo). La violazione

del termine di pronuncia del lodo può essere posta a fondamento di un’impugnazione solo se la parte

interessata abbia notificato alle altre parti un e agli arbitri un atto nel quale rileva la volontà di far

valere la loro decadenza, e nonostante ciò gli arbitri non dichiarino l’estinzione del giudizio.

Il lodo viene deliberato da tutti i componenti del collegio arbitrale, non necessariamente in conferenza

personale; deve contenere tutti gli elementi della sentenza, ma può essere sottoscritto dalla sola

maggioranza dei componenti del collegio; è ammessa la c.d. dissenting opinion . Quanto al contenuto, il

36

lodo è normalmente reso secondo diritto, ma su richiesta delle parti può anche essere secondo equità

(ove ciò non sia espressamente escluso dalla legge, come ad esempio nei rapporti disciplinati dal

Codice del processo amministrativo).

Il lodo può non definire interamente la controversia: si hanno in tal caso il lodo non definitivo

(corrispondente alla sentenza non definitiva, relativa a singole questioni pregiudiziali) e il lodo parziale

(corrispondente alla sentenza parzialmente definitiva, con cui vengono decise solo alcune delle

domande). In ogni caso, gli arbitri hanno facoltà di scegliere se decidere le questioni con ordinanza (nel

quale caso queste saranno accantonate e poi riprese in fase decisoria) o con sentenza non definitiva (e

in questa ipotesi il collegio non potrà più tornare sulla decisione).

Con riferimento agli effetti del lodo, occorre distinguere:

Si ha quando uno degli arbitri (tipicamente quello che si sia rifiutato di sottoscrivere il lodo) sia messo in

36

minoranza, e ritenga che la controversia debba essere decisa diversamente. La dissenting opinion è

essenzialmente una esposizione dei motivi per i quali l’arbitro non concorda con la decisione adottata a

maggioranza. 31


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Appunti di Diritto processuale civile per l'esame del professor Vaccarella sulla parte relativa alla risoluzione non giudiziale delle controversie. Sono trattati tutti gli argomenti presenti, e non mancano aggiornamenti normativi, giurisprudenziali e dottrinali. Lo stile è necessariamente sintetico, ma non si tratta di schemi: si è cercato di mantenere uno stile discorsivo, collocando la maggior parte degli esempi e delle esplicazioni dettagliate in nota.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 1995-1996

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lex88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Vaccarella Romano.

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