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Diritto privato - l'anatocismo Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto privato sulla'anatocismo con particolare interesse ai seguenti argomenti trattati: definizione di anatocismo, le implicazioni, la legislazione, l'anatocismo e l'usura, il sistema sanzionatorio, la formula per il calcolo degli interessi trimestrali.

Esame di Diritto privato docente Prof. V. Farina

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Con il termine anatocismo (dal greco anà - di nuovo, e tokòs - interesse) si intende la

capitalizzazione degli interessi su un capitale, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri

interessi (in pratica è il calcolo degli interessi sugli interessi). Nella prassi bancaria, tali interessi

vengono definiti "composti". Un esempio di anatocismo è quello di capitalizzare (ossia sommare al

capitale di debito residuo) gli interessi ad ogni scadenza di pagamento, anche se sono regolarmente

pagati.

Implicazioni

Il calcolo degli interessi in regime di capitalizzazione composta anziché in regime di

capitalizzazione semplice determina una crescita esponenziale del debito.

Giuridicamente, in un'obbligazione pecuniaria l'applicazione dell'anatocismo comporterebbe, per il

debitore, l'obbligo di pagamento, non solo del capitale e degli interessi pattuiti, ma anche degli

ulteriori interessi calcolati sugli interessi già scaduti.

Legislazione

La legge autorizza il pagamento degli interessi legali sulle quote di debito (capitale e interessi), che

non sono state regolarmente pagate a scadenza.

Malgrado l'anatocismo sia un istituto conosciuto dagli albori del prestito ad interesse, la normativa

italiana non ha raggiunto un sufficiente grado di completezza, tant'è che la disciplina si basa ancora

sul codice civile del 1942, ed in particolare sull'art. 1283 c.c. Secondo questa norma, gli interessi

scaduti, in assenza di usi contrari, possono produrre a loro volta interessi solo dal giorno della

domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, sempre che si tratti di

interessi dovuti almeno per sei mesi. In linea di principio, il codice civile vieta un regime di

capitalizzazione composta degli interessi, ovvero il pagamento degli interessi su interessi di periodi

precedenti.

Nonostante la tutela approntata dal citato articolo, che subordina l'anatocismo alla compresenza di

alcuni presupposti ben determinati, per circa mezzo secolo nella prassi bancaria italiana hanno

trovato applicazione pressoché generalizzata, nei contratti di apertura di conto corrente, le clausole

di capitalizzazione trimestrale degli impieghi. Ciò grazie (anche) all'avallo della giurisprudenza,

tanto di legittimità quanto di merito, che ha affermato la validità delle clausole di capitalizzazione

trimestrale, escludendo l'esistenza di un contrasto con la previsione di cui all'art. 1283 codice civile,

sulla base dell'affermazione dell'esistenza di un uso idoneo a derogare al divieto di anatocismo

stabilito da tale norma.

Nel 1999 la Corte di Cassazione, invertendo il proprio orientamento giurisprudenziale, ha più volte

affermato la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale, sostanzialmente argomentando nel

senso della inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare all'art. 1283 c.c..

Per evitare scompensi tra il lavoro dei giudici e la prassi, il legislatore ha ritenuto opportuno, con il

decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 342, modificare l'art. 120 del decreto legislativo 1º settembre

1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia): tale intervento ha introdotto

in materia il principio della eguale cadenza di capitalizzazione dei saldi attivi e passivi, nel

contempo stabilendo – con norma transitoria – una sanatoria per il pregresso, facendo salve le

clausole di capitalizzazione trimestrale contenute nei contratti conclusi prima dell'entrata in vigore

della nuova disciplina.

La norma transitoria è stata però dichiarata illegittima, per eccesso di delega e conseguente

violazione dell'articolo 77 Costituzione, dalla Corte Costituzionale (sentenza 17 ottobre 2000, n.

[1]

425, ).

Il cosiddetto "decreto salvabanche" fu presentato il 23 luglio 1999, sotto il Governo D'Alema I,

[2]

convertito in legge n. 342 del 4 agosto 1999 . La Consulta, con la citata sentenza, ha abrogato l'art.

25, comma 3, dichiarato incostituzionale per: l'irretroattività della legge, la disparità di trattamento

fra soggetti del testo Unico Bancario e creditori sottoposti all'anatocismo, il non rispetto

dell'autonomia e indipendenza della magistratura.


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AUTORE

niobe

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Farina Vincenzo.

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