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b) Per il legatario si ha il fenomeno dell’accessio possessionis; non è tenuto al pagamento dei debiti

e pesi ereditari

Il compito dell’interprete è facile quando al chiamato siano attribuiti tutti i beni del testatore, ovvero

una quota del complessivo patrimonio ereditario; difficoltà di interpretazione della dichiarazione del

testatore nell’ottica della distinzione tra legato ed eredità, sorgono quando la disposizione contenga

l’indicazione di beni determinati o di un complesso di beni. Di fronte all’attribuzione di beni determinati

occorre vedere quale sia stata l’intenzione del testatore, se di attribuire quei beni e soltanto quelli come

cespiti determinati e singoli, ed allora si avrà legato; oppure se, pur indicando nominativamente quei

beni, il testatore abbia inteso lasciarli quale porzione del suo patrimonio, ed allora si avrà successione a

titolo universale e istituzione di erede, con conseguente applicabilità della disciplina prevista per gli eredi

Nel caso risulti l’intento del testatore di assegnare i beni specificamente indicati quale quota del suo

patrimonio (institutio ex re certa), la determinazione della quota ereditaria da riconoscere al chiamato

avverrà anziché a priori, sulla base della semplice indicazione di una frazione aritmetica, a posteriori,

calcolando il rapporto tra il valore dei beni specificamente assegnati e il totale del patrimonio di cui il

testatore ha disposto (operazione di apporzionamento).

Ovviamente l’interpretazione della mens testantis pone spesso gravi difficoltà per l’ignoranza da parte

del testatore delle sottili distinzioni giuridiche relative al titolo della vocazione.

Quando la successione si devolve per legge, il problema non si pone perché la vocazione è

configurata dal legislatore quasi sempre come chiamata a titolo universale, sia pure di solito tra più

aventi diritto per quote, mentre le ipotesi di legato disposto dalla legge sono tipiche e tassative (es.: al

coniuge superstite spetta a titolo di legato il diritto di abitazione nella casa familiare e di uso dei relativi

arredi; ai figli naturali non riconoscibili e al coniuge dichiarato responsabile della separazione giudiziale

spetta il diritto ad un assegno vitalizio). Nel caso di pluralità di successibili, la chiamata è comunque a

titolo universale per ciascun coerede; ne consegue l’instaurazione di un regime di comunione, che

investe, in ragione delle quote spettanti a ciascun coerede, tutti gli elementi che compongono l’asse

ereditario.

Per quanto riguarda le situazioni giuridiche non patrimoniali, essendo in genere intrasmissibili, non si

verifica successione. Tuttavia in talune ipotesi la legge riconosce espressamente la trasmissione

all’erede della legittimazione attiva o passiva in relazione ad interessi non patrimoniali.

Intrasmissibile è anche il cosiddetto diritto morale d’autore.

Nel campo dei rapporti patrimoniali la regola è invece la successione. Sono tuttavia intrasmissibili tutti

i rapporti strettamente personali, come usufrutto, uso, abitazione, rendita vitalizia, diritto alimentare ecc.

La morte è poi causa di scioglimento dei contratti caratterizzati dall’intuitus personae (in primo luogo il

contratto di lavoro subordinato e quello stipulato con un professionista).

L’erede subentra nei diritti potestativi spettanti al de cuius: diritto di riscatto di recesso, di ratifica, di

impugnazione, ecc.

Si rammenta che la morte del proponente non è sufficiente ad impedire la possibilità che si pervenga

alla stipulazione del contratto quando si tratti di proposta irrevocabile ovvero fatta nell’esercizio di

un’impresa.

Apertura della successione.

 La morte di una persona determina la apertura della successione.

L’art. 456 c.c. stabilisce che la successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo

domicilio del defunto.

La giurisprudenza e la dottrina prevalente ritengono equiparata alla morte naturale la morte presunta;

in caso di assenza invece, coloro che, verificandosi la morte dell’assente, sarebbero suoi eredi, possono

soltanto domandare l’immissione nel possesso temporaneo dei beni.

Patti successori.

 Aperta la successione occorre vedere a chi spettano il patrimonio ereditario o i singoli beni. Si parla

allora di vocazione ereditaria, che significa indicazione di colui che è chiamato all’eredità. Il nostro codice

preferisce parlare di delazione dell’eredità e cioè di offerta dell’eredità ad una persona che, se vuole, la

può acquistare.

La delazione del successibile può avvenire per legge (successione legittima) o per testamento

(successione testamentaria). È esclusa la successione per contratto.

La legge vieta esplicitamente varie tipologie di patti successori. Se ne convengono tre specie:

confermativi o istitutivi (con cui Tizio conviene con Caio di lasciargli la propria eredità); dispositivi (vendo

a Caio i beni che dovrebbero provenirmi dall’eredità di X); rinunciativi (convengo con Caio di rinunciare

all’eredità di X non ancora devoluta).

Inoltre, i patti istitutivi, vincolando il de cuius, gli toglierebbero quella libertà di disporre che la legge

riconosce ad ogni persona fino al momento della morte; quanto ai patti rinunciativi e dispositivi, deve

ritenersi che il legislatore abbia voluto impedire che un soggetto possa disporre con leggerezza,

sottovalutandole, di sostanze che non gli appartengono ancora e di cui, anzi, l’acquisto non può mai

essere sicuro (ante mortem).

È vietata anche la donazione mortis causa, in cui la morte del donante funziona come causa

dell’attribuzione patrimoniale: anch’essa è in contrasto con il principio fondamentale della revocabilità

delle disposizioni mortis causa. È invece valida la donazione fatta sotto la condizione sospensiva

(condizione di premorienza del donante). È invece valida la donazione fatta sotto la condizione

sospensiva “se il donante morirà prima del donatario” (condizione di premorienza del donante), perché

retroagendo la condizione al momento della conclusione della donazione, l’attribuzione patrimoniale

dipende da un atto inter vivos e non mortis causa.

Giacenza dell’eredità.

 Con la morte del de cuius colui che è chiamato all’eredità non acquista senz’altro la qualità di erede

né la titolarità dei beni e dei diritti. Occorre una sua dichiarazione di volontà (accettazione di eredità).

L’accettazione retroagisce al momento dell’apertura della successione, ossia opera in modo che non si

verifichi soluzione di continuità tra il de cuius e l’erede.

Nell’intervallo tra la morte dell’ereditando e l’accettazione del chiamato il patrimonio ereditario rimane

senza un titolare attuale dei rapporti attivi e passivi che di esso fanno parte. Per assicurare la gestione

del patrimonio ereditario durante quella fase, il c.c. prevedono la specifica figura dell’eredità giacente,

che ricorre soltanto quando concorrono tutte le seguenti condizioni:

a) Non sia ancora intervenuta l’accettazione da parte del chiamato

b) Il chiamato non si trovi nel possesso dei beni ereditari

c) Sia stato nominato, su istanza di qualsiasi interessato, o anche d’ufficio, un curatore dell’eredità

giacente. La nomina di un curatore deve essere motivata da qualche concreta esigenza di provvedere

ad atti di gestione del patrimonio ereditario che non possano essere rinviati in attesa che venga a

cessare la situazione di incertezza, per effetto dell’accettazione da parte di uno dei chiamati.

il curatore non è un rappresentante del chiamato o del futuro erede o dei creditori del de cuius, e

neppure della stessa eredità: si tratta di un amministratore di un patrimonio, con funzioni

prevalentemente conservative, anche se non sono esclusi poteri dispositivi.

Il curatore provvede all’amministrazione e alla conservazione del patrimonio ereditario; è legittimato

ad agire in giudizio sia attivamente che passivamente; può anche provvedere al pagamento dei debiti

ereditari e dei legati, previa autorizzazione del tribunale, purchè non vi sia opposizione da parte di

alcuno dei creditori o dei legatari. Se vi è opposizione si deve procedere alla liquidazione dell’eredità,

secondo le norme stabilite in tema di beneficio di inventario: le funzioni del curatore cessano quando il

chiamato all’eredità accetta.

Se non sia stato nominato un curatore, non si verifica giacenza, bensì una situazione di mera

vacanza dell’eredità, in quanto il patrimonio ereditario è privo di un dominus. In tal caso sono concessi

alcuni limitati poteri al chiamato all’eredità, in funzione della conservazione del patrimonio ereditario

(azioni possessorie (in caso di spoglio o turbativa del possesso), atti conservativi, di vigilanza e di

amministrazione temporanea).

La capacità di succedere.

 Qualunque persona fisica che al momento dell’apertura della successione sia già nata e sia ancora in

vita è senz’altro capace di succedere. Qualora si ignori se il chiamato sia vivo (il c.d. assente) il

legislatore ammette che la successione si devolva a favore di coloro ai quali sarebbe spettata in

mancanza dell’assente, impregiudicati i rimedi a favore di quest’ultimo, ove ritorni prima che sia maturata

la prescrizione del suo diritto di accettare l’eredità.

Il legislatore concede la c.d. capacità di succedere anche a coloro che al tempo dell’apertura della

successione erano soltanto concepiti. Naturalmente la chiamata è subordinata alla nascita.

Nell’ambito della successione testamentaria possono essere chiamati alla successione mediante

testamento anche i figli (legittimi, legittimati e naturali riconosciuti) non ancora concepiti di una

determinata persona vivente al momento dell’apertura della successione (allargamento della capacità di

succedere).

Se alla successione è chiamato un concepito, nel periodo di incertezza circa l’attribuzione definitiva

l’amministrazione dei beni spetta al padre e, in mancanza di questo, alla madre (norma discriminatoria

non modificata). Se invece alla successione sono chiamati (ex testamento) nascituri non ancora

concepiti, l’amministrazione dell’eredità nel (lungo) periodo di incertezza è affidata a coloro cui l’eredità o

la quota di eredità sarebbe devoluta qualora i nascituri chiamati alla successione non dovessero venire

ad esistenza, salvo il diritto della persona indicata nel testamento di rappresentare i nascituri e tutelarne

le aspettative.

Nessun dubbio sussiste sulla capacità di succedere per testamento delle persone giuridiche le quali

dovevano necessariamente munirsi, per poter accettare, della prescritta autorizzazione governativa (non

necessaria per le società). Il c.c. negava però la capacità di succedere agli enti non riconosciuti.

La norma è stata oggi abrogata e l’art. 473 c.c. dispone che l’accettazione delle eredità devolute alle

persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti si deve fare con il beneficio di

inventario (non è più necessaria l’autorizzazione).

L’indegnità.

 Essa ha un fondamento diverso dall’incapacità di succedere. Questa consiste nella inidoneità del

soggetto a subentrare nei rapporti che facevano capo al defunto; l’indegnità invece si basa

sull’incompatibilità morale del successibile.

Effetti: l’incapacità importa la mancanza di un soggetto idoneo all’acquisto dei diritti ereditari, e

dunque la radicale assenza di un effetto acquisitivo. Invece l’indegnità funziona come una causa di

esclusione che intanto produce effetti, in quanto sia pronunciata dal giudice, la cui sentenza ha carattere

costitutivo. Perciò mentre l’azione per far dichiarare l’incapacità di succedere è imprescrittibile, l’azione

per fare pronunciare l’indegnità si prescrive nel termine ordinario (10 anni) che decorre dal giorno

dell’apertura della successione.

Inoltre l’incapacità di succedere non ammette rimedi di sorta. Invece l’indegnità può essere rimossa

con la riabilitazione.

Le cause di indegnità sono tassativamente indicate nel codice, e si possono così raggruppare:

a) Atti compiuti contro la persona fisica (omicidio doloso, tentativo di omicidio) o contro la

personalità morale (calunnia, falsa testimonianza) del de cuius, oppure del coniuge o del discendente o

dell’ascendente di lui.

b) Atti diretti con violenza o dolo contro la libertà di testare del de cuius

c) Decadenza della potestà genitoriale; l’indegnità non sussiste se il genitore sia stato reintegrato

nella potestà alla data di apertura della successione. La ratio della norma consiste evidentemente nella

finalità di impedire al genitore che abbia commesso omissioni dei propri doveri nei confronti del figlio,

ovvero abusi o maltrattamenti, di gravità tale da giustificare la decadenza della potestà, di succedere al

figlio stesso.

L’indegnità non si comunica al figlio dell’indegno: non si vuole che gli innocenti siano colpiti per colpe

commesse da altri. La legge tuttavia vuole escludere che l’indegno riceva un vantaggio, anche indiretto,

dalla successione della persona verso la quale egli si è reso colpevole: perciò all’indegno non spettano

né il potere di amministrazione né l’usufrutto legale sui beni che sono pervenuti ai suoi figli dalla

successione dalla quale egli si è escluso.

La sentenza che pronunzia l’indegnità ha effetto retroattivo all’apertura della successione.

L’indegno può essere riabilitato o con dichiarazione espressa (atto pubblico) o con testamento

(riabilitazione totale), ovvero mediante la contemplazione nel testamento (riabilitazione parziale); nel

qual caso è ammesso a succedere nei limiti della disposizione, ma non può ricevere niente come

successore legittimo e neppure può agire per lesione di legittima, se quanto ha ricevuto è inferiore alla

quota di riserva.

Non va confusa con l’indegnità a succedere la diseredazione, ossia la clausola testamentaria con cui

il de cuius dichiari di non volere che alla sua successione abbia a partecipare un determinato soggetto il

quale avrebbe, in forza delle norme sulla successione legittima, titolo a parteciparvi.

La rappresentazione.

 È l’istituto in forza del quale i discendenti legittimi o naturali (c.d. rappresentanti) subentrano al loro

ascendente nel diritto di accettare un lascito qualora il chiamato (rappresentato) non può (es.: per

premorienza) o non vuole (per rinuncia) accettare l’eredità o il legato.

Essa può avere luogo soltanto quando il chiamato che non può o non vuole accettare sia o un figlio

ovvero un fratello o una sorella del defunto. La rappresentazione è dunque esclusa se il chiamato sia,

rispetto al de cuius, un estraneo ovvero anche un parente, ma non un figlio o un fratello (es.: cugino).

È inoltre esclusa nel caso di successione testamentaria, quando il testatore abbia già provveduto con

una sostituzione. È esclusa infine quando si tratti di legato o usufrutto o di altro diritto di natura

personale, in quanto costituiscono attribuzioni strettamente legate alla persona indicata dal testatore.

In luogo di colui che non accetta succedono i discendenti (rappresentanti) i quali succedono

direttamente al de cuius, cosicchè hanno diritto di partecipare alla successione di quest’ultimo anche

nell’ipotesi che abbiano rinunciato all’eredità del loro ascendente o che siano indegni o incapaci nei suoi

confronti.

La rappresentazione opera sia quando la chiamata a favore del rappresentato, al momento

dell’apertura della successione non possa più verificarsi (es.: il fratello del de cuius gli è premorto; per

rappresentazione è direttamente chiamato alla successione il nipote, figlio ex fratre), sia quando vi sia

stata una prima vocazione, ma questa sia caduta, ad es. per indegnità o per rinuncia.

Quando si applica la rappresentazione, la divisione si fa per stirpi: ossia i discendenti subentrano tutti

in luogo del capostipite, indipendentemente dal loro numero, e lo stesso criterio si applica anche qualora

uno stipite abbia prodotto più rami (es.: i due figli del de cuius sono premorti e hanno lasciato uno un

solo figlio (A) e l’altro due (B e C); l’eredità si divide in due parti, tante quante sono le stirpi).

L’accrescimento.

 Può aversi solo nel caso di chiamata congiuntiva: in tal caso, qualora uno dei chiamati non possa o

non voglia accettare l’eredità, ove non ricorrano le condizioni per farsi luogo alla rappresentazione, e ove

nella successione testamentaria il testatore non abbia disposto una sostituzione, la quota devoluta al

chiamato che non abbia potuto o voluto accettare si devolve a favore degli altri beneficiari della chiamata

congiuntiva (la cui quota pertanto si accresce).

Il fondamento dell’istituto sta nella presunta volontà del de cuius (presumibilmente intendeva

beneficiare in modo eguale tra le persone considerate). Perciò l’accrescimento non si verifica quando il

de cuius ha diversamente disposto.

La vocazione congiuntiva si verifica:

a) nella successione legittima, quando più persone sono chiamate ex lege nello stesso grado

b) nella successione testamentaria occorre distinguere: 1) se si tratta di istituzione di erede, quando

gli eredi siano stati chiamati con uno stesso testamento e il testatore non abbia fatto determinazione di

parti, oppure pur determinando le parti, abbia chiamato i coeredi in parti uguali; in tal caso per

l’accrescimento è necessaria la coniunctio re et verbis; se le parti sono disuguali è chiara la ragione per

cui non ha luogo il diritto di accrescimento; qualora manchino pure i presupposti dell’accrescimento, la

porzione dell’erede mancante si devolve agli eredi legittimi. 2) se si tratta di legato, basta la coniunctio

re, ossia che sia stato legato lo stesso oggetto a più persone; in mancanza dell’accrescimento la

porzione di legato non attribuita va a profitto dell’onerato, e cioè di colui (erede o legatario) a carico del

quale è stato posto il legato

L’accrescimento opera di diritto, senza bisogno di accettazione da parti di colui a cui profitta.

Le sostituzioni.

 Può darsi che il testatore abbia preveduto l’ipotesi che il chiamato non possa o non voglia accettare

l’eredità o il legato, designando altra persona in sua vece: la clausola relativa si chiama sostituzione

ordinaria o volgare. Prevale in questo caso, così sul diritto di rappresentazione come sull’accrescimento,

la volontà del testatore.

La legge ammette più sostituti ad una sola persona e viceversa; la sostituzione può operare anche tra

soggetti chiamati come coeredi, qualora uno di essi non possa o voglia accettare. Il sostituto subentra

anche nelle obbligazioni poste a carico del primo istituito, a meno che il testatore abbia altrimenti

disposto ovvero che si tratti di obbligazione di carattere personale.

Dalla sostituzione volgare si distingue la sostituzione fedecommissaria: il testatore istituisce erede,

per es., il figlio, vincolando i beni ereditari affinchè alla morte di questo possano automaticamente

passare ad un’altra persona, indicata dal testatore.

Si ha sostituzione fedecommissaria quando ricorrono le seguenti condizioni: 1) doppia istituzione: il

testatore nomina Caio erede e che alla morte di questi l’eredità passi a Sempronio; 2) ordo successivus:

occorre che il passaggio dal primo al secondo istituito si verifichi alla morte del primo; 3) vincolo di

conservare per restituire, in forza del quale il primo chiamato non ha una piena titolarità dei beni

trasmessigli e non può disporne, ma ne ha soltanto l’usufrutto.

Disciplina della sostituzione: la riforma del diritto di famiglia ha fatto sì che la norma escluda la validità

di una sostituzione fedecommissaria in tutti i casi, con la sola eccezione che sia disposta dai genitori,

dagli ascendenti in linea retta o dal coniuge dell’interdetto o del minore incapace, a favore della persona

o degli enti che, sotto la vigilanza del tutore, hanno avuto cura dell’istituito. Il soggetto istituito può

godere dei beni a lui assegnati, ma non può alienarli; alla sua posizione si applicano le norme dettate

per l’usufruttuario.

Per la stessa ragione per cui è stabilito che l’usufrutto non può durare oltre la vita dell’usufruttuario, la

disposizione vale soltanto a favore di coloro che, all’apertura della successione, sono i primi chiamati a

goderne.

L’ACQUISTO DELL’EREDITA’ E LA RINUNCIA

L’accettazione dell’eredità. La trasmissione del diritto di accettare l’eredità. La vendita di eredità.

 L’accettazione dell’eredità da parte del chiamato è necessaria. Quanto agli effetti si distinguono due

tipi di accettazione: pura e semplice, o con beneficio di inventario. Per effetto della prima si verifica la

confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede, che diventano un patrimonio solo. L’erede

succede sia nell’attivo che nel passivo. Se invece il chiamato all’eredità accetta con beneficio di

inventario, non si produce la confusione dei patrimoni.

Quanto alla morfologia dell’atto, sono ricomprese nell’accettazione varie fattispecie, tra loro

eterogenee, in quanto non implicano tutte una consapevole decisione e manifestazione di intento del

chiamato.

A) Accettazione espressa. Può essere pura e semplice o con beneficio di inventario. Mentre in

quest’ultimo caso l’accettazione deve essere fatta mediante dichiarazione ricevuta da un notaio o dal

cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, l’accettazione pura e semplice

può essere fatta mediante atto pubblico o scrittura privata. L’accettazione delle eredità devolute alle

persone giuridiche, associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti, non può farsi che col beneficio di

inventario; lo stesso principio vale per i minori e gli incapaci; peraltro i minori e gli incapaci non si

considerano decaduti dal beneficio dell’inventario qualora provvedano ai relativi adempimenti entro un

anno dal compimento della maggiore età o dalla cessazione dello stato di incapacità. Il contenuto

dell’atto deve implicare la manifestazione di una scelta consapevole da parte del chiamato, diretta

all’acquisto dell’eredità. E in questo senso va condivisa l’opinione dominante secondo cui l’accettazione

(espressa) dell’eredità costituisce un negozio giuridico. Essa è un actus legitimus: ad essa non possono

infatti apporsi condizioni o termini che rendono nulla l’intera dichiarazione. Parimenti nulla è ogni

accettazione parziale.

B) Accettazione tacita. È tacita quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone

necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di

erede. In realtà la legge non configura una dichiarazione tacita nello stesso senso in cui si parla, in

generale, della possibilità di manifestare con un comportamento concludente una scelta negoziale.

Difatti rilevante non è una volontà di accettare desumibile, anziché da una dichiarazione espressa, rebus

ipsis et factis, considerando innanzitutto che una volontà di accettare espressa verbalmente è del tutto

irrilevante. In secondo luogo non qualsiasi comportamento può costituire accettazione di un’eredità, ma

solo la concretizzazione dell’acquisto dell’eredita in un atto che il chiamato non avrebbe il diritto di fare

se non nella qualità di erede. La vendita o donazione dei diritti di successione ad un terzo o ad un altro

chiamato importa accettazione dell’eredità; la rinuncia all’eredità operata verso corrispettivo o a favore di

alcuni soltanto dei chiamati importa accettazione: un tale atto difatti non è in realtà vera rinuncia ai diritti

successori, ma disposizione degli stessi.

C) Accettazione presunta. In altre ipotesi l’acquisto dell’eredità avviene automaticamente, in forza

della legge, o per il solo fatto che non si è provveduto ad uno specifico atto imposto dalla legge, ovvero

al contrario, perché si è tenuto un determinato comportamento che preclude la rinuncia all’eredità e

rende colui che lo compie erede puro e semplice. Si è spesso parlato per queste ipotesi di accettazione

presunta: ma in realtà l’acquisto dell’eredità non si ricollega affatto ad una presunzione della volontà di

accettare, che è considerata del tutto irrilevante, bensì ad una fattispecie legale tipica, automaticamente

sufficiente a determinare l’effetto previsto dal legislatore. Rimane indispensabile la consapevolezza del

chiamato della delazione e dell’appartenenza dei beni posseduti al compendio ereditario. Inoltre una tale

modalità di acquisto dell’eredità non è applicabile al minore o all’incapace.

L’accettazione dell’eredità è soggetta a trascrizione. In caso di accettazione tacita la trascrizione

avviene sulla base dell’atto implicante appunto accettazione tacita, qualora esso risulti da una sentenza

o da un atto pubblico o da una scrittura privata autenticata.

Se il chiamato muore senza averla accettata, il diritto di accettarla si trasmette ai suoi eredi.

La trasmissione ai successori del chiamato si distingue dalla rappresentazione: quest’ultimo istituto

presuppone che il chiamato non possa o non voglia accettare l’eredità, mentre la trasmissione del ius

delationis presuppone che il chiamato non abbia ancora dichiarato se intende accettare quando è

sopravvenuta la morte. Il rappresentante subentra ope legis nel luogo e nel grado dell’ascendente e

succede direttamente al de cuius, del quale può accettare l’eredità anche nel caso che abbia rinunciato

all’eredità del rappresentato o sia indegno di succedergli. Invece nel caso previsto dalla trasmissione del

ius delationis, il chiamato che muore senza aver accettato l’eredità trasmette ai suoi eredi, insieme al

suo patrimonio, il diritto di accettarla; perciò costoro in tanto possono acquistare tale diritto in quanto

abbiano accettato l’eredità del trasmittente. Ciò spiega la regola secondo la quale la rinuncia all’eredità

propria del trasmittente include rinuncia all’eredità al medesimo devoluta.

Il diritto di accettare l’eredità è soggetto alla prescrizione ordinaria decorrente dalla data dell’apertura

della successione (ancorchè, diversamente dalla prescrizione generale, il termine non è suscettibile di

interruzione, occorrendo che il diritto venga esercitato entro il termine in questione).

Anche nei confronti dei chiamati ulteriori, ossia coloro nei cui confronti la vocazione opera in

subordine rispetto ad altri, il termine decorre dalla data della apertura della successione.

Ma può darsi che qualcuno abbia interesse a che il chiamato si decida entro uno spazio più limitato di

tempo a dichiarare se intende o no accettare l’eredità. In tal caso si può fare ricorso ad una speciale

azione (actio interrogatoria) con cui si chiede che l’autorità giudiziaria fissi un termine, trascorso il quale

il chiamato perde il diritto di accettar; si tratta in questo caso dell’ipotesi di decadenza. È consentito

anche al testatore stabilire un termine per l’accettazione dell’eredità.

L’accettazione si può impugnare per violenza o dolo, ma non per errore perché l’errore non potrebbe

cadere che sull’ammontare dell’attivo rispetto al passivo, ma per questo c’è l’accettazione con beneficio

di inventario.

Per effetto dell’acquisto dell’eredità, all’erede si trasmette anche il potere di disporre dei beni ereditari.

Oggetto della vendita è il complesso di beni che fanno parte dell’eredità.

L’erede continua a rispondere dei debiti ereditari verso i creditori del defunto (accollo cumulativo tra

erede ed acquirente, in forza del quale quest’ultimo è obbligato, salvo patto contrario, in solido con il

venditore a pagare i debiti ereditari).

Appunto perché la vendita avviene in blocco, l’erede non è tenuto alla garanzia per evizione secondo

le regole comuni: egli è tenuto a garantire solo la qualità di erede.

Data l’importanza dell’atto, è prevista a pena di nullità la forma scritta, anche se il complesso

ereditario non contenga beni immobili.

Accettazione con beneficio d’inventario.

 Effetti:

1) L’erede che ha accettato con bdi conserva verso l’eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva

verso il defunto, laddove nell’ipotesi di accettazione pura e semplice, i rapporti obbligatori tra defunto ed

erede si estinguono in proporzione della quota spettante all’erede

2) L’erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati ultra vires (oltre il valore dei beni

a lui pervenuti)

3) I creditori del defunto ed i legatari hanno preferenza sul patrimonio ereditario di fronte ai creditori

dell’erede; però questi ultimi, se non vogliono perdere tale preferenza nel caso in cui l’erede decada dal

beneficio, hanno l’onere di domandare la separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede.

La facoltà di accettare con beneficio di inventario ha carattere personale. Perciò sebbene i creditori

dell’erede possano essere pregiudicati dall’accettazione pura e semplice, perché per effetto della

confusione del patrimonio del defunto con quello dell’erede sono costretti a subire il concorso dei

creditori del defunto sul patrimonio dell’erede, essi non possono accettare con beneficio d’inventario in

luogo del loro debitore. L’azione surrogatoria che consente ai creditori di esercitare i diritti del proprio

debitore è in questa maniera esclusa, trattandosi di un diritto che può per sua natura essere esercitato

soltanto dal suo titolare.

La legge stabilisce che gli incapaci, assoluti e relativi, le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti,

non possono efficacemente accettare un’eredità se non con il beneficio di inventario.

L’accettazione con beneficio di inventario, disposta nell’interesse dei minori, vale a limitare la

responsabilità intra vires hereditatis.

L’accettazione con beneficio di inventario esige ad substantiam una forma particolare (dichiarazione

ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione) ed è

sottoposta anche ad un regime particolare di pubblicità-notizia (la dichiarazione, inserita nel registro

delle successioni conservato presso il tribunale, deve essere trascritta entro un mese presso l’ufficio dei

registri immobiliari), e deve essere preceduta o eseguita dall’inventario, che deve essere redatto con

particolari forme, previste dal c.p.c.; anche la data di compimento dell’inventario deve essere indicata nel

registro delle successioni.

Devono anche essere osservati i termini particolari prescritti dalla legge. Occorre dunque distinguere

se il chiamato abbia o no il possesso dei beni ereditari.

Se il chiamato è nel possesso dei beni ereditari deve fare l’inventario entro tre mesi dall’apertura della

successione o dalla notizia della devoluzione dell’eredità ed entro i quaranta giorni successivi deve, se

non l’abbia già fatto prima, deliberare se accetta o rinuncia all’eredità.

Trascorso il termine di tre mesi o quello eventualmente prorogato senza aver compiuto, ossia portato

a termine, l’inventario, o quello di quaranta giorni senza che abbia deliberato se accettare l’eredità, il

chiamato è considerato erede puro e semplice (per accettazione presunta).

Invece il chiamato che non sia nel possesso dei beni ereditari può fare la dichiarazione di

accettazione con beneficio di inventario fino a quando non sia prescritto il diritto di accettare (10 anni), e

poi redigere l’inventario nei tre mesi successivi: se omette tale adempimento è considerato erede puro e

semplice. Se ha fatto l’inventario senza aver accettato, deve accettare entro quaranta giorni; in caso di

omissione, il chiamato perde il diritto di accettare l’eredità.

Nel caso sia stata esercitata l’actio interrogatoria contro il chiamato che non sia nel possesso dei beni

ereditari, egli deve fare nel termine fissato dal giudice tanto l’inventario che la dichiarazione. Se omette

la dichiarazione perde il diritto di accettare; se fa la dichiarazione ma non l’inventario è erede puro e

semplice.

L’erede che abbia accettato con bdi diviene amministratore del patrimonio ereditario. Gli è vietata

l’alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione del giudice: se viola questo divieto, decade dal

beneficio e diventa erede puro e semplice.

La decadenza è comminata anche per omissioni e infedeltà nell’inventario.

Accettata l’eredità con bdi il pagamento dei creditori del defunto può avvenire in uno dei tre modi

seguenti:

a) L’erede paga i creditori e i legatari a misura che si presentano. I creditori insoddisfatti possono

rivalersi contro i legatari nei limiti del legato.

b) Se vi è opposizione dei creditori a questo modo di pagamento si può procedere alla liquidazione

dei beni ereditari. Sono chiamati a concorrervi tutti i creditori; i beni vengono alienati e il ricavato p

distribuito tra i creditori secondo uno stato di graduazione, ossia vengono pagati per primi i creditori con

prelazione o preferenza. L’erede che paga i debiti nonostante l’opposizione dei creditori, ovvero che non

rispetti le procedure di liquidazione, decade dal bdi.

c) L’erede può anche rilasciare i beni ereditari a favore dei creditori e dei legatari.

La separazione del patrimonio del defunto.

 L’accettazione con bdi, oltre giovare al chiamato all’eredità, giova anche ai creditori del defunto

perché assicura ad essi la preferenza sul patrimonio ereditario di fronte ai creditori dell’erede. Questa

rpeferenza dipenda dall’iniziativa dell’erede, il quale, se è oberato di debiti, non ha nessun interesse

all’accettazione con bdi; dall’altro essa può venir meno se l’erede decada dal bdi o vi rinunci. Per venire

incontro ai creditori del defunto, i quali hanno fatto affidamento sul patrimonio di quest’ultimo nel fargli

credito, ed ai legatari, che non è giusto siano danneggiati dal concorso dei creditori dell’erede, è

apprestato un altro rimedio: la separazione del patrimonio del defunto da quello dell’erede.

Anche la separazione impedisce la confusione dei due patrimoni, quello del defunto quello dell’erede,

ma opera a favore dei creditori del defunto e dei legatari, i quali si assicurano il soddisfacimento sui beni

del defunto, a preferenza dei creditori dell’erede. L’utilità dell’istituto si manifesta nel caso che i creditori

del defunto si trovino di fronte ad un erede oberato dai debiti: nel qual caso essi, ricorrendo alla

separazione, escludono il concorso dei creditori dell’erede sul patrimonio del defunto.

La preferenza dei creditori del defunto e dei legatari nel concorso sui beni ereditari non spetta a tutti i

creditori del de cuius e a tutti i legatari, ma solo a coloro che abbiano esercitato il diritto di ottenere la

separazione (creditori separatisti).

La separazione inoltre non impedisce ai creditori e ai legatari, che l’hanno esercitata, di soddisfarsi

anche sui beni propri dell’erede.

Infine la separazione ha carattere particolare e non universale: essa opera non sull’intera massa del

patrimonio ereditario, ma sui singoli beni per i quali sia stata fatta valere specificamente.

L’istituto della separazione si distingue dunque nettamente dal bdi. Ciò spiega come il bdi non

dispensi i creditori del defunto dal chiedere la separazione, se vogliono conservare la preferenza anche

nell’ipotesi che l’erede decada dal bdi o vi rinunci; ma la separazione giova non soltanto rispetto ai

creditori dell’erede, ma anche agli altri creditori del defunto non separatisti. Difatti i creditori e i legatari

che hanno esercitato la separazione hanno diritto di soddisfarsi sui beni separati con preferenza anche

rispetto ai creditori e legatari non separatisti; un tale diritto di preferenza è concesso peraltro solo nel

caso in cui la parte di patrimonio non separata sarebbe stata sufficiente a soddisfare i creditori e i

legatari non separatisti. In tal caso i creditori e legatari che sono rimasti inerti e non hanno esercitato la

separazione vengono posposti ai creditori e legatari che sono stati maggiormente diligenti.

Qualora la separazione sia stata esercitata dai creditori e da legatari, i primi sono preferiti ai secondi.

Il diritto alla separazione deve essere esercitato entro un breve termine di decadenza (tre mesi

dall’apertura della successione).

Modo di esecuzione: per i mobili occorre una domanda giudiziale; per gli immobili l’iscrizione del

credito o del legato sopra ciascun bene su cui il legatario o creditore fa valere il suo diritto.

L’azione di petizione ereditaria.

 Acquistata l’eredità l’erede può rivolgersi contro chiunque possegga, a titolo di erede o senza alcun

titolo, beni ereditari per: a) farsi riconoscere la qualità di erede e b) farsi consegnare o rilasciare i beni. Si

tratta dell’azione di petizione ereditaria.

L’attore deve in primo luogo dimostrare la propria qualità di erede; deve inoltre dimostrare che i

singoli beni specificamente da lui reclamati nei confronti del convenuto appartengono all’asse ereditario.

L’azione può essere proposta non contro chiunque possieda beni ereditari, ma solo contro colui il

quale possiede tutti o parte dei beni ereditari affermando di essere lui l’erede, o contro il possessore

senza titolo. L’azione non si può perciò proporre contro colui che possieda per un titolo particolare che

non implica l’attribuzione della qualità di erede (es.: contratto di compravendita inter vivos). In tal caso si

deve agire con l’azione di rivendicazione.

L’azione è imprescrittibile. Benché imprescrittibile non assorbe quella di annullamento del testamento,

che deve essere proposta nel relativo termine di prescrizione.

Se l’azione viene accolta, il convenuto è condannato a restituire le cose possedute. Le disposizioni di

tale azione distinguono tra l’ipotesi in cui il possessore sia in buona fede e quella in cui sia in mala fede.

È possessore di buona fede dell’eredità colui che ha acquistato il possesso dei beni ereditari, ritenendo

per errore che non dipenda da colpa grave, di essere erede.

Se il possessore ha alienato in buona fede una cosa dell’eredità, l’erede vero ha diritto soltanto ad

ottenere il prezzo o il corrispettivo ricevuto dal possessore medesimo.

È sufficiente che la buona fede sussista al momento dell’acquisto del possesso dei beni ereditari.

Perciò la mancata conoscenza in siffatto momento dell’esistenza di eredi legittimi di grado anteriore o

che avevano diritto di farsi dichiarare tali è sufficiente a qualificare in buona fede i congiunti del de cuius

che si siano immessi nel possesso dei beni ereditari.

Gli acquisti dall’erede apparente.

 L’erede può agire con la petizione di eredità non soltanto contro il possessore, ma anche contro le

persone a cui costui abbia alienato le cose possedute. Tuttavia il legislatore non poteva non prendere in

considerazione la posizione di coloro i quali hanno acquistato i beni ereditari facendo affidamento sulla

qualità di erede di chi li ha venduti. La legge ha ritenuto opportuno, anche per facilitare la circolazione

dei beni, di dare in questa materia importanza all’apparenza della qualità di erede e alla buona fede del

terzo acquirente. Sono perciò salvi i diritti acquistati per effetto di convenzione con l’erede apparente,

purchè ricorrano le seguenti condizioni: 1) si tratti di convenzioni a titolo oneroso; 2) il terzo sia in buona

fede.

Non ha invece importanza che l’erede apparente abbia o non abbia un titolo e non ha rilevanza

nemmeno la sua buona o mala fede. È decisiva, invece, la buona fede dell’acquirente.

L’acquisto dell’avente causa dall’erede apparente è fatto salvo soltanto se l’acquisto a titolo di erede

da parte dell’erede apparente, e il successivo trasferimento dall’erede apparente al terzo, sono stati

entrambi trascritti anteriormente alla trascrizione dell’acquisto da parte del vero erede o del vero

legatario, oppure della domanda giudiziale di petizione dell’eredità contro l’erede apparente.

La rinuncia all’eredità.

Consiste in una dichiarazione unilaterale non recettizia, con la quale il chiamato all’eredità manifesta

la sua decisione di non acquistare l’eredità.

Richiede una forma particolare: deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del

circondario in cui si è aperta la successione. È soggetta anche a pubblicità, mediante inserzione nel

registro delle successioni.

La rinuncia non può farsi da chi si trovi nel possesso dei beni ereditari dopo tre mesi dall’apertura

della successione o della notizia della devoluzione dell’eredità. Chi abbia sottratto o nascosto i beni

decade dalla facoltà di rinunciare. Costoro sono considerati eredi puri e semplici.

La rinuncia è un actus legitimus.

È nulla la rinuncia che si riferisca ad una parte soltanto dell’eredità; il rinunciante però può trattenere

le donazioni a lui fatte o domandare l’esecuzione del legato disposto a suo favore, fino a concorrenza

della quota disponibile dell’asse ereditario.

La rinuncia all’eredità fatta verso corrispettivo, ovvero a favore soltanto di alcuni degli altri chiamati,

importa accettazione dell’eredità.

Gli effetti della rinuncia sono diversi secondo che sia legittima o testamentaria.

Nel primo caso, se non ha luogo la rappresentazione, la parte di colui che rinuncia va a favore di

coloro che avrebbero concorso con il rinunciante.

Nel secondo caso si deve distinguere tra l’ipotesi in cui il testatore abbia previsto il caso della rinuncia

ed abbia disposto una sostituzione e quella in cui il testatore non abbia disposto nulla. Nel primo caso la

quota del rinunciante va a favore della persona indicata dal testatore (sostituto); nel secondo, se ricorre

uno dei casi previsti per la rappresentazione, si applicano le norme già considerate. Se mancano i

presupposti per la rappresentazione, la parte del rinunciante va a favore dei suoi coeredi, se istituiti

senza determinazione di parti o in parti uguali; altrimenti va a favore degli eredi legittimi.

A differenza dell’accettazione, la rinuncia è revocabile: chi ha rinunciato può tornare sulla decisione

presa ed accettare l’eredità, con due limiti: non deve essere trascorso il termine decennale per la

prescrizione della facoltà di accettazione e l’eredità non deve essere già stata accettata da un altro

chiamato.

Come l’accettazione, la rinuncia può essere impugnata solo per violenza o dolo. L’impugnativa per

errore è esclusa.

I creditori del rinunciante possono essere pregiudicati dalla rinuncia. La legge stabilisce la facoltà di

impugnativa della rinuncia da parte dei creditori. Essi possono farsi autorizzare ad accettare l’eredità in

nome e in luogo del rinunciante unicamente allo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari.

LA SUCCESSIONE LEGITTIMA

Fondamento e presupposto.

 Fondamento della successione legittima è, accanto alla presunta volontà del de cuius, la solidarietà

familiare. Essa ha come presupposto la mancanza totale del testamento o la circostanza che il testatore

non abbia disposto di tutti i beni: nel primo caso interviene totalmente il regime stabilito dal legislatore;

nel secondo l’applicazione delle regole relative alla successione legittima si limita a quei beni di cui il

testatore non abbia disposto.

Le categorie di successibili.

 Coniuge, discendenti legittimi e naturali, ascendenti legittimi, collaterali, genitori del figlio naturale (art.

578 c.c.), gli altri parenti, lo Stato (565 c.c.).

Per quanto riguarda la successione legittima del coniuge, oggi la legge con la riforma del diritto di

famiglia, ha attribuito al coniuge una quota in proprietà dell’asse ereditario, conferendogli quindi, a tutti

gli effetti, la qualità di erede (allorchè con il codice del ’42 il coniuge non poteva considerarsi erede, ma

semplice legatario ex lege).

A lui spetta infatti la metà del patrimonio del defunto, se in concorso con un solo figlio, 1/3 se

concorre alla successione con più figli, 2/3 se concorre con ascendenti legittimi o con fratelli e sorelle. In

mancanza di tali soggetti al coniuge si devolve l’intera eredità.

In caso di separazione il coniuge conserva i diritti ereditari, tranne che nell’ipotesi in cui sia a lui

addebitata la separazione. In tal caso ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se, al momento

dell’apertura della successione, godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto. L’assegno è

commisurato alle sostanze ereditarie, nonché alla qualità e al numero degli eredi legittimi; non deve

comunque essere di entità superiore a quella della prestazione alimentare precedentemente goduta.

In caso di divorzio l’ex coniuge non ha titolo per partecipare alla successione, ma ha solo il diritto ad

un assegno di mantenimento nel caso in cui godeva dell’assegno divorzile (sempre commisurato).

Tra gli altri suscettibili possono distinguersi diversi ordini:

1) I figli legittimi e naturali, i legittimati e gli adottivi. Succedono in parti uguali ed escludono gli

ascendenti e i collaterali. In caso di premorte succedono a loro per rappresentazione i discendenti.

2) I genitori, i fratelli e sorelle, nonché i discendenti di questi ultimi, gli ascendenti. I genitori

succedono in parti uguali, come anche i fratelli. I fratelli e le sorelle unilaterali, consanguinei (figli di

stesso padre ma di diversa madre) o uterini (stessa madre, padre diverso) conseguono la metà della

quota che di fatto conseguono i fratelli germani (stessa madre, stesso padre). I genitori concorrono con i

fratelli del de cuius. Ai fratelli unilaterali spetta una quota pari alla metà di quella attribuita agli altri

concorrenti. Gli ascendenti succedono soltanto in assenza dei genitori. Gli ascendenti più prossimi

escludono quelli di grado più remoto; se di ugual grado, succedono per una metà gli ascendenti della

linea paterna, per l’altra quelli della linea materna. Gli ascendenti concorrono con i fratelli e le sorelle del

de cuius.

3) I collaterali dal terzo al sesto grado, che hanno diritto di venire alla successione solo quando non

vi siano altri successibili, e per i quali vale il principio che il più vicino in grado esclude il più remoto,

mentre quelli di pari grado concorrono per quote uguali.

La successione non ha luogo tra i parenti oltre il sesto grado.

Il principio della sostanziale equiparazione ai fini successori dei discendenti legittimi e naturali è da

annoverare tra le più significative innovazioni introdotte dalla riforma del diritto di famiglia. La riforma del

75n fa tuttavia salva la facoltà dei figli legittimi di soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari la

porzione spettante ai figli naturali, solo di quelli che non vi si oppongono.

Ai figli naturali non riconoscibili spetta invece un assegno vitalizio pari all’ammontare della rendita

della quota di eredità alla quale avrebbero diritto, se la filiazione fosse stata dichiarata o riconosciuta. Su

loro richiesta è prevista la capitalizzazione di detto assegno in denaro, ovvero, a scelta dei legittimi, in

beni ereditari.

La Cost. ha stabilito di rimettere alla discrezionalità del legislatore la definizione dell’ordine dei

successibili. I figli naturali succedono solo in assenza degli ultimi suscettibili ad ereditare ex lege (parenti

di sesto grado) e prima dello Stato. I parenti naturali non sono successibili. Il convivente more uxorio non

è contemplato tra i successibili.

La successione dello Stato.

La successione dello Stato ha particolari caratteristiche: in primo luogo l’acquisto opera di diritto e non

può farsi luogo a rinuncia.

Lo Stato non risponde mai dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni acquistati.

La finalità non è quella di conseguire arricchimenti all’Erario, bensì quella di assicurare la gestione dei

rapporti giuridici riferibili a persone defunte che non abbiano lasciato eredi.

LA SUCCESSIONE NECESSARIA

Fondamento e natura.

 L’erede può disporre nel modo che egli ritiene più opportuno dei suoi beni ereditari, purchè egli non

leda i diritti che la legge assicura ai congiunti più stretti tassativamente indicati dalla legge stessa.

Ripugna alla coscienza collettiva che tutti i beni del de cuius siano lasciati o donati ad un estraneo e che

qualcuno dei figli o il coniuge non riceva nulla.

La legge stabilisce dunque che quando vi siano determinate categorie di successibili, una parte dei

beni del de cuius deve essere attribuita ai successibili. La quota che la legge riserva a costoro si chiama

appunto quota di legittima o riserva; i successori necessari non devono assolutamente essere confusi

con quelli legittimi, ossia con coloro ai quali l’eredità viene devoluta ex lege mancando il testamento.

I principi della successione necessaria sono ispirati alla tutela dei più stretti vincoli familiari, di fronte

alla quale resta limitata la facoltà di disporre del testatore. Esse hanno perciò carattere inderogabile.

Categorie di legittimari

 Sono il coniuge, i figli legittimi (e come loro i legittimati e gli adottivi), i figli naturali, gli ascendenti

legittimi.

La riserva a favore dei figli legittimi o naturali non è fissa. Quando manca il coniuge la riserva a favore

dei legittimi è di metà del patrimonio se il genitore lascia un solo figlio, di 2/3 se i figli sono di più.

Ciascuno dei legittimari ha ovviamente diritto ad una propria quota di riserva, e la divisione deve essere

fatta in parti uguali.

Per i figli naturali già prima della nuova legge sul diritto di famiglia la Corte cost. aveva affermato il

loro diritto alla stessa tutela dei figli legittimi, quantomeno nei casi in cui non concorressero con questi

ultimi o il coniuge. Oggi i figli legittimi e naturali sono perfettamente equiparati rispetto alla successione

del comune genitore: tuttavia i primi possono soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari la prozione

spettante ai secondi, purchè questi ultimi non vi si oppongano.

La riserva a favore degli ascendenti legittimi opera soltanto se il defunto non lascia figli: in tal caso è

di 1/3, ma si riduce a ¼ se con gli ascendenti concorre il coniuge.

Il legislatore attuale ha riservato al coniuge una quota di piena titolarità dell’eredità, che è della metà

in assenza di figli e ascendenti; in caso contrario varia a seconda della qualità e del numero di soggetti

con i quali concorre. La presenza del coniuge, come sopra accennato, incide anche sulla misura della

legittima spettante agli altri legittimari. Conviene perciò ricapitolare:

In presenza di un coniuge ed un figlio, a ciascuno di essi spetta 1/3 dell’eredità, il residuo terzo è

-

liberamente disponibile.

In presenza di coniuge e due o più figli, al coniuge spetta 1/4, ai figli complessivamente la metà, il

-

residuo quarto è liberamente disponibile.

In presenza di coniuge e ascendenti, al coniuge spetta la metà del patrimonio, agli ascendenti ¼, il

-

residuo quarto è liberamente disponibile.

Al coniuge inoltre è riservato in ogni caso il diritto di abitazione nella casa adibita a residenza

-

familiare e di uso sui beni mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni; si tratta di un

legato ex lege.

È da sottolineare che tali diritti gravano sulla porzione disponibile e, qualora questa non sia

-

sufficiente, sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente su quella spettante ai figli.

Questi diritti sono garantiti anche al coniuge separato cui non sia stata addebitata la responsabilità

del fallimento familiare. Per il coniuge cui sia stata addebitata la separazione la legge riconosce il diritto

ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto.

I figli naturali non riconoscibili hanno diritto allo stesso assegno vitalizio di cui è già stato detto a

proposito della successione legittima.

La quota legittima.

 Quando vi siano dei legittimari, il patrimonio ereditario si distingue idealmente in “disponibile” e

“legittima”.

Il legittimario ha diritto ad ottenere la propria quota in natura ed il testatore non può imporre alcun

peso o alcuna condizione sulla legittima. Tuttavia il testatore può disporre il soddisfacimento della

legittima mediante denaro esistente nell’asse o beni determinati, corrispondenti al valore della legittima.

Dunque l’intangibilità della legittima deve intendersi in senso quantitativo e non qualitativo.

Tuttavia vi è un temperamento alla impossibilità di imposizione di pesi da parte del testatore sulla

legittima: si tratta della c.d. cautela sociniana. Si supponga che Tizio lasci un figlio e che, possedendo un

patrimonio di 100, abbia legato ad un estraneo l’usufrutto di un fondo del valore di 70. Il figlio acquista in

tal caso il diritto ad un reddito inferiore a quello che ricaverebbe da un capitale pari all’intera quota di

riserva (ossia pari a 50), che gli spetterebbe a titolo di legittima; ma come nuda proprietà ottiene una

parte maggiore di quella che gli competerebbe (nell’esempio fatto l’intero, e non la metà). Occorrerebbe

capitalizzare l’usufrutto di regola, per vedere se vi sia lesione di legittima, ma poiché la durata

dell’usufrutto è incerta (tanto è la durata della vita dell’usufruttuario) è incerta anche la valutazione;

appunto l’art. 550 c.c. nega in tal caso l’azione di riduzione al legittimario e gli consente la scelta: o

eseguire la disposizione (e prendere così la nuda proprietà dell’intero patrimonio, oltre al reddito che

resta dopo soddisfatto il legato) oppure ottenere la proprietà piena della quota di riserva (la metà),

abbandonando a favore del legatario quella disponibile.

Altro temperamento è costituito dal c.d. legato in sostituzione di legittima, per cui viene attribuito al

legittimario un legato di somma di beni determinati di valore o uguale o superiore alla legittima, a

condizione che questo rinunci ad ogni altra pretesa sull’eredità. Il legittimario può rinunciare al legato e

chiedere la legittima, oppure conseguire il legato; in questo caso perde il diritto di chiedere un

supplemento e non acquista la qualità di erede.

Il legato in sostituzione di legittima si acquista automaticamente senza bisogno di accettazione; è

valida la rinuncia, che va fatta per iscritto.

Il legato in sostituzione di legittima si distingue da quello in conto di legittima. Con il primo il testatore

intende escludere il legittimario da ogni partecipazione alla divisione dell’eredità. Nel secondo il testatore

fa al legittimario un’attribuzione di beni, che deve essere calcolata ai fini della legittima, con la

conseguenza che il legittimario può chiedere il supplemento, se i beni attribuitigli non raggiungono

l’entità della legittima.

Si supponga che un padre lasci un patrimonio di 100 e attribuisca a titolo di legato all’unico figlio beni

per un valore di 45. Se il legato è fatto in sostituzione di legittima, il figlio può rinunciare al legato e

chiedere la legittima oppure contentarsi del legato. Se invece il legato è in conto della legittima il

legatario può chiedere l’integrazione della legittima stessa (50 - 45 = 5). Lo stesso principio si applica

alle donazioni fatte in conto della legittima.

Il lascito di un legato a favore di un legittimario non può ritenersi fatto in sostituzione di legittima, se

ciò non risulta da chiara ed univoca manifestazione di volontà del testatore: in difetto di tale

manifestazione il legato va considerato in conto di legittima.

La riunione fittizia.

 Serve per stabilire se il de cuius ha leso i diritti che spettavano a qualcuno dei legittimari. Occorre

dunque calcolare l’entità del suo patrimonio all’epoca dell’apertura della successione.

Si chiama fittizia perché i beni vengono riuniti soltanto fittiziamente, sulla carta.

Dalla somma dei valori dei beni al momento dell’apertura (relictum) si detraggono i debiti, dovendosi

determinare l’effettiva misura dell’attivo ereditario. Al risultato si aggiungono i beni di cui il testatore abbia

eventualmente disposto in vita a titolo di donazione (donatum = ciò che è stato donato), di regola

secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione.

Sull’asse determinato all’esito dei conteggi sopra descritti si calcola la quota di cui il testatore poteva

disporre (disponibile).

Per stabilire se vi sia stata lesione di legittima, occorre tener conto anche dei legati e delle donazioni

fatte al legittimario, salvo che il testatore lo abbia da tale imputazione dispensato. Quindi se la legittima è

di 50 e il legittimario ha ricevuto per donazioni e legati 10, egli potrà chiedere 40 e non 50 per integrare

la sua legittima. La legge infatti parte dal presupposto che il testatore abbia donato 10 quale anticipo

sulla legittima.

Poiché la rappresentazione fa subentrare il rappresentante nel luogo e nel grado dell’ascendente, si

spiega la regola secondo la quale il legittimario che succede per rappresentazione deve anche imputare

le donazioni e i legati fatti senza espressa dispensa del suo ascendente. Ciò ci rende chiara altresì la

ragione della norma secondo la quale la rappresentazione ha luogo anche nel caso di unicità di stirpe.

Per la determinazione delle donazioni e dei legati che debbono formare oggetto dell’imputazione la

legge rimanda a ciò che è stabilito circa la collazione.

L’azione di riduzione.

 Se le disposizioni testamentarie e le donazioni eccedono la quota disponibile, i legittimari possono

chiedere la loro riduzione.

Questa azione è irrinunciabile dai legittimari finchè il donante è in vita.

Se il legittimario agisce contro estranei, la legge stabilisce uno speciale onere per il promovimento

dell’azione: l’accettazione con bdi.

Avviene spesso che il de cuius abbia posto in essere simultaneamente un atto a titolo oneroso per

nascondere la donazione. In tal caso, per ottenere la riduzione, è necessario prima agire per la

dichiarazione di simulazione, dopodiché si può conseguire la riduzione.

La riduzione si opera in questo modo: sono colpite per prime le disposizioni testamentarie, che

vengono diminuite proporzionalmente. Se la riduzione delle disposizioni testamentarie non vale ad

integrare la legittima si procede alla riduzione delle donazioni, cominciando dall’ultima in ordine di

tempo, che è quella che ha provocato la lesione.

Se l’azione di riduzione è accolta, il donatario o il beneficiario della disposizione testamentaria deve

restituire in tutto o in parte il bene, il quale deve essere restituito libero da ogni peso o ipoteca ed i frutti

sono dovuti dalla domanda giudiziale.

Se il bene è divisibile si procede separando la parte occorrente per integrare la quota di riserva; se

non è divisibile esso si lascia per intero nell’eredità qualora il legatario o donatario abbia nell’immobile

un’eccedenza superiore al ¼ della porzione disponibile, altrimenti il legatario o donatario può ritenere il

bene compensando in denaro i legittimari. Se il beneficiario della disposizione sottoposta a riduzione è

anche legittimario, egli può ritenere tutto l’immobile, purchè il suo valore non sia superiore alla somma

della porzione disponibile e della quota che gli spetta come legittimario.

L’azione di riduzione è un’azione, totale o parziale, di risoluzione dell’acquisto compiuto dai

beneficiari del testamento o del donatario ed ha carattere personale; ha efficacia erga omnes. Le

disposizioni lesive della legittima non sono nulle, ma soltanto impugnabili con l’azione di riduzione.

La domanda di riduzione è soggetta a trascrizione se ha per oggetto immobili o mobili registrati.

L’azione di riduzione è soggetta a prescrizione ordinaria decennale.

L’azione di restituzione.

 La riducibilità delle disposizioni lesive della legittima ha una pesante ricaduta sulla circolazione dei

beni. Nel caso il donatario non possa pagare il legittimario che ha esperito l’azione di riduzione,

quest’ultimo ha diritto di rivolgersi contro l’eventuale terzo subacquirente del bene, proponendo una

nuova ed autonoma azione giudiziaria per ottenere dal terzo acquirente il rilascio del bene. Ciò comporta

ovviamente una giustificata diffidenza da parte di chi si accinge ad acquistare un bene pervenuto al

venditore a titolo di donazione.

Per quanto riguarda gli immobili, si è previsto che l’azione di restituzione dei confronti del terzo

acquirente del bene donato non possa essere proposta dopo il decorso di 20 anni dalla trascrizione della

donazione oggetto di riduzione (limitazione temporale introdotta per attenuare il rigore del regime di

restituzione).

Anche per quanto riguarda i mobili l’azione non può essere proposta dopo il decorso del termine

ventennale; l’acquirente ignaro della pregressa donazione potrà avvalersi del principio possesso vale

titolo quale ben più efficace strumento di tutela del proprio acquisto.

I legittimari possono notificare e trascrivere nei confronti del donatario e dei suoi aventi causa un atto

di opposizione alla donazione, che ha l’effetto di sospendere nei loro confronti il decorso del termine

ventennale. La ratio della norma è che siccome durante la vita del de cuius l’azione di riduzione non è

proponibile, qualora il donante sopravvivesse per venti anni alla donazione, i suoi legittimari

rimarrebbero privi di qualsiasi possibilità di tutela contro l’acquirente del bene donato. Il diritto

dell’opponente è personale e rinunciabile; deve essere rinnovato prima che siano trascorsi 20 anni dalla

sua trascrizione pena la perdita di efficacia.

Il terzo acquirente oggetto dell’azione di restituzione ha la facoltà di pagare in denaro l’equivalente dei

beni anziché restituirli in natura.

Il patto di famiglia.

 Si propone di consentire a colui che sia titolare un’attività economica di dare, essendo ancora in vita,

una destinazione stabile all’impresa a favore dei propri discendenti, prevenendo eventuali dispute

successorie e, soprattutto, il rischio che queste conducano ad una frammentazione della titolarità del

complesso aziendale, con la conseguente disgregazione della struttura produttiva, o il pericolo di una

crisi dell’impresa a causa di una gestione litigiosa da parte dei contitolari.

Il patto di famiglia è un contratto con il quale, compatibilmente con le disposizioni in materia di

impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in

parte, l’azienda e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce in tutto o in parte le proprie quote ad

uno o più discendenti.

Dunque gli assegnatari del complesso produttivo possono essere esclusivamente i discendenti

dell’imprenditore.

Al contratto devono comunque partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari,

per neutralizzare le pretese degli altri legittimari, in modo che questi non possono rimettere in

discussione l’attribuzione dopo la morte del disponente. Costoro possono radicalmente rinunciare ai loro

diritti relativi all’impresa; qualora non vi rinuncino, i partecipanti al patto non assegnatari hanno diritto di

essere liquidati dagli assegnatari con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote

previste dal codice. Inoltre i contraenti possono convenire che la liquidazione, in tutto o in parte, avvenga

in natura.

Gli eventuali beni assegnati ai non assegnatari sono imputati alle quote di legittima loro spettanti,

secondo il valore attribuito in contratto.

La legge ammette che l’assegnazione dei beni ai partecipanti non assegnatari possa avvenire con un

successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo e purchè vi intervengano i

medesimi soggetti che hanno partecipato al primo contratto o coloro che li abbiano sostituiti.

Quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione o riduzione.

I legittimari sopravvenuti (non partecipanti al contratto) possono chiedere ai beneficiari del contratto

stesso il pagamento della somma prevista dal codice. I beneficiari sono sì gli assegnatari dell’azienda,

ma anche gli altri partecipanti al patto che abbiano ricevuto la liquidazione.

È ammessa l’impugnazione per vizi del consenso. Il termine di prescrizione dell’azione di

annullamento è di un anno.

Il patto può essere anche sciolto in due casi: 1) per un successivo contratto, concluso dalle medesime

persone che hanno partecipato al patto di famiglia, avente le medesime caratteristiche e i medesimi

presupposti ( applicazione del mutuo dissenso); 2) per effetto di recesso, che deve però essere previsto

dal contratto stesso. Il recesso deve essere esercitato mediante una dichiarazione destinata agli altri

contraenit certificata da un notaio.

LA SUCCESSIONE TESTAMENTARIA

Il testamento.

 È un atto col quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, delle proprie sostanze.

Esso è revocabile sino all’ultimo istante di vita.

Il principio della revocabilità è inderogabile: l’ordinamento vuole che sia garantita la libertà umana e

individuale di disporre delle proprie sostanze post mortem. Ogni clausola contraria alla revoca o alle

mutazioni testamentarie non ha effetto. Così non sono ammessi i patti successori e la donazione mortis

causa.

Caratteristica fondamentale è il suo contenuto patrimoniale. Tuttavia il testamento può contenere

anche disposizioni di carattere non patrimoniale, quali la designazione di un tutore o il riconoscimento

dei figli naturali (quest’ultimo è però revocabile).

Il testamento è un tipico negozio unilaterale, non recettizio, espressione della volontà del solo

testatore, che non ha bisogno dell’adesione di alcuno e neppure di essere rivolto o portato a conoscenza

di persone determinate.

È un atto strettamente personale (non è ammessa la rappresentanza né volontaria né legale): non

può aversi testamento perciò di un incapace ad opera del genitore o tutore. Sempre per questo carattere

non è consentito il testamento congiuntivo, fatto da due o più persone nel medesimo atto né a vantaggio

di un terzo né con disposizione reciproca.

Diverso dal testamento congiuntivo è quello simultaneo: il primo è un unico atto sottoscritto da 2 o più

persone; il secondo consta di due atti distinti, ciascuno sottoscritto da una sola persona, ma scritti su

uno stesso foglio. I testamenti simultanei non sono nulli.

Nulla vieta a due persone di disporre, in atti distinti, a favore di un terzo o l’uno a favore dell’altro, a

meno che non sia intervenuto tra i due testatori un patto successorio. È perciò nulla la disposizione a

titolo universale fatta dal testatore a condizione di essere a sua volta avvantaggiato nel testamento

dell’erede o del legatario.

Il testamento è inoltre un negozio solenne, in quanto è richiesta ad substantiam una forma

determinata.

Il testamento come negozio giuridico.

 Non è ammessa una sostituzione per rappresentanza, neppure legale, trattandosi di atto

personalissimo. La capacità è la regola, l’incapacità è l’eccezione. I casi di incapacità di testare sono

tassativi e non è possibile il ricorso all’analogia.

Sono incapaci: 1) i minorenni; 2) gli interdetti per infermità mentale; 3) gli incapaci naturali. Il

testamento in tal caso è annullabile; l’impugnativa può essere proposta da chiunque ne abbia interesse

(annullabilità assoluta): l’azione si prescrive in 5 anni dall’esecuzione del testamento.

I valori predominanti nell’interpretazione del testamento (che non è regolata dalla legge) sono la

ricerca della volontà intima del disponente, che si deve ricostruire quanto più fedelmente possibile anche

mediante il ricorso ad elementi extracontrattuali, e il principio di conservazione del negozio, che si

impone proprio a causa della impossibilità di una rinnovazione dell’atto di autonomia.

Sono applicabili anche al testamento le norme sull’impugnabilità dei negozi giuridici a causa di un c.d.

vizio della volontà, e cioè per errore, violenza e dolo. Per quanto riguarda il dolo, si suole parlare di

captazione e i raggiri sono rilevanti da chiunque provengano; parimenti per l’errore, a causa della

unilateralità del negozio, è inapplicabile al testamento il principio per cui la rilevanza dell’errore è

subordinata alla sua riconoscibilità.

Mentre nei contratti e nei negozi unilaterali recettizi l’eventuale errore del dichiarante sui motivi

dell’atto resta irrilevante, l’errore sul motivo è causa di annullamento della disposizione testamentaria,

ma subordinatamente a due condizioni che restringono fortemente l’impugnabilità dell’atto: a) a

condizione che il motivo (erroneo) risulti dal testamento, vale a dire che vi sia espressamente

menzionato (es.: “nomino erede Tizio perché mi ha salvato la vita”, ma è stata salvata da Caio); b)

nonché a condizione che il motivo erroneo sia il solo che ha determinato il testatore a disporre (se

magari Caio (e non Tizio) è nominato anche perché cognato, il motivo erroneo non è l’unico).

Il motivo illecito rende nulla la disposizione soltanto quando quel motivo risulta dal testamento ed è il

solo che ha determinato il testatore a disporre.

In caso di erronea indicazione del beneficiario, la disposizione è comunque valida quando dal

contesto del testamento, o altrimenti, sia possibile ricostruire in modo non equivoco quale persona il

testatore voleva nominare.

La dottrina ammette la simulazione del testamento in taluni casi.

L’incapacità di ricevere può dipendere, oltre che dall’incapacità di succedere, dalla tutela della libertà

testamentaria, che determina l’incapacità (assoluta) di ricevere per testamento delle persone che

potrebbero abusare della funzione esercitata (tutore, protutore, notaio, testimone, interprete, persona

che ha scritto il testamento segreto). Le incapacità previste per il tutore e il protutore si applicano anche

all’amministratore di sostegno. Sono in ogni caso valide le disposizioni in favore dell’amministratore di

sostegno che sia parente entro il quarto grado del beneficiario dell’amministrazione, ovvero che sia il

coniuge o altra persona chiamata alla funzione in quanto stabilmente convivente.

La disposizione a favore di una persona incapace di ricevere è nulla senza che vi sia bisogno di

fornire la prova di eventuali indebite pressioni esercitate sul testatore.

Il legislatore vuole anche evitare che, per aggirare la legge, il lascito sia fatto apparentemente a

persona diversa (persona interposta) che curi poi la trasmissione del vantaggio ricevuto a quella

incapace di ricevere. E mentre in ogni altro caso occorre che chi vi ha interesse fornisca la prova

dell’interposizione, la legge presume l’interposizione allorchè la disposizione sia fatta a favore di

congiunti strettissimi della persona incapace e la dichiara senz’altro nulla.

Disposizione fiduciaria: se il testatore, rimettendosi alla coscienza di una persona nella quale

riponeva fiducia, abbia disposto a favore di quella persona dandole l’incarico di trasmettere ad un terzo

tutti o parte dei beni lasciatigli, la persona che il testatore ha voluto effettivamente beneficiare non potrà

fare nulla per ottenere i beni, a meno che la persona istituita esegua spontaneamente la disposizione

fiduciaria trasferendo i beni alla persona voluta dal testatore.

È nulla la disposizione a favore della persona incerta, e si può far luogo pertanto alla successione

legittima.

Sono nulle (nullità assoluta) le disposizioni testamentarie rimesse all’arbitrio di un terzo, mentre è

valida la clausola di un contratto che attribuisce ad un terzo la determinazione della prestazione dedotta

nel contratto stesso.

Gli elementi accidentali del testamento.

 Il testamento può contenere taluni elementi accidentali.

Le disposizioni a titolo universale e particolare possono essere sottoposte a condizione, sospensiva o

risolutiva. Gli effetti della condizione operano retroattivamente, pertanto in caso di avveramento della

condizione, l’erede istituito sotto condizione sospensiva si considera tale dalla data dell’apertura della

successione; quello istituito sotto condizione risolutiva si considera come se non fosse mai stato erede,

ma è tenuto alla restituzione dei frutti dei beni ereditari solo dal giorno in cui la condizione si è avverata.

Le condizioni impossibili e illecite si considerano sempre come non apposte.

Il termine si considera come non apposto ad una disposizione a titolo universale. Può invece apporsi

ai legati.

L’onere è un elemento accidentale che può essere apposto ai negozi gratuiti e consiste

nell’imposizione all’erede o al legatario dell’obbligo di compiere una determinata prestazione. L’erede

gravato da onere è erede solo perché abbia accettato l’eredità, indipendentemente dall’adempimento

dell’onere.

Forme del testamento.

 Il testamento orale non è consentito.

Si distinguono forme ordinarie e forme speciali; il testamento ordinario dà luogo a due figure:

testamento olografo e testamento per atto di notaio; quest’ultimo è pubblico o segreto.

Il testamento olografo.

 Esso dev’essere scritto per intero, datato e sottoscritto di pugno dal testatore. I requisiti pertanto

sono: autografia, data, sottoscrizione.

L’autografia consiste appunto nel fatto che il testamento sia scritto integralmente dalla mano del

testatore, a garanzia dell’integrale autenticità dell’espressione di volontà.

Non produce nullità la collaborazione intellettuale: la preparazione della minuta dell’atto da parte di un

terzo (es.: notaio o avvocato a cui il testatore si sia rivolto per una consulenza).

Il testamento olografo è una scrittura privata: in tanto può far prova.

La data consiste nel giorno-mese-anno in cui il testamento fu scritto. Serve ad accertare se il

testatore era capace il giorno in cui il testamento fu scritto e per risolvere questioni tra più testamenti. La

mancanza determina annullabilità dell’atto. Si ammette peraltro che la data incompleta possa essere

integrata con elementi desunti dalla stessa scheda. Se la data risulti incompleta (previo caso di cui

sopra), cancellata o interlineata, il testamento dovrà ritenersi annullabile. L’accertamento della veridicità

è limitato all’ipotesi in cui si sostiene che il testamento fu redatto prima di un altro testamento, o in

un’epoca in cui il testatore era incapace. La falsità della data non produce di per sé annullabilità del

testamento.

La sottoscrizione serve ad individuare il testatore; dev’essere posta in calce alle disposizioni:

l’inosservanza conduce all’invalidità dell’atto.

Il testamento pubblico.

 A differenza del testamento olografo è nella sua natura un atto pubblico, redatto con le richieste

formalità da un notaio. Presenta minore semplicità formale, ma risponde all’esigenza di accertamento

dell’ultima volontà del soggetto, quanto alla sua provenienza, con la particolare forza probatoria di cui è

dotato l’atto e che il relativo documento sia preservato nella sua integrità.

I requisiti specifici di forma e contenuto richiesti sono:

I) Dichiarazione di volontà orale al notaio: il testatore dichiara anzitutto al notaio la propria volontà,

che viene da quest’ultimo indagata per precisare eventuali espressioni dubbie e per verificare l’identità

personale del testatore.

II) Presenza di testimoni: il testamento pubblico è ricevuto dal notaio in presenza di due testimoni.

III) Redazione in iscritto della volontà a cura del notaio.

IV) Lettura dell’atto al testatore e ai testimoni a opera del notaio.

V) Sottoscrizione del testatore, dei testimoni e del notaio.

VI) La data, che deve comprendere anche l’ora (a differenza dell’olografo).

VII) La menzione dell’osservanza delle formalità enunciate: in mancanza della menzione l’atto è

invalido.

Il testamento segreto.

 Rispetto al precedente ha il vantaggio che il testatore può, se vuole, mantenere completamente

riservato il contenuto delle disposizioni e, rispetto all’olografo, una maggiore garanzia di conservazione

del documento.

Esso consta di due elementi: da un lato la scheda testamentaria, predisposta dal testatore e costituita

da uno o più fogli su cui vengono scritte le volontà relative alla successione ereditaria; dall’altro un atto di

ricevimento, con cui un notaio documenta che il testatore, alla presenza di due testimoni, gli ha

consegnato personalmente la scheda e gli ha dichiarato che ivi sono scritte le sue volontà testamentarie.

La scheda viene sigillata dal notaio che poi fa sottoscrivere l’atto di ricevimento pure al testatore ed ai

due testimoni, oltre a sottoscriverlo anch’egli. Dunque il vero momento perfezionativo è l’atto di

ricevimento steso dal notaio.

La scheda può non essere autografata: può essere quindi scritta anche da un terzo o con mezzi

meccanici. È essenziale che il testatore sappia o possa leggere per poter controllare ciò che è stato

scritto: chi non sa leggere (per es. il cieco) può servirsi soltanto della forma del testamento pubblico.

Essa deve essere sottoscritta dal testatore alla fine delle disposizioni, se sa e può sottoscrivere,

altrimenti deve essere fatta menzione nell’atto di ricevimento della causa che ha impedito al testatore di

sottoscrivere. Se la scheda è scritta, in tutto o in parte, da altri o da mezzi meccanici, è prescritta la

sottoscrizione in ciascun mezzo del foglio.

Data del testamento segreto è quella dell’atto di ricevimento.

Se il testamento segreto manca di qualche requisito, ma è scritto datato e sottoscritto di mano del

testatore, vale come olografo.

Il testamento segreto può essere ritirato in ogni tempo dalle mani del notaio; ciò comporta

revocazione del testamento, a meno che esso non possa valere come olografo.

Il testamento internazionale.

 Consiste nella consegna al notaio di un documento su cui risultano scritte le disposizioni

testamentarie e nella dichiarazione, resa al notaio da parte del testatore in presenza di due testimoni,

che il documento consegnato è il suo testamento e che egli è a conoscenza di quanto in esso contenuto.

Il vero e proprio testamento dunque è la dichiarazione resa al notaio da parte del testatore, mentre la

scheda testamentaria a lui consegnata rappresenta soltanto il punto di riferimento della dichiarazione del

testatore, al pari di quanto abbiamo visto a proposito del testamento segreto.

Tale testamento risolve il problema dell’applicabilità in Italia del testamento di uno straniero, o anche

di un cittadino italiano quando l’atto fosse redatto all’estero.

Testamenti speciali.

 Forme di testamento nelle quali non è consentito o non è agevole ricorrere al notaio (malattie

contagiose, calamità pubbliche, infortuni, testamenti di militari, ecc.).

Questi testamenti perdono la loro efficacia tre mesi dopo la cessazione della causa che ha impedito al

testatore di avvalersi delle forme ordinarie o dopo che il testatore sia venuto a trovarsi in un luogo in cui

è possibile fare testamento nelle forme ordinarie.

Invalidità del testamento per vizi di forma.

 Quanto ai vizi di forma, essendo la forma richiesta ad substantiam, la mancanza di elementi senza i

quali non v’è la certezza della provenienza del testamento dalla persona a cui si vuole sostituirlo

determina nullità assoluta ed imprescrittibile dell’atto, mentre l’inosservanza di tutte le altre formalità

prescritte dà luogo ad annullabilità deducibile da chiunque vi abbia interesse.

Sanatoria del testamento nullo.

 La nullità è sanabile nel caso in cui avvenga la conferma o la esecuzione volontaria di disposizioni

testamentarie nulle. La sanatoria può potenzialmente operare per qualunque causa di nullità, compreso

il testamento nuncupativo (verbale).

La sanatoria non è tuttavia applicabile se le disposizioni sono illecite, e neppure se il testamento è

lesivo della legittima, perché la lesione di legittima non dà luogo a nullità della disposizione. Nulla vieta

peraltro che il legittimario leso rinunci all’azione di riduzione.

L’esecuzione volontaria non esclude la possibilità di impugnare il testamento ove se ne assuma

addirittura la falsità.

La revoca del testamento.

 Il testamento è revocabile fino all’ultimo momento di vita del testatore.

La revoca può essere espressa o tacita.

La prima può farsi solo o con un atto che abbia gli stessi requisiti formali richiesti per un valido

testamento, indipendentemente dal fatto che nell’atto sia manifestata solamente la volontà di revocare

un testamento precedente oppure siano anche contenute nuove disposizioni testamentarie; ovvero con

un apposito atto notarile, destinato esclusivamente alla revoca.

La seconda si verifica in vari casi: con un testamento posteriore; con distruzione, lacerazione o

cancellazione dell’olografo da parte del testatore (che abbia anche la volontà di farlo); il ritiro del

testamento segreto, a meno che esso non possa valere come olografo; con alienazione o

trasformazione della cosa legata.

Si ha revoca di diritto quando, si revoca di diritto il testamento fatto da chi non aveva o ignorava di

avere figli.

La revoca di un testamento può essere a sua volta revocata, determinando la reviviscenza delle

volontà revocate, ma a condizione che la revoca della revoca sia fatta in forma espressa.

La pubblicazione del testamento.

 Morto il testatore è in ogni caso opportuno che sia resa possibile la conoscenza del contenuto. La

pubblicazione ha luogo su richiesta di chiunque vi abbia interesse, ad opera di un notaio.

Il procedimento per la pubblicazione consta delle seguenti formalità:

1) Presenza di due testimoni

2) Verbale redatto nella forma degli atti pubblici e contenente: la descrizione dello stato del

testamento; la riproduzione del suo contenuto; l’eventuale menzione dell’apertura del testa memento, se

sigillato.

3) Sottoscrizione della persona che presenta il testamento

4) Allegati al testamento: la carta in cui è scritto il testamento; l’estratto dell’atto di morte del testatore

La pubblicazione non costituisce un elemento di validità del testamento, ma è indispensabile qualora

se ne voglia pretendere il rispetto ed esibirlo a chi lo contesti o, occorrendo, al giudice.

Diversa dalla pubblicazione è l’iscrizione del testamento nel Registro generale dei testamenti, in cui

devono essere iscritti a cura dei notai i testamenti pubblici, segreti, olografi depositati presso un notaio, i

verbali di pubblicazione di testamenti olografi, nonché il ritiro dei testamenti depositati o gli atti di

revocazione dei testamenti, e può essere consultato da chiunque creda di avervi interesse, mediante

apposita richiesta al conservatore del registro, ma soltanto dopo la morte del testatore.

L’esecuzione del testamento.

 Per l’esecuzione il testatore può nominare uno o più esecutori testamentari.

Può essere un esecutore anche un erede o legatario; è richiesta la capacità di obbligasi, ossia la

capacità di agire.

Questi hanno il compito di curare che siano esattamente eseguite le disposizioni di ultima volontà del

defunto.

Di regola gli esecutori hanno il possesso dei beni ereditari e devono amministrarli da buon padre di

famiglia. Possono alienare i beni quando necessario (es.: beni deperibili), previa autorizzazione del

giudice. Nel caso in cui commettano gravi irregolarità nell’adempimento dei loro doveri o qualsiasi atto

che possa menomare la fiducia in loro, possono essere esonerati dall’ufficio dall’autorità giudiziaria, su

istanza di qualsiasi interessato.

Alla fine devono rendere conto della loro gestione e consegnare i beni all’erede.

La dottrina ritiene che essi esercitino un ufficio di diritto privato, che è di regola gratuito, ma il

testatore può stabilire una retribuzione a carico dell’eredità.. in ogni caso le spese sostenute per

l’esercizio dell’ufficio sono a carico dell’eredità.

Il testatore può anche attribuire all’esecutore, che non sia erede o legatario, l’incarico di procedere

alla divisione dell’eredità.

IL LEGATO

Nozione.

 È una disposizione a titolo particolare che non comprende l’universalità o una quota dei beni del

testatore. L’essenza del legato consiste in un’attribuzione patrimoniale relativa a beni determinati, e che

normalmente importa un beneficio economico per la persona designata dal testatore.

Il legato è di regola disposto con testamento ma può anche derivare dalla legge (assegno vitalizio a

favore dei figli naturali non riconoscibili, ecc.).

Si dice legatario la persona a cui favore la disposizione è fatta. Il legatario non risponde dei beni

ereditari. S’intende che se l’immobile legato è ipotecato, l’ipoteca attribuisce al creditore il diritto di

espropriarlo anche nei confronti del terzo acquirente e quindi anche rispetto al legatario. Inoltre il

testatore può mettere a suo carico il pagamento di debiti particolari.

Si dice onerata la persona che è tenuta alla prestazione, oggetto del legato. Tale persona può essere

tanto l’erede che un altro legatario (sublegato).

Il sublegato si distingue dal prelegato, che è il legato a favore del coerede e a carico dell’eredità. Per

es. Tizio istituisce eredi Caio e Sempronio, ciascuno per la metà: a C lascia anche altri beni, con un

prelegato che grava sulle quote di tutti gli altri coeredi. Ciò significa che l’erede beneficiato dal prelegato

risponderà dei debiti ereditari soltanto in proporzione della quota ereditaria. Il prelegato si considera

come legato per l’intero. Ciò vuol dire che il coerede prelegatario ha diritto a conseguire il legato per

intero in anteparte. Se invece il prelegato non si considerasse legato per l’intero esso dovrebbe

diminuirsi della quota che sarebbe dovuta dal prelegatario quale erede.

Il legato limita l’attribuzione patrimoniale a titolo gratuito che vien fatta all’erede.

Il legato si distingue dal modo o onere che dà luogo anch’esso alla limitazione di una liberalità, ma

questa limitazione non è rivolta a favore di una persona determinata. Un terzo può ricevere vantaggio

dal modo, ma soltanto in via diretta. Si osserva che mentre il legatario è diretto successore del de cuius,

il beneficiario di un onere acquista un diritto nei confronti dell’erede o del legatario, che sono gravati

dall’obbligo di adempiere il modus.

Oggetto del legato può essere o il diritto di proprietà o altro diritto reale su cosa determinata già

appartenente al testatore (legato di specie), oppure di cose determinate solo bel genere (legato di

genere; es.: denaro, grano).

Il legatario di cosa di specie diviene immediatamente proprietario della cosa legata, mentre il legato di

cose di genere dà luogo ad un rapporto obbligatorio: il legatario è un creditore dell’erede, che è obbligato

alla prestazione che costituisce oggetto del legato. La distinzione pertanto dipende dall’oggetto.

Acquisto del legato.

 Esso si acquista di diritto, senza bisogno di accettazione; il legatario ha però facoltà di rinunciare (con

rinuncia espressa o tacita; per iscritto se ha per oggetto beni immobili).

Siccome agli eredi può interessare conoscere se il legatario intende o meno rinunciare, il codice civile

dispone che il giudice gli può fissare un termine (actio interrogatoria).

Se il legato è di specie, la proprietà o il diritto si trasmette dal testatore al legatario ipso jure al

momento della morte del testatore.

Il legatario ha l’onere di domandare alla persona onerata il possesso della cosa legatagli.

Tipi particolare di legati.

 Legato di cosa altrui: è una figura che può incontrarsi rispetto al legato di specie. Se però la cosa

legata apparteneva a terzi o allo stesso onerato, bisogna distinguere se il testatore ignorava che la cosa

non era sua (e il legato è allora nullo), o se invece dal testamento o da altra dichiarazione scritta del

testatore risulta che egli ne fosse a conoscenza (allora il legato avrà effetti obbligatori, e non reali;

l’onerato è obbligato ad acquistare la proprietà della cosa e a trasferirla al legatario, oppure può liberarsi

dall’obbligazione pagando il giusto prezzo).

Legato di genere: comporta la nascita in capo all’onerato di un’obbligazione, avente per oggetto una

quantità di cose del genere stabilito dal testatore. La scelta, se non diversamente disposto dal testatore,

è affidata all’onerato.

Legato alternativo: si applicano i princìpi stabiliti per le obbligazioni alternative.

Legato di credito.

Legato di liberazione da un debito.

Legato a favore del creditore.

Legato alimentare.

LA DIVISIONE DELL’EREDITÀ

La comunione ereditaria. Il retratto successorio.

 Se l’eredità è acquistata da più persone, si forma sui beni ereditari tra i coeredi medesimi una

comunione, che investe tutti i beni relitti.

Alla comunione ereditaria si applicano le regole stabilite in generale per la comunione (1100 c.c.).

Tuttavia mentre nella ordinaria ciascun partecipante può liberamente alienare la propria quota, in quella

ereditaria è sembrato opportuno al legislatore evitare che nei rapporti tra coeredi il più delle volte legati

tra loro da vincoli di affetto, i quali possono agevolare la risoluzione di contrasti che eventualmente

sorgono tra di loro, s’intromettano estranei animanti da un intento di speculazione. Perciò i coeredi

hanno diritto di essere preferiti agli estranei, qualora uno di essi intenda alienare la sua quota o parte di

essa (diritto di prelazione). Il coerede deve notificare l’eventuale proposta di alienazione agli altri coeredi

indicandone il prezzo. Entro due mesi gli altri coeredi si devono decidere se acquistare al prezzo indicato

oppure lasciare che il notificante venda liberamente ad estranei. Se viene omessa la notificazione e il

coerede procede ugualmente alla vendita, gli altri coeredi possono ottenere essi (riscattare) la quota per

il prezzo pagato (retratto successorio) sostituendosi all’acquirente nel negozio di alienazione. Esso ha

dunque effetto reale.

La divisione.

 Lo stato di comunione cessa con la divisione. Questo atto sostituisce allo stato di comunione una

situazione diversa: ciascuno dei soggetti ottiene la titolarità esclusiva su una parte determinata del bene

o dei beni che erano in comune.

Ogni coerede può sempre domandare la divisione. A questo principio possono derogare le parti,

pattuendo di rimanere nello stato di comunione per non più di 10 anni, o il testatore, disponendo, se tutti

o alcuno degli istituti siano minorenni, che l’eredità resti indivisa fino ad un anno dopo il compimento

della maggiore età del minore, o se non vi sono minori, per 5 anni.

È attribuito al giudice il potere di stabilire una congrua dilazione (non superiore a 5 anni) nel caso che

lo scioglimento possa pregiudicare gli interessi degli altri in comunione.

Natura della divisione.

 La divisione ha natura dichiarativa ed effetto retroattivo (come se i beni divisi fossero sempre stati

divisi in tale maniera in comunione).

Se ad uno degli eredi viene assegnato l’unico immobile indivisibile ed all’altro il diritto al conguaglio in

denaro, l’acquisto della proprietà a favore dell’uno non è subordinato al pagamento del conguaglio e non

sono applicabili la risoluzione per inadempimento o la relativa eccezione, perché non si tratta di contratto

a prestazioni corrispettive.

Regole particolari sono dettate per il caso di costituzione di ipoteca su beni divisi.

In primo luogo l’ipoteca costituita da uno dei partecipanti alla comunione sulla propria quota produce

direttamente effetto sui beni che sono stati a lui assegnati in sede di divisione.

Se invece il coerede abbia iscritto un’ipoteca su uno specifico bene ereditario e poi, in sede di

divisione, gli siano stati assegnati beni diversi da quello ipotecato, l’ipoteca si trasferisce sui beni

effettivamente assegnati al coerede.

La divisione può essere fatta dal testatore nel proprio atto di ultime volontà, ovvero d’accordo tra i

coeredi o, se le parti non sono d’accordo, per opera del giudice.

La divisione contrattuale.

 Se il contratto di divisione riguarda beni immobili, è richiesta ad substantiam la forma scritta. Ed il

contratto medesimo è soggetto a trascrizione (per beni immobili o mobili registrati).

Il contratto di divisione può essere annullato per violenza o dolo, ma non per errore. Se si sia

proceduto ad una divisione in base a legge, mentre esisteva un testamento, ancorchè non ancora

scoperto al tempo della divisione, ricorre un errore sul presupposto della divisione, che dà luogo a nullità

assoluta, radicale, dichiarabile in ogni tempo.

La divisione è altresì nulla quando non vi abbiano partecipato tutti i coeredi.

Se per errore sono stati omessi dei beni, v’è un apposito rimedio: il supplemento di divisione.

Se vi è stato errore nella stima dei beni v’è la rescissione per lesione, distinguendosi da quella

generale di rescissione per lesione dei contratti in quanto: a) è escluso ogni profilo soggettivo (non si

richiede che una delle parti abbia profittato dello stato di bisogno dell’altra); b) il valore della parte

assegnata deve essere inferiore di oltre ¼ al valore della quota. L’azione di rescissione per lesione è

applicabile ad ogni atto che ha per effetto la cessazione della comunione della comunione ereditaria.

Il coerede contro il quale è promossa l’azione di rescissione può troncarne il corso e impedire una

nuova divisione, dando il supplemento della porzione ereditaria in denaro o in natura.

La divisione giudiziale.


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Pasquino Teresa.

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