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Anche in questo caso l’ipoteca non nasce se non è iscritta.

L’ipoteca legale spetta (art. 2817 cod. civ.):

1) l’alienante a garanzia dell’adempimento degli obblighi derivanti, a carico

dell’acquirente, dall’atto di alienazione;

2) ai coeredi, ai soci e agl’altri condividenti, sopra gli immobili a ciascuno

assegnati, a garanzia del pagamento dei conguagli dovuti dall’assegnatario

in forza dell’atto di divisione.

L’ipoteca legale presenta due caratteristiche di rilievo:

iscritta d’ufficio dal responsabile del competente Ufficio dall’Agenzia

a) è

del Territorio, nel momento in cui gli viene presentato, per la trascrizione,

l’atto di alienazione o di divisione;

b) per meglio garantire l’alienante ed il condividente, l’ipoteca –

legale con

una notevole deroga al principio, fondamentale in tema di pubblicità,

secondo cui prior in tempore potior in iure prevale sulle trascrizioni o

contro l’acquirente o il condividente.

iscrizioni già eseguite è peraltro necessario che l’iscrizione

Perché si verifichi tale effetto,

avvenga contemporaneamente alla trascrizione del titolo d’acquisto o della

divisione.

120) LA DEFINIZIONE DEL CONTRATTO

Il contratto è un istituto centrale dell’intero sistema del diritto privato è la

figura più importante di negozio giuridico.

Nell’art cod. civ., “il contratto è l’accordo di due o più parti per

1321

costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”.

L’essenza del contratto come accordo, incontro della volontà di due

soggetti, volto a produrre un effetto giuridico.

In termini giuridici, il contratto è lo strumento per realizzare determinati

interessi delle persone attraverso la produzione di appositi effetti giuridici,

l’istituto, costituendo, regolando

ossia, come recita la norma che definisce

o estinguendo un rapporto giuridico patrimoniale. Gli effetti giuridici prodotti

dal contratto, possono riguardare tanto diritti reali quanto rapporti

obbligatori.

Il contratto è anzitutto un fatto, ma non un semplice atto, bensì è un

negozio, ossia una manifestazione di volontà, essendo un accordo il

contratto non può nascere dalla volontà di un solo soggetto, ma esiste in

quanto due o più parti concordino nel volere la produzione di determinati

effetti giuridici.

Non ogni accordo è però un contratto, la legge riserva la qualificazione di

contratto.

121) Elementi essenziali del contratto

L’art. 1325 del cod. civ. descrive gli elementi essenziali del contratto:

1)L’accordo delle parti;

2)La causa;

3)L’oggetto;

4)La forma (ove richiesta ad substantiam actus).

La norma si limita ad enunciare gli elementi strutturali del contratto,

definendoli quali “requisiti”, ossia connotati che devono essere presenti

affinché una concreta manifestazione di volontà delle parti si possa

qualificare come contratto.

122)Classificazione dei contratti

Classificazione dei contratti:

A)Contratti tipici o nominati e contratti atipici o innominati;

B)Contratti con due parti o con più di due parti;

C)Contratti a prestazioni corrispettive e contratti con obbligazioni a

carico di una parte sola(i primi sono contratti in cui le attribuzioni

patrimoniali rispettivamente a carico di ciascuna parte è a vantaggio della

controparte sono legate da un nesso di reciprocità o sinnallagma.

Esempi di contratti con obbligazioni a carico di una parte sola sono la

fideiussione (418) , il deposito gratuito(397), il comodato d’uso(400). Sono

poi chiamati bilaterali imperfetti quei contratti con obbligazioni a carico

di una parte sola;

D)Contratti a titolo oneroso e contratti a titolo gratuito;

E)Contratti di scambio e contratti associativi: nei primi la prestazione di

ciascuna parte è a vantaggio della controparte, mentre nei contratti

associativi è a prestazione di ciascuno è diretta al conseguimento di uno

scopo comune;

F)Contratti commutativi e contratti aleatori. Commutativi si dicono i

contratti in cui reciproci sacrifici sono certi; Aleatori sono invece i contratti

nei quali vi è incertezza sui reciproci sacrifici delle parti : nella

parti 413 è certa l’entità del premio che l’assicurato

assicurazione delle

deve pagare, ma è incerto se è quando dovrà pagare l’assicuratore;

G)Contratti ad esecuzione istantanea e contratti di durata:nei primi la

prestazione delle parti è concentrato in un dato momento, mentre nei

secondi la prestazione è continua nel tempo si ripete periodicamente.

I contratti ad esecuzione istantanea possono essere ad esecuzione

immediata o ad esecuzione differita.

H)I contratti a forma libera e i contratti a forma vincolata;

I)Contratti consensuali e contratti reali: i contratti consensuali, che sono

la maggioranza si perfezionano con il semplice consenso o accordo delle

parti; i contratti reali richiedono, oltre al consenso delle parti la consegna

del bene.

Contratti reali sono: il mutuo, il comodato, il deposito, il pegno, il cui

si aggiungono es. i contatto estimatorio la dazione di caparra, la

donazione “manuale”ecc.

L)Contratti a efficacia reale e contratti a efficacia obbligatoria. Si

dicono a efficacia reale i contratti che realizzano automaticamente, per

effetto del suo consenso, il risultato perseguito, mentre sono ad efficacia

obbligatoria i contratti che non realizzano automaticamente il risultato

perseguito, ma obbligano le parti ad attuarlo.

122)La formazione del contratto. La proposta e

l’accettazione.

In ogni caso, stabilire in quale momento l’accordo si è perfezionato è

evidentemente agevole quando il consenso delle due parti si manifesta in

un unico contesto di luogo e di tempo.

Uno è l’atto con il quale il procedimento medesimo s’inizia, la proposta,

l’altro quello con cui si chiude, l’accettazione.

Certamente proposta ed accettazione costituiscono dichiarazioni di volontà

unilaterali; quando la proposta segue l’accettazione allora si ha

l’accordo:proposta di accettazione come metaforicamente si suole dire si

fondono in una volontà unica la volontà contrattuale.

Affinché ciò si verifichi, occorre:

a) che l’accettazione pervenga al proponente nel termine da lui stabilito o in

quello ordinariamente necessario, se il destinatario non risponde entro un

termine congruo la proposta perde efficacia.

b) che la dichiarazione di colui al quale la proposta era destinata sia

conforme alla proposta;

c) che l’accettazione sia compiuta nella forma richiesta dal proponente.

Si possono individuare in astratto diversi criteri o principi secondo i quali è

possibile regolare l’efficacia di una manifestazione di volontà:

1) principio della dichiarazione(la manifestazione di volontà è efficace

non appena espressa);

2)principio della spedizione(la manifestazione di volontà è efficace non

appena trasmessa all’altra parte);

3)il principio della ricezione(la manifestazione di volontà è efficace

quando l’altra parte la riceve);

4)il principio della cognizione(la manifestazione di volontà è efficace

quando il destinatario ne viene a conoscenza);

In materia contrattuale il legislatore richiama il criterio della cognizione, ed

è la soluzione logicamente più coerente: non può verificarsi una fusione

della volontà, consenso, se non vi è la consapevolezza di entrambe le

parti circa l’intesa raggiunta. Perciò la legge stabilisce il contratto si

considera concluso nel momento e nel luogo in cui il proponente ha

conoscenza dell’accettazione della proposta, comunicatagli dalla

controparte(art.1326cod.civ.).

L’art.1335 cod. civ. stabilisce una generale presunzione valida per tutti i

negozi recettizi, secondo la quale la proposta e l’accettazione, nonché

qualsiasi dichiarazione diretta ad una persona determinata si reputa

all’indirizzo

conosciuta da questa non appena giunta del destinatario.

I contratti si possono concludere anche senza la formale accettazione,

ad un “ordine” ricevuto dal proponente.

dando direttamente esecuzione

122)Revoca di accettazione

L’art.1328 tratta distintamente della revoca, rispettivamente, della

proposta e dell’accettazione .

Il primo comma stabilisce che “la proposta può essere revocata finché il

contratto non si sia concluso”.

Il secondo comma stabilisce che” quanto alla revoca dell’accettazione,

che essa non ha effetto se non giunge a conoscenza del proponente

prima che vi giunga l’accettazione.

La revoca della proposta è considerata come atto non recettizio e

pertanto essa impedisce la conclusione del contratto purché sia stata

emessa prima che il proponente abbia avuto conoscenza dell’accettazione

della controparte.

123)La responsabilità precontrattuale

Secondo la giurisprudenza la culpa in contrahendo è di natura o

extracontrattuale; ciò significa che essa trova fondamento nella violazione

del generale principio del neminem laedere: la condotta scorretta durante

le trattative è ritenuta illecita e lesiva degli interessi, giuridicamente protetti,

dall’altra parte.

Si deve precisare che una parte consistente della dottrina non condivide la

qualificazione sostenuta dalla giurisprudenza e ritiene che la responsabilità

in esame abbia diversa natura, cioè si tratti di “responsabilità per

e dunque soggetta alle regole di cui gli art. 1218 ss.

inadempimento”,

Cod. civ.; secondo queste teorie esiste un obbligo giuridico che ha fonte

nelle norme di cui agli artt. 1337 e 1338 del cod. civ. di ciascuna delle parti

coinvolte in una trattativa prenegoziale di comportarsi, pertanto una

condotta scorretta costituisce inadempimento di un tale obbligo giuridico di

condotta.

Sulla tipologia dei danni risarcibili di culpa in contrahendo è diversa dai

danni dovuti nell’ipotesi di un danno risarcibile per inadempimento del

contratto la differenza si pone in relazione all’interesse giuridicamente

protetto. Nel caso di inadempimento viene leso l’interesse positivo

all’esecuzione della prestazione dovuta in forza del contratto, e quindi il

risarcimento si commisura al danno subito dal contraente appunto per non

aver ricevuto la prestazione che li era dovuta. Se invece non vengono

osservati i doveri che la legge impone durante le trattative si viene a ledere

un interesse della parte diverso da quello di ricevere la prestazione oggetto

del prefigurato, ma poi non perfezionato, contratto: un tale interesse,

sarebbe giuridicamente rilevante, perciò tutelato esclusivamente se il

contratto si fosse concluso, solo in questo caso si parla di diritto alla

prestazione.

Nel caso dell’ abusiva interruzione delle trattative, ovvero della

stipulazione di un contratto invalido, dunque la parte che ne sia stata

vittima può lamentare la lesione dell’interesse a causa della condotta

scorretta dell’altra parte (interesse negativo).

Non si deve credere che la responsabilità in contraendo si arresti al solo

il soggetto va ristorato anche dell’eventuale mancato

danno emergente

guadagno, e per questo aspetto occorrerà dimostrare il lucro che la parte

avrebbe ottenuto dall’esecuzione di altri potenziali affari, appunto danno

da lucro cessante.

124) VIZI E INCAPACITA’ DEL CONSENSO

Il contratto, in quanto negozio, è espressione di un volere individuale. Se

colui dal quale proviene la manifestazione di volontà si trova nella

situazione di incapacità di agire o il soggetto ha subito interferenze e

non possono determinare, l’invalidità

turbamenti, tali situazioni e vicende

dell’atto.

Il contratto stipulato da un soggetto incapace di agire o da un soggetto la

cui volontà risulti viziata è annullabile; si tratta di un rimedio che spetta a

colui il cui consenso sia stato viziato di impugnare il contratto,

l’annullamento da parte del giudice.

chiedendone appunto

I vizi della volontà a cui la legge attribuisce rilevanza sono:

a) l’errore;

b) il dolo;

c) la violenza

124a) Errore

L’errore consiste in una falsa conoscenza della realtà e si distingue in

errore vizio ed errore ostativo.

L’errore – vizio è un incidente sul processo di formazione della volontà, si

verifica quando il soggetto ha malamente accertato e valutato le

circostanze, cosicché la volontà espressa nella dichiarazione negoziale

risulta viziata dall’errore in cui è ricaduto il dichiarante. L’errore ostativo è

l’errore che cade sulla dichiarazione o sulla trasmissione della

dichiarazione, dunque presuppone che la volontà del dichiarante sia

correttamente formata ma sia stata espressa o trasmessa con un errore in

modo da non rispecchiare l’effettiva volontà del dichiarante.

Entrambi gli errori danno vita all’eventuale annullabilità del contratto ma a

condizione che l’errore sia:

a) essenziale;

b) riconoscibile dall’altro contraente.

L’errore essenziale cade :

a)sulla natura del negozio;

b)su l’oggetto del negozio;

c) sulla qualità della cosa che costituisce l’oggetto del negozio;

d)sulla persona, cioè sull’identità e qualità dell’altro contraente;

infine assumere rilevanza l’errore sulla quantità della

e) può

prestazione;

f) anche sull’errore di diritto, ciò che dà luogo quando esso ha

rappresentato la ragione unica o essenziale del negozio (l’interpretazione

della norma giuridica.

L’errore si considera riconoscibile, quando in relazione del contenuto, alle

circostanze del contratto o alle qualità dei contraenti, la controparte

usando la normale diligenza avrebbe potuto accorgesse.

124b) Il dolo

Un negozio è annullabile ove sia stato posto in essere in conseguenza di

raggiri perpetrati ai danni del suo autore. –

Il dolo come vizio del consenso è disciplinato dal cod.civ. negli artt. 1439

1440.

Per l’annullabilità dell’atto devono concorrere:

ossia un’azione idonea a trarre in inganno

a) il raggiro o ortificio la

vittima;

l’errore del raggirato raggirato non è sufficiente a creare l’annullabilità

b)

solo se il raggiro sia stato determinante cioè che l’inganno abbia avuto

successo;

c) la provenienza dell’inganno dalla controparte non è impugnabile almeno

quest’ultimo ne fosse a conoscenza e ne abbia tratto vantaggio.

che

124c) La violenza

La violenza psichica consiste nella minaccia di un male ingiusto, rivolta

ad una persona allo specifico scopo di estorcerle il consenso alla

stipulazione di un contratto ovvero di indurla a porre in essere un altro tipo

di negozio giuridico.

Si tratta, quindi, di un caso in cui la condotta altrui interferisce illecitamente

con il processo di formazione della volontà negoziale, inducendo una

persona a concludere il contratto sotto la pressione di una minaccia.

Da essa si differenzia la violenza fisica, che costituisce un ipotesi

alquanto insolita e si ha quando manca, del tutto, la volontà di emettere la

dichiarazione è l’atto fisico in cui consiste la manifestazione della volontà e

il risultato di un comportamento materiale di un terzo.

Qui occorre osservare che nell’ipotesi di violenza fisica la volontà della

parte è del tutto mancante, e pertanto il negozio concluso per effetto di

violenza fisica è ritenuto radicalmente nullo.

Invece nel caso di violenza psichica la volontà non manca: è viziata e

l’annullabilità del negozio

comporta, al pari degli altri vizi del volere,

compiuto del soggetto minacciato (art. 1434 cod.civ.).

La vittima della violenza psichica è posta pertanto di fronte alla scelta tra

subire il male minacciato, rifiutandosi di concludere il negozio che le si

intima di porre di essere l’atto richiesto.

125) LA FORMA DEL CONTRATTO

La “forma” , secondo un’accezione generale , la modalità di espressione

della volontà individuale.

Per quanto riguarda il contratto, il codice civile annovera la forma tra i

“requisiti” del contratto soltanto nell’ipotesi in cui essa sia richiesta della

legge “a pena di nullità”.

Il requisito di forma si propaga ai contratti preparatori, strumentali o

risolutori. La forma è talora richiesta a tutelare i terzi.

La forma scritta si intende rispettata anche quando è concernente la

trasmissione e ricezione dei documenti teletrasmessi.

126) LA RAPPRESENTANZA

è l’istituto per cui ad un soggetto,

La rappresentanza rappresentante, è

attribuito un apposito potere di sostituirsi ad un altro soggetto,

rappresentato, nel compimento di attività giuridica per conto di

quest’ultimo con effetti diretti nella sua sfera giuridica.

La rappresentanza si distingue in: rappresentanza diretta, rappresentanza

indiretta.

La rappresentanza diretta è quando una persona agisce in nome di

un'altra dichiarando di agire in nome del rappresentato, in sostanza deve

che non compie l’atto per se ma in nome del dichiarato.

dichiarare

La rappresentanza indiretta è quando colui che emette la dichiarazione

acquista i diritti e diventa correlativamente soggetto degli obblighi nascenti

dal negozio.

Non in tutti i negozi è ammessa la rappresentanza essa è esclusa nei

negozi che per la loro natura, si vogliono riservare esclusivamente alla

persona interessata e , perciò , in quelli di diritto famigliare e ne testamento

è ammessa, entro limiti ben ristretti.

Il potere rappresentativo può essere conferito dalla legge (rappresentanza

o essere conferito dall’interessato (rappresentanza

legale) volontaria).

La rappresentanza legale ricorre quando il soggetto è incapace: il minore è

rappresentato dai genitori, o qualora li sia stato nominato un tutore,

l’interdetto è rappresentato dal tutore, e il beneficiario dell’amministrazione

di sostegno dall’amministratore.

127) LA PROCURA

Il negozio con il quale una persona conferisce i poteri di una persona ad

un'altra si chiama procura. Perciò il rappresentante volontario si chiama

procuratore.

La procura serve a render noto ai terzi, con i quali il rappresentante dovrà

venire a contatto per assolvere all’incarico che egli è autorizzato a trattare

in suo nome, perciò la procura consiste in un negozio unilaterale

recettizio .

La procura ha l’effetto di attribuire al rappresentante o procuratore a porre

in essere atti giuridici le cui conseguenze si producono nel patrimonio del

rappresentante.

La procura può essere tacita o espressa risultante dai fatti concludenti, non

è richiesta alcuna forma particolare è necessaria la capacità legale

dell’interessato purchè questi abbia la capacità di intendere e volere. Può

concernere un solo affare o più affari determinanti (procura speciale) o

può riguardare tutti gli affari del rappresentato ( procura generale). La

procura è conferita nell’interesse del rappresentato, questi può modificarne

l’oggetto e i limiti e con un atto chiamato revoca può farne cessare gli

effetti.

La differenza tra procura e mandato risulta nel quale il mandato è un

contratto che regola i rapporti tra il mandante e il mandatario e ne disciplina

i reciproci obblighi.

128) La rappresentanza senza potere

A nessuno di regola può essere consentito di incidere con la propria attività

nella sfera giuridica altrui senza averne il potere, perciò il negozio compiuto

da chi ha agito come rappresentante senza averne il potere o eccedendo i

limiti della facoltà conferitagli non produce alcun effetto nella sfera giuridica

dell’interessato. Il negozio è perciò inefficace però il rappresentato con

una propria dichiarazione di volontà può approvare ciò che è stato fatto in

suo nome con una dichiarazione chiamata ratifica in effetti è equiparabile

ad una procura successiva.

La ratifica può essere espressa o tacita. La ratifica ha effetto retroattivo

anche se la retroattività della ratifica non può pregiudicare i diritti acquistati

dai terzi.

129) IL CONTRATTO PRELIMINARE

Si dice preliminare il contratto con cui le parti si obbligano a stipulare un

successivo contratto definitivo, del quale deve essere già determinato nel

preliminare il contenuto essenziale.

Il preliminare deve già precisare in modo sufficiente il contenuto del

contratto definitivo. La regola dettata a proposito della forma del contratto

preliminare è semplice: E’ la stessa descritta per il contratto definitivo per

tanto ad substantiam il contratto preliminare può vincolare ambe due le

parti o una sola.

130) L’OGGETTO DEL CONTRATTO

L’oggetto del contratto, stabilisce l’articolo 1346 deve essere possibile,

lecito, determinato o determinabile. Secondo la prima accezione per

oggetto del contratto debbono intendersi le prestazioni in una seconda

concezione identifica l’oggetto con il bene dovuto. I requisiti dell’oggetto:

a) possibile, cioè materialmente suscettibile di esecuzione;

cioè l’oggetto del contratto è illecito quando la prestazione è

b) lecito,

contraria ad una norma imperativa, all’ordine pubblico o al buon costume;

c) determinato o determinabile affinché possa sorgere effettivamente un

vincolo giuridico occorre che sia chiaro a cosa le parti si impegnano.

131) LA CAUSA DEL CONTRATTO

L’elemento essenziale di ogni negozio giuridico è la causa. Riferito al

negozio il concetto di causa è importante soltanto per quelli nei quali

l’autonomia dei privati può influire sugli effetti del negozio, la causa non ha

quindi importanza per atti quali il matrimonio, l’adozione, il riconoscimento

di un figlio naturale e cos’ via.

L’esigenza della causa che l’art. 1325 annovera espressamente tra i

requisiti del contratto deve essere lecita. L’ordinamento per concedere

efficacia al volere delle parti, sottopone l’atto di autonomia ad un controllo

circa il suo fondamento razionale e giuridico.

132) Negozi astratti

I negozi astratti si contrappongono agli altri che sono detti causali.

Un caso di astrazione si rintraccia nella delegazione pura , in cui il

delegato che si è obbligato nei confronti del delegatario non può sollevare

eccezioni relative ai rapporti sottostanti, di valuta e di provvista, e dunque

non può, per sottrarsi all’obbligo di pagamento, eccepire l’insussistenza

della causa.

Per completare l’argomento ricorderemo la distinzione tra astrazione

sostanziale e astrazione processuale.

L’astrazione sostanziale è quella di cui abbiamo parlato e per cui il

negozio nel suo funzionamento resta svincolato dalla causa.

L’astrazione processuale presuppone che il negozio sia causale: chi

agisce per ottenere la prestazione, derivante a suo favore da siffatto

negozio, non ha l’onere di dimostrare l’esistenza e la liceità della causa, ma

chi è chiamato in giudizio deve provarne l’eventuale mancanza o illiceità,

se vuol sottrarsi alla condanna. L’astrazione processuale si risolve

pertanto, in una inversione legale dell’onere della prova.

In ogni caso, nel nostro ordinamento le figure di negozi astratti possono

produrre soltanto effetti obbligatori.

133) Mancanza della causa

La mancanza originaria della causa produce la nullità del negozio.

Può darsi che la causa manchi originariamente solo in parte (difetto

genetico parziale). Ciò può avvenire nei contratti a prestazioni

corrispettive, nei quali al sacrificio patrimoniale fanno parte fa riscontro

quello dell’altra.

A rigore perché la causa debba ritenersi in parte mancante basterebbe che

le due prestazioni non siano equivalenti, ovvero se lo squilibrio tra la

prestazione di una parte e il corrispettivo assuma proporzioni inique o

notevoli e sia frutto del perdura mento della volontà di una delle parti.

La causa può esistere e tuttavia possono sopravvenire circostanze che

impediscono alla causa di funzionare (difetto sopravvenuto o funzionale

della causa).

134) GLI EFFETTI DEL CONTRATTO

Finché il contratto non è perfezionato le parti conservano la loro libertà di

momento in cui l’accordo si

addivenire o meno alla sua stipulazione. Ma dal

perfeziona esse sono obbligate ad osservarlo: ciò che la legge esprime

affermando addirittura che “il contratto tra le parti”.

ha forza di legge

Le parti sono però libere, con un contrario atto di comune volontà, di

o modificare il contratto. L’art. 1372 cod. civ. stabilisce infatti che

sciogliere

il contratto può essere sciolto per “mutuo consenso” delle parti.

Il recesso unilaterale, ossia il diritto di liberarsi unilateralmente dagli

obblighi assunti con il contratto è ammissibile soltanto quando

specificamente attribuito dalla legge o da un apposito patto.

Quando un diritto di recesso sia stato concordato a favore di una o di

entrambe le parti, la facoltà di recedere deve essere esercitata prima che

abbia inizio l’esecuzione del contratto.

Spesso un diritto di recesso è attribuito ad un risarcimento del danno.

Talvolta è la stessa legge che attribuisce ad una delle parti il diritto di

recedere da un contratto ove si verifichino determinati presupposti:

soprattutto nei contratti ad esecuzione protratta nel tempo è normale,

qualora non sia predeterminata la durata del rapporto e si tratti quindi di

contratti a tempo indeterminato, che ciascuna parte possa liberamente

recedere, salvo eventualmente l’onere di dare a l’altra parte un congruo

preavviso.

135) Gli effetti tra le parti. L’integrazione.

Gli effetti del contratto, per quanto riguarda le parti, corrispondono in linea

di principio al contenuto dei loro accordi (autonomia negoziale). La

determinazione del significato di tali accordi dipende dalla interpretazione

della volontà delle parti.

Per stabilire quali effetti un negozio è idoneo a produrre occorre non

soltanto averlo interpretato, ma altresì aver proceduto ad altre due

qualificazione dell’atto e la integrazione

operazioni: la dei suoi effetti.

Per qualificazione dell’atto si intende la sua sussunzione sotto la fattispecie

legale appropriata, in base alla quale si determina la disciplina applicabile.

Il contratto produce poi non soltanto gli effetti perseguiti dalle parti, ma

anche quelli disposti dalla legge, dagli usi e dall’equità. L’integrazione

degli effetti del contratto è importante soprattutto per risolvere i problemi

posti dalle eventuali lacune della disciplina negoziale, che possono essere

colmate da norme dispositive.

136)I contratti ad effetti reali e ad effetti obbligatori

I contratti possono essere ad effetti reali, quando determinano la

trasmissione o la costituzione di un diritto reale o di un altro diritto, ovvero

ed effetti obbligatori, quando danno luogo alla nascita di un rapporto

obbligatorio.

L’art. 1376 cod civ.il quale stabilisce che se il contratto ha per oggetto una

cosa determinata, la proprietà passa per effetto del consenso manifesto

nelle forme di legge. Non occorre altro perché l’effetto reale si produca :

basta che le parti abbiano sottoscritto il contratto, se si tratta di immobili ed

è richiesto, perciò, l’atto scritto.

137)Gli elementi accidentali del contratto.

impostazione nell’analisi del contratto, e del negozio

Una tradizionale

giuridico più in generale, distingue tra gli elementi essenziali ed elementi

accidentali.

I più importanti tra gli elementi essenziali sono: la condizione, il modo e il

termine

138)La condizione

La condizione è un avvenimento futuro ed incerto, dal quale le parti fanno

dipendere o la produzione degli effetti del negozio, cui la condizione è

apposta, o l’eliminazione degli effetti del negozio ha già prodotto.

L’espressione “condizione” viene adoperata sia indicare la clausola

inserita nel negozio, sia l’evento dedotto in condizione, dal

condizionale

quale le parti fanno dipendere la produzione o la risoluzione degli effetti

dell’atto. Dalla definizione data risulta che la condizione può essere di due

specie: sospensiva se da essa dipende il prodursi degli effetti del

se da essa dipende l’eliminazione degli effetti del

negozio, risolutiva,

negozio.

La condizione è illecita quando è contraria a norme imperative. Di

una condizione che subordinava l’efficacia

recente è stata ritenuta illecita

della disposizione alla circostanza che il beneficiario contraesse

matrimonio.

La condizione impossibile è quella che consiste in un avvenimento

irrealizzabile, o dal punto di vista naturale o da quello giuridico.

si dice avverata quando si verifica l’evento dedotto.

La condizione

Quando la condizione sospensiva si è verificata, si producono tutte le

conseguenze del negozio, con effetto retroattivo al tempo in cui è stato

concluso, ossia si considera come se gli effetti si fossero prodotti non già

dal momento in cui l’avvenimento dedotto in condizione ha avuto luogo (ex

L’inverso

nunc), ma da quello del perfezionamento del negozio(ex tunc).

avviene se la condizione è risolutiva.

139)Il termine

Il termine consiste in un avvenimento futuro e certo, dal quale (termine

iniziale) o fino al quale (termine finale) debbono prodursi gli effetti del

negozio.

Il termine differisce dalla condizione per il carattere di certezza del

verificarsi dell’avvenimento: futuro.

questo è anch’esso

Se è certo che l’avvenimento si verificherà, può non essere determinato il

momento in cui ciò avverrà perciò il termine si distingue in determinato e

in determinato.

140)Il modo

Il modo è una clausola accessoria che si appone ad una liberalità allo

scopo di limitarla, imponendo un determinato dovere di condotta, o di

astensione, a carico del beneficiario della liberalità.

La limitazione può consistere in un obbligo di fare o di non fare, il modo

riduce gli effetti dell’attribuzione patrimoniale, ma non ne costituiscen un

corrispettivo.

141)Simulazione

Gli artt. 1414 ss. cid.civ.sono dedicati alla figura della simulazione.

Si considera, “simulato” un contratto quando le parti pongono in essere

l’esteriorità di una dichiarazione contrattuale, al fine di poterla invocare di

fronte a terzi, ma sono tra loro d’accordo che gli effetti previsti dall’atto

simulato non sono venuti e non si devono verificare; conseguentemente i

simulati sono tra loro intesi che non daranno esecuzione alla prestazioni

previste dal contratto, in quanto, appunto, non dovute.

Ciò che caratterizza la simulazione, dunque, è il c.d. accordo “simulatorio”,

ossia l’intesa tra i simulanti, ovviamente destinata nelle loro intenzioni a

restare riservata, che il contratto ufficiale da questi ultimi stipulato è

meramente fittizio e pertanto inidoneo a realizzare gli effetti cui appare

preordinato, cosicché la situazione giuridica che dovrebbe sorgere per

effetto del contratto è solo apparente, mentre la situazione giuridica reale

quella anteriore all’atto.

rimane

Siamo in presenza di una finzione concordata tra le parti.

La simulazione può essere posta in essere per le più varie ragioni, spesso

illecite, ma talvolta anche senza che vi sia un intento giuridicamente

fraudolento, bensì per sole ragioni di riservatezza.

Lo scopo per cui le parti ricorrono alla simulazione si suole chiamare causa

simulandi.

L’art. 1414, comma 3, cod. civ. estende espressamente le disposizioni

dettate per il contratto simulato ai negozi unilaterali destinati a persona

determinata, alle quali si applica il regime dettato per la simulazione

quando siano “simulate per accordo tra il dichiarante e il destinatario”.

Per comprendere il fenomeno simulatorio occorre tenere presente questa

delle parti di porre in essere l’esteriorità di un

duplicità di piani: la volontà

certo contratto “ostenibile”, ossia destinato a far apparire ai terzi una

determinata situazione giuridica e l’accordo riservato in forza del quale le

parti considerano inefficace il negozio “apparente”.

142) Simulazione assoluta e relativa

Abbiamo visto che un contratto si dice “simulato” quando le parti, pur

avendo ufficialmente fatto mostra di volerlo, in realtà, tramite un

contestuale “accordo , ne hanno escuso l’efficacia giuridica.

simulatorio”

se le parti, con i loro accordi “interni”, si

La simulazione si dice assoluta

limitano ad escudere la rilevanza, tra loro, del contratto apparentemente

stipulato.

La simulazione si dice relativa, qualora le parti concordino che nei loro

rapporti interni assuma rilevanza un diverso negozio, che si dice

dissimulato.

La simulazione relativa può investire il tipo contrattuale, ossia essere volta

a celare, dietro un contratto apparente un contratto vero con un diverso

schema negoziale. la simulazione per l’art. 1415, comma 2, cod. civ.

I terzi interessati a ridurre

Estranei al contratto simulato, qualora ne siano pregiudicati possono farne

accertare l’inefficacia.

143) Invalidità ed inefficacia del contratto

L’ordinamento giuridico pur riconoscendo ai privati il potere di porre in

essere dichiarazioni negoziali nei limiti e requisiti previsti dal regolamento.

Se l’atto e carente dei presupposti ed i requisiti previsti dalla legge il

negozio si dice invalido. Il negozio giuridico è invalido quando è affetto da

vizi che lo rendono inidoneo ad acquistare pieno ed inattaccabile valore

giuridico.

L’invalidità può assumere due aspetti: la nullità e l’annullabilità.

Il negozio nullo come appena accennato non solo è invalido ma altresì

radicalmente inidoneo proprio per la sua nullità, ha produrre in alcun modo

gli effetti ai quali l’intenzione delle parti è orientato.

Il cod. civ. qualifica spesso come un atto “nullo” l’es dell’art. 68 del cod.

civ., nullità del matrimonio del coniuge di chi sia stato erroneamente

dichiarato morto presunto.

Del resto la figura della “nullità” si è estesa dal campo del diritto privato a

tutti i campi dell’ordinamento ed è quindi di uso generalizzato: si parla della

nullità di atti amministrativi, di atti processuali ed anche di sentenze sia

civili che penali. pertanto, quando a prescindere dalla “causa

Un atto si dice nullo, della

ossia dal vizio che la determina va valutato come idoneo a

nullità”

produrre i suoi effetti tipici.

143a) Le cause di nullità di contratto

L’art. 1418 enumera le cause di nullità del contratto ossia i vizi ritenuti così

gravi da determinare l’inidoneità dell’atto a produrre gli effetti che tende.

Le cause di nullità del contratto si dividono in tre grandi categorie:

a) Le nullità testuali, si tratta di cui le ipotesi di riconoscimento sono

agevoli in quanto la legge descrive la fattispecie negoziale colpita da

invalidità in quanto disapprovata dall’ordinamento, e ne afferma

testualmente l’invalidità;

b) nullità strutturali ovvero quando mancanza o vizio di uno degli

elementi essenziali del negozio:

1) la mancanza di forma quando sia richiesta ab sustantiam;

2) illeicità della causa;

3) la mancanza dell’oggetto dei requisiti stabiliti;

c) la nullità virtuale: infine un atto è nullo quando è contrario a norme

imperative, quando anche la nullità dell’atto sia espressamente previsto

dalla legge, quindi il giudizio di nullità previsto per uno specifico contratto è

sottoposto a valutazione e dipende dalla compatibilita del medesimo con

norma “imperativa”.

una

d) le nullità di protezione nua categoria che si va diffondendo nella

legislazione speciale in cui il contratto non è qualificato nullo per ragioni di

interesse generale ma ai fini di tutela di una delle parti: è frequente

l’impiego di tale strumento nell’ambito dei contratti dei consumatori.

143b) Nullità parziale

Il vizio che determina la nullità può investire l’intero negozio ( nullità totale)

o soltanto una o più clausole dell’atto ( nullità parziale) che comunque

nullo in caso le parti non avrebbero concluso senza quella parte del

contenuto che ècolpito dalla nullità invece se bene apputato delle clausole

nulle, può continuare a svolgere una funzione apprezzabile, l’atto rimane

valido per la parte non colpita dalla nullità

143c) L’azione di nullità

L’azione di nullità presenta alcune caratteristiche significative:

imprescrittibile a differenza dell’annullamento che è

a) in primo luogo è

prescrizione

b) in secondo luogo è escusa qualsiasi sanatoria del negozio, il negozio

nullo non può essere convalidato come dice l’art.1423, ossia le parti non ne

possono confermare o consolidare gli effetti. L’inammissibilità della

convalida dell’atto nullo dettata come regola generale può essere derogata

da alcune disposizioni di legge;

c) Lazione di nullità è un azione di mero accertamento in quanto la

sentenza che accoglie la domanda non modifica la situazione giuridica

preesistente, limitamdosi ad accertare in modo non più controvertibile, che

il negozio è nullo;

d) la legittimazione attiva a far valere la nullità di un negozio è

riconosciuta a chiunque ne abbia interesse, in caso di nullità di un contratto

possono esperire l’azione di nullità sia ciascuno dei contraenti, sia perfino i

terzi estranei al contratto nullo; rilevata d’ufficio dal giudice,

e) la nullità di un atto puo essere a contrario

dell’annullabilità.

144) L’annullabilità

L’annullabilità costituisce un’anomalia di minore gravità rispetto alla nullità.

In genere l’annullabilità deriva dall’inosservanza delle regole che, pur

dettate nell’interesse generale, mirano a proteggere particolarmente una

dei soggetti.

Le cause generali di annullabilitàò del contratto sono:

l’incapacità legale o naturale del soggetto;

a)

b) i vizi di volontà: errore violenza o dolo.

L’annullabilità del negozio presenta i seguenti caratteri:

l’azione tendente a far annullare un negozio, l’azione

a) di

annullamento, è un azione costitutiva, in quanto non si limita a far

accertare ma mira a modificarla;

b) salvo una diversa disposizione di legge la legittimazione a chiedere

l’annullamento solo alla parte nel cui interesse di invalidità è prevista dalla

legge;

c) l’annullabilità di un atto non può essere rilevata d’ufficio;

d) l’azione di annullamento è soggetta a prescrizionre la cui prescrizione

comincia a decorrere dal giorno in cui è cessata la causa che ha dato luogo

al vizio;

e) mentre l’azione di annullamento è soggetta a prescrizione, la

corrispondente eccezione può essere sollevata in ogni tempo dalla parte

che sia stata convenuta in giudizio per l’esecuzione del contratto;

l’annullabilità è dsanabile, attraverso la convalida del negozio

f)

145) la rescissione è la risoluzione del contratto

In alcuni casi la legge concede l’azione di rescissione.

La rescissione del contratto può chiedersi per anomalie genhetiche cioè

coeve alla conclusione del contratto, in due ipotesi:

a) perché è stato concluso in stato di pericolo;

b) per lesione.

Per l’azione di rescissione del contratto stipulato in condizioni edi pericolo

accorrono i seguenti presupposti:

a) Lo stato di pericolo in cui una dei contraenti o l’altra persona si trovava

nel momento di conclusione del contratto, deve trattarsi di una situazione di

pericolo attyuale di un danno grave alla persona, dallo stato di necessità

che esonera la gente dalla responsabilità penale e civile conseguente al

fatto connesso;

b) il fatto che lo stato di pericolo fosse noto alla controparte;

c) l’iniquità dellecondizioni a cui il contraente ha dovuto soggiacere.

146) l’azione di risoluzione per adempimento

La risoluzione del contratto, ossia lo scioglimento del vincolo contrattuale

può avvenire:

a) per inadempimento;

b)per impossibilità sopravvenuta;

c) per eccessiva onerosità

La risoluzione per inadempimento è applicabile soltanto per i contratti a

prestazioni corrispettive, nei quali il sacrificio di ciascuna delle parti trova la

sua giustificazione.

Il creditore difronte all’inadempimento della contro parte può richiedere lo

scioglimento in tal modo egli non dovrà più adempiere alla prestazione, in

questo caso il risarcimento non si aggiunge al diritto di ottenere la

prestazione promessa ma si sostituisce a quello e perciò e commisurato

non al semplice danno del ritardo, ma al pregiudizio che il contraente ha

subito per non aver ricevuto la prestazione.

L’impossibilità , estingue l’obbligazione,

sopravvenuta della prestazione

nei contratti corrispettivi essa fa venir meno la giustificazione del diritto alla

contro prestazione e perciò da luogo alla risoluzione. Se la prestazione è

divenuta solamente parzialmente impossibilie il corrispettivo dovrà essere

ridotto e quindi la risoluzione parziale, se però la prestazione cheè

residuata non offre un interesse apprezzabile per il creditore egli può

recedere dal contratto.

Nei contratti plurilaterali l’impossibilità della prestazione dovuta da uno dei

contraenti comporta scioglimento del contratto soltanto relativamente a

quest’ultimo mentre rimane efficace per le altre parti.

Risoluzione per eccessiva onerosità quando tra il momento della

stipulazione del contratto e quello della sua esecuzione intercorre un certo

periodo di tempo si verifichino eventi tali da modificare l’originaria

valutazione dell’una o dell’altra parte circa la convenienze economica della

operazione programmata, se ciascuna parte potesse evocare i fatti

sopravvenuti per liberarsi da vincoli contrattuali giudicati non più

convenienti ne risulterebbe pregiudicati con la certezza dei rapporti

negoziali, la regolarità dei traffici.

Per il grave caso in cui i fatti sopravvenuti straordinari ed imprevedibili

rendano la prestazione di una delle due parti eccessivamente onerosa,

determinando un sacrificio sproporzionato di una parte a vantaggio

dell’altro il legislatore ha pertanto concesso il diritto alla risoluzione del

contratto per eccessiva onerosità.

146) LE OBBLIGAZIONI NASCENTI DA LEGGE

Le fonti legai dell’obbligazione sono:

a) la gestione d’affari;

b) la ripetizione di indebito;

c)l’arricchimento senza causa;

146a) La gestione di affari

La gestione d’affari nasce da un facere del gestore che si esplica nel

compimento di atti giuridici o materioli o obiettivamente utili all’interessato.

I presupposti perché trovi applicazione nella disciplina della gestione degli

affari sono:

a)l’impedimento dell’interessato a provvedere i propri interessi;

b) la consapevolezza del gestore di curare gli interessi altrui;

c) la spontaneità dell’intervento del debitore che non deve essere obbligato

a cura dell’affare dell’interessato;

d) l’utilità iniziale della gestione.

Qualora concorrano i presupposti sopra indicati, sorgono:

a) in capo al gestore l’obbligo di continuare la gestione intrapresa fino a

quando l’affare sia completato;

b) sempre in capo al gestore, le obbligazioni che gli verrebbero da un

mandato;

c)in capo al dominus l’obbligo da adempiere l’obbligazioni che il gestore ha

assunto in nome di lui;

d) in capo al dominus cl’obbligo di tenere indenne il gestore dalle

obbligazioni che questi abbia assunto per conto di lui ma in nome proprio;

e) sempre in capo al dominus un obbligo di rimborsare al gestore tutte le

spese necessarie od utili che quest’ultimo abbia affrontato nell’interesse del

dominus stesso.

146b)La ripetizione di indebito

L’adempimento serve ad estinguere un’obbligazione. Se taluno effettua un

adempimento senza che preesista un debito, chi l’ha eseguito ha diritto alla

restituzione della prestazione non dovuta o come si dice alla

ripetizione dell’indebito.

L’indebito di distingue in:

a)”indebito oggettivo” che si ha allorquando viene effettuato un

pagamento benchè non esista alcun debito;

b)”indebito soggettivo” che si ha allorquando chi non è debitore, tuttavia,

credendosi erroneamente tale, paga ala creditore quanto, in realtà, dovuto

a quest’ultimo da un terzo.

146c)l’ingiustificato arrichimento

L’ordinamento giuridico non può consentire che una persona riceva

vantaggio dal danno arrecato ad altri, senza che vi sia una causa che

giustifichi lo spostamento patrimoniale da un soggetto ad un altro.

La legge ha tuttavia stabilito, il principio in questione, a tal fine ha concesso

come rimedio generale l’azione “di ingiustificato arricchimento” essa ha

carattere sussidiario, cioè solo quando il danneggiato non possa esperire

altra azione per rimuovere il pregiudizio.

Presupposti dell’azione sono:

l’arricchimento di un soggetto

a) ha urilizzato un bene altrui, si è avvalso

di un servizio da altri prestato ecc.

b) la diminuzione patrimoniale di un altro soggetto;

il fatto che l’arricchimentodell’un soggetto e

c)

l’impoverimentodell’altro siano effetti di un medesimo fatto causativo;

dell’arricchimento dell’uno e della

d) la mancanza di causa giustificata

perdita dell’altro.

Gli effetti dell’ingiustificato arricchimento impone, a carico dell’arricchito, on

in natura, qualora l’arricchimento abbia ad

obbligo di restituzione

oggetto una cosa determinata, ovvero un obbligo di indennizzare la

controparte della diminuzuione patrimoniale sofferta .

LE OBBLIGAZIONI NASCENTI DA ATTO ILLECITO

147) LA RESPONSABILITA’ EXTRACONTRATTUALE

Il creditore può subire un danno in conseguenza dell’inadempimento di un

debitore. Problema del tutto analogo si ripropone tutte le volte in cui il

prescindere dall’esistenza di un

comportamento di un soggetto a

precedente rapporto obbligatorio fra le parti interesate produca un

danno ad un altro soggetto. Il danneggiato può richiedere il risarcimento del

danno ricevuto dal danneggiante.

Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno

ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

L ‘art 2046 cod. civ. secondo cui si deduce, perché il danneggiante sia

obbligato a risarcire il pregiudizio dallo stesso causato al

danneggiato debbono concorrere i seguenti presupposti:

a) il fatto;

l’illeceità del fatto;

b) l’imputabilità del fatto al danneggiante;

c)

d) il dolo o la colpa del danneggiante;

il nesso causale fra il fatto e l’evento dannoso;

e)

f ) il danno;

La responsabilità ove concorrano detti presupposti, grava sul danneggiante

“ responsabilità extracontrattuale”.

viene definita

147a) Il fatto

Per “fatto” si i ntende ciò che cagiona il danno.

Solitamente, si tratta di un comportamento dell’uomo. La condotta del

danneggiante può essere “commissiviva” quando consiste in un facere

oppure “omissiva” quando consiste in un non facere.

Bensì solo la condotta omissiva che risulti posta in essere in violazione di

un obbligo giuridico di intervenire imposto dall’ordinamento, peraltro

l’evento produttivo di danno può anche consistere in un mero fatto

fatto naturale che talora la legge “imputa” ad un soggetto o

materiale:

perché quest’ultimo è gravato dall’obbligo di evitarlo o in considerazione

del particolare legame fra il fatto e il soggetto.

147b) Illeicità del fatto

Talora è la legge ad indicare espressamente che un determinato fatto è

“illecito” e, in quanto tale, obbliga chi lo pone in essere a risarcire il danno

che dovesse derivarne a terzi.

In particolare, con previsione di carattere generale, l’art. 185, comma 2,

cod. pen. Dispone che “ogni reato, che abbia cagionato un danno

patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole” sicchè

l’illecito costituisce anche l’illecito

penale civile.

A quest’ultimo proposito, va evidenziato che gli “illeciti sono

penali”

“tipici”, nel senso che debbono essere definiti in modo preciso dalla legge.

Mentre gli “illeciti rispondono al principio opposto dell’ “atipicità”.

civili”

L’art. 2043 cod. civ. statuisce infatti che oltre che nell’ipotesi in cui la

prevista dalla legge “qualunque

risarcibilità del danno è espressamente

fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto obblighi

colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

Per avere un danno ingiusto non basta una qualsiasi lesione di interesse

che all’interno della lesione dell’interesse altrui si

altrui, è necessario,

identificano gli atti illeciti, la condotta che li determina sarà antigiuridica

Conseguentemente è risarcibile la lesione dei diritti della persona ovvero la

lesione di diritti reali.

A lungo la giurisprudenza ha negato la risarcibilità della lesione dei diritti

di credito proprio perché sono diritti relativi che vengono tutelati solo nei

confronti del debitore, non dai terzi in genere. “induzione

Oggi è riconosciuta la risarcibilità del danno da

all’inadempimento”: cioè quella derivante dalla condotta del terzo che

determini il debitore a non adempiere.

Oggi è ammessa la risarcibilità del danno da lesione di un interesse

legittimo: il danno derivante cioè, derivante dalla violazione, da parte della

pubblica amministrazione, di una regola di comportamento posta

all’interesse generale.

L’illecita lesione d’interessi tutelati dall’ordinamento giuridico non

importa se elevati o meno dal diritto soggettivo viene comunemente

indicata come “EVENTO LESIVO, EVENTO DANNOSO O DANNO

EVENTO.

147c) Le cause di giustificazione

Perché un danno possa qualificarsi come “ingiusto” è necessario che lo

cioè, non nell’esercizio di un diritto

stesso sia cagionato non iure

dall’ordinamento riconosciuto al danneggiante.

Perché operi la scriminante della legittima difesa devono concorrere i

presupposti:

a) illegittima aggressione alla persona od anche solo ad un patrimonio della

persona;

b) dell’attualità del pericolo che ne deriva;

c) dell’inevitabilità del pericolo;

strumentalità dell’offesa che deve essere volta a neutralizzare

d) della

l’aggressione;

e) della proporzionalità dell’offesa.

147d) L’imputabilità del fatto

Non risponde delle conseguenze del fatto dannoso recita l’art. 2046 chi non

aveva la capacità di intendere e di volere al momento in cui lo ha

commesso.

La capacità di rimanere obbligato al risarcimento dei danni cagionati dal

proprio fatto illecito dipende solo dalla circostanza che nel momento in cui

ha commesso il fatto il danneggiante abbia le capacità di intendere e di

volere.

147e) Il dolo e la colpa

L’art. 2043 cod. civ. fra i presupposti della responsabilità extracontrattuale,

il dolo o la colpa dell’autore dell’atto illecito.

Per “dolo” s’intende l’intenzionalità della condotta, nella consapevolezza

che la stessa può determinare l’evento dannoso.

Non è necessario che l’autore ponga in essere quella determinata condotta

proprio al fine di riprodurre l’evento dannoso “dolo diretto”.

E’ sufficiente che l’autore, pur non agendo al fine specifico di realizzare

l’evento dannoso, si sia rappresentato il suo verificarsi come possibile

conseguenza della sua condotta “ dolo eventuale”.

Il dolo quale presupposto della responsabilità extra contrattuale non va

confuso con il dolo quale vizio della volontà, nel primo caso il termine

indica l’elemento psicologico, che caratterizza la condotta dell’agente; nel

secondo caso la condotta tenuta dal soggetto.

Per “colpa” si intende il difetto della diligenza, della prudenza, della

ovvero per colpa s’intende l’inosservanza di leggi,

perizia richieste,

regolamenti, ordini o discipline: cioè la rispondenza della condotta

tenuta dall’agente allo standard di adeguatezza imposto dall’ordinamento.

148) la responsabilità oggettiva

L’art. 2043 lascia intendere che il danno extracontrattuale sia risarcibile

solo se l’atto che lo cagiona è doloso o colposo. Il codice prevede anche

l’ipotesi in cui l’evento dannoso anche in assenza di dolo o di colpa si

presenti, in questi casi si parla di “responsabilità oggettiva”.

L’art. 2049 cod. civ. statuisce la responsabilità del c.d. “preponente” per i

danni cagionati a terzi da suoi “preposti” nell’esercizio delle incombenze

cui gli stessi sono adibiti.

In tal caso, non solo il danneggiato ha l’onere di provare che la condotta

del preponente è connotata da dolo o colpa; ma il preponente non può

neppure sottrarsi a responsabilità.

149) Il nesso di causalità

L’altro presupposto che deve concorrere perché si abbia responsabilità

extracontrattuale è il nesso di causalità tra fatto ed evento lesivo.

Ogni evento lesivo è normalmente il risultato di una pluralità di concause.

Dal punto di vista naturalistico, dunque, possono ritenersi cause di un

determinato evento tutte quelle condotte senza il cui concorso l’evento

stesso non si sarebbe prodotto: o, come si suol dire, tutte quelle condotte

dal verificarsi dell’evento c.d.

che costituiscono condicio sine qua non

“causalità materiale”.

Nel singolo caso concreto, del nesso di causalità materiale, sarà dunque

se l’evento dannoso si sarebbe verificato ugualmente

necessario indagare

in assenza di una determinata condotta.

L’obbligo del risarcimento non sempre grava su tutti i soggetti che hanno

posto in essere un antecedente necessario dell’evento dannoso occorre

selezionale quelle che ne sono la causa giuridicamente rilevante.

150) La responsabilità per fatto altrui

L’obbligo di risarcire il danno grava su chi lo ha cagionato come fatto

proprio.

A maggior tutela del danneggiato prevede che detto l’obbligo gravi su

determinati soggetti, anche se il pregiudizio è causato da fatto di altri.

La “responsabilità del terzo si aggiunge a quella

indiretta” diretta

dell’autore dell’illecito: ciò, al fine di favorire il danneggiato che, in tal modo,

potrà fare conto, a garanzia del proprio credito risarcitorio, non solo sul

patrimonio di chi gli ha cagionato il pregiudizio, ma anche su quello di un

altro soggetto.

Ipotesi di responsabilità indiretta:

a) danno cagionato da soggetto incapace di intendere e di volere;

b) danno cagionato dal fatto illecito dai figli minori non emancipati a da

persone sottoposte a tutela;

c) danni cagionati dal fatto illecito cagionati da allievi ed apprendisti nel

momento in cui sono sottoposti a vigilanza;

d) dei danni cagionati da fatto illecito commessi da domestici e commessi.

151) Il danno

L’ultimo presupposto per il sorgere dell’obbligo risarcitorio è il verificarsi, in

conseguenza del fatto illecito, di un “danno”: se danno non vi è, non può

esservi, neppure in presenza di un illecito, responsabilità civile.

La nozione di “danno per tale intendendosi come si è detto al

evento”, di un interesse tutelato dall’ordinamento.

precedente la lesione non iure

La nozione di “danno per tale intendendosi i pregiudizi

conseguenza”,

concretamente sofferti dalla vittima in conseguenza del verificarsi del

“danno evento”.

Mentre il “danno è un connotato dell’ “illiceità e il

evento” del fatto”

“danno ad essere oggetto di risarcimento: se “danno

conseguenza”

non vi è, non sorge alcun obbligo risarcitorio.

conseguenza”

Per “danno” si intende qualsiasi alterazione negatoria della situazione del

soggetto di risarcimento se è danno conseguenza.

Il danno si distingue in:

a) danno patrimoniale per tale intendendosi quello che si concretizza

nella lesione di interessi economici del danneggiato;

b) danno non patrimoniale per tale intendendosi quello che si concretizza

nella lesione di interessi della persona non connotati da rilevanza

economica.

La lesione di un medesimo interesse tutelato dall’ordinamento giuridico

tutelato dall’ordinamento giuridico cioè, il

cioè, il medesimo interesse

medesimo “danno-evento” può comportare, al contempo, sia un danno

patrimoniale sia un danno non patrimoniale.

Il medesimo fatto illecito può causare danno a soggetti diversi.

ma impropriamente, di “danno

In questi casi, si parla correntemente,

per indicare che l’evento dannoso che colpisce la c.d. “vittima

riflesso”

primaria” dell’illecito: in realtà, si tratta, più semplicemente, di un medesimo

fatto dannoso che lede contestualmente le situazioni giuridiche di più

soggetti diversi.

Ovviamente, risarcibili saranno solo i danni che siano conseguenza

“immediata del fatto illecito: cioè, quelli che rientrano nel novero

e diretta”

degli effetti normali ed ordinari del fatto illecito, secondo il criterio della c.d.

“causalità giuridica”.

Laddove concorrano tutti i presupposti per il sorgere della responsabilità

extracontrattuale, in capo al danneggiante nasce l’obbligo del risarcimento

del danno, nelle due forme:

a) del risarcimento per equivalente, consistente nella dazione al

danneggiato di una somma di denaro in misura tale da compensarlo del

pregiudizio sofferto;

b) del risarcimento in forma specifica consiste nella rimozione diretta del

pregiudizio verificatosi.

Il danno deve essere riparato integralmente.

152) Il danno patrimoniale

Il “danno consiste nell’alterazione negativa della situazione

patrimoniale”

patrimoniale del soggetto leso, rispetto a quella che si sarebbe avuta in

assenza del fatto illecito.

Il danno patrimoniale comprende:

a) sia il “danno per tale intendendosi la diminuzione del

emergente”,

patrimonio del danneggiato;

b) sia il “lucro per tale intendendosi il guadagno che la vittima

cessante”

dell’illecito avrebbe presumibilmente conseguito e che invece non ha

conseguito a causa dell’illecito sofferto.

Il risarcimento ha ad oggetto sia il danno già sofferto dalla vittima al

momento della liquidazione, sia danno futuro.

In considerazione delle difficoltà insite nella sua qualificazione, “il lucro

prevede l’art. 2056, comma 2, cod. civ.

cessante” è valutato dal giudice

con equo apprezzamento delle circostanze del caso.

La valutazione equitativa rimessa al giudice riguarda solo il quantum del

danno, non già l’an, che deve, invece, essere provato dal danneggiato.

153) Il danno non patrimoniale

Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati

dalla legge.

Detta previsione normativa è stata oggetto di un’interpretazione

particolarmente restrittiva:

a) da un lato, poiché, per lungo tempo, l’unico “caso determinato dalla

di una qualche rilevanza pratica è stato quello contemplato dall’art.

legge

185, comma 2, cod. pen.

Corrente era l’affermazione secondo cui il danno non patrimoniale sarebbe

stato risarcibile, in buona sostanza, solo allorquando il fatto illecito che lo

ha cagionato integra gli estremi del reato;

b) da altro lato, corrente era la tendenza a far coincidere il danno non

patrimoniale con il c.d. “danno cioè, con la sofferenza

morale soggettivo”:

contingente, con il turbamento transeunte dell’animo, con i patemi, i disagi,

le ansie, il dolore, ecc. determinati dall’illecito.

La risarcibilità del danno non patrimoniale deve essere altresì

ammessa in tutti i casi di “lesione di diritti inviolabili della persona

riconosciuti dalla costituzione”.

153) La prescrizione

La prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da illecito

extracontrattuale è più breve di quella ordinaria: in genere, cinque anni

dal giorno in cui si è verificato il fatto.

Se il danno è prodotto da circolazione di veicoli di ogni specie, il termine

di prescrizione è di due anni (art. 2947).

Problema delicato è quello dell’individuazione del dies a quo per la

decorrenza del termine prescrizionale, allorquando condotta illecita

dell’agente, danno evento dalla stessa cagionato, percezione da parte della

vittima dell’una e dell’altro, così come proprio con riferimento a tale ipotesi,

la suprema Corte ritiene che la prescrizione del diritto al risarcimento del

danno extracontrattuale decorra dal momento in cui la vittima ha percepito

che il danno sofferto è causato da un determinato comportamento colposo

o doloso del terzo.

154) La responsabilità per danno ambientale

Il “danno ambientale” è qualcosa di diverso dal danno arrecato a singoli

beni di proprietà privata o pubblica.

La legge fa espressamente salvo il “diritto dei soggetti danneggiati dal fatto

produttivo di danno ambientale”.

Per “danno ambientale” si intende dunque quello arrecato ad un interesse

collettivo.

L’unico soggetto legittimato ad agire per la riparazione del danno

ambientale è un ente esponenziale degli interessi della comunità: il

Ministero dell’ambiente.

Il diritto al risarcimento di detti danni è soggetto ad un termine di

prescrizione di tre anni, decorrenti dal giorno in cui il danneggiato ha

avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del danno del difetto e

dell’identità del responsabile.

In ogni caso, il diritto al risarcimento deve essere azionato entro dieci anni

dal giorno in cui il produttore o l’importatore nell’Unione Europea ha messo

in circolazione il prodotto che ha cagionato il danno (art.126 cod. cons.).

155)Responsabilita’ contrattuale ed extracontrattuale

La differenza di fondo che contrappone “responsabilità , da

contrattuale”

un lato, e “responsabilità dall’altro, risiede nel fatto

extracontrattuale”,

l’inadempimento di un obbligazione già

che la prima sanziona

esistente, la seconda sanziona invece un fatto illecito dannoso, dando

vita ad un obbligazione che in detto fatto trova la propria fonte.

Peraltro le due responsabilità differiscono anche in quanto a disciplina.

a) mentre la responsabilità contrattuale non presuppone la capacità di

intendere e di volere dell’obbligato (L’obbligo risarcitorio grava

sull’inadempiente anche se minore o altrimenti incapace); la

responsabilità extracontrattuale richiede la capacità di intendere e di

volere dell’autore dell’illecito dannoso (art.2046 cod. civ.);

b) mentre la responsabilità contrattuale importa la risarcibilità del solo

sorta l’obbligazione, salvo che in

danno prevedibile nel tempo in cui è

ipotesi di dolo del debitore danneggiante (art. 1225 cod. civ.); la

responsabilità extracontrattuale importa la risarcibilità sia dei danni

prevedibili, sia dei danni imprevedibili (art. 2056, comma 1, cod.civ. che

rinvia al disposto dell’art. 1225 cod. civ.)

non

c) mentre il diritto al risarcimento del danno da inadempimento è

soggetto, salvo eccezioni , all’ordinaria prescrizione decennale; il diritto al

risarcimento da danno illecito salvo eccezioni è soggetto a prescrizione

breve quinquennale;

d) nella responsabilità contrattuale il creditore danneggiato che agisce

l’onere di provare il suo credito e il danno di cui

per il risarcimento ha

chiede il ristoro; nella responsabilità extracontrattuale, il danneggiato

l’onere di provare non solo il danno ma

che agisce per il risarcimento ha

anche il nesso causale tra danno lamentato ed illecito allegato ma

anche il fatto illecito allegato, cioè la colpa o il dolo del danneggiante.

156) Il concorso di responsabilità contrattuale ed

extracontrattuale

Un medesimo fatto può costituire sia inadempimento di un obbligazione

sia atto illecito dannoso. La nostra giurisprudenza ammette il concorso

tra responsabilita contrattuale ed extracontrattuale lasciando al

danneggiato la facoltà di agire in via contrattuale.

L’esercizio di un azione non comporta rinuncia dell’altra.

157) DIRITTO DI FAMIGLIA

Il codice non definisce la famiglia e se l’art. 29 della cost. proclama che la

Repubblica non attribuisce, ma riconosce i diritti della famiglia come

società naturale.

La riforma del 1975

La riforma ha disposto principali novità:

a) l’innalzamento dell’età per contrarre in matrimonio;

b) Profonde modifiche alle cause d’invalidità delle nozze;

c) L’integrale parificazione dei coniugi nel governo della famiglia e nella

potestà sui figli;

d) L’abolizione della separazione personale dei coniugi per colpa;

e) L’introduzione, quale regime patrimoniale legale tra i coniugi, della

comunione degli acquisti;

f) il divieto di costituzione di beni in dote;

g) L’attribuzione dell’azione di disconoscimento di paternità pure alla madre

e al figlio;

h) La riconoscibilità dei figli naturali;

i) La sostanziale equiparazione dei figli naturali e dei figli legittimi.

157) Famiglia “legittima” e famiglia “di fatto”

“legittima” è quella “fondata e i di cui figli si

La famiglia sul matrimonio”

dicono legittimi in quanto concepiti da genitori uniti in matrimonio.

La famiglia “di è quella costituita da persone che pur

fatto” non essendo

legate tra loro da vincolo matrimoniale convivono come se fossero

coniugati (more uxorio), insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione.

Il riconoscimento dei diritti della famiglia contenuti nell’art. 29 si rivolgono

solo alla famiglia unita in matrimonio.

Al convivente more uxorio si riconosce il diritto di subentrare nel contratto

di locazione intestato all’altro convivente in caso di morte di quest’ultimo; il

diritto alla tutela possessoria nella casa nella quale si svolge la convivenza;

il diritto di risarcimento al danno nel caso di uccisione del convivente.

Sul piano normativo non è ravvisabile un regime giuridico unitario della

convivenza, ma una serie di disposizioni speciali che disciplinano volta per

volta specifici profili del rapporto di convivenza.

157) il matrimonio civile

Il matrimonio come istituto regolato dal diritto civile è del tutto

indipendente dalla celebrazione religiosa.

Per il diritto italiano il termine “matrimonio” è adoperato per indicare l’atto

mediante il quale viene fondata la società coniugale.

Il rapporto che così si costituisce è il rapporto dell’assetto coniugale che

determina l’acquisizione automatica per la prole dello status di figli legittimi.

157a) Capacità ed impedimenti

Per contrarre in matrimonio occorre che ciascuno dei nubendi abbia la

piena capacità che non esistano ostacoli relativi alla coppia.

Profilo necessario:

a) la libertà di stato: non può contrarre matrimonio chi è legato dal vincolo

di nozze precedenti, a meno che queste siano state annullate o siano nulle

ovvero il rapporto si sia sciolto;

l’età minima: dopo la riforma del 1975 l’età minima per contrarre il

b)

matrimonio civile si raggiunge la maggiore età; l’autorità giudiziaria

ammette il matrimonio, se ricorrono gravi motivi, per un matrimonio;

la capacità d’intendere e di volere;

c) l’assenza di rischio di commixtio sanguiinis

d) cioè un requisito che

riguarda esclusivamente la donna che sia stata già sposata la quale non

può contrarre nuove nozze se non dopo che siano trascorse trecento giorni

dallo scioglimento o dall’annullamento del matrimonio precedente.

Gli impedimenti cioè non possono contrarre in matrimonio:

a) gli ascendenti e i discendenti in linea retta legittimi e naturali;

b) i fratelli e le sorelle legittimi e naturali;

c) gli zii e i nipoti;

d) gli affini in linea collaterale ecc.

158) Diritti e doveri personali dei coniugi

Con il matrimonio i coniugi acquistano gli stessi diritti ed assumono gli

stessi doveri.

regola dell’accordo impegna i coniugi concordare tra loro l’indirizzo

La

della vita famigliare, la residenza della famiglia.

Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza, alla

collaborazione e alla coabitazione.

Assistenza deve essere peraltro morale e materiale, la violazione di

codesto dovere può essere causa di addebito della separazione.

Collaborazione obbligo nel quale i soggetti in dialogo continuo con loro

debbono adempiere essendo pronti anche a sacrificare eventuali interessi

meramente individuali.

Coabitazione presupposto che i coniugi abbiano fissato di comune

l’interruzione della convivenza

accordo della famiglia, non costituisce

violazione se essa dipende da giusta causa.

La riforma del 1975 ha ribadito la parificazione dei coniugi anche sul piano

“in

dei rapporti patrimoniali, affermando che essi sono tenuti entrambi

relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro

professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

159) La separazione personale tra i coniugi

La separazione è vista dalla legge come una situazione transitoria in

quanto può essere fatta cessare in qualsiasi momento, senza bisogno di

formalità alcuna con una riconciliazione che può manifestarsi anche in via

di mero fatto con la ripresa della convivenza.

Il codice si occupa solo della separazione legale in quanto la separazione

di fatto non determina automaticamente conseguenze giuridiche.

La separazione legale può essere: giudiziale o consensuale.

Il nuovo testo dell’art. 151, comma 1, cod. civ. invece, consente di chiedere

la separazione per il fatto solo che la prosecuzione della convivenza sia

diventata intollerabile, ovvero tale da recare grave pregiudizio

all’educazione della prole.

Indipendente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi, qualora sia possibile

far risalire la responsabilità del fallimento della vita in comune a

comportamenti contrari ai doveri che derivano da matrimonio, il giudice,

purché li sia chiesto può dichiarare nella sentenza a quale dei coniugi sia

addebitabile la separazione.

Il coniuge a cui sia stata addebitata la responsabilità della separazione

vede gravemente limitati anche i suoi diritti successori nei confronti del

patrimonio dell’altro coniuge anche se le statuizioni contenute nella

sentenza di separazione possono in qualsiasi momento essere revocate o

modificate dal tribunale per tener conto di eventuali mutamenti della

situazione di fatto; peraltro, in caso di sopravvenute ulteriori necessita del

la misura dell’assegno potrà essere

coniuge titolare del diritto di assegno

rivista.

Gli effetti della separazione cessano nel caso di riconciliazione dei coniugi

che non richiede alcuna forma solenne oltre che un’espressa dichiarazione

anche se essa potrà essere richiesta nuovamente per fatti posteriori alla

riconciliazione stessa.

160) Lo scioglimento del matrimonio: il divorzio

Il divorzio è lo scioglimento del matrimonio civile diverso dalla condizione di

vedovo o di non coniugato in quanto continua a produrre effetti sebbene

sciolto basta pensare ai diritti successori spettanti al coniuge superstite, o

al diritto della pensione di reversibilità.

Il divorzio si atteggia nell’ordinamento italiano quale rimedio al fallimento

coniugale, l’accertamento di tale soluzione dell’unione coniugale ai fini dello

scioglimento, con i conseguenti effetti giuridici.

161) LA COMUNIONE LEGALE

Il regime patrimoniale legale della famiglia è costituita dalla comunione dei

beni.

La comunione legale non è una comunione universale cioè di tutto quanto

appartiene ai coniugi: anzi tutto è una comunione che ha per oggetto degli

acquisti compiuti in costanza di matrimonio eccetto quelli personali.

Nel regime di comunione possiamo distinguere tre categorie di beni:

a) i beni che divengono oggetto di comunione dei coniugi fin dal loro

acquisto ( comunione immediata);

b) i beni che cadono in comunione soltanto al momento della comunione

stessa (comunione del residuo);

c) i beni che rimangono in ogni caso di proprietà esclusiva del singolo

coniuge (beni personali).

In base al codice civile riformato cadono automaticamente in

comunione:

a) Gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il

matrimonio ad esclusione di quelli personali;

b) Le aziende gestite da entrambi i coniugi costituite dopo il matrimonio;

c) gli utili e gli incrementi di aziende gestite da entrambi i coniugi, ma

appartenenti ad uno solo di essi anteriormente al matrimonio.

Non fanno invece parte della comunione i redditi personali, che possono

essere tali sia in quanto frutti dei loro beni personali (art. 177), sia in

quanto proventi della loro attività separata.

Sono esclusi dalla comunione e rimangono beni personali di ciascun

coniuge:

a) i beni di cui il coniuge era già titolare prima del matrimonio;

b) i beni da lui acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di

donazione o successione in suo favore, salvo che siano espressamente

attribuite alla comunione;

c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge;

d) i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge;

e) i beni ottenuti a titolo del risarcimento del danno nonché la pensione

attinente alla perdita parziale o totale delle capacità lavorative;

f) i beni acquisiti con il trasferimento di altri beni personali o il loro scambio,

purché ciò sia espressamente dichiarato nell’atto d’acquisto.

L’amministrazione dei beni della comunione spetta disgiuntamente ad

entrambi i coniugi. Tuttavia il compimento degli atti eccedenti l’ordinaria

amministrazione, nonché la stipula dei contratti con i quali si concedono o

si acquistano diritti personali di godimento spettano congiuntamente ad

entrambi i coniugi.

Gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro e

quindi da questo non convalidati, sono annullabili se riguardano beni mobili

o beni iscritti in pubblici registri, se invece riguardano beni mobili, il coniuge

che li ha compiuti senza il consenso degli altri è obbligato a pagare alla

comunione l’equivalente.

I beni della comunione rispondono (art.186 cod.civ.):

i pesi ed oneri gravanti su di essi al momento dell’acquisto;

a) tutti

b) di tutti i carichi dell’amministrazione;

c) di ogni obbligazione contratta dai coniugi, anche se separatamente,

nell’interesse della famiglia;

d) di ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi.

162)Scioglimento della comunione

La comunione legale si scioglie per effetto di una delle seguenti

cause(art.191 cod.civ.):

a)morte di uno dei coniugi;

b)sentenza di divorzio;

c)dichiarazione di assenza o di morte presunta di uno dei due coniugi;

d)annullamento del matrimonio;

e)separazione personale legale tra i coniugi;

f)fallimento di uno dei coniugi;

g)convenzione tra i coniugi per abbondare il regime di comunione,

sostituendolo con un altro dei regimi patrimoniali ammessi;

h)separazione giudiziale dei beni.

A sua volta la separazione giudiziale dei beni pronunciata dal tribunale,a

richiesta di uno dei coniugi, quando ricorrono le seguenti cause:

a) interdizione di uno dei coniugi;

b) inabilitazione di uno dei conugi;

c) cattiva amministrazione della comunione;

d) disordini negli affari personali di un coniuge, da mettere in percolo gli

interessi dell’altro, della comunione o della famiglia

nell’amministrazione della

e) condotta tenuta da uno dei coniugi

comunione tale da creare la situazione di pericolo di cui al (d);

f) mancata o insufficente contribuzione da parte di uno dei coniugi al

soddisfacimento dei bisogni familiari, in relazione all’entità delle sue

sostanze e alle sue capacità di lavoro.

La sentenza di separazione dei beni retroagisce al giorno in cui è stata

proposta la domanda ed ha l’effetto d’instaurare, a partire da quel

momento, il regime di separazione dei beni.

Verificatasi una causa di scioglimento della comunione cessa il regime

legale di coacquisto, e pertanto, tutti i beni individualmente acquistati da

ciascun coniuge rimangono di proprietà escusiva di lui. Occorre perciò

procedere alla divisione dei beni comuni da effettuare sempre in parti

uguali tra moglie e marito o loro eredi. La partecipazione dei coniugi alla

comunione in quote eguali, infatti, è principio inderogabile.

163) Fondo patrimoniale

La riforma prevede la possibilità che venga costituito un “ fondo

assoggettato ad uno speciale

patrimoniale” regime per far fronte ai bisogni

della famiglia.

Il fondo patrimoniale può essere costituito da uno dei coniugi o anche da

un terzo. La costituzione deve avvenire mediante atto pubblico possono

farme parte solo beni immobili, beni mobili iscritti nei pubblici registri o titoli

di credito.

I frutti dei beni del fondo devono essere utilizzati solo per i bisogni della

famiglia, l’amministrazione del fondo è regolata dalle stesse norme che

disciplinano l’amministrazione della comunione.

Tutti i beni e i relativi frutti istituiti nel fondo non possono essere

sottoposti ad esecuzione forzata, solo nel caso in cui si sia attuata

una frode verso i creditori può essere sottoposto ad azione

revocatoria.

164) LA FILIAZIONE LEGITTIMA

Il figlio è legittimo quando è stato concepito da genitori uniti in

matrimonio.

E’ invece naturale quando è stato concepito da genitori che non sono

sposati tra loro. di figlio “legittimo”

Perché ad una persona possa attribuirsi lo status all’epoca del

occorre in primo luogo, che sia nato da madre coniugata

concepimento. In secondo luogo occorre che sia stato concepito ad oera

del marito.

La legge, perciò, interviene con due presunzioni. Con la prima si stabilisce

che deve ritenersi concepito durante il matrimonio il figlio nato in qualsiasi

momento intercorrente nel periodo che comincia a decorrere dopo trascorsi

180 giorni dalla celebrazione delle nozze e che termina quando siano

trascorsi 300 giorni dallo scioglimento o dall’annullamento del matrimonio.

Con la seconda presunzione si stabilisce che, se il figlio è stato concepito

in costanza di matrimonio, il padre salva la possibilità di esperire un’azione

per “disconoscere” il figlio deve ritenersi che sia il marito della madre (art.

231 cod. civ.)

La presunzione di paternità, peraltro, non opera se il figlio sia nato decorsi

trecento giorni dalla pronuncia della separazione giudiziale tra i coniugi o

dall’omologazione della separazione consensuale, ovvero dalla data in cui i

coniugi sono stati autorizzati dal giudice a vivere separati in pendenza di un

giudizio di separazione, di divorzio o di annullamento del matrimonio.

Tuttavia ciascuno dei coniugi ed i loro credi, o il figlio stesso, possono

ottenere che il figlio sia considerato legittimo se riescono a provare che si è

trattato di una gravidanza eccezionalmente lunga (art. 234 cod.civ.)

Se il figlio nasce dopo le nozze, ma prima che siano trascorsi 180 giorni

dalla celebrazione del matrimonio, è chiaro che è stato concepito prima

delle nozze. Ciò nonostante la legge stabilisce che il figlio è egualmente

“reputato (art. 233 cod. civ.), ma entrambi i coniugi ed il figlio

legittimo”

stesso possono agire per il “disconoscimento” della paternità.

165) Prova della filiazione legittima

si prova con l’atto di nascita iscritto nei registri

Lo status di figlio legittimo

dello stato civile.

Lo stato di figlio legittimo potrà essere dimostrato, qualora eccezionalmente

manchi l’atto di nascita mediante il “possesso continuo dello stato di figlio

legittimo”.

ove manchino l’atto di nascita e il possesso di stato, la prova della

Infin3e

filiazione legittima può darsi, nell’ambito dell’azione di reclamo della

legittimità, anche per testimoni.

166) L’azione di disconoscimento

Per effetto della presunzione di paternità si considera figlio del marito della

madre questa presunzione può essere fatta cadere mediante l’azione di

disconoscimento di paternità è consentita soltanto nei seguenti casi:

a) se i coniugi non hanno coabitato nel periodo in cui è avvenuto il

concepimento;

b)se durante tale periodo il marito era affetto da impotenza;

c) se nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio o ha tenuto celata

al marito la propria gravidanza.

L’azione di disconoscimento deve essere proposta, a pena di decadenza:

a) dal marito nel termine di un anno dal giorno della nascita;

b) dalla madre nel termine di sei mesi dalla nascita del figlio;

c)dal figlio nel termine di un anno dal compimento della maggiore età.

167) Il riconoscimento dei figli naturali

Il figlio naturale concepito dal genitore che all’epoca del concepimento era

legato da matrimonio con persona diversa e detto figlio adulterino.

Il riconoscimento del figlio naturale è un atto solenne mediante il quale uno

o entrambi i genitori trasformano il fatto della procreazione, insufficiente a

creare un rapporto giuridico, in uno stato di filiazione, rilevante per il diritto.

Il riconoscimento una volta effettuato è irrevocabile può essere sia da

entrambi i genitori che da uno di essi.

L’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità può essere

intentata sia dall’autore del riconoscimento sia da chiunque ne abbia

interesse. L’impugnazione per difetto di veridicità può essere solo accolta

se si dia la prova, con qualsiasi mezzo. Il riconoscimento può essere

impugnato se l’autore sia stato costretto con violenza.

Se i genitori non hanno provveduto al riconoscimento, il figlio può agire in

giudizio per ottenere l’accertamento del rapporto di filiazione.

168) Legittimazione

Con la legittimazione il figlio nato fuori da matrimonio acquista la qualità di

figlio legittimo.

Occorre però tenere presente che con lo status di legittimità si instaura un

rapporto rilevante non solo tra genitore e figlio ma anche con tutto il resto

dei componenti della famiglia legittima. Ovviamente non possono essere

legittimati i figli che non possono essere riconosciuti.

La legittimazione giudiziale può essere richiesta anche dal figlio qualora il

genitore abbia espresso in un testamento o in un altro atto pubblico di

legittimarlo indi per cui questa volontà deve essere espressa e comunicata

agli ascendenti, discendenti e coniuge del genitore premorto.

169) SUCCESSIONI

Successioni, con codesto termine si designa il fenomeno con cui un

soggetto subentra ad un altro nella titolarità di uno o più diritti o rapporti

giuridici della successione a causa di morte.

La morte dell’individuo determina il sorgere di quella che è stata definita

“l’esigenza negativa che un patrimonio non resti privo di un titolare”

onde evitare una pericolosa precarietà nella titolarità ed un incertezza sulle

sorti dei rapporti obbligatori, la cui continuazione deve essere garantita

anche nel caso di morte di uno del rapporto.

Sono interessati alla sorte del patrimonio ereditario i creditori del patrimonio

del de cuius oltre che, ovviamente, i discendenti ed il coniuge qualora

fosse anch’esso in vita.

Al de cuius qualora sopravvivano stretti congiunti (figli, coniuge e

ascendenti) il legislatore limita la libertà del testatore in quanto riserva a

favore di costoro una quota del patrimonio del de cuius LA

LEGITTIMA o quota indisponibile, variabile a seconda del numero e delle

qualità degli aventi diritto è determinata tenendo pure delle donazione

tenute in vita dal de cuius.

La natura cogente della riserva, tuttavia, non opera rendendo invalide (

l’eventuali disposizioni testamentarie lesive delle quote

nulle o annullabili)

di legittima, ma soltanto mediante l’attribuzione a ciascun legittimario del

diritto, irrinunciabile prima della morte del de cuius, di impugnarle,

chiedendone ra riduzione.

del suo patrimonio l’ereditando (cioè il soggetto

Per la parte disponibile

ancora in vita) può provvedere come preferisce, anche a favore di persone

estranee. Tutto ciò avviene, ovviamente, rimette il legislatore soltanto nella

successone legittima e testamentaria.

Successione ex lege

Il legislatore colloca tra i successibili ex lege il coniuge, i discendenti

legittimi e naturali, gli ascendenti legittimi, i collaterali, gli altri parentie,

infine lo stesso Stato.

Alla successione legittima si ricorre quando manca qualsiasi testamento o,

pur essendovi un testamento contenga un’istiutzione di erede che non

esaurisca l’asse ereditario:in tal caso, per la parte restante si provveda con

la successione legittima. Si pensi al testamento in cui il de cuius istituisca

proprio erede un soggetto estraneo alla famiglia, assegnandogli un terzo

del patrimonio; i restanti due terzi si distribuiranno secondo le regole della

successione legittima .

170)Eredita’ e Legato

Il complesso dei rapporti patrimoniali trasmissibili, attivi e passivi, facenti

capo al de cuius al momento della sua morte costituisce, anche nel

linguaccio comune, la sua eredità, intesa in oggettivo.

intendiamo l’insieme dei rapporti

Per patrimonio giuridici dei quali il

defunto era titolare, indipendentemente dal valore economico. Quindi un

sussiste anche quando l’eredità sia economicamente modesta

patrimonio

o addirrittura passiva, perché i debiti siano di valore superiore alle

componenti attive(beni e crediti).

Indubbiamente il patrimonio ereditario non è mai suscettibile di essere

considerato atomisticamente quale un semplice coacervo di rapporti privi di

connessione tra loro, essendo numerose le norme, che si illustreremo in

seguito, che postulano un trattamento unitario del patrimonio ereditario.

non è, in quanto tale, assoggettata ad un regolamento

L’eredità tipico ed

unitario, ma ad una varietà di regimi in funzione di un’ampia casistica.

può essere “a titolo universale”

La successione mortis causa ed allora si

parla di eredità e di erede, ovvero, in caso di pluralità di successori, di

coeredì o “ a titolo particolare” ed allora si parla di legato, e del

relativo beneficiario quale legatario.

Come dicono già le stesse espressioni adoperate, la contrapposizione si

fonda sul diverso titolo con cui opera la vocazione o chiamata alla

successione: infatti, mentre nel caso di legato la chiamata concerne

esclusivamente uno o più diritti o rapporti giuridici determinati, nel caso

di chiamata a titolo universale la vocazione comprende complessivamente

la situazione patrimoniale del soggetto venuto a mancare, ponendo il

beneficiario nella condizione di poter subentrare in tutti i rapporti

trasmissibili, attivi e passivi, facenti capo al de cuius al momento della

morte, ad eccezione soltanto di quelli per i quali sia diversamente disposto

dalla legge o dal testamento.

La disciplina delle due forme di successione si differenzia per numerosi altri

profili:

a)l’erede succede nel possesso del defunto, mentre per il legatario si ha

solo il fenomeno dell’accesso possesionis;

b)l’erede è tenuto ipso iure al pagamento dei debiti e pesi ereditari, a

differenza del legatario;

c)al solo erede è concessa la hereditatis petitio per ottenere la

restituzione dei beni ereditari posseduti da altri a titolo di erede o senza

titolo;

d)solo l’erede subentra in ogni rapporto come se ne fosse stato parte ad

initio e perfino in quelli in via di formazione al momento della morte del de

cuius; l’erede succede

e)soltanto nel processo in cui era parte il defunto;

Quando la successione è regolata per testamento, implica l’interpretazione

della dichiarazione del testatore, la quale non di rado si presenta ambigua

e lascia margine al dubbio se il testatore abbia voluto disporre

un’attribuzione a titolo di vera e propria istituzione di erede o un lascito di

uno o più beni determinati, a titolo quindi di legato.

Il compito dell’interprete è facile quando al chiamato siano attribuiti tutti i

beni del testatore, ovvero una quota del complessivo patrimonio

frazione dell’intero.

ereditario, intessa appunto come l’indicazione di

Le difficoltà sorgono quando la disposizione contenga

beni determinati o di un complesso di beni infatti non esclude che la

successione sia titolo universale a condizione che risulti che il testatore

ha inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio. Di fronte

all’attribuzione di beni determinati, pertanto, occorre vedere quale sia stata

l’intenzione del testatore, se di attribuire quei beni e soltanto quelli come

cespiti determinati e singoli, ed allora si avrà successione a titolo

particolare o legato; ovvero se, pur indicando specificamente taluni

determinati beni, il testatore inteso lasciargli quale porzione del suo

patrimonio, ed allora si avrà successione a titolo universale e istruzione di

erede, con conseguente applicabilità della disciplina per gli eredi.

Nel caso risulti l’intento del testatore di assegnare i beni specificamente

indicati quale quota del suo patrimonio (si parla perciò di institutio ex re

certa), la determinazione della quota ereditaria da riconoscere al chiamato

avverrà anziché a priori, sulla base della semplice indicazione di una

semplice indicazione di una frazione aritmetica, a posteriori, calcolando il

rapporto tra il valore dei beni specificamente assegnati ed il totale del

patrimonio di cui il testatore ha disposto.

Ovviamente l’interpretazione della mens testantis, al fine di determinare la

qualifica da attribuire al chiamato in certas res, se di erede o semplice

legatario, pone spesso gravi difficoltà, specie quando le disposizioni siano

state redatte da persona ignara delle sottili distinzioni giuridiche relative al

“titolo” della vocazione.

Quando la successione, in assenza di testamento, si devolve interamente

per legge (artt. 565 ss. Cod. civ.), il problema non si pone perché la

vocazione è configurata dal legislatore quasi sempre come chiamata “a

sia pure, di solito, tra più aventi diritto alle quote.

titolo universale”,

Esistono anche talune ipotesi di legato disposto dalla legge, che però

tipiche.

Nel caso di pluralità di suscettibili, la chiamata “a per

titolo universale”

ciascun coerede, tutti i rapporti trasmissibili facenti capo al de cuius,

sebbene pro quota, ossia in base ad una frazione aritmetica: ne consegue

l’instaurazione di un regime di comunione, che investe tutti gli elementi

che compongono l’asse ereditario e che cessa soltanto con la divisione.

L’erede, a differenza del legatario, subentra in tutte le situazioni giuridiche

trasmissibili facenti capo al de cuius, e ciò sia dal lato attivo che dal lato

passivo.

Per quanto riguarda le situazioni giuridiche non patrimoniali, essendo in

genere intrasmissibili, non si verifica successione. Tuttavia in talune ipotesi

riconosce espressamente la trasmissione all’erede della

la legge

legittimazione attiva o passiva in relazione ad interessi non patrimoniali;

così l’impugnativa del riconoscimento di figlio naturale per violenza o

dell’autore del

interdizione può essere promossa anche dagli eredi

riconoscimento.

Intrasmissibile è anche il c.d. diritto morale d'autore: mentre i diritti di

utilizzazione economica si trasferiscono agli eredi.

171) Apertura della successione

La morte di una persona determina l’apertura della sua successione.

La legge attribuisce importanza alla determinazione del momento e del

luogo in cui si verifica l’apertura della successione sia al fine di stabilire

quale sia la normativa applicabile in caso di conflitto di leggi nello spazio.

Ai sensi dell’art. 456 del cod. civ. la successione si apre al momento della

morte, nel luogo del domicilio del defunto.

Alla morte naturale è ritenuta equiparata la morte presunta, in

considerazione degli effetti che essa determina ai successori.

172) Patti successori

Aperta la successione si parla allora di vocazione ereditaria, che significa

indicazione di colui che è chiamato alla eredità. Il nostro codice preferisce

delazione dell’eredità e di offerta dell’eredità ad una persona

parlare di

che, se vuole, la può acquistare.

La designazione del suscettibile può avvenire in due modi:

a) per legge (successione legittima);

b) per testamento (successione testamentaria).

E’ esclusa la successione per contratto (ammessa in altri ordinamenti).

La legge anzi vieta esplicitamente varie tipologie di patti successori. Se

ne distinguono tre specie: confermativi o istitutivi.

Tali patti sono vietati per il votum comptandae mortis che essi

determinano.

Inoltre i patti istitutivi, vincolando il de cuius, gli toglierebbero quella

libertà di disporre che la legge riconosce ad ogni persona fino al momento

della morte; quanto ai patti rinunciativi e dispositivi, deve ritenersi che il

legislatore abbia voluto impedire.

173) Giacenza dell’eredità chiamato all’eredità, sia per legge

Con la morte del de cuius colui che è

sia per testamento, non acquista la qualità di erede perché per tale titolarità

occorre una dichiarazione di volontà che si chiama accettazione

dell’eredità.

L’accettazione si verifica successivamente all’apertura della successione

l’erede si considera come titolare del patrimonio ereditario. Questo

intervallo di tempo ha bisogno di un curatore del patrimonio perché è

indispensabile che abbia inizio un fenomeno di eredità giacente.

Il curatore non è un rappresentante, è un soggetto amministratore del

patrimonio con funzioni prevalentemente conservative.

174) La capacità di succedere

che, al momento dell’apertura della

Qualunque persona fisica è senz’altro capace di succedere.

successione, sia già nata e sia in vita,

La materia successoria consiste nel fatto che il legislatore concede la

cosiddetta “capacità anche a coloro che al tempo

di succedere”

dell’apertura della successione erano soltanto concepiti. Naturalmente la

chiamata è subordinata alla nascita.

Nell’ambito delle successioni testamentarie hanno capacità di succedere

anche i figli non ancora concepiti di una determinata persone viventi al

momento dell’apertura della successione.

175) L’indegnità

L’indegnità ha un fondamento diverso dall’incapacità di succedere. Questa

consiste nella idoneità del soggetto a subentrare nei rapporti che facevano

L’indegnità si bassa sull’incompatibilità morale de

capo al defunto.

successibile.

Le cause d’indegnità sono tassativamente indicate nell’art. 463:

a) Atti compiuti contro la persona fisica o contro la personalità morale

oppure del coniuge o del discendente o dell’ascendente di

del de cuius,

lui;

b) Atti diretti con violenza o dolo contro la libertà di testare del de cuius;

c) decadenza della podestà genitoriale. A norma del quale è escluso dalla

successione del figlio il genitore che sia dichiarato decaduto dalla podestà

genitoriale.

L’indegnità non si comunica ai figli dell’indegno.

La sentenza che pronuncia l’indennità ha effetto retroattivo, l’indegno è

considerato come se non fosse stato mai dichiarato come erede.

L’indegno può essere abilitato dal de cuius. La riabilitazione può essere

totale mediante atto pubblico o testamento, o parziale che si verifica

quando l’indegno viene contemplato in un testamento come destinatario di

una certa disposizione.

L’indegnità non va confusa con la diseredazione, ossia la clausola

testamentaria con cui il de cuius dichiari di non volere che alla sua

successione abbia a partecipare un determinato soggetto.

176) La rappresentanza

“rappresentazione “ è l’istituto in forza del quale i discendenti legittimi

La

o naturali subentrano al loro ascendente nel diritto di accertare un lascito

accettare l’eredità o il legato.

qualora il chiamato non può o non vuole

La rappresentazione può aver luogo soltanto quando il chiamato che non

può o non vuole accettare sia o un figlio ovvero un fratello o una sorella

del defunto.

La rappresentazione è dunque esclusa se il chiamato sia, rispetto al de

cuius, un estraneo ovvero anche un parente diverso da un figlio.

La rappresentazione è inoltre esclusa, nel caso di successione

testamentaria, quando il testatore abbia già provveduto con una

del destinatario del lascito per l’ipotesi in cui il primo chiamato

sostituzione

non possa o non voglia accettare.

Infine è esclusa quando si tratti di legato di usufrutto o di un altro diritto di

natura personale, in quanto costituiscono attribuzioni strettamente legate

alla persona indicata dal testatore.

La rappresentazione opera sia quando la chiamata è a favore del

al momento dell’apertura della successione sia quando vi

rappresentato,

sia una prima vocazione ma questa sia caduta ad es. per indegnità o per

rinuncia.

176) L’accrescimento

L’istituto dell’accrescimento comporta che la quota devoluta al chiamato

che non abbia potuto o voluto accettare si devolve a favore degli altri

beneficiari di una chiamata “congiuntiva”, con la conseguenza che la

quota spettante a quest’ultimi “si accresce”.

Il fenomeno si verifica in presenza di taluni presupposti positivi e negativi.

“rappresentanza o sostituzione

Non vi è accrescimento se ci sia stata

del chiamato.

il fondamento dell’istituto sta nella presunta volontà del De cuius: se

quest’ultimo ha chiamato più soggetti in quote identiche, o non ha lasciato

disposizioni testamentarie.

La vocazione congiuntiva si verifica:

a)nella successione legittima;

b)nella successione testamentaria occorre distinguere:

1)se si tratta di istituzione di erede ;

2)se si tratta di legato.

177)Le sostituzioni

darsi che il testatore abbia preveduto l’ipotesi che il chiamato possa

Può

rifiutare la titolarità, inserendo quindi l’eventuale sostituto alla chiamata

testamentaria, la clausola relativa si chiama sostituzione ordinaria o

volgare.

La legge ammette che più persone possano sostituirsi ad una sola

persona, prima chiamata, e che una sola persona sia indicata come

sostituta di una pluralità di chiamati; la sostituzione può operare anche tra

soggetti chiamati come coeredi, qualora uno di essi non possa o non voglia

accettare.

178) L’ACQUISTO DELL’EREDITA’ E LA

RINUNCIA(ACCETTAZIONE DELL’EREDITA’)

L’eredità si acquista con l’accettazione da parte del chiamato, questa

accettazione si distingue in due tipi:

a) semplice;

b) con beneficio di inventario;

Per effetto della prima si verifica la confusione tra il patrimonio del defunto

e quello dell’erede che diventano un patrimonio solo.

Con l’accettazione con beneficio d’inventario non si produce la

confusione dei patrimoni.

L’accettazione consiste nell’esplicita

espressa manifestazione della

volontà di acquistare l’eredità. Forma e contenuto variano a seconda che si

trattino di accettazione pura e semplice ovvero con beneficio

d’inventario.

L’accettazione tacita, è l’accettazione quando il chiamato all’eredità

compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà

d’accettare.

L’accettazione in questo caso l’acquisto dell’eredità dipende dal

presunta

compimento di atti il cui il chiamato avrebbe diritto di fare solo in quanto

erede.

Il diritto di accettare l’eredità è soggetto a prescrizione ordinaria decorrente

dalla data dell’apertura della successione; il termine non è suscettibile

d’interruzione, occorrendo che il diritto venga esercitato entro il termine in

questione.

Può darsi che qualcuno abbia interesse a che il chiamato si decida entro

uno spazio più limitato di tempo a dichiarare se intende o no accettare

l’eredità, in tal caso si può far ricorso ad una speciale azione (actio

con cui si chiede all’autorità giudiziaria che si fissi un

interrogatoria)

L’accettazione si può impugnare per violenza o dolo ma non per

termine.

errore.

179) Accettazione con beneficio d’inventario

L’accettazione con beneficio d’inventario impedisce la confusione del

con quello dell’erede.

patrimonio del De cuius l’art.490 cod. civ.:

Perciò secondo quanto dispone

a)l’erede che ha accettato con beneficio d’inventario conserva verso

l’eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto, nell’ipotesi

di accettazione pura e semplice i rapporti obbligatori tra il De cuius e

l’erede si estinguono in proporzione della quota spettante all’erede;

b)l’erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati ultra

vires;

c) i creditori del defunto ed i legatari hanno preferenza sul patrimonio

dell’erede.

ereditario di fronte ai creditori

La facoltà di accettare con beneficio d’inventario a carattere personale è

disposta nell’interesse dei minori vale a limitare la responsabilità intra vires

hereditatis.

L’erede che abbia accettato con beneficio d’inventario diviene

del patrimonio ereditario anche nell’interesse dei creditori

amministratore

del defunto e dei legatari senza autorizzazione del giudice.

180) La rinuncia dell’eredità

La rinuncia all’eredità rientra nello schema generale della rinuncia ai diritti,

richiede una forma particolare che deve essere

la rinuncia all’eredità

ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario, e come

l’accettazione è un atto legittimo.

Chi rinuncia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato

è revocabile fino a quando l’eredità non sia stata

chiamato, poiché

accettata dai chiamati ulteriori, la perdita del diritto all’eredità diviene

definitiva appunto per effetto di tale accettazione.

A differenza dell’accettazione la rinuncia è revocabile, chi ha rinunciato può

tornare sulla decisione presa e accettare, come l’accettazione la rinuncia

può essere impugnata per violenza o dolo, quella per errore è esclusa.

181) LA SUCCESSIONE LEGITTIMA

Questo fondamento della successione legittima come essa abbia per

presupposto la mancanza totale del testamento.

Le categorie successibili

Nella successione legittima sono le seguenti: il coniuge, i discendenti

legittimi e naturali, gli ascendenti legittimi, i collaterali, i genitori del figlio

naturale, gli altri parenti e lo Stato.

Al coniuge spetta la metà del patrimonio del defunto se in concorso con un

solo figlio, 1/3 se concorre con più figli, 2/3 se concorre con ascendenti

legittimi o con fratelli e sorelle. In mancanza di tali soggetti al coniuge si

devolve l’intera eredità.

Il coniuge separato conserva i diritti ereditari, tranne che nell’ipotesi che sia

a lui addebitata la separazione. In caso di divorzio l’ex coniuge non ha titolo

alla successione almeno che l’ex coniuge era titolare

per partecipare

dell’assegno divorzile.

Il convivente more uxorio del defunto non è contemplato tra coloro che

possono succedere ex lege; la Corte costituzionale ha negato che tale

esclusione possa dirsi illegittima.

182) La successione dello Stato

In mancanza di altri successibili l’eredità è dovuta allo Stato.

La successione dello Stato ha particolari caratteristiche: in primo luogo

l’acquisto si opera di diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi

luogo a rinuncia.

In secondo luogo lo Stato non risponde mai dei debiti ereditari e dei legati

oltre al valore dei beni acquistati: e ciò ipso iure, senza che occorra alcuna

particolare iniziativa per ottenere quel risultato che ogni altro suscettibile

soltanto mediante l’accettazione con il beneficio

può ottenere

dell’inventario.

183) L’azione di riduzione

Se, mediante i calcoli che abbiamo indicato, risulta che le disposizioni

testamentarie o le donazioni eccedono la quota di cui il testatore poteva

disporre, ciascun legittimario può agire.

Questa azione viene chiamata azione di riduzione ed è irrinunciabile dei

legittimari finché il donante è in vita, deve considerarsi nulla anche l’azione

testamentaria che dichiari decaduto dai diritti nascenti dal testamento

dell’erede.

L’azione a tutela dei diritti dei legittimari è invece rinunciabile dopo la morte

del donante.

Avviene spesso che il de cuius abbia posto in essere simulatamente un

atto a titolo oneroso per nascondere la donazione. In tal caso, per ottenere

la riduzione, è necessario prima agire per la dichiarazione di simulazione.

La riduzione si opera nel modo seguente: sono colpite per prime le

disposizioni testamentarie, che vengono diminuite proporzionalmente,

salvo che il testatore abbia diversamente disposto in previsione

dell’esperimento dell’azione di riduzione. Se l’azione di riduzione delle

disposizioni testamentarie non è sufficiente ad integrare la legittima, si

procede alla riduzione delle donazioni: si comincia con l’ultima in ordine di

tempo, che è quella che ha provocato la lesione e via via si risale a quelle

anteriori.

Se l’azione di riduzione è accolta, il donatario o il beneficiario della

disposizione testamentaria deve restituire in tutto o in parte il bene. Il bene

deve essere restituito libero da ogni peso o ipoteca da cui il donatario lo

abbia gravato ed i frutti sono dovuti dalla domanda giudiziale.

La domanda di riduzione, se ha per oggetto beni immobili o beni mobili

registrati, è soggetta a trascrizione.

L’azione di riduzione è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale .

183)La successione testamentaria

Il testamento è un atto con il quale taluno dispone per il tempo in cui avrà

cessato di vivere, delle proprie sostanze. Esso è revocabile fino all’ultimo

momento di vita del testatore.

Il testatore può sempre togliere valore al testamento già fatto o modificarlo.

Il principio della revocabilità è inderogabile.

Caratteristica fondamentale del testamento è il suo contenuto patrimoniale,

tuttavia può contenere anche disposizioni non patrimoniali, quali la

designazione di un tutore o il riconoscimento dei figli naturali.

Il testamento è un tipico negozio unilaterale non recettizio chiara

espressione di volontà del solo testatore, che non ha bisogno dell’adesione

di alcuno e neppure essere rivolto o portato a conoscenza di persone

determinate.

Circa la capacità di testare è il caso di ricordare che non è ammessa una

sostituzione per rappresentanza, neppure legale, trattandosi di un atto

personalissimo.

Sono incapaci:

a) coloro che non hanno raggiunto la maggiore età;

b) gli interdetti per infermità di mente;

c) gli incapaci naturali; l’impugnativa può essere

Il testamento fatto da un incapace è annullabile;

presa da chiunque abbia interesse ad esercitarla.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher NicoMilan93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Volpe Fabrizio.

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