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Diritto penale - Sentenza 364 della Corte Costituzionale

Appunti di Diritto penale con analisi dei seguenti argomenti: la responsabilità oggettiva e la colpa in attività illecita, il compromesso, le dinamiche delle semplificazioni previste nell’attività processuale, le conseguenze della sentenza della Corte Costituzionale n.364... Vedi di più

Esame di Diritto penale docente Prof. F. Coppi

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delle fattispecie in esame: “il requisito della colpa, per lo meno in giurisprudenza, non apporta

35 36

alcuna significativa limitazione” alla responsabilità per la conseguenza ulteriore non voluta .

Ciò significa che le antiche ragioni del successo, del fascino della responsabilità oggettiva fanno

ancora presa sulle corti tedesche e austriache: le esigenze di semplificazione processuale e

soprattutto lo sfogo di istanze ‘primitive’ di punizione, particolarmente forti quando ci si trova di

fronte ad un ‘delinquente’ che ha commesso un fatto di sangue, finiscono così per far soccombere

spesso la colpa – pur legislativamente prevista – ai piedi della responsabilità oggettiva.

E’ necessario, allora, prestare orecchio a questi tre campanelli d’allarme che ci avvertono del

pericolo che, una volta inserita la colpa nelle fattispecie in parola, la responsabilità oggettiva, nella

concreta prassi giurisprudenziale, torni comunque ad insinuarsi di nuovo, in forma mascherata,

subdola, prendendo così il sopravvento sulla colpa; del pericolo, quindi, che l’introduzione, anche

nel nostro ordinamento, del limite della colpa rispetto agli eventi preterintenzionali e/o aggravanti

possa tradursi, in sede di applicazione giurisprudenziale, in una clamorosa frode delle etichette: si

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scrive colpa, si legge responsabilità oggettiva .

Come sventare un siffatto pericolo? Come garantire appieno la capacità di rendimento della colpa?

Come incrementare la resistenza della colpa di fronte alle lusinghe della responsabilità oggettiva?

Tre rimedi:

1) in primo luogo, a livello dogmatico, sgombrando il campo, in via definitiva e consapevole, da

tutte quelle ambiguità (lessicali o sostanziali) che ostacolano una piena e consapevole affermazione

della colpa in attività illecita (e, quindi, no colpa specifica; no responsabilità da rischio totalmente

illecito; non invocare presunti ostacoli logico-normativi alla configurabilità della colpa in attività

illecita);

2) in secondo luogo, a livello dogmatico ed applicativo, approfondendo la riflessione sulla

fisionomia, sui contenuti della colpa in attività illecita. Occorre, in altre parole, acquisire

consapevolezza del fatto che la colpa in attività illecita è la stessa cosa della colpa in attività lecita.

La colpa, collocata in territorio illecito, non deve, cioè, subire alcuna modificazioni nella sua

35 V. libro, IX, 3 e 4 per la Germania, e XIII, 2 e 4 per l’Austria. V. pure KÜPPER, Zur Entwicklung, p. 799.

36 Invero, i giudici tedeschi ed austriaci mostrano una costante propensione a punire la conseguenza qualificante dei delitti-base

dolosi, soprattutto quando si tratta dell’evento morte – e ciò anche a costo di mettere a soqquadro la dommatica della colpa.

Emblematica di tale atteggiamento è la sentenza BGH 22.9.1971, leading case dell’orientamento secondo il quale la colpa, rispetto

all’evento qualificante, si riduce alla sola prevedibilità: si ricorderà, infatti, come la Corte abbia fatta propria questa particolare

ricostruzione della colpa sospinta dal motivo contingente di escludere rilevanza discolpante allo stato di ubriachezza degli imputati,

al fine di poterli comunque punire per la morte cagionata in tale stato: v. supra, IX, 4.2.

37 Preoccupazione in tal senso è espressa anche da MARINUCCI, Finalismo, cit., p. 371 (“l’apposizione del limite della colpa rischia

di tradursi – in tutti gli ordinamenti – in un’operazione cosmetica, destinata solo a camuffare la sopravvivenza della responsabilità

obiettiva”), nonché da CONTENTO, La responsabilità senza colpevolezza, cit., p. 519 (l’introduzione nel nostro ordinamento di una

norma del tipo del § 18 StGB ted. “rischierebbe di generare (…) un vero e proprio «imbarbarimento» della stessa categoria della

colpa (…); anzi, potrebbe determinarsi un più deciso e irreversibile orientamento della giurisprudenza verso la totale identificazione

fra colpa e responsabilità oggettiva, ad onta della innovazione legislativa”). 22

fisionomia e nel suo contenuto per effetto della circostanza che l’agente, attraverso il delitto-base

doloso, si è collocato in un’area di illiceità penale. Breve: la colpa di chi, attraverso un delitto

doloso, cagiona una conseguenza ulteriore non voluta (ad es., morte o lesioni), va concepita ed

accertata allo stesso modo della colpa di colui che, nell’esercizio di una qualsiasi attività lecita

(guidando la sua automobile, esercitando la sua professione sanitaria, dirigendo i lavori in un

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cantiere etc.), cagiona quello stesso evento non voluto di morte o lesioni .

Se, per contro, la colpa in attività illecita, così come è successo in Germania e in parte in Austria,

viene indebolita, spolpata dei connotati propri e caratteristici della colpa tout court – e penso

principalmente alla violazione della regola cautelare – essa è destinata a soccombere di fronte alla

responsabilità oggettiva: solo una colpa al completo dei suoi requisiti, solo una colpa con ‘succo e

sangue’ riesce, infatti, a garantire davvero un nesso di colpevolezza tra autore del delitto-base

doloso e conseguenza ulteriore, così fungendo da barriera alla responsabilità oggettiva.

3) in terzo luogo, a livello legislativo, sarà necessario che, de iure condendo, questa riflessione si

traduca in un intervento del nostro legislatore che, attraverso dati normativi univoci ed inderogabili,

sbarri l’accesso alle nostre Corti verso qualsiasi tentativo di accertamento della colpa in attività

illecita in termini riduttivi e/o presuntivi della colpa in attività illecita.

La legge dovrà, insomma, ‘costringere’ i giudici a subordinare l’imputazione della conseguenza

ulteriore non voluta alla verifica della presenza di una colpa vera e propria, sulla quale non gravi,

come una pesante ipoteca, l’illiceità dell’attività-base dolosa. E ciò potrà farsi, principalmente,

attraverso una definizione legislativa di colpa (colpa tout court, che vale tanto per le attività lecite

che per le attività illecite) che dia esplicito ed inderogabile rilievo ai connotati essenziali della

colpa; e proprio in tale direzione mi sembra si muova la definizione di colpa contenuta nel progetto

Grosso, ampiamente ripresa nel progetto Nordio:

prog. Grosso: art. 31, co. 1, prima stesura; e, senza modificazioni, art. 28, co. 1, seconda stesura:

“risponde a titolo di colpa chi, con una condotta che viola regole di diligenza, o di prudenza, o di

perizia, ovvero regole cautelari stabilite da leggi, regolamenti, ordini o discipline, realizza un fatto

costitutivo di reato che è conseguenza prevedibile ed evitabile dell’inosservanza della regola

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cautelare” .

Nella ‘Relazione all’articolato’ viene poi ulteriormente chiarito il senso della sottolineatura della

natura cautelare delle regole stabilite da leggi, regolamenti, etc.: “si parla specificamente di regole

38 Per una chiara impostazione dei termini del problema v. anche BRICOLA, Le definizioni normative nell’esperienza dei codici

penali contemporanei e nel progetto di legge-delega italiano, ora in BRICOLA, Scritti di diritto penale, Vol. I/II, cit., p. 1719:

“esiste un concetto unitario di colpa? Oggi che ci apprestiamo a introdurre una colpa rispetto all’evento aggravante nei reati aggravati

dall’evento (…), oggi che le circostanze del reato vengono imputate sulla scorta di un elemento di colpa, possiamo ancora dire che

questo concetto di colpa sia unitario, cioè che la colpa soprattutto in questi reati (che possono essere reati misti di dolo e colpa) sia la

stessa cosa che siamo abituati a ravvisare rispetto all’evento di una fattispecie?”.

39 Corsivo nostro. 23

«cautelari», allo scopo di evitare (sempre possibili) allargamenti arbitrari delle regole la cui

inosservanza può fondare la colpa (l’aggettivo ‘cautelare’ è stato formulato con riferimento alla sola

colpa specifica, in quanto è implicito che la violazione in cui si sostanzia un comportamento

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negligente, imprudente o imperito sia violazione di una regola sociale di doverosa cautela)” .

A questo punto possiamo provare a rileggere alcuni degli esempi che abbiamo finora utilizzato, per

mettere alla prova la nostra soluzione della ‘colpa’ al completo dei suoi requisiti ordinari:

1) C 14.1.2002 (ud. 5.11.2001), Pellegrino, in RP 2002, p. 206: nel corso di un alterco derivato da

un sinistro stradale, A minaccia B brandendo un martello; il marito di B, di anni 66, presente alla

scena, per lo spavento subito viene colto da malore e decede poco dopo in ospedale:

La Corte, per affermare la colpa, avrebbe dovuto verificare la violazione di una regola sociale di doverosa cautela, e

quindi chiedersi se l’evento morte fosse, in concreto, prevedibile ed evitabile dal punto di vista di un agente modello-

persona ragionevole. Occorreva, pertanto, porsi quanto meno le seguenti questioni: conosceva l’imputato la vittima?

sapeva (o poteva sapere) che era il marito di B? Sapeva (o poteva sapere) che il suo stato di salute era molto

cagionevole? Qual era l’aspetto esteriore della vittima? L’imputato poteva rendersi conto della presenza della vittima, o

questa era rimasta seduta nell’auto, o comunque discosta rispetto al luogo della lite?

2) T Rimini 3.11.1987, Zaouali: F cede una dose di eroina a E; E lo assume insieme a G; G muore a

seguito dell’assunzione dell’eroina

Andiamo a vedere il caso concreto, nel suo effettivo svolgimento:

Una sera E acquista dallo spacciatore F una dose di eroina c. d. ‘da strada’, per lire 120.000. La sera successiva, E

acquista sempre da F – al quale dice che “la roba era buona” – un nuovo quantitativo più ridotto, del valore di lire

90.000, della medesima sostanza (circa mezzo grammo). Quella sera E divide la dose con G, il quale decede

immediatamente dopo aver assunto la sostanza. Il Tribunale condanna lo spacciatore F per la morte di G, ex art. 586,

41

per responsabilità oggettiva .

Per contro, riteniamo che si sarebbe dovuto accertare l’eventuale presenza di colpa (vera e propria), chiedendosi se

dal punto di vista di una persona ragionevole, consapevole di cedere ad altri una sostanza tossica, l’evento morte di G

fosse prevedibile. Dalla motivazione della sentenza veniamo a sapere che lo spacciatore F trattò esclusivamente con E,

senza assolutamente sapere della destinazione di una parte della dose anche a G e senza, peraltro, che tale ulteriore

cessione, nella situazione concreta, risultasse prevedibile per una persona ragionevole: sia perché E si presentò in veste

di consumatore diretto della dose, e non di intermediario (al momento dell’acquisto disse infatti: “la roba era buona”);

sia perché, avendo E consumato presumibilmente da solo il superiore quantitativo della sera precedente, a maggior

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ragione avrebbe potuto consumare da solo anche il minore quantitativo, risultato letale per G .

40 Relazione all’articolato, cit., sub art. 31. Sottolinea l’“insistito richiamo” alle regole cautelari nella definizione di colpa del

progetto Grosso, anche FORTI, Sulla definizione di colpa nel progetto di riforma del codice penale, in AA.VV., La riforma, cit., p.

92.

41 T Rimini 3.11.1987, Zaouali, in CrP 1989, fasc. III, p. 101 (v. supra, VI, 4, caso 16).

42 Contra, il Tribunale di Rimini, il quale ritiene “fattore non eccezionale” la ulteriore cessione della dose, trattandosi di “un

comportamento caratteristico della fenomenologia del consumo di sostanze oppiacee” (cfr. T Rimini, 3.11.1987, cit., p. 114):

senonché tale giudizio, formulato ‘in astratto’, non sembra trovare riscontri nella ‘situazione concreta’. 24

Ma, pur ammesso, in via di mera ipotesi, che, nella situazione concreta, risultasse prevedibile la ulteriore cessione di

parte della dose ad altro soggetto, lo spacciatore F non conosceva, né poteva conoscere questo soggetto: e tale rilievo,

nel caso di specie, è fondamentale. Le risultanze peritali, infatti, esclusero la obiettiva pericolosità, per fattori

quantitativi e qualitativi, della sostanza ceduta. Invero, la morte di G fu dovuta non già ad assunzione di una quantità

massiva di droga, bensì al suo ridotto grado di tolleranza agli stupefacenti, conseguente ad un precedente tentativo di

disassuefazione: circostanza, questa, che non poteva essere in nessun modo conosciuta dallo spacciatore F. D’altra

parte, nemmeno la persona ragionevole, collocata al posto di F nella concreta situazione, avrebbe potuto prevedere che

la dose, venduta a E, venisse da questi ulteriormente ceduta proprio a persona con ridotto grado di tolleranza agli

stupefacenti e, quindi, altamente a rischio di overdose. L’acquirente E, infatti, si presentava come soggetto compos sui,

con pregresse esperienze nel settore del consumo di sostanze stupefacenti, sicché, ragionevolmente, si poteva fare

affidamento su un’acconcia destinazione da parte sua della dose cedutagli.

La responsabilità di F rispetto all’evento morte di G, andava, pertanto, esclusa per assenza di colpa perché non era

prevedibile, in concreto, un’ulteriore cessione da E a F e perché, in ogni caso, non era prevedibile, in concreto,

un’ulteriore cessione proprio a soggetto altamente a rischio di overdose.

3) C 20.1.2003 (ud. 14.11.2002), Solazzo, CED 223841-2, in CP 2004, p. 1269 (caso dei pescatori

che uccidono un subacqueo): la Corte non svolge la benché minima indagine sulla colpa e non si cura di

individuare gli elementi fondanti un’imputazione effettivamente colposa, quantunque il caso di specie (il subacqueo era

sprovvisto della boa di segnalazione) avrebbe dovuto imporre un’attenta verifica delle concrete modalità della condotta

“perché un’autentica responsabilità colposa degli agenti è predicabile soltanto laddove la presenza del subacqueo fosse

prevedibile, onde le circostanze riguardanti il luogo, la distanza dalla costa, la frequentazione in passato delle acque da

parte di pescatori subacquei, le cautele assunte prima del lancio sono essenziali per condurre ad affermare, o negare, la

responsabilità colposa in capo agli agenti”

Considerazioni finali sul QUANTUM della pena

Arrivati a questo punto – imputazione per colpa della conseguenza ulteriore non voluta di un

delitto-base doloso (e una colpa vera e propria, e non un suo simulacro) – siamo però solo a metà

dell’opera!

Adeguare le ipotesi delittuose in esame al principio di colpevolezza, infatti, non significa solo

subordinare la responsabilità alla commissione ‘colpevole’ (in questo caso, colposa) della

conseguenza ulteriore; ma significa altresì colpire la commissione colpevole del fatto con una pena

proporzionata alla colpevolezza espressa da quel fatto nel suo insieme.

La colpevolezza segna, infatti, un duplice limite alla responsabilità:

1) all’AN della responsabilità;

2) al QUANTUM di responsabilità.

il principio di colpevolezza, invero, “consta di due componenti: nessuna pena senza colpevolezza e

43

nessuna pena oltre la misura della colpevolezza (proporzionalità con la colpevolezza)” .

43 ZIPF, Kriminalpolitik, 1980, 2° ed., p. 65. 25

Dopo aver assicurato un effettivo legame di colpevolezza tra l’autore del reato-base doloso e la

conseguenza ulteriore non voluta (attraverso la colpa vera e propria), dovremo pertanto chiederci se

la pena attualmente prevista per il delitto preterintenzionale, delitti aggravati dall’evento e altre

ipotesi in esame sia proporzionata alla colpevolezza espressa dal fatto concreto, per verificare se il

principio di colpevolezza sia rispettato anche nella sua funzione di limite al quantum della

responsabilità.

A mio avviso tale verifica condurrà in molti casi ad un esito negativo: “anche a volere modellare

queste ipotesi [delitti preterintenzionali e aggravati dall’evento] come fattispecie miste di dolo e

colpa, il dosaggio delle sanzioni non risulta affatto coerente con i relativi connotati della

44

colpevolezza” . Come emerge, infatti, in modo macroscopico ed immediato dal confronto delle

pene dei delitti preterintenzionali e aggravati dall’evento con le pene derivanti dall’applicazione,

negli stessi casi, delle ordinarie regole del concorso di reati (formale e, in alcuni casi, anche

45

materiale), le pene previste dai primi sono, in molti casi, “estremamente più elevate” .

Ad es., la pena attualmente prevista per l’omicidio preterintenzionale è superiore alla pena che

deriverebbe non solo dal concorso formale tra percosse o lesioni dolose e omicidio colposo, ma

addirittura anche alla pena che deriverebbe dal concorso materiale (quindi, somma aritmetica!) di

percosse o lesioni dolose e omicidio colposo.

A questo punto ci troviamo di fronte ad un bivio:

- o troviamo una valida ragione che possa giustificare il loro particolare rigore sanzionatorio, e

quindi il loro mantenimento nel nostro ordinamento come autonome figure criminose,

- oppure dobbiamo prendere atto che queste gravi sanzioni sono soltanto un’ingombrante eredità

di epoche passate, e dovremo, quindi, procedere all’abolizione dell’intera categoria delittuosa con

conseguente libero operare delle ordinarie regole del concorso formale dei corrispondenti delitti

doloso e colposo.

Per giungere velocemente alla conclusione: io ho cercato di pormi di fronte a questo bivio,

analizzando i principali argomenti a sostegno della maggior pena dei delitti in esame (v. libro, cap.

XIV). Tuttavia, dopo essermi confrontato diffusamente con tali argomenti, pur significativi ed

egregiamente argomentati, non ritengo che essi siano tali da poter giustificare un surplus di pena,

44 CORBETTA, La cornice edittale, cit., p. 169; nello stesso senso, PULITANO’, Il principio di colpevolezza, cit., p. 523;

ARDIZZONE, I reati aggravati, cit., p. 164, p. 168; ALESSANDRI, Commento all’art. 27, comma 1, Cost., cit., p. 93;

CASTALDO, La struttura dei delitti, cit., p. 323 s.; FIANDACA, Considerazioni su responsabilità obiettiva, cit., p. 41;

CANESTRARI, voce “Preterintenzione”, cit., p. 719; LUNGHINI, Commento all’art. 43, cit., p. 324; FIANDACA-MUSCO,

Diritto penale, pt. gen., cit., p. 581; in passato, per alcuni rilievi critici sulle eccessive pene previste per i delitti preterintenzionali, v.

FINZI, Il “delitto preterintenzionale”, cit., p. 158; SPASARI, Osservazioni sulla natura giuridica, cit., p. 258.

Anche la dottrina svizzera e quella spagnola hanno censurato con vigore la sproporzione tra misura delle pene dei delitti qualificati

dall’evento e colpevolezza, e di tali censure il legislatore ha tenuto conto in occasione delle riforme del 1989 (in Svizzera) e del 1995

(in Spagna): v. infra, 15.2 e 15.3. La dottrina austriaca, invece, non sembra particolarmente preoccupata del particolare rigore

sanzionatorio dei delitti qualificati dall’evento: v. supra, XIII, 5.2.

45 WELZEL, in Niederschriften, Band 5., cit., p. 49. 26

che altro non è, quindi, che un’ingombrante eredità di epoche passate, un rigurgito quoad poenam

della logica del versari in re illicita. Poiché, pertanto, non c’è ragione per punire di più queste

ipotesi, non c’è neppure bisogno di fattispecie ad hoc che le incriminino, bastando all’uopo già le

regole generali in tema di concorso di reati: abolizione di tutti i delitti preterintenzionali e aggravati

dall’evento, nonché di 586.

Soluzione del resto già praticata in altri ordinamenti: v. Spagna, Svizzera, Svezia, dove non

esistono, invece, apposite fattispecie criminose. Una volta abrogate le fattispecie incriminatrici ad

hoc, i casi sopra esemplificati verrebbero inquadrati nello schema ‘generale’ del concorso formale

di reati, segnatamente del concorso tra il delitto doloso (es. minaccia, lesioni etc.) e il delitto

colposo di omicidio (o di lesioni, o di incendio, etc.) – con eventuale utilizzo della categoria della

colpa grave (in aggiunta alla colpa) al fine di poter apprestare una risposta sanzionatoria meglio

articolata e declinabile al caso concreto.

Solo in tal modo, a mio avviso, troveremo una soluzione al problema dell’imputazione della

conseguenza ulteriore non voluta di un delitto-base doloso pienamente conforme al principio di

colpevolezza, cioè al principio che impone “nessuna pena senza colpevolezza; nessuna pena più

grave senza colpevolezza più grave”. 27

SENTENZA N.364

ANNO 1988

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del Popolo Italiano

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente

Prof. Francesco SAJA,

Giudici

Prof. Giovanni CONSO

Prof. Ettore GALLO

Dott. Aldo CORASANITI

Prof. Giuseppe BORZELLINO

Prof. Renato DELL'ANDRO

Prof. Gabriele PESCATORE

Avv. Ugo SPAGNOLI

Prof. Francesco Paolo CASAVOLA

Prof. Antonio BALDASSARRE

Prof. Vincenzo CAIANIELLO

ha pronunciato la seguente SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 5, 42, 43 e 47 del codice

penale e dell'art. 17, lett. b), della legge 28 gennaio 1977, n. 10 (Norme per

l'edificabilità dei suoli) promossi con le seguenti ordinanze:

1) ordinanza emessa il 22 luglio 1980 dal Pretore di Cingoli nel procedimento

penale a carico di Marchegiani Mario ed altri, iscritta al n. 694 del registro 28

ordinanze 1980 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 338

dell'anno 1980;

2) ordinanza emessa il 14 maggio 1982 dal Pretore di Padova nel procedimento

penale a carico di Marin Giacinto, iscritta al n. 472 del registro ordinanze

1982 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 351 dell'anno

1982.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell'udienza pubblica del 29 settembre 1987 il Giudice relatore Renato

Dell'Andro;

udito l'Avvocato dello Stato Giorgio Azzariti per il Presidente del Consiglio

dei ministri. Considerato in diritto

l.- Le ordinanze in epigrafe propongono analoghe questioni: riuniti i giudizi,

le stesse questioni possono, pertanto, esser decise con unica sentenza.

2. - L'ordinanza di rimessione del Pretore di Cingoli riferisce che agli

imputati e stata contestata la contravvenzione di cui all'art. 17, lettera b),

della legge 28 gennaio 1977, n. 10 e l'ordinanza di rimessione del Pretore di

Padova riferisce che l'imputato é stato chiamato a rispondere della

contravvenzione di cui all'art. 666 c.p.: mentre le predette ordinanze risultano

sufficientemente motivate in ordine alla rilevanza non si può qui far

riferimento al notissimo indirizzo giurisprudenziale relativo alla <buona fede>

nelle contravvenzioni senza impostare e risolvere il generale problema della

legittimità dell'art. 5 c.p.: a parte la sua non uniformità, il predetto

indirizzo giurisprudenziale, come in seguito si motiverà, non trova fondamento

nella vigente legislazione a causa della norma di <sbarramento>, di cui all'art.

5 c.p., che impedisce ogni rilievo, comunque, all'ignoranza della legge penale,

sia essa qualificata o meno. Come é stato esattamente rilevato, disciplinando un

elemento negativo (l'ignoranza) lo stesso articolo non offre possibilità

d'operare distinzioni di disciplina tra le diverse cause dell'ignoranza o tra le

varie modalità concrete nelle quali la medesima si manifesta.

3. - Prima d'esaminare se ed in quali limiti l'art. 5 c.p. deve ritenersi

illegittimo, a seguito dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana,

vanno qui brevemente sottolineate alcune premesse ideologiche, di metodo,

storiche e dommatiche.

La mancata considerazione delle relazioni tra soggetto e legge penale, l'idea

che nessun rilievo giuridico va dato all'ignoranza della legge penale, e, fra

l'altro, il risultato di tre ben caratterizzate impostazioni ideologiche. La

prima, in radicale critica alla concezione normativa del diritto, contesta che

l'obbedienza o la trasgressione della legge abbia attinenza con la conoscenza od

ignoranza della medesima. La seconda sottolinea che, essendo l'ordinamento

giuridico sorretto da una <coscienza comune> che lo legittima e costituendo,

pertanto, la trasgressione della legge <episodio> particolare, incoerente e

perciò ingiustificato (attuato da chi, conoscendo e contribuendo a realizzare i

valori essenziali che sono alla base dello stesso ordinamento, appunto

arbitrariamente ed incoerentemente si pone in contrasto con uno dei predetti

valori) non può lo stesso ordinamento condizionare l'effettiva applicazione

della sanzione penale alla prova della conoscenza, da parte dell'agente, per 29

ogni illecito, del particolare precetto violato. La terza impostazione

ideologica, comunemente ritenuta soltanto politica, attiene all'illuministica

<maestà> della legge, la cui obbligatorietà, si sostiene, non va condizionata

dalle mutevoli <psicologie> individuali nonchè dall'alea della prova, in

giudizio, della conoscenza della stessa legge.

Senonchè, contro la prima tesi, va osservato che, supposta l'esistenza di leggi

giuridiche statali, nessun dubbio può fondatamente sorgere in ordine al

principio che spetta all'ordinamento dello Stato stabilire le condizioni in

presenza delle quali esso entra in funzione (e, tra queste, ben può essere

prevista la conoscenza della legge che si viola). Alla seconda tesi va obiettato

che, in tempi in cui le norme penali erano circoscritte a ben precisi illeciti,

ridotti nel numero e, per lo più, costituenti violazione anche di norme sociali

universalmente riconosciute, era dato sostenere la regolare conoscenza, da parte

dei cittadini, dell'illiceità dei fatti violatori delle leggi penali; ma, oggi,

tenuto conto del notevole aumento delle sanzioni penali, sarebbe quasi

impossibile dimostrare che lo Stato sia effettivamente sorretto da una

<coscienza comune> tutte le volte che <aggiunge> sanzioni a violazioni di

particolari, spesso <imprevedibili>, valori relativi a campi, come quelli

previdenziale, edilizio, fiscale ecc., che nulla hanno a che vedere con i

delitti, c.d. naturali, di comune <riconoscimento> sociale. Alla terza

impostazione ideologico-politica va obiettato che, certamente, e pericoloso, per

la tutela dei valori fondamentali sui quali si fonda lo Stato, condizionare, di

volta in volta, alla prova in giudizio della conoscenza della legge penale, da

parte dell'agente, l'effettiva applicabilità delle sanzioni penali ma che,

tuttavia, il principio dell'irrilevanza assoluta dell'ignoranza della legge

penale non discende dal l'obbligatorietà della stessa legge; tant'é vero che,

come é stato sottolineato di recente dalla dottrina, nei sistemi nei quali si

attribuisce rilevanza all'ignoranza della legge penale non per questo la legge

diviene <meno obbligatoria>.

Vero é che gli opposti principi dell'assoluta irrilevanza o dell'assoluta

rilevanza dell'ignoranza della legge penale non trovano valido fondamento: ove,

infatti, s'accettasse il principio dell'assoluta irrilevanza dell'ignoranza

della legge penale si darebbe incondizionata prevalenza alla tutela dei beni

giuridici a scapito della libertà e dignità della persona umana, costretta a

subire la pena (la più grave delle sanzioni giuridiche) anche per comportamenti

(allorchè l'ignoranza della legge sia inevitabile) non implicanti consapevole

ribellione o trascuratezza nei confronti dell'ordinamento; ove, invece, si

sostenesse l'opposto principio dell'assoluta scusabilità della predetta

ignoranza, l'indubbio rispetto della persona umana condurrebbe purtroppo (a

parte la questione della possibilità che esistano soggetti che volutamente si

tengano all'oscuro dei doveri giuridici) a rimettere alla variabile <psicologia>

dei singoli la tutela di beni che, per essere tutelati penalmente, si suppone

siano fondamentali per la società e per l'ordinamento giuridico statale.

4. - Sul piano metodologico va osservato che non é prospettiva producente ed

esaustiva quella che esamini il tema dell'ignoranza della legge penale

considerando il solo <istante> nel quale il soggetto oggettivamente viola la

legge penale nell'ignoranza della medesima. E indispensabile, infatti, non

trascurare le <cause>, remote e prossime, della predetta ignoranza e, pertanto,

estendere l'indagine al preliminare stato della relazioni tra ordinamento

giuridico e soggetti ed in particolare ai rapporti tra l'ordinamento, quale

soggetto attivo dei processi di socializzazione di cui all'art. 3, secondo

comma, Cost. ed autore del fatto illecito. Se non si mancherà d'accennare a tale

indagine, va, peraltro, sottolineato che la medesima non potrà, ovviamente,

esser sufficientemente approfondita in questa sede.

5. - Dal punto di vista storico e di diritto comparato va sottolineato che il

principio dell'irrilevanza dell'ignoranza di diritto non é mai stato

positivamente affermato nella sua assolutezza. Si può, anzi, affermare che la

storia del principio in esame coincida con la storia delle sue eccezioni: dal 30

diritto romano-classico, per il quale era consentito alle donne ed ai minori di

25 anni <ignorare il diritto>, attraverso i <glossa tori> ed il diritto

canonico, fino alle attuali normative di diritto comparato (codici penali

tedesco-occidentale, austriaco, svizzero, greco, polacco, iugoslavo, giapponese

ecc.) si evidenziano tali e tante <eccezioni> all'assolutezza del principio in

discussione che il codice Rocco si può sostenere sia rimasto, in materia,

isolato, neppure più seguito dal codice penale portoghese.

Quest'ultimo, infatti, mutando recentemente la precedente normativa, ha previsto

il c.d. <errore intellettuale>, nel quale rientra l'errore sul divieto la cui

conoscenza appare ragionevolmente indispensabile perchè possa aversi coscienza

dell'illiceità del fatto.

6. -Va, infine, ricordato che, come rilevato da recente dottrina, il principio

dell'inescusabilità dell'ignoranza della legge penale, concepito nella sua

assolutezza, non trova neppure convincente sistemazione dommatica.

Escluso che possa prospettarsi l'esistenza d'un <dovere autonomo di conoscenza>

della legge penale (ne mancherebbe, fra l'altro, la relativa sanzione) anche le

tesi della presunzione iuris et de iure e della <finzione> di conoscenza della

legge penale (a parte la considerazione che le medesime, mentre ritengono

essenziale al reato la coscienza dell'antigiuridicità del comportamento

criminoso, <presumono>, in fatto, ciò che assumono essenziale in teoria)

s'inseriscono in un contesto che parte dall'opposto principio dell'essenzialità

al reato della coscienza dell'illiceità e, pertanto, della <scusabilità>

dell'ignoranza della legge penale.

7. - Prima d'iniziare il confronto tra l'art. 5 c.p. e la Carta fondamentale,

va, ancora, ricordato che, a seguito dell'entrata in vigore di quest'ultima, lo

stesso articolo e stato oggetto di numerose, pesanti critiche. Partendo da ben

note premesse sistematiche (l'imperatività della norma penale); ricordata la

strumentalizzazione che lo Stato autoritario aveva operato del principio

dell'assoluta irrilevanza dell'ignoranza della legge penale (già nel 1930 tal

principio, trasferito dal capitolo dell'imputabilità, nel quale era inserito dal

codice del 1879, a quello dell'obbligatorietà della legge penale, era divenuto

<cardine> del sistema);

ed affermata la necessità, per la punibilità del reato, dell'effettiva

coscienza, nell'agente, dell'antigiuridicità del fatto; é stata con forza

sottolineata la stridente incompatibilità dell'art. 5 c.p., qualificato come

<incivile>, con la Costituzione.

E' stato, tuttavia, agevole, sul versante delle premesse sistematiche,

contrapporre alla tesi dell'effettiva imperatività della norma penale, la

formula dell'idoneità della stessa norma a funzionare come comando e, sul

versante dell'illegittimità dell'art. 5 c.p., contrapporre alla richiesta di

totale abrogazione o di dichiarazione d'illegittimità costituzionale dell'intero

articolo l'inesistenza, nella Costituzione, d'un vincolo, per il legislatore

ordinario, di non sanzionare penalmente fatti carenti d'effettiva coscienza

dell'antigiuridicità. Le risposte, indubbiamente corrette, da una parte hanno,

tuttavia, finito col <chiudere> ogni indagine sulla relazione tra ordinamento

giuridico e soggetti, viventi in una determinata concretezza storica, in una

particolare situazione sociale e d'altra parte hanno precluso, tranne

lodevolissime eccezioni, ogni ulteriore esame della Costituzione, allo scopo di

verificare se, in mancanza del precitato <vincolo> dell'effettiva presenza della

coscienza dell'antigiuridicità, non esistessero altri vincoli, per il

legislatore ordinario, mirati ad escludere l'incriminazione di fatti commessi in

carenza di altre, anche se meno penetranti, relazioni tra soggetto e legge

penale. 31

Sorge, invero, spontanea la domanda: a che vale richiedere come essenziale

requisito subiettivo (minimo) d'imputazione uno specifico rapporto tra soggetto

ed evento, tra soggetto e fatto, quando ogni <preliminare> esame delle relazioni

tra soggetto e legge e, conseguentemente, tra soggetto e fatto considerato nel

suo <integrale> disvalore antigiuridico viene eluso? E come é possibile

risolvere i quesiti attinenti alla c.d. costituzionalizzazione (salve le

osservazioni che, in proposito, saranno prospettate in seguito) del principio di

colpevolezza, intesa quest'ultima come relazione tra soggetto e fatto, quando,

non <rimuovendo> il principio d'assoluta irrilevanza dell'ignoranza della legge

penale, sancito dall'art. 5 c.p., vengono <stroncate>, in radice, le indagini

sulle metodiche d'incriminazione dei fatti e quelle sulla chiarezza e

riconoscibilità dei contenuti delle norme penali nonchè sulle <certezze> che le

norme penali dovrebbero assicurare e, pertanto, sulle garanzie che, in materia,

di libertà d'azione, il soggetto attende dallo Stato?

8. - Allo scopo d'un attento approccio all'esegesi dell'art. 27, primo comma,

Cost., occorre preliminarmente accennare al valore ed alla funzione che il

momento subiettivo dell'antigiuridicità penale, il personale contrasto con la

norma penale, assume nel sistema della vigente Costituzione. Si noti: una parte

della dottrina richiede anche un mutamento terminologico, valido a distinguere

la concezione della colpevolezza quale fondamento etico della responsabilità

penale dalla concezione che ne accentua la sua funzione di limite al potere

coercitivo dello Stato. A parte ogni questione sull'ammissibilità d'un'idea di

colpevolezza che limiti senza fondare la potestà punitiva dello Stato, i

richiesti mutamenti terminologici appaiono necessari ed anche urgenti; e,

tuttavia, in questa sede, é preferibile mantenersi fermi alla tradizionale

etichetta <colpevolezza> sia per ovvii motivi di chiarezza sia per sottolineare,

pur nel variare, storicamente condizionato, delle nozioni dommatiche, la

continuità dell'esigenza costituzionale del rispetto e tutela della persona alla

quale viene attribuito il reato.

Va, a questo proposito, sottolineato che non e stato sufficientemente posto

l'accento sulla diversità di due accezioni del termine colpevolezza. La prima,

tradizionale, fa riferimento ai requisiti subiettivi della fattispecie

penalmente rilevante (ed eventualmente anche alla valutazione di tali requisiti

ed alla rimproverabilità del soggetto agente); la seconda, fuori dalla

sistematica degli elementi del reato, denota il principio costituzionale,

garantista (relativo alla personalità dell'illecito penale, ai presupposti della

responsabilità penale personale ecc.) in base al quale si pone un limite alla

discrezionalità del legislatore ordinario nell'incriminazione dei fatti

penalmente sanzionabili, nel senso che vengono costituzionalmente indicati i

necessari requisiti subiettivi minimi d'imputazione senza la previsione dei

quali il fatto non può legittimamente essere sottoposto a pena. Qui si userà il

termine colpevolezza soprattutto in quest'ultima accezione mentre lo stesso

termine, all'infuori della prospettiva costituzionale (nell'impossibilità di

ritenere <costituzionalizzata>, come si preciserà fra breve, una delle tante

concezioni della colpevolezza proposte dalla dottrina) verrà riferito al vigente

sistema ordinario di cui agli artt. 42, 43, 47, 59 ecc. c.p.: questo sistema

verrà, infatti, posto in raffronto con l'art. 27, primo e terzo comma e con i

fondamentali principi dell'intera Costituzione, al fine di chiarire come l'art.

5 c.p., incidendo negativamente sul sistema ordinario della colpevolezza

(attraverso l'esclusione d'ogni rilievo della conoscenza della legge penale) fa

si che lo stesso sistema non si riveli adeguato alle direttive costituzionali in

tema di requisiti subiettivi minimi d'imputazione.

Va, a questo punto, precisato, per quanto, forse, superfluo, che la colpevolezza

costituzionalmente richiesta, come avvertito dalla più recente dottrina

penalistica, non costituisce elemento tale da poter esser, a discrezione del

legislatore, condizionato, scambiato, sostituito con altri o paradossalmente

eliminato. 32

Limpidamente testimonia ciò la stessa recente, particolare accentuazione della

funzione di garanzia (limite al potere statale di punire) che le moderne

concezioni sulla pena attribuiscono alla colpevolezza. Sia nella concezione che

considera quest'ultima <fondamento>, titolo giustificativo dell'intervento

punitivo dello Stato sia nella concezione che ne accentua particolarmente la sua

funzione di limite allo stesso intervento (garanzia del singolo e del

funzionamento del sistema) inalterato permane il <valore> della colpevolezza, la

sua insostituibilità.

Per precisare ancor meglio l'indispensabilità della colpevolezza quale

attuazione, nel sistema ordinario, delle direttive contenute nel sistema

costituzionale vale ricordare non solo che tal sistema pone al vertice della

scala dei valori la persona umana (che non può, dunque, neppure a fini di

prevenzione generale, essere strumentalizzata) ma anche che lo stesso sistema,

allo scopo d'attuare compiutamente la funzione di garanzia assolta dal principio

di legalità, ritiene indispensabile fondare la responsabilità penale su

<congrui> elementi subiettivi. La strutturale <ambiguità> della tecnica

penalistica conduce il diritto penale ad essere insieme titolo idoneo

d'intervento contro la criminalità e garanzia dei c.d. destinatari della legge

penale. Nelle prescrizioni tassative del codice il soggetto deve poter trovare,

in ogni momento, cosa gli é lecito e cosa gli é vietato: ed a questo fine sono

necessarie leggi precise, chiare, contenenti riconoscibili direttive di

comportamento. Il principio di colpevolezza e, pertanto, indispensabile, appunto

anche per garantire al privato la certezza di libere scelte d'azione: per

garantirgli, cioé, che sarà chiamato a rispondere penalmente solo per azioni da

lui controllabili e mai per comportamenti che solo fortuitamente producano

conseguenze penalmente vietate; e, comunque, mai per comportamenti realizzati

nella <non colpevole> e, pertanto, inevitabile ignoranza del precetto.

A nulla varrebbe, infatti, in sede penale, garantire la riserva di legge

statale, la tassatività delle leggi ecc. quando il soggetto fosse chiamato a

rispondere di fatti che non può, comunque, impedire od in relazione ai quali non

e in grado, senza la benchè minima sua colpa, di ravvisare il dovere d'evitarli

nascente dal precetto. Il principio di colpevolezza, in questo senso, più che

completare, costituisce il secondo aspetto del principio, garantistico, di

legalità, vigente in ogni Stato di diritto.

9.-Le premesse precisazioni indicano la <chiave di lettura>, il quadro

garantistico entro il quale inserire l'esegesi dell'art. 27, primo comma, Cost.

Va, intanto, notato che l'art. 27 Cost. non può esser adeguatamente compreso ove

lo si legga in maniera, per così dire, spezzettata, senza collegamenti

<interni>. I commi primo e terzo vanno letti in stretto collegamento: essi,

infatti, pur enunciando distinti principi, costituiscono un'unitaria presa di

posizione in relazione ai requisiti subiettivi minimi che il reato deve

possedere perchè abbiano significato gli scopi di politica criminale enunciati,

particolarmente, nel terzo comma. Delle due l'una: o il primo é in palese

contraddizione con il terzo comma dell'art. 27 Cost. oppure é, appunto,

quest'ultimo comma che svela, ove ve ne fosse bisogno, l'esatto significato e la

precisa portata che il principio della responsabilità penale personale assume

nella Costituzione. Sicchè, quand'anche la lettera del primo comma dell'art. 27

desse luogo a dubbi interpretativi, essi sarebbero certamente fugati da

un'attenta considerazione delle finalità della pena, di cui al terzo comma dello

stesso articolo.

10. - Nell'esame del merito dell'interpretazione dell'art. 27, primo comma,

Cost., vanno approfonditi i dibattiti svoltisi durante i lavori preparatori.

E' anzitutto da sottolineare che la motivazione politica della norma in esame

non risulta essere stata l'unico argomento dei dibattiti svoltisi, nella seduta

del 18 settembre 1946, presso la 1a sottocommissione (della <Commissione per la

33

Costituzione>) anzi, tale motivazione venne introdotta, come opinione personale

del presidente della stessa sottocommissione, quasi alla fine della seduta ed

allo scopo di <mantenere> la norma (che costituiva il capoverso dell'art. 5 del

Progetto di Costituzione) contro le richieste della sua soppressione. Gli

argomenti trattati in precedenza risultano essere stati vari, tutti, comunque,

tendenti ad escludere che da una, sia pur erronea, interpretazione della formula

normativa potesse desumersi la legittimità di responsabilità penali senza

partecipazione subiettiva.

Alcuni Costituenti mostrarono, con felice intuizione, davvero premonitrice,

forti preoccupazioni sulla possibilità di equivoci nell'interpretazione della

formula <La responsabilità penale é personale> e ne chiesero la soppressione,

temendo si potesse ritenere <configurabile> una responsabilità penale senza

elemento subiettivo. La terminologia é spesso imprecisa ma la volontà certa.

Si inizio, da parte di alcuni Costituenti, rilevando che vi sono casi in cui e

<discutibile se si tratti di responsabilità personale o non si tratti di

responsabilità penale anche per fatto altrui>. Si prosegui sottolineando che non

si devono creare equivoci, anche <avuto riguardo agli artt. 1151, 1152 e 1153

del vecchio Codice civile, articoli che non trovano la loro corrispondenza nel

codice fascista>.

Si sostenne, da altro Costituente, che la formula <La responsabilità penale é

personale> fosse da mantenersi, essendo essa affermazione di libertà e civiltà,

limpidamente aggiungendo: <Si risponde per fatto proprio e si risponde

attraverso ogni partecipazione personale al fatto proprio. Questo e il principio

del diritto moderno, che trova la sua espressione nel principio della

consapevolezza che deve accompagnare il fatto materiale. Parlare di

responsabilità personale significa richiamarsi ad un principio che domina

nell'odierno pensiero della scienza giuridica>.

Intorno ai <dubbi> (ripetiamo, non sulla necessita dell'elemento subiettivo per

la responsabilità penale ma sulla possibilità che, interpretando erroneamente la

formula, si potesse ritenere ammissibile una responsabilità senza elemento

subiettivo) si chiesero <chiarimenti> sui <fatti penali commessi per ordine

altrui> e, dando all'espressione <fatto altrui> un significato che includeva nel

termine <fatto> anche l'elemento subiettivo, si osservò che quest'ultimo manca,

talvolta, in chi pur consuma materialmente il reato e che, appunto per tale

mancanza, non può esser chiamato a rispondere penalmente. Se chi opera

materialmente, s'affermo esplicitamente, agisce per fatto altrui, per esempio

per l'esecuzione d'un ordine, la responsabilità non é più dell'esecutore

dell'ordine, il quale ha consumato il reato ma di chi ha dato l'ordine. Non é,

dunque, responsabile <chi ha eseguito un ordine legittimo dell'autorità> perchè

manca di elemento subiettivo ed é responsabile chi ha commesso il fatto (altrui

rispetto all'esecutore) perchè nel fatto é incluso il predetto elemento.

Si replicò, puntualmente, da parte di autorevoli Costituenti, affermando che

<colui che ha commesso un atto delittuoso risponde di persona propria se si

trovava nella condizione di poter disobbedire>: <altrimenti risponderà colui che

ha dato l'ordine e risponderà in persona propria per aver prodotto il fatto

delittuoso stesso>. E si aggiunse che colui che esegue l'ordine <non risponde

penalmente perchè da lui non si poteva pretendere che agisse diversamente>.

Vi fu, poi, chi osservo che la responsabilità personale non é un principio

moderno ma un principio che, già nel 1500 o 1600, il diritto canonico,

riportando il delitto ad un peccato dell'anima, aveva reso effettivo; e chiese

la soppressione della formula in esame da un canto perchè scontata e dall'altro

perchè, ritornando sul principio, si potevano provocare confusioni in tema di

soggetti che sono in colpa (e per questo devono penalmente rispondere) ma le cui

azioni non sono causa diretta o prossima dell'evento (<non sono direttamente

colpevoli>). 34

Tutti i Costituenti, dunque, almeno fino a questo momento del dibattito,

sostennero che la responsabilità penale personale implicava necessariamente,

oltre all'elemento materiale, un requisito subiettivo e, per alcuni Costituenti,

l'esistenza, in particolare, della possibilità di muovere rimprovero all'agente,

potendo da lui pretendersi un comportamento diverso.

Esaminando gli ulteriori interventi ci s'accorge che, soltanto quasi alla fine

della discussione, mirandosi a respingere le richieste di soppressione della

norma in esame, si sposto il dibattito sulle motivazioni politiche della stessa

norma sostenendo che non si doveva dimenticare che, in occasione di attentati

alla vita di Mussolini, si erano perseguiti i familiari dell'attentatore od i

componenti dei circoli politici a cui era affiliata la persona che aveva

consumato l'attentato e che, pertanto, la norma andava mantenuta.

Da ciò si desume da un canto che il termine fatto (altrui) venne usato, da chi

sosteneva la motivazione politica dell'attuale primo comma dell'art. 27 Cost.,

come comprensivo dell'elemento subiettivo (attentare alla vita di Mussolini e

agire colpevolmente) e dall'altro che tale motivazione tendeva (di chiarata per

l'avvenire l'illegittimità costituzionale di sanzioni collettive) a non far

ricadere su innocenti <colpe> altrui. L'intervento successivo a quello del

presidente della prima sottocommissione é oltremodo eloquente in proposito:

<...Proprio in questi ultimi tempi si sono viste delle persone pagare con la

vita colpe che non avevano assolutamente commesso>.

La motivazione politica della norma é, dunque, quella d'impedire che <colpe

altrui> ricadano su chi é estraneo alle medesime.

Nè va dimenticato che, nella seduta successiva (19 settembre 1946) della stessa

prima sottocommissione, allorchè si tratto di sostituire il termine <colpevole>

con quello di <reo>, dapprima si suggerì d'usare la parola <condannato> ma,

successivamente, di fronte alla contestazione sull'inusualità del termine

<condannato> fuori dalla sede processuale, si torno, per un momento, alla parola

<colpevole>, dichiarandosi espressamente: <Questa parola é più chiara,

specialmente quando si parla di rieducazione del colpevole, perchè il termine di

rieducazione presuppone una colpa>.

Ma la conferma definitiva per la quale i Costituenti mirarono, con la norma di

cui al primo comma dell'art. 27 Cost., ad escludere la responsabilità penale

senza elemento subiettivo si ha ricordando che alcuni Costituenti presentarono,

questa volta in Assemblea (seduta antimeridiana del 15 aprile 1947) un

emendamento alla norma in esame, sostitutivo della parola <personale> con

l'espressione <solo per fatto personale> e che, nella seduta del 26 marzo 1947

dell'Assemblea costituente, si motivo l'emendamento, fra l'altro, affermando che

si doveva armonizzare la responsabilità penale per fatto proprio con la

responsabilità del direttore di giornali per reati di stampa, <cosi che la

presunzione assoluta di colpa iuris et de iure si trasformi in presunzione iuris

tantum>. E nella seduta pomeridiana del 27 marzo 1947 della stessa Assemblea, si

motivò ancora una volta, da parte d'altro autorevole presentatore, il citato

emendamento, dichiarandosi: <... E qui conviene stabilire che la responsabilità

penale é sempre per fatto proprio mai per fatto altrui; così delimitandosi

quell'arbitraria inaccettabile configurazione di responsabilità presuntiva in

materia giornalistica>. La responsabilità penale sorge, dunque, solo

nell'effettiva presenza dell'elemento subiettivo: non si può mai dare per

presunta la colpa.

Se si tien presente che il caso della responsabilità penale del direttore di

giornali per reati commessi a mezzo stampa era considerato, nel 1946-47,

dall'assoluta maggioranza della dottrina, classico caso di responsabilità penale

senza elemento subiettivo di collegamento con l'evento, non si può non dare il

giusto rilievo all'<assicurazione> che il Presidente della prima

sottocommissione, nella seduta antimeridiana del 15 aprile 1947 dell'Assemblea,

35

diede ai presentatori del citato emendamento, nel pregarli di ritirarlo,

sull'inesistenza delle preoccupazioni affacciate, data la formulazione proposta

dalla Commissione.

In conclusione, va confermato che, per quanto si usino le espressioni fatto

proprio e fatto altrui, che possono indurre in errore, in realtà, in tutti i

lavori preparatori relativi al primo comma dell'art. 27 Cost., i Costituenti

mirarono, sul piano dei requisiti d'imputazione del reato, ad escludere che si

considerassero costituzionalmente legittime ipotesi carenti di elementi

subiettivi di collegamento con l'evento e, sul piano politico, a non far

ricadere su <estranei> <colpe altrui>. E mai, in ogni caso, venne usato il

termine fatto come comprensivo del solo elemento materiale, dell'azione

cosciente e volontaria seguita dal solo nesso oggettivo di causalità: anzi,

sempre venne usato lo stesso termine come comprensivo anche d'un minimo di

requisiti subiettivi, oltre a quelli relativi alla coscienza e volontà

dell'azione.

11. - Ma il significato del primo comma dell'art. 27 Cost. va chiarito, anche a

parte i citati lavori preparatori, nei suoi particolari rapporti con il terzo

comma dello stesso articolo e con gli artt. 2, 3, 25, secondo comma, 73, terzo

comma, Cost. Anzitutto, é significativa la <lettera> del primo comma dell'art.

27 Cost. Non si legge, infatti, in esso: la responsabilità penale é <per fatto

proprio> ma la responsabilità penale é <personale>. Sicchè, chi tendesse ad

esaminare lo stesso comma sotto il profilo, per quanto, in sede penale,

superato, della distinzione tra fatto proprio ed altrui (salvo a precisare

l'esatta accezione, in materia, del termine <fatto>) dovrebbe almeno leggere la

norma in esame come equivalente a: <La responsabilità penale é per personale

fatto proprio>.

Ma é l'interpretazione sistematica del primo comma dell'art. 27 Cost. che ne

svela l'ampia portata.

Collegando il primo al terzo comma dell'art. 27 Cost. agevolmente si scorge che,

comunque s'intenda la funzione rieducativa di quest'ultima, essa postula almeno

la colpa dell'agente in relazione agli elementi piu significativi della

fattispecie tipica. Non avrebbe senso la <rieducazione> di chi, non essendo

almeno <in colpa> (rispetto al fatto) non ha, certo, <bisogno> di essere

<rieducato>.

Soltanto quando alla pena venisse assegnata esclusivamente una funzione

deterrente (ma ciò é sicuramente da escludersi, nel nostro sistema

costituzionale, data la grave strumentalizzazione che subirebbe la persona

umana) potrebbe configurarsi come legittima una responsabilità penale per fatti

non riconducibili (oltre a quanto si dirà in tema d'ignoranza inevitabile della

legge penale) alla predetta colpa dell'agente, nella prevedibilità ed

evitabilità dell'evento.

12. - Non é dato qui scendere ad ulteriori precisazioni: va soltanto chiarito

che quanto sostenuto é in pieno accordo con la tendenza mostrata dalle decisioni

assunte da questa Corte allorchè é stata chiamata a decidere sulla

costituzionalità di ipotesi criminose che si assumeva non contenessero requisiti

subiettivi sufficienti a realizzare il dettato dell'art. 27 Cost.

Qui quella tendenza si completa e conclude.

A parte un momento le affermazioni <di principio> contenute nelle citate

decisioni, nessuno può disconoscere che, sempre, le sentenze, in materia, hanno

cercato di ravvisare, nelle ipotesi concrete sottoposte all'esame della Corte,

un qualche <requisito psichico> idoneo a renderle immuni da censure

d'illegittimità costituzionale ex art. 27 Cost. Le stesse decisioni, pur

muovendosi nell'ambito dell'alternativa tra fatto proprio ed altrui, non hanno 36

mancato di ricercare spesso un qualche coefficiente soggettivo (anche se

limitato) sul presupposto che il <fatto proprio> debba includere anche simile

coefficiente per divenire <compiutamente proprio> dell'agente: cosi, ad esempio,

nella sentenza n. 54 del 1964, nella quale si afferma che il reato in esame

<presuppone nell'agente la volontà di svolgere quell'attività che va sotto il

nome di ricerca archeologica e che la legge interdice ai soggetti non

legittimati dal necessario provvedimento amministrativo. Il fatto punito é

perciò sicuramente un fatto proprio del soggetto cui la sanzione penale viene

comminata>: si noti che l'attività indicata, in mancanza d'evento naturalistico,

integra l'intero fatto, oggettivo che, in conseguenza del riferimento ad esso

della volontà dell'autore, <perciò sicuramente> costituisce <fatto proprio>

dell'agente; così nella sentenza 17 febbraio 1971, n. 20 ove, a proposito

dell'art. 539 c.p., si rileva come, pur in presenza dell'errore sull'età

dell'offeso, <la condotta del delitto di violenza carnale, essendo posta in

essere volontariamente (e si badi: non esistendo, nell'ipotesi esaminata, evento

naturalistico, tal condotta esaurisce il fatto, oggettivamente considerato, al

quale va riferita la volontarietà) é con certezza riferibile all'autore come

<fatto suo proprio>; e così ancora, a tacere di altre decisioni, in quella del

17 febbraio 1971, n. 2l.

Ed anche a proposito delle dichiarazioni <di principio> contenute nelle citate

sentenze va sottolineato che, se si deve qui confermare che il primo comma

dell'art. 27 Cost. contiene un tassativo divieto della responsabilità <per fatto

altrui, va comunque precisato che ciò deriva dall'altro, ben più <civile>

principio, di non far ricadere su di un soggetto, appunto estraneo al <fatto

altrui>, conseguenze penali di <colpe> a lui non ascrivibili. Come e da

confermare che si risponde penalmente soltanto per il fatto proprio, purchè si

precisi che per <fatto proprio> non s'intende il fatto collegato al soggetto,

all'azione dell'autore, dal mero nesso di causalità materiale (da notare che,

anzi, nella fattispecie plurisoggettiva il fatto comune diviene anche <proprio>

del singolo compartecipe in base al solo <favorire> l'impresa comune) ma anche,

e soprattutto, dal momento subiettivo, costituito, in presenza della

prevedibilità ed evitabilità del risultato vietato, almeno dalla <colpa> in

senso stretto.

Ed anche a proposito dell'esclusione, nel primo comma dell'art. 27 Cost., del

tassativo divieto di responsabilità oggettiva va precisato che (ricordata

l'incertezza dottrinale in ordine alle accezioni da attribuire alla predetta

espressione) se nelle ipotesi di responsabilità oggettiva vengono comprese tutte

quelle nelle quali anche un solo, magari accidentale, elemento del fatto, a

differenza di altri elementi, non e coperto dal dolo o dalla colpa dell'agente

(c.d. responsabilità oggettiva spuria od impropria) si deve anche qui ribadire

che il primo comma dell'art. 27 Cost. non contiene un tassativo divieto di

<responsabilità oggettiva>.

Diversamente va posto il problema, a seguito di quanto ora sostenuto, per la

c.d. responsabilità oggettiva pura o propria. Si noti che, quasi sempre e in

relazione al complessivo, ultimo risultato vietato che va posto il problema

della violazione delle regole <preventive> che, appunto in quanto collegate al

medesimo, consentono di riscontrare nell'agente la colpa per il fatto

realizzato.

Ma, ove non si ritenga di restringere la c.d. responsabilità oggettiva <pura>

alle sole ipotesi nelle quali il risultato ultimo vietato dal legislatore non é

sorretto da alcun coefficiente subiettivo, va, di volta in volta, a proposito

delle diverse ipotesi criminose, stabilito quali sono gli elementi più

significativi della fattispecie che non possono non essere <coperti> almeno

dalla colpa dell'agente perchè sia rispettato da parte del disposto di cui

all'art. 27, primo comma, Cost. relativa al rapporto psichico tra soggetto e

fatto. 37

E non va, infine, dimenticata la sentenza n. 3 del 1956, nella quale

limpidamente si afferma: <Ma appunto il direttore del periodico risponde per

fatto proprio, per lo meno perchè tra la sua omissione e l'evento c'é un nesso

di causalità materiale, al quale s'accompagna sempre un certo nesso psichico

(art. 40 c.p.) sufficiente, come é opinione non contrastata, a conferire alla

responsabilità il connotato della personalità>. A parte ogni rilievo, peraltro

già sottolineato, in ordine all'alternativa tra fatto proprio ed altrui, é

altamente indicativa l'affermazione per la quale al nesso di causalità materiale

s'accompagna <sempre> un certo nesso psichico.

13. - La verità é che non va <continuata> la polemica sulla

costituzionalizzazione, o meno, del principio di colpevolezza, di cui agli artt.

42, 43, 47, 59 ecc. c.p., quasi che, malgrado l'evidente inversione

metodologica, sia consentito interpretare le norme costituzionali alla luce

delle norme ordinarie (qual é, peraltro, tra le tante concettualizzazioni

scientifiche, la nozione di colpevolezza che dovrebbe essere

costituzionalizzata?) ma, chiariti i contenuti delle norme costituzionali che

determinano i requisiti subiettivi <minimi> d'imputazione, a prescindere un

momento dal sistema ordinario, desunto dagli artt. 42, 43, 47, 59 ecc. c.p.,

occorre verificare, di volta in volta, se le singole ipotesi criminose di parte

speciale (collegate con le disposizioni di parte generale) siano o meno

conformi, quanto ad elementi subiettivi, ai requisiti minimi richiesti dalle

autonomamente interpretate norme costituzionali.

La stessa possibilità (che si chiarirà, fra poco, essere essenziale per il

giudizio di responsabilità penale) di muovere al l'autore un <rimprovero> per la

commissione dell'illecito non equivale ad accoglimento da parte della

Costituzione (a costituzionalizzazione) d'una delle molteplici concezioni

<normative> della colpevolezza prospettate in dottrina bensì costituisce

autonomo risultato, svincolato da ogni premessa concettualistica,

dell'interpretazione dei commi primo e terzo dell'art. 27 Cost., anche se, per

accidens, tale <rimprovero> venga a coincidere con una delle nozioni di

colpevolezza (normativa) prospettate in dottrina o desunte da un determinato

sistema ordinario.

A conclusione del primo approccio interpretativo del disposto di cui al primo

comma dell'art. 27 Cost., deve, pertanto, affermarsi che il fatto imputato,

perchè sia legittimamente punibile, deve necessariamente includere almeno la

colpa dell'agente in relazione agli elementi più significativi della fattispecie

tipica. Il fatto (punibile, <proprio> dell'agente) va, dunque, nella materia che

si sta trattando, costituzionalmente inteso in una larga, anche subiettivamente

caratterizzata accezione e non in quella, riduttiva, d'insieme di elementi

oggettivi. La <tipicità> (oggettiva e soggettiva) del fatto (ovviamente, di

regola, vengono richiesti nelle diverse ipotesi criminose, ulteriori elementi

subiettivi, come il dolo ecc.) costituisce, cosi, primo, necessario

<presupposto> della punibilità ed é distinta dalla valutazione e

rimproverabilità del fatto stesso.

14. - Dal collegamento tra il primo e terzo comma dell'art. 27 Cost. risulta,

altresì, insieme con la necessaria < rimproverabilità> della personale

violazione normativa, l'illegittimità costituzionale della punizione di fatti

che non risultino essere espressione di consapevole, rimproverabile contrasto

con i (od indifferenza ai) valori della convivenza, espressi dalle norme penali.

La piena, particolare compenetrazione tra fatto e persona implica che siano

sottoposti a pena soltanto quegli episodi che, appunto personalmente, esprimano

il predetto, riprovevole contrasto od indifferenza. Il ristabilimento dei valori

sociali <dispregiati> e l'opera rieducatrice ed ammonitrice sul reo hanno senso

soltanto sulla base della dimostrata <soggettiva antigiuridicità> del fatto.

Discende che, anche quando non si ritenesse la <possibilità di conoscenza della

legge penale> requisito autonomo d'imputazione costituzionalmente richiesto, 38

ugualmente si dovrebbe giungere alla conclusione che, tutte le volte in cui

entra in gioco il dovere d'osservare le leggi penali (che, per i cittadini, e

specificazione di quello d'osservare le leggi della Repubblica, sancito dal

primo comma dell'art. 54 Cost.) la violazione di tal dovere, implicita nella

commissione del fatto di reato, non può certamente divenire rilevante, e dar

luogo alla pena, in una pura dimensione obiettiva od in una <subiettiva>,

limitata alla colpa del fatto. Trattandosi, appunto, dell'applicazione d'una

pena, da qualunque teoria s'intenda muovere (eccezion fatta per quella della

prevenzione generale in chiave di pura deterrenza, che, peraltro, come s'é già

avvertito, non può considerarsi legittimamente utilizzabile per ascrivere una

responsabilità penale) e dovendo la violazione del precitato dovere essere

<rimproverabile>, l'impossibilita di conoscenza del precetto (e, pertanto,

dell'illiceità del fatto) non ascrivibile alla volontà dell'interessato deve

necessariamente escludere la punibilità. Il vigente sistema costituzionale non

consente che l'obbligo di non ledere i valori penalmente garantiti sorga e si

violi (attraverso la commissione del fatto di reato) senza alcun riferimento, se

non all'effettiva conoscenza del contenuto dell'obbligo stesso, almeno alla

<possibilità> della sua conoscenza. Se l'obbligo giuridico si distingue dalla

<soggezione> perchè, a differenza di quest'ultima, richiama la partecipazione

volitiva del singolo alla sua realizzazione, far sorgere l'obbligo d'osservanza

delle leggi (delle <singole>, particolari leggi) penali, in testa ad un

determinato soggetto, senza la benchè minima possibilità, da parte del soggetto

stesso, di conoscerne il contenuto e subordinare la sua violazione soltanto ai

requisiti <subiettivi> attinenti al fatto di reato, equivale da una parte a

ridurre notevolmente valore e significato di questi ultimi e, d'altra parte, a

strumentalizzare la persona umana a fini di pura deterrenza.

Quanto ora precisato già basterebbe a far ritenere l'art. 5 c.p.

incostituzionale nella parte in cui impedisce ogni esame della rimproverabilità

e, pertanto, scusabilità dell'ignoranza della (od errore sulla) legge penale.

Anche quando non si sia dell'avviso che l'art. 5 c.p. operi nell'ambito della

colpevolezza e lo si agganci, come nel codice Rocco, all'obbligatorietà della

legge penale, ugualmente lo stesso articolo, per le ragioni innanzi indicate, si

dovrebbe ritenere contrastante con l'art. 27, primo e terzo comma, Cost., nella

parte in cui esclude ogni rilevanza all'ignoranza od errore sul precetto dovute

all'impossibilità (non rimproverabile) di conoscerlo.

15. -Ma il modo più appagante per convalidare tutto ciò é quello intrapreso, in

tempi recenti, dalla dottrina che ritiene la <possibilità di conoscere la norma

penale> autonomo presupposto necessario d'ogni forma d'imputazione e che estende

la sfera d'operatività di tale <presupposto> a tutte le fattispecie penalmente

rilevanti, comprese le dolose. Considerando il combinato disposto del primo e

terzo comma dell'art. 27 Cost. nel quadro delle fondamentali direttive del

sistema costituzionale desunte soprattutto dagli artt. 2, 3, 25, secondo comma,

73, terzo comma Cost. ecc., alla <possibilità di conoscere la norma penale> va,

infatti, attribuito un autonomo ruolo nella determinazione dei requisiti

subiettivi d'imputazione costituzionalmente richiesti: tale <possibilità> é,

infatti, presupposto della rimproverabilità del fatto, inteso quest'ultimo come

comprensivo anche degli elementi subiettivi attinenti al fatto di reato.

16. - Basilari norme costituzionali relative alla materia penale, mentre tendono

a garantire al cittadino, ed in genere ai c.d. destinatari delle norme penali,

la sicurezza giuridica di non esser puniti ove vengano realizzati comportamenti

penalmente irrilevanti, svelano la funzione d'orientamento culturale e di

determinazione psicologica operata dalle leggi penali. Non é, infatti, senza

significato che il principio di legalità, inteso come <riserva di legge statale>

sia espressamente costituzionalizzato, in sede penale, dall'art. 25, secondo

comma, Cost.: trattandosi dell'applicazione delle più gravi sanzioni giuridiche,

la Costituzione intende particolarmente garantire i soggetti attraverso la

praevia lex scripta. I principi di tassatività e d'irretroattività delle norme

penali incriminatrici, nel l'aggiungere altri contenuti al sistema delle fonti

delle norme penali, evidenziano che il legislatore costituzionale intende 39

garantire i cittadini, attraverso la <possibilità> di conoscenza delle stesse

norme, la sicurezza giuridica delle consentite, libere scelte d'azione.

E tutto ciò si chiarisce ancor più (come é stato sottolineato in dottrina) ove

si ricordi che, nel quadro dello <Stato di diritto>, anche il principio di

riserva di legge penale e gli altri precedentemente indicati, sono espressione

della contropartita (d'origine contrattualistica) che lo Stato offre in cambio,

appunto, dell'obbligatorietà della legge penale: lo Stato assicura i cittadini

che non li punirà senza preventivamente informarli su ciò che é vietato o

comandato ma richiede dai singoli l'adempimento di particolari doveri (sui quali

ci si soffermerà fra breve) mirati alla realizzazione dei precetti <principali>

relativi ai fatti penalmente rilevanti.

17. - Va qui, subito, precisato che le garanzie di cui agli artt. 73, terzo

comma e 25, secondo comma, Cost., per loro natura formali, vanno svelate nelle

loro implicazioni: queste comportano il contemporaneo adempimento da parte dello

Stato di altri doveri costituzionali: ed in prima, di quelli attinenti alla

formulazione, struttura e contenuti delle norme penali. Queste ultime possono

essere conosciute solo allorchè si rendano <riconoscibili>. Il principio di

<riconoscibilità> dei contenuti delle norme penali, implicato dagli artt. 73,

terzo comma e 25, secondo comma, Cost., rinvia, ad es., alla necessita che il

diritto penale costituisca davvero la extrema ratio di tutela della società, sia

costituito da norme non numerose, eccessive rispetto ai fini di tutela,

chiaramente formulate, dirette alla tutela di valori almeno di <rilievo

costituzionale> e tali da esser percepite anche in funzione di norme

<extrapenali>, di civiltà, effettivamente vigenti nell'ambiente sociale nel

quale le norme penali sono destinate ad operare.

L'osservazione dell' <istante> in cui si viola la legge penale nell'ignoranza

della medesima non può far dimenticare, come s'é avvertito all'inizio, che,

<prima> del rapporto tra soggetto e <singola> legge penale, esiste un ben

definito rapporto tra ordinamento e soggetto <obbligato> a non violare le norme,

dal quale ultimo rapporto il primo e necessariamente condizionato. E stato

osservato e ribadito, esattamente, che un precetto penale ha valore, come

regolatore della condotta, non per quello che e ma per quel che appare ai

consociati. E la conformità dell'apparenza all'effettivo contenuto della norma

penale dev'essere assicurata dallo Stato che é tenuto a favorire, al massimo, la

riconoscibilità sociale dell'effettivo contenuto precettivo delle norme.

Oltre alle condizioni relative al rapporto soggetto-fatto, esiste, pertanto, un

altro <presupposto> della responsabilità penale, costituito, appunto, dalla

<riconoscibilità> dell'effettivo contenuto precettivo della norma.

L'oggettiva impossibilita di conoscenza del precetto, nella quale venga a

trovarsi <chiunque> (non soltanto il singolo soggetto, particolarmente

considerato) non può gravare sul cittadino e costituisce, dunque, un altro

limite della personale responsabilità penale.

18.-Ma il problema centrale, per il nostro tema, attiene ai doveri <strumentali>

di conoscenza delle leggi, incombenti sui c.d. destinatari dei precetti penali

e, conseguentemente, ai limiti dei predetti doveri.

Il passaggio dall'oggettiva possibilità di conoscenza delle leggi penali,

assicurata dallo Stato all'effettiva, concreta conoscenza delle leggi stesse

avviene attraverso la <mediazione>, ovviamente insostituibile, dell'attività

conoscitiva dei singoli soggetti.

Supposta esistente, in fatto, l'oggettiva possibilità di conoscenza d'una

particolare legge penale, i soggetti privati, divenendo diretti destinatari

dell'obbligo (principale) d'adempimento del precetto oggettivamente conoscibile,

devono operare la predetta, insostituibile mediazione. A questo fine incombono 40

sul privato, preliminarmente, strumentali, specifici doveri d'informazione e

conoscenza: ed é a causa del non adempimento di tali doveri che é

costituzionalmente consentito chiamare a rispondere anche chi ignora la legge

penale. Gli indicati doveri d'informazione, di conoscenza ecc. costituiscono

diretta esplicazione dei doveri di solidarietà sociale, di cui all 'art. 2 Cost.

La Costituzione richiede dai singoli soggetti la massima, costante tensione ai

fini del rispetto degli interessi dell'<altrui>) persona umana: ed e per la

violazione di questo impegno di solidarietà sociale che la stessa Costituzione

chiama a rispondere penalmente anche chi lede tali interessi non conoscendone

positivamente la tutela giuridica.

Posto, dunque, che lo Stato adempia ai suoi doveri, che esista, cioé, per

l'agente l'oggettiva <possibilità> di conoscere le leggi penali, residuano,

tuttavia, ulteriori problemi. L'assoluta, <illuministica> certezza della legge

sempre più si dimostra assai vicina al mito: la più certa delle leggi ha bisogno

di <letture> ed interpretazioni sistematiche che (dato il rapidissimo succedersi

di <entrate in vigore> di nuove leggi e di abrogazioni, espresse o tacite, di

antiche disposizioni) rinviano, attraverso la mediazione dei c.d. destinatari

della legge, ad ulteriori <seconde> mediazioni. La completa, in tutte le sue

forme, sicura interpretazione delle leggi penali ha, oggi, spesso bisogno di

seconde, ulteriori mediazioni: quelle ad es. di tecnici, quanto più possibile

qualificati, di organi dello Stato (soprattutto di quelli istituzionalmente

destinati ad applicare le sanzioni per le violazioni delle norme, ecc.).

Specifici, particolari doveri, nei destinatari delle leggi penali (di richiesta

e controllo delle informazioni ricevute, ecc.) discendono da un sistema di norme

.strumentali>, la violazione delle quali già denota quanto meno una

<trascuratezza> nei confronti dei diritti altrui, delle persone umane e,

conclusivamente, dell'ordinamento tutto.

D'altra parte, chi, invece, attenendosi scrupolosamente alle <richieste>

preventive dell'ordinamento, agli obblighi di solidarietà sociale di cui

all'art. 2 Cost., adempia a tutti i predetti doveri, strumentali, nella specie

prevedibili e ciò nonostante venga a trovarsi in stato d'ignoranza della legge

penale, non può esser trattato allo stesso modo di chi deliberatamente o per

trascuratezza violi gli stessi doveri. Come é stato rilevato, discende

dall'ideologia contrattualistica l'assunzione da parte dello Stato dell'obbligo

di non punire senza preventivamente informare i cittadini su che cosa é vietato

o comandato ma da tale ideologia discende anche la richiesta, in contropartita,

che i singoli s'informino sulle leggi, si rendano attivi per conoscerle, prima

d'agire. La violazione del divieto di commettere reati, avvenuta nell'ignoranza

delle legge penale, può, pertanto, dimostrare che l'agente non ha prestato alle

leggi dello Stato tutta l'attenzione <dovuta>. Ma se non v'é stata alcuna

violazione di quest'ultima, se il cittadino, nei limiti possibili, si e

dimostrato ligio al dovere (ex art. 54, primo comma Cost.) e, ciò malgrado,

continua ad ignorare la legge, deve concludersi che la sua ignoranza é

<inevitabile> e, pertanto, scusabile.

Non esiste, é vero, un <autonomo> obbligo di conoscenza delle singole leggi

penali; non può disconoscersi, tuttavia, l'esistenza in testa ai c.d.

destinatari dei precetti <principali>, nei confronti di tutto l'ordinamento, di

doveri <strumentali>, d'attenzione, prudenza ecc. (simili a quelli che

caratterizzano le fattispecie colpose) nel muoversi in campi prevedibilmente

lesivi di <interessi altrui>; doveri già incombenti prima della violazione delle

singole norme penali, mirati, attraverso il loro adempimento e,

conseguentemente, attraverso la raggiunta conoscenza delle leggi, a prevenire

(appunto inconsapevoli) violazioni delle medesime. Inadempiuti tali doveri,

l'ignoranza della legge risulta inescusabile, evitabile.

Adempiuti ai medesimi la stessa ignoranza, divenuta inevitabile e, pertanto,

scusabile, esclude, la rimproverabilità e, pertanto, la responsabilità penale. 41

19. -L'effettiva possibilità di conoscere la legge penale é, dunque, ulteriore

requisito subiettivo minimo d'imputazione, che si ricava dall'intero sistema

costituzionale ed in particolare dagli artt. 2, 3, primo e secondo comma, 73,

terzo comma e 25, secondo comma, Cost. Tale requisito viene ad integrare e

completare quelli attinenti alle relazioni psichiche tra soggetto e fatto e

consente la valutazione e, pertanto, la rimproverabilità del fatto

complessivamente considerato.

Non si creda, peraltro, che, ricavandosi il requisito della <possibilità> di

conoscere la legge penale> dall'intero sistema costituzionale (ed in particolare

dai precitati articoli) esso sia estraneo all'art. 27, primo comma, Cost., quasi

che quest'ultimo comma si riferisca soltanto alle relazioni psichiche tra

soggetto e fatto, e, in particolare, alla violazione, nelle ipotesi di colpa in

senso stretto, delle norme preventive che caratterizzano la colpa oltre, se mai,

alla <rimproverabilità> dell'autore del reato. Vero é che l'art. 27, primo

comma, Cost., dichiarando che la responsabilità penale e personale, non soltanto

presuppone la <personalità> dell'illecito penale (la pena, appunto <in virtù>

della <personalità> della responsabilità penale, va subita dallo stesso soggetto

al quale é personalmente imputato il reato) ma compendia tutti i requisiti

subiettivi minimi d'imputazione.

Il comma in discussione, interpretato in relazione al terzo comma dello stesso

articolo ed in riferimento agli artt. 2, 3, primo e secondo comma, 73, terzo

comma e 25, secondo comma, Cost., svela non soltanto l'essenzialità della colpa

dell'agente rispetto agli elementi più significativi della fattispecie tipica ma

anche l'indispensabilità del requisito minimo d'imputazione costituito

dall'effettiva <possibilità di conoscere la legge penale>, essendo anch'esso

necessario presupposto della <rimproverabilità> dell'agente. Il principio della

<personalità dell'illecito penale> é <totalmente> implicato dal principio della

<responsabilità penale personale> espresso, appunto, dal primo comma dell'art.

27 Cost.: che l'integrale contenuto di questo comma debba esser svelato anche in

base alla sua interpretazione sistematica nulla toglie od aggiunge al contenuto

stesso.

20. - A questo punto va precisata l'interpretazione da dare all'art. 5 c.p. nel

momento in cui lo si <confronta> con gli articoli della Costituzione innanzi

richiamati e con l'intero sistema, in materia penale, della Carta fondamentale.

Per quanto occorra allontanare le tentazioni di sopravvalutazione dell'art. 5

c.p. (e quasi impensabile, infatti, che un soggetto <imputabile>) commetta i

c.d. delitti naturali nell'ignoranza della loro <illiceità> mentre l'ignoranza

delle norme incriminatrici dei c.d. reati di pura creazione legislativa, tenuto

conto del loro sempre crescente numero e del relativo <più intenso> dovere di

conoscenza da parte dei soggetti che operano nei settori ai quali tali norme

appartengono, si rivela, di regola, inescusabile) lo stesso articolo

costituisce, tuttavia, norma fondamentale nel vigente sistema delle leggi penali

ordinarie. Le interpretazioni che dottrina e giurisprudenza offrono dell'art. 5

c.p., soprattutto allo scopo di distinguere l'irrilevante errore sul precetto

dal rilevante errore sulla legge extrapenale di cui all'art. 47, terzo comma,

c.p., sono tanto varie e così diverse tra loro che é impossibile tentarne una

sia pur sommaria esposizione.

Qui occorre prendere le mosse dalla <rigorosa> interpretazione che dello stesso

articolo danno una parte della dottrina e la giurisprudenza di legittimità

(esclusa la <parentesi> della rilevanza della buona fede nelle contravvenzioni).

Non é questa, infatti, la sede per procedere ad un'interpretazione <esaustiva>

della norma impugnata: non, essendo invero, possibile qui chiarire, con

precisione, neppure l'oggetto sul quale cade il <vizio>, che l'art. 5 c.p.

sottende ed in base al quale, ove lo stesso articolo non esistesse, l'agente

sarebbe scusato, vale qui riportarsi, in materia, alle dottrine che risultano in

accordo con la citata <rigorosa> interpretazione dell'articolo in discussione: 42

tali dottrine sottolineano che, incidendo l'art. 5 c.p. sul momento subiettivo

dell'antigiuridicita, l'errore che, ai sensi dello stesso articolo, non scusa é

quello che cade sul precetto, sull'aspetto determinativo del precetto, tenuto

conto, peraltro, che valutazione e determinazione sono inscindibili nella norma

penale.

Per nessuno degli aspetti dai quali viene considerato l'art. 5 c.p. si può,

infatti, qui partire dalle riduttive interpretazioni che dello stesso articolo

alcuni Autori offrono, pur nel lodevole tentativo di <mitigarne> il rigore: non

foss'altro perchè tali interpretazioni non sono condivise dal diritto vivente.

Vero é che il problema dei rapporti tra soggetto e legge penale, tra soggetto e

norma penale, vanno impostati, come impone la Costituzione, nell'ambito

dell'autonomo requisito <possibilità di conoscenza della legge penale> sulla

quale ci si e soffermati innanzi: allorchè s'ignori la legge penale e

l'ignoranza sia inevitabile la mancata relazione tra soggetto e legge, tra

soggetto e norma penale, diviene, ai sensi dell'art. 27, primo comma, Cost.,

rilevante (risultando esclusa la personalità dell'illecito e non essendo

legittima la punizione in carenza del requisito della colpevolezza

costituzionalmente richiesta) mentre, ove l'ignoranza della legge penale sia

evitabile, rimproverabile, la stessa mancata relazione tra soggetto e legge, tra

soggetto e norma penale, non esclude la punizione dell'agente che versa in

errore di diritto (sempre che si realizzino tutti gli altri requisiti subiettivi

ed obiettivi d'imputazione) giacchè, in quest'ultima ipotesi, tale mancata

relazione già rivela quanto meno un'<indifferenza> dell'agente nei confronti

delle norme, dei valori tutelati e dell'ordinamento tutto.

Richiamato l'art. 5 c.p. alla logica dell'elemento subiettivo, della

colpevolezza, che lo stesso articolo arbitrariamente mutila; rilevato il

contrasto tra l'articolo in discussione e l'art. 27, primo comma, Cost.

(espressivo quest'ultimo, come s'é innanzi chiarito, dell'intero sistema

costituzionale in materia di elemento subiettivo del reato); la dichiarazione di

parziale incostituzionalità dell'art. 5 c.p. esclude, in ogni caso, che siano

chiamati a rispondere penalmente coloro che versano in stato d'inevitabile

(scusabile) ignoranza della legge penale.

2l.-Allo stesso modo non é, in questa sede, consentito riferirsi

all'interpretazione dell'art. 5 c.p., secondo la quale quest'ultimo, mentre

dichiarerebbe irrilevante la conoscenza effettiva della legge penale, nulla

disporrebbe in ordine alla possibilità di tale conoscenza. Questa tesi e degna

di particolare considerazione in quanto riconosce rilievo autonomo alla

possibilità di conoscere la legge penale e fa derivare tale rilievo dall'art.

27, primo e terzo comma, c.p.: questo articolo, statuendo la necessita di

considerazione d'una qualche relazione psicologica del soggetto con il disvalore

giuridico del fatto, si riconnette, infatti, ai principi di fondo della

convivenza democratica a termini dei quali, si ribadisce, così come il cittadino

é tenuto a rispettare l'ordinamento democratico, quest'ultimo é tale in quanto

sappia porre i privati in grado di comprenderlo senza comprimere la loro sfera

giuridica con divieti non riconoscibili ed interventi sanzionatori non

prevedibili.

Senonchè, alla predetta interpretazione riduttiva dell'art. 5 c.p. e stato

esattamente osservato che quest'ultimo, escludendo ogni efficacia scusante

dell'ignoranza della legge penale, non consente alcuna distinzione attinente

alla causa dell'ignoranza, in modo da ritenere l'ignoranza scusabile, a

differenza di quella inescusabile, suscettibile di diverso trattamento.

D'altra parte, la proposta interpretazione <adeguatrice>, ex art. 27, primo e

terzo comma, Cost., sarebbe in stridente contrasto con l'interpretazione che il

diritto vivente da all'art. 5 c.p.: non solo non s'interpreta questo articolo,

soprattutto da parte della giurisprudenza di legittimità (tranne l'<eccezione> 43


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto penale con analisi dei seguenti argomenti: la responsabilità oggettiva e la colpa in attività illecita, il compromesso, le dinamiche delle semplificazioni previste nell’attività processuale, le conseguenze della sentenza della Corte Costituzionale n.364 del 1998, il successo della teoria della colpa specifica nella giurisprudenza italiana, la responsabilità da rischio totalmente illecito.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Coppi Franco.

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