Riforma della filiazione
Indice
- La filiazione:
- L'unicità dello status di figlio dopo la legge 10/12/2012 n°219
- I figli nati dopo il matrimonio
- La prova della filiazione
- L'azione di disconoscimento della paternità del figlio nato nel matrimonio, le azioni di reclamo e contestazione dello stato di figlio
- Il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio
- La dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità
- I figli nati da genitori legati tra loro da relazione di parentela o affinità
- Profili di disciplina della condizione dei figli nati fuori dal matrimonio: l'esercizio delle funzioni genitoriali, il cognome del figlio e il suo inserimento nella famiglia del genitore
- La procreazione medicalmente assistita
- La responsabilità genitoriale e la tutela dei minori:
- Rapporti tra genitori e figli: la responsabilità genitoriale e i diritti e i doveri del figlio
- La tutela dei minori
- Abbreviazioni usate:
- C.C. = Codice Civile
- L. 219/12 = Legge 10/12/2012 n°219
- Rif. 75 = Riforma del 1975
- C. Cost. = Corte Costituzionale
- Art. = Articolo
- Artt. = Articoli
- Cost. = Costituzione
- D. 154/13 = Decreto legislativo 28/12/2013 n°154
- P.M. = Pubblico Ministero
- P.M.A. = Procreazione Medicalmente Assistita
La filiazione
L'unicità dello status di figlio dopo la legge 10/12/2012 n°219:
Quando la relazione biologica tra genitore e figlio diviene un rapporto giuridico (quando cioè viene accertata secondo le regole del diritto) si costituisce in capo al figlio uno status che porta con sé un insieme di effetti giuridici.
Per tradizione, il trattamento giuridico e sociale dei figli era diverso a seconda se questi fossero nati da genitori tra loro coniugati o al di fuori del matrimonio (particolarmente penalizzante il trattamento riservato a coloro che fossero nati fuori dal matrimonio da persone sposate, cioè i figli adulterini).
Con la riforma del 1975 si conservava la distinzione tra figlio legittimo se concepito da genitori uniti in matrimonio (contava il momento del concepimento, non della nascita) e figlio naturale (prima di tale riforma definito figlio illegittimo) cioè concepito da genitori non sposati tra loro.
Nella versione originale del c.c. i figli naturali erano molto svantaggiati rispetto ai figli legittimi e neanche con la rif.75 si è arrivati alla piena equiparazione, in quanto solo alle persone nate da genitori sposati era riconosciuto lo status familiae con tutte le sue implicazioni personali, patrimoniali e successorie.
La prima conseguenza di questa diversità di trattamento emergeva nella relazione di parentela. Infatti per i figli legittimi la parentela si estendeva a tutti i parenti dei genitori (compresi i rapporti di affinità), mentre per i figli naturali la relazione giuridica era limitata ad un rapporto bilaterale tra il figlio e il genitore che lo aveva riconosciuto.
Sul piano successorio questo faceva sì che i figli naturali fossero per legge successori soltanto del proprio genitore e non avevano alcun diritto legale rispetto alla successione degli altri consanguinei (salvo il caso della successione tra fratelli "naturali", frutto di interventi della C.Cost. che comunque ribadiva il principio dell'inesistenza di un rapporto giuridico di "parentela naturale").
Inoltre i figli legittimi avevano la facoltà di soddisfare in denaro o in beni immobili la porzione di eredità spettante ai figli naturali se questi non si opponevano.
L'art. 251 c.c. impediva il riconoscimento dei figli di genitori legati tra loro da un vincolo di parentela (anche solo naturale) in linea retta all'infinito o in linea collaterale nel secondo grado o da un vincolo di affinità in linea retta.
L'insoddisfazione per il trattamento giuridico riservato ai figli naturali è stata motivo di molte sentenze della C. Cost. per mezzo delle quali sono state dichiarate illegittime molte disposizioni discriminatorie.
I precetti costituzionali però non sono idonei ad individuare un assetto normativo completo perché c'è il limite della discrezionalità del legislatore e la corte non si può sostituire ad esso. Infatti la cost. non esclude in assoluto una differenza di regime tra le figure di filiazione: l'art. 30, comma 3 Cost. implica un bilanciamento tra l'esigenza di assicurare tutela ai figli nati fuori dal matrimonio e l'esigenza di tutelare i diritti dei componenti della famiglia legittima. Quindi la diversità di regime giuridico non è illegittima di per sé, basta che sia adeguato all'art. 30.
Con la l. 219/12 si è arrivati alla piena equiparazione tra figli naturali e figli legittimi, sancendo il principio dell'unicità dello stato giuridico della filiazione. Nell'art. 315 c.c. si scrive infatti che tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico. E dal punto di vista terminologico nel codice ogni riferimento a figli naturali e figli legittimi è stato sostituito dal termine unico di "figli" e in caso di necessaria distinzione non si parla più di figli naturali ma di "figli nati fuori dal matrimonio".
La l. 219/12 ha quindi modificato le norme che regolano il rapporto di parentela cosicché il precedente testo dell'art. 74 c.c. (che per stabilire la parentela faceva riferimento al solo fatto di essere discendenti dal medesimo stipite) è sostituito da una formulazione più ampia che comprende i figli nati fuori dal matrimonio e quelli adottivi.
La parentela è il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all'interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta all'interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta fuori da esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo. Il vincolo non sorge in caso di adozione di persone maggiori di età.
La portata della norma è duplice: da un lato viene meno la ragion d'essere dell'istituto della legittimazione che viene abrogato in toto dalla stessa legge (la legittimazione infatti consentiva al genitore naturale di far acquisire ai figli naturali gli stessi diritti dei figli legittimi, l'equiparazione quindi la rende inutile). Dall'altro lato la disposizione si riferisce ai figli adottivi e quindi il pieno inserimento del figlio adottivo nella famiglia dall'adottante non è limitato all'ipotesi ordinaria di adozione di minori (in passato chiamata "legittimante") ma si estende anche all'ipotesi di adozioni in "casi particolari" per le quali in precedenza un tale effetto era escluso.
La l. 219/12 non ha apportato cambiamenti al c.c. in tutte le materie toccate dalla riforma proprio perché le novità erano troppe. È stata perciò conferita una delega al governo affinché entro un anno dalla legge stessa emanasse dei decreti legislativi finalizzati alla modifica delle disposizioni del codice e eliminassero con ciò ogni discriminazione. La delega è stata esercitata con il decreto legislativo 28/12/13 n°154 che ha innovato le disposizioni del c.c. e delle leggi speciali.
I figli nati nel matrimonio
Ormai non ci sono più differenze che riguardano la condizione del figlio nei rapporti con i genitori e i membri della famiglia. Restano però regole diverse che governano la costituzione del rapporto di filiazione, che variano a seconda che i figli siano nati nel matrimonio o fuori da esso. Per ottenere lo status di figlio nato nel matrimonio occorre che sia stato generato da persone tra loro coniugate. Il fatto noto è la nascita da donna coniugata. Occorre però che il figlio sia stato concepito ad opera del marito della madre e questo soprattutto in passato non era facile accertarlo e quindi la legge interviene con due presunzioni che sono state modificate ma mantenute anche con l'ultima riforma.
La prima presunzione, art. 231 c.c., stabilisce che il marito è il padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio. Salva la possibilità di ricorrere ad un'azione per disconoscere il figlio cioè per far accertare che non è stato concepito dal marito della madre.
La seconda presunzione riguarda il figlio nato non in costanza di matrimonio: si ritiene comunque concepito durante il matrimonio se la nascita avviene prima che siano trascorsi 300 giorni dallo scioglimento, dalla cessazione degli effetti civili o dall'annullamento del matrimonio. La presunzione di paternità non opera se il figlio nasce dopo 300 giorni dalla cessazione della convivenza (casi di separazione giudiziale o consensuale). Perché in tal caso pur restando operante il vincolo coniugale la cessazione legale della convivenza fa venir meno il presupposto della presunzione di concepimento.
Ovviamente il figlio nato dopo le nozze ma prima che siano trascorsi 180 giorni dalla celebrazione è stato concepito prima delle nozze stesse. Prima della l. 219/12 il figlio era reputato legittimo ma entrambi i coniugi e il figlio stesso potevano agire per il disconoscimento della paternità (art. 233 c.c.). La nuova legge ha rimosso la regola specifica e all'art 231 attribuisce senza distinzioni la paternità al marito della madre ogni volta che il figlio sia concepito o nato durante il matrimonio (anche se non sono trascorsi 180 giorni dalla celebrazione). Quindi il regime per il disconoscimento è quello generale. Ciascuno dei coniugi e i loro eredi e il figlio stesso possono ottenere che il figlio sia considerato legittimo se riescono a provare che è stata una gravidanza particolarmente lunga e che quindi il concepimento sia avvenuto durante il matrimonio.
La prova della filiazione
Lo status di figlio si prova con l'atto di nascita iscritto nei registri dello stato civile. Ai fini della redazione dell'atto di nascita l'ufficiale di stato civile raccoglie la dichiarazione di coloro che sono tenuti a denunciare la nascita (genitori, loro procuratori speciali, medico, persona che abbia assistito al parto) e accerta che la nascita sia veramente avvenuta con l'attestazione di nascita rilasciata dalla struttura sanitaria in cui è avvenuto il parto o dal personale sanitario che vi ha assistito. Chi compie la dichiarazione deve rispettare l'eventuale volontà della madre di non essere nominata.
L'atto di nascita indica le generalità dei genitori e se questi sono tra loro sposati costituisce il titolo dello stato di figlio nato nel matrimonio. Se la madre non consente di essere nominata nell'atto di nascita non opereranno le presunzioni agli artt. 231 e 232 c.c. e quindi non ci sarà l'acquisto dello status di figlio nato nel matrimonio e non opera neanche la presunzione di paternità in capo al marito della madre. La madre può dichiarare il figlio come naturale (frutto quindi di una relazione adulterina) impedendo l'acquisto dello status di figlio nato nel matrimonio e l'attribuzione della paternità al marito. Ciò è lecito e non comporta il reato di alterazione di stato soprattutto se la dichiarazione è veritiera.
Il figlio inoltre può sempre reclamare uno status conforme alla presunzione di paternità. L'art 232 c.c. fa sì che lo status di figlio nato nel matrimonio sia escluso se al momento del concepimento i genitori erano separati e la madre (che acconsente ad essere nominata) fa notare che il figlio è nato dopo i 300 giorni dall'inizio della separazione.
Grazie alla nuova legge l'art 239 c.c. consente l'azione di reclamo dello status di figlio da parte di chi è nato nel matrimonio ma sia stato iscritto nei registri dello stato civile come figlio di ignoti, a meno che non ci sia stata sentenza di adozione.
Se manca l'atto di nascita (perché non redatto, non iscritto nei registri, andato distrutto ecc) lo stato di figlio potrà essere dimostrato mediante il "possesso continuo dello stato di figlio" e questo è un insieme di circostanze che nel loro complesso valgono a dimostrare una relazione di filiazione e parentela tra una persona e la famiglia alla quale pretende di appartenere. Il possesso di stato oggi opera sia rispetto alla filiazione legittima che al figlio nato fuori dal matrimonio. Ad integrare il possesso di stato di figlio devono concorrere degli elementi:
- Tractatus: cioè la persona deve essere sempre stata trattata dal genitore come figlio e come tale mantenuta, educata ed istruita;
- Fama: cioè deve essere stata costantemente considerata come figlio nei rapporti sociali e nella famiglia (art 237 c.c.).
Il D. 154/13 ha abrogato il terzo requisito, cioè quello del nomen, che voleva che il figlio avesse portato il cognome del (presunto) padre. L'art 241 precede che dove manchino sia l'atto di nascita che il possesso di stato la prova della filiazione può darsi nell'ambito di un'azione di reclamo dello stato di figlio, con ogni mezzo.
L'azione di disconoscimento della paternità del figlio nato nel matrimonio, le azioni di reclamo e contestazione dello stato di figlio
La presunzione di paternità del figlio nato in costanza di matrimonio non è assoluta e può essere superata mediante l'azione di disconoscimento della paternità. Soprattutto nel passato aveva un rilevante impatto sociale oltre che giuridico, quindi per l'art 235 c.c. del 1942 l'azione poteva essere proposta solo dal presunto padre. Nel 1975 si è ...
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