Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

definitiva di condanna o che sia colto nel momento in cui commette un reato per cui è

obbligatorio l’arresto in flagranza.

Una immunità sostanziale relativa identica a quella dei parlamentari è prevista all’art.

122 Cost per i consiglieri regionali. Però all’art. 122 vi è una diversità importante,

perché per essi non è prevista alcuna prerogativa processuale.

Godono della stessa immunità sostanziale relativa anche i giudici della Corte

Costituzionale per una legge Cost. del 1953, però i giudici della Corte Costituzionale

godono di un’importantissima prerogativa processuale di cui non godono neanche i

parlamentari: perché vengano sottoposti a procedimento penale occorre una

preventiva autorizzazione a procedere da parte della stessa corte Cost. Questa legge

si conciliava con le prerogative dei parlamentari, prima che fosse modificata la legge

che regola questo aspetto rispetto ad essi.

Una immunità secondo alcuni identica, secondo altri diversa, è prevista anche per i

membri del Consiglio Superiore della Magistratura da una legge ordinaria del 1981. La

maggioranza della dottrina sostiene che sia la stessa dei parlamentari, dei consiglieri

regionali ecc. però mentre per questi ultimi la formula è “non possono essere chiamati

a rispondere”, quindi viene esclusa la responsabilità penale, civile e amministrativa,

mentre per i membri del CSM la legge ordinaria del ’71 dice che “non sono punibili per

le opinioni espresse e i voti dati”, quindi alcuni, tra cui Marinucci e Dolcini dicono che

per i membri del CSM viene esclusa solo la responsabilità penale, in realtà non hanno

ragione, per il prof, l’immunità è identica. Quindi l’immunità sostanziale è identica,

mentre sono diverse le prerogative processuali per i parlamentari e i membri della

Corte Costituzionale.

La Cost. all’art. 96 prevede un’immunità processuale per il Presidente del Consiglio e i

Ministri, che anche se cessati dalla carica sono sottoposti per i reati commessi

nell’esercizio della loro funzione alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del

Senato o della Camera.

IMMUNITA’ PREVISTE DAL DIRITTO INTERNAZIONALE

Le fonti delle immunità sono le norme di diritto internazionale generalmente

riconosciute. Nel caso la fonte sia una di queste vi sarà il meccanismo di

conformazione automatica di cui all’art. 10, 1° comma, Cost. Quando la fonte di

un’immunità è una convenzione internazionale o un trattato occorre una legge di

ratifica da parte dell’ordinamento interno.

Tra le immunità più importanti previste dal diritto internazionale, vi è quella prevista

per il Papa, per cui è prevista un’immunità assoluta sostanziale e processuale, l’art. 8

del trattato lateranense definisce la figura del Papa sacra e inviolabile, così come era

la figura del re per lo Statuto Albertino.

Una immunità importante è prevista per i capi di stato esterno che si trovano in tempo

di pace nello stato italiano. È prevista un’immunità assoluta funzionale e

extra-funzionale. Altro caso di immunità assoluta è prevista per gli agenti diplomatici

accreditati presso lo stato italiano o presso la Santa sede. Alcuni parlano di

extraterritorialità delle sedi diplomatiche. L’immunità riguarda solo la persona, ma non

si può parlare di extraterritorialità degli edifici sedi di ambasciata, non esistono luoghi

all’interno del territorio italiano non soggetti all’imperio della legge penale italiana.

Per gli agenti consolari e per i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo e della

Corte dell’Aja vi è un’immunità relativa, solo per i reati commessi nell’esercizio delle

loro funzioni.

Il parlamentare europeo nello stato di appartenenza gode delle stesse immunità dei

parlamentari nazionali, al di fuori gode di immunità processuali importanti: non può

essere arrestato o sottoposto a procedimento.

I membri delle forze armate in istanza in Italia godono di prerogative processuali

importanti, in parte sono sottoposti alla legge penale italiana, in parte dello stato di

appartenenza.

NATURA GIURIDICA DELLE IMMUNITA’

Per la dottrina penalistica italiana maggioritaria le immunità sarebbero cause personali

di esenzione dalla pena, il fatto realizzato dall’immune sarebbe un fatto illecito e ciò

che non si applica sarebbe solo la pena, il fatto realizzato dall’immune rimane illecito

ma è non punibile.

Per un’altra parte della dottrina (Leone) la natura giuridica dell’immunità sarebbe

causa di esenzione dalla giurisdizione ma ciò si può dire solo per alcune immunità di

carattere processuale, quindi anche questa tesi non si può accogliere, altri dicono che

le immunità sono eccezioni all’obbligatorietà della legge penale, ma ciò non si può dire

perché anche l’immune è sottoposto alla legge penale. Abbiamo anche visto che le

immunità fanno riferimento a fenomeni del tutto diversi, dunque non si può

individuare un’unica natura giuridica delle immunità.

Le immunità sostanziali previste dal diritto pubblico interno, sono (per il prof e la

dottrina più recente e autorevole) da qualificare come cause di giustificazione, vere e

proprie scriminanti previste dall’art. 51 “ esercizio del diritto o adempimento di un

dovere” . Se questo è vero, l’immune che realizza il fatto realizza un fatto lecito ab

origine , perché le scriminanti escludono l’antigiuridicità del fatto. Il fatto è non punibile

in quanto lecito. Questo comporta conseguenze molto importanti anche per il

concorrente nel fatto dell’immune.

X es. il segretario del parlamentare che lo incita a fare un discorso offensivo, se

l’immunità fosse una causa personale di esclusione dalla pena, il parlamentare non

risponderebbe, ma il segretario sì; aderendo alla tesi per cui l’immunità sostanziale è

scriminante non risponderà nemmeno il segretario del Parlamentare perché concorre

ad un fatto lecito.

Il legislatore parte sempre da un conflitto di interessi, da una parte l’interesse c’è il

libero esercizio di una funzione di rilievo costituzionale, dall’altra l’interesse violato

dalla condotta dell’immune, in questo caso l’ordinamento fa prevalere il primo

interesse.

Le immunità previste dal diritto internazionale non hanno questa natura giuridica,

bisogna distinguere: per le immunità extra-funzionali la natura giuridica è quella di

esenzione temporanea dalla giurisdizione, l’immune non sarà sottoposto alla

giurisdizione penale italiana solo finché è in carica, finché si trova sullo stato o finché

non è scaduto il termine per lasciare lo stato italiano, perché spesso in caso di reato

commesso da un immune viene dato un termine, poi sarà perseguibile.

Per le immunità funzionali sono cause di esenzione definitiva dalla giurisdizione, anche

quando gli immuni non sono più incarica o hanno lasciato il territorio nazionale. La

natura delle immunità è diversa perché i fenomeni sono profondamente diversi.

SOGGETTI ATTIVI DEL REATO

Soggetto attivo è la persona indicata dalla legge come possibile autore del reato, è

colui che realizza un fatto preveduto dalla legge come reato. Tutte le persone fisiche

possono essere soggetti attivi di un fatto preveduto dalla legge come reato. Tutti

hanno la capacità penale di essere soggetti di diritto penale, tutti sono destinatari del

precetto penale.

Anche in non imputabili hanno capacità penale, sono soggetti di diritto penale che

possono commettere un fatto preveduto dalla legge come reato. Al non imputabile non

si può applicare la pena, ma ove ritenuto socialmente pericoloso si può applicare la

misura di sicurezza (che invece non si può applicare all’immune). Il non imputabile non

realizza un reato, bensì un fatto preveduto dalla legge come reato.

I reati si distinguono in relazione al soggetto attivo: reati monosoggettivi o

pplurisoggettivi. La maggior parte di quelli del nostro codice sono monosoggettivi,

cioè che possono essere commessi anche da una sola persona (X es. furto, omicidio,

rapina). I reati plurisoggettivi sono quei reati che presuppongono una pluralità di

soggetti attivi, assunta a elemento costitutivo del reato. Un tipico esempio di reato

necessariamente plurisoggettivo è la rissa, art 588. Un altro reato plurisoggettivo è

l’incesto (art. 564).

Il reato astrattamente monosoggettivo può essere anche realizzato da più persone, in

questo caso abbiamo un concorso eventuale di persone nel reato. Nei reati

plurisoggettivi si ha un concorso necessario di persone.

Un’altra distinzione importante è quella tra reati comuni e reati propri. I reati comuni

possono essere commessi da qualunque soggetto, normalmente quando il legislatore

costruisce un reato come reato comune utilizza l’espressione “chiunque” (X es. furto,

omicidio). Alle volte dietro la formula “chiunque”, il legislatore implicitamente si

riferisce ad un soggetto che riveste una determinata qualifica. Sono reati

apparentemente comuni, per esempio l’incesto, viene utilizzato il “chiunque” ma

deve essere per forza un parente o affine indicato nell’art.564, dunque è un reato

apparentemente comune. I reati apparentemente comuni sono in realtà reati propri.

Il reato proprio è il reato che può essere commesso soltanto da determinate persone

che rivestono una qualifica naturalistica o giuridica preesistente alla norma penale.

Il soggetto attivo che riveste una qualifica naturalistica è ad esempio (art. 578)

l’autore dell’infanticidio, che può essere solo la madre, la quale ricopre una qualifica

naturalistica.

Un esempio di reato proprio di colui che riveste una qualifica giuridica è il peculato

(art. 314), che può essere commesso dal pubblico ufficiale o incaricato di pubblico

servizio. Nei reati propri vi è un collegamento particolare tra il soggetto agente e il

bene giuridico tutelato dalla norma penale, solo quel soggetto può offendere quel

bene o offenderlo in quel modo, o comunque ha obblighi particolari per la tutela di

quel bene giuridico.

Una distinzione importante nell’ambito dei reati propri è tra reati propri esclusivi e

reati propri non esclusivi.

Nei reati propri esclusivi è il soggetto qualificato che deve materialmente tenere la

condotta tipica del reato, “di mano propria”. Uno stesso reato qualificato come

plurisoggettivo, apparentemente comune, lo qualifichiamo come reato proprio

esclusivo: l’incesto.

La qualifica del soggetto attivo determina l’offensività del reato, in mancanza della

qualifica il fatto è lecito. Il reato proprio non esclusivo (che Mantovani chiama

semiesclusivi) è il reato proprio la cui condotta tipica può essere tenuta anche da un

estraneo (soggetto non qualificato). Nel reato proprio non esclusivo la qualifica

soggettiva determina solo una specifica offensività del fatto. X es. nel caso del

peculato, reato proprio non esclusivo, se questo fatto di impossessarsi di cosa mobile

altrui di cui il soggetto abbia il possesso viene realizzato da chiunque non qualificato, il

reato non è più peculato, bensì diventa appropriazione indebita (art. 646). La qualifica

soggettiva determina una specifica offensività, in mancanza della qualifica vi è un

mutamento del titolo di reato.

Il delitto di peculato, reato proprio non esclusivo, può essere materialmente realizzato

(e rimane peculato) anche da un soggetto che non rivesta la qualifica, purché

l’ intraneo (soggetto qualificato) concorra alla realizzazione del reato, collabori alla

realizzazione del fatto.

Il nostro codice penale e anche la nostra Costituzione hanno costituito come possibile

autore di un reato solo la persona fisica perché la responsabilità penale è fissata su

caratteristiche fisiche e psichiche, imputabilità (capacità di intendere e volere) , suitas

della condotta (dominabilità della condotta), il dolo e la colpa, che sembrano

inconciliabili con una persona giuridica. L’ art.197 prevede solo un’obbligazione civile

di garanzia a carico della persona giuridica per la responsabilità dei suoi

rappresentanti o amministratori.

La Costituzione all’art. 27 prevede il principio di personalità della responsabilità

penale, viene sancita la responsabilità per il fatto proprio colpevole, quindi la

costituzione non permetterebbe di prevedere la responsabilità penale di un ente. E si

dice che l’ente risponderebbe per fatto altrui (realizzato dalla persona fisica). La teoria

organicistica sostiene che il fatto dell’organo sia il fatto dell’ente, dunque l’ente

sarebbe colpevole.

Il nostro legislatore ordinario, timidamente, perché l’ha chiamata amministrativa, ha

già previsto una responsabilità per l’ente, che si trova nel decreto legislativo 8 giugno

2001, n°231.

Nel 2001 è stata introdotta questa nuova responsabilità “da reato degli enti” che viene

qualificata come “responsabilità amministrativa da reato”. Per il prof, si può

cominciare a parlare di un seppur limitata personalità penale degli enti, limitata

perché si fa riferimento non a tutti i reati, ma solo alcune categorie di reati, sempre più

numerose. Limitata anche perché non si riferisce a tutti gli enti, questa responsabilità

da reato si applica agli enti dotati di personalità giuridica o privi di personalità

giuridica, ma non agli enti pubblici territoriali, allo Stato, agli enti di rilievo

costituzionale (x es. sindacati, partiti politici) e agli enti pubblici non economici.

Questa responsabilità chiamata “amministrativa”, nella sostanza è una vera e propria

responsabilità penale, come sostiene la dottrina maggioritaria. Lo possiamo dire

perché nasce da reati che lo stesso legislatore a volte considera espressamente

commessi dall’ente. Vi sono disposizioni in cui il legislatore espressamente qualifica

come reato espresso dall’ente. Inoltre questa responsabilità è autonoma e sussiste

anche quando l’autore del reato non è stato identificato e non è imputabile o quando il

reato si estingue per causa diversa dall’amnistia.

Inoltre il procedimento di accertamento della responsabilità e di applicazione della

sanzione è di competenza del giudice penale. All’art. 35 vi è l’estensione della

disciplina relativa all’imputato.

Vi sono comunque delle diversità di disciplina. Innanzitutto la sanzione pecuniaria non

è convertibile, a differenza di ciò che avviene nel diritto penale, non è possibile

sospendere condizionalmente la sanzione, sono diverse le regole in tema di

prescrizione. Ma ciò non può farci dire che questa sia una responsabilità

amministrativa e neanche ad un tertium genus, che peraltro è la tesi a cui sembra

accedere il legislatore e anche dalla più recente giurisprudenza della Corte di

Cassazione.

In realtà, per il prof, è una nuova forma di responsabilità penale, in parte autonoma da

quella prevista per le persone fisiche e quindi derogatoria anche rispetto ad alcuni

principi costituzionali di garanzia.

Stabilire se si tratta di responsabilità amministrativa o penale non è una questione

simbolica, perché se è penale deve confrontarsi con principi costituzionali, tra cui il

principio della responsabilità del fatto proprio e colpevole e secondo il prof, la

disciplina contrasta sia con il divieto di responsabilità per fatto altrui, sia con il

principio di colpevolezza. Vi sono anche presunzioni e inversioni dell’onere della prova.

La Cassazione recentemente l’ha definita un tertium genus quindi le questioni di

legittimità costituzionale sollevate sono state dichiarate infondate.

Per quanto riguarda i criteri di attribuzione dell’illecito all’ente, sul piano oggettivo

della responsabilità all’ente, nella relazione a questo decreto si legge che si è accolta

la teoria organicistica, per superare le obiezioni di contrasto con il principio di

responsabilità personale nel contenuto del divieto di responsabilità per fatto altrui,

dicendo che il fatto dell’organo è il fatto dell’ente. All’art. 5 si dice che l’ente è

responsabile per i reati commessi nel suo interesse o al suo vantaggio da uno dei

soggetti apicali o da persone sottoposte alla direzione o vigilanza dei soggetti apicali.

Ma ci si chiede come si concili questo criterio oggettivo di attribuzione di

responsabilità all’ente con l’art. 8, che prevede che l’ente risponde anche quando

l’autore del reato non è stato identificato. Se egli non è stato identificato non possiamo

sapere il ruolo di quel soggetto nell’ente e se ha agito per vantaggio proprio o

dell’ente.

Per quanto concerne i criteri di attribuzione della responsabilità sul piano soggettivo,

la colpevolezza dell’ente è una colpevolezza normativa, di tipo prevalentemente

oggettivo, il rimprovero è quello di non avere predisposto modelli di organizzazione e

gestione idonei a prevenire reati. Le due forme di colpevolezza dell’ente cui fa

riferimento il decreto legislativo sono due, a seconda che sia stato commesso da

soggetto apicale (art. 6), o da un sottoposto (art.7). La forma di colpevolezza dell’ente

quando il reato è stato commesso da un soggetto apicale, previsto dall’art. 6 “soggetti

in posizione apicale e modelli di organizzazione dell’ente”, l’ente non risponde se

prova (inversione dell’onere della prova): che l’organo dirigente ha adottato modelli di

organizzazione e gestione a prevenire reati della specie di quello verificatosi, e

numerose altre prove, è una sorta di probatio diabolica che si chiede all’ente per

andare esente dalla responsabilità, è una presunzione di colpevolezza, ed è

difficilissimo che l’ente riesca a provare la mancanza di colpevolezza.

La seconda forma di colpevolezza che si ha quando il reato è commesso da un

soggetto sottoposto agli apicali. Non troviamo né inversione dell’onere della prova ne

presunzione della colpevolezza, ma siamo sempre a una dimensione oggettiva della

colpa, che è esclusa se l’ente ha predisposto, adottato e attuato dei modelli di

organizzazione e gestione idonei a prevenire i reati.

Finora si è parlato di colpa di organizzazione dell’ente, per difetto di organizzazione.

Nell’ambito della colpevolezza dell’ente esiste anche il dolo dell’ente, che si trova

all’art. 16 del decreto “sanzioni interdittive applicabili all’ente”, si ha in tutti i casi in

cui il reato è espressione di una politica di impresa, finalizzata alla commissione di

quel reato o di quei reati. Al 3° comma art. 16, si applica una sanzione interdittiva

definitiva se l’ente o i suoi organi, viene utilizzato allo scopo unico o prevalente di

consentire o agevolare la commissione di reati.

Il decreto legislativo chiama le sanzioni da applicare “amministrative”, vi sono

sanzioni pecuniarie, le uniche indefettibili, le sanzioni interdittive, la confisca e la

pubblicazione della sentenza di condanna. Per la sanzione pecuniaria vi è uno schema

bifasico di commisurazione per quote in un numero non inferiore a 100 né superiore a

1000. Il giudice determina il numero delle quote tenendo conto della gravità del fatto.

L’importo sulla quota è fissato in base alla condizione economica dell’ente. È del tutto

diverso dal sistema di commisurazione della responsabilità penale vera e propria (in

Germania c’è già il sistema di commisurazione bifasico).

Per individuare le persone fisiche penalmente responsabili nell’ambito dello

svolgimento dell’attività di un ente, alcune volte il legislatore nel momento in cui

costruisce la fattispecie criminosa indica una qualifica generica che deve rivestire il

soggetto attivo del reato( x es. imprenditore, datore di lavoro), altre volte

esplicitamente indica una qualifica formale specifica che deve rivestire il soggetto

attivo del reato, per esempio la qualifica di amministratore, di direttore generale. Altre

volte indica solo implicitamente una qualifica formale che deve rivestire il soggetto

attivo del reato utilizzando la formula “chiunque” costruendo un reato

apparentemente comune ma proprio, perché dietro il chiunque si cela una qualifica

formale implicitamente richiesta dal legislatore.

Una volte che si individua il soggetto che riveste la qualifica formale richiamata

esplicitamente o implicitamente dalla legge penale, bisogna vedere se questo

soggetto può, trasferendo le sue funzioni, trasferire anche la responsabilità penale. Si

apre il problema di stabilire l’ efficacia penalistica della delega di funzioni. Oggi è

frequente la necessità della delega per lo svolgimento delle funzioni.

Il prof Vassalli, in introduzione al libro del prof. Fiorella, afferma che, con riferimento al

trasferimento di funzioni, i rischi sono due: concentrare la responsabilità verso l’alto o

verso il basso. Si concentra verso il basso se si riconosce piena efficacia penalistica

alla delega, mentre verso l’alto se non si da efficacia penale alla delega.

Manca ancora una disciplina della delega di funzioni di carattere generale, solo dal

2008 c’è una disciplina espressa ma solo nel settore della sicurezza del lavoro.

In mancanza di una disciplina espressa la dottrina ha elaborato due teorie:

• teoria formale civilistica, in caso di delega di funzioni, penalmente responsabile

è il delegante (soggetto qualificato), su di lui resta un obbligo di garanzia, di

impedimento del reato e un obbligo di penetrante controllo sull’attività del

delegato. Una delega di funzioni potrebbe escludere il dolo o la colpa del

delegante ove si accerti che ha fatto di tutto per evitare la commissione del

reato, dunque la delega incide solo sull’elemento soggettivo del reato.

• teoria funzionalistica (sostenuta da Fiorella), sostiene che, in caso di effettivo

trasferimento di funzioni, la responsabilità penale passa dal delegante al

delegato. Il delegante non ha più né obblighi di garanzia né obblighi di

penetrante controllo sull’attività del delegato. L’effettivo trasferimento di

funzioni si ha quando il delegante da al delegato completa autonomia

decisionale e patrimoniale. Passa la responsabilità perché passano le funzioni,

l’autonomia privata sposta le funzioni da un soggetto a un altro e solo di riflesso

la responsabilità penale passa da un soggetto all’altro. Fiorella distinse il vero e

proprio trasferimento di funzioni dal mero incarico di esecuzione, in cui il

delegante resta il soggetto penalmente responsabile perché nel mero incarico di

esecuzione il delegante si serve del delegato soltanto per eseguire le funzioni, e

quindi nel mero incarico di esecuzione, il delegato non ha né autonomia

patrimoniale né autonomia decisionale.

I sostenitori della tesi formale civilistica riducono il trasferimento di funzioni al mero

incarico di esecuzione.

La giurisprudenza su questo punto non ha mai sposato interamente una teoria, ma in

prevalenza la Cassazione ha accolto la teoria funzionalistica ma con molti limiti,

partendo da un limite ormai superato, diceva che la delega poteva avere efficacia

penalistica solo per imprese di grandi dimensioni, ma questo limite è stato superato

poiché irragionevole.

La delega deve essere effettiva, deve attribuire al delegato autonomia decisionale e

patrimoniale. Occorre che il delegato abbia competenza professionale, l’imprenditore

deve scegliere con cura il delegato, ma spesso gli attribuisce funzioni che non è in

grado di svolgere, quindi non sempre il delegante può capire se il soggetto è

veramente competente.

Riguardo alla prova della delega, la Cassazione ha sempre detto che è il delegante che

deve provare la delega, è una sorta di inversione dell’onere della prova.

Il legislatore quando ha disciplinato espressamente in materia di efficacia penalistica

nel settore della sicurezza del lavoro ex art d.lgs 9 aprile 2008 n°81, all’art.16 dice che

la delega di funzioni da parte del datore di lavoro, ove non esclusa, è ammessa con i

seguenti limiti e condizioni, atto scritto con data certa, la competenza professionale

del delegato, che attribuisca al delegato autonomia decisionale e patrimoniale. Questo

sembrerebbe accogliere la tesi funzionalistica.

Tuttavia al 3° comma si dice che la delega di funzioni non esclude l’obbligo di vigilanza

per l’espletamento da parte del delegato delle attività delegate, come sostiene la tesi

civilistica, tuttavia poi sembra tornare alla tesi funzionalistica, quando proseguendo si

dice che l’obbligo di cui al primo periodo si intende assolto in caso di adozione ed

efficacie attuazione di verifica e controllo, quindi non occorre una vigilanza del

delegante sull’attività del delegato. Dunque se sono stati predisposti modelli di

organizzazione e gestione idonei, il delegante non ha l’obbligo di vigilanza. Ci sono

alcune attività che il datore di lavoro non può delegare assolutamente. X es.

valutazione di tutti i rischi.

L’art. 299 “esercizio di fatto di poteri direttivi” dice che le posizioni di garanzia (datore

di lavoro ecc.) gravano altresì su colui il quale, pur sprovvisto di regolare investitura,

eserciti poteri giuridici riferiti a ciascuno dei soggetti definiti. Questi poteri vengono

chiamati poi “poteri giuridici”, quindi deve essere in base all’organizzazione interna

che questi poteri vengono attribuiti al soggetto, non è esercizio di fatto dei poteri.

SOGGETTO PASSIVO

Il soggetto passivo del reato è il titolare dell’interesse protetto dalla norma e offeso dal

reato. Per individuare il soggetto passivo bisogna individuare il bene giuridico tutelato

dal legislatore. Una parte della dottrina, tra cui Mantovani, ritiene giustamente che

esistano casi in cui il reato non ha un soggetto passivo in quanto non vi è un bene

giuridico tutelato (nei reati di scopo).

Il soggetto passivo può essere una persona fisica, anche se incapace. Più possono

essere soggetti passivi di uno stesso reato, nei casi in cui più persone siano titolari

dell’interesse protetto dalla fattispecie penale. Soggetto passivo di un reato può

essere anche lo Stato quando quel reato offenda direttamente interessi specifici dello

Stato. (X es. delitti contro l’amministrazione della giustizia, contro la personalità dello

Stato, contro la Pubblica Amministrazione).

Soggetto passivo può essere una qualsiasi persona giuridica, a patto che il reato sia

compatibile con la natura della persona giuridica. Vi sono una serie di delitti contro la

persona che possono avere come soggetto passivo un ente. Per esempio i delitti

contro l’onore: la diffamazione, può essere soggetto passivo di un delitto contro il

patrimonio.

Uno stesso reato può avere più soggetti passivi, anche nel caso in cui esso sia

costruito dal legislatore come reato plurioffensivo, ossia offensivo di più interessi, che

facciano capo a soggetti diversi. X es. art. 368 nel caso della Calunnia, ricompresa tra i

delitti contro l’amministrazione della giustizia, il soggetto passivo è sia lo Stato come

titolare dell’interesse della corretta amministrazione della giustizia, sia il privato che

viene incolpato ingiustamente di un reato.

Tuttavia per il prof, la categoria del reato plurioggensivo non ha molta ragione di

essere perché c’è sempre un interesse prevalente tutelato, in questo caso la Pubblica

Amministrazione, tant’è vero che il codice classifica la calunnia tra i reati contro

l’amministrazione della giustizia anche se di riflesso vi è anche la tutela della giustizia.

Per la dottrina più risalente, soggetto passivo costante di tutti i reati, sarebbe lo Stato

in quanto titolare dell’interesse pubblico alla non commissione dei reati e in quanto

titolare dell’azione per la persecuzione di essi. Ci sarebbe poi un soggetto passivo

particolare, specifico, il titolare dell’interesse protetto di volta in volta dalla legge

penale. Questa tesi non è più accolta in dottrina, non ha nessuna rilevanza pratica,

che confonde il bene giuridico tutelato con la ratio dell’incriminazione. Lo stato è

soggetto passivo solo nei reati che offendono direttamente un suo interesse specifico.

È importante individuare la persona offesa del reato, innanzitutto perché è colui che

può presentare la querela per i reati punibili a querela di parte (contrariamente ai reati

punibili d’ufficio). L’art. 120 c.p. definisce il soggetto passivo come persona offesa dal

reato. Inoltre è importante perché solo il soggetto passivo può prestare il consenso

scriminante nel caso in cui esso vale a scriminare, nei casi in cui il diritto è disponibile.

Il consenso dell’avente diritto, ad esempio non può scriminare l’omicidio.

La qualità del soggetto passivo del reato può determinare l’esistenza di un

determinato reato. X es. la qualità di minore, determina l’esistenza di particolari reati,

x es. 609 quinquies “Corruzione di minorenne”. La qualità del soggetto passivo può

determinare un mutamento del titolo di reato, il fatto costituirebbe comunque reato

ma se realizzato offendendo la persona di determinata qualifica, muta il titolo di reato.

X es. un fatto che sarebbe ingiuria diventa oltraggio a un magistrato in udienza art.

343 c.p. se il soggetto passivo riveste questa qualifica.

I rapporti tra soggetto attivo e il soggetto passivo possono essere elementi costituitivi

di un reato. X es. i maltrattamenti in famiglia. I rapporti tra soggetto attivo e passivo

possono essere anche aggravanti. X es. omicidio commesso contro l’ascendente o il

discendente (art.577).

I rapporti tra soggetto attivo e soggetto passivo possono anche determinare particolari

cause di non punibilità.

X es. 649 delitto contro il patrimonio commesso a danno di congiunti non è punibile

nei casi elencati da questo articolo).

La condotta tenuta dal soggetto passivo di un reato può determinare l’esistenza di una

circostanza, in particolare, all’art. 62 n°5, circostanza attenuante comune dell’essere

concorso a determinare l’evento, il fatto doloso della persona offesa. Qui la condotta

del soggetto passivo del reato determina l’esistenza di una circostanza, in questo caso

attenuante.

La condotta del soggetto passivo può anche determinare l’esistenza di particolari

reati, ci sono alcuni reati che presuppongono una collaborazione della vittima. In

questo caso quindi determina l’esistenza di un particolare tipo di reato.

X es. omicidio del consenziente, a condotta della vittima, il suo consenso determina

l’esistenza di una particolare figura giuridica attenuata di omicidio (non circostanza

attenuante, ma elemento specializzante degradante, ossia l’elemento che rende

speciale la figura e la rende punibile meno gravemente).

Un’altra ipotesi di reato con collaborazione della vittima è l’istigazione al suicidio (art.

580). Anche in questo caso la condotta ritenuta dal soggetto passivo determina

l’esistenza di un particolare tipo di reato, con collaborazione della vittima. Tuttavia qui

è il soggetto passivo che materialmente tiene la condotta di auto soppressione. Il

soggetto attivo cagiona indirettamente la morta.

Dalla condotta del soggetto passivo può dipendere (nei casi in cui il consenso

scrimina) la scriminante del consenso dell’avente diritto.

È molto importante distinguere il soggetto passivo dall’oggetto materiale del reato,

che è la persona o la cosa su cui cade la condotta criminosa. Quando oggetto

materiale è una persona, spesso vi è coincidenza tra soggetto passivo e oggetto

materiale (X es. lesione).

Nel caso dell’art. 642, che punisce la mutilazione fraudolenta della propria persona,

soggetto passivo e oggetto materiale non coincidono perché il soggetto passivo è

l’assicurazione, mentre oggetto materiale è la persona che si auto-mutila. Poi

quest’articolo conferma che in uno stesso reato lo stesso soggetto non può essere sia

attivo che passivo. In questo caso il soggetto che si auto-mutila è il soggetto attivo,

mentre il soggetto passivo è l’assicurazione.

È importante distinguere il soggetto passivo dal danneggiato. Il danneggiato è colui

che subisce dal reato un danno patrimoniale o non patrimoniale risarcibile, è colui che

può costituirsi parte civile in un processo penale. Normalmente vi è coincidenza tra

soggetto passivo e danneggiato. Nell’omicidio non vi è coincidenza tra soggetto

passivo (colui che è stato ucciso, titolare del bene giuridico protetto dalla legge e

offeso dal reato, la vita) e danneggiato (la famiglia della vittima).

In diritto penale il danno non patrimoniale può essere risarcibile art. 185 c.p.

IL REATO – diverse concezioni degli elementi costitutivi del reato

Lo studio del reato deve passare attraverso lo studio degli elementi costitutivi che lo

compongono, che sono tra di loro strettamente legati. Lo studio analitico del reato per

la concezione analitica è lo studio degli elementi essenziali di carattere generale del

reato. Si contrappone alla concezione unitaria del reato, caratteristica della Germania

nazista per cui il reato è violazione del dovere di fedeltà. Si passava quindi dal diritto

penale del fatto (nostro) al diritto penale dell’autore (concezione soggettiva del reato).

Il nostro diritto penale degli anni ‘30 è infatti stato autoritario ma non totalitario,

perché teneva il principio di legalità ed era diritto penale del fatto.

Le due teorie più importanti formulati in relazione allo studio degli elementi costitutivi

del reato sono:

• la teoria della tripartizione, secondo cui reato è il fatto umano tipico,

antigiuridico e colpevole. Tre sarebbero gli elementi essenziali di carattere

generale del reato. Fatto umano tipico significa fatto materiale corrispondente

ad una fattispecie astratta descritta dal legislatore. Per essere antigiuridico

deve contrastare le esigenze dell’ordinamento, deve esserci assenza di

scriminante. L’antigiuridicità è oggettiva, per questa concezione, è contrasto tra

il fatto materiale e le esigenze dell’ordinamento giuridico. È rimproverabilità per

il fatto commesso.

• la teoria della bipartizione, sostenuta da Mantovani sostiene che il reato è un

fatto umano tipico, colpevole. Per la bipartizione l’antigiuridicità è l’essenza del

reato, è globale, non solo oggettiva. E il contrasto è tra elemento oggettivo e

soggettivo e le esigenze dell’ordinamento giuridico. L’antigiuridicità è l’in sé del

reato.

Queste due diverse teorie si differenziano per il concetto di antigiuridicità e per il ruolo

che assegnano alle cause di giustificazione (scriminanti). Per la tripartizione le

scriminanti si potrebbero definire elementi negativi dell’antigiuridicità. Escludono

l’antigiuridicità del fatto. In presenza di una scriminante, il fatto è tipico ma non

antigiuridico. X es. omicidio in stato di legittima difesa, per la tripartizione è un fatto

tipico, perché corrisponde alla fattispecie dell’art.575, ma non contrasta con le

esigenze dell’ordinamento, perché realizzato in presenza di una scriminante. Per i

sostenitori della bipartizione, le cause di giustificazione sono elementi negativi del

fatto, ossia circostanze che non devono esistere perché il fatto sia tipico.

Si può osservare che partendo dalla bipartizione dovrebbe considerarsi egualmente

non tipica, sia l’uccisione di un insetto (manca un elemento positivo del fatto, non è un

uomo), sia l’uccisione di una persona in stato di legittima difesa (per la presenza di un

elemento negativo del fatto). Ma l’uccisione di un insetto è un fatto inoffensivo,

mentre la seconda fattispecie è comunque un fatto offensivo di un interesse

giustificato dallo stato di legittima difesa.

Marinucci e Dolcini seguono una diversa teoria, sono per la quadripartizione, il reato

avrebbe 4 elementi costitutivi di carattere generale: tipicità, antigiuridicità,

colpevolezza, punibilità. Sostengono che la pena sia carattere identificativo di un

reato. Tuttavia vi sono cause di non punibilità che non escludono il reato, ma soltanto

la pena. X es. delitti contro il patrimonio a danno di congiunti. Quindi non può essere la

punibilità, un quarto elemento.

Partendo dalla tripartizione si comprende meglio la struttura del reato. Il giudice prima

verifica che il fatto realizzato concretamente corrisponda alla fattispecie descritta dal

legislatore, il secondo passaggio è vedere se il fatto è stato realizzato in assenza di

una causa di giustificazione, poi si passa a controllare se il fatto è rimproverabile,

quindi colpevole.

ELEMENTO MATERIALE DEL REATO

Per aversi reato occorre un comportamento umano, che si sia estrinsecato all’esterno,

poiché non è punibile un soggetto per un pensiero, un’intenzione, per il principio di

materialità.

Perché si realizzi l’elemento materiale è sufficiente una semplice condotta attiva od

omissiva (così come nei reati di pura condotta, che si perfezionano con la semplice

azione od omissione. X es. art. 328 “rifiuto di atto d’ufficio. Omissivo.” reato omissivo

di pura condotta. Un reato commissivo di pura condotta si trova all’art. 385

“evasione”.

Normalmente però il legislatore richiede una condotta, un evento e un legame causale

tra condotta e evento (reati di evento). I reati di evento si perfezionano nel momento

in cui si verifica l’evento, modificazione del mondo esteriore, risultato della condotta. X

es. omicidio.

LA CONDOTTA

La condotta è elemento primario del fatto tipico. Alcuni reati si perfezionano con la

semplice condotta attiva od omissiva. Si possono realizzare solo con una condotta

attiva (x es. evasione) o solo con una condotta omissiva (x es. omissione).

Altri reati si possono realizzare sia con una condotta attiva, che passiva (x es.

omicidio), nei casi in cui il reato ha forma libera si può combinare la fattispecie

speciale, con l’art. 40/2.

Alcuni reati richiedono sia una condotta attiva, sia una condotta omissiva.

X es. art. 641 “insolvenza fraudolenta”, che per potersi realizzare occorre sia una

condotta omissiva, che una condotta attiva.

Ci sono reati che richiedono la realizzazione di più condotte della stessa specie.

X es. art. 572 “Maltrattamenti in famiglia”. Non basta un unico atto ma occorre una

pluralità di atti della stessa specie.

Una parte minoritaria della dottrina sostiene che nel nostro ordinamento vi sarebbero

reati senza condotta, per esempio l’art. 707, “possesso ingiustificato di chiavi alterate

e grimaldelli”, in realtà ha una condotta, il “possesso”, non esistono reati senza

condotta, sono reati senza offesa.

Elemento primario del fatto tipico è la condotta, il comportamento umano. Una

condotta può definirsi umana quando è cosciente e volontaria (ex art. 42/1). Deve

esistere sempre la coscienza e volontà perché la condotta possa dirsi attribuibile

all’uomo e propria di quel soggetto. Questa è la suitas della condotta, attribuibilità

della condotta al soggetto. Noi ne stiamo parlando nell’elemento oggettivo, mentre il

Mantovani ne parla nell’elemento soggettivo. Lo trattiamo nell’elemento oggettivo

perché l’accertamento di una condotta cosciente e volontaria occorre sempre, anche

nella responsabilità oggettiva, perché possa esservi responsabilità penale. La condotta

è attribuibile all’uomo quando è dominata o dominabile dalla volontà, cioè quando

nasce da un impulso cosciente del volere o quando poteva essere impedita con uno

sforzo del volere.

X es. l’accanito fumatore fuma e distrattamente butta la cicca accesa su una sostanza

infiammabile e provoca un incendio. Questo è un atto automatico, in questo caso la

condotta è attribuibile al soggetto perché con uno sforzo del volere l’atto poteva

essere impedito.

La suitas della condotta manca in tutti i casi di forza maggiore (art.45) e di

costringimento fisico (art.46). La forza maggiore è una forza della natura alla quale

l’uomo non può resistere, che determina in maniera irresistibile l’uomo.

X es. fortissima folata di vento che scaraventa una persona sopra un bambino e lo

ferisce.

Il costringimento fisico si ha quando vi è la forza di un altro uomo cui non si può

resistere. Anche in questo caso manca la suitas della condotta, dunque il soggetto

costretto non è responsabile.

Un altro caso in cui manca la suitas, è lo stato di piena incoscienza involontaria .

X es. un reato commesso nel momento in cui il soggetto attivo viene colpito da un

improvviso malore, un fatto realizzato in stato di ipnosi.

In questi casi di fatto realizzato in stato di piena incoscienza involontaria manca la

suitas della condotta. Bisogna distinguere queste ipotesi dalla mancanza di

imputabilità.

La condotta può consistere in un’azione o un’omissione. L’ azione è un movimento

corporeo rilevabile all’esterno, la parola è già azione. I reati di azione chiamati anche

commissivi possono essere costruiti dal legislatore come reati a forma vincolata (il

legislatore tipizza in modo preciso le modalità della condotta e punisce solo

determinate modalità di aggressione al bene giuridico) o a forma libera (il legislatore

tipizza la condotta solo come causale rispetto all’evento, si punisce qualsiasi modalità

di aggressione del bene).

Ci si chiede quando più atti tipici costituiscono un'unica azione o quando costituiscono

più azioni.

X es. più sottrazioni di cose, più fatti tipici ai sensi della fattispecie di furto.

Un’azione può essere costituita da un atto o da una pluralità di atti.

Per la dottrina tradizionale più atti costituiscono un'unica azione quando vi è

contestualità (unità di tempo e di luogo) e quando sono realizzati per un unico scopo.

Per la dottrina più moderna, non occorre l’unicità del fine perché, innanzitutto, ci sono

molti reati che sono colposi, non realizzati per un determinato scopo e poi si dice che

sarebbe strano che l’unicità di scopo che appartiene all’elemento soggettivo serva per

individuare l’unicità dell’azione. È chiaro che la contestualità è pacificamente

necessaria perché due atti costituiscano un'unica azione.

Per Mantovani non è sufficiente la contestualità, non occorre l’unicità di scopo, ma che

più atti siano idonei a ledere un unico bene giuridico.

Per il prof, più atti sono un'unica azione quando contestuali e diretti alla lesione di un

unico bene giuridico.

Quando vi è contestualità e direzione alla lesione di un unico bene giuridico e vi è un

solo soggetto passivo i più atti costituiscono un'unica azione e sicuramente un unico

reato.

Quando vi è pluralità di soggetti passivi, vi è contestualità degli atti e direzione alla

lesione di un unico bene giuridico. Quando il bene offeso è un bene personalissimo

(vita, incolumità fisica), una parte rilevante della dottrina, tra cui Mantovani,

sicuramente siamo di fronte a una pluralità di reati.

X es. più coltellate a più persone nello stesso momento.

Nel caso di un soggetto di uno scompartimento ferroviario, che distraendo le persone

presenti, prima ruba a una persona, poi ad altri. Abbiamo più atti contestuali, direzione

all’offesa di un unico bene patrimoniale, più soggetti passivi ed il bene non è

personalissimo, per Mantovani e larga parte della dottrina siamo di fronte ad un unico

reato.

Secondo la Cassazione (e per il prof), quando più sono i soggetti passivi nonostante il

fatto che si tratti di un bene patrimoniale, più sono i soggetti passivi, ci sono più reati.

La condotta può consistere anche in un’omissione. Il comportamento umano deve

estrinsecarsi all’esterno, per il principio di materialità. Per conciliare l’omissione con il

principio di materialità, per sostenere l’essenza naturalistica dell’omissione, la fisicità

dell’omissione, in passato, si è detto che consiste nell’azione diversa che il soggetto

ha tenuto al posto dell’azione che doveva tenere (aliud agere). Tuttavia non sempre

quando il soggetto omette fa qualcosa di diverso, potrebbe anche rimanere del tutto

inerte.

X es. il casellante che si addormenta e non opera lo scambio dei binari.

Inoltre spesso l’azione deve essere realizzata entro un certo termine, ed entro quel

termine il soggetto potrebbe tenere una serie di condotte diverse e quale sarebbe

quella rilevante. Quindi il giudice deve solo accertare che il soggetto non ha fatto ciò

che egli aveva l’obbligo di fare (non cos’altro ha fatto), quindi l’essenza dell’omissione

è normativo-giuridica (non naturalistica), si capisce in relazione ad una norma, ossia la

norma positiva dell’obbligo. Comunque l’omissione è un comportamento umano,

quindi non è in contrasto con il principio di materialità, è un’estrinsecazione della

personalità, non un atto interno.

Esiste la distinzione tra reati omissivi propri e impropri.

I reati omissivi propri sono reati omissivi di pura condotta, in cui l’elemento

materiale si esaurisce nella condotta, che si perfezionano con la semplice condotta

omissiva. X es. omissione di atti d’ufficio, omissione di soccorso.

I reati omissivi impropri sono reati omissivi di evento, cioè reati che si perfezionano

nel momento in cui si verifica l’evento. X es. l’omicidio in tutti i casi in cui si può

realizzare come reato omissivo.

Normalmente il reato omissivo improprio nasce dalla combinazione di due norme, una

di parte generale art. 40/2, per cui non impedire un evento che si avrebbe l’obbligo

giuridico di impedire equivale a cagionarlo, e da una norma di parte speciale, che

prevede un reato come reato commissivo a forma libera. La clausola di equivalenza, di

cui all’art. 40/2 c.p., moltiplica tutte le fattispecie commissive a forma libera e le fa

diventare anche fattispecie di reato omissivo improprio.

X es. l’omicidio è costruito nella parte speciale come reato commissivo a forma libera,

causalmente orientato. La clausola di equivalenza duplica questa fattispecie e la fa

diventare anche reato omissivo improprio dalla combinazione dell’art. 40/2 e 575

nasce una fattispecie di omicidio come reato omissivo improprio, che si può leggere

“Chiunque avendo l’obbligo giuridico di impedire la morte di un uomo, non la

impedisce, è punito”.

Solo raramente il legislatore costruisce già nella parte speciale una fattispecie come

reato omissivo improprio. X es. art. 659 c.p. “disturbo delle occupazioni e il riposo

delle persone” in cui si legge “chiunque suscitando o non impedendo…”.

Dal punto di vista del soggetto attivo, l’autore del reato, il reato omissivo improprio di

evento, può considerarsi un reato proprio, può essere commesso solo dalle persone

che avevano un preesistente obbligo di garanzia come obbligo giuridico di

impedimento dell’evento. L’obbligo giuridico può nascere da una legge, da

regolamento, da contratto, dall’assunzione volontaria di un impegno.

L’EVENTO

L’evento fa parte dell’elemento oggettivo. Il codice si riferisce all’evento in parecchie

disposizioni, all’art. 40 in termini di causalità, nell’art. 42 si riferisce alla responsabilità

oggettiva, all’art. 43 il codice ci da la definizione di dolo, colpa e preterintenzione. In

questi articoli il legislatore fa riferimento al concetto di evento.

Vi sono due concezioni:

1) Concezione naturalistica dell’evento: l’evento è l’effetto naturale della

condotta, rilevante per il diritto penale in quanto tipico, come modificazione del

mondo esteriore, conseguenza della condotta. In quanto conseguenza della

condotta, l’evento naturalistico è sempre successivo alla condotta, anche solo di

una frazione di secondo. Deve essere legato alla condotta da un nesso di

causalità materiale. Tuttavia partendo da questa concezione di evento, non tutti

i reati hanno un evento, l’evento non è elemento essenziale di tutti i reati,

esistono anche reati di pura condotta. L’evento può verificarsi anche molto

tempo dopo la condotta (reati ad evento differito). L’evento può verificarsi

anche in un luogo diverso da quello in cui si è verificata la condotta ( reati a

distanza). Alcuni reati hanno una pluralità di eventi (reati ad eventi plurimi). X

es. truffa, art. 640, che ha quattro eventi: l’induzione in errore, l’atto di

disposizione patrimoniale, ingiusto profitto, il danno altrui.

2) Concezione giuridica dell’evento: l’evento inteso in senso giuridico è l’offesa

del bene giuridico, nella forma del danno o del pericolo. Partendo da questa

concezione dell’evento come offesa, tutti i reati avrebbero un evento, in quanto

tutti i reati avrebbero un’offesa e l’evento non sarebbe necessariamente

successivo rispetto alla condotta, ma potrebbe coincidere con la condotta, nei

reati di pura condotta.

Tuttavia si può obiettare che tutti i reati hanno un evento e un’offesa solo partendo

dalla concezione metodologica, facendo coincidere il bene giuridico con lo scopo

dell’incriminazione; se invece si distingue dicendo che il bene giuridico è un’ entità

reale preesistente alla norma, che il legislatore trova e non crea, pur partendo da

questa concezione, bisognerebbe dire che nel nostro ordinamento ci sono vari reati

senza offesa e quindi ci sarebbero reati senza evento.

Il codice a volte sembra riferirsi all’evento giuridico, a volte all’evento naturalistico.

Sicuramente quando si tratta di affrontare problemi relativi all’accertamento del nesso

causale, l’evento va inteso in senso naturalistico.

RAPPORTO DI CAUSALITA’

Nei reati di evento con evento naturalistico occorre accertare il legame tra condotta ed

evento. L’evento deve essere conseguenza della condotta, ex art. 40 c.p. Il giudice

deve accertare l’esistenza di un legame causale tra condotta ed evento che, anche se

non ci fosse l’art. 40 c.p., si potrebbe anche ricavare dall’art.27 Cost che dice che la

responsabilità penale è personale, quindi per fatto proprio colpevole.

Il nostro codice, a differenza di altri codici europei prevede una disciplina del nesso

causale (artt. 40 e 41). Nei manuali di diritto penale si trova affrontato prima il

problema in astratto e poi il problema della disciplina del codice penale, perché in

realtà la disciplina del codice non è molto chiara.

Vi sono quattro teorie, ma l’unica teoria causale è quella della condicio sine qua non,

mentre causalità adeguata, causalità umana, causalità scientifica sono correttivi della

prima e più antica teoria.

La teoria della condicio sine qua non è l’unica teoria causale, per cui causa di un

evento è qualsiasi condizione senza la quale l’evento non si sarebbe verificato , la

condotta è causa dell’evento anche quando è solo una delle condizioni senza di cui

l’evento non si sarebbe verificato. È chiamata anche “teoria dell’equivalenza delle

condizioni” perché esse vengono considerate tutte allo stesso modo. Il giudizio è un

giudizio causale ex post ad evento avvenuto e bisogna accertare che la condotta

dell’uomo sia stata una condizione necessaria dell’evento. Il procedimento per

accertare l’esistenza del nesso causale è detto processo di eliminazione mentale,

mentalmente si elimina la condotta dell’uomo (nei reati commissivi) e se eliminandola

viene meno l’evento significa che la condotta è stata causa dell’evento.

Le obiezioni che si possono porre sono due. In primo luogo la teoria partirebbe da un

concetto di causa troppo ampio.

X es. medico che fa uscire dall’ospedale il paziente perché guarito, il paziente uscendo

chiede a un passante la via, il passante gli indica la via da seguire, il paziente

attraversa la strada seguendo le indicazioni del passante e viene travolto da una

macchina che sopraggiunge a velocità eccessiva. Stando alla teoria della condicio sine

qua non sia la condotta del medico, che quella del passante, che quella

dell’automobilista sarebbero tutte cause senza cui l’evento non si sarebbe verificato, si

consente il regresso infinito da condizione a condizione.

I sostenitori di questa teoria dicono che per la responsabilità penale bisognerebbe

accertare il dolo o la colpa, quindi un correttivo al concetto di causa sarebbe dato

dall’elemento psicologico del reato, solo dove il giudice accerti dolo o colpa, il

soggetto dovrebbe rispondere (medico e passante non dovrebbero rispondere).

Tuttavia è strano che a determinare la causa, elemento oggettivo del reato, siano il

dolo e la colpa, elementi soggettivi. Inoltre nel nostro ordinamento esistono ipotesi di

responsabilità penale oggettiva (x es. art. 584 “omicidio preterintenzionale”, ipotesi di

responsabilità oggettiva dell’evento più grave, assieme al dolo dell’evento meno grave

voluto). Rispetto a questa ipotesi non potrebbe limitare il concetto di causa.

X es. un soggetto che viene ferito intenzionalmente, attraversa la strada, viene

investito e muore. Non c’è nessun correttivo rispetto al concetto di causa, il feritore

stando a questa teoria dovrebbe rispondere di omicidio preterintenzionale.

Anche nei casi in cui è necessario accertare la colpevolezza, questa teoria porta a

delle conclusioni inaccettabili.

X es. soggetto ferito con volontà omicida, viene ricoverato in un ospedale, il quale

crolla e il soggetto muore. Stando a questa teoria il feritore non dovrebbe rispondere

di omicidio tentato, bensì di omicidio consumato.

Si obietta inoltre che non offre criteri sicuri per accertare l’esistenza del nesso di

condizionamento e per stabilire l’esistenza del nesso causale. I criteri per stabilire

l’esistenza del condizionamento li fornirà la teoria della causalità scientifica, così come

i criteri per delimitare l’imputazione oggettiva dell’evento li forniranno la teoria della

causalità adeguata e della causalità umana.

Quindi a queste due obiezioni cercano di rispondere le teorie successive, la causalità

adeguata e umana fissano criteri per restringere il concetto di causa, la causalità

scientifica fornisce i criteri per stabilire l’esistenza del nesso.

Secondo la teoria della causalità adeguata, causa dell’evento è soltanto la

condizione adeguata, proporzionata, idonea alla realizzazione dell’evento. È idoneità

astratta secondo un giudizio ex ante, in base a ciò che accade nella normalità dei casi,

secondo la comune esperienza. Per questa teoria non dovrebbero considerarsi causati

dalla condotta dell’uomo tutti gli eventi atipici, imprevedibili secondo ciò che accade

nella normalità dei casi (id quod plerunque accidit).

Si obietta di restringere troppo il concetto di causa, escludendo i casi eccezionali

secondo la “comune esperienza”, la quale è un concetto troppo vago. Inoltre confonde

l’elemento soggettivo con l’elemento oggettivo del reato. L’imprevedibilità soggettiva

non può restringere il concetto di causa.

Secondo la teoria della causalità umana, di Antolisei, l’uomo interviene nel

processo causale, esso ha una sfera di dominio anche su di esso. Perché esista

causalità tra condotta ed evento occorrono un elemento positivo, occorre che la

condotta sia stata una condizione senza cui l’evento non si sarebbe verificato, e uno

negativo, occorre che non siano intervenuti fattori causali di carattere eccezionale.

Non potrebbero ricondursi alla condotta tutti gli eventi eccezionali, rarissimi,

oggettivamente imprevedibili.

L’unica obiezione che si potrebbe fare è che l’imprevedibilità dell’uomo non è quella

secondo la migliore scienza ed esperienza.

La teoria della causalità scientifica detta anche teoria condizionalistica secondo il

modello della sussunzione sotto leggi scientifiche. Per questa teoria, causa di un

evento è qualsiasi condizione senza la quale l’evento, con certezza o con alta

probabilità, non si sarebbe verificato, secondo la migliore scienza ed esperienza del

momento storico. Questa teoria cerca di individuare i criteri in base a cui stabilire

l’esistenza del nesso causale. Secondo questa teoria il giudice deve individuare

l’esistenza di leggi scientifiche universali (o di certezza) o statistiche (probabilistiche)

sotto cui sussumere il caso concreto. Deve individuare le leggi che facciano capire la

regolarità di successione di certi fenomeni. Questa teoria non ci offre dei criteri di

delimitazione dell’imputazione oggettiva dell’evento, ci offre criteri per individuare

l’esistenza del concetto di causa. Il giudizio è ex post, ad evento avvenuto, che fa

riferimento all’evento concreto, per come si è verificato, in quel modo e in quel luogo

hic et nunc. Facendo riferimento all’evento concreto, rientrerebbe nel concetto di

causa anche la causalità addizionale o alternativa.

X es. due nipoti che l’uno all’insaputa dell’altro mettono nella tazza del vecchio e ricco

nonno del veleno, siccome si fa riferimento a un giudizio ex post, all’evento per come

si è verificato, tutti e due i nipoti sono considerati causa dell’evento morte (causalità

addizionale).

Nel caso della causalità alternativa, ad esempio, un soggetto pone un ordigno in casa

di un proprio nemico, e il nemico muore per lo scoppio dell’ordigno 2 minuti prima che

la casa sia investita da un fuoco che avrebbe comunque causato la morte. Questa

teoria è accolta in dottrina.

Tuttavia non si sa il coefficiente probabilistico per dire che l’evento è causato dalla

condotta, non si sa qual è il grado minimo di probabilità. Fino ad un certo periodo si

diceva che il coefficiente doveva essere vicino a 100, secondo dottrina e

giurisprudenza, poi una sentenza delle Sezioni Unite (sentenza Franzese, 30328/2002)

dice che il coefficiente probabilistico potrebbe anche essere medio-basso, l’importante

è che ci sia un’alta probabilità logica che da una certa condotta derivi un certo evento ,

deve raggiungere una certezza processuale che non siano intervenuti altri processi

causali a determinare quell’evento, e si possa affermare per alta probabilità razionale

che sia stata proprio quella condotta a determinare l’evento.

Tuttavia, ad esempio, il rapporto sessuale tra un soggetto sano e un soggetto con AIDS

determina la malattia con una certa probabilità, in questo modo come si può sapere

che non siano intervenuti altri processi alternativi.

Il nostro codice penale all’art. 40 ci dice che è necessario accertare l’esistenza del

legame causale tra condotta ed evento nei reati di evento. Occorre che esso sia

conseguenza della condotta. L’art. 41 “concorso di cause” al 1° e al 3° comma per la

dottrina pressoché unanime afferma la teoria della condicio sine qua non o

equivalenza delle condizioni perché l’intervento di serie causali indipendenti

concomitanti, preesistenti o susseguenti non escludono la causalità, è sufficiente che

la condotta umana sia una delle condizioni per cui si è verificato l’evento. La stessa

cosa è confermata al 3° comma, in cui si dice che si applicano le stesse disposizioni

quando la causa preesistente, concomitante o successiva consiste nel fatto illecito

altrui.

Secondo una parte della dottrina nell’art. 41/2 comma vi sarebbe una limitazione alla

imputazione oggettiva dell’evento, al concetto causalistico. Dice che le cause

sopravvenute escludono la causalità quando sono state da sole sufficienti a

determinare l’evento. Per gran parte della dottrina penalistica un limite alla teoria

condizionalistica sarebbe data dall’art. 41/2 che fisserebbe criteri di limitazione

all’esistenza del nesso causale.

I sostenitori della condicio sine qua non dicono che non ci sono limitazioni, le cause

sopravvenute in questione farebbero riferimento a serie causali del tutto autonome.

X es. un uomo viene avvelenato, va a letto per il consueto riposo, il veleno non ha

ancora fatto effetto ed un fulmine lo colpisce e muore.

Tuttavia se questa tesi fosse vera non ci sarebbe stato bisogno di scrivere questo

comma, sarebbe bastato l’art. 40 perché non esiste nessun nesso di condizionamento

perché il veleno ancora non aveva fatto effetto.

Un’altra parte della dottrina (tra cui Mantovani) dice che il secondo comma fa

riferimento all’intervento di serie causali meramente occasionali (come dice anche al

relazione al codice) che noi interpretiamo come intervento di fattori causali

eccezionali.

La relazione al codice fa l’esempio sopracitato, per cui se un soggetto viene ferito,

ricoverato in ospedale per la ferita e in ospedale muore per un incendio dell’ospedale,

interviene una serie causale meramente occasionale, l’intervento di fattori causali

oggettivamente imprevedibili.

Tuttavia questa sarebbe in parte la teoria di Antolisei, che dice che l’intervento di

fattori causali eccezionali esclude il nesso di causalità, però Antolisei diceva che anche

i fattori causali preesistenti e concomitanti escludono il nesso di causalità, mentre il

codice parla solo di cause sopravvenute. È sufficiente il procedimento analogico in

bonam partem per estendere l’art. 41/2 per Antolisei.

Però non esiste una lacuna legislativa, solo le cause sopravvenute escludono il nesso

causale, dunque non si può ricorrere al procedimento analogico.

Mantovani dice che dal combinato del 41/2 e art. 45 non è punibile chi ha commesso il

fatto per caso fortuito, dunque anche le cause preesistenti o concomitanti escludono il

nesso causale. Il caso fortuito è l’imprevedibile oggettivo.

Tuttavia il fortuito è imprevedibile soggettivo per larga parte della dottrina, inoltre

l’art. 45 fa riferimento a un fatto già commesso, attribuibile già al soggetto, dunque

per forza si fa riferimento a qualcosa di non preesistente o concomitante.

Per il prof, nei casi di intervento di fattori eccezionali, il fatto viene già attribuito al

soggetto, in un secondo momento quando si parlerà di colpevolezza verranno in rilievo

queste situazioni, per cui il soggetto potrebbe non essere rimproverabile.

Ormai dottrina e giurisprudenza in riferimento ai criteri cui il codice non fa nessun

riferimento, per individuare l’esistenza del nesso di causalità, si riferisce alla causalità

scientifica, rielaborazione della condicio sine qua non. L’art. 41/2 è l’unica limitazione

al concetto di causa che troviamo nel nostro codice.

CAUSALITA’ NEI REATI OMISSIVI IMPROPRI

Anche nei reati omissivi di evento va accertato il legame causale tra condotta ed

evento, come troviamo scritto all’art. 40. Già da una lettura della seconda parte

dell’art. 40 si capisce che la natura della causalità dei reati omissivi è diversa da

quella dei reati commissivi. La causalità dei reati omissivi è normativa, che capiamo

con riferimento all’art. 40/2 che dice che non impedire un evento che si aveva

l’obbligo di impedire equivale a cagionarlo, che equipara la causalità dei reati omissivi

alla causalità dei reati commissivi.

Una seconda differenza sta nel fatto che la causalità dei reati omissiva è doppiamente

ipotetica, perché il giudice per accertare l’esistenza del nesso causale deve

mentalmente sostituire all’omissione l’azione doverosa che il soggetto avrebbe dovuto

tenere e non ha tenuto e verificare se l’azione doverosa avrebbe evitato l’evento e

solo in questo caso il giudice riterrà esistente il nesso causale tra condotta omissiva ed

evento.

X es. il bagnino che si distrae ed un soggetto in mare si trova in difficoltà, il bagnino

non interviene, all’omissione bisognerebbe sostituire l’azione doverosa del bagnino e

verificare se una volta tuffatosi il bagnino sarebbe arrivato in tempo, se si accerta che

il soggetto ha avuto un malore improvviso che in poco tempo l’ha fatto annegare, non

ci sarebbe nesso causale, perché in ogni caso il bagnino non avrebbe potuto salvare il

soggetto.

Per quanto riguarda i criteri di limitazione della causalità e dell’esistenza del nesso

causale sono gli stessi dei reati commissivi, si differenziano solo per la natura ed il

procedimento usato. Bisognerà verificare che l’omissione sia stata causa senza cui

l’evento non si sarebbe verificato.

Il giudice deve individuare l’azione doverosa che il soggetto avrebbe dovuto tenere

quindi anche individuare l’esistenza nel soggetto attivo di un preesistente obbligo

giuridico di garanzia come obbligo giuridico di impedimento dell’evento. Quindi non un

mero obbligo giuridico di attivarsi. Ci sono solo alcune persone che sono garanti della

tutela di alcuni beni giuridici i cui titolari non sono in grado di proteggere

adeguatamente. X es. genitori per alcuni beni del figlio minore come vita, integrità

fisica.

Gli obblighi di garanzia hanno come fonte normalmente una legge extra-penale, che si

trova nel diritto pubblico o privato. Secondo alcuni può nascere anche da un

regolamento, può nascere da contratto o assunzione volontaria di un obbligo

(negotiorum gestio).

Questi obblighi di garanzia possono essere di protezione o di controllo.

Obblighi di protezione di determinati beni rispetto ad ogni fonte di pericolo, sono

per esempio gli obblighi che i genitori hanno, di tutelare determinati beni dei figli

minori, come vita e integrità fisica, rispetto a ogni fonte di pericolo. Gli stessi obblighi

di protezione li hanno i coniugi tra di loro, la dottrina maggioritaria dice che questi

stessi obblighi non li avrebbero i figli nei confronti dei genitori, i figli ne avrebbero

l’obbligo solo nel caso di assunzione volontaria dell’obbligo.

Esistono obblighi di controllo da determinate fonti di pericolo rispetto ad ogni bene.

È l’obbligo che hanno di solito coloro che sono vicini alle fonti di pericolo e ne hanno il

controllo. X es. l’obbligo di controllo del proprietario di un edificio pericolante; gli

obblighi di sicurezza del datore di lavoro.

Questi obblighi di garanzia possono essere originari o derivati.

Gli obblighi di garanzia originari nascono dalla funzione svolta dal soggetto (x es.

genitori-figli) gli obblighi derivati sono quelli che passano dall’obbligato originario a

quello derivato attraverso un atto di autonomia privata (x es. contratto).

X es. nel caso dei genitori che devono uscire e hanno dato appuntamento alla

baby-sitter, ma non arriva ed escono e il bambino si ferisce prima dell’arrivo della

baby-sitter, rispondono i genitori perché non vi è ancora stato un effettivo affidamento

del bene all’obbligato derivato, quindi l’obbligo rimane in capo all’obbligato originario.

Perché si attivi l’obbligo giuridico di impedimento occorre che vi sia un pericolo

effettivo per il soggetto da proteggere, solo in quel momento si attiva l’obbligo

giuridico di impedimento dell’evento. Perché si attivi l’obbligo occorre che l’obbligato

si trovi nella possibilità di adempiere, nella possibilità materiale di impedire l’evento.

X es. padre che non sa nuotare e porta il figlio che sa nuotare benissimo al mare, però

il figlio è in pericolo, se il padre si tuffasse morirebbe, quindi l’obbligo di impedimento

dell’evento non si attiva nei confronti del padre, egli dovrà fare di tutto per impedirlo,

ma non ha l’obbligo di tuffarsi.

Il giudice deve valutare la causalità sulla base di leggi scientifiche se esistono,

altrimenti dovrà riferirsi a norme di esperienza.

CATEGORIE DI REATI IN RELAZIONE ALL’ELEMENTO OGGETTIVO

Esistono reati d’azione o commissivi, e omissivi. I primi si realizzano con una

condotta attiva, i secondi con una condotta omissiva.

Alcuni reati si possono realizzare solo con una condotta attiva (x es. 637 “ingresso

abusivo nel fondo altrui”), altri solo con una condotta omissiva (x es. omissione di

soccorso).

Alcuni sia con una condotta attiva sia con una condotta omissiva (x es. omicidio

quando il soggetto abbia un preesistente obbligo di garanzia come obbligo giuridico di

impedimento dell’evento). Ci sono reati che presuppongono sia una condotta attiva,

sia passiva (X es. insolvenza fraudolenta), detti reati a condotta mista.

Esistono reati a condotta plurima o abituali, che per potersi realizzare occorre che

il soggetto realizzi più condotte della stessa specie (x es. art. 572 maltrattamenti in

famiglia).

Esistono reati di pura condotta che si perfezionano con la semplice condotta

attiva(x es. evasione) od omissiva (x es. omissione di soccorso) o di evento che si

perfezionano solo quando si verifica l’evento (X es. morte). Questa distinzione si

risolve nei reati omissivi nella distinzione tra reati omissivi propri o di pura

omissione, e reati omissivi impropri o commissivi mediante omissione che sono

reati omissivi di evento che si perfezionano nel momento in cui si verifica l’evento.

Nascono normalmente dalla combinazione di due norme, una di parte generale 40/2 e

una norma di parte speciale che prevede una fattispecie commissiva a forma libera.

Ci sono reati a forma vincolata, in cui il legislatore descrive le modalità della

condotta e quindi il bene giuridico può essere offeso solo con determinate modalità (x

es. art.640 truffa) e reati a forma libera in cui il legislatore descrive il reato in

termini causali, in cui è punita qualsiasi aggressione al bene giuridico, di solito per

tutelare un bene di particolare rilievo.

Con riferimento alle modalità concrete di realizzazione dello stesso reato, i reati

possono essere unisussistenti o plurisussistenti , che non è una distinzione in astratto

tra categorie astratte, è una distinzione che attiene alle modalità concrete di

realizzazione dello stesso reato. Uno stesso reato può configurarsi in questi due modi.

Il reato unisussistente è quello che si perfeziona con un unico atto, il reato

plurisussistente si perfeziona con una pluralità di atti. Questa distinzione è

importante con riferimento al tentativo. In linea di massima il reato unisussistente è

incompatibile con il tentativo, mentre è configurabile rispetto al reato plurisussistente

perché quest’ultimo ha un iter frazionabile, mentre non è così per il reato

unisussistente.

L’ingiuria può configurarsi a seconda delle modalità concrete in entrambi i modi.

L’ingiuria verbale si configura come unisussistente, l’ingiuria scritta può essere anche

plurisussistente, come la lettera ingiuriosa. Nel caso della lettera spedita che non

raggiunge il destinatario per disguidi postali, dunque sarebbe configurabile il tentativo.

Un’altra distinzione è quella tra reati istantanei e reati permanenti. Il reato

istantaneo si perfeziona o si consuma nel momento in cui si realizza il fatto tipico, il

reato permanente è il reato che si consuma nel tempo, comincia a consumarsi

quando sono presenti tutti gli elementi costitutivi e finisce di consumarsi quando

termina la condotta volontaria del soggetto attivo. Dura nel tempo il reato, la condotta

del soggetto attivo, l’offesa, a differenza del reato istantaneo (x es. sequestro di

persona art. 605 che inizia a consumarsi quando il soggetto viene privato della libertà

personale per un tempo apprezzabile e finisce nel momento in cui viene liberato).

Per la dottrina maggioritaria (e il prof) consumazione e perfezione coincidono e si

hanno quando sono presenti tutti gli elementi costitutivi della fattispecie.

Per Mantovani possono non coincidere, perché perfezione sarebbe quando sono

presenti tutti gli elementi costitutivi nel contenuto minimo, mentre consumazione

quando raggiunge la massima gravità in concreto.

X es. nella lesione inferta con un solo colpo perfezione e consumazione coincidono,

nella lesione con più colpi no, perché si perfeziona con il primo colpo e si consuma con

l’ultimo colpo. Mantovani confonde la consumazione con la gravità dell’offesa rilevante

ai sensi dell’art. 133 c.p. (“gravità del reato” desunta anche dalla gravità del danno o

del pericolo).

Quindi Mantovani dice che il sequestro di persona si perfeziona quando il sequestrato

viene privato della libertà personale per un periodo apprezzabile e si consuma quando

cessa la condotta attiva volontaria del soggetto. In realtà, per la tesi largamente

maggioritaria è un reato che comincia a consumarsi quando sono presenti tutti gli

elementi costitutivi del reato.

Esiste una distinzione in relazione all’offesa. Si differenziano tra reato di danno e di

pericolo. Nei reati di danno vi è una lesione effettiva del bene giuridico tutelato. Nei

reati di pericolo vi è una lesione solo potenziale del bene giuridico, che viene solo

minacciato, vi è una probabilità di danno. Nella parte generale all’art. 56 si trova una

figura generale di reato di pericolo, il tentativo.

Con riferimento ai reati di pericolo è necessario distinguere tra reati di pericolo

concreto in cui il pericolo è un requisito esplicito, quindi il giudice deve accertare in

concreto l’esistenza del pericolo per poter punire. X es. art. 422 “strage” nell’ambito

dei delitti contro l’incolumità pubblica, prevede come elemento costitutivo il pericolo

della pubblica incolumità.

Nei reati di pericolo presunto il pericolo viene presunto iuris et de iure, senza

possibilità di prova contraria, presunzione assoluta. Quindi il giudice non deve

accertare la presenza del pericolo, perché presunta dal legislatore.

X es. All’art. 423 al 1° comma “incendio di cosa altrui” il legislatore costruisce il reato

come reato di pericolo presunto, non è richiesto il pericolo, esso viene presunto con

presunzione assoluta. Per l’incendio di cosa propria il legislatore richiede invece il

pericolo concreto per l’incolumità pubblica.

Tuttavia la giurisprudenza anche della Corte Costituzionale richiede che l’incendio

abbia delle caratteristiche particolari, di vastità, violenza tali da rendere deducibile in

via normale il pericolo.

Una parte della dottrina tra cui Mantovani, sostiene che vi sia un'altra categoria, i reati

di pericolo astratto, in cui il pericolo è insito nella condotta. Si tratta delle ipotesi in cui

sarebbe molto difficile o impossibile accertare il pericolo. X es. scarichi in assenza di

autorizzazione.

Tuttavia, per il prof, esso si tratta di pericolo presunto. I reati di pericolo presunto sono

“reati senza offesa” nel senso che in essi si punisce sia quando c’è offesa, sia

quando non c’è.

ANTIGIURIDICITA’

Per la tripartizione l’antigiuridicità è il secondo elemento costitutivo di carattere

generale del reato. L’antigiuridicità è oggettiva, contrasto tra il fatto materiale e le

esigenze dell’ordinamento giuridico. Il fatto è antigiuridico quando è un fatto tipico

realizzato in assenza di cause di giustificazione. Il fatto deve essere tipico e realizzato

in assenza di cause di giustificazione, perché esse sono elementi negativi

dell’antigiuridicità. X es. l’omicidio in legittima difesa è tipico ma non antigiuridico.

Per la bipartizione di Mantovani, invece, gli elementi essenziali di carattere generali

sono solo due, e l’antigiuridicità non è solo oggettiva, è globale, è l’essenza del reato.

Le cause di giustificazione sono elementi negativi del fatto.

Partendo da entrambe le concezioni, un fatto realizzato in presenza di una causa di

giustificazione, è lecito.

In dottrina si distingue tra antigiuridicità formale e antigiuridicità materiale o

sostanziale.

L’antigiuridicità formale sarebbe il contrasto tra il fatto o una legge,

l’antigiuridicità materiale sarebbe il contrasto tra il fatto e gli interessi sociali

tutelati dal diritto legislativo o extra-legislativo. Nel nostro ordinamento che ha come

principio costituzionale il principio di legalità, l’antigiuridicità è solo formale. Vi può

essere anche un aspetto sostanziale dell’antigiuridicità anche nel nostro ordinamento

che potrebbe consistere nella lesione del bene giuridico tutelato, ma esso è tutelato

dalla legge, dunque è un aspetto sostanziale dell’antigiuridicità formale.

Per Mantovani guardando al nostro ordinamento, in particolare alla Costituzione,

l’antigiuridicità è formale-sostanziale perché è contrasto del fatto con una legge

costituzionalmente legittima ed anche contrasto del fatto con i valori tutelati dalla

Costituzione o dalla legge penale, non incompatibili con la Costituzione. Se fosse

formale e materiale, questa antigiuridicità non esisterebbe sempre, non esisterebbe

nei reati senza offesa. Se l’antigiuridicità non c’è sempre quindi non potrebbe essere

l’essenza del reato, come invece sostiene lo stesso Mantovani. Quindi Mantovani è

caduto in una contraddizione.

CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE (o scriminanti)

Le cause di giustificazioni sono situazioni in presenza delle quali un fatto che

costituirebbe reato non è tale perché c’è una legge che lo consente o lo impone. Le

cause di giustificazione comuni che riguardano tutti i reati si trovano nella parte

generale agli artt. 50 e seguenti, le cause speciali, che si riferiscono a particolari reati

si trovano nella parte speciali o in leggi speciali.

Il c.p. nell’art. 59 parla di circostanze che escludono la pena, riferendosi alle

scriminanti, dicendo che esse sono valutate in favore dell’agente anche se da lui non

conosciute o ritenute inesistenti per errore. Quindi esse rilevano oggettivamente,

anche se il soggetto non conosce l’esistenza della causa di giustificazione.

Le cause di giustificazione si estendono a tutti i concorrenti perché la scriminante

rende il fatto lecito (art. 119/2).

L’art. 59 al 4° comma disciplina l’erronea supposizione dell’esistenza di una causa di

giustificazione, in questo caso si esclude sempre il dolo, ma se l’errore è dovuto a

colpa residua la responsabilità a tale titolo quando esiste la fattispecie punita a titolo

di colpa. Ciò si verifica quando il soggetto agente ritenga di trovarsi in una situazione

di fatto che se realmente esistente determinerebbe l’esistenza di una causa di

giustificazione.

X es. un soggetto che di notte attraversa un quartiere frequentato da malviventi, gli si

presentano davanti soggetti con qualcosa in mano, che lui pensa armi, e quindi spara

credendo di essere aggredito. In questo caso la causa di giustificazione esiste solo

nella mente del soggetto agente.

In questo caso il soggetto è in colpa perché poteva accorgersi che non erano armi,

quindi risponderà di omicidio colposo perché l’omicidio è previsto dall’ordinamento a

titolo di colpa.

L’art. 55 disciplina l’eccesso colposo, in cui la causa di giustificazione esiste nella

realtà fino ad un certo punto, finché il soggetto non ne supera i limiti.

X es. il soggetto viene aggredito, quindi si trova in una situazione di legittima difesa e

crede di potersi difendere solo uccidendo, mentre potrebbe difendersi solo ferendo

l’aggressore (mentre per l’art. 52 richiede che la difesa sia proporzionata all’offesa), in

questo caso il soggetto risponderà a titolo di colpa se l’errore è dovuto a colpa ed

esiste la fattispecie punita a titolo di colpa.

Nel caso del consenso dell’avente diritto l’agente non viene punito perché il soggetto

punito acconsente che il soggetto attivo offenda quel bene, nei limiti in cui quel bene è

disponibile.

X es. l’omicidio del consenziente viene invece punito.

Negli altri casi vi è sempre un conflitto di interessi ed il legislatore ritiene prevalente

quello tutelato dalla scriminante.

LA COLPEVOLEZZA

La colpevolezza è il terzo elemento costitutivo di carattere generale del reato. Non è

sufficiente che il soggetto commetta un fatto tipico in assenza di scriminanti, ma che

vi sia anche legame psicologico tra l’autore e il fatto, normalmente nelle forme di dolo

o colpa.

Il principio di colpevolezza è per la Corte Cost. dal 1988, principio costituzionale. Per la

prima volta nella sentenza 364/1988 in tema di error iuris, ha sostenuto che il principio

costituzionale di personalità della responsabilità penale va inteso non solo come

divieto di responsabilità per fatto altrui, ma anche come principio di responsabilità

penale per fatto proprio colpevole. Questo principio costituzionale è rispettato quando

non solo vi è almeno la colpa rispetto agli elementi più significativi della fattispecie ma

vi è anche la possibilità di conoscere il precetto penale. Tuttavia anche dopo questa

sentenza vi sono ancora ipotesi di responsabilità oggettiva (anche se Mantovani lo

esclude). Con questa sentenza la Corte Cost. ha detto che anche il terzo comma

dell’art. 27 Cost. ci da una conferma che il principio di colpevolezza è un principio

costituzionale, il finalismo rieducativo della pena ci da la prova che la responsabilità

deve essere colpevole e essere attribuita a chi non ha avuto la possibilità di conoscere

il precetto penale.

Ci sono due concezioni della colpevolezza:

• la concezione psicologica, più risalente, per cui la colpevolezza è il rapporto

psicologico tra il soggetto e il fatto, nelle forme del dolo o della colpa, la

colpevolezza è un termine di genere per indicare l’elemento soggettivo del

reato e dolo e colpa sarebbero forme della colpevolezza.

A ciò si può obiettare che non si arriva a un concetto graduabile di colpevolezza

in relazione alle diverse motivazioni del soggetto, inoltre non si arriva a un

concetto unitario perché il dolo è un’entità psicologica reale, la colpa è un’entità

psicologica potenziale.

• la concezione normativa, la colpevolezza è rimproverabilità per

l’atteggiamento antidoveroso della volontà, cioè il contrasto tra la volontà e la

norma.

I sostenitori (dottrina maggioritaria)di questa concezione normativa della colpevolezza

dicono che si arriva a un concetto graduabile in relazione alla maggiore o minore

rimproverabilità, e ad un concetto unitario, di atteggiamento antidoveroso della

volontà, il fatto doloso è un fatto che il soggetto non doveva volere, il fatto colposo un

fatto che il soggetto non doveva produrre. Per la concezione normativa, dolo e colpa

non sono solo forme della colpevolezza , ma sono elementi della colpevolezza.

Per la concezione normativa la colpevolezza ha una struttura complessa, è formata da

più elementi, occorrono l’imputabilità (art. 85 capacità di intendere e volere) il dolo o

la colpa, la conoscenza o conoscibilità della legge penale, assenza di cause di

esclusione della colpevolezza.

Rapporti tra imputabilità e colpevolezza. Per i sostenitori della concezione

psicologica (Antolisei), l’imputabilità non è presupposto o elemento della colpevolezza,

può esserci colpevolezza senza imputabilità. Il loro ragionamento è quello che il nostro

codice ci fa capire che anche il non imputabile realizza il fatto con dolo o con colpa e

occorre quindi che il giudice accetti l’esistenza del dolo o della colpa anche nel fatto

del non imputabile, in particolare gli art. 223-224 ci dimostrerebbero che anche il non

imputabile può realizzare un fatto con dolo e colpa, perché indicano limiti minimi di

durata della misura di sicurezza legati alla gravità del fatto, ed essa viene desunta ex

art. 133 anche dall’intensità del dolo o dal grado della colpa ed è chiaro che il non

imputabile si deve accertare se il soggetto ha realizzato il fatto con dolo o con colpa.

Inoltre l’art. 203 dice che la qualità di persona socialmente pericolosa si desume dagli

elementi dell’art. 133, quindi anche dall’intensità del dolo e dal grado della colpa. Ciò

significa che l’imputabilità non è il presupposto della colpevolezza e l’imputabilità è

capacità alla pena. Il non imputabile per la concezione psicologica realizza un reato

non punibile.

Per i sostenitori della concezione normativa, l’imputabilità è presupposto della

colpevolezza e senza di essa al momento della commissione del fatto non c’è

colpevolezza, non c’è quindi possibilità di muovere un giudizio di rimprovero nei

confronti del soggetto agente. Tuttavia noi sappiamo che la colpevolezza è un

elemento essenziale del reato e quindi mancando l’imputabilità, manca la

colpevolezza, e mancando la colpevolezza, manca il reato, quindi il non imputabile

realizzerebbe solo un torto oggettivo con dolo o colpa, non un reato.

Anche i sostenitori della concezione normativa ritengono che il soggetto non

imputabile possa realizzare il fatto con dolo o con colpa, si dice che il codice impone di

accertare se il soggetto non imputabile ha realizzato il fatto con dolo o con colpa ai fini

della durata minima della colpevolezza e dell’accertamento della pericolosità. Anche

se si tratta di dolo o colpa particolari, la colpa è oggettivata, si concretizza nella

violazione della norma cautelare e il dolo nella volontà della condotta. Ma la

colpevolezza non è solo dolo o colpa per questa concezione, ha una struttura

complessa.

L’imputabilità è elemento della colpevolezza, e senza di essa non si può muovere un

rimprovero al soggetto, quindi il non imputabile può realizzare un fatto tipico

antigiuridico ma non colpevole, e mancando la colpevolezza manca il reato, bensì un

fatto preveduto dalla legge come reato.

Mantovani ha una propria particolare tesi, pur partendo dalla concezione normativa

della colpevolezza giunge alle stesse conclusioni dei sostenitori della concezione

psicologica. Sostiene che la colpevolezza è elemento essenziale del reato solo per gli

imputabili, per i non imputabili, elemento essenziale è la suitas della condotta, ossia

l’attribuibilità psichica della condotta all’autore. Quindi Mantovani può dire che, come

ritengono i sostenitori della condizione psicologica, il non imputabile realizza un reato

non punibile.

Il codice sembrerebbe dare ragione ai sostenitori della concezione psicologica e a

Mantovani che arriva alle stesse conclusioni, cioè sembra confermare la tesi per cui il

non imputabile realizza un reato non punibile (art. 86 e 111). L’art. 86 parla di “reato

commesso dalla persona resa incapace”, l’art. 111 afferma che “chi ha determinato a

commettere un reato una persona non imputabile, risponde del reato da essa

commesso”, quindi il non imputabile realizzerebbe un reato.

Tuttavia si potrebbe dire che il legislatore parla di reato perché si riferisce alla

responsabilità di un altro soggetto che ha determinato la realizzazione del fatto da

parte del non imputabile. Quindi secondo il prof hanno ragione coloro che sostengono

la concezione normativa.

IMPUTABILITA’

L’imputabilità è la capacità di intendere e di volere (ex art. 85). Questa capacità deve

esistere nel momento della commissione del fatto. La rubrica dell’art. 85 è “Capacità

di intendere e di volere”. Queste due capacità devono esistere entrambe, se ne manca

una, manca l’imputabilità.

La capacità di intendere è la capacità di comprendere il significato sociale degli atti

che si realizzano.

La capacità di volere è la capacità di autodeterminazione.

La capacità di intendere e di volere va valutata in relazione al singolo fatto commesso

nel momento in cui il fatto è stato commesso. Il nostro codice prevede 5 cause di

esclusione di esclusione o diminuzione dell’imputabilità: la minore età, il vizio di

mente, il sordomutismo, l’azione dell’alcool e l’azione degli stupefacenti.

Per quanto riguarda la minore età, disciplinata dall’art. 97 c.p. “minore degli anni

14”, non è imputabile chi al momento del fatto non aveva ancora compiuto 14 anni,

per cui si prevede una presunzione assoluta di incapacità di intendere e di volere.

Quindi al minore di 14 anni che abbia commesso un fatto preveduto dalla legge come

reato, non potrà essere applicata la pena, ma se ritenuto socialmente pericoloso, si

può applicare una misura di sicurezza, si può applicare il riformatorio giudiziario nella

forma del collocamento in una comunità o la libertà vigilata.

L’art. 98 si occupa dei maggiori di 14 anni e minori di 18. Per costoro non c’è né una

presunzione di capacità, ne di incapacità, il giudice deve sempre accertare se il

soggetto alla commissione del fatto aveva raggiunto o meno un sufficiente grado di

maturità, nel caso in cui non l’avesse raggiunta, il giudice lo riterrà incapace di

intendere e di volere, e lo tratterà come il minore di 14 anni, quindi non imputabile,

per cui potrà applicare solo una misura di sicurezza, se invece accerta che il soggetto

aveva raggiunto un sufficiente grado di maturità, gli applicherà una pena diminuita. La

pericolosità sociale è la probabilità che il soggetto commetta in futuro nuovi fatti

preveduti dalla legge come reati.

Per chi ha compiuto i 18 anni c’è una presunzione relativa della capacità di intendere

e di volere, vincibile se si accerta l’esistenza di una causa di incapacità.

Per i minori vi sono delle regole del diritto penale sostanziale e processuale particolari,

il giudice dei reati commessi dal minore è il Tribunale dei minorenni e la pena nei casi

in cui è applicabile ha una finalità esclusivamente o in prevalenza rieducativa.

Il legislatore distingue il vizio di mente tra vizio totale o parziale.

Il vizio totale esclude l’imputabilità, non è imputabile, ex art. 88, chi era per infermità

in un tale stato di mente tale da escludere la capacità di intendere o di volere.

L’infermità è uno stato patologico, anche transitorio, anche ove non consista in una

malattia clinicamente classificabile, c’è un’importante sentenza delle sezioni unite

9163/2005 che dice che ai fini del riconoscimento del vizio di mente anche i disturbi

della personalità non sempre inquadrabili nel novero delle malattie mentali possono

rientrare nel concetto di infermità purché siano di intensità e gravità tali da incidere

completamente sulla capacità di intendere e di volere. L’infermità di cui all’art. 88-89

può essere anche un’infermità fisica, si fa l’esempio di gravi disturbi di carattere

endocrino.

Il vizio parziale di mente è disciplinato dall’art. 89, che prevede che la pena, in

questo caso, sia diminuita. Si ha vizio parziale quando al momento della commissione

del fatto il soggetto si trovava per infermità in uno stato tale da scemare grandemente

senza escludere la capacità di intendere o di volere. Tuttavia non è facile per il giudice

accertare se il soggetto si trovava in questa situazione, il giudice ha grande potere

discrezionale, pur ricorrendo a perizia psichiatrica.

All’art. 90 c.p. si dice che gli stati emotivi (x es. ira) o passionali (x es. gelosia) non

escludono, né diminuiscono l’imputabilità. Il codice lo dice subito dopo il vizio di

mente, quindi lo stato emotivo non diminuisce l’imputabilità a meno che non determini

un vizio di mente.

Il nostro codice distingue ubriachezza, che di solito non comporta diminuzione di

pena, dalla cronica intossicazione da alcool che esclude o diminuisce

l’imputabilità.

Il codice distingue 4 forme di ubriachezza: accidentale, volontaria o colposa,

preordinata e abituale. Di queste solo l’accidentale esclude o diminuisce l’imputabilità.

La preordinata e l’abituale possono comportare un aumento di pena.

L’ubriachezza incidentale (art. 91) è dovuta a caso fortuito o forza maggiore, cioè

non dovuta a colpa, non rimproverabile, esclude l’imputabilità quando è piena. Quindi

se il soggetto realizza il fatto in stato di ubriachezza accidentale piena, il soggetto non

è imputabile e non gli si applica né pena né misura di sicurezza.

X es. operaio di una distilleria che inala vapori alcoolici per un guasto e in questa

situazione il soggetto commetta un fatto preveduto come reato.

Quando invece l’ubriachezza accidentale non è piena ma tale da scemare

grandemente, senza escludere la capacità di intendere e di volere, si applicherà al

soggetto una pena diminuita. L’unica forma di ubriachezza che esclude l’imputabilità è

l’ubriachezza accidentale.

L’ubriachezza volontaria o colposa è quella che non deriva né da caso fortuito, né

da forza maggiore. È disciplinata all’art. 92 “Ubriachezza volontaria o colposa”. Essa

non esclude, né diminuisce l’imputabilità.

X es. un soggetto che si è volontariamente ubriacato o si è ubriacato per colpa e

commette un reato in questo stato, per l’art.92, il soggetto risponderà del reato anche

se al momento della commissione del reato non era capace di intendere e di volere, è

una finzione legislativa di capacità, è una deroga alla regola fissata dall’art. 85, che

afferma che è imputabile solo chi ha la capacità di intendere e di volere.

Il soggetto risponde del reato commesso, ma a che titolo?

In passato Manzini diceva che in tutti i casi il soggetto risponderà del reato a titolo di

colpa, ma era una tesi priva di alcun fondamento giuridico.

Altra parte della dottrina dice che per stabilire a che titolo il soggetto risponde,

bisogna riferirsi al momento in cui il soggetto si è ubriacato, se volontariamente

risponderà di dolo, se si è ubriacato per colpa, risponderà a titolo di colpa, ma

l’obiezione a questa tesi è che confonde l’elemento psicologico che esiste nel

momento in cui il soggetto si ubriaca con quello esistente al momento in cui il

soggetto commette il fatto.

Mantovani aggiorna questa tesi e dice che è necessario riferirsi al momento in cui il

soggetto si è ubriacato, ma se nel momento in cui il soggetto si è ubriacato ha

previsto la commissione del reato come possibile e ne ha accettato il rischio, il

soggetto risponderà a titolo di dolo eventuale (accetta che l’evento si verifichi), se

invece il soggetto, al momento in cui si è ubriacato, si rappresenta la possibilità di

commettere un reato e esclude la possibilità che il reato si verifichi, agendo nella

sicura convinzione che il reato non si verificherà, risponderà di colpa cosciente o con

previsione (il soggetto prevede l’evento ma non accetta il rischio che l’evento si

verifichi).

Il prof obietta che non si può accertare se nel momento che il soggetto si è ubriacato

ha accettato o meno il rischio della commissione del reato, quindi l’unica soluzione è

che per verificare a che titolo il soggetto risponde, ci si riferisca al momento in cui

l’ubriaco ha commesso il reato e si verifichi se in quel momento l’ha commesso con

dolo o con colpa, ma saranno dolo o colpa particolari, ma l’accertamento di dolo o

colpa occorre anche per i non imputabili, quindi anche per l’ubriaco. Certamente

questa soluzione è di dubbia legittimità costituzionale, ma l’unica soluzione coerente

con il sistema.

Nel caso dell’ubriachezza preordinata (art. 92, 2° comma), al fine di commettere un

reato o di prepararsi una scusa, il soggetto risponde del reato commesso con una pena

aumentata. Questa per la dottrina è un’ipotesi speciale di actio libera in causa perché

il soggetto aveva il potere di porsi o non porsi in una situazione di incapacità e vi si è

posto per commettere il reato o procurarsi una scusa, ed è un’ipotesi speciale di

quanto disciplinato dall’art. 87, il quale dice che la regola dell’art. 85 non si applica se

il soggetto si è posto in stato di incapacità per commettere un reato o prepararsi una

scusa. E quando lo stato di incapacità è per ubriachezza, la pena è aumentata.

Per il prof non vi sono problemi di costituzionalità per l’art. 92, 2° comma, perché non

vi è deroga al principio di colpevolezza, ma è in linea con esso perché si può

rimproverare al soggetto l’essersi messo in stato di incapacità. Tuttavia bisogna

accertare la rispondenza tra il reato ideato e il reato realizzato. X es. un soggetto si

ubriaca ed ha un nemico, si ubriaca per poter picchiare il suo nemico, prende la

macchina e uccide un uomo. In questo caso non c’è rispondenza tra reato realizzato e

reato ideato, quindi in questo caso l’ubriachezza non sarebbe preordinato, quindi non

vi sarebbe aumento di pena.

Nel caso dell’ubriachezza abituale (art.94), la pena aumentata. Il nostro codice

contiene la definizione per stabilire quando l’ubriachezza è abituale, definisce ubriaco

abituale chi è dedito all’uso di bevande alcooliche e in stato di frequente ubriachezza.

Se questo soggetto commette in stato di ubriachezza un reato risponde e la pena è

aumentata. Questa è tuttavia una sorta di colpevolezza per la condotta di vita. In

questo caso vi è un aumento di pena, mentre in caso di cronica intossicazione da

alcool (art. 95), l’imputabilità può essere esclusa o diminuita. Per i fatti commessi in

caso di cronica intossicazione da alcool si applica la disciplina del vizio parziale o

totale di mente. Esclude l’imputabilità se l’intossicazione cronica ha fatto sì che il

soggetto si trovi in una situazione di totale incapacità di intendere e di volere, si potrà

tuttavia applicare una misura di sicurezza.

Non è sempre facile accertare la differenza tra ubriachezza abituale e cronica

intossicazione da alcool , ma dal punto di vista teorico, la cronica intossicazione da

alcool è alterazione patologica irreversibile, mentre l’ubriachezza abituale è sempre

reversibile.

L’azione degli stupefacenti è equiparata dal legislatore all’azione dell’alcool. All’art. 93

si dice che le disposizioni sull’ubriachezza colposa, volontaria o preordinata, si

applicano anche quando il fatto è stato commesso sotto l’effetto di stupefacenti. Al 2°

comma art. 94 si estende la disciplina dell’ubriachezza abituale. Ed all’art. 95 si

equipara l’intossicazione cronica da alcool e da stupefacenti.

Poi con riferimento all’uso di stupefacenti si ha anche una disciplina di parte speciale.

La dottrina prevalente ritiene che queste cause di esclusione dell’imputabilità non

siano tassative, nel senso che vi possono essere altre situazioni che escludano

l’imputabilità.

X es. soggetto segregato fin dalla nascita che a un certo punto viene liberato e

immesso nella vita civile, il soggetto sarà in una situazione di incapacità di intendere e

di volere.

ELEMENTO SOGGETTIVO

L’art. 42 prevede i principi generali in tema di imputazione soggettiva, mentre l’art. 43

definisce dolo, colpa e preterintenzione.

Del 1° comma, art. 42, cioè della coscienza e volontà della condotta, abbiamo parlato

riguardo all’elemento oggettivo del reato, mentre una parte della dottrina (Mantovani)

ne parla quando parla della colpevolezza. Secondo il prof, invece la suitas della

condotta è primaria del fatto tipico. Ne abbiamo parlato circa l’elemento oggettivo

perché la suitas occorre sempre, anche nelle ipotesi di responsabilità senza colpa, ma

occorre accertare la suitas anche nel fatto del non imputabile.

Al 2° comma si dice che nessuno può essere punito se non ha commesso con dolo

salvo i casi di delitto preterintenzionale o colposo. Quindi il dolo per i delitti è titolo

normale di imputazione mentre colpa e preterintenzione sono eccezionali, solo nei casi

previsti. Si può rispondere, ad esempio, di omicidio colposo o preterintenzionale,

perché il legislatore lo prevede.

Al 3° comma si dice che la legge determina che esistono casi di responsabilità

oggettiva, senza colpa, ipotesi in cui il soggetto risponde in base al mero

accertamento di un legame causale tra condotta ed evento. Queste ipotesi oggi

dovrebbero essere tutte considerate incostituzionali perché dall’88 la Cassazione dice

che il principio di colpevolezza è un principio costituzionale. Tuttavia troviamo molte

ipotesi nell’applicazione pratica (anche se Mantovani le soggettivizza).

L’ultimo comma viene interpretato nel senso che per le contravvenzioni anche la colpa

è titolo normale di imputazione. Il giudice dovrà accertare comunque se la

contravvenzione è stata commessa con dolo o colpa ai fini della commisurazione della

pena. Vi sono casi rarissimi in cui il legislatore costituisce un’ipotesi di

contravvenzione solo dolosa o solo colposa.

L’art. 43 “elemento psicologico del reato”, definisce dolo, colpa e preterintenzione.

Dalla definizione di delitto doloso, si evince la struttura del dolo, con riferimento ad

essa, il dolo ha un elemento intellettivo e un elemento volitivo, occorre quindi

rappresentazione e volontà (evento preveduto e voluto).

Con riferimento all’oggetto del dolo sorgono problemi. Si dice che la definizione

dell’art. 43 1° comma con riferimento all’oggetto del dolo è ambigua e incompleta.

Ambigua perché non si capisce immediatamente se il legislatore faccia riferimento

all’evento come offesa, evento giuridico , o all’ evento naturalistico come modificazione

del mondo esteriore, conseguenza della condotta. Parlando di evento dannoso o

pericoloso sembra far riferimento all’evento giuridico come oggetto del dolo. Se fosse

vera questa tesi, il soggetto per essere in dolo dovrebbe essersi sempre rappresentato

l’illiceità penale del fatto. Invece fino al 1988 vigeva la regola dell’art. 5 dell’assoluta

inescusabilità dell’errore su legge penale, e dall’88 in poi vale la regola della normale

inescusabilità dell’errore su legge penale, esso scusa solo quando è inevitabile, quindi

oggetto del dolo non può essere l’offesa dell’interesse oggetto della legge penale.

Quindi l’oggetto del dolo è l’evento naturalistico, il nostro codice nella definizione di

dolo fa riferimento anche all’evento naturalistico (“evento… che è il risultato

dell’azione o l’omissione, … come conseguenza”). Quindi quando parla di evento fa

riferimento all’evento naturalistico come oggetto del dolo.

Questa definizione di dolo, oltre ad essere ambigua è anche incompleta perché è data

solo per i reati di evento e non per i reati di pura condotta, inoltre perché dalla

definizione dell’art. 43 ricaviamo che oggetto del dolo è solo l’evento, ma non può

essere solo l’evento, è dal combinato disposto dell’art. 43 e 47 che capiamo che

oggetto del dolo è anche il fatto materiale tipico, non solo l’evento.

L’art. 47 “errore di fatto”, nel 1° comma afferma che l’errore sul fatto che costituisce il

reato esclude il dolo, dunque in negativo dice che oggetto del dolo è il fatto materiale

tipico. Quindi per essere in dolo il soggetto deve essersi rappresentato tutti gli

elementi essenziali del fatto, e nei reati di evento deve aver voluto condotta ed

evento, e nei reati di pura condotta deve aver voluto la condotta.

Ci sono elementi essenziali del fatto che il soggetto deve necessariamente

rappresentarsi ma non può volere.

X es. art. 564 “incesto” il rapporto di parentela è costitutivo del reato di incesto, quindi

il soggetto deve esserselo rappresentato ma non può essere voluto.

L’evento può dirsi voluto dal soggetto agente quando la volontà del soggetto era

diretta alla realizzazione di quel risultato (dolo diretto o intenzionale), ma sia la

dottrina che la giurisprudenza ritengono che il risultato possa considerarsi voluto

anche quando il soggetto si è rappresentato l’evento come possibile ed ha agito

accettando il rischio che esso si verifichi (dolo eventuale), il soggetto agisce a costo

che il risultato si verifichi. Stando alla definizione il dolo eventuale non ha cittadinanza

nel nostro sistema, però dottrina e giurisprudenza dicono che il dolo eventuale è dolo.

Il dolo eventuale va distinto nettamente dalla colpa cosciente o con previsione.

Quest’ultima, una forma di colpa punita più gravemente si ha quando il soggetto si è

rappresentato un risultato come possibile ma ha agito nella sicura convinzione che il

risultato non si verificherà.

X es. il lanciatore di coltelli che lancia coltelli attorno alla moglie, ma sbaglia e colpisce

la moglie, dovrebbe essere un’ipotesi di colpa cosciente, perché il lanciatore si

rappresenta l’evento come possibile ma agisce con la ferma convinzione che non si

verificherà.

Tuttavia non è sempre facile accertare di quale dei due si tratti, e vi è una

giurisprudenza severa nell’ambito del lavoro che vede ipotesi di dolo eventuale, in

ipotesi che erano considerate di colpa cosciente.

Mentre il caso di dolo eventuale è quello in cui un soggetto mette una bomba in una

piazza di solito deserta, si rappresenta la possibilità che un passante attraversi la

piazza vicino alla bomba e agisce accettando il rischio che l’evento si verifichi.

Una parte della dottrina distingue inoltre tra dolo intenzionale e dolo diretto. Dolo

intenzionale quando l’evento è lo scopo del soggetto agente, mentre il dolo diretto

quando il risultato è previsto come probabile dal soggetto.

Il dolo generico si ha quando è sufficiente che il soggetto si rappresenti e voglia il

fatto materiale tipico.

X es. omicidio

Nei reati a dolo specifico si richiede che il soggetto agisca per un fine che sta al di là

del fatto, che non occorre che si realizzi perché il fatto costituisca reato. Il fine non

occorre che si realizzi, per questo il fine non è evento.

X es. art. 624 “furto”, in cui il legislatore richiede che il soggetto agisca al fine di trarre

profitto.

Normalmente il legislatore costruisce un reato come reato a dolo specifico per limitare

la punibilità del fatto, punito solo se fatto per quella particolare finalità.

In altri casi il dolo specifico serve al legislatore per rendere punibili dei fatti che

altrimenti sarebbero leciti. X es. l’associazione è lecita, ma nell’associazione per

delinquere il dolo specifico rende reato un fatto che normalmente non lo sarebbe.

In altri casi il dolo specifico determina il mutamento del titolo del reato.

X es. il sequestro di persona (art. 605) è un delitto contro la persona, punito con

reclusione fino a 8 anni; mentre il sequestro di persona a scopo di estorsione (art.603)

è reato contro il patrimonio punito con reclusione fino a 30 anni.

Si distingue in dottrina tra dolo di danno quando il soggetto si rappresenta e vuole

un’offesa effettiva al bene giuridico tutelato e dolo di pericolo quando il soggetto si

rappresenta e vuole solo minacciare il bene giuridico tutelato.

Esistono reati di pericolo con dolo di danno come il delitto tentato (art. 56),

fattispecie generale di reato di pericolo, quindi un reato di pericolo per il bene

giuridico tutelato, ma con dolo di danno perché il dolo del tentativo il dolo è lo stesso

della consumazione.

Esistono anche reati di danno con dolo di pericolo, come l’omicidio

preterintenzionale (art.584), reato di danno perché il soggetto determina la morte di

un uomo, ma il dolo è un dolo di pericolo perché la morte è cagionata con atti diretti a

percuotere o lesionare il soggetto.

Un’altra distinzione è quella tra dolo d’impeto e dolo di proposito. Nel dolo d’impeto

il soggetto esegue immediatamente il reato, non intercorre nessun apprezzabile lasso

di tempo tra ideazione ed esecuzione.

Il dolo di proposito si ha quando intercorre un apprezzabile lasso di tempo tra

ideazione e esecuzione.

La premeditazione è un tipo particolare di dolo di proposito ed è circostanza

aggravante di omicidio e lesione personale. Si ha premeditazione, per la Corte di

Cassazione quando vi sono due elementi: un elemento cronologico , per cui occorre

che sia intercorso un apprezzabile lasso di tempo tra ideazione ed esecuzione e un

elemento ideologico, occorre che per tutto questo tempo l’intento criminoso sia

rimasto nel soggetto agente.

La dottrina distingue anche tra dolo iniziale, dolo successivo e dolo concomitante

(Mantovani usa nomi diversi). Il dolo è solo concomitante, cioè deve esistere sempre

nel momento in cui il soggetto agente tiene la condotta tipica, quindi gli esempi di

dolo iniziale e successivo servono solo per capire che il dolo deve essere sempre

concomitante.

Il dolo iniziale è quello che esiste nella prima fase esecutiva del reato.

X es. un soggetto decide di uccidere il nemico, prende l’arma, raggiunge un luogo di

fronte alla casa del nemico, si apposta, sa che il nemico alle 8 esce di casa, prende la

mira, e alle 8 meno un minuto ci ripensa ed in quel momento il nemico esce, apre la

porta, il soggetto inciampa, parte un colpo e il nemico muore.

In questo caso il dolo iniziale sarebbe irrilevante, il soggetto risponderà di omicidio

colposo perché il dolo non esiste nel momento in cui tiene la condotta.

Il dolo successivo sarebbe il dolo che si instaura dopo che il soggetto agente ha

tenuto una condotta non dolosa idonea a cagionare l’evento.

X es. l’infermiere che da al paziente per errore del veleno al posto di un medicinale, se

ne accorge e rimane inerte. L’infermiere risponderà a titolo di omicidio doloso, ma non

per dolo successivo, ma perché aveva un obbligo di garanzia come obbligo giuridico di

impedimento dell’evento e risponderà perché il dolo esisteva nel momento in cui ha

tenuto la condotta iniziale. Quindi il dolo iniziale e successivo sono irrilevanti.

Nel momento della commisurazione della pena (art.133) il giudice terrà conto anche

delle diverse forme di dolo. Ciò significa che vi sono varie intensità di dolo, il dolo

intenzionale sarà considerato più intenso rispetto al dolo eventuale. Guardando al

momento intellettivo è più intenso il dolo di proposito rispetto al dolo d’impeto, la

premeditazione è un tipo particolare di dolo di proposito ed è una circostanza

aggravante per alcuni reati, ma quando anche non è prevista, il giudice potrà punire

più gravemente.

Per quanto riguarda l’accertamento del dolo, vi sono dei problemi perché il dolo è un

elemento psichico interno, dovrà tener conto di tutte le circostanze esteriori del fatto,

quindi delle modalità della condotta, della condotta successiva alla commissione del

fatto, dello scopo perseguito dal soggetto, dei mezzi utilizzati, di circostanze esteriori

per ricostruire l’elemento psichico interno.

Per aversi dolo non è necessaria da parte del soggetto agente, la conoscenza

dell’illiceità penale del fatto, perché esiste l’art. 5 che fino alla sentenza 364/88 della

Corte Cost stabiliva il principio dell’assoluta inescusabilità dell’ignoranza sulla legge

penale, ed oggi della normale inescusabilità della legge penale. Non occorre neanche

la conoscenza dell’antisocialità del fatto ossia il contrasto tra il fatto realizzato e le

norme sociali, anche perché il reato non è sempre un fatto antisociale, tuttavia è vero

anche che nei reati di offesa quando il soggetto si rappresenta il fatto tipico, si

rappresenta anche l’offesa. Questo accade anche in quelli che chiamiamo delitti

naturali , i reati che sono tali in ogni periodo storico, in qualsiasi paese (x es. omicidio),

rispetto a un reato naturale il soggetto si rappresenta anche l’illiceità penale. Tuttavia

esistono reati artificiali, di pura creazione legislativa, rispetto ad essi, non sempre il

soggetto che si rappresenta e vuole il fatto si rappresenta anche l’illiceità penale del

fatto.

X es. un soggetto non presenta la dichiarazione dei redditi e quindi non dichiara redditi

oltre i 30.000€, quindi il soggetto pur non sapendolo fa scattare l’illiceità penale.

Ciò non importa, è sempre in dolo, perché l’errore su legge penale scusa solo se

inevitabile, quindi solo in casi eccezionali.

COLPA

La colpa è la seconda forma che può assumere la colpevolezza, è meno grave rispetto

al dolo. La definizione di colpa si trova all’art. 43, per cui il delitto è colposo o contro

l’intenzione quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica

per imprudenza, imperizia, negligenza o per violazione di regole cautelari.

In dottrina si ritiene che questa definizione di colpa sia incompleta perché si riferisce ai

reati di evento e solo alle ipotesi di cosiddetta colpa propria in cui il soggetto non

vuole l’evento. Tuttavia nella nozione di colpa rientrano anche le ipotesi chiamate in

dottrina di colpa impropria in cui il soggetto risponde a titolo di colpa pur avendo

voluto l’evento: errore colposo sul fatto (art. 47), eccesso colposo (art.55), erronea

supposizione colposa di una scriminante (art.59 ultimo comma).

Il soggetto risponde a titolo di colpa pur avendo voluto l’evento perché comunque non

vuole il fatto materiale tipico. In tutte le ipotesi di colpa, sia propria che impropria, il

soggetto non vuole il fatto materiale tipico, per cui la colpa è il simmetrico negativo

del dolo. Le ipotesi di colpa impropria non sono ipotesi di reati dolosi puniti come

fossero colposi, nella colpa impropria il rimprovero non è quello di aver voluto l’evento,

ma quello di aver agito con leggerezza.

Per quanto riguarda l’art. 47 “errore colposo sul fatto”, se il soggetto è in colpa, la

punibilità non è esclusa se il fatto è preveduto dalla legge come reato colposo.

X es. art. 439 “avvelenamento di acque o di sostanze alimentari”, un soggetto che per

errore dovuto a colpa non si rappresenta che le sostanze che sta avvelenando sono

destinate all’alimentazione, il soggetto risponderà di colpa, è una delle ipotesi di colpa

impropria, perché il soggetto vuole l’evento ma non il fatto materiale tipico perché non

si è rappresentato uno degli elementi essenziali del fatto.

Nel caso dell’erronea supposizione dell’esistenza di cause di giustificazione, ex art. 59

ultimo comma, si viene puniti per colpa se l’errore è dovuto a colpa.

X es. il soggetto che pensa di essere aggredito spara pur non essendo aggredito, è

un’ipotesi di colpa impropria in cui il soggetto vuole l’evento ma non il fatto materiale

tipico, ritiene di trovarsi in una situazione di legittima difesa, mentre la scriminante

esiste solo nella sua testa, non nella realtà.

L’altro caso è l’eccesso colposo, in cui la scriminante esiste finché il soggetto non ne

supera i limiti.

X es. chi viene aggredito e pensa di potersi difendere solo uccidendo, mentre potrebbe

anche solo ferire. Il soggetto vuole l’evento ma non il fatto materiale tipico, ritiene di

realizzare un fatto lecito.

Ciò che accomuna colpa impropria e propria è la non volontà del fatto materiale

tipico.

Per aversi colpa occorre innanzitutto che il soggetto non abbia voluto il fatto materiale

tipico, occorre poi la violazione di una regola cautelare obiettiva, e l’esigibilità

dell’osservanza della regola cautelare da parte del soggetto agente.

La colpa ha una doppia dimensione: oggettiva e soggettiva. La dimensione oggettiva

consiste nell’inosservanza di una regola cautelare, la dimensione soggettiva consiste

nella esigibilità dell’osservanza della regola cautelare da parte del soggetto agente.

La regola cautelare può essere scritta o non scritta. Nel caso di regole non scritte

abbiamo la colpa generica, ossia la violazione di una norma cautelare che deriva

dalla comune esperienza, o esperienza tecnica, quindi è imprudenza, imperizia o

negligenza. L’inosservanza di una regola cautelare scritta è colpa specifica,

inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. A questi due tipi di colpa fa

riferimento il codice all’art. 43.

Per individuare una regola cautelare, la misura oggettiva della colpa, per una parte

della dottrina la misura oggettiva della colpa è data dalla prevedibilità ed evitabilità da

parte dell’agente modello, ossia l’uomo coscienzioso che svolge la stessa attività nelle

stesse condizioni del soggetto.

Per Mantovani (ed il prof), la dimensione oggettiva della colpa è data dalla

prevedibilità ed evitabilità per la migliore scienza ed esperienza di quel momento

storico, non della figura astratta dell’agente modello.

Il contenuto di una regola cautelare può imporre di astenersi dal tenere una certa

condotta che potrebbe essere pericolosa, dunque a volte contiene un obbligo di

astensione.

X es. l’aereo che si trova a dover atterrare di sera con una fittissima nebbia, atterrare

in quel luogo sarebbe pericoloso, una regola cautelare non scritta dice di atterrare in

un luogo diverso.

Normalmente la regola cautelare impone al soggetto di agire con determinate cautele.

X es. regola cautelare scritta di non superare i 50 km/h in un centro abitato, regola

cautelare non scritta di diminuire la velocità quando in lontananza si vede attraversare

una persona.

Per aversi colpa occorre anche accertare l’esigibilità dell’osservanza della regola

cautelare da parte del soggetto agente, la dimensione soggettiva della colpa, ossia la

capacità del soggetto di adeguarsi alla regola cautelare. La misura soggettiva della

colpa è la prevedibilità ed evitabilità del fatto da parte dell’agente modello, figura

astratta di uomo coscienzioso che svolge la stessa attività e la stessa condizione del

soggetto, poiché è impossibile riferirsi all’agente in concreto. Questa figura non va

obiettivata troppo, come invece fa la giurisprudenza della cassazione, che fa

riferimento a conoscenze che si dovrebbero presumere in certi soggetti. È necessario

cercare di avvicinare il più possibile la figura astratta dell’agente modello alla figura

dell’agente concreto, tenendo conto delle caratteristiche fisiche, psichiche tecniche

dell’agente concreto.

Ad ogni attività svolta corrisponde un certo agente modello, accanto a una figura

generica (x es. medico) ve ne sono altre specifiche (x es. specialista in

endocrinologia). La giurisprudenza che riguardo alla misura oggettiva tende a fare

riferimento alle conoscenze che bisognerebbe presumere da un soggetto che svolge

una certa attività, ma invece è necessario avvicinare il più possibile l’agente modello

alla figura concreta.

X es. la cameriera del terzo mondo a cui la padrona da degli elettrodomestici senza

darle spiegazioni sull’uso, la donna procura un corto circuito ma non risponderà di

colpa.

Il soggetto che ha la consapevolezza della propria incapacità e nonostante ciò tiene la

condotta, sarà in colpa per assunzione.

X es. il medico generico che si avventura in una delicata operazione.

La colpa deve essere accertata. Nei casi di colpa generica, il giudice deve accertare la

prevedibilità ed evitabilità dell’evento da parte dell’agente modello specifico tenendo

conto delle circostanze in cui il soggetto si è trovato ad operare.

Parte della dottrina dice che nei casi di colpa specifica non si deve accertare la

prevedibilità ed evitabilità in concreto, perché incorporata nella norma cautelare

scritta, quindi sarebbe necessario accertare solo la violazione della norma.

Tuttavia vi sono dei casi in cui non è sufficiente l’osservanza della regola cautelare

scritta per andare esenti da colpa.

X es. la regola cautelare scritta in tema di circolazione scritta dice che l’autovettura in

centro abitato non può superare i 50 km/h, un automobilista che percorre il centro ai

40 km/h e vede un ragazzino che attraversa la strada, deve sottostare a una regola

non scritta che impone all’automobilista di diminuire ulteriormente la velocità.

Poi vi sono dei casi in cui l’osservanza di una regola cautelare scritta non è esigibile

poiché non conoscibile.

X es. il segnale di stop che viene cancellato su una strada che altrimenti avrebbe il

diritto di precedenza, in questo caso la norma non è conoscibile, quindi non è esigibile.

Si può rispondere per l’inosservanza di una regola cautelare scritta solo degli eventi

che la regola mirava a prevenire.

X es. l’automobilista che imbocca un senso unico dalla parte vietata, con una gomma

la macchina prende un sassolino che schizza e ferisce un passante, l’automobilista non

risponde di colpa perché la regola non mirava a evitare quell’evento. Risponderà però

se andava a una velocità tale da far schizzare il sasso. Si risponde solo per i tipi di

evento che la regola cautelare mirava ad impedire.

Si distingue tra colpa cosciente o con previsione e colpa incosciente. La colpa

cosciente è la colpa più grave, circostanza aggravante comune dei delitti colposi ex

art. 61 n°3. A questa distinzione fa riferimento il codice penale all’art. 43 quando

definisce la colpa inserendo le parole “anche se preveduto”, facendo desumere che

esiste una colpa con previsione ed una colpa senza previsione, ma perché vi sia colpa

occorre comunque la prevedibilità.

La colpa, come il dolo, è graduabile, infatti ex art. 133 il giudice nella commisurazione

della pena deve tenere conto anche del grado della colpa.

Il giudice per graduare la colpa terrà conto del quantum di inosservanza della regola

cautelare.

X es. se il limite di velocità è stato violato di 10 km/h o 100 km/h.

Terrà poi conto del numero delle inosservanze delle regole cautelari, quindi se il

soggetto ha superato il limite di velocità, magari in stato di ebbrezza.

Il giudice terrà inoltre conto del quantum di esigibilità della regola cautelare, quindi

delle capacità, dell’istruzione del soggetto.

X es. l’esito infausto dell’attività medica, il medico appena specializzato o il titolare di

cattedra.

Inoltre terrà conto del quantum di evitabilità dell’evento tenendo un certo tipo di

condotta.

PRETERINTENZIONE

Preterintenzione significa letteralmente “oltre l’intenzione”. Vi è una condotta da cui

consegue un evento ulteriore più grave non voluto dall’agente. È volizione di un

evento meno grave e realizzazione di un evento più grave. Il primo evento meno grave

è voluto, il secondo, più grave non voluto. La preterintenzione sembra essere una

forma di colpevolezza intermedia tra dolo e colpa. Tuttavia un evento è voluto o meno,

non può esserci una forma intermedia.

Nel codice esiste solo una fattispecie di delitto preterintenzionale, ossia l’omicidio

preterintenzionale, art. 384 c.p. in cui già nella rubrica il legislatore qualifica il delitto

come preterintenzionale. Vi è un primo evento voluto (percosse, lesioni personali) e un

secondo evento più grave, non voluto (morte), nella legislazione speciale si trova

un’altra ipotesi di delitto preterintenzionale, non qualificata espressamente come

preterintenzionale, ovvero l’aborto preterintenzionale, che avviene quando da lesioni

personali deriva l’aborto. Sia leggendo l’art. 42 che l’art. 43 capiamo che la

preterintenzione è una categoria generale, quindi non fa riferimento a specifiche

nominate figure di delitto, infatti ne troveremo altri.

Per quanto riguarda la struttura della preterintenzione, è necessario vedere se si

tratti di figura mista dolo (per l’evento voluto) e colpa (per l’evento non voluto),

oppure dolo e responsabilità oggettiva (per l’evento meno grave non voluto).

Una parte di dottrina e giurisprudenza ritiene che sia figura mista tra dolo e colpa,

quindi che il titolo di imputazione per l’evento non voluto sia la colpa.

Specialmente in passato per la dottrina ma ancora oggi per una parte di

giurisprudenza sarebbe colpa specifica, perché sarebbe una colpa per inosservanza di

una legge penale incriminatrice. Nell’omicidio preterintenzionale la legge

incriminatrice inosservate sarebbe quella che punisce le percosse (art. 581) e le lesioni

personali (art. 382), quindi basterebbe l’infrazione di queste regole per essere in colpa.

Tuttavia la colpa è inosservanza di regole cautelari, preventive, non repressive. Gli

artt. 581-582 non sono norme tese a prevenire l’evento morte, servono a reprimere gli

eventi percosse e lesioni personali. Ammesso che si possa chiamare colpa per

inosservanza di leggi incriminatrici sarebbe una colpa presunta. Ma la colpa presunta è

responsabilità oggettiva.

La maggioranza di coloro che ritengono che sia dolo misto a colpa, fanno riferimento

alla colpa generica, quindi occorrerebbe accertare la colpa in concreto dell’evento più

grave, quindi dovrebbe accertarsi anche la prevedibilità dell’evento più grave. Tuttavia

nell’art. 584 il legislatore non richiede che l’evento più grave derivi dalla violazione di

una regola cautelare scritta o non scritta.

Quindi per il prof è una figura giuridica mista tra dolo (per l’evento più grave voluto) e

responsabilità oggettiva (per un evento meno grave non voluto) per cui bisognerebbe

accertare solo il legame causale per condotta ed evento.

Per Mantovani e Marinucci-Dolcini si tratta di dolo misto a colpa, e cercano di superare

queste obiezioni dicendo che il nostro codice all’art. 42/3 contrappone

preterintenzione e responsabilità oggettiva.

Tuttavia si potrebbe dire che in realtà il 42/3 fa riferimento all’ipotesi di responsabilità

oggettiva in cui si risponde oggettivamente dell’evento anche se voluto, in cui si

prescinde dall’atteggiamento psicologico del soggetto attivo rispetto all’evento, e poi

esiste un secondo tipo di responsabilità oggettiva in cui il soggetto risponde

oggettivamente dell’evento solo se non voluto, a cui fa riferimento la preterintenzione.

Se è vero che esistono due tipi di responsabilità oggettiva non esistono

contrapposizioni tra responsabilità oggettiva e preterintenzione, che sarebbe un

secondo tipo di responsabilità oggettiva.

Inoltre i sostenitori del dolo misto a colpa sostengono poi che il principio di

colpevolezza è un principio costituzionale dal 1988, che si ricava dall’art. 27 Cost.

quindi ammesso che il legislatore abbia configurato la preterintenzione come dolo

misto a responsabilità oggettiva, queste responsabilità andrebbero interpretate

costituzionalmente come dolo misto a colpa. Tuttavia benché le ipotesi di

responsabilità oggettiva contrastano a questo principio, e che riguardo all’omicidio

preterintenzionale sicuramente è un elemento significativo del fatto, dunque dovrebbe

essere coperto dalla colpa, l’interprete non può sostituirsi al legislatore ed inserire la

colpa dove il legislatore non l’ha inserita. L’interprete deve interpretare le fattispecie

in chiave soggettiva finché non si supera il dato testuale. In questo caso l’interprete si

sostituirebbe al legislatore. Il delitto preterintenzionale si giustifica proprio perché è

un’ipotesi di dolo misto a responsabilità oggettiva, altrimenti sarebbe un concorso tra

reato doloso e colposo. Sarà quindi il legislatore a dover modificare le fattispecie o la

Corte Cost a dichiararle illegittime. È vero che la Cassazione tende a interpretarle in

chiave soggettiva, ma non tutte e non sempre.

Esistono due tipi di responsabilità oggettiva, a questi fanno riferimento i delitti

aggravati dall’evento. In questi delitti vi è un evento aggravatore che determina un

aumento di pena rispetto a quella già prevista rispetto all’evento minore.

Vi sono due categorie: nella prima categoria si risponde dell’evento aggravatore

oggettivamente, anche se voluto.

X es. art. 368 “Calunnia” consiste nell’incolpare taluno di un reato sapendolo

innocente, viene configurata anche come delitto aggravato dall’evento. L’evento

aggravatore è la condanna del soggetto calunniato alla reclusione superiore ai 10

anni, esso viene attribuito al soggetto attivo del reato anche se voluto. Viene imputato

oggettivamente perché di per sé non potrebbe mai di per sé costituire fattispecie

incriminatrice.

Nella seconda categoria si risponde dell’evento aggravatore solo se non voluto

(preterintenzione).

X es. art. 572 “maltrattamenti in famiglia” configurati come delitto aggravato

dall’evento quando da essi derivi una lesione personale grave o gravissima o la morte.

In questo caso l’evento aggravatore del reato viene attribuito oggettivamente soltanto

se non voluto perché se fosse voluto ci sarebbe un concorso di reati tra maltrattamenti

in famiglia doloso e l’omicidio colposo.

Se ciò è vero, tutti i delitti aggravati dall’evento appartenenti alla seconda categoria

solo preterintenzionali quindi la preterintenzione è categoria generale.

Tutto ciò si può sostenere se vediamo il delitto preterintenzionale come figura

autonoma di reato e vediamo l’evento aggravatore come elemento costitutivo della

figura di reato.

Se accogliamo la tesi della dottrina minoritaria per cui i reati aggravati dall’evento

sono delitti circostanziati e l’evento è una circostanza aggravante, questa tesi non

reggerebbe perché di una circostanza aggravante, dopo la riforma dell’art. 59 c.p. del

1990, per rispondere occorre almeno la colpa. Quindi se l’evento aggravatore fosse

una circostanza, per rispondere dell’evento aggravatore occorrerebbe almeno la colpa.

Se così fosse il giudice avrebbe un immenso potere discrezionale, perché egli, se

l’evento aggravatore fosse una circostanza aggravante, potrebbe non tenerne conto

qualora ritenesse che le circostanze attenuanti fossero ritenute equivalenti o

prevalenti.

Inoltre, se il delitto aggravato dall’evento fosse ipotesi circostanziata di reato, tra

l’ipotesi base “maltrattamenti in famiglia” e la figura circostanziata dovrebbe esistere

un rapporto da genere a specie, che in questo caso non c’è, l’evento non specifica un

corrispondente elemento della fattispecie base, bensì si aggiunge ad altro elemento.

ELEMENTO SOGGETTIVO NELLE CONTRAVVENZIONI

L’ultimo paragrafo dell’art. 42 definisce l’elemento soggettivo delle contravvenzioni.

Specialmente in passato si riteneva che nelle contravvenzioni fosse sufficiente la

suitas della condotta, quindi si rispondesse di responsabilità oggettiva. Questa tesi è

superata perché in chiaro contrasto all’art. 42 che fa riferimento a dolo e colpa.

Altra tesi sostenuta in particolare da Antolisei dice che nelle contravvenzioni vi

sarebbe una presunzione relativa di colpa, sarebbe quindi l’imputato a dover

dimostrare di non essere in colpa, perché le contravvenzioni sono reati minori e

sarebbe più facile l’accertamento della colpevolezza. Anche questa tesi è priva di

fondamento giuridico perché in realtà tutto il sistema del codice ci fa capire che anche

rispetto alle contravvenzioni si deve accertare l’esistenza di dolo o colpa. Lo dicono

anche l’art. 133, oltre agli artt. 42 e 43.

Per le contravvenzioni anche la colpa è titolo normale di imputazione. Per rispondere a

titolo di colpa nelle contravvenzioni non occorre una precisa previsione legislativa.

Vi sono casi particolari in cui il legislatore costruisce una contravvenzione solo dolosa

(x es. art. 661 “abuso della credulità popolare”) o solo colposa.

ERRORE

L’errore è una falsa rappresentazione della realtà naturalistica o normativa. Quando il

nostro codice parla di errore, nell’art. 5 utilizza il termine “ignoranza” e all’art. 47 di

“errore”. Ignoranza ed errore sono sinonimi perché l’ignoranza che interessa al diritto

penale è quella che determina un errore.

L’art. 5 c.p. disciplina l’errore sul precetto, cioè sull’illiceità del fatto. Dopo la sentenza

n°364 del ’88 l’errore inevitabile sul precetto scusa mancando la conoscibilità della

legge penale come requisito autonomo della colpevolezza.

L’art. 47 disciplina invece l’ errore sul fatto che esclude sempre il dolo e in alcuni casi

anche la colpa quando l’errore non è dovuto a colpa oppure anche quando è colpevole

ma manca un’ipotesi delittuosa punibile a titolo di colpa. In caso di dubbio il soggetto

dovrebbe astenersi dal tenere la condotta. Il dubbio non scusa.

Con riferimento alla causa dell’errore, si distingue tra errore di fatto che nasce da

una falsa rappresentazione della realtà naturalistica, normalmente è un errore di

percezione della realtà naturalistica, e errore di diritto nasce da una falsa

rappresentazione della realtà normativa e normalmente è un erronea valutazione della

realtà normativa.

Con riferimento all’ oggetto dell’errore si distingue tra errore sul precetto ed errore sul

fatto. In caso di errore sul precetto il soggetto si rappresenta e vuole un fatto

identico a quello previsto dalla legge come reato ma ritiene per errore che quel fatto

non costituisca illecito penale. La disciplina si trova all’art. 5, per cui l’errore sul

precetto scusa solo se inevitabile.

X es. il musulmano che in Italia contrae un secondo matrimonio oltre al primo ancora

valido ignorando che in Italia la bigamia è reato (art. 556), egli si rappresenta e vuole

un fatto preveduto dalla legge come reato ma erra sull’antigiuridicità del fatto.

In caso di errore sul fatto il soggetto crede di realizzare un fatto diverso da quello

preveduto dalla legge come reato. L’errore cade su uno o più degli elementi essenziali

del fatto.

X es. nel furto, l’altruità della cosa è un elemento costitutivo del furto, un soggetto che

per errore ritiene che la cosa di cui si sta impossessando sia propria mentre è altrui,

erra sull’altruità della cosa, crede di realizzare un fatto diverso da quello preveduto

dalla legge come reato.

Con riferimento al momento in cui si verifica l’errore vi è la distinzione tra

errore-motivo, che cade nel momento ideativo del reato, che incide sul processo

formativo della volontà ed è quindi un errore essenziale. X es. cacciatore che spara a

un uomo credendolo un animale.

Ed errore-inabilità, che è invece un errore che si verifica nella fase esecutiva del

reato, ed è un errore non essenziale.

X es. reato aberrante, aberratio ictus, Tizio che vuole uccidere Caio, inciampa e uccide

Sempronio, risponderà di omicidio doloso perché è un errore non essenziale.

ERRORE SUL FATTO

L’art. 47 è rubricato “Errore di fatto”, ma la dottrina unanime ritiene che l’art. 47

disciplini l’errore sul fatto, il primo comma l’art. 47 disciplina l’errore di fatto sul fatto,

mentre il 3° comma l’errore di diritto sul fatto.

L’errore di fatto sul fatto significa che con riferimento alla causa è un errore di

fatto, con riferimento all’oggetto è sul fatto. Nasce da una falsa percezione della realtà

naturalistica e cade su uno o più degli elementi essenziali del fatto. Il soggetto per

questa falsa rappresentazione della realtà naturalistica non si rappresenta un

elemento essenziale del fatto.

X es. un soggetto che scendendo dal treno scambia la propria valigia con una altrui

simile alla sua. L’errore nasce da una falsa rappresentazione della realtà naturalistica,

ed è un errore sul fatto perché il soggetto non si rappresenta l’altruità della cosa,

elemento essenziale del furto.

L’art. 47, 1° comma disciplina questo caso, per cui in caso di errore di fatto sul fatto

viene escluso il dolo, ma, se l’errore è dovuto a colpa, residua una responsabilità a

titolo di colpa ove esista una fattispecie delittuosa punibile a tale titolo. Il soggetto

risponderà del diritto colposo solo se esiste un’espressa previsione legislativa.

Nel caso dell’esempio il soggetto è in colpa, però il furto è un delitto e non è

espressamente punito a titolo di colpa, quindi il soggetto non verrà punito.

Il 3° comma si riferisce all’errore di diritto sul fatto, con riferimento alla causa è un

errore di diritto, con riferimento alla causa è sul fatto. Nasce da una falsa

rappresentazione della realtà normativa, dall’erronea rappresentazione della norma

extra-penale che determina un errore sul fatto.

X es. il soggetto male interpretando una norma civilistica ritiene che una cosa già

venduta sia ancora propria e se ne impossessa, non si rappresenta l’elemento

essenziale del reato di furto rappresentato dall’altruità della cosa.

L’art. 47, 3° comma dice che l’errore sulla legge extra-penale esclude il dolo, esclude

la punibilità se ha determinato un errore sul fatto, ma non fa riferimento a una

residuale responsabilità colposa. Ma per la dottrina unanime la disciplina è identica

alla disciplina dell’errore di fatto sul fatto quindi residuerebbe la responsabilità per

colpa ove espressamente prevista la punibilità per delitto colposo.

In questo caso il soggetto dell’esempio non risponderà perché il furto non è punibile a

titolo di colpa.

Diverso è il caso del cacciatore che scambia un uomo per un animale risponderà per

omicidio colposo, esempio di errore di fatto sul fatto, e l’omicidio è punito anche per

colpa.

Esistono ipotesi di errore su norme extra-penali che cagionano un errore sul precetto,

punibile ex art. 5, perché l’art. 47, 3° comma dice che si esclude la punibilità solo se

l’errore sulla norma extra-penale cagiona un errore sul fatto.

Il 3° comma viene interpretato dalla nostra Corte di Cassazione in maniera abrogante,

come se non ci fosse, perché la Corte dice che quando la norma extra-penale viene

richiamata da una legge penale, la norma extra-penale si incorpora nel precetto

penale e diventa essa stessa norma penale. Ma per avere rilievo l’errore, è necessario

che la legge penale richiami implicitamente o esplicitamente la legge extra-penale.

Per il prof, la Corte di Cassazione sostituisce la disciplina più rigorosa dell’art. 5 alla

disciplina meno rigorosa dell’art. 47, 3° comma, mentre esso impone all’interprete di

distinguere i casi in cui l’errore su legge extra-penale determina un errore sul fatto,

caso in cui si applicherebbe l’art. 47, e in quali casi determina un errore sul precetto,

caso in cui la disciplina sarà quella dell’art. 5.

L’errore su norma extra-penale cagiona un errore sul fatto quando in seguito all’errore

crede di realizzare un fatto diverso da quello incriminato dalla legge penale.

X es. soggetto che si impossessa di una cosa altrui credendola sua per mala

interpretazione della legge civile.

L’altro caso si ha quando invece il soggetto per errore sulla legge extra-penale non si

rappresenta l’illiceità penale del fatto, si rappresenta e vuole un fatto identico a quello

incriminato.

X es. il musulmano per un errore sull’art. 8 Cost. che riconosce la libertà religiosa, il

musulmano ritiene di potersi sposare una seconda volta pur essendo già spostato. Qui

l’errore sulla legge extra-penale cagiona un errore sul precetto, il soggetto ritiene che

il fatto sia lecito, invece realizza il reato di bigamia, quindi si applica la disciplina

dell’art. 5., per cui l’errore sul precetto scusa solo se inevitabile.

In caso di errore evitabile sul precetto residua la responsabilità a titolo di dolo.

Il fenomeno di cui all’art. 47, 3° comma è l’errore sugli elementi normativi del fatto,

ossia che si capiscono in relazione ad una norma e si distingue tra elementi normativi

giuridici che si capiscono in relazione a una norma giuridica, o extra-giuridici che si

capiscono in relazione a una norma non giuridica (x es. il concetto di “osceno”).

Bisogna vedere se l’art. 47 si riferisce solo all’errore su elementi normativi giuridici o

anche extra. Una parte minoritaria ritiene che si riferisca anche sull’errore sugli

elementi extra-giuridici, con un’interpretazione estensiva dell’art. 47, 3° comma,

dicendo che si ricomprenderebbero anche norme non giuridiche parametro di

comprensione di norme extra-giuridiche. Tuttavia la formula “legge diversa dalla legge

penale” sembra riferirsi a una nozione giuridica, si può applicare estensivamente a

tutte le norme giuridiche che non sono leggi, ma non anche a quelle non giuridiche.

Tuttavia si ritiene che l’errore su elementi extra-giuridici possa rientrare nella disciplina

del 1° comma, art. 47, perché è comunque un errore su un elemento essenziale del

fatto.

Alcuni ritengono giustamente che nella formula “errore su legge diversa da quella

penale” possa rientrare l’errore su legge penale non incriminatrice ma soltanto

definitoria. Ossia una legge penale in relazione a cui viene definito il significato di un

elemento normativo della fattispecie.

X es. art. 368 “Calunnia”, reato nella fattispecie di cui all’art. 368 è un elemento

normativo definito in relazione a una norma penale soltanto definitoria di parte

generale. Il soggetto che incolpa taluno sapendolo innocente di un fatto, ma ritenendo

per errore che quel fatto non sia reato ma illecito amministrativo. In questo caso la

disciplina si trova all’art. 47, 3° comma.

Al 2° comma, art. 47 c.p. dice che l’errore sul fatto che costituisce un determinato

reato non esclude la punibilità per un reato diverso, quando di esso esistano elemento

oggettivo e soggettivo. Si tratta di errore sugli “ elementi differenziali di un reato”.

X es. art. 337 “resistenza a pubblico ufficiale”, vi può essere un errore sulla qualifica

del soggetto passivo per cui il soggetto ritiene che il soggetto non sia un pubblico

ufficiale, quindi in questo caso non si esclude la punibilità ex art. 610 “Violenza

privata” perché di esso vi sono sia i requisiti oggettivi che soggettivi.

Problema discusso in dottrina è quello dell’errore sugli elementi specializzanti

degradanti , ossia gli elementi che rendono speciale una fattispecie rispetto ad un'altra

e la rendono punibile meno gravemente.

X es. art. 579 “Omicidio del consenziente”, una fattispecie autonoma attenuata di

omicidio volontario. L’elemento specializzante degradante è il consenso della vittima,

perché determina l’applicabilità di una pena meno grave.

Nel caso in cui il soggetto uccida una persona pensando che la persona abbia prestato

il consenso mentre esso non c’era, per Mantovani e una parte minoritaria dicono che si

applica la fattispecie più grave, omicidio comune doloso perché della fattispecie

attenuata manca un elemento costitutivo (il consenso). Tuttavia nel dolo del fatto

meno grave non si può ricomprendere il dolo del fatto più grave.

Quindi per la dottrina maggioritaria si applica la fattispecie dell’art. 579.

All’art. 49 “reato supposto erroneamente”, è disciplinato quello che la dottrina chiama

errore improprio, perché la non punibilità non deriva dalla falsa rappresentazione della

realtà, bensì dalla mancanza di tipicità del fatto, si chiama reato putativo.

Ci può essere un reato putativo per errore di diritto o per errore di fatto. Reato putativo

per errore di diritto è l’esempio di chi commette adulterio credendo sia reato, mentre

per errore di fatto, è ad esempio quando il soggetto si impossessa di una cosa sua

credendola altrui. Il soggetto non è punibile perché il fatto non è tipico.

L’art. 48 parla dell’errore determinato dall’altrui inganno, disciplina l’errore sul fatto

determinato dall’altrui inganno. In tal caso del reato risponde chi ha determinato la

persona a commettere il reato, il cosiddetto autore mediato, l’autore dell’inganno,

sarebbe una specie di concorso di persone in cui l’ingannato non è punibile, a meno

che non sia in colpa perché in questo caso l’ingannato risponderebbe di colpa,

l’ingannatore di dolo.

Per quanto riguarda l’errore sulle scriminanti, art. 59, ultimo comma, la disciplina

dell’erronea supposizione dell’esistenza di una scriminante è la stessa della disciplina

dell’errore sul fatto ex art. 47.

Diverso è il caso dell’errore sull’estensione di una causa di giustificazione.

X es. il soggetto che per errore ritenga che lo stato di necessità si estenda anche ai

beni patrimoniali.

In questo caso l’errore sull’estensione di una causa di giustificazione è un errore sul

precetto quindi sarà disciplinato dall’art. 5.

Per quanto riguarda l’errore del non imputabile, non è disciplinato espressamente dal

legislatore. In dottrina si distingue tra errore del non imputabile condizionato dalla

malattia e non condizionato.

L’errore del non imputabile condizionato dalla malattia non scusa.

X es. soggetto affetto da manie di persecuzione, che uccide il persecutore, non scusa,

il soggetto verrà prosciolto per la non imputabilità ma sarà sottoposto alla misura di

sicurezza dell’ospedale psichiatrico giudiziario.

L’errore del non imputabile non condizionato dalla malattia scusa.

X es. psicotico che scambia una valigia altrui simile alla sua, il soggetto verrà

prosciolto per mancanza di dolo.

ERRORE SUL PRECETTO

Nel suo testo originario l’art. 5 prevedeva l’inescusabilità assoluta dell’errore su legge

penale, nel 1988 è intervenuta la storica sentenza 364 della Corte Cost che ha

dichiarato l’illegittimità della parte in cui non escludeva l’ ignoranza inevitabile dalla

inescusabilità dell’ignoranza della legge penale. Quindi dopo la sentenza, l’errore sul

precetto penale scusa quando è inevitabile. La Corte Cost. con questa sentenza ha

riformulato l’art. 5 perché è anche detto che dopo questa sentenza, il nuovo testo

dell’art. 5 risulta ora così formulato “l’ignoranza della legge penale non scusa, tranne

che si tratti di ignoranza inevitabile”, è la Corte Cost. a riscrivere l’art. 5.

Con riferimento a questa sentenza, il prof afferma che essa è additiva, manipolativa,

riduce il contenuto normativo dell’art. 5 ma crea un’inedita causa di esclusione della

colpevolezza limitata al solo errore inevitabile sul precetto, lasciando privo di disciplina

l’errore evitabile sul precetto.

La Corte ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 5 per contrasto con gli artt. 27, 1° e 3°

comma Cost., art.3, 1° e 2° comma, art. 25, 2° comma e art. 73, 3° comma.

L’art. 27, 1° comma dice che la responsabilità penale è personale, per la prima volta,

con questa sentenza la corte interpreta il principio di responsabilità della personalità

penale come principio di responsabilità penale per fatto proprio colpevole, riconosce il

principio di colpevolezza come principio costituzionale, fino ad ora era invece

considerato solo come divieto di responsabilità per fatto altrui.

Perché il principio costituzionale di colpevolezza sia rispettato, occorre non solo

almeno la colpa rispetto agli elementi più significativi della fattispecie, ma anche la

possibilità di conoscere il precetto penale come ulteriore requisito soggettivo minimo

di imputazione; occorre accertare il rapporto soggetto-fatto, assicurato dalla presenza

almeno della colpa rispetto agli elementi più significativi della fattispecie e accertare il

rapporto soggetto norma, assicurato dalla possibilità di conoscere il precetto penale.

Poi passando al 3° comma, che assegna alla pena finalità rieducativa, dice che non

avrebbe senso educare chi non era almeno in colpa rispetto agli elementi essenziali

della fattispecie e chi non avrebbe avuto modo di rappresentarsi l’illiceità penale.

L’art. 3 al 1° comma dice che tutti i cittadini hanno pari dignità senza distinzioni, l’art.

5 era in contrasto perché rendeva punibili nello stesso modo sia chi si era

rappresentato l’illiceità penale del fatto sia chi non se l’era rappresentata non avendo

avuto la possibilità, in contrasto con il 2° comma, art. 3 della Costituzione perché

ritenere non scusabile l’errore inevitabile sul precetto penale significa far ricadere sul

consociato una colpa del sistema giuridico sociale.

L’art. 25, 2° comma esprime il principio di legalità, il 73, 3° comma ci dice che le leggi

dopo la promulgazione entrano in vigore 15 gg dopo la pubblicazione. Le garanzie

formali assicurate dagli artt. 25, 2° comma e 23, 3° comma Cost, comportano per lo

stato ulteriori doveri costituzionali relativi alla struttura, alla formulazione, a contenuti

delle norme penali. Lo Stato deve quindi formulare in maniera tale la legge penale da

renderla riconoscibile al consociato. I consociati hanno dei doveri di informazione e

conoscenza strumentali rispetto all’osservanza della legge penale. Quando il

consociato ha fatto di tutto per conoscere il precetto penale, ma esso è inconoscibile,

si troverà in una situazione di errore inevitabile, quindi scusabile, sul precetto penale.

Per quanto concerne i criteri indicati dalla Corte Cost per stabilire l’inevitabilità

dell’errore sul precetto, esclude i criteri soggettivi puri (caratteristiche personali), e

indica i criteri oggettivi puri, cioè fa riferimento alle situazioni in cui qualsiasi

consociato si sarebbe trovato nella impossibilità di conoscere la legge penale, facendo

due esemplificazioni: la completa oscurità del testo legislativo e il caotico

atteggiamento interpretativo degli organi giudiziari. Tuttavia la Corte ha dichiarato

l’illegittimità costituzionalità dell’art. 5 soprattutto per contrasto con il principio di

colpevolezza, che in questi due casi non entra assolutamente in gioco. In questi casi il

legislatore ha tradito il principio di tassatività. In questi casi mancherebbe addirittura

l’obbligatorietà della legge penale. La Corte fa riferimento anche a criteri misti, in

parte oggettivi e in parte soggettivi, anche qui la Corte fa riferimento alla

generalizzazione dell’errore in cui qualsiasi consociato trovandosi nelle stesse

condizioni del soggetto agente si sarebbe trovato nell’impossibilità di conoscere il

precetto penale. Anche in questo la Corte fa due esemplificazioni: parere erroneo dato

dalla competente autorità amministrativa in modo da eliminare ogni dubbio,

precedenti a soluzioni dello stesso soggetto per lo stesso fatto.

X es. soggetto che va a fare una denuncia all’autorità amministrativa, e l’autorità

competente dice che non serve in modo tale da non lasciare nessun dubbio, mentre in

realtà serviva.

L’altra ipotesi è l’ipotesi del soggetto che per lo stesso fatto è stato già assolto, il

soggetto lo realizza nuovamente.

A queste stesse due ipotesi faceva riferimento la nostra corte di Cassazione prima

dell’intervento di questa sentenza per riconoscere senza alcun fondamento giuridico la

scusabilità dell’errore sul precetto nelle contravvenzione e chiamava queste ipotesi

come ipotesi di “ buona fede qualificata”. In queste due ipotesi la Corte di Cassazione,

contra legem, riteneva scusabile l’errore sul precetto solo per le contravvenzioni per

una minore evidenza lesiva di esse. La Corte arrivava a questa conclusione, perché la

Cassazione estende l’aria di operatività di errore su legge penale, perché da

un’interpretazione abrogante dell’art. 47, 3° comma, ed in via equitativa arrivava a

garantire la scusabilità dell’errore sul precetto per le contravvenzioni. Oggi dopo la

sentenza della Corte Cost, queste ipotesi scusano anche rispetto ai delitti, ed il

fondamento lo si trova in questa sentenza della Corte Cost.

La Corte fa poi riferimento a criteri di personalizzazione del giudizio, questi limitano in

qualche modo il primo e il secondo criterio. Innanzitutto la Corte fa riferimento ai

soggetti che abbiano conoscenze ulteriori rispetto al criterio oggettivo di conoscibilità

della legge penale e dice che l’errore non è mai scusabile per soggetti che abbiano

capacità conoscenze ulteriori rispetto al criterio oggettivo di conoscibilità del precetto.

Questo criterio è di limitatissima applicabilità, perché se è inconoscibile è inconoscibile

per chiunque. Il rischio è di arrivare a presunzioni di conoscibilità del precetto penale

per soggetti particolarmente qualificati. Poi la Corte fa riferimento a quei soggetti che

abbiano conoscenze dell’origine lassista, compiacente di comportamenti dell’autorità,

anche in questo caso l’errore sul precetto non sarà mai inevitabile.

X es. un soggetto che sa che per un certo tipo di attività occorre l’autorizzazione, ma

che sa che l’autorità amministrativa lascia autorizzazioni senza alcun controllo, in

questo caso il soggetto non si troverà mai in caso di errore inevitabile.

Infine la Corte, con riferimento a questi criteri di personalizzazione del giudizio, per

ritenere l’inevitabilità dell’errore sul precetto, fa riferimento a soggetti completamente

carenti di socializzazione. Il soggetto carente di socializzazione normalmente si troverà

in situazione di impossibilità di conoscenza del precetto penale, vi è il pericolo di

arrivare a presunzioni di inconoscibilità che invece sarebbero conoscibili, perché ci si

chiede chi siano i soggetti carenti di socializzazione e quali sono i parametri per

stabilire il grado di socializzazione necessario e sufficiente.

ERRORE INABILITA’

L’errore-inabilità non incide sul processo di formazione della volontà, ma incide sul

processo esecutivo del reato, si verifica al momento dell’esecuzione del reato e non è

essenziale.

Vi sono tre ipotesi di aberratio, reato aberrante (Aberratio significa letteralmente

deviazione): aberratio causae, ipotesi dottrinale non prevista dal nostro codice,

aberratio ictus prevista all’art. 82 c.p. e aberratio delicti, art. 83 c.p.

Aberratio causae significa deviazione del processo causale con realizzazione di reato

identico a quello voluto a danno della vittima designata. L’aberratio causae è

irrilevante rispetto ai reati a forma libera. Sono le particolarità del processo causale

che si svolgono diversamente da come il soggetto le ha prevedute e volute, sono le

particolari modalità del processo causale che si sono svolte diversamente da come

prevedute dal soggetto. Nei reati a forma libera è sufficiente che la condotta sia

causale rispetto all’evento, dunque rispetto a questi reati è irrilevante.

X es. il soggetto che vuole uccidere un uomo e lo butta giù dal ponte perché muoia

annegato, il soggetto muore non per annegamento ma perché batte la testa contro un

sasso. Il decorso causale è diverso da quello preveduto e voluto, ma è del tutto

irrilevante perché l’omicidio è un reato a forma libera.

L’aberratio causae è rilevante rispetto ai reati a forma vincolata perché esse devono

realizzarsi attraverso definite modalità, solo perché se il reato non si realizza

attraverso quelle modalità, non è un fatto tipico.

Nell’aberratio ictus disciplinata dall’art. 82, abbiamo una deviazione del processo

causale con realizzazione dell’evento voluto.

X es. un soggetto Caio decide di uccidere Tizio, prende la mira, inciampa e uccide

un’altra persona, Sempronio.

Il soggetto per un errore nell’uso dei mezzi di esecuzione cagiona offesa a persona

diversa da quella ideata. L’art. 82, sembra ribadire lo stesso principio fissato all’art. 60

in materia di error in personam, della indifferenza dell’identità del soggetto passivo ai

fini dell’imputazione dolosa del fatto. Questo perché i dati identificanti una persona

rispetto a un’altra non fanno parte del fatto, quindi non occorre che il soggetto se li

rappresenti per essere in dolo. Accogliendo questa tesi (prevalente, sostenuta dal prof)

l’imputazione è non solo formalmente dolosa, ma anche sostanzialmente dolosa.

Per una parte minoritaria l’imputazione è solo formalmente dolosa e sarebbe

un’ipotesi di responsabilità oggettiva, perché per aversi dolo il soggetto dovrebbe

essersi rappresentato il fatto in concreto.

L’identità è invece rilevante ai fini dell’applicazione delle circostanze ma sempre a

favore del reo.

X es. un soggetto decide di uccidere il padre, il parricidio è circostanza aggravante,

spara e sbaglia mira, colpendo un’altra persona e non il padre, risponderà di omicidio

non aggravato. È rilevante l’identità del soggetto passivo a favore del reo.

Nell’ipotesi in cui un soggetto viene provocato (la provocazione è un’attenuante) e che

decide di uccidere colui che lo ha provocato, inciampa e sbaglia mira e uccide altra

persona, in questo caso la circostanza attenuante erroneamente supposta gli verrà

applicata.

Per le circostanze l’art. 82 richiama l’art. 60, disciplina di error in personam, che si ha

quando il soggetto scambia una persona per un’altra.


ACQUISTATO

4 volte

PAGINE

94

PESO

186.34 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MartyVr92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Patrono Paolo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto penale i

Diritto penale - Appunti
Appunto
Riassunto esame Diritto penale I, prof. Patrono, libro consigliato La punibilità e le cause di esclusione e di estinzione, Mantovani
Appunto
Riassunto esame Diritto Penale 1, prof. Patrono, libro consigliato Diritto penale. Parte generale, Mantovani
Appunto
Filosofia del diritto - Appunti
Appunto