Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Art. 337-sexies. - Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di

residenza: Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente

conto dell'interesse dei figli.

Dell'assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i

genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa

familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare

stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo

matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e

opponibili a terzi ai sensi dell'articolo 2643.

In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all'altro,

entro il termine perentorio di trenta giorni, l'avvenuto cambiamento di residenza o di

domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno

eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire

il soggetto.

Art. 337-septies - Disposizioni in favore dei figli maggiorenni: Il giudice, valutate

le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti

economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa

determinazione del giudice, è versato direttamente all'avente diritto.

Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano integralmente le

disposizioni previste in favore dei figli minori.

Art. 337-octies - Poteri del giudice e ascolto del minore: Prima dell'emanazione,

anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all'articolo 337-ter, il giudice può

assumere, ad istanza di parte o d'ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre,

l'ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore

ove capace di discernimento. Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di

un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice

non procede all'ascolto se in contrasto con l'interesse del minore o manifestamente

superfluo.

Qualora ne ravvisi l'opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso,

può rinviare l'adozione dei provvedimenti di cui all'articolo 337-ter per consentire che

i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo,

con particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli.

ADOZIONE

Capitolo LXXI

Il codice del 1942 prevedeva una sola figura di adozione, quella diretta a consentire

ad una persona che avesse compiuto i 50 anni, priva di figli di assumere come figlio

una persona, inferiore di età di almeno 18 anni, cui trasmettere il proprio nome e i

propri beni.

Successivamente si è diffuso il concetto di utilizzare l'adozione per procurare una

famiglia ai minori privi dei genitori o che non godano di una adeguata situazione

familiare. Anziché operare in funzione dell'interesse del genitore adottivo, l'adozione

veniva ad essere vista esclusivamente in funzione degli interessi del minore.

L'istituto è ora visto come realizzazione di un vero e proprio diritto del minore ad

avere una famiglia come luogo per conseguire ogni opportuna cura ed educazione.

La disciplina dell'adozione dei minori si trova oggi in una legge speciale fuori dal

codice: la L. 4 maggio 1983 n°184 "disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei

minori" che di recente è stata riformata dalla L. 28 marzo 2001 n°149 la quale ha

mutato lo stesso titolo della legge, oggi denominata "Diritto del minore ad una

famiglia".

Nel codice civile è stata conservata l'adozione tradizionale riservata alle persone

maggiori di età.

ADOZIONE DEI MINORI

L'art. 1 della L. n. 184/1983 ribadisce che il minore ha diritto di crescere ed essere

educato nell'ambito della propria famiglia che resta il contesto privilegiato per lo

sviluppo della personalità del bambino. L'adozione rappresenta un rimedio eccezinale

a situazioni di emergenza.

La riforma del 2001 ha precisato che le condizioni di indigenza di una famiglia non

possono essere ostacolo dell'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia ed

ha previsto che lo Stato e gli enti locali debbano sostenere i nuclei familiari a rischio

onde prevenire situazioni di abbandono di minori.

La recente riforma della filiazione intende rafforzare il descritto principio,

introducendo nella legge sull'adozione l'art. 79-bis in forza del quale il giudice è

tenuto a segnalare ai comuni le situazioni di indigenza di nuclei familiari.

L'adozione costituisce uno strumento per superare una situazione valutata come

patologica da cui sollevare la vittima assicurandogli la sostituzione della famiglia

d'origine con una nuova e migliore famiglia che diventa quella propria dell'adottato.

L'adozione del minore è cosentita a favore dei minori dichiarati in stato di

adottabilità, dichiarazione che è ammessa nei confronti dei minori che si trovano in

situazione di abbandono. Questa ricorre quando il minore sia privo di assistenza

morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi. La

situazione di abbandono sussiste anche se il bambino sia adeguatamente curato. Non

si considera sussistere lo stato di abbandono in presenza di una causa di forza

maggiore che impedisca ai genitori di svolgere la normale funzione educativa, purché

si tratti di situazione a carattere transitorio. Non occorre una colpa dei genitori, il

minore va comunque protetto.

La competenza di dichiarare lo stato di adottabilità è attribuita al tribunale per i

minorenni il quale deve intervenire con urgenza e compiuti gli opportuni

accertamenti, quando verifichi che effettivamente sussiste una situazione di

abbandono irreversibile, emette la dichiarazione in questione.

Per effetto della riforma del 2001, la dichiarazione di adottabilità può essere

pronunciata, con sentenza quando:

i genitori e i parenti, convocati dal tribunale, non si siano presentati senza

• giustificato motivo;

l'audizione di genitori e parenti abbia dimostrato il persistere della distuazione

• di abbandono;

le prescrizioni eventualmente impartite dal tribunale dei genitori nel corso del

• procedimento siano rimaste inadempiute per responsabilità dei genitori.

Contro la sentenza può essere proposta impugnazione, che può svolgersi per più

grandi di giudizio.

L'adozione è consentita solo a coniugi uniti in matrimonio da almeno tra anni non

separati, idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendano

adottare. Nel caso in cui i coniugi si serapino durante il procedimento l'art. 25 comma

5 consente l'adozione venga disposta a favore di uno solo di essi o di entrambi

nell'esclusivo interesse del minore.

L'età di entrambi gli adottanti deve superare di almeno 18 anni l'età dell'adottando. La

legge stabilisce inoltre che l'età deglil adottanti non deve superare di più di 45 anni

l'età del minore adottando.

Dichiarato in stato di adottabilità, il minore viene collocato in affidamento

preadottivo (art. 22 comma 6), alla coppia ritenuta idonea. Il provvedimento può

essere emanato previa audizione del minore che abbia compiuto 12 anni in

considerazione della sua capacità di discernimento. Se il minore è maggiore di 14

anni deve manifestare espressamente il proprio consenso alla coppia prescelta.

L'affidamento preadottivo instaura una specie di adozione provvisoria che deve

durare almeno 1 anno.

In caso di esito favorevole della prova, i cui risultati devono essere accertati sentiti

tutti gli interessati e il minore stesso, il tribunale pronuncia la sentenza di adozione,

ovvero dispone di non far luogo all'adozione. In entrambi i casi la sentenza è

impugnabile.

L'adozione ha per effetto l'acquisto da parte del minore, dello status di figlio nato

nel matrimonio degli adottanti, dei quali assume e trasmette il cognome, mentre

cessa ogni rapporto con la famiglia di origine, salvi i divieti matrimoniali allo scopo

di evitare casi di incesto.

L'art. 28 stabilisce che i genitori adottivi devono fornire tale informazione al figlio

adottivo, provvedendovi nei modi e nei termini che essi ritengono opportuni. È

assicurata la riservatezza nei confronti dei terzzi. Le informazioni concernenti

l'identità dei genitori biologici possono essere fornire ai genitori adottivi soltanto su

autorizzazione del tribunale per i minorenni e per gravi motivi e previa adeguata

preparazione e assistenza del minore. L'adottato può accedere alle informaizoni

relative alla sua origine e all'identità dei genitori biologici dopo il raggiungimento del

venticinquesimo anno di età.

Il tribunale, prima di concedere l'accesso alle notizie richieste, deve valutare che ciò

non rechi grave turbamento all'equilibrio psico-fisico del richiedente. L'accesso a tali

notizie è escluso nel caso in cui l'adottato non sia stato riconosciuto dalla madre

naturale, ovvero se anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di voler

rimanere anonimo. Inoltre l'accesso alle informazioni non è permesso nei confronti

della madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata nell'atto di nascita.

Talvolta, anche e il minore non sia abbandonato o quando l'adozione piena sia

irrealizzabile, può farsi egualmente luogo all'adozione ricorrendo i seguenti casi

particolari:

Caso di minore orfano : il minore orfano di padre e di madre che sia unito o da

• vincolo di parentela fion al sesto grado o da rapporto stabile e duraturo

preesistente alla perdita dei genitori con coniugi non separati o anche con

persona singola può essere adottato da tali persone.

Caso di minore figlio del coniuge dell'adottante : quando il minore sia già

• figlio di una persona e questa sia allo stato coniugata con persona diversa

dall'altro genitore, la legge consente l'adozione da parte di quest'ultimo.

Caso di minore orfano di padre e di madre affetto da handicap .

• Caso di minore per il quale risulti impossibile l'affidamento preadottivo .

Secondo le disposizioni della L. N°184/1983 in questi casi con l'adozione il minore

non acquista lo stato di figlio degli o dell'adottante, ma gli spettano nei confronti

degli adottanti tutti i diritti propri del rapporto di filiazione, quindi il diritto al

mantenimento, all'educazione e all'istruzione.

Non cessano i rapporti con la famiglia d'origine.

ADOZIONE INTERNAZIONALE

La L. N°184/1983 aveva affiancato alla disciplina normale sull'adozione una

normativa particoare per la adozione internazionale. Sono i casi del minore straniero

adottato da coniugi italiani, del minore straniero adottato da coniugi stranieri residenti

in Italia e del minore italiano adottato da coniugi residenti all'estero.

La materia è stata rivista con la L. 31 dicembre 1998 n°476, con cui è stata data

attuazione alla Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia

internazionale, firmata a L'Aja il 29 maggio 1993. Sono stati previsti interventi di

cooperazione internazionale per favorire e sostenere la permanenza dei minori nei

Paesi d'origine, applicando il principio per cui l'intervento di un'adozione

internazionale sia consentita solo quando si rilevi impraticabile una soluzione locale.

La adottabilità del minore deve essere dichiarata dall'autorità del paese d'origine, che

deve accertarne la corrispondenza all'interesse del bambino. Si mira all'eliminazione

del mercato delle adozionie e di ogni intervento interessato di intermediari,

garantendo che il consenso dei genitori naturali sia libero, informato e non

condizionato da compensi.

A tal fine è prevista la costituzione, presso la presidenza del consiglio dei ministri, di

una commissione per le adozioni internazionali che ha varie funzioni di

organizzazione e controllo, e sono disciplinate la natura e l'attività degli enti

autorizzati che svolgoono attività di assistenza alle coppie aspiranti all'adozione.

L'adozione di un bambino straniero comporta un cambiamento personale e

relazionale più marcato di quello che deve affrontare un minore adottato nel suo

stesso paese. Si è attuata una piena eguaglianza rispetto alla normativa interna sia per

l'adottato straniero che per gli aspiranti adottanti.

Le coppie residenti in Italia interessate ad accedere all'adozione internazionale

devono presentare una dichiarazione di disponibilità al tribunale per i minorenni il

quale emette un decreto di idoneità all'adozione. Ottenuto il decreto, gli aspiranti

adottanti devono conferire incarico ad uno degli enti autorizzati a curare la

procedura di adozione: l'ente svolge le pratiche del caso presso il paese di origine

dell'adottanodo, cura l'incontro del minore con la coppia aspirante all'adozione. Ok

meno male.

La corte di cassazione ha affermato che il certificato di idoneità all'adozione non può

essere rilasciato ad aspiranti adottanti che subordinino la loro disponibilità

all'adozione alla presenza o all'esclusione di determinate caratteristiche psicologiche,

generiche o razziali dell'adottando.

Se lo stato straniero di origine del minore ha già pronunciato l'adozione prima

dell'ingresso di quest'ultimo in Italia, il tribunale per i minorenni verifica la

sussistenza dei requisiti di cui all'art. 4 della Convenzione de L'Aja, ai fini

dell'efficacia del provvedimento e in caso di esito positivo ne ordina la trascrizione

nei registri dello stato civile.

Se l'adozione si debba perfezionare dopo l'ingresso del minore in Italia, si apre

un periodo di affidamento rpradottivo della durata di 1 anno, al termine del quale il

tribunale per i minorenni pronuncia l'adozione e ne dispone la trascrizione nei registri

dello stato civile.

AFFIDAMENTO DI MINORI

L'affidamento consiste in un rimedio di carattere temporaneo ad una situazione

nella quale un minore si venga a trovare privo di un ambiente familiare idoneo ad

assicurargli il mantenimento, l'educazione, l'istruzione e le relazioni affettive di cui ha

bisogno. In tal caso il minore viene dato in custodia a qualcuno che deve prendersi

cura di lui provvedendo alle sue necessità materiali e morali.

Il minore che si trovi nella situazione descritta viene addidato ad una famiglia

preferibilmente con figli minori o anche ad una persona singola. Ove ciò non sia

possibile, il minore può essere inserito in una comunità di tipo famigliare o in un

istituto di assistenza. I minori di età inferiori a 6 anni possono essere inseriti soltanto

in comunità di tipo familiare.

La procedura che conduce all'affidamento varia a seconda che i genitori abbiano

prestato o meno consenso all'affidamento stesso: nel primo caso è disposto dal

servizio sociale locale, sentito il minore, in ogni caso se maggiore di 12 anni e in

considerazione della sua capacità di discernimento se infradodicenne, e poi reso

esecutivo dal giudice tutelare. Nel secondo caso è disposto dal tribunale per i

minorenni.

Il provvedimento di affidamento deve essere motivato e deve precisare i modi

dell'esercizio dei poteri attribuiti all'affidatario e le modalità dei rapporti del minore

affidato con i propri genitori e con gli altri componenti della famiglia di origine.

Occorre indicare il servizio sociale responsabile del programma di assistenza che

deve presentare relazioni periodiche sull'andamento del programma stesso.

Il provvedimento deve indicare la durata dell'affidament, non superiore a 2 anni e

prorogabile dal tribunale per i minorenni.

L'affidamento cessa con provvedimento della stessa autorità che lo ha disposto,

quando sia venuta meno la situazione di temporanea difficoltà della famiglia o

quando la prosecuzione dell'affidamento possa recare pregiudizio al minore.

La legge specifica i doveri e le prerogative dell'affidatario il quale deve accogliere il

minore presso di se e provvedere al suo mantenimento, educazione ed istruzione

tenendo conto delle indicazioni dei genitori, ed esercita i poteri connessi con la

responsabilità genitoriale nei rapporti con le istituzioni scolastiche e sanitarie. Inoltre

è previsto che il servizio sociale svolga, su disposizione del giudice ovvero secondo

le necessità del caso, attività di sostegno educativo e psicologico, volte ad afevolare i

rapporti con la famiglia di origine e il rientro del minore nella famiglia stessa.

L'affidamento ha natura temporanea e tende al reinserimento del minore nella

famiglia di appartenenza: se sopravvenga una situazione di abbandono si deve far

luogo alla procedura di adottabilità.

ADOZIONE DI PERSONE MAGGIORI DI ETA'

L'adozione tradizionale è stata conservata solo nei confronti di persone maggiorenni.

L'art. 291 c.c. consentiva, nel testo originario, l'adozione esclusivamente a chi non

avesse discendenti legittimi o legittimati, ma questa rigida limitazione è stata erosa

dalla corte costituzionale la quale ha dichiarato illegittima la norma per la parte in cui

non consentiva l'adozione di un maggiorenne da parte di chi avesse figli legittimi o

legittimati maggiorenni e consenzienti all'adozione cui il genitore intendeva

addivenire.

Ciò però apriva una disparità di trattamento su un altro versante, perché chi avesse

figli naturali poteva adottare un maggiorenne anche senza l'assenso di costoto. La

corte costituzionale è perciò nuovamente intervenuta, con la sentenza 20 luglio 2004

n°245, a dichiarare l'illegittimità della disposizione in esame, per la parte in cui non

prevede che l'adozione di maggiorenni non possa essere pronunciata in presenza di

figli naturali dell'adottante minorenni o, se maggiorenni, non consenzienti

all'adozione.

L'esigenza del consenso dei figli dell'adottante si spiega con l'intento di evitare che

l'adozione divenga uno strumento per eludere le norme in tema di successione.

Può adottare una persona da sola ovvero una coppia di coniugi.

L'adottante deve aver compiuto i 35 anni ma, essendo necessaria una differenza di età

tra adottante e adottando di almeno 18 anni, non è immaginabile che l'adottante abbia

un'età inferiore a 36 anni.

Non esiste alcun limite massimo di età ne per adottare ne per essere adottato.

Chiunque può essere adottato. L'unico divieto riguardava i figli naturali dell'adottante

se questi sono stati riconosciuti, la ratio del divieto è chiara, perché mira ad evitare la

sovrapposizione di status incompatibili. Nel caso in cui lo status di figlio naturale non

sia stato costituito il divieto si giustifica in base ad un favor veritatis. La norma osta

all'adozione dei figli naturali non riconoscibili dell'adottante.

La L. N°219/2012 ha sostituito la formula figli naturali con quella di figli nati fuori

del matrimonio lasciando inalterata la regola. Lo schema di decreto legislativo

prevede l'eliminazione anche quest'ultima specificazione, sicche oggi il testo

codicistico parla soltanto di figli.

La norma trova in concreto applicazione qualora il tribunale abbia contezza di un

rapporto di filiazione nel qual caso non può pronunciare l'adozione. Per l'adozione si

richiedono il consenso dell'adottante e dell'adottando nonché l'assenso dei genitori

dell'adottando e del coniuge dell'adottante e dell'adottando.

Il tribunale verifica se tutte e condizioni prescritte dalla legge siano state adempiuto e

se l'adozione convenga all'adottando. In caso affermativo pronuncia con sentenza

l'adozione. L'art. 298 c.c. parla di decreto di adozione anzichè di sentenza.

L'adottato assume l cognome dell'adottante e lo antepone al proprio. L'adottato

conserva tutti i diritti e i doveri verso la sua famiglia di origine e non diventa partente

dei parenti dell'adottante. L'adottato acquista nei confronti dell'adottante gli stessi

diritti di successione che spetterebbero ai figli di quest'ultimo, il quale non acquista

alcun diritto di successione nei confronti dell'adottato.

L'adozione può essere revocata per indegnità quando l'adottato abbia attentato

alla vita dell'adottante o del coniuge o dei suoi discendenti o ascendenti, ovvero si

sia reso colpevole verso di loro di delitto punibile con pena restrittiva della libertà

personale non inferiore nel minimo a 3 anni. L'adozione può essere revocata quando

gli stessi fatti indicati siano stati posti in essere dall'adottante contro l'adottato o il

coniuge, i discedenti o gli ascendenti di quest'ultimo.

L'OBBLIGAZIONE DEGLI ALIMENTI

Capitolo LXXII

Pur avendo per oggetto una prestazione di ordine patrimoniale l'obbligazione legale

degli alimnenti ha un presupposto specifico: lo stato di bisogno del creditore.

Il diritto agli alimenti è condizionato all'obbligo del lavoro ed è quindi legato alla

prova, da parte di chi chiede gli alimenti (alimentando), della impossibilità di

provvedere al proprio matenimento (art. 438 comma 1 c.c.).

L'obbligazione incontra in ogni caso un limite: non deve superare le esigenze della

vita dell'alimentando. Il criterio non è assoluto ma relativo: avuto riguaro alla sua

posizione sociale.

Appunto perchè gli alimenti devono adeguarsi al bisogno dell'alimentando e alle sue

condizioni economiche dell'alimentante, l'obbligazione non ha una durata prestabilita

ed una misura determinata. Essa può cessare se cessa lo stato di bisogno o se mutano

le condizioni economiche, può essere ridotta o aumentata con il murare dei due

coefficienti.

L'obbligazione alimentare ha carattere strettamente personale: cessa con la morte

di uno dei due soggetti; il creditore cnon può cedere ad altri il proprio credito ne

questo può formare oggetto di pignoramento.

Se l'avente diritto agli alimenti fosse debitore verso l'obbligato questi non potrebbe

opporre la compensazione.

Non possono chiedersi prestazioni arretrate: il soccorso deve operare per il futuro.

Gli alimenti sono dovuti dal giorno della domanda giudiziale.

L'obbligato ha la facoltà di scelta circa le modalità delle prestazioni alimentari: o può

pagare un assegno anticipato o può accogliere e mantenere in casa sua l'alimentando.

Questa facoltà di scelta non è assoluta: il giudice può anche stabilire diversamente.

ORDINE TRA GLI OBBLIGATI

Vi è una gerarchia tar gli obbligati agli alimenti. La legge stabilisce una graduatoria

tenendo conto dell'intensità del vincolo e l'alimentando deve seguire quest'ordine

oppure dimostrare che si è rivolto all'obbligato ulteriore.

Nel caso di concorso di coobbligati i pari gradi, ciascuno è tenuto in proporzione

delle proprie condizioni economiche.

L'obbligo alimentare ha carattere indilazionabile, per cui il giudice può porre

temporaneamente l'obbligazione a carico di uno solo degli obbligati e può anche

fissare un assegno provvisorio.

L'ordine è indicato nell'art. 433 c.c.: l'obbligo degli alimenti tra i coniugi è diverso da

quello del mantenimento e rilevare che tra fratelli e sorelle gli alimenti sono dovuti

nella misura dello strtto necessario. Per quanto riguarda l'adozione, l'adottante deve gl

alimenti al figlio adottivo con precedenza sui genitori di lui.

La mancata prestazione degli alimenti costituisce causa di revoca della donazione

che la persona abbia precedentemente fatto a quella obbligata agli alimenti e

inadempiente al relativo obbligo.

L'art. 448-bis c.c. stabilisce che il figlio non è tenuto a prestare gli alimenti al

genitore che sia stato dichiarato decaduto dalla responsabilita genitoriale.

OBBLIGAZIONE VOLONTARIA DEGLI ALIMENTI

l'obbligazione degli alimenti, oltre che dalla legge, può derivare da negozio giuridico

(obbligazione volontaria degli alimenti). In questo caso essa prescinde dal

fondamento che sta a base dell'obbligzione legale, e trova la sua giustificazione nella

volontà delle parti o del testatore. Il rapporto può essere istituito anche tra soggetti

diversi da quelli stabiliti dalla legge.

Le parti non stabiliscono la quantità o la somma dovuta ma la indicano genericamente

con il termine alimenti. Anche per la misura degli alimenti negoziali si applica il

principio della proporzionalità al bisogno dell'alimentando e alle condizioni

economiche dell'alimentante.

SUCCESSONI PER CAUSA DI MORTE

Capitolo LXXIII

PRINCIPI GENERALITÀ

Con il termine successione si designa il fenomeno per cui un soggetto subentra ad un

altro nella titolarità di uno o più diritti o rapporti giuridici.

Si è profondamente modificato il contenuto stesso delle eredità, perchè mentre una

volta assumevano importanza quasi esclusivamente gli immobili, attualmente grande

rilievo possono rivestire anche cespiti mobiliari, soprattutto partecipazioni in società

e strumenti di investimenti.

La morte dell'individuo determina il sorgere di quella che è stata definita l'esigenza

negativa che un patrimonio non resti privo di titolare. Il fenomeno successorio attiene

alla sola disciplina della trasmissione della ricchezza tra le generazioni.

Gli interessi che vengono in considerazione rispetto alla vicenda successoria sono:

in primo luogo emerge l'interesse dello stesso ereditando, preoccupato della

• sorte dopo la morte dei suoi beni in funzione della rete di legaim affettivi in cui

ogni persona si colloca;

in secondo luogo emerge l'interesse dei familiari del de cuius: opportuno è

• distinguere a seconda che si tratti di persone che già godevano dei beni del

defunto, ovvero persone che avevano contribuito alla formazione del suo

patrimonio, ovvero di persone a lui legate da vincoli parentali

in terzo luogo sono interessati alla sorte del patrimonio ereditario i creditori

• del de cuius per i quali possono costituire rischi di insufficienza dell'asse

ereditario a soddisfare integralmente tutti i creditori;

infine vi è un interesse dello stato a tassare i trasferimenti di ricchezza che si

• verificano mortis causa, o addirittura ad acquisire l'intero patrimonio ereditario

per destinarlo a vantaggio della collettività. L'eredità si devolve allo stato

soltanto quando nessun altro soggetto risulti chiamato ex lege o ex testamento,

alla successione, ovvero quando il diritto di tutti i chiamati risulti già estinto

per rinuncia o per prescrizione.

Escluso quindi un intervento pubblico, la sorte del patrimonio ereditario è lasciata

anzitutto alle decisioni discrezionali dello stesso ereditando, che può disporre dei

propri beni mediante testamento. Qualora al de cuius sopravvivano stretti congiunti

(figli, coniuge..) il legislatore limita la libertà del testatore, in quanto riserva a favore

di costoro una quota del patrimonio del defunto variabile a seconda del numero e

della qualità degli aventi diritto. La natura cogente della riserva non opera rendendo

invalide le eventuali disposizioni testamentarie lesive delle quote di legittima, ma

soltanto mediante l'attribuzione a ciascun legittimario del diritto di impugnarle

chiedendone la riduzione. Per la parte disponibile del suo patrimonio l'ereditando può

provvedere come preferisce anche a favore di persone estranee alla cerchia dei

familiari.

Ove l'ereditando non abbia provveduto a disporre mediante testamento dei propri

beni, è la legge stessa a dettare i criteri per la devoluzione del patrimonio relitto. Si

parla dunque di successione legittima, in quanto regolata dalla legge. Il legislatore

colloca tra i successibili ex lege il coniuge, i discendenti, gli ascendenti, i collaterali,

gli altri parenti e lo stato. I criteri di devoluzione dell'eredità, nella successione

legittima, appaiono scelti in funzione, per un verso dalla preoccupazione di tutelare

gli interessi delle persone legate al deunto, e per altro verso in funzione della

presumibile intensità dei vincoli di affetto intercorrenti tra il defunto ed i familiari

superstiti. Alla successione legittima si ricorre quando manca qualsiasi testamento o,

pur essendovi un testamento, questo dispone soltanto legati, oppure quando l

testamento contenga un'istituzione di erede che non esaurisca l'asse ereditario: in tal

caso per la parte restante si provvede con successione legittima.

L'interesse dei creditori del de cuius è protetto da vari strumenti:

dalla trasmissione in capo all'erede della responsabilità per i debiti ereditari;

• mediante il diritto dei creditori di chiedere la separazione dei beni del defunto

• da quelli dell'erede;

attraverso la possibilità per i creditori di provocare talune procedure formali di

• liquidazione del patrimonio ereditario.

EREDITA' E LEGATO

Il complesso dei rapporti patirmoniali trasmissibili, attivi e passivi, facenti capo al de

cuius al momento della sua morte costituisce la sua eredità, intesa in senso oggettivo.

Per patrimonio si intende l'insieme dei rapporti giuridici dei quali il defunto era

titolare, indipendentemente dal valore economico.

La successione mortis causa può essere:

a titolo universale: si parla dunque di eredità e di erede, e in caso di pluralità

• di successori si parla di coeredi; si può dire che il successore a titolo universare

è il continuatore della personalità del suo dante causa;

a titolo particolare: si parla di legato e del relativo beneficiario quale

• legatario.

Nel caso di legato la chiamata riguarda esclusivamente uno o più diritti o rapporti

giuridici determinati; nel caso di chiamata a titolo universale la vocazinoe comprende

esclusivamente la situazione patrimoniale del soggetto venuto a mancare ponendo il

beneficiario nella condizione di poter subentrare in tutti i rapporti trasmissibili facenti

capo al de cuius al momento della morte.

La disciplina delle due forme di successione si differenzia per numerosi profili:

l'erede succede nel possesso del defunto mentre per il legatario si ha solo il

• fenomeno dell'accessio possessionis;

l'erede è tenuto ipso iure al pagamento dei debiti e pesi ereditari a differenza de

• legatario;

al solo erede è cncessa la hereditatis petitio per ottenere la restituzione dei beni

• ereditari posseduti da altri a titolo di erede o senza titolo;

solo l'erede subentra in ogni rapporto come se fosse stato parte ab initio e

• perfino in quelli in via di formazione al momento della morte del de cuius;

soltanto l'erede subentra nel processo in cui era parte il defunto.

Quando la successione è regolata per testamento implica l'interpretazione della

dichiarazione del testatore, la quale spesso lascia margine al dubbio se il testatore

abbia voluto disporre un'attirbuzione a titolo di vera e propria istituzione di erede o

un lascito di uno o più beni determinati, a titolo quindi di legato.

Il compito dell'interprete è facile quando al chiamato siano attribuiti tutti i beni del

testatore, ovvero una quota del complessivo patrimonio ereditario, intesa come

frazione dell'intero.

Le difficoltà sorgono quando la disposizione contenga l'indicazione di beni

determinati o di un complesso di beni: ciò non esclude che la successione sia a titolo

universale, condizione che risulti che il testatore ha inteso assegnare quei beni come

quota del patrimonio. Per l'attribuzione di determinati beni occorre dimostare che il

testatore, nel disporre singoli beni, abbia tenuto presente l'universalità del suo

patrimonio, ed abbia inteso assegnare e dividere i singoli cespiti tra i suoi eredi, come

quota del tutto. Occorre vedere quale sia stata l'intenzione del testatore: se egli abbia

voluto attribuire i beni menzionati come cespiti determinati e singoli, ed allora si avrò

successione a titolo particolare o legato; ovvero se, pur indicando specificamente

taluni beni, il testatore abbia inteso lasciarli quale porzione del suo patrimonio, ed

allora si avrà successione a titolo universale e istituzione di erede.

Nel caso in cui risulti l'intento del testatore di assegnare i beni specificatamente

indicati quale quota del suo patrimonio, la determinazione della quota ereditaria

avverà a posterioori, ossia calcolando il rapporto tra il valore dei beni pecificatamente

assegnati ed il totale del patrimonio di cui il testatore ha disposto.

Quando la successione, in assenza di testamento, si devolve interamente per legge, i l

problema non si pone perché la vocazione è configurata dal legislatore quasi sempre

come chiamata a titolo universale. Esistono anche talune ipotesi di legato disposto

dalla legge che però sono tipiche. Nel caso di pluralità di successibili ex lege, la

chiamata è comunque a titolo universale per ciascun coerede, poiché gli attribuisce la

capacità di succedere indistintamente in tutti i rapporti trasmissibili facenti capo al de

cuius, sebbene pro quota, ossia in base ad una frazione aritmerica: ne consegue

l'instaurazione di un regime di comuniuone, che investe tutti gli elementi che

compongono l'asseereditario e che cessa soltanto con la divisione.

Per quanto riguarda le situazioni giuridiche non patrimoniali, essendo in genere

intrasmissibili, non si verifica successione. In alcune ipotesi la legge riconosce

espressamente la trasmissibilità della legittimazione attiva o passiva in relazione ad

interessi non patrimoniali. L'art. 23 della legge speciale attribuisce ai partenti, e non

agli eredi, il diritto di rivendicare la paternità dell'opera e di opporsi a qualsiasi

alterazione della stessa.

Sono inoltre intrasmissibili tutti i rapporti strettamente personali, come usufrutto, uso,

abitazione, rendita vitalizia, diritto alimentare ecc. La morte è poi causa di

scioglimento dei contratti caratterizzati dall'intuitus personae.

L'ere subentra nei diritti potestativi spettati al de cuius: diritto di riscatto, di recesso,

di ratifica, di impugnazione, ecc.

La morte del proponente non comporta l'inefficacia della proposta volta a concludere

un contratto quando si tratti di proposta irrevocabile ovvero fatta nell'esercizio di

un'impresa.

APERTURA DELLA SUCCESSIONE

La morte di una persona determina l'apertura della sua successione. La legge

attribuisce importanza alla determinazione del momento e del luogo in cui si verifica

l'apertura della successione. Ai sensi dell'art. 456 c.c. la successione si apre al

momento della morte nel luogo dell'ultimo domicilio del defunto.

La giurisprudenza e la dottrina prevalente ritengono equiparata alla morte naturale la

morte presunta, in considerazione degli effetti che essa determina rispetto ai

successori. In caso di assenza invece coloro che, verificandosi la morte dell'assente,

sarebbero suoi eredi, possono soltanto domandare l'immissione nel possesso

temporaneo dei beni.

PATTI SUCCESSORI

Aperta la successione, occorre vedere a chi spettano il patrimonio ereditario o singoli

beni. Si parla dunque di vocazione ereditaria, che significa indicazione di colui che

è chiamato all'eredità.

Il nostro codice preferisce parlare di delazione dell'eredità e cioè di offerta

dell'eredità ad una persona che se vuole la può acquistare. La dottrina classica

considere i termini "vocazione" e "delazione" equivalenti. Secondo un altro indiritto

si dovrebbe distinguere, in quanto potrebbero darsi casi di vocazione senza elazione ,

ossia di chiamata senza un'offerta attuale dell'eredità.

La designazione del successibile può avvenire in due modi: per legge (successione

legittima) o per testamento (successione testamentaria). È esclusa la successione

per contratto.

La legge vieta varie tipologie di patti successori, in particolare tre specie:

1. patti confermativi o istitutivi: che vincolando il de cuius gli toglierebbero

quella libertà di disporre che la legge riconosce ad ogni persone fino al

momento della morte;

2. patti rinunciativi e dispositivi: deve ritenersi che il legislatore abbia voluto

impedire che un soggetto possa disporre di sostanze che non gli appartengono

ancora e di cui l'aquisto non può essere mai sicuro;

3. donazione mortis causa: in cui la morte del donante funziona come causa

dell'attribuzione patrimoniale. Anch'essa è in contrasto con il principio

fondamentale della revocabilità delle disposizioni mortis causa. È invece valida

la donanzione fatta sotto la condizione sospensiva se il donante morirà prima

del donatario.

GIACENZA DELL'EREDITÀ

Con la morte del de cuius colui che è chiamato all'eredità non acquista senz'altro la

qualità di erede ne la titolarità dei beni e dei diritti. Affiché ciò si verifichi occorre

una sua dichiarazione di volontà: l'accettazione o adiazione dell'eredità. Gli effetti

dell'accettazione retroagiscono al momento dell'apertura della succesione: dunque

l'erede si considere come titolare del patrimonio ereditario fin dal momento

dell'apertura della successione.

Può anche darsi che l'erede lasci passare del tempo per rifrettere se gli convenga o

meno accettare. Nell'intervallo tra la morte dell'ereditando e l'accettazione del

chiamato il patrimonio ereditario rimane senza un titolare attuale dei rapporti attivi e

passvi che di esso fanno parte.

Per assicurare la gestione del patrimonio durante quella fase gli art. 528 ss. c.c.

prevedono la figura dell'eredità giacente che ricorre quando concorrono le seguenti

condizioni:

non sia ancora intervenuta l'accettazione da parte del chiamato;

• il chiamato non si trovi nel possesso dei beni ereditari;

• sia stato nominato un curatore dell'eredità giacente: la nomina di un

• curatore è indispensabile perché abbia inizio un fenomeno di eredità giacente.

Il curatore non è un rappresentante del chiamato o del futuro erede, ma si tratta

di un amministratore di un patrimonio, con funzioni prevalentemente

conservative, anche se non sono esclusi poteri dispositivi. Il curatore provvedo

all'amministrazione ed alla conservazioen del patrimonio ereditario; è

legittimato ad agire in giudizio sia attivamente sia passivamente; può

provvedere al pagamento dei debiti ereditari e dei legati, previa autorizzazione

del tribunale, purché non vi sia opposizione da parte di alcuno dei creditori o

dei legatari. Se vi è opposizione si deve procedere alla liquidazione dell'eredità.

Le funzioni del curatore cessano quando il chiamato all'eredità accetta. Se non

sia stato nominato un curatore, non si verifica una situazione di giacenza

dell'eredità ma si ha una mera vacanza della stessa, in quanto il patrimonio

ereditario è privo di un dominus. In questo caso sono concessi alcuni poteri al

chiamato all'eredità, in funzione della conservazione del patirmonio ereditario.

Il chiamato all'eredità può anche compiere atti conservativi di vigilanza e di

amministrazione temporanea.

CAPACITA' DI SUCCEDERE

Qualunque persona fisica che, al momento dell'apertura della successione, sia già

nata e sia ancora in vita, è capace di succedere. Qualora si ignori se il chiamato sia

vivo, il legislatore ammette che la successione si devolva a favore di coloro ai quali

sarebbe spettata in mancanza dell'assente. Il legislatore concede la capacità di

succedere anche a coloro che al tempo dell'apertura della successione erano soltanto

concepiti, presumento che fosse già concepito chi sia nato entro i 300 giorni dalla

morte della persona della cui successione si tratta. La chiamata è subordinata alla

nascita: ma già il fatto del concepimento determina una situazione di pendenza che

regola l'amministrazione dell'eredità in quel periodo.

Nell'ambito della successione testamentaria il legislatore opera un ulteriore

allargamento della capacità di succedere: possono essere chiamati anche i figli non

ancora concepiti di una determinata persona vivente al momento dell'apertura della

successione. Se alla successione è chiamato un concepito, il periodo di incertezza

circa la definitiva attribuzione dei beni a lui devoluti è breve: in tale periodo

l'amministrazione dei beni spetta al padre. Se invece alla successione sono chiamati

nascituri non ancora concepiti il periodo di incertezza circa la sorte dei beni ad essi

destinati può durare anche a lungo. Il legislatore dispone che l'amministrazione

dell'eredità sia affidata, in tale periodo, a coloro cui l'eredità sarebbe devoluta qualora

i nascituri chiamati alla successione non dovessero venire ad esistenza.

Nessun dubbio invece sussiste sulla capacità di succedere per testamento delle

persone giuridiche le quali, dovevano un tempo munirsi, per poter accettare, di

un'autorizzazione governativa. L'autorizzazione non era invece necessaria per le

società. Viceversa il codice civile negava la capacità di succedere agli enti non

riconosciuti. La L. 22 giugno 2000 n. 192 ha modificato l'art. 273 c.c. il quale ora

dispone che l'accettazione delle eredità devolute alle persone giuridiche, associazioni,

fondazioni ed enti non riconosciuti non può farsi che non il beneficio di inventario.

Già in precedenza il legislatore aveva disposto deroghe alla disciplina restrittiva

dell'art. 600 c.c. ammettendo l'accettazione di eredità da parte di associazioni di

volontariato prive di personalità giuridica. Identica regola vale per altri enti non

profit, le associazioni di promozione sociale.

INDEGNITA'

L'indegnità si basa sull'incompatibilità morale del successibile: ripugna alla

coscienza collettiva che chi si è reso colpevole di atti gravemente pregiudizievoli

verso il de cuius possa succedergli.

L'incapacità porta la mancanza di un soggetto idoneo all'acquisto dei diritti ereditari e

la radicale assenza di un effetto acquisitivo. L'indegnità funziona come una cusa di

esclusione che opera in forza di una pronuncia del giudice, la cui sentenza ha

carattere costitutivo. Mentre l'azione per far dichiarare l'incapacità di succedere è

imprescrittibile, l'azione per far pronunziare l'indegnità si prescrive nel termine

ordinario dei 10 anni che decorre dal giorno dell'apertura della successione.

L'indegnità può essere rimossa con la riabilitazione.

Le cause d'indegnità sono tassativamente indicate nell'art. 463 c.c.:

atti compiuti contro la persona fisica o contro la pesonalità morale del de

• cuius, oppure del coniuge o del discendente o dell'ascendente di lui;

atti diretti con violenza o dolo contro la libertà di testare del de cuius;

• decadenza dalla responsabilità genitoriale. È escluso dalla successione del

• figlio il genitore che sia stato dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale.

L'indegnità non sussiste ste il genitore sia stato reintegrato nella responsabilità

alla data di apertura della successione. La ratio della norma consiste nella

finalità di impedire al genitore che abbia commesso omissioni dei propri doveri

nei confronti del figlio di gravità tale da giustificare la decadenza di succedere

al figlio stesso.

L'indegnità non si comunica ai figli dell'indegno. La legge vuole escludere che

l'indegno riceva un vantaggio dalla successione della persona verso la quale egli si è

reso colpevole: per cui all'indegno non spettano ne il potere dell'amministrazione ne

l'usufrutto legale sui beni che sono pervenuti ai suoi figli dalla successione dalla

quale egli è escluso.

La sentenza che pronunzia l'indegnità ha effetto retroattivo: l'indegno è

considerato come se non fosse ai stato erede ed è perciò obbligato a restituire i frutti

che gli sono pervenuti dopo l'apertura della successione.

L'indegno può essere riabilitato dal de cuius: la riabilitazione può essere:

totale : in forza di una dichiarazione espressa contenuta in un atto ad hoc (in

• forma di atto pubblico) o in un testamento;

parziale : si verifica quando l'indegno viene contemplato in un testamento come

• destinatario di una certa disposizione. In questo caso l'indegno è ammesso a

succedere nei limiti della disposizione a suo favore, ma non può ricevere niente

come successore legittimo.

Non va confusa con l'indegnità la diseredazione, ossia la clausola testamentaria con

cui il de cuius dichiari di non volere che alla sua successione abbia a partecipare un

determinato soggetto il quale avrebbe invece titolo a parteciparvi.

RAPPRESENTAZIONE

La rappresentazione è l'istituto in forza del quale i discendenti legittimi o naturali

(rappresentanti) subentrano al loro ascendente nel diritto di accettare un lascito

qualora il chiamato non può o non vuole accettare l'eredità o il legato.

La rappresentazione può avere luogo soltanto quando il chiamato che non può o non

vuole accettare sia un figlio, o un fratello o una sorella del defunto. La

rappresentazione è esclusa se il chiamato sia, rispetto al de cuius, un estraneo ovvero

anche un parente diverso da un figlio o da un fratello. Inoltre la rappresentazione è

eslusa nel caso di successione testamentaria quando il testatore abbia già provveduto

con una sostituzione del destinatario del lascito.

In luogo di colui che non può o non vuole accettare succedono i discendenti

(rappresentanti) i quali succedono direttamente al de cuius, cosicché hanno diritto di

partecipare alla successione di quest'ultimo anche nell'ipotesi che abbiamo rinunciato

all'eredità del loro ascendente o che sia indegni o incapaci nei suoi confronti.

La rappresentazione opera sia quando la chiamata a favore del rappresentato non

possa più verificarsi, sia quando vi sia stata una prima vocazione, ma questa sia

caduta ad es. per indegnità o per rinuncia. Mentre in questa ultima ipotesi può essere

accettabile la definizione della rappresentazione come vocazione indiretta, in quella

precedente il rappresentante è in realtà l'unico chiamato alla successione.

Quando si applica la rappresentaione, la divisione si fa per cespiti: ossia i

discendenti subentrano tutti in lugo del capostipite, indipendentemente dal loro

numero e lo stesso criterio si applica anche qualora uno stipite abbia prodotto più

rami.

L'art. 469 comm 2 c.c. precisa che si fa luogo a rappresentazione anche in caso di

unicità di stirpe. Anche se il de cuius abbia lasciato un unico figlio, i discendenti di

questo non succedono iure proprio, ma come rappresentanti.

ACCRESCIMENTO

L'istituto dell'accrescimento comporta che la quota devoluta al chiamato che non

abbia potuto o voluto accettare si devolve a favore degli altri beneficiari di una

chiamata congiuntiva, con la conseguenza che la quota spettante a questi ultimi si

accresce.

Il fenomeno si verifica in presenza di taluni presupposti positivi e negativi:

negativi: non si fa luogo ad accrescimento quando ricorrano le condizioni per

• l'operare della rappresentazione, e neppure nel caso in cui nella successione

testamentaria il testatore abbia disposto una sostituzione. In tali ipotesi l'eredità

devoluta al chiamato non accettante verrà attribuita al rappresentante o al

sostituto.

Positivi: l'accrescrimento postula una chiamata congiuntiva: se il de cuius con

• il proprio testamento ha lasciato l'asse ereditario a tre chiamati

congiuntamente, qualora uno di essi non possa o non voglia accettare, e non

abbia discendenti che possano succedere come suoi rappresentanti, la sua quota

si divide ta i due coeredi rimasti i quali abbiano accettato, che riceveranno

anziché l'1/3 dell'eredità per ciascuno, metà dell'asse ciascuno.

Il fondamento dell'istituto sta nella presunta volontà del de cuius: se quest'ultimo ha

chiamato più soggetti in quote identiche è perché presumibilmente intendeva

beneficare in modo eguale le tre persone considerate. Per cui l'accrescimento non si

verifica quando il de cuius ha diversamente disposto.

La vocazione (o chiamata) testamentaria congiuntiva si verifica:

se si tratta di istuzione di erede, quando gli eredi siano stati chiamati con uno

• stesso testamento e il testatore abbia chiamato coeredi in parti uguali. Se le

parti sono disuguali, è chiara la ragione per cui non ha luogo il diritto di

accrescimoento: viene a mancare il fonfamento. Qualora manchino pure i

presupposti dell'accrescimento la porzione dell'erede mancante si devolve agli

eredi legittimi.

Se si tratta di legato basta che sia stato legato lo stesso oggetto a più persone.

• In mancnza dell'accrescimento la porzione di legato non attribuita va a profitto

dell'onerato, e cioè di colui a carico del quale è stato posto il legato.

L'accrescimento opera di diritto, senza bisogno di una specifica accettazione

dell'attribuzione ulteriore da parte di colui a cui profitta. Colui che se ne avvantaggia,

così come subentra nei diitti, subentra anche negli obblighi a cui era sottoposto

l'erede o il legatario. L'art. 522 c.c. stabilisce per il caso di successione legittima che

quando più persone sono chiamate ex lege a concorrere alla successione, la quota del

chiamato che abbia rinunziato si accresce a quelle di coloro che avrebbero concorso

con lui. Nella successione av intestato manca una vera e propria chiamata

congiuntiva. Le due figure sono accomunate dal fatto che in entrambi i casi l'effetto

accrescitivo si produce automaticamente, senza necessità di specifica accettazione da

parte di chi ne beneficia. Se il rinunziante non concorre con altr chiamati ex lege, la

quota a lui spettante si devolve a coloro ai quali spetterebbe se egli mancasse.

SOSTITUZIONI

Può darsi che il testatore abbia preveduto l'ipotesi che il chiamato non possa o non

voglia accettare l'eredità o il legato, designando altra persona in sua vece: la clausola

relativa si chiama sostituzione ordinaria o volgare.

La legge ammette che più persone possano sostituirsi ad una sola persona, e viceversa

che una sola persona sia indicata come sostituta di un pluralità di chiamati. Il sostituto

subentra anche nelle obbligazioni poste a carico del primo istituto.

Dalla sostituzione volgare si distingue la sostituzione fedecommissaria che si ha

quando ricorrono le seguenti condizioni:

doppia istituzione: il testatore nomina erede Caio e vuole, che alla morte di

• caio, l'eredità passi a Sempronio;

ordo successivus: occorre che il passaggio dell'eredità dal primo istituito al

• secondo si verifichi in conseguenza della morte del primo;

vincolo di conservare per restituire: in forza del quale il primo chiamato non

• ha una piena titolarità dei beni trasmessigli e non può disporne.

Il codice del 1942, nella formulazione originaria, ammetteva la validità della

sostituzione fedecommissaria purché contenuta in precisi limiti sia soggettivi che

oggettivi. Quanto ai limiti soggettivi, occorreva che il primo istituito fosse un figlio o

un fratello o una sorella del testatore. Quanto ai limiti oggettivi, la disposizione

fedecommissaria poteva ricomprendere soltanto i beni facenti parte della quota

disponibile e non poteva quindi ledere la legittima.

La riforma del diritto di famiglia ha totalmente modificato il contenuto dell'art. 692

c.c. Infatti il nuovo testo della norma esclude la validità di una sostituzione

fedecommissaria in tutti i casi, con la sola eccezione che si disposta dai genitori dagli

ascendenti in linea retta o dal coniuge dell'interdetto o del minore incapace a favore

della persona o degli enti che sotto la vigilanza del tutore hanno avuto cura

dell'istituito. Il soggetto istituito può godere dei beni a lui assegnati, ma non può

alienarli.

L'ACQUISTO DELL'EREDITA' E LA RINUNCIA

Capitolo LXXIV

L'ACCETTAZIONE DELL'EREDITA'.

LA TRASMISSIONE DEL DIRITTO DI ACCETTARE L'EREDITA'

LA VENDITA DI EREDITA'

Il chiamato all'eredità potrebbe avere un interesse morale a non diventare l'erede di

una persona malfamata benché ricca, o un interesse economico a non essere esposto

all'obbligo di pgare i debiti del defunto. Per questo la legge fa dipendere l'acquisto

dell'eredità dalla accettazione dell'eredità.

Quanto agli effetti si distinguono due tipi di accettazione:

pura e semplice : si verifica la confusione tra il patrimonio del defunto e quello

• dell'erede che diventano un patrimonio solo. L'erede succede sia nell'attivo che

nel passivo; egli è tenuto al pagamento dei debiti del de cuius, anche se

superino l'attivo che gli perviene all'eredità.

beneficio d'inventario : se il chiamato all'eredità accetta con beneficio

• d'inventario non si produce la confusione dei patrimoni.

Quanto alla morfologia dell'atto si distinguono:

accettazione espressa : consiste nella esplicita manifestazinoe della volontà di

• acquistare l'eredità. Forma e contenuto variano: nel caso si tratti di

un'accettazione con beneficio d'inventario l'accettazione deve essere

necessariamente fatta mediante dichiarazione ricevuta da un notaio o dal

cancelliere del tribunale dove si è aperta la successione; se invece si tratta di

un'accettazione pura e semplice può essere fatta in un atto pubblico o in una

scrittura privata dichiarando di accettare l'eredità ovvero assumento il titolo di

erede.

L'accettazione delle eredità devolute a persone giuridiche, associazioni,

fondazioni ed enti non riconosciuti, può farsi solo con il beneficio d'inventario.

L'obbligatorietà dell'accettazione beneficiata è prevista anche per i minori e gli

incapaci; questi non si considerano decaduti dal beneficio d'inventario qualora

provvedano ai relativi adempimenti entro un anno dal compimento della

maggiore età o dalla cessazione dello stato di incapacità.

Quanto al contenuto dell'accettazione, l'atto deve esprimere la manifestazione

di una scelta consapevole da parte del chiamato, diretta all'acquisto dell'eredità.

L'accettazione espressa dell'eredità costituisce un negozio giuridico ed è un

actus legitimus: ad essa non possono opporsi condizioni o termini, che

rendono nulla l'intera dichiarazione. Parimenti nulla è ogni accettazione

parziale.

accettazione tacita : quando il chiamato all'eredità compie un atto che

• presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il

diritto di fare se non nella qualità di erede.

Secondo l'opinione prevalente, rilevante non è una volontà di accettare, bensì

un comportamento del chiamato che la legge qualifica come accettazione, ad

essa ricollegando i corrispondenti effetti giuridici.

Non qualsiasi comportamento può costituire accettazione tacita di una eredità:

l'art. 476 c.c. richiede la pro herede gestio, cui ricollega l'acquisto dell'eredità,

si concreti in un atto che il chiamato non avrebbe il diritto di fare se non nella

qualità di erede.

Art. 477 e 478 c.c.: il primo dispone che la vendita o donazione dei diritti di

successione ad un terzo o ad un altro chiamato importa accettazione

dell'eredità; il secondo prevede la rinunzia all'eredità importa accettazione.

accettazione presunta : acquisto dell'ereditàà avviene automaticamente, in

• forza della legge, o per il solo fatto che non si è provveduto ad uno specifico

atto imposto dalla legge, ovvero, al contrario, perché si è tenuto un determinato

comportamento che preclude la rinunzia all'eredità e rende colui che lo compie

erede puro e semplice. Si è spesso parlato, per queste ipotesi, di accettazione

presunta: ma in realtà l'acquisto dell'eredità non si ricollega ad una presunzione

della volontà di accettare, bensì ad una fattispecie legale tipica

automaticamente sufficiente a determinare l'effetto previsto dal legislatore.

Una tale modalità di acquisto dell'eredità non è applicabile al minore o

all'incapace, rispetto ai quali l'unica forma efficace di accettazione è quella

beneficiata.

L'accettazione dell'eredità è soggetta a trascrizione: in caso di accettazione tacita

la trascrizione avviene sulla base dell'atto implicante un accettazione tacita, qualora

esso risulti da una sentenza o da un atto pubblico o da una scrittura privata

autenticata. Se il chiamato all'eredità muore senza averla acettata, il diritto di

accettarla si trasmette ai suoi eredi.

La trasmissione ai successori del chiamato della facoltà di accettare si distingue

dalla rappresentazione: quest'ultimo istituto presuppone che il chiamato non possa o

non voglia accettare l'eredità, mentre la trasmissione presuppone che il chiamato, pur

potendom non abbia ancora dichiarato se intende accettare l'eredità. Il rappresentante

subentra ope legis nel luogo e nel grado dell'ascendente e succede direttamente al de

cuius del quale può accettare l'eredità anche nel caso che abbia rinunciato all'eredità

del rappresentato o sia indegno di succedergli. Invece nel caso in cui il chiamato

muore senza aver accettato l'eredità trasferisce ai suoi eredi il diritto di accettarla.

Il diritto di accettare l'eredità è soggetto alla prescrizione ordinaria decorrente dalla

data dell'apertura della successione; il termine non è suscettibile di interruzione.

In caso di istituzione sottoposta a condizione il termine decorre dalla data

dell'avveramento della condizione stessa.

Anche nei confronti dei chiamati uteriori, ossia di coloro nei cui confronti la

vocazione opera in subordinazione rispetto agli altri, il termine decorre dalla data

della apertura della successione; l'art. 480 comma 3 c.c. dispone che il termine

prescrizionale non corre per i chiamati ulteriori nella sola ipotesi in cui i primi

chiamati abbiano accettato l'eredità e l'acquisto di questi ultimi sia in seguito venuto

meno.

Può darsi che qualcuno abbia interesse a che il chiamato si decida entro uno

spazio più limitato di tempo a dichiarare se intende o no accettare l'eredità: per

es. il creditore del defunto, allo scopo di sapere contro chi può rivolgersi per il

pagamento. In tal caso si può far ricorso ad una speciale azione actio interrogatoria

con cui si chiede che l'autorità giudiziaria fissi un termine, trascorso il quale il

chiamato perde il diritto di accettare; si tratta di un'ipotesi di decadenza. L'art. 2965

c.c. stabilisce che è consentito anche al testatore stabilire un termine per

l'accettazione dell'eredità.

L'accettazione si può impugnare per violenza o dolo, ma non per errore. Non può

farsi carico all'erede dell'omissione dell'accettazione con beneficio d'inventario, se,

dopo l'accettazione pura e semplice, si scopre un testamento la cui esistenza era

ignorata al tempo dell'apertura della successione, e che contenga legati che

esauriscano o superino il valore della quota o oltrepassino la legittima, se l'erede è un

legittimario. In questo caso l'erede non è tenuto a soddisfare o legati scritti nel

testamento oltre il valore dell'eredità.

Per effetto dell'acquisto dell'eredità, all'erede si trasmette anche il potere di disporre

dei beni ereditari. Egli può quindi alienare sia i singoli beni sia il loro complesso.

Oggetto della vendita è il complesso dei beni che fanno parte dell'eredità. L'erede

continua a rispondere dei debiti ereditari verso i creditori del defunto: si realizza un

accollo comulativo tra erede ed acquirente, in forza del quale quest'ultimo è obbligato

in solido con il venditore a pagare i debiti ereditari.

È prevista a pena di nullità la forma scritta anche se il complesso ereditario non

contenga beni immobili.

ACCETTAZIONE CON BENEFICIO D'INVENTARIO

L'accettazione con beneficio di inventario impedisce la confusione del patrimonio del

de cuius con quello dell'erede. L'art. 490 c.c. dispone che:

l'erede che ha accettato con beneficio d'inventario conserva verso l'eredità tutti

• i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto;

l'erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati ultra vires;

• i creditori del defunto ed i legatari hanno preferenza sul patrimonio ereditario

• di fronte ai creditori dell'erede; per questi ultimi, se non vogliono perdere tale

preferenza nel caso in cui l'erede decada dal beneficio, hanno l'onere di

domandare la separazione dei beni del defunto da quelli dell'erede.

Il chiamato all'eredità ha la facoltà di giovarsi del beneficio d'inventario che lo

preserva dal rischio di pagare anche i debiti del defunto. La facoltà di accettare con

beneficio d'inventario ha carattere personale: si tratta di un atto che può significare

sfiducia o mancanza di riguardo verso la memoria del defunto, e la legge affida

esclusivamente al chiamato la valutazione dell'opportunità di ricorrervi. L'azione

surrogatoria che consente ai creditori di esercitare i diritti del proprio debitore è in

questa materia esclusa, trattandosi di un diritto che può essere esercitato dal suo

titolare.

La legge stabilisce che gli incapaci, assoluti e relativi, le persone giuridiche e gli enti

non riconosciuti non possono efficacemente accettare un'eredità se non con il

beneficio d'inventario. L'opinione prevalente ritiene nulla l'accettazione pura e

semplice posta in essere da un incapace.

L'accettazione con beneficio d'inventario, disposta dall'interesse dei minori, vale a

limitare la responsabilità e quindi se non sia eseguita il minore può, entro l'anno dal

raggiungimento della maggiore età, redigere l'inventario stesso e conservare il

beneficio.

L'accettazione con beneficio di inventario esige ad substantiam una forma

particolare ed è sottoposta anche ad un regime particolare di pubblicità notizia, e

deve essere preceduta o seguita dall'inventario, da redigersi secondo le forme previste

dal codice di procedura civile; anche la data di compimento dell'inventario deve

essere indicata nel registro delle successioni. Devono essere osservati i termini

temporali prescritti dalla legge.

Se il chiamato è nel possesso dei beni ereditari, deve fare l'inventario entro 3 mesi

dall'apertura della successone. Il termine può essere prorogato dal tribunale.

Trascorso il termine dei 3 mesi o quello eventualmente prorogato senza aver

compiuto l'inventario il chiamato è considerato erede puro e semplice.

Se il chiamato non è nel possesso dei beni ereditari può fare la dichiarazione di

accettazione con beneficio d'inventario fino a quando non sia prescritto il diritto di

accettare e poi redigere l'inventario nei mesi successivi: se omette tale adempimento è

considerato erede puro e semplice.

Nel caso in cui sia stata esercitata contro il chiamato, che non sia nel possesso dei

beni ereditari, l'actio interrogatoria, egli deve fare nel termine fissato dal giudice

sia l'inventario che la dichiarazione. Se omette la dichiarazione, perde il diritto di

accettare; se fa la dichiarazione ma non l'inventario è erede puro e semplice.

L'erede che ha accettato con beneficio d'inventario diviene amministratore del

patrimonio ereditario anche nell'interesse dei creditori del defunto e dei legatari.

Incorree in responsabilità per cattiva amministrazione soltanto se versa in colpa

grave.

Gli è vietata l'alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione del giudice: se

viola questo divieto decade dal beneficio e diventa erede puro e semplice. La

decadenza vale anche per le omissioni e infedeltà nell'inventario.

Accettata l'eredità con beneficio d'inventario, il pagamento dei creditori del defunto

può avvenire in uno dei tre modi seguenti:

1. l'erede paga i creditori e i legatari a misura che si presentano: in questo

caso esaurito l'asse ereditario, i creditori rimasti insoddisfatti possono rivalersi

contro i legatari, nei limiti del valore del legato. L'erede può iniziare a pagare i

creditori soltanto dopo che siano trascorsi 3 mesi dell'esecuzione dell'ultima

delle formalità pubblicitarie previste per la dichirazione e l'inventario, entro

tale termine i creditori possono presentare opposizione.

2. Se vi è opposizione dei creditori si può provedere alla liquidazione dei beni

ereditari: si tratta di una procedura concorsuale, compiuta con l'assistenza di

un notaio.

3. L'erede può rilasciare i beni ereditari a favore dei creditori e dei legatari.

SEPARAZIONE DEL PATRIMONIO DEL DEFUNTO

L'accettazione con beneficio d'inventario è un rimedio che giova principalmente al

chiamato all'eredità, che è l'unico legittimato a chiederla. Giova però anche ai

creditori del defunto perché assicura ad essi la preferenza sul patrimonio ereditario di

fronte ai creditori dell'erede. Per venire incontro ai creditori del defunto, i quali hanno

fatto affidamento sul patirmonio di ques'ultimo nel fargli credito è apprestato lo

strumento della separazione del patrimonio del defunto da quello dell'erede.

Anche la separazione impedisce la confusione dei due patrimoni, quello del defunto e

quello dell'erede, ma opera esclusivamente a favore dei creditori del defunto e dei

legatari, i quali assicurano il soddisfacimento sui beni del defunto con preferenza sui

creditori dell'erede. L'utilità dell'istituto si manifesta nel caso in cui i creditori del

defunto si trovino di fronte ad un erede oberato di debiti.

L'istituto della separazione deriva dalla separatio bonorum del diritto romano la quale

in origine dava luogo a due patrimoni distinti: quello del defunto sul quale si

soddisfacevano i creditori del defunto, e quello dell'erede su cui concorrevano

esclusivamente i creditori di quest'ultimo. Ora questa separazione assoluta non c'è più

nel diritto vigente.

La facoltà concessa ai creditori assicura soltanto la preferenza dei creditori del

defunto e dei legatari nel concorso sui beni ereditari, ma non si creano du emasse

distinte ed i creditori dell'erede si possono anch'essi soddisfare sui beni del defunto.

Questa preferenza non spetta a tutti i creditori del de cuius e a tutti i legatari ma

soltanto a coloro che abbiano esercitat il diritto di ottenere la separazione (creditori

separatisti).

La separazione non impedisce ai creditori e ai legatari che l'hanno esercitata di

soddisfarsi anche sui beni propri dell'erede.

La separazione ha carattere particolare e non universale: essa opera non sull'intera

massa del patirmonio ereditario, ma sui singoli beni.

L'istituto della separazione si distingue nettamente dal beneficio d'inventario.

La separazione giova non soltanto rispetto ai creditori dell'erede, ma anche nel

concorso con gli altri creditori del defunto, non separatisti. I creditori e i legatari che

hanno esercitato la separazione hanno diritto di soddisfarsi sui beni separati con

preferenza anche rispeto ai creditori e legatari non separatisti.

Il dirito alla separazione deve essere esercitato entro un breve termine di decadenza,

ossia tre mesi dall'apertura della succesione.

Sono prescritte forme particolari:

per i beni mobili occorre unndomandaagiudiziale;

• per gli immbili occorre l'scrizione domanda giudiziale del credito o del legato

• sopra ciascuno dei beni ereditari per i quali il creditore o legatario separatista

faccia valere il suo diritto.

Le iscrizioni a titolo di separazione richieste dai singoli creditori e lgattari prevalgono

sulle trascrizioni o iscrizioni contro l'erede o il legatario anche se anteriori.

AZIONE DI PETIZIONE EREDITARIA

Acquistata l'eredità, l'erede può rivolgersi contro chiunque possegga, a titolo di erede

o senza titolo alcuno, beni ereditari per:

farsi riconoscere la qualità di erede

• farsi consegnare o rilasciare i beni.

L'azione che è diretta a questo scopo è l'azione di petizione ereditaria. L'attore deve

dimostrare la propria qualità di erede, sulla base di un testamento o, in caso di

successione legittima, in base al proprio rapporto di parentela con il de cuius. In

secondo luogo deve dimostrare che i singoli beni da lui reclamati nei confronti del

convenuto appartengono all'asse ereditario, ossia erano di titolarità del de cuius.

L'azione di petizione ereditaria può essere propostanoo contro chiunque poosieda

beni ereditari, ma soltanto o contro colui il quale possiede tutti o parte dei beni

ereditari affermando di essere lui l'erede. L'azione non si può proporre contro colui

che possieda allegando un titolo particolare che non implica l'attribuzione della

qualità di erede: per esempio contro colui che affera di aver ricevuto la cosa per

averla acquistata per atto inter vivos dal de cuius in tal caso se si vuol contesstare il

diritto del possessore occorre agire con la normale azione di rivendicazione.

L'azione è imprescrittibile perché una volta acquistata la qualità di erede questa non

si perde più.

Colui che agisce con l'azione di petizione ereditaria perché il testamento è annullabile

deve impugnare nel termine prescritto il testamento stesso, altrimenti la prescrizione

dell'azione di annullamento impedisce l'accoglimento della petizione di eredità. Se

l'azione viene accolta, il convenuto è condannato a restituire le cose possedure.

Occorre distinguere l'ipotesi in cui il possessore sia in buona fede e quella in cui

sia in mala fede. È possessore di buona fede dell'eredità colui che ha acquistato il

possesso dei beni ereditari ritenendo per errore che non dipenda da colpa grave di

essere erede. Se il possessore ha alienato in bona fede una cosa dell'eredità, l'erede

vero ha diritto soltanto ad ottenere il prezzo o il corrispettivo ricevuto dal possessore

medesimo. È sufficiente che la buona fede sussista al momento dell'acquisto del

possesso dei beni ereditari.

ACQUISTI DALL'EREDE APPARENTE

L'erede può agire con la petizione ereditaria non soltanto contro il possessore ma

anche contro le persone a cui costui abbia alienato le cose possedute.

La legge ha ritenuto opportuno, anche per faciliitare la circolazione dei beni,

attribuire particolare valore all'apparenza della qualità di erede e alla buona fede del

terzo acquirente. Per cui sono salvi i diritti acquistati per effetto di convenzione con

l'erede apparente purché ricorrano le seguenti condizioni:

si tratti di convenzioni a titolo oneroso;

• il terzo acquirente sia in buona fede.

Non ha invece importanza che l'erede apparente abbia o non abbia un titolo e non ha

rilevanza nemmeno la sua buona o mala fede.

Se poi l'alienazione ha per oggetto beni immobili o beni mobili registrati, si applicano

i principi della pubblicità immobiliare. Si vuole che il terzo sia diligente e verifichi la

lettimazione dell'alienante: per cui l'acquisto dell'avente causa dall'erede apparente è

fatto salvo soltanto se l'acquisto a titolo di erede da parte dell'erede apparente, e il

successivo trasgerimento dell'erede apparente al terzo, sono stati entrambi trascritti

anteriormente alla trascrizione dell'acquisto da parte del vero erede oppure della

domanda giudiziale di petizione dell'eredità contro l'erede apparente.

L'art. 2652 n.7 c.c. stabilisce che, se la domanda volta a contestare il fondamento di

un acquisto per causa di morte è proposta dopo cinque anni dalla trascrizione

dell'acquisto stesso, la sentenza che accoglie la domanda non pregiudica coloro che

abbiano acquistato in buona fede, con atto trascritto anteriormente alla domanda,

diritti dall'apparente erede o legatario.

RINUNCIA ALL'EREDITÀ

La rinuncia all'eredità consiste in una dichiarazione unilaterale non recettizia con la

quale il chiamato all'eredità manifesta la sua decisione di non acquistare l'eredità.

La rinunzia all'eredità richiede una forma particolare: la dichiarazione deve

essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale in cui si è aperta la

successione. È soggetta a pubblicità, mediante inserzione nel registro delle

successioni.

La rinuncia non può farsi da chi si trovi nel possesso dei beni ereditari dopo che siano

trascorsi tre mesi dal giorno dell'apertura della successione. Chi abbia sottratto o

nascosto beni ereditari decade dalla facoltà di rinunciare, questi sono considerati

eredi puri e semplici.

La rinuncia è un actus legitimus: non tollera ne termini ne condizioni.

L'apposizione di termini o di condizioni rende nullo il negzio. È nulla la rinunzia che

si riferisca ad una parte soltanto dell'eredità.

L'art. 478 c.c. stabilisce che la rinuncia all'eredità fatta verso corrispettivo, ovvero a

favore di soltanto alcuni degli altri chiamati, importa accettazione dell'eredità.

Chi rinuncia all'eredità, stabilisce l'art. 521 c.c., è considerato come se non vi fosse

mai stato chiamato (retroattività della rinunzia).

Le conseguenze della rinuncia sono diverse secondo se si tratti di successione

legittima o testamentaria.

Nel primo caso la parte di colui che rinunzia va a favore di coloro che

• avrebbero concorso con il rinunziante. Se il rinunciante è solo nel grado (es.

figlio unico del de cuius), l'eredità si devolve ai chiamati di grado ulteriore,

ossia a coloro ai quali spetterebbe nel caso che egli mancasse.

Se la successione è per testamento, può verificarsi l'ipotesi in cui il testatore

• abbia previsto il caso della rinuncia ed abbia disposto una sostituzione. In

questo caso la quota del rinunciante si devolve alla persona indicata dal

testatore. Se invece non è stata disposta alcuna clausola di sostituzione, opera

la rappresentazione oppure, se mancano i presupposti per la rappresentazione,

la parte del rinunciante va a favore dei suoi coeredi per accrescimento. Se

infine non esistono neppure i presupposti dell'accrescimento subentrano gli

eredi ex lege.

La rinuncia è revocabile: chi ha rinunciato può tornare sulla decisione presa ed

accettare l'eredità. Questa favoltà di revoca incontra due limiti:

non deve essere trascorso il termine decennale per la prescrizione della facolta

• di accettazione;

l'eredità non deve essere già stata accettata.

La rinunzia può essere impugnata soltanto per violenza o dolo.

I creditori del rinunziante possono essere pregiudicati dalla rinunzia: se l'erede

non avesse rinunziato, il suo patrimonio si sarebbe accresciuto con i beni dell'eredità

e su questi essi avrebbero potuto soddisfarsi. Per cui la legge stabilisce una tutela a

loro favore: essi possono autorizzare, con un'apposita azione giurisdizionale, ad

accettare l'eredità in nome e luogo del rinunziante. In tal modo però il chiamato non

acquista la qualità di erede contro la sua volontà: l'accettazione è fatta dai creditori

unicamente allo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari.

SUCCESSIONE LEGITTIMA

Capitolo LXXV

L’ordinamento giuridico consente a ciascun individuo di disporre dei propri beni, per

il tempo in cui avrà cessato di vivere, mediante il testamento.

Se il defunto non ha disposto in tutto o in parte dei suoi ben, interviene la legge a

indicare come essi devono essere assegnati e distribuiti.

Fondamento della successione legittima è, accanto alla presunta volontà del de cuius,

la solidarietà familiare.

CATEGORIE DI SUCCESSIBILI

Nella successione legittima le categorie di successibili sono: coniuge, discendenti,

ascendenti, collaterali, altri parenti, lo stato.

La riforma della filiazione recata dalla L. n. 219/2012 ha portato l’unificazione di

status di figlio, con il superamento di ogni difformità di trattamento tra figli nati all’

interno o fuori del matrimonio, e l’instaurazione di un rapporto di parentela tra figlio

nato fuori del matrimonio e i parenti del genitore. Questo comporta che il figlio

naturale succede non solo al proprio genitore, ma anche agli ascendenti e ai

collaterali.

Per quanto riguarda la successione legittima del coniuge il legislatore del 1942

assicurava ad esso una quota in usufrutto, variabile a seconda che fosse solo o

concorresse con altri. Ciò al fine di evitare che i beni venissero trasferiti dal gruppo

familiare del defunto a quello del coniuge superstite. L’usufrutto è u diritto di durata

temporanea che, non potendo eccedere la vita dell’usufruttuario, non è trasmissibile

agli eredi: il coniuge non poteva considerarsi erede, ma semplice legatario ex lege.

Oggi venute meno quelle necessità di conservazione del patrimonio in ciascun ambito

domestico e maturatasi una maggiore sensibilità per le esigenze di tutela economica

della donna, la legge, con la riforma del diritto di famiglia, ha attribuito al coniuge

una quota in proprietà dell’asse ereditario conferendogli così la qualità di erede. A lui

infatti spetta la metà del patrimonio del defunto se in concorso con un solo figlio, un

terzo se concorre alla successione con più figli, 2/3 se concorre con ascendenti

legittimi con fratelli e sorelle. In mancanza di tali soggetti al coniuge si evolve

l’intera eredità.

Il coniuge separato conserva i diritti ereditari tranne che nell’ipotesi in cui sia a lui

addebitata la separazione. In tal caso ha diritto solo ad un assegno vitalizio se, al

momento dell’apertura della successione, godeva degli alimenti a carico del coniuge

deceduto. L’assegno è commisurato alla qualità e al numero degli eredi legittimi.

In caso di divorzio l’ex coniuge non ha titolo per partecipare alla successione. L’ex

coniuge che avesse goduto dell’assegno divorzile, qualora versi in stato di bisogno,

può essere attribuito dal giudice un assegno periodico a carico dell’eredità

commisurato all’importo dell’assegno goduto a carico del de cuius, dell’entità del

bisogno, del numero e della qualità degli eredi.

Tra gli altri successibili:

• Fanno parte i figli ai quali sono equiparati gli adottivi: i figli succedono tutti in

parti uguali tra loro ed escludono dalla successione sia gli ascendenti che i

collaterali, ma non il coniuge.

• Fanno parte i genitori, i fratelli e sorelle, i discendenti di quest’ultimi, gli

ascendenti: questi soggetti succedono soltanto se il de cuius muoia senza

lasciare prole. Il padre e la madre succedono in eguali porzioni. I fratelli

succedono in parti uguali. I genitori concorrono con i fratelli del de cuius: in

presenza di entrambi i genitori,i genitori e fratelli di sangue (germani)

concorrono tutti “per capi”, ossia in quote uguali purché la quota spettante ai

genitori non risulti inferiore alla metà dell’asse. Gli ascendenti succedono

soltanto in assenza dei genitori, concorrono con i fratelli e le sorelle del de

cuius. In questo caso se entrambi i genitori non possono o non vogliono aderire

alla successione agli ascendenti si devolve la quota che sarebbe spettata ad uno

dei genitori in assenza dell’altro.

• Fanno parte i collaterali dal terzo al sesto grado che hanno diritto di venire

alla successione solo quando non vi siano altri successibili. La successione non

ha luogo tra parenti oltre il sesto grado.

La riforma del 1975 ha parificato il trattamento dei figli legittimi e naturali rispetto

alla successione del genitore. L’art. 566 c.c. afferma che al padre e alla madre

succedono i figli in parti uguali ed è prevista l’abrogazione delle norme sulla facoltà

di commutazione. L’art. 580 c.c. afferma che ai figli nati fuori del matrimonio non

riconoscibili spetta un assegno vitalizio pari all’ammontare della rendita della quota

di eredità alla quale avrebbero diritto se la filiazione fosse stata dichiarata o

riconosciuta.

Il convivente del defunto non è contemplato tra coloro che possono succedere ex

lege.

Successione dello stato: in mancanza di altre successibili l’eredità è devoluta allo

stato. L’acquisto si opera di diritto senza bisogno di accettazione e lo stato non può

farvi rinunzia. Lo stato non risponde mai dei debiti ereditari oltre il valore dei beni

acquistati. La finalità della successione dello stato non è quella di conseguire

arricchimenti a favore dell’erario, bensì quella di assicurare la gestione dei rapporti

giuridici riferibili a persone defunte che non abbiano lasciato eredi.

SUCCESSIONE NECESSARIA

Capitolo LXXVI

La legge stabilisce che quanto vi siano determinate categorie di successibili una parte

dei beni del de cuius deve essere attribuita ai successibili. La quota che la legge

riserva a costoro si chiama quota di legittima o riserva; i successibili che vi hanno

diritto sono designati con il nome di legittimari o riservatari o successori necessari e

non devono essere confusi con i successori legittimi, ossia con coloro ai quali

l’eredità viene devoluta in base alla legge qualora manchi il testamento.

Il complesso degli istituti che riguarda la determinazione delle categorie dei

legittimari si chiama successione necessaria. Le norme relative alla successione

necessaria sono rivolte alla protezione di un interesse generale, esse hanno carattere

inderogabile.

CATEGORIE DI LEGITTIMARI

I legittimari sono il coniuge, i figli e gli ascendenti. Anche in questo caso la novella

del 2012 rimuove ogni preesistente differenza tra figli e ascendenti legittimi e

naturali.

La riserva a favore dei figli non è fissa ma variabile secondo il numero dei figli e

secondo l’esistenza o meno del coniuge, si parla per cui di quota mobile. Quando

manca il coniuge, la riserva a favore dei figli è di metà del patrimonio. Ciascuno dei

legittimari ha diritto ad una propria quota di riserva. In presenza di due figli ognuno

di essi ha diritto ad un terzo dell’eredità: se il de cuius lasciasse ad uno dei figli i tre

quarti dell’eredità, ed all’altro il residuo quarto, quest’ultimo avrebbe azione nei

confronti del fratello per la reintegrazione della quota a lui spettate.

L’art. 537 comma 3 c.c. è tra le norme abrogate dalla novella in tema di filiazione.

La riserva a favore degli ascendenti opera soltanto se il defunto non lascia figli. In

tal caso è di un terzo, ma si riduce a 1\4 se con gli ascendenti concorre il coniuge.

Al coniuge superstite è riservata una quota di piena titolarità dell’eredità che è della

metà in assenza di figli e ascendenti; in caso contrario varia a seconda della qualità e

del numero di soggetti con i quali concorre:

1. In presenza di coniuge ed un figlio a ciascuno di essi spetta 1\3 dell’eredità, il

reisduo terzo è liberamente disponibile

2. In presenza di coniuge e due o più figli al coniuge spetta 1\4, ai fgli

complessivamente la metà, il residuo quarto è liberamente disponibile

3. In presenza di coniugi e ascendenti, al coniuge spetta la metà del patrimonio,

agli ascendenti 1\4, il residuo quarto è liberamente disponibile.

Al coniuge è riservato in ogni caso il diritto di abitazione nella adibita a residenza

familiare e di uso sui mobili che la corredano.

Art. 548 c.c. prevede per il coniuge cui sia stata addebitata la separazione il diritto ad

un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli

alimenti a carico del coniuge deceduto. L’assegno è commisurato alle sostanze

ereditarie e alla qualità e al numero degli eredi legittimi. I figli nati fuori del

matrimonio non riconoscibili hanno diritto allo stesso assegno vitalizio.

QUOTA LEGITTIMA

Quando all’apertura della successione vi sono dei legittimari il patrimonio ereditario

si distingue in due parti: disponibile, della quale il testatore era libero i disporre

attribuendola a chiunque avesse voluto, e legittima (o riserva), della quale non

poteva disporre a proprio piacimento perché spettante per legge ai legittimari.

Il legittimario ha diritto di ottenere la propria quota in natura ed il testatore non può

imporre alcun peso o alcuna condizione sulla legittima. La giurisprudenza ammette

che il testatore possa disporre il soddisfacimento della legittima mediante denaro

esistente nell’asse o beni determinati. Secondo questa giurisprudenza l’intangibilità

della legittima deve intendersi in senso quantitativo e non qualitativo: cioè riguarda la

quantità e non la specie dei beni. La dottrina approva questa soluzione e ne trova

conferma nelle facoltà attribuite al testatore dall’art. 733 c.c. (facoltà di dettare norme

o criteri per la divisione) e dall’art. 734 c.c. (facoltà di dividere i suoi beni tra gli

eredi).

Il principio secondo il quale il testatore non può imporre pesi sulla legittima incontra

un temperamento nella cautela sociniana. Art. 550 c.c. nega l’azione di riduzione al

legittimario e gli consente la scelta: o eseguire la disposizione oppure ottenere la

proprietà piena della quota di riserva abbandonando a favore del legatario quella

disponibile.

Altro temperamento al limite posto alla facoltà di disporre del testatore è costituito

dal legato in sostituzione legittima disciplinato dall’art. 551 c.c. I testatori

attribuiscono al legittimario un legato di somma o di beni determinati per un valore

uguale o superiore all’importo della legittima a condizione che esso rinunzi ad ogni

altra pretesa sull’eredità. Anche qui il legittimario ha una facoltà di scelta: può

rinunciare al legato e chiedere la legittima, oppure conseguire il legato. In questo

ultimo caso perde il diritto di chiedere un supplemento, se il valore del legato sia

inferiore a quello della legittima e non acquista la qualità di erede. La norma non si

applica se il testatore abbia espressamente attribuito al legatario la facoltà di chiedere

il supplemento. Anche il legato in sostituzione di legittima si acquista al momento

dell’apertura della successione automaticamente, senza bisogno di accettazione.

Il legato i sostituzione legittima si distingue dal legato in conto di legittima: con il

primo il testatore esclude il legittimario da ogni partecipazione alla divisione

dell’eredità; nel legato il conto della legittima invece il testatore fa al legittimario

un’attribuzione che deve essere calcolata ai fini della legittima ma che non si pone in

alternativa ad essa, con la conseguenza che il legittimario può chiedere il

supplemento, se i beni attribuitigli non raggiungono l’entità della legittima. Se il

legato è fatto in sostituzione il figlio può rinunciare al legato e chiedere la legittima.

Se invece il legato è fatto in conto della legittima il legatario può chiedere

l’integrazione della legittima stessa tenendo conto però del valore di quanto ha già

ricevuto.

Art. 552 c.c. caso in cui il legittimario, che abbia ricevuto donazioni o legai, decide

di rinunziare all’eredità. In questo caso egli può ricevere i legati a trattenere le

donazioni che gli siano stati fatti che vengono imputati alla quota disponibile.

Riunione fittizia : per poter stabilire se il testatore abbia leso i diritti spettanti a

qualcuno dei legittimari, occorre calcolare l'entità del suo patrimonio all'epoca

dell'appertura della successione. Questa operazione è meramente contabile e perciò

viene detta riuniune fittizia. Si calcola il valore dei beni che appartenevano al defunto

al tempo dell'apertura della successione. Al risultato ottenuto si aggiungono i beni di

cui il testatore abbia eventualmente disposto in vita secondo il valore ch avevano al

tempo dell'apertura della successione. Sull'asse determinato all'esito dei conteggi si

calcola la quota di cui il testatore poteva disporre.

Per stabilire se vi sia stata lesione di legittima, occorre tener conto anche dei legati e

delle donazioni fatte al legittimario, salvo che il testatore lo abbia da tale imputazione

dispensato.

Azione di riduzione : se, mediante i calcoli, risulta che le disposizoni testamentarie

o le donazioni eccedono la quota di cui il testatore poteva disporre, ciascun

legittimario può agire per la riduzione delle une e delle altre con un'apposita azione

che si chiama azione di riduzione. Quest'azione è irrinunciabile dai legittimari finché

il donante è in vita. L'azione a tutela dei diritti dei legittimari è invece rinunciabile

dopo la morte del donante.

Se il legittimario agisce contro estranei per la riduzione di donazioni o legati, la legge

stabilisce un onere per il promovimento dell'azione: accettazione con beneficio

d'inventario.

Avviene spesso che il de cuius abbia posto in essere simulatamente un atto a titolo

oneroso per nascondere la donazione. In questo caso per ottenere la riduzione è

necessario prima agire per la dichiarazione di simulazione: dimostrata la natura

gratuita dell'atto si può conseguire alla riduzione.

La riduzione opera nel modo seguente: sono colpite per prime le disposizioni

testamentarie, che vengono diminuite proporzionalmente salvo che il testatore abbia

diversamento disposto in previsione dell'esperimento dell'azione di riduzione: egli

potrà decidere che certe disposizioni vengano ridotte soltanto se ciò sia ancora

necessario dopo avere ridootto tutte le altre per reintefrare la legittima. Se la

riduzione delle disposizioni testamentarie non è sufficiente ad integrare la legittima si

procede alla riduzione delle donazioni: si comincia dall'ultima in rdine di tempo, che

è quella che ha provocato la lesione, e via via si risale a quelle anteriori.

Se l'azione di riduzione è accolta, il donatario o il beneficiario della disposizione

testamentaria deve restituire in tutto o in parte il bene. Il bene deve essere restituito

libero da ogni peso o ipoteca da cui il donatario lo abbia gravato ed i frutti sono

dovuti dalla domanda giudiziale.

Riduzione delle attribuzioni a titolo particolare aventi per oggetto immobili: se il

bene è divisibile, si procede separando la parte occorrente per integrare la quota di

riserva; se il bene non è divisibile, esso si deve lasciare per intero nell'eredità qualora

il legatario o donatario abbia nell'immobile un'eccedenza superiore al quarto della

porzione disponibile, altrimenti, se l'eccedenza non supera il quarto, il legatario o

donatario può ritenere il bene compensando in denaro i legitimari. Se il beneficiario

della disposizione sottoposta a riduzione è anche leggittimario egli può ritenere tutto

l'immobile, purché il suo valore non sia superiore alla somma della porzione

disponibile e della quota che gli spetta come legittimario.

La natura dell’azione di riduzione è disputata nella dottrina. Secondo l’opinione

prevalente essa determina la risoluzione dell’acquisto compiuto dai beneficiari del

testamento o dal donatario ed ha carattere personale: l’azione contro il terzo per la

restituzione del bene ha efficacia erga omnes. Le disposizioni lesive della legittima

non sono senz’altro nulle: esse sono soltanto impugnabili con l’azione di riduzione;

in mancanza di impugnazione, le disposizioni lesive della legittima restano

pienamente efficaci.

La domanda di riduzione, se ha per oggetto beni immobili o mobili registrati, è

soggetta a trascrizione .

L’azione di riduzione è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale;

l’individuazione del dies a quo del termine prescrizionale è questione da tempo

dibattuta. La corte di cassazione in caso di disposizioni testamentarie lesive della

legittima, il termine decorra dalla data dell’accettazione di colui che è stato chiamato

all’eredità con il testamento che ha determinato la lesione della riserva. Nel caso in

cui invece la lesione sia stata commessa mediante donazioni il termine decorre

dall’apertura della successione.

Se la domanda giudiziale volta ad esercitare l’azione di riduzione è trascritta nei

registri immobiliari dopo dieci anni dall’apertura della successione, sono fatti salvi i

diritti acquistati da terzi a titolo oneroso in forza di atti trascritti anteriormente alla

trascrizione della domanda.

L’azione di riduzione non è un’azione di rivendicazione, volta a contestare la

titolarità del diritto reale in capo al donatario, bensì un’azione volta a far valere sul

bene donato gli specifici diritti successori riservati dalla legge al legittimario. Proprio

perche la quota di riserva è mobile, qualora uno o più legittimari non esercitassero

l’azione di riduzione, potrebbe risultarne modificata la quota spettante agli altri . ai

fini dell’individuazione della quota di riserva spettante alle singole categorie di

legittimari occorre far riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura

della successione e non a quella che si può venire a determinare in seguito.

AZIONE DI RESTITUZIONE

L’art. 563 c.c. prevede che, se un bene donato, con disposizione lesiva della

legittima, è stato nel frattempo alienato dal donatario a terzi, il legittimario, che abbia

esperito con successo l’azione di riduzione nei confronti del donatario, debba

anzitutto escutere i beni del donatario, per ottenere il rimborso del valore del bene. Se

il donatario può pagare, l’acquisto del terzo è rispettato: in caso diverso il legittimario

ha diritto a rivolgersi contro il terzo sub-aquirente del bene, proponendo una nuova

ed autonoma azione giudiziaria per ottenere dal terzo acquirente il rilascio del bene.

L’art. 563 c.c. pone un limite temporale alla proponibilità dell’azione nei confronti

dei terzi aventi causa dal donatario:

per quanto riguarda gli immobili, si è previsto che l’azione di restituzione nei

• confronti del terzo acquirente del bene donato non possa essere proposta dopo

il decorso di 20 anni dalla trascrizione della donazione oggetto di riduzione.

Per quanto riguarda i beni mobili è stabilito che l’azione non può essere

• proposta dopo il decorso del termine ventennale di cui al primo comma

dell’art. 563 c.c.; la norma fa salvi gli effetti del possesso di buona fede, sicché

l’acquirente ignaro della pregressa donazione potrà avvalersi del principio del

possesso vale titolo.

L’art. 563 c.c. ultimo comma consente al coniuge e ai parenti in linea retta del

donante di notificare e trascrivere, nei confronti del donatario e dei suoi aventi causa,

un atto di opposizione alla donazione, che ha effetto di sospendere nei loro

confronti il decorso del termine ventennale. Poiché durante la vita del de cuius

l’azione di riduzione non è proponibile, qualora il donante sopravvivesse per 20 anni

alla donazione dei suoi legittimari rimarrebbero privi di qualsiasi possibilità di tutela

contro l’acquirente del bene donato. Per questo motivo è consentito ai legittimari di

arrestare il corso del termine con un atto unilaterale che deve essere reso pubblico

mediante trascrizione nei registri immobiliari. L’opposizione deve essere rinnovata

prima che siano trascorsi 20 anni dalla sua trascrizione altrimenti perde efficacia.

Il diritto dell’opponente è:

Personale : dunque non potrebbe essere esercitato in via surrogatoria da terzi;

4. Rinunziabile :

5.

Il terzo acquierente ha la facoltà di pagare in denaro l’equivalente dei beni, anziché

restituirli in natura. Il legittimario deve ottenere una somma corrispondente al valore

che, per effetto della svalutazione monetaria, la cosa donata ha assunto al momento

della pronunzia giudiziale.

PATTO DI FAMIGLIA

La L. 14 febbraio 2006 n°55 ha introdotto il Capo V-bis intitolato Del patto di

famiglia, composto dagli art. da 768-bis a 768-octies,

Sul piano pratico il patto di famiglia si propone di consentire a colui che sia titolare di

un’attività economica di dare, essendo ancora in vita, una destinazione stabile

all’impresa a favore dei propri discendenti, prevedendo eventuali dispute successorie

che potrebbero condurre ad una frammentazione del complesso aziendale o

addirittura ad una crisi dell’impresa a causa di una gestione litigiosa da parte dei

contitolari. Le norme in tema di successione sono ispirate ai principi della

modificabilità delle disposizioni mortis causa fino al momento della morte del

testatore e della indisponibilità dei diritti successori prima dell’apertura della

successione.

La gran parte delle liti successorie nascono proprio dai tentativi del de cuius di

sistemare il proprio patrimonio con attribuzioni operate a favore dei figli quando

ancora era in vita: apertasi la successione, si scatenano le controversie fra gli eredi

legittimari, che si sentono sacrificati dalle attribuzioni compiute dal de cuius. L’esito

di tali controversie è proprio la disgregazione dell’azienda che il de cuius si

proponeva di salvaguardare.

La L. n°55/2006 ha ritenuto di introdurre uno specifico istituto che, cerca di dare

stabilità esclusivamente a quelli volti a pianificare la successione in modo da favorire

la conservazione dell’integrità delle aziende nei passaggi da una generazione all’altra.

Il patto di famiglia è un contratto con il quale l’imprenditore trasferisce, in tutto o in

parte, l’azienda o le partecipazioni societarie delle quali è titolare ad uno o più

discendenti.

Assegnatari del complesso produttivo possono essere dunque soltanto i discendenti

dell’imprenditori e non gli estranei, né altri familiari.

Il contratto deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità.

L’art. 768-quarter c.c. stabilisce che al contratto devono partecipare anche il coniuge

e tutti coloro che sarebbero legittimari se in quel momento si aprisse la successione

nel patrimonio dell’imprenditore. L’accordo si perfezione senza la partecipazione di

tutte le parti necessarie è perciò reputato dall’interpretazione prevalente nullo. I

legittimari che non hanno ne partecipato ne aderito manterrebbero il diritto di esperire

l’azione i riduzione, all’atto dell’apertura della successione del disponente. Costoro

possono rinunziare ai loro diritti relativi all’azienda o alle altre partecipazioni sociali

trasferite. Qualora non vi rinunzino, i partecipanti al patto non assegnatari hanno

diritto di essere liquidati dagli assegnatari con il pagamento di una somma

corrispondente al valore delle quote previste dagli art. 536 ss. C.c. I contraenti

possono convenire che la liquidazione avvenga in natura.

La legge ammette che l’assegnazione di beni ai partecipanti non assegnatari possa

avvenire con un successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al

primo e purché vi intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato alo primo

contratto o coloro che li abbiano sostituiti.

A tutela della stabilità dell’assetto derivante dal patto l’art. 768-quarter comma 4 c.c.

precisa che quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione o a riduzione.

La stabilità del patto è rafforzata dall’art. 768-sexies c.c. il quale disciplina il caso in

cui all’apertura della successione dell’imprenditore vi siano legittimari che non

abbiano partecipato al contratto. La norma si riferisce ai legittimari sopravvenuti

(secondo coniuge, figli sopravvenuti): costoro possono chiedere ai beneficiari il

pagamento della somma prevista dal comma 2 dell’art. 768-quarter c.c. aumentata

degli interessi legali. Per beneficiari del patto di famiglia si intendono non soltanto gli

assegnatari dell’azienda, ma anche gli altri partecipanti al patto che, abbiano ricevuto

la liquidazione, ovvero le attribuzioni patrimoniali.

L’inosservanza delle disposizioni a tutela dei legittimari sopravvenuti costituisce

motivo di impugnazione del patto.

L’art. 768-quinquies c.c. ammette l’impugnazione per i vizi del consenso. Sempre

al fine di rafforzare la stabilità del patto, il comma 2 dello stesso art, riduce ad 1 anno

il termine di prescrizione dell’azione di annullamento.

Il patto può essere anche sciolto in due casi:

1. per un successivo contratto, concluso dalle medesime persone che hanno

partecipato al patto di famiglia, avente le medesime caratteristiche e i

medesimi presupposti;

2. per effetto di recesso, che deve però essere espressamente previsto dal

contratto stesso. Il recesso deve essere esercitato mediante una dichiarazione

destinata agli altri contraenti certificata da un notaio.

SUCCESSIONE TESTAMENTARIA

Capitolo LXXVII

TESTAMENTO

Il testamento è un atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di

vivere, delle proprio sostanze. Esso è revocabile fino all’ultimo momento di vita del

testatore. Il testatore può sempre togliere valore al testamento già fatto o modificarlo.

Il principio della revocabilità è inderogabile; nell’interesse generale, l’ordinamento

giuridico vuole che sia garantita la libertà di disporre delle proprie sostanze per

l’epoca posteriore alla morte, come tipica manifestazione della libertà umana e

individuale. Perciò non si può rinunciare alla facoltà di revocare o mutare le

disposizioni testamentarie: non sono ammessi nel nostro ordinamento giuridico patti

successori e la donazione mortis causa. Caratteristica fondamentale del testamento è

il suo contenuto patrimoniale. Il testamento può contenere l'istituzione di uno o più

eredi. Il testamento può contenere anche disposizioni di carattere non patrimoniale,

quali la designazione di un tutore o il rinoscimento di figli nati fuori del matrimonio.

Il riconoscimento è irrevocabile.

Il testamento è un tipico negozio unilaterale non recettizio espressione della

volontà del solo testatore. È un atto strettamente personale; quindi non è ammessa

la rappresentanza ne volontaria ne legale: non può aversi testamento di un incapace

ad opera del genitore o tutore.

Non è consentito il testamento congiuntivo, fatto da due o più persone nel

medesimo atto ne a vantaggio di un terzo ne con disposizione reciproca. Diverso dal

testamento congiuntivo è il testamento simultaneo che consta di due atti distinti,

ciascuno sottoscritto da una sola persona ma scritti su uno stesso foglio. I testamenti

simultanei non sono nulli: possono soltanto far sorgere il sospetto che uno dei due

testatori abbia influenzato o captato la volontà dell'altro.

Nulla vieta a due persone di disporre in atti distinti a favore di un terzo o l'uno a

favore dell'altro a meno che non sia intervenuto tra i due testatori un patto

successiorio che è vietato. È perciò nulla la disposizione a titolo universale fatta dal

testatore a condizione di essere a sua volta avvantaggiato nel testamento dell'erede o

del legatario.

Il testamento è un negozio solenne in quanto deve essere compiuto ad substantiam

secondo forme determinate dalla legge.

Disciplina del testamento come negozio giuridico : circa la capacità di testare

non è ammessa una sostituizone per rappresentanza neppure legale trattandosi di un

atto personalissimo. Vale il principio secondo il quale la capacità è la regola,

l'incapacità è l'eccezione. I casi di incapacità di testare sono tassativi e non è

ammissibile il ricorso all'analogia. Sono incapaci:

coloro che non hanno compiuto la maggiore età;

• gli interdetti per infermità mentale;

• gli incapaci naturali.

Il testamento fatto da un incapace è annullabile; l'impugnativa pu essere proposta da

chiunque vi abbia interesse (annullabilità assoluta). L'azione si prescrive in 5 anni

dall'esecuzione del testamento.

Interpretazione del testamento: si tende a concedere a concedere rilievo ai criteri di

interpretazione soggettiva e non a quelli della interpretazione oggettiva. I valori

predominanti nell'interpretazione del testamento sono la ricerca della volontà

autentica del disponente che si deve ricostruire quando più fedelmente possibile

anche mediante il ricorso ad elementi extratestuali e il principio di conservazione del

negozio.

Per l'art. 624 comma 1 c.c. sono applicabili al testamento le norme

sull'impugnabilità dei negozi giuridici a causa di un vizio della volontà, e cioè errore,

violenza e dolo. Per quanto riguarda il dolo, in materia testamentaria si suole parlare

di captazione ed i raggiri sono rilevanti da chiunque provengano, risultando

inapplicabile il comma 2 dell'art. 1439 c.c. Parimenti per l'errore è inapplicabile al

testamento il principio per cui la rilevanza dell'errore è subordinata alla sua

riconoscibilità. Mentre nei contratti e nei negozi unilaterali recettizzi l'eventuale

errore del dichiarante sui motivi dell'atto resta irrilevante, per l'art. 624 comma 2 c.c.

l'errore sul motivo è causa di annullamento della disposizione testamentaria, ma a

due condizioni:

che il motivo erroneo risulti dal testamento, ossia che vi sia espressamente

• menzionato;

che il motivo erroneo sia il solo che ha determinato il testatore a disporre.

Anche il motivo illecito assume rilevanza e rende nulla la disposizione testamentaria

ma soltanto quando quel motivo risulta dal testamento ed è il solo che ha determinato

il testatore a disporre.

L'art. 625 c.c. tratta dell'ipotesi di erronea indicazione dell'erede o del legatario o

della cosa che forma oggetto della disposizione, stabilendo che la disposizione è

comunque valida quando dal contesto del testamento o altrimenti sia posibile

riscostruire in modo non equivoco quale persona il testatore voleva nominare.

Fenomeno simulatorio relativo al testamento: l'art. 1414 comma 3 c.c. ha indotto

per tradizione a ritenere prelusa la possibilità di dedurre il carattere simulato di un

negozio testamentario. Una divera opinione dottrinale ammette che il testamento

possa in alcuni casi essere effettivamente simulato.

L'incapacità di ricevere può dipendere, oltre che dall'incapacità di succedere, dalla

tutela della libertà testamentaria che determina l'incapacità (assoluta) di ricevere per

testamento delle persone che potrebbero abusare della funzione esercitata. Secondo

l'art. 411 comma 2 c.c. le incapacità previste per il tutore e il protutore si applicano

anche all'amministrazione di sostegno. La disposizione a gavore di un incapace di

ricevere è nulla.

Il legislatore vuole anche evitare che il lascito sia fatto apparentemente a persona

diversa che cui poi la trasmissione del vantaggio ricevuto a quella incapace di

ricevere. E mentre in ogni altro caso occorre che chi vi ha interesse fornisca la prova

dell'interposizione, la legge presume la interposizione allorché la disposizione sia

fatta a favore di congiunti strettissimi della persona incapace e la dichiara senz'altro

nulla.

La legge, per evitare incertezze e liti che si dovrebbero risolvere con prove di dubbio

esito, esclude che si possa agire in giudizio per dimostrare che le disposizioni fatte a

favore di persona dichiarata nel testamento sono soltanto apparenti e, in realtà,

riguardano altra persona. Se il testatore abbia disposto a favore di quella persnoa

dandole l'incarico di trasmettere ad un terzo tutto o parte dei beni lasciategli, la

persona che il testatore ha voluto effettivamente beneficiare non potrà far nulla per

ottenere i beni, a meno che la persona istituita, esegua spontaneamente la

disposizione fiduciaria trasferendo i beni alla persona voluta dal testatore.

Art. 628 c.c. commina la nullità della disposizione a favore di persona incerta, ossia

indicata in modo tale da non poter essere determinata.

Il legislatore, sempre nella prospettiva della conservazione del testamento, ha

considerato che l'intenzione generica del testatore può essere attenuata mediante la

devoluzione dei beni all'ente comunale di assistenza, il cui fine istituzionale è

costituito dalla prestazione di ogni forma di soccorso ai poveri in genere.

Il testatore potrebbe aver deciso di rimettere ad un terzo la determinazione

dell'erede o del legatario. In questo caso occorre distinguere: le disposizioni

testamentarie rimesse all'arbitrimo di un terzo sono nulle; mentre è valida la clausola

di un contratto che attribuisce ad un terzo la determinazione della prestazione dedotta

nel contratto medesimo. Il divieto della rimessione all'arbitrio di un terzo è assoluto

per l'istituzione di erede, in quanto costui continua la personalità giuridica del

defunto. L'art. 631 comma 2 c.c. ammette che il testatore possa affidare all'onerato o

ad un terzo la scelta del legatario nell'ambito di una cerchia di persone determinate

dal testatore.

Elementi accidentali del testamento : il negozio testamentario può contenere

alcuni elementi accidentali. Quanto alle disposizioni condizionali, l'art. 633 c.c.

ammette che le disposizioni a titolo universale, e quelle a titolo particolare possono

essere sottoposte a condizione sospensiva o risolutiva. Gli efetti della condizione

operano retroattivamente. In caso di avveramento della condizione l'erede istituito

sotto condizione sospensiva si considera tale dalla data dell'apertura della

successione; quello istituito sotto condizione risolutiva si considera come se non

fosse mai stato erede, ma è tenuto alla restituzione dei frutti dei beni ereditari solo dal

giorno in cui la condizione si è avverata. La legge poi detta apposite norme per

l'amministrazione dell'eredità durante la fase di pendenza della condizione, che

spetta, in caso di condizione risolutiva, all'erede; in caso di condizione sospensiva, è

dato all'eredità un amministratore. L'art. 634 c.c. dice che le condizioni impossibili e

illecite si considerano sempre come non apposte, aslvo che risultino espressione di un

motivo unico determinante, in questo caso si ricade nella causa di nullità di cui all'art.

626 c.c. Tra le condizioni illecite è la condizione che impedisce le prime nozze o le

ulteriori. È valido il legato diretto ad assicurare un aiuto finanziario per il periodo del

celibato o della vedovanza, senza contenere un divieto di nozze.

Il termine si considera come non apposto ad una disposizione a titolo universale, può

invece apporsi ai legati.

L'onere o modus è elemento accidentale che può essere apposto ai negozi gratuiti e

consiste nell'imposizione, all'erede o al legatario, dell'obbligo di eseguire una

determinata prestazione. Esso non condiziona gli effetti dell'atto: l'erede gravato da

onere è erede solo perché abbia accettato l'eredità, indipendentemente

dall'adempimento dell'onere. Qualsiasi interessato può agire per l'adempimento

dell'onere, però la risoluzione della disposizione testamentaria si verifica soltanto se

sia stata espressamente prevista dal testatore.

FORME DI TESTAMENTO

Il testamento è un atto solenne che richiede una particolare forma ad substantiam. In

ogni caso occorre lo scritto: il testamento orale non è ammesso nel nostro

ordinamento. Si distinguono:

forme ordinarie : il testamento ordinario da luogo a due figure:

• testamento olografo;

◦ testamento per atto di notaio che può essere a sua volta pubblico o

◦ segreto;

forme speciali .

TESTAMENTO OLOGRAFO: Il testamento olografo costituice la forma più

semplice e più riservata dell'espressione della volont del testatore. Deve essere scritto

per intero, datato e sottoscritto dal testatore. I requisiti di forma sono tre:

autografia : consiste nel fatto che il testatore sia scritto integralmente dalla

1. mano del testatore a garanzia dell'integrale autenticità dell'espressione di

volontà. Non basterebbe che lo scritto fosse a macchina o a stampa. Anche una

lettera che contenga i requisiti indicati può valere come testamento: occorre

dimostrare che chi l'ha scritta aveva l'effettiva ed attuale volontà di disporre dei

propri beni. È valido anche il testamento olografo formato utilizzando i fogli

sui quali il testatore aveva scritto appunti per le sue disposizioni di ultima

volontà. L'autografia viene meno nel caso di collaborazione grafica di un terzo,

il quale sorregga e guidi la mano del testatore, impedito nei suoi movimenti da

paralisi. Non produce nullità quella collaborazione intellettuale: la

preparazione della minuta dell'atto da parte di un terzo, sempreché l'atto stesso

sia ricopiato di pugno e sottoscritto dal testatore. Il testamento olografo è una

scrittura privata: essa può far prova in quanto venga riconosciuta dalla parte

contro cui si esibisce. E, in caso di disconoscimento della sotoscrizione, l'onere

della prova dell'autenticità della scrittura incombe a chi intende far valere un

diritto in base al testamento.

Data : consiste nell'indicazione del giorno, del mese e dell'anno in cui il

2. testamento fu scritto. La data può essere apposta al principio o alla fine delle

disposizioni. Non è necessaria l'indicazione dell'ora. La data serve ad accertare

se il testatore era capace nel giorno in cui il testamento fu formato e, nel caso

di due o più testamenti successivi della stessa persona, quale sia il testamento

posteriore che revochi le disposizioni incompatibili contenute nei testamenti

interiori. La mancanza della data produce l'annullabilità dell'atto. Se la

data risulti cancellata o interlineata, il testamento è annullabile. L'accertamento

della data è limitato alle ipotesi in cui si ponga una questione da decidersi in

base al tempo in cui il testamento fu redatto. La falsità della data non produce

annullabilità del testamento. Se la data è erronea o impossibile essa può essere

rettificata dal giudice in base ad elementi che possono essere desunti soltanto

dal testamento.

Sottoscrizione : serve ad individuare il testatore, essa comprende il nome e il

3. cognome, ma può essere costituita da qualsiasi indicazione che designi con

certezza la persona del testatore. La sottoscrizione deve essere posta in calce

alle disposizioni: l'inosservanza di questa regola conduce all'invalidità dell'atto.

TESTAMENTO PUBBLICO: è un documento redatto con le richieste formalità da

un notaio. Risponde all'esigenza che la manifestazione di ultima volontà del soggetto

sia accertata con la particolare forza probatoria di cui è dotato l'atto pubblico notarile

e che il relativo documento sia posto al riparo da ogni evento naturale o umano che

possa comportarne l'integrità. I requisiti specifici di forma sono:

Dichiarazione di volontà orale al notaio : il testatore dichiara al notaio la

1. propria volontà. Il notaio deve accertarsi dell'identità del testatore. Spetta al

notaio indagare la volontà del testatore e precisaer eventuali espressioni poco

chiare e tradurle in forma giuridica appropriata senza tradire ne influenzare la

volontà del testatore.

Presenza di testimoni : la presenza dei testimoni garantisce che la

2. dichiarazione venga dal testatore, che il nontaio non ne abbia influenzato in

alcuno modo la volontà e che questa sia stata fedelmente riprodotta nell'atto del

notatio. Non si può rinunciare alla loro presenza. Se il testatore oltre che sordo

e/o muto, è anche analfabeta occorrono quattro testimoni.

Redazione in iscritto della volontà a cura del notaio . L'espressione "a cura

3. del notaio" deve interpretarsi nel senso che al notaio spetta di redigere il

testamento, ma la scritturaziione può essere fatta sotto la sua guida da un

amanuense o da un dattilogrado, da uno dei testimoni o dallo stesso testatore. Il

codice non richiede che la riduzione in iscritto sia fatta in presenza dei

testimoni, dunque il notaio può predisporre l'atto giusta la volontà

manifestatagli precedentemente dal testatore.

Lettura dell'atto al testatore e ai testimoni ad opera del notaio : questa

4. operazione serve a garantire il controllo diretto del testatore sulla rispondenza

dell'atto alla sua volontà;

Sottoscrizione del testatore, dei testimoni e del notaio : se il testatore non

5. può sottoscrivere o perché analfabeta, o per impedimento, o perché può farlo

solo con grave difficoltà, deve dichiarare la causa dell'impedimento e il notaio

deve menzionare questa dichiarazione prema della lettura dell'atto.

Data che comprende anche l'ora.

6. Menzione dell'osservanza delle formalità enunciate : la menzoine è richiesta

7. perché l'atto possa far fede che le formalità menzionate sono state osservate. Se

una delle formalità fosse stata adempiuta, ma mancasse la menzione, ossia la

certificazione da parte del notaio, l'atto sarebbe invalido.

TESTAMENTO SEGRETO: è detto anche mistico. Questo testamento ha il

vataggio che il testatore può mantenere completamente riservato il contenuto delle

disposizioni, ed ha una maggiore garanzia di conservazione del documento rispetto al

testamento olografo. Il testamento segreto consta di due elementi: da un lato la

scheda testamentaria, predisposta dal testatore e costituita da uno o più fogli su cui

vengono scritte le volontà relative alla sua successione ereditaria; dall'altro un atto di

ricevimento, con cui il notaio documenta che il testatore, alla presenza di due

testimoni, gli ha consegnato personalmente la scheda e gli ha dichiarato che vi sono

scritte le sue volontà testamentarie. La scheda viene sigillata dal notaio che poi fa

sottoscrivere l'atto di ricevimento pure al testatore ed ai due testmoni, oltre a

sottoscriverlo anch'egli, che ne è l'autore. Il vero momento perfezionativo del negozio

non è la predisposzione della scheda ma l'atto di ricevimento steso dal notaio rispetto

al quale vanno valutate la capacità di agire del testatore, la priorità o meno rispetto ad

altri testamenti. La scheda può non essere autografa: può essere scritta anche da un

terzo o con mezzi meccanici. Il testamento segreto può essere fatto anche da chi non

sa o non può scrivere. È essenziale che il testatore sappia o possa leggere per poter

controllare ciò che è stato scritto: chi non può leggere non può fare il testamento

segreto e può servirsi soltanto della forma del testamento pubblico. Essa deve essere

sottoscritta dal testatore alla fine delle disposizioni, se sa e può sottoscrivere,

altrimenti deve essere fatta menzione nell'atto di ricevimento della causa che ha

impedito al testatore di sottoscrivere. Se la scheda è scritta oltre la sottoscrizione alla

fine a garantire che non vengano aggiunti fogli che il testatore non ha visto è

prescritta la sottoscrizione in ciascun mezzo figlio. Non occorre che alla scheda sia

apposta la data: la data nel testamento segreto è quella dell'atto di ricevimento.

Se il testamento segreto manca di qualche requisito suo proprio, ma è scritto, datato e

sottoscritto di mano del testatore, vale come olgrafo. Il testamento segreto può essere

ritirato in ogni tempo dalle mani del notaio; il ritiro importa revocazione del

testamento, a meno che il testamento stesso non possa valere come olografo.

TESTAMENTO INTERNAZIONALE: la L. 29 novembre 1990 n°387, ha

ratificato la Convenzione adottata a Washington il 26 ottobre 1973, che ha previsto

una nuova forma di testamento, il testamento internazionale. L'art. 3 della legge di

ratifica indica nei notai i soggetti abilitati a ricedvere gli atti previsti dalla

convenzione, limitatamente al territorio italiano, ove il testamento internazionale

rientra tra i testamenti per atto di notaio. La convenzione riguarda esclusivamente la

forma del testamento e non ha alcuna incidenza sui problemi relativi alla capacità del

testatore e alla validità delle singoli disposizioni.

Il testamento internazionale consiste nella consegna al notaio di un documento su cui

risultano scritte le disposizioni testamentarie e nella dichiarazione, resa al notaio dal

testatore in presenza di due testimoni, che il documento consegnato + il uso

testamento e che egli è a conoscenza di quanto in esso contenuto.

TESTAMENTI SPECIALI: le forme di testamento ordinario non possono essere

osservate in particolari circostanze nelle quali non è consentito ricorrere al notaio:

malattie contagiose, calamità pubbliche o infortuni; a bordo di navi o di acromobili,

testamenti militari ed assimilati. Questi testamenti perdono la loro efficacia tre mesi

dopo la cessazione della causa che ha impedito al testatore di valersi delle forme

ordinarie o dopo che il testatore sia venuto a trovarsi in un luogho in cui è possibile

fare testamento nelle forme ordinarie.

INVALIDITA' DEL TESTAMENTO PER VIZIO DI FORMA

La legge ha voluto favorire la conservazione degli effetti del testamento che

costituisce l'estrema manifestazione della volontà e della personalità individuale.

Quanto ai vii di forma, essendo la forma ad substantiam, la sua inosservanza

dovrebbe dar luogo alla nullità insanabile ed imprescrittibile. Invece il legislatore ha

ritenuto opportuno distinguere tra a mancanza di elementi senza i quali non v'è la

certezza della provenienza del testamento dalla persona a cui si vuole attribuirlo e

l'inosservanza di tutte le altre formalità prescritte. Nel primo caso viene prorpio a

mancare la certezza del riferimento dell'atto del testatore e la conseguenza è la nullità

assoluta e imprescrittibile dell'atto. Nelle altre ipotesi è comminata l'annullabilità

soggetta a prescrizione quinquennale decorrente dal giorn in cui è stata data

esecuzione al testamento.

SANATORIA DEL TESTAMENTO NULLO

L'art. 590 c.c. stabilisce una particolare deroga alla regola per cui la nullità è

insanabile. La conferma o la esecuzione volontaria di disposizioni testamentarie nulle

sana la nullità. La sanatoria può potenzialmente operare per qualunque causa di

nullità (vizi di forma, vizi della volontà, incapacità di testare), compreso il testamento

verbale. La sanatoria non è applicabile se le disposizioni sono illecite, perché

l'ordinamento non può in nessun caso dar valore ad un negozio contrario all'ordine

pubblico o al buon costume.

REVOCA DEL TESTAMENTO

Il testamento è revocabile fino all'ultimo momento di vita del testatore. La revoca può

essere:

espressa: può farsi soltanto o con un atto che abbia gli stessi requisiti formali

• richiesti per un valido testamento, ovvero con un apposito atto notarile,

destinato esclusivamente alla revoca.

Tacita: si verifica in vari casi:

• un testamento posteriore comporta la revoca tacita di tutte quelle

◦ disposizioni contenute in atti anteriori che siano incompatibili con le nuove

volontà del testatore;

per quanto riguarda il solo testamento olografo la sua distruzione o

◦ cancellazione fa presumere la revoca delle disposizioni in esso contenute.

Il ritiro del testamento segreto comporta revocazione dello stesso, a meno che esso

non possa valere come olografo. Si presume che la revoca del delegato se il testatore

alieni o trasformi successivamente alla disposizione la cosa che forma oggetto del

legato. La disposizione a titolo universale o particolare, fatte da chi al tempo del

testamento non aveva o ignorava di avere fifli o discendenti sono revocate di diritto

per la sopravvenienza di un figlio o discendente del testatore. La revoca secondo

l'opinione tradizionale si basa sulla presunzione che il testatore non avrebbe disposto

dei propri beni in quel modo se avesse saputo di avere o poter avere dei figli. Per cui

essa non ha luogo se il testatore abbia contemplato nel testamento il caso

dell'esistenza o della sopravvenienza di figli.

La revoca di un testamento può essere a sua volta revocata determinando la

reviscenza delle volontà revocate ma a condizione che la revoca della revoca sia fatta

in forma espressa.

PUBBLICAZIONE DEL TESTAMENTO

Morto il testatore è opportuno che sia resa possibile la conoscenza di tale contenuto.

Al che si provvede mediante la pubblicazione del testamento olografo e di quello

segreto.

La pubblicazione da luogo, su richiesta di chiunque vi abbia interesse, ad opera di un

notaio. Chiunque vi abbia interesse può chiedere con ricorso al tribunale del luogo in

cui si è aperta la successione la fissazione di un termine per la presentazione

dell'olografo e per l'apertura e la pubblicazione del testamento segreto. Il

procedimento per la pubblicazione consta delle seguenti formalità:

1. presenza di due testimoni;

2. verbale redatto nella forma degli atti pubblici e contenente:

1. la descrizione dello stato del testamento;

2. la riproduzione del suo contenuto;

3. l'eventuale menzione dell'apertura del testamento se sigillato.

3. Sottoscrizione della persona che presenta il testamento;

4. al verbale di pubblicazione devono essere allegati:

1. la carta in cui è scritto il testamento;

2. l'estratto dell'atto di morte del testatore o la copia del provvedimento che

ordina l'apertura degli atti di ultima volontà dell'assente.

Il notaio che ha proceduto alla pubblicazione, appena gli è nota la morte del testatore,

comunica l'esistenza del testamento agli eredi e ai legati di cui conosce il domicilio o

la residenza.

La pubblicazione non costituisce un requisito di validità o di efficacia del testamento,

ma è indispensabile qualora se ne voglia pretendere il rispetto o produrlo in giudizio.

Diversa dalla pubblicazione è l'iscrizione del testamento nel registro generale dei

testamenti, previsto dalla Convenzione di Basilea del 16 maggio 1972. Si tratta di

uno strumento volto ad agevolare la conoscibilità dei testamenti. Nel registro tenuto

presso l'ufficio centrale degli archivi notarili devono essere iscritti i testamenti

pubblici, segreti ed olografi depositati presso un notaio, i verbali di pubblicazione di

testamenti olografi. Il registro può essere consultato da chiunque creda di avervi

interesse, mediante apposita richiesta al conservatore del registro ma soltanto dopo la

morte del testatore, mentre prima di quel momento non può essere fornita alcuna

notizia circa l'esistenza o meno di atti iscritti nel registro.

ESECUZIONE DEL TESTAMENTO

Il testatore può nominare uno o più esecutori testamentari. Può essere esecutore anche

un erede o legatario; è richiesta la capacità di obbligarsi, ossia la capacità di agire.

L'esecutore ha il compito di curare che siano esattamente eseguite le disposizioni di

ultima volontà del defuto. L'accettazione dell'incarico deve avvenire con

dichiarazione fatta nella cancelleria del tribunale del uogo dove si è aperta la

successione.

Di regola l'esecutore ha il possesso dei beni ereditari e deve amministrarli come un

buon padre di famiglia. Può alienare i beni quando necessario, previ autorizzazione

del giudice. Nel caso in cui commetta gravi irregolarità nell'adempimento dei suoi

doveri può essere esonerato dall'ufficio dell'autorità giudiziaria, su istanza di qualsiasi

interessato. Alla fine deve rendere conto della loro gestione e consegnare i beni

all'erede.

La dottrina ritiene che si tratti di un ufficio di diritto privato, che è di regola

gratuito, ma il testatore può stabilire una retribuzione a carico dell'eredità. In ogni

caso le spese sostenute per l'esercizio dell'ufficio sono a carico dell'eredità. Il

testatore può anche attribuire all'esecutore l'incarico di procedere alla divisione

dell'eredità. IL LEGATO

Capitolo LXXVIII

Il legato è una disposizione a titolo particolare che non comprende l'universalità o

una quota dei beni del testatore. L'essenza del legato consiste in un'attribuzione

patrimoniale relativa a beni determinati, che normalmente importa un beneficio

economico per la persona designata dal testatore. Non sempre il legato è un atto di

liberalità, perché in alcuni tipi di legato manca il vantaggio economico, come il

legato di debito cioè il legato che soddisfa il creditore di un debito preesistente. Il

legato è di regola disposto con testamento ma può anche derivare dalla legge. Si dice

legatario la persona a cui favore la disposizione è fatta; il legatario non risponde dei

debiti ereditari. Il testatore, così come può imporre oneri o modi al legatario entro i

limiti della cosa legata, può mettere a suo crico il pagamento di debiti particolari.

Si dice onerata la persona che è tenuta alla preestazione oggetto del legato. Tale

persona può essere tanto l'erede che un altro legatario. Il sublegato si distingue dal

prelegato, che è il legato a favore del coerede e a carico dell'eredità. L'art. 661 c.c.

stabilisce che il prelegato si considera come legato per l'intero. Ciò vuol dire che il

coerede prelegatario ha diritto a conseguire il legato integralmente in anteparte.

Il legato limita l'attribuzione patrimoniale a titolo gratuito che vien fatta all'erede: se

istituisco erede Tizio e lascio un legato di 100 a Caio, Tizio riceverò 100 in meno

appunto perché c'è li legato.

Oggetto del legato può essere o il diritto di proprietà o altro diritto reale su cosa

determinata già appartenente al testatore, oppure di cose solo determinate nel genere.

Il legatario di cosa di specie diviene immediatamente proprietario della cosa legata;

il legato di cose di genere da luogo ad un rapporto obbligatorio: il legatario è un

creditore dell'erede, che è obbligato alla prestazione che costituisce oggetto del

legato. La distinzione fra legato di specie e legato di genere corrisponde in parte a

quella fra legato per vindicationem e legato per damnationem del diritto romano.

Il legato per vindicationem trasferiva immediatamente la proprietà della cosa al

legatario, mentre il secondo attribuiva al legatario un diritto di credito verso l'erede.

Nel nostro ordinamento la distinzione dipende dall'oggetto del legato; nel diritto

romano dipendeva dalla formula usata.

Acquisto del legato : il legato si acquista di diritto senza bisogno di accettazione, il

legatario ha però la facoltà di rinunziare. La rinunzia può essere espressa o tacita. Se

il legato ha per oggetto beni immobili, poiché questi venono automaticamente a far

parte del patrimonio de legatario, la rinuncia deve farsi per iscritto. L'art. 650 c.c.

dispone che il giudice gli può fissare un termine trascorso il quale egli perde il diritto

di rinunciare. Se il legato è di specie la proprietà o il diritto si trasmette dal testatore

al legatario al momento della morte del testatore. Il legatario ha l'onere di domandare

alla persona onerata il possesso della cosa legatagli.

TIPI PARTICOLARI DI LEGATI

legato di cosa altrui: è una figura che ricorre rispetto al legato di specie:

• questo presuppone che la proprietà o il diritto reale appartenesse al de cuius e

produce un automatico effetto reale a favore del legatario. Se, però, la cosa

legata apparteneva a terzi o allo stesso, bisogna distinguere: se il testatore

ignorava che la cosa non era sua il legato è nullo. Se invece dal testamento

risulta che egli conosceva che la cosa apparteneva ad altri, allora il legato avrà

effetti obbligatori. La conoscenza che il testatore dimostra di avere avuto

dell'altruità induce a ritenere che egli voleva che l'onerato acquistasse la

proprietà e la trasferisse al legatario. Per cui l'onerato è obbligato ad acquistare

la proprietà della cosa e trasferirla al legatario.

legato di genere: comporta la nascita di un'obbligazione in capo all'onerato,

• avente per oggetto una quantità di cose del genere stabilito dal testatore.

legato alternativo: si applicano i principi stabiliti per le obbligazioni

• alternative.

legato di credito; legato di liberazione da un debito; legato a favore del

• creditore; legato alimentare.

DIVISIONE DELL'EREDITÀ

Capitolo LXXIX

La comunione ereditaria. Il retratto successorio.

Se l'eredità è acquistata da più persone, si forma sui beni ereditari tra i coerei

medesimi una comunione, he investe tutti i beni relitti. Alla comunione ereditaria si

applicano le regole stabilite in generale per la comunione. Mentre nella comunione

ordinaria ciascun partecipante può liberamente alienare la propria quota in quella

ereditaria è sembrato al legislatore opportuno di evitare che nei arpporti tra coeredi si

intromettano estranei animati da un intento di speculazione. I coeredi hanno diritto di

essere preferiti agli estranei qualora uno di essi intenda alienare la sua quota: ad essi

spetta un diritto di prelazione. L'art. 732 c.c. stabilisce che il coerede, il quale vuole

alienare la sua quota, deve notificare la proposta di alienazione agli altri coeredi

indicandone il prezzo. Entro un breve termine di 2 mesi gli altri coeredi devono

decidere se vogliono acquistare al prezzo indicato, l'alienazione è conclusa; altrimenti

chi ha notificato la proposta può vendere liberamente ad estranei. Se viene omessa la

notificazione e il coerede procede ugualmente alla vendita, gli altri coeredi possono

ottenere la quota per il prezzo pagato sostituendosi all'acquirente nel negozio di

alinazione: l'ordinamento concede loro il diritto potestativo di procedere

all'esecuzione coattiva in forma specifica del diritto di prelazione violato. Poiché il

retratto successorio si può esercitare nei confronti dei terzi acquirenti esso ha effetto

reale. Il retratto può essere esercitato finché non sia sciola la comunione.

La divisione : la comunione cessa con la divisione. Ciascuno dei soggetti che

partecipavano alla comunione medesima ottiene la titolarità esclusiva su una parte

determinata del bene che erano comuni corrispondente per vaòpre aòòa qipta

spettante nello stato di indivisione. La regola generale, per la comunione ereditaria, è

che ogni coerede può sempre domandare la divisione. A questo principio possono

derogare le parti, pattuendo di rimanere nello stato di comunione per non più di dieci

anni.

Può verificarsi l'ipotesi che l'immediato scioglimento chiesto da uno dei partecipanti

alla comunione pregiudichi gli interessi degli altri. È attribuito al giudice il potere di

stabilire una congrua dilazione, che non può essere superiore al quinquennio.

Diritto patrimoniale d'autore: l'art. 115 della L. 22 aprile 1941 n° 633, stabilisce

che il diritto di utilizzare dell'opera, quando l'autore non abbia diversamente disposto,

deve rimanere indiviso tra gli eredi per tre anni dalla morte dell'autore. L'autorità

giudiziaria può consentire, per gravi motivi, che la divisione si effettui senza indugio.

Natura della divisione : la divisione ha natura dichiarativa ed effetto retroattivo.

L'art. 757 c.c. stabilise che ogni coerede è ritenuto solo ed immediato successore nei

beni costituenti la sua quota e si considera come se non avesse mai avuto la proprietà

degli altri beni ereditari. Se uno dei coeredi ha compiuto atti di disposizione della

propria quota, sciolta la comunione, gli effetti di tali atti non possono riguardare i

beni assegnati ad altro condividente, ma si riducono immediatamente sui beni a lui

assegnati. Se ad uno degli eredi viene assegnato l'unico immobile indivisibile su cui

cadeva la comunione ereditaria, ed all'atro erede è attribuito il diritto al conguaglio in

danaro, l'acquisto della proprietà a favore dell'uno non è subordinato al pagamento

del conguaglio e non sono applicabili la risoluzione per inadempimento perché non si

tratta di contratto a prestazioni corrispettive.

Caso di costituzione di ipoteca su beni indivisi: l'ipoteca costituita da uno dei

partecipanti alla comunione sulla propria quota produce direttamente sui beni che

sono stati a lui assegnati in sede di divisione. Se invece il coerede abbia iscritto

unipoteca su uno specifico bene ereditario e poi, in sede di divisione, gli siano stati

assegnati beni diversi da quello da lui ipotecato, l'ipoteca si trasferisce sui beni

effettivamente assegnati al coerede con il grado derivante dall'originaria iscrizione. I

creditori iscritti devono essere chiamati ad intervenire nella divisione perché questaa

abbia effetto nei loro confronti.

La divisione può essere fatta già dal testatore nel proprio atto di ultime volontà,

ovvero può essere fatta d'accordo tra i coeredi (divisione amichevole o

contrattuale), o se le parti non sono d'accordo, per opera del giudice (divisione

giudiziale).

Divisione contrattuale : se il contratto di divisione riguarda beni immobili, è

richiesta ad substanziam la forma scritta. Il contratto è soggetto, se riguarda beni

immobili o mobili registrati, a trascrizione. Il contratto di divisione può essere

annullato per violenza o dolo. L'azione di annullamento per errore è esclusa. Se

l'errore incide sulla fase che precede lo svolgimento delle operazioni divisionali e

cade sui presupposti della divisione si applicano i principi generali sull'errore.

Secondo la giurisprudenza, se si sia proceduto ad una divisione in base alla legge

mentre esisteva un testamento non ancora scoperto al tempo della divisione, ricorre

un errore sul presupposto della divisione, che dà luogo a nullità assoluta. La

divisione è nulla anche uando non vi abbiano partecipato tutti i coeredi. Se per errore

sono stati omessi dei beni vi è un apposito rimedio: il supplemento di divisione. Se

vi è stato errore nella stima dei beni vi è un'altra impugnativa particolare: la

rescissione per lesione. Questa azione si distingue da quella generale di rescissione

per lesione dei contratti sotto vari aspetti:

è escluso ogni profilo soggettivo; basta la contestazione oggettiva che la

• porzione assegnata ad uno dei condividenti non corrisopnde al valore della

quota;

il valore della parte assegnata deve essere inferiore di oltre 1/4 al valore della

• quota.

Mentre l'azione generale di rescission per lesione dei contrattti è soggetta a

prescrizione di 1 anno dalla conclusione del contratto; quella di rescissione della

divisione per lesione oltre il quarto si prescrive nel termine di 2 anni dalla

divisione. L'azione di rescissione per lesione è applicabile ad oggi atto che ha per

effetto la cessazione della comunione ereditaria. Il coerede contro il quale è promossa

l'azione di rescissione può troncarne il concorso e impedire una nuova divisione,

dando il supplemento della porzione ereditaria in denaro o in natura. Se p dato in

denaro, il supplemento deve essere commisurato al valore dei beni ereditari al

momento dell'offerta e non a quello della divisione.

Divisione giudiziale : il giudizio di divisione può essere promosso da ciascuno dei

coeredi, per ottenere lo scioglimento della comunione ereditaria, ad esso devono

essere chiamati a partecipare tutti i condividenti.

Ai fini della divisione si procede prima alla stima dei beni, quindi alla formazione

delle porzioni. Ciascuno dei coeredi ha diritto ad una parte in natura dei beni mobili

ed immobili dell'eredità. Vi sono dei beni che non possono essere divisi, o perché

inivisibili per natura, o perché la divisione non è opportuna nell'interesse della

pubblica economia o dell'igiene. Se le porzioni vengono formate con i beni in natura

non corrispondono esattamente al valore delle quote ereditarie, chi ha avuto la

porzione di valore eccedente è tenuto a pagare agli altri la differenza in denaro. La

stima dei beni per la formazione delle quote nella divisione ereditaria deve farsi con

riferimento al loro stato e valore venale al tempo della divisione. Formate le porzioni

secondo un progetto prediposto dal giudice si procede all'assegnaione mediante

estrazione a sorte, se le quote sono uguali, o all'attribuzione se esse sono disuguali.

Divisione fatta dal testatore : il codice vigente ha soppresso la divisione per atto

inter vivos ed ha riconosciuto ad ogni testatore la facoltà di dettare norme e criteri per

la formazione delle porzioni e di dividere nel testamento i suoi beni tra i coeredi

comprendendo nella divisione anche la parte non disponibile. La divisione è nulla se

il testatore non abbia compreso qualcuno dei legittimari o degli eredi istituiti. Se il

testatore nel fare le porzioni lede la quota di legittima spettante ad alcuno dei coeredi

questi può sempre agire con l'azione di riduzione.

Debiti e crediti ereditari : i debiti devono essere sopportati da ciascuno dei coeredi

in proporzione della propria quota di eredità, salvo che il testatore abbia altrimenti

disposto. Questa regola non vale solo nei rapporti interni tra coeredi, cosiché se

uno di essi ha pagaro per l'intero ha diritto di regresso nei confronti degli altri, ma

pure nei rapporti esterni di fronte al creditore: ciascun creditore del de cuius non

può pretendere dal singolo coerede più di quanto proporzionalmente è imputabile alla

quota ereditaria (a meno che non si tratti di un obbligazione indivisibile).

Debiti ipotecari: per il creditore che vanti una ipoteca su un cespite ereditario può

pretendere l'intero dal singolo coerede cui quel bene sia stato assegnato, stante il

principio per cui l'ipoteca è opponibile perfino al terzo acquirente non debitore. La

quota di debito ipotecario del coerede insolvente viene ripartita in proporzione tra

tutti gli altri, sicche il rischio che il creditore rimanga insoddisfatto si riduce

ulteriormente. Nel caso in cui il coerede abbia pagato l'intero potrà agire in regresso

contro gli altri coeredi nei limiti in cui ciascuno degli altri è tenuto a contribuire al

pagamento dei debiti ereditari; resterà a suo carico l'eventuale insovenza di qualche

coerede.

Il legatario non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari. Qualora il bene oggetto del

legato fosse gravato da ipoteca il creditore conserva l'azione ipotecaria e il legatario

che abbia pagato il debito garantito dall'ipoteca subentra nelle ragioni del creditore

contro gli eredi.

Crediti ereditari: la corte di cassazione ha chiarito che i crediti del de cuius non si

dividono automenticamente fra i coeredi, in funzione delle quote di ciascuno, ma

entrano nella comunione ereditario. Ne consegue che ciascuno dei coeredi può agire

individualmente verso il debitore per far valere l'intero credit comune, ovvero anche

la sola porzione corrispondente alla sua quota.

Garanzia per evizione : se un terzo assume che il de cuius non era proprietario di

uno o più beni compresi nella porzione attribuita ad uno dei coeredi ed il coerede è

costretto a rilasciare i beni richiesti, ecco che viene a mancare la corrispondenza della

porzione con la quota ereditaria. È giusto che il danno non sia subìto solo dalla

persona a cui era stato assegnato prorpio il bene oggetto della evizione, ma sia

ripartito tra tutti i coeredi i quali sono tenuti tra di lo alla garanzia per evizione.

Collazione : se il de cuius in vita ha fatto donazioni ai figli, ai loro discendenti, o al

coniuge, la legge presume che il defunto non abbia volonto alterare il trattamento che

egli ha stabilito per il testamento ma soltanto attribuire ai donatari un anticipo sulla

futura successione. Per cui i beni donati devono essere compresi o conferiti nella

massa attiva del patrimonio, per essere divisi tra i coeredi in proporzione delle quote

spettanti a ciascuno.

La funzione della collazione consiste nel mantenere tra i discendenti e il coniuge del

de cuius chiamati a succedergli la proporzione stabilita nel testamento o nella legge.

Alla collazione non si fa luogo quando il donante (o il testatore) abbia altrimenti

disposto. Non sono soggette a collazione le spese ordinarie fatte dal padre a favore

del figlio, che rappresentano l'adempimento di un obbligo e non una liberaliltà. È

invece soggetto a collazione ciò che il defunto ha speso a favore dei suoi discendenti

per assegnazioni fatte a causa di matrimonio, per avviarli all'esercizio di un'attività

produttiva o professionale ecc. Non sono soggette a collazioni le donazioni di modico

valore fatte al coniuge. I frutti delle cose donate e gli interessi sulle somme soggette

a collazione sono dovuti con decorrenza dal giorno in cui si è aperta la successione.

Donazione dell'usufrutto o la costituzione di una rendita: si deve aver riguardo al

valore capitale che l'usufrutto ha al momento dell'apertura della successione. Non ha

invece rilevanza il valore che l'usufrutto medesimo aveva al momento della

donazione: ciò che ha formato oggetto di godimento prima della morte del donante

non deve essere conferito. Perciò non deve essere conferto l'usufrutto che si sia

estinto prima della morte del de cuius.

I soggetti obbligati a conferire sono il coniuge e i figli o altri discendenti, sia che

succedano direttamente, sia per rappresentazione, che abbiano accettato puramente e

semplicemente o con beneficio d'inventario. La collazione ha luogo reciprocamente

tra il coniuge e i discendenti, non rispetto a estranei.

Oggetto della collazione sono le donazioni, ossia i contratti con i quali una parte

arricchisce l'altra per spirito di liberalità.

La collazione si distingue dalla riduzione: perchè la collazione serve a mantenere tra

gli aventi diritto alla proporzione stabilita nel testamento o nella legge; la finalità

della riduzione è quella di salvaguardare la quota di legittima. La collazione si

distingue anche dalla riunione fittizia: perché nella collazione la riunione delle

donazioni con il patrimonio esiste alla morte del de cuius è reale e serve a formare la

massa da dividere tra i coeredi, nella riunione fittizia, l'operazione si riduce ad un

calcolo che rimane sulla carta, senza produrre conseguenze.

La collazione si fa per gli immobili o cedendo alla massa ereditaria il bene ricevuto

in donazione (collazione in natura) o con l'imputazion del valore, ossia prendendo

dalla massa tanti beni in meno quanto è il valore di quelli donati. Nella collazione in

natura si ha risoluzione della donazione; nella imputazione la giurisprudenza esclude

il trasferimento del bene donato alla massa ed il trasferimento al donato e configura

l'imputazione come conferimento ideale dell'equivalente pecuniario del bene donato.

Per i mobili la collazione si fa soltanto per imputazione. Il valore è quello che il bene

aveva al tempo dell'apertura della successione.

DONAZIONE

Capitolo LXXX

Il contratto di donazione

La donazione è, secondo la definizione dell'art. 769 c.c., un contratto. Occore che vi

sia l'accettazione del donatario; solo in via eccezionale l'accettazione non è

necessaria: si tratta dell'ipotesi della donazione obnuziale. L'art. 769 c.c. ne descrive

anche la morfologia, precisando che con essa una delle parti, per spirito di liberalità,

arricchisce l'altra, o disponendo a favore di questa di un suo diritto ovvero assumendo

verso la stessa un'obbligazione.

Elementi caratterizzanti del contratto di donazione sono lo spirito di liberalità che

muove il donante e l'arricchimento del donatario.

1. Spirito di liberalità : costituisce una causa del contratto che non si identifica

con il motivo. Donare per vanità o per ingraziarmi l'animo di una persona,

dalla quale spero di ricevere benefici, come per affetto o per vero spirito di

carità verso il prossimo: non intendo ricevere nessun corrispettivo dall'altra

parte. Rientra nello schema del contratto di donazione anche la donazione

rimuneratoria, ossia la liberalità fatta per riconoscenza o in considerazione

dei meriti del donatario o per speciale remunerazione. La remuneratoria riceve

un trattamento differenziato rispetto alla donazione ordinaria, in quanto è

irrevocabile non obbliga il donatario a prestare gli alimenti al donante e

comporta a carico del donante la garanzia per evizione. Non si può qualificare

come donazione la liberalitàche si suole fare in occasione di servizi resi; inoltre

non costituiscono donazioni le liberalità elargite in conformità agli usi.

2. Arricchimento, ossia l'incremento del patrimonio del donatario :

l'arricchimento può realizzarsi o disponendo di un diritto o assumento

un'obbligazione nei confronti del donatario purchè non si tratti di un facere.

Rispetto alle donazioni è inammissibile la figura del contratto preliminare; infatti

la donazione deve essere spontanea; il soggetto deve essere libero di compiere o non

compiere. Perciò la promessa di donazione è nulla.

La donazione rientra nella categoria dei negozi a titolo gratuito. Non qualsiasi

negozio a titolo gratuito costituisce una donazione. La gratuità importa soltanto

l'assenza di corrispettivo, ma non implica necessariamente l'arricchimento dell'altra

parte, elemento essenziale al concetto di donazione. Il codice civile contempla una

serie di casi di contratti tipici diversi dalla donazione, che sono a titolo gratuito: il

comodato, è un contratto essenzialmente gratuito; il mandato, il deposito, il mutuo, il

trasporto. Le suddette figure contrattuali prevedano una prestazione senza

corrispettivo, non integrano una donazione, che consiste in un modello contrattuale

autonomo e dalle stesse distinto. Le suddette figure non implicano necessariamente

un intento di liberalità del soggetto ma potrebbero trovare giustificazione in un mero

rapporto di cortesia. Ipotesi che vengono individuate come figure di negozio gratuito

atipico che comporta l'esecuzione di attribuzioni o di prestazioni non remurate, ma

neppure giustificate da un intento liberale: si pensi al caso di un imprenditore che

distribuisce gratuitamente a fini pubblicitari campioni dei propri prodotti.

Va distinto dalla donazione l'adempimento dell'obbligazione naturale, che comporta

un0attribuzione patrimoniale spontanea, ma non liberale, in quanto costituisce

l'adempimento d un dovere morale o sociale.

La donazione è un contratto tipico a scopo di liberalità, avente una propria specifica

struttura e disciplina; la donazione però non esaurisce la categoria dei contratti

gratuiti, poiché vi sono numerosi altri negozi gratuiti, ai quali non si applica la

disciplina della donazione per effetto dell'intento di liberalità; non esaurisce neppure

la categoria dei negozi inter vivos a scopo di liberalità, perché sussistono altri casi di

liberalità che non sono riconducibili alla tipologia della donazione.

DONAZIONE INDIRETTA

Lo scopo liberale di arricchire un'altra persona si può raggiungere o mediante la via

diretta del contartto di donazione o in altri modi indiretti, ossia avvalendosi di negozi

che hanno una causa propria diversa da quella liberale.

Si ha donazione indiretta quando le parti, per raggiungere l'intento di liberalità,

anziché utilizzare lo schema negoziale apprestato dalla legge, ne abbiano adottato un

altro caratterizzato da causa diversa.

Un caso diverso è quello della vendita a prezzo inferiore al valore della cosa. È

necessario che siano compresenti i caratteri strutturali e di morfologia di entrambi i

negozi (quello della vendita e quello della donazione). Si dice che l'elemtno di

liberalità è ravvisabile in relazione alla parte di valore di scambio del bene non

remunerato dal prezzo pattuito e pertanto donato dall'alienante all'acquirente.

Qualora, pur dicendo di voler vendere, in realtà pattuiscono un prezzo simbolico che

non ha neppure importanza venga davvero versato oppure no, allora difetta il prezzo,

quale elemento strutturale necessario dalla vendita e ci troviamo di fronte ad una

donazione non soltanto indiretta ma vera e propria sia pure esteriormente

rappresentata come contratto di vendita.

Il negozio misto con donazione non ha nulla a che fare con la simulazione perché le

manifestazioni di volontà delle parti non presentano alcunché di fittizio, ne esistono

patti occulti o riservati tra le parti contrari o diversi da quelli resi ostensibili. Per

aversi la figura del negozio misto con donazione, non basta che vi sia la sproporzione

tra le due prestazioni ma occorre che questa sproporzione sia voluta da colui che la

subisce allo scopo di attuare una liberalità e che questa finalità sia nota ed accettata

dall'altra parte.

Non si estende al negozio di donazione indiretta il requisito di forma richiesto per la

donazione diretta dall'art. 782 c.c. Pertanto la donazione indiretta è valida ed efficace

anche se non sia stata adottata la forma dell'atto pubblico, purché sia rispettata la

forma propria del tipo negoziale. Si tratta sempre di una liberalità, in quanto

arricchisce chi la riceve e diminuisce il patrimonio di chi la fa: per questo motivo il

legislatore ha esteso a tale istituto alcue regole materiali proprie della donazione.

L'art. 809 c.c. rubricato "Norme sulle donazioni applicabili ad altri atti di liberalità":

poiché anche mediante una donazione indiretta si può ledere la quota dei legittimari,

o la proporzionalità di trattamento tra i coeredi, essa è soggetta a riduzione ed a

collazione. Inoltre essa è sottoposta anche a revocazione per ingratitudine o per

sopravenienza di figli.

REQUISITI E DISCIPLINANO

Capacità di donare: non possono validamente compiere donazione i minorenni,

l'interdetto, l'inabilitato, l'incapace naturale. Un'eccezione è fatta per le donazioni a

casa di matrimonio (donazioni obnuziali). Sono valide purché fatte con l'assistenza

delle persone che esercitano la responsabilità genitoriale o la tutela o la curatela, le

donazioni fatto nel contratto di matrimonio dal minore.

Le persone giuridiche sono capaci di far donazioni, se tali capacità è riconosicuta

dallo statuto o dall'atto costitutivo e nei limiti del diconoscimento medesimo. Sono

valide le liberalità e ele attribuzioni gratuite fatte da società commerciali a scopo

promozionale o di rappresentanza o per consuetudine. Liberalità consistenti in

erogazioni di denaro compiute da società commericali a favore della utela e del

recupero o restauro del patrimonio artistico ed ambientale si parla di mecenatismo.

La donazione è un atto personale del donante: la scelta della persona del donatario

o dell'oggetto della donazione deve essere frutto della volizione esclusiva del donante

e può essere rimessa al rappresentante. È nullo il mandato a donare.

A proposito dei legati è consentito rimettere ad un terzo la scelta del donatario tra

determinate categorie di persone o dell'oggetto tra più cose indicat dal donante.

Poiché per la donazione è richiesto l'atto pubblico ad sustantiam, la procura a donare,

deve essere fatta ugualmente per atto pubblico e sempre con l'intervento dei

testimoni.

La disciplina della donazione presenta alcune analogia con quella del testamento; uno

deigli aspetti riguarda la capacità di ricevere per donazione: è ammessa la

donazione a favore dei figli di una determinata persona vivente al tempo della

donazione.

Capace di ricevere donazioni sono anche le persone giuriche.

L'art. 13 della L. 15 maggio 1997 n°127 ha abrogato l'art. 786 c.c., che negava

capacità di ricevere per donazione agli enti non riconosciuti. Dunque oggi gli enti di

qualsiasi natura, riconosicuti o meno, hanno piena capacità di acquistare per

successione e donazione, senza necessità di autorizzazioni amministrative.

A ragioni di doverosa protezione degli incapaci contro il rischio di abusi si ispira il

divieto di donazione a favore del tutore o del protutore.

Oggetto della donazione non può essere un bene futuro. Il divieto, sancito a pena

di nullità, trova la sua ragione d'essere nella necessità di porre una remora alla

prodigialità: non può essere consentito che taluno si privi senza corrispettivo di una

cosa che non è ancora venuta ad esistenza.

La donazione di tutti i beni presenti non è vietata.

La donazione richiede per la sua validità (ad substantiam) una forma particolare:

l'atto pubblico, sia che si tratti di immobili che di mobili; inoltre è indispensabile la

presenza di due testimoni.

Se la donazione ha per oggetto cose mobili, nell'atto deve essere contenuta la

specificazione del loro valore.

La forma solenne non è richiesta per le donazioni aventi oggetto cose mobili di

valore modico; in tal caso però occorre che sia avvenuta la consegna (traditio) della

cosa. Per questa ragione il contratto è definito anche donazione manuale, ed è

annoverato tra i contratti reali. La modicità del valore deve essere valutata anche in

rapporto alle condizioni del donante.

La donazione può essere sottoposta a condizione . Un particolare tipo di donazione,

sottoposto a condizione sospensiva mista, è la donazione fatta in riguardo ad un

futuro matrimonio (donazione obnuziale), sia dagli sposi tra loro, sia da altri, a favore

di uno o di entrambi gli sposi o dei figli nascituri di questi. La donazione obnuziale è

sottoposta ad una disciplina particolare che diverge da quella generale. Si perfeziona

senza bisogno di accettazione del donatario ma non produce effetto finché non venga

celebrato il matrimonio; inoltre l'annullamento del matrimonio comporta la nullità

della donazione.

Altra condizione che può inerire alla donazione è quella di riversibilità. Si tratta di

una condizione risolutiva: si stabilisce che i beni ritornino al donante nel caso che il

donatario muoia prima del donante medesimo.

La donazione può essere gravata di un onere o modo al cui adempimento il

donatario è tenuto entri limiti del valore della cosa donata. Dalla donazione modale

esula l'idea di corrispettivo. Per l'adempimento del modo possono agire il donante e

qualsiasi interessato, anche durante la vita del donante. La risoluzione della

donazione, in caso di inadempimento del modo, è possibile soltanto se sia

espressamente prevista nell'atto di donazione e può essere domandata dal donante

stesso o dai suoi eredi.

L'onere illecito o impossibile si considera non apposto, a meno che non abbia avuto

rilievo esclusivo determinante la donazione, nel qual caso è travolto l'intero atto.

La donazione può avere per oggetto la nuda proprietà con riserva dell'usufrutto a

favore del donante. Questi può stabilire che dopo di lui l'usufrutto sia riservato ad

un'altra oersona o anche a più persone congiutamente.

L'inadempimento del donante agli obblighi derivanti dalla donazione è sottoposto ad

una disciplina meno rigorosa di quella che vige per ogni altro contratto: la sua

responsabilità è limitata all'ipotesi di dolo o colpa grave.

Agli stessi principi s'informa la disciplina della garanzia per evizione a carico del

donante. Nella donazione occorre che la garanzia sia espressamente promessa,

altrimenti il donante risponde soltanto se è in dolo. La responsabilità del donante per

vizi della cosa sussiste soltanto nel caso in cui sia stata specialmente pattuita o di dolo

del donaante medesimo.

L'errore sul motivo della donazione la rende annullabile, come rende annullabile il

tetamento, se il motivo risulti dall'atto e sia il solo che determinato il donante a

compiere la liberalità. L'illeicità del motivo è rilevante quando il motivo ha avuto

valore determinate esclusivo ed è comune ad entrambe le parti. La disciplina prevista

per la donazione è al riguardo meno rigorosa: il motivo deve si aver avuto efficacia

determinante esclusiva ma non è necessario che sia comune ad entrambe le parti,

basta che risulti dall'atto. In tema di donanzione incontriamo la stessa deroga al

principio generale secondo il quale la nullità non è sanabile e non è suscettibile di

conferma.

REVOCA DELLA DONAZIONE

La donazione si scioglie solamente per le cause ammesse dalla legge. In presenza di

due gravi ragioni la legge prevede che la donazione possa esser revocata. Tali cause

sono: ingratitudine del donatario;

• sopravvenienza di figli.

Se il donante avesse preveduto che l'atto generoso da lui compiuto gli avrebbe

provocato non la riconoscenza, ma l'ostilità e l'ingratitudine del donatario, non

avrebbe certamente fatto la donazione.

L'art. 801 c.c. descrive i comportamenti qualificabili quali manifestazione di

ingratitudine. La norma fa inoltre riferimento, quale causa di revocazione,

all'ingiuria grave. L'ipotesi consiste in qualsiasi comportamento concretante un'offesa

alla personalità morale del donante, o lesiva del decoro e dell'immagine sociale del

medesimo, e può consistere anche in un solo atto, non richiedendosi una condotta

reiterata. La gravità dell'ingiuria è rimessa all'apprezzamento del giudice.

Costituisce manifestazione di ingratitudine l'indebito riufiuto di prestare gli alimenti

al donante.

L'art. 803 c.c. ammette la revocazione della donazione per la sopravvenienza o

esistenza di un figlio o discendente del donante. Qualora si tratti di figlio nato fuori

del matrimonio, la revocazione è consentita in caso di riconoscimento posteriore alla

donazione, a meno che si provi che ill donante, al tempo della donazione, era

consapevole dell'esistenza del figlio.

La revoca dipende da un'iniziativa unilaterale: la legge attribuisce al donante il

diritto potestativo di togliere efficacia alla donazione nei casi da essa previsti; basta

che egli proponga la donanda, non occorre alcuna dichiarazione del donatario.

La revocazioni delle donazioni ha carattere personale e quindi non può essere

proposta dai creditori del donante in sostituzione del donante stesso.

La sentenza che pronuncia la revocazione condanna i l donatario alla restituzione dei

beni. Essa non pregiudica i terzi che hanno acquistato diritti anteriormente alla

domanda.

DIRITTI REALI DI GODIMENTO SU COSA ALTRUI

I diritti reali di codimento su cosa altrui presuppongono l'altruità della cosa e quindi il

diritto di proprietà di un altro soggetto. I diritti reali su cosa altrui sono tipici, cioè

hanno un contenuto predeterminato dalla legge e sono tipici nel senso che

costituiscono un numero chiuso cioè sono solo quelli previsti dalla legge e sono i

seguenti:

superficie;

• enfiteusi;

• usufrutto;

• uso;

• abitazione;

• servitù prediali.

Principio opposto è quello della atipicità art. 1322 c.c. prevede la possibilità per i

privati di concludere contratti che non appartengono alla disciplina particolare purché

perseguono finalità meritevoli di tutela secondo l'ordinamento giuridico. Nel mondo

dei diritti reali invece c'è un principio opposto che è quello della tipicità. Questo

aspetto centrale è discusso e si afferma che oggi ci sono delle forme di operazioni

giuridiche che rischiano di mettere in discussione questo che è comunque un

principio ancora oggi saldo. I diritti reali sono dunque a numero chiuso, cioè solo

quelli stabiliti dalla legge, e il loro contenuto è determinato appunto dalla legge.

Con riguardo alle servitù volontarie, cioè che sono appunto costituite per volontà

delle parti, hanno la possibilità di una autonomia nella determinazione del loro

contenuto quindi in questo caso la tipicità del contenuto in parte viene ad essere

flessibile.

Caratteristiche comuni a tutti i diritti reali di godimento su cosa altrui:

innanzitutto la titolarità distinta dal proprietario: non è possibile che un

• soggetto che ha il diritto di proprietà su un bene sia allo stesso tempo titolare di

diritto di godimento su cosa altrui.

Identità di cosa di beni su cui insistono i diritti reali minori e il diritto di

• proprietà: c'è un diritto di proprietà (art. 832 c.c.) che è il diritto di godere e

disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, e su quello stesso bene però

possono coesistere e insistere altri diritti reali minori che vanno a limitare

queste facoltà del proprietario e l'oggetto del diritto è lo stesso. L'eccezione è

data alle servitù in cui invece c'è come presupposto la diversità di fondi su cui

questi diritti insistono.

Dal punto di vista della tutela i diritti reali di godimento su cosa altrui si

• caratterizzano per essere diritti assoluti: cioè possono essere fatti valere erga

omnes, c'è un rapporto fra un soggetto e una res, rapporto che può essere fatto

valere nei confronti di chiunque attenti a questo diritto.

Carattere dell'immediatezza: il soggetto non ha bisogno di nessuno per

• godere del suo diritto, il proprio diritto si soddisfa immediatamente sulla res sia

che sia la proprietà sia che sia uno dei diritti minori. Con riguardo alle servitù

ci possono essere delle obbligazioni accessorie che gravano su chi è il

proprietario compresso da questi diritti reali minori di servitù che dovrà fare

qualcosa per consentire ad altri l'esercizio del diritto.

Altra caratteristica comune è il diritto di seguito (o di sequela), la c.d.

• ambulatorietà passiva: questi diritti minori gravano sulla proprietà che può

essere anche trasferita ma solo come nuda proprietà. Se questi vincoli sono

correttamente trascritti, in quanto insistano su un bene immobile, in base all'art.

1350 c.c. questi diritti devono essere trascritti, cioè gli atti che determinano la

costituzione o la modificazione o comunque incidano su diritti immobiliari

devono essere iscritti al fine di essere opposti. Quindi una forma ad

substantiam che in questo modo viene a esistere e a poter essere opposta a tutti

i successivi acquirenti del diritto di proprietà, che quindi sarà solo un nudo

proprietario cioè un proprietario spogliato di alcune delle sue facoltà tipiche

previste dalla legge.

Tutti i diritti reali, anche minori, sono suscettibili di possesso: il possesso ha

• una rilevanza giuridica specifica e si regola una situazione di fatto che consiste

nell'esercizio di un potere di fatto che corrisponde all'esercizio di un diritto.

Però in questo caso la legge prescinde dal diritto stesso perché vuole attribuire

tutela a chi in quel momento appaia il titolare del diritto. È una sorta di

rilevanza dell'apparenza giuridica: per evitare che la persona si faccia tutela

arbitraria delle proprie ragioni, fattispecie punita dal codice penale, la legge ha

attribuito la prevalenza provvisoria del possessore, cioè il proprietario che

volesse riottenere la cosa dal ladro deve passare dalla via giuridica e giudiziaria

dell'accertamento. Il possesso ha una rilevanza particolarissima nella

circolazione dei beni, con il possesso si acquista la proprietà in base a una

norma art. 1153 c.c. che è centrale nel nostro sistema per la circolazione dei

beni mobili che consente di staccare l'acquisizione di un diritto, che può essere

un diritto minore o un diritto di proprietà, dall'avente causa a livello giuridico:

cioè il vecchio possessore si è spogliato e il nuovo possessore ha una serie di

requisiti può far proprio il bene diritto a titolo originario, cioè il suo titolo

giuridico di proprietà non dipende più dal titolo precedente e le vicende di

quello precedente non possono più incidere sul mio acquisto. Un altro aspetto è

l'acquisto per usucapione che si connette direttamente al possesso: cioè un

possesso prolungato protratto nel tempo, la cui durata varia a seconda se il

possesso ha un titolo se il possesso è in buona fede o in mala fede, alla fine

comporta l'acquisto del diritto vero e proprio. Se l'apparenza prevale sulla

realtà giuridica trascorso un certo tempo sussistenti alcuni requisiti alla fine

l'apparenza prevale sulla sostanza e chi era proprietario perde il diritto.

Infine i diritti reali di godimento su cosa altrui si estinguono per una serie di

• cause: ci sono alcuni diritti reali di godimento che possono essere perpetui però

ci sono dei correttivi. Questo carattere dell'estinzione è importante perché la

proprietà è centrale e fonda il criterio di tipicità dei diritti reali che non possono

essere più di quelli previsti dalla legge perché la proprietà resta comunque

centrale anche oggi e ha un carattere che è la elasticità del diritto di proprietà

che tende, passando il tempo, a espandersi e a riprendersi quelle facoltà che

erano state cedute a chi godeva di un diritto minore. Si estinguono questi diritti

per non uso (prescrizione), per rinuncia al diritto, per confusione (quando il

proprietario e il titolare del diritto reale minore si riuniscono nella stessa

persona).

SUPERFICIE

Il diritto di superficie è un particolare diritto reale che consiste nell'edificare e

mantenere sul suolo o sotto il suolo altrui una costruzione. In questo caso c'è

un'ascissione orizzontale della proprietà tant'è che si parla di proprietà

superficiaria, cioè chi esercita questo diritto e costruisce quello che vuole costruire

ha un vero e proprio diritto di proprietà su quel bene.

Il diritto di superficie si discusse se utilizzarlo in funzione di politica economica

perché servirebbe ad abbattere i costi di produzione, cioè non importerebbe comprare

fondi su cui costruire ma comprare un diritto di superficie costa meno rispetto a

comprare tutta un area, il proprietario del fondo può così mantenere la proprietà del

fondo.

Le regole essenziali di questo diritto:

deroga al principio dell'accessione: la proprietà si acquista in alcuni modi

• previsti dalla legge, il contratto, l'usucapione e poi ci sono tutta una serie di

regole previste art. 934 c.c. che sono modi di acquisto della proprietà a titolo

originario, uno di questi è la accessione: tutto ciò che viene edificato su un

fondo diventa di proprietà del fondo. La superficie è una deroga a questo

principio perché consiste proprio nello scindere la proprietà di ciò che sta

sopra o sotto e la proprietà del fondo.

La durata del diritto di superficie può essere anche imperpetua.

• Il perimento della costruzione fatta in esercizio del proprio diritto non lo

• estingue perché il diritto di superficie consiste proprio nell'edificare e nel

mantenere edificata una costruzione, quindi normalmente, salvo patto

contrario in caso di costituzione per contratto, non estingue il diritto che potrà

quindi essere riesercitato nel termine prescrizionale del non uso del diritto (se

non si usa il diritto di superficie per 20 anni lo si perde).

Vi è inoltre la possibilità dell'acquisto per usucapione del diritto di

• superficie. La dottrina discute sulla possibilità possibilità stessa di configurare

un usucapione del diritto di superficie senza titolo.

ENFITEUSI

E' un istituto antico che deriva dal diritto romano e nella sua atichità ha un

fondamento che si ritrova nella sua regolazione attuale. L'enfiteusi non è molto

utilizzata oggi, e in quanto diritto reale è però rimasto in piedi ab illo tempore cioè ci

sono tutta una serie di fondi pubblici che sono stati dati in enfiteusi molto tempo fa

che sono sopravvissuti ad oggi. La funzione dell'enfiteusi era quella di consentire lo

sfruttamento di fondi che altrimenti venivano lasciati alla malora perché erano troppo

esteste e serviva che qualcuno se ne occupasse e così nacque l'enfiteusi.

La durata del diritto è normalmente perpetuo. Se l'enfiteusi è prevista a termine la

durata non può essere inferiore a 20 anni questo perché trattandosi di fondi, in

particolare agricoli, ci vuole del tempo perché si possa ottenere i frutti da quello che

si lavora. Ecco dunque il tendenziale lungo termine del diritto.

Obblighi principali dell'enfiteuta sono quelli di pagare un canone annuo in denaro

o in natura. L'altro obbligo caratteristico è quello di migliorare il fondo, se l'enfiteuta

non lo fa rischia la devoluzione del fondo e quindi la riespansione del diritto del

proprietario. Deve altresì sopportare le imposte e i pesi che gravano sul fondo che è

una particolarità in relazione ad altri diritti reali di godimento che invece lasciano

questi pesi e queste imposte sul proprietario e non su chi ne frutta l'utilità economica.

Questi obblighi dell'enfiteuta hanno fatto parlare per questo diritto reale minore di

una scissione tra un dominio utile e un dominio diretto, ossia di una proprietà

sostanziale e di una proprietà formale: cioè il nudo proprietario resta formalmente

proprietario ma poi il contenuto di godere e disporre in modo pieno ed esclusivo alla

fine rischia quasi di concentrarsi sull'enfiteuta.

L'enfiteuta può cedere il proprio diritto, quindi ha un potere dispositivo, non può

però sub concederlo in enfiteusi perché è un diritto che è attribuito ad un soggetto

specifico il quale ne gode personalmente anche in vista di quell'ulteriore caratteristica

tipica di questo negozio che è l'affrancazione: questa possibilità, che è un vero e

proprio diritto potestativo dell'enfiteuta, consiste nella possibilità di divenire

proprietario senza che il proprietario possa opporsi se l'enfiteuta paga una somma

corrispondente alla capitalizzazione del canone annuo.

La devoluzione corrisponde al fenomeno inverso: se l'enfiteuta è in mora nel

pagamento dei canoni o è inadempiente rispetto ad obblighi di miglioramento del

fondo il diritto si devolve e quindi i proprietario ritorna nella piena proprietà del

fondo. Una particolarità riguarda le azioni: se il proprietario chiede la devoluzione

l'enfiteuta può affrancare il fondo senza che il proprietario possa vantare alcuna

priorità di domanda, l'affrancazione è dunque sempre possibile perché c'è questo

favore per l'acquisto del diritto di proprietà da parte dell'enfiteuta.

Ricognizione del diritto del concedente: il nudo proprietario può chiedere questa

ricognizione del proprio diritto che ha una funzione anti ausucapzionale, cioè

l'enfiteuta avendo un diritto così largo rispetto al fondo potrebbe dopo di un tot di

anni aver acquisito il fondo a titolo di proprietà e quindi si pone questo istituto della

ricognizione che è un diritto del proprietario rispetto all'enfiteuta. Ha precisato la

Corte di Cassazione che questa ricognizione ha senso solo nella enfiteusi a termine e

non in quella perpetua perché se l'enfiteusi è perpetua non c'è possibilità di mutare il

titolo di possesso, mentre nell'enfiteusi a termine si perché se dopo la scadenza del

termine dell'enfiteusi il soggetto continua a comportarsi come enfiteuta è molto

difficile capire se quel soggetto sta esercitando un diritto di enfiteusi oppure come

proprietario.

USUPRUTTO

Nell'uso e nella fruizione di una cosa altrui si deve rispettare la destinazione

economica impressa dal proprietario.

L'usufruttuario ha un diritto che non può essere perpetuo perché perderebbe quella

sua qualità di diritto reale minore. La legge pone un termine: non può essere

superiore alla vita dell'usufruttuario. L'usufruttuario ha il diritto di usare la cosa, di

far propri i frutti naturali e civili. Salva la destinazione economica impressa dal

proprietario significa che l'usufruttuario può fare tutte queste cose ma non può può

mutare la destinazione economica che il proprietario gli ha dato, e in questo è il

diritto che residua maggiormente per il proprietario oltre a quello di cederne la nuda

proprietà e una limitazione notevole per l'usufruttuario.

L'usufrutto è cedibile se non è vitato dal titolo e dalla legge perché i modo di

costituzione dell'usufrutto sono legale o volontario. Sull'usufrutto legale c'è una

norma art. 324 c.c. (usuprutto dei genitori sui beni dei figli) che secondo certa

dottrina non sarebbe un usufrutto legale, cioè svanito quello del coniuge superstite a

seguito della riforma del diritto di famiglia del 75 era rimasto l'art. 324. Tuttavia

questo usufrutto ha una specifica destinazione, ossia deve essere destinato ai bisogni

della famiglia e questa funzionalizzazione del diritto secondo qualcuno ne snatura la

natura di usufrutto.

L'usufruttuario deve fare l'inventario a sue spese delle cose che formano oggetto

del diritto e deve prestare idonea garanzia a tutela del diritto del proprietario alla

restituzione del bene una volta che cessi l'usufrutto.

Ci sono regole di diligenza nella conservazione del bene: particolarità riguardanti le

cose consumabili e le cose deteriorabili. Per le cose consumabili si parla di quasi

usufrutto in quanto è impossibile pensare che se ho un usufrutto su cose consumabili

io restituisca le stesse cose ed è evidente che alla fine del diritto bisognerà restituire

qualcosa di equivalente in qualità e in quantità. Per le cose deteriorabili si restituirà

quello che resta secondo un uso diligente delle cose stesse.

Importante nell'usufrutto è la spartizione delle spese e dei pesi:

sul nudo proprietario gravano le imposte sulla proprietà con l'eccezione

• dell'IMU che grava sull'usufruttuario e sul titolare dei diritti d'uso e abitazione.

Le spese per la manutenzione straordinaria gravano sul proprietario.

Sull'usufruttuario gravano le spese per la manutenzione ordinaria, le spese di

• custodia e amministrazione, deve sopportare le imposte sul reddito e deve

corrispondere al proprietario gli interessi sulle somme versate dallo stesso,

quindi sia per le riparazioni straordinarie che per le imposte gravanti sulla

proprietà.

Nel caso di toltale perimento della cosa che forma oggetto di usufrutto il diritto si

estingue.

La legge poi sanziona l'abuso del diritto di usufrutto, ad esempio l'alienazione a

terzi art. 1015 c.c.

Ipotesi di surrogazione reale: il diritto non si estingue se perisce la cosa o gli viene

sottratta in caso di espropriazione ma si trasferisce sulle somme che vanno a

soddisfarlo. Per esempio perimento dovuto a fatto del terzo, se il terzo è responsabile

il mio diritto di usufrutto si trasferisce sulle somme dovute dal terzo. Oppure

perimento di cosa assicurata, io ho un diritto ventennale sulla cosa assicurata, se la

cosa perisce il mio diritto si trasferisce con questa surrogazione reale sulle somme

dovute dall'assicurato.

USO E ABITAZIONE

Nei diritti di uso e abitazione viene in rilievo la persona del titolare del diritto, nel

senso che si ha una particolare rilevanza di colui che è il titolare a diversi fini.

L'ambito dell'esercizio di questi diritti è circoscritto alla famiglia del titolare del

diritto, l'art. 1023 c.c. la descrive e la dottrina ritiene che questo articolo non sia

tassativo, che prevede solo i discendenti e le persone di servizio. La dottrina ritiene

che comunque questo ambito della famiglia ai sensi dell'art. 1023 c.c. debba ritenersi

esteso a tutte le persone che formano il nucleo famigliare con problemi però nella

determinazione della quantità di frutti che possono essere fatti propri dall'usuario.

Ipotesi di uso e abitazione di fonte legale, cioè è la legge che le prevede, vi è l'art.

540 c.c. dove si prevede che alla morte di un soggetto il coniuge ha il diritto

d'abitazione della residenza famigliare e di uso sui mobili che la compongono. L'art.

1026 c.c. prevede il rinvio alle norme dell'usufrutto in quanto applicabili.

Il diritto d'uso è il diritto di usare una cosa mobile o immobile. Se la cosa è fruttifera

l'usuario può far propri i frutti della cosa stessa però nei limiti del bisogno proprio e

della propria famiglia. Ed ecco che allora viene in rilievo quell'ambito della famiglia

dell'art. 1023 c.c. Nel caso in cui la cosa sia fruttifera l'usuario sopporta le spese di

coltura per mettere a frutto la cosa, le riparazioni ordinarie e i tributi.

Il diritto di abitazione consiste nel diritto di abitare e connesso a questo contenuto

l'oggetto è necessariamente una casa. Anche in questo caso il diritto è personale, non

può essere ceduto.

SERVITU' PREDIALI

"Predium" in latino significa fondo e in effetti il rapporto con i fondi è fondamentale

nelle servitù. Le servitù prediali sono disciplinate dagli art. 1027 al 1099 c.c. L'art.

1027 c.c. contiene la definizione delle servitù prediale: la servitù prediale consiste nel

peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso

proprietario. Da questa definizione si traggono i tre elementi essenziali della servitù

che costituiscono quegli elementi tali per cui in loro assenza non siamo di fronte ad

un diritto di servitù: peso, utilità, fondo servente e fondo dominante appartenenti a

proprietari diversi.

Peso: il diritto di proprietà consiste nel godere e disporre della propria res in modo

pieno ed esclusivo, ed ecco che il peso si configura come una restrizione, una

limitazione, imposta al godimento e comunque a tutti i poteri del proprietario previsti

dall'art. 832 c.c. sul fondo servente cui corrisponde un vantaggio (utilità) del fondo

dominante. Quindi il fondo che subisce il peso si chiama fondo servente, mentre il

fondo che trae beneficio dal peso imposto sul fondo servente si chiama fondo

dominante.

Le servitù sono un rapporto che intercorre fra due fondi in maniera oggettiva,

indipendentemente da chi siano i loro proprietari.

Io non posso restringere il diritto di proprietà altrui fino al punto di pretendere che

faccia qualcosa in favore del fondo dominante, quindi il peso può consistere

solamente in un pati (sopportare) oppure in un non facere, ossia in un non far niente

che permette però al fondo dominante di trarre una utilità. Correlativamente, nel caso

in cui il fondo servente sia gravato da una servitù di pati o di non facere la servitù dal

lato del fondo dominante avrà o una servitù attiva e quindi il diritto di pretendere

qualcosa dal fondo servente come per esempio l'acqua, oppure una servitù negativa

e quindi posso proibire che determinate comportamenti avvengano sul fondo

servente. L'importante è che il peso non può consistere in un comportamento di fare,

ossia di un'attività del fondo servente.

A maggior ragione conseguenza del fatto che sul fondo servente non possono essere

imposti attività attive ne consegue anche che le spese di esercizio e di conservazione

della servitù graveranno sul fondo dominante, perché sul fondo servente non si può

far altro che imporre una semplice restrizione salvo che il titolo disponga

diversamente.

Diverso dal rapporto di servitù sono delle prestazioni accessorie che, sempre per

legge o per il titolo, possono essere imposte dal fondo servente, in questo caso si

parla obbligazioni propter rem che individuano il loro titolare sulla base della

titolarità del fondo servente.

Utilità: vantaggio che il fondo dominante trae dall'asservimento del fondo servente.

L'utilità deve essere connotata dal requisito della predialità, ossia deve trattarsi di

utilità fra fondi e non fra proprietari del fondo perché se l'utilità, che è determinata

dall'asservimento del fondo servente, andasse a favore di una persona e non di un

altro fondo si avrà una fattispecie di servitù irregolare o personale che non sono

diritti reali ma diritti obbligatori.

Questa utilità deve consistere o in un vantaggio economico oppure in una maggiore

comodità.

L'utilità che può scaturire dalla servitù, e quindi di fatto il contenuto della servitù non

è prestabilito dal nostro legislatore, salvo che non si tratti di servitù tipiche. La

dottrina e la giurisprudenza ritengono che dove siano presenti le tre caratteristiche

siamo comunque in presenza di un diritto reale.

L'utilità può essere una utilità futura: si può costituire una servitù su un fondo

servente a favore di un fondo dominante per una utilitù che non è esistente al

momento per il fondo dominante ma che lo sarà un domani. Addirittura si può

costituire una servitù su un fondo che ancora deve essere costruito, ad esempio in fase

di progettazione può essere previsto che determinati fondi siano tra loro legati da

rapporto di servitù. Nel caso in cui il fondo è da costruire la servitù verrà messa nel

momento in cui il fondo sarà costruito. L'importante, al fine di configurare l'utilità, è

che questa sia perpetua, cioè che non sia qualcosa di temporaneo.

Fondo servente e fondo dominante: l'ultimo presupposto per l'esistenza di una

servitù è l'esistenza di due o più fondi appartenenti a due o più proprietari distinti.

Due o più fondi che dovranno essere vicini, ma la vicinanza può anche essere relativa

tant'è vero che esiste la servitù di elettrodotto oppure la servitù di passaggio di reti

elettriche in cui la vicinanza tra i fondi è molto relativa e quindi è un concetto che

deve essere calettato di caso in caso.

La nescessità di due o più proprietari distinti discende dal principio per cui nessuno

può servire il proprio bene, cioè non avrebbe senso che un proprietario rendesse una

parte del proprio fondo servente rispetto ad un'altra parte del proprio fondo che

diventerebbe dominante, cioè necessariamente i due fondi devono essere distinti.

Da queste caratteristiche derivano due qualità generali delle servitù:

1. inseparabilità dal fondo servente e dominante: è un altro modo per dire

ambularietà passiva e ambularità attiva, cioè a prescindere di chi diventi

proprietario del fondo servente e del fondo dominante, le servitù non saranno

separabili da questi fondi. Quindi una volta costituite o si estinguono oppure a

quel fondo rimarranno una qualità di quel fondo e seguiranno i diversi

proprietari.

2. Indivisibilità del fondo servente e dominante: significa che la servitù si

estende a tutto il fondo.

Costituzione della servitù:

1. coattivamente: le servitù coattive sono quelle il cui titolo costitutivo trova

fondamento nella legge, quindi nel codice civile si trovano sette ipotesi di

servitù tipiche in cui il legislatore ha fatto un contemperamento tra gli interessi

di quello che protrebbe essere fondo dominante e di quello che potrebbe essere

un fondo servente ritenendo che l'interesse del fondo dominante che risulti

prevalente assegnando al titolare del fondo dominante un diritto potestativo, e

quindi un diritto che si può esercitare senza la cooperazione della controparte,

di ottenere l'imposizione della servitù su fondo altrui. Come si esercita questo

diritto: un soggetto dice all'altro di volere istituire una servitù sul suo fondo

perché la legge gli riconosce questo diritto, se si mettono d'accordo

costituiscono una servitù con un contratto ma sarà comunque coattiva il

proprietario del fondo servente è d'accordo. Se invece il proprietario del fondo

servente non è d'accordo bisogna ricorrere al giudice chiedendo una sentenza

costitutiva o alla pubblica amministrazione a seconda della servitù che voglio

porre in essere. È prevista un indennità al fondo servente che nel caso in cui la

servitù venga costituita d'accordo sarà stabilita dalle parti, nel caso in cui sarà

stabilita con sentenza sarà stabilità dal giudice. Al fine di poter esercitare la

servitù costituita coattivamente per contratto o comunque per sentenza prima il

proprietario del fondo dominante dovrà pagare l'indennità al proprietario del

fondo servente dopo di che potrà iniziare ad esercitare la servitù. Questa è una

sortà di tutela prevista per il proprietario del fondo servente che già si vede

imposta una restrizione al proprio diritto di proprietà.

Le servitù coattive sono: passaggio coattivo; acquedotto coattivo; scarico

coattivo di acque; appoggio chiuse; somministrazione d'acqua; elettrodotto

coattivo. Le ipotesi di servitù di passaggio coattivo, cioè quando la legge

riconosce al proprietario del fondo dominante il diritto di chiedere al

proprietario del fondo servente l'imposizione di una servitù di passaggio,

quando ad esempio un fondo rimane completamente intercluso all'interno

di altri fondi e che non ha accesso alla via pubblica e che quindi il

proprietario per rientrare nel proprio fondo non ha altro modo che passare

all'interno della proprietà di un altro soggetto, in questo caso è riconosciuta la

possibilità di costituire una servitù di passaggio. Oppure è anche possibile che

il fondo non sia intercluso totalmente ma sia intercluso in maniera

relativa, ossia permetta il passaggio ad una persona ma non il transito di

veicoli meccanici, in questo caso non si va a costituire ex novo un passaggio

ma si va ad ampliare il passaggio già esistente e quindi la servitù già esistente

si va ad ampliare e l'ampliamente avverrà a discapito del fondo altrui. Una

terza ipotesi è quella dell'accesso alla via pubblica è inadatto e insufficiente

ai bisogni del fondo e l'impossibilità di ampliarlo. Per la costruzione del

passaggio la legge prevede già l'esclusione di casi, cortili, giardini o altro, e in

ogni caso come criteri generali quelli del minor danno e della maggiore

brevità fermo restando che è comunque dovuta una indennità al proprietario

del fondo servente.

Volontariamente: per contratto o per testamento. Le servitù essendo diritti

2. reali hanno bisogno di un contratto con una forma scritta ad substantiam e

inoltre devono essere trascritte nei pubblici registri immobilitari affinche

possono essere opposte a terzi e quindi possono godere di quel criterio

dell'assolutezza di tutela. Le servitù possono essere anche costituite per

testamento e in questo caso dovrà essere trascritta l'accettazione dell'eredità

perché prevede l'accettazione di un diritto reale.

3. possono anche essere costitutite, salvo che non si tratti servitù non apparenti,

per usucapione o per destinazione del padre di famiglia: per quanto

riguarda la destinazione del padre di famiglia si costituisce una servitù quando

due fondi adesso divisi e quindi di proprià differenti appartenevano un tempo

ad un unico proprietario, se questo proprietario non aveva all'interno del suo

grande fondo proprietà reciproche ma aveva determinato che un fondo fosse

servente rispetto all'altro, allora se un domani i due fondi poi si fossero divisi

sorgerebbe una servitù per il padre di famiglia. Quindi fondi che

originariamente appartenevano ad un unico proprietario, se erano legati da

rapporti che possono costituire delle sevitù, a quel punto le servitù sono

costituite prescindendo dalla volontà delle parti, dai nuovi proprietari, oppure

dall'intervento giudiziario.

Esercizio delle servitù: il codice ci da delle indicazioni che hanno valore dispositivo

conseguentemente si applicano solo nel caso in cui il titolo non preveda altrimenti.

Rilevanza del possesso: il contenuto della servitù, e conseguentemente il suo modo

di esercizio, presume anche dal possesso e quindi da come di fatto viene esercitata la

servitù stessa. Nell'ambito dell'esercizio della servitù non rientra solo ciò che è

espressamente previsto ma anche tutte quelle facoltà accessorie che siano necessarie

per l'esercizio dedotto nel titolo oppure nella legge. Valore e principio generale è

quello dell'esercizio in modo civile e quindi in modo da recare il minor aggravio el

fondo servente e infatti nel dubbio sull'estensione dell'esercizio della servitù e

sull'estensione del contenuto della servitù si deve sempre propendere per

quell'esercizio che determini il minor aggravio per il fondo servente. Divieto di

diminuire l'esercizio della servitù.

Estinzione della servitù:

rinuncia da parte del titolare: che può essere anche fatta dal titolare stesso

• con atto unilaterale; mentre se il titolare rinuncia a fronte di un corrispettivo

deve essere posto in essere un atto bilaterale.

Termine o condizione risolutiva: se previste nel titolo.

• Confusione.

• Prescrizione estintiva: per il suo mancato utilizzo per 20 anni. Nel caso in cui

• vi sia una servitù negativa, che attribuisce al titolare della servitù un diritto di

proibile un certo comportamento, da quando il proprietario del fondo servente

ha violato il dovere di non facere, che costituisce il contenuto della servitù, e

per 20 anni e non utilizzo più la mia servitù a quel punto si estingue la servitù.

La quiescenza è la impossibilità fattuale di esercitare la servitù oppure la

cessazione dell'utilitas: la quiescenza non determina l'estinzione della servitù,

ma questa si verificherà per prescrizione.

Il modo di esercizio della servitù è imprescrittibile.

Nel caso di servitù coattiva la servitù si estingue per una sentenza che accerti i

• venir meno dei presupposti legali per l'esistenza di una servitù coattiva

azionata dal proprietario del fondo servente.

Tutela della servitù: le servitù godono di una tutela che può essere azionata nei

confronti di chi contesta l'esistenza della servitù oppure la consistenza della servitù. Il

titolare della servitù può esperire la actio confessoria dove lui chiede l'accertamento

del diritto di servitù e quindi si chiede una sentenza che accerti l'esistenza del diritto

di servitù ed eventualmente chiedere la cessazione delle turbative oltre che al

risercimento dei danni.

Le servitù godono anche della tutela possessoria.

DIRITTI REALI DI GARANZIA:

PEGNO E IPOTECA

Contestualizzazione: il rapporto obbligatorio è un rapporto che lega il creditore e

debitore in funzione del quale il creditore esige dal debitore un adempimento. La

garanzia principale che il creditore ha nel caso di inadempimento del debitore sono i

beni presenti e futuri art. 2740 c.c. (garanzia patrimoniale generica). Quindi il

creditore in caso di inadempimento può espropriare i beni del debitore nelle forme

previste del codice di procedura civile e soddisfare il proprio credito.

Le esecuzioni sono di tipo mobiliare, immobiliare e presso terzi, sono tutte

accomunate da un procedimento che prevede l'espropriazione dei beni di proprietà

del debitore, la vendita di questi beni e l'assegnazione al creditore di quanto ricavato

art. 2910 c.c.

Questo vale quando ci sia un solo creditore che fa espropriare. Nel caso però di

concorso di creditori e cause di prelazione, art. 2741 c.c., i creditori hanno eguale

diritto di essere soddisfatti sui bei del debitore salvo le cause legittime di prelazione.

Sono cause legittime di prelazione: i privilegi, il pegno e l'ipoteca. Questi istituti

servono ad assegnare una preferenza al creditore titolare di queste cause di prelazione

nei confronti degli altri creditori concorrenti.

PRIVILEGI – ART. 2745 c.c.

“Il privilegio è accordato dalla legge in considerazione della causa del credito”.

Ciò significa che, a differenza del pegno e dell'ipoteca, possono successivamente

abbinarsi ad un credito di qualunque genere. Il privilegio sorge e costituisce la qualità

del credito. Quando un credito sorge, se è fra quei crediti che la legge prevede come

privilegiati, il mio credito sarà di per sé solo in ragione della sua causa privilegiato

(solamente perchè deriva da quella determinata causa).

Ai sensi dell'art. 2746 c.c. i privilegi possono essere:

generali , ossia su tutti i beni mobili del debitore;

1. speciali , ossia su determinati beni mobili o immobili del debitore.

2.

Efficacia del privilegio art. 2747 c.c.: il privilegio generale non può esercitarsi in

pregiudizio di diritti spettanti ai terzi sui mobili che ne formano oggetto, cioè il

privilegio generale sussiste sui beni mobili del debitore solo nella ragione in cui quei

mobili siano nel patrimonio del debitore. Il privilegio generale sui beni mobili non

attribuisce il diritto di sequela, vale fin tanto che quei beni sono nel patrimonio del

debitore.

Il privilegio speciale, attribuisce il diritto di sequela e si può acquistare in pregiudizio

dei diritti acquistati dai terzi posteriormente al sorgere di esso. Cioè se io ho un

privilegio su un bene mobile o immobile determinato e quel bene esce dal patrimonio

del mio debitore e viene acquistato nel patrimonio di un terzo, in ragione del diritto di

sequela, io posso seguire quel bene e poi espropriarlo nel patrimonio del terzo che lo

acquistato nonostante questo non c'entri niente. Il rapporto di credito è nato nei

confronti di colui che ha venduto a quel terzo quel bene. Ma in forza del privilegio

speciale io posso seguire quel bene anche se venduto X volte.

Il privilegio speciale non prevale sul pegno ma prevale sull'ipoteca art. 2748 c.c.

Quali sono i privilegi c'è lo dice la legge: privilegi sui mobili art. 2751 c.c. e

seguenti, importante è il 2751 bis. In ipotesi di indebitamento di una società sono

sempre garantiti i diritti dei lavoratori subordinati. Se una ditta fallisce e ha debiti

verso X fornitori ma ha dipendenti, questi devono essere pagati con preferenza,

perchè hanno i privilegi sui beni mobili del debitore.

Se i beni mobili del debitore verranno venduti, i primi ad essere pagati saranno i

lavoratori dipendenti. Il secondo privilegiato sui beni mobili è lo stato con i tributi.

Un particolare privilegio speciale è quello previsto dall'art. 2756 c.c., ossia il diritto

di ritenzione.

Dopo che la legge ci dice quali sono i vari crediti che nascono con privilegio, all'art.

2777 c.c. ci dice l'ordine con cui i privilegi vengono pagati. Le preferenze sulle

spese di giustizia: sono preferiti ad ogni altro credito anche pignoratizio e ipotecario.

La legge dice che nel caso in cui vengano venduti i beni del debitore si va a pagare

per primo chi ha sostenuto spese di giustizia cioè l'avvio di una procedura esecutiva

individuale o concorsuale ha dei costi e chi li sostiene è privilegiato sulla vendita.

PEGNO E IPOTECA: altre cause legittime di prelazione

Tradizionalmente, il pegno e l'ipoteca, sono speciali garanzie reali su cosa altrui

funzionali ad assicurare al creditore il soddisfacimento di un proprio credito.

Sono diritti reali in quanto caratterizzati dall'inerenza a beni, caratteristica comune

dei diritti reali e attribuiscono il diritto di sequela. Sono su cosa altrui perchè il

creditore ottiene su un bene del debitore questa determinata causa di prelazione che

sono appunto il pegno e l'ipoteca.

Nel caso di inadempimento del debitore, il pegno e l'ipoteca attribuiscano la facoltà di

far espropriare quel determinato bene gravato da pegno e ipoteca. Nel caso di

concorrenza di più creditori, il pegno e l'ipoteca assicurano il diritto di prelazione e

nel caso di creditori privilegiati devono comunque scontrarsi con i creditori

privilegiati.

Nel caso in cui un creditore sia imprenditore ed ha debiti verso una banca che per

erogargli il finanziamento ha posto un'ipoteca, l'imprenditore non ha nemmeno

pagato i suoi dipendenti e l'imprenditore fallisce e si avvia la procedura che mette in

vendita tutti i beni e dalla liquidazione viene fuori un prezzo e per prima vengono

pagati i dipendenti, perchè hanno un privilegio, poi la banca.

Se ci fossero dipendenti, banca e fornitori, ad essere pagato dopo i dipendenti sarà la

banca che è il creditore ipotecario.

I creditori si chiamano prelatizi privilegiati o ipotecari pignoratizi.

Ultimo pericolo per il creditore: va in banca, mi faccio dare un finanziamento grosso

senza mettere ipoteca sugli immobili. Se il debitore che va in banca vende in blocco

tutto e poi non adempio la prestazione verso la banca, la banca può recuperare i beni

dal terzo al quale ho venduto? No perchè non avendo ipoteca iscritta su quel bene non

può seguirlo, se mette ipoteca sul bene immobile la banca può espropriare quel bene

gravato da ipoteca.

Azione che tutela il creditore: per recuperare quel bene già uscito dal debitore si

ricorrerà all'azione revocatoria che serve a rendere inefficace verso il creditore

precedente quel determinato atto dispositivo. Quella vendita che il debitore ha fatto

per liberarsi da qualsiasi bene nel suo patrimonio può essere revocata dal creditore.

Differenze principali tra pegno e ipoteca sono due:

l'oggetto che può essere gravato di pegno o di ipoteca : sui mobili si ha il

1. pegno, sugli immobili l'ipoteca.

modo in cui vengono posti in essere (costituzione) : per la costituzione del

2. pegno è necessario che sul bene su cui viene costituito il pegno venga

consegnato al creditore. L'ipoteca invece si iscrive nei pubblici registri,

rientrano anche gli immobili suscettibili di pubblicità. L'ipoteca deve essere

iscritta ed ha una pubblicità costitutiva.

Caratteristiche comuni:

Cessorietà : entrambi sopravvivono in quanto sopravvive l'obbligazione che

1. garantiscono. Se l'obbligazione manca il tipico modo di estinzione

dell'obbligazione è l'adempimento e successivamente decade il pegno e

l'ipoteca. Lo stesso avviene per impossibilità sopravvenuta.

Specialità e determinatezza : la specialità è sui beni su cui viene costituito

2. pegno o ipoteca. Il privilegio generale è costituito su tutti i beni mobili del

debitore. Pegno e ipoteca invece sono costituiti su singoli e determinati beni

con singoli e determinati crediti.

Indivisibilità : pegno e ipoteca sussistono sull'intero bene per l'intero credito.

3.

Normativa comune alle due figure: art. 2742 c.c. se la cosa data in pegno o sulla

quale grava ipoteca perisce ma era assicurata, il risarcimento devoluta

dall'assicurazione, su quella somma si soddisferà il creditore ipotecario o

pignoratizio. La somma che la compagnia assicurativa pagherà per il perimento del

bene si surroga al bene stesso come garanzia del creditore.

Diminuzione della garanzia: art. 2743 c.c. se la cosa data in pegno o sulla quale

grava l'ipoteca perisce o si deteriora in maniera tale da non essere più sufficiente a

garantire il mio credito, il creditore può:

o chiedere l'integrazione dell'ipoteca della propria garanzia, quindi

• estendere l'ipoteca anche ad altri beni;

o chiedere il pegno su altri beni;

• oppure chiedere il pagamento immediato al debitore.

Patto commissorio: patto in forza della quale la cosa data in pegno o sulla quale

grava l'ipoteca, in caso di inadempimento del debitore passa di proprietà al creditore.

La ratio del divieto di questo patto è che non si può passare all'espropriazione forzata,

o il bene dato in pegno o in ipoteca ha valore maggiore del credito, o perchè si viola

la par condicio creditorium perchè se la proprietà passa a uno gli altri creditori non

possono quindi soddisfarsi.

PEGNO

Il pegno è un contratto reale che si perfeziona con la consegna e conseguentemente lo

spossessamento. La consegna del bene dato in pegno va nelle mani del creditore ma

anche ad un terzo, persona di comune fiducia. Deve essere un terzo tale che il

debitore non possa utilizzare il bene senza che il creditore ne venga a conoscenza.

Il contratto reale non richiede una particolare forma scritta salvo che il credito non sia

superiore a 2,58 euro. Ci deve essere data certa e indicante il credito e la cosa data in

pegno. Il pegno può essere costituito anche da un terzo. Non è necessario che il bene

gravato da pegno sia del proprietario, questo vale anche per l'ipoteca. L'oggetto: il

pegno è costituito su particolari beni mobili.

Il pegno irregolare e il pegno rotativo sono particolari ipotesi di pegno in ragione

dell'oggetto. Nel pegno irregolare viene data in pegno una quantità di cose fungibili

mobile, cioè il denaro. Se io do denaro a garanzia di un credito ti do la proprietà, in

questa ipotesi si verifica il deposito cauzionale, cioè il creditore diviene debitore del

proprio debitore della somma che gli viene data e se un domani il debitore si rendesse

inadempiente opera la compensazione. Il debitore del debitore è anche creditore e se

c'è inadempimento vale anche la posta di credito.

Il pegno rotativo si prevede che la cosa mobile data in pegno possa sostituirsi nel


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

217

PESO

180.17 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marty.pop di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Passagnoli Giovanni.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto privato

Manuale di diritto privato, Torrente - Appunti
Appunto
Diritto privato - il diritto di famiglia
Appunto
Il rapporto obbligatorio
Appunto
I conflitti di leggi nello spazio
Appunto