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Riassunto esame Storia del Diritto Medievale e Moderno, prof. Sigismondi, libro consigliato Storia Costituzionale d'Italia, Ghisalberti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia del Diritto Medievale e Moderno, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia Costituzionale d'Italia, Ghisalberti. Contenuti riguardanti la storia della classe dirigente, delle forze politiche, dei partiti, degli organismi sindacali, analisi degli avvenimenti succedutisi dal 1848 ad oggi, prassi della legge a seconda delle... Vedi di più

Esame di Storia del diritto medievale e moderno docente Prof. F. Sigismondi

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Il limite della sinistra di non riuscire a tradurre sul piano normativo tutti i suoi progetti si presentò anche in

altri momenti.

MANCATE RIFORME: Dopo i primi insuccessi, la sx consapevole di non riuscire a gestire il potere e di non

riuscire ad emanare leggi incisive come quelle della più preparata dx, Depretis decise che doveva

TRASFORMARE il partito.

In questo ambito furono affrontate, SENZA SUCCESSO 2 tipi di RIFORME:

• RIFORMA DELL’ISTRUZIONE ELEMENTARE:con la Legge COPPINO del 15/07/1877 si rese

l’istruzione elementare obbligatoria. La legge si prefiggeva di elevare l’istruzione della

popolazione per preparare le basi per la riforma elettorale che avrebbe attribuito il diritto al voto ad

un numero maggiore di persone sulla base non solo del requisito del censo ma su quello della

CAPACITA’. Ma l’ obiettivo non fu pienamente raggiunto perché:

la legge prevedeva l’obbligatorietà del solo BIENNIO

o facendo ricadere sui comuni l’onere delle spese per le scuole non faceva che aggravare gli

o squilibri esistenti tra Nord e Sud e tra le campagne sottosviluppate e le città.

Effettivamente l’alfabetizzazione del popolo rappresentava uno per il rafforzamento delle istituzioni

poiché l’allargamento indiscriminatorio e incontrollato del suffragio universale avrebbe costituito un

pericolo notevole per lo stato in quanto avrebbe potuto implicare un ritorno alla conservazione.

Per portare la società al traguardo della DEMOCRAZIA e PROGRESSO era necessaria un’importante

opera di EDUCAZIONE NAZIONALE

• RIFORMA TRIBUTARIA : la sinistra doveva riformare il sistema tributario EQUO, con una

in modo da far

PEREQUAZIONE TRIBUTARIA BASATA SULLA PROGRESSIVITA’,

accostare il popolo allo Stato . Ma non ci riuscì anche se la borghesia dominante era disposta a

contribuire alle finanze pubbliche con le proprie risorse in modo PROPORZIONALE e non

progressivo .

Si poteva ipotizzare l’introduzione di un sistema di imposizione basato soprattutto sull’IMPOSTE

DIRETTE (sulla ricchezza posseduta, o sui capitali) al posto di alcune imposte indirette che colpivano i

consumi.

Ma con la Legge del 28/02/1877 (RIFORMA DELL’IMPOSTA DI RICCHEZZA MOBILE)fu

ridotto, a vantaggio della borghesia produttiva, il numero dei contribuenti aumentando le quote di

reddito esenti dall’onere e riconoscendo maggiori detrazioni per i redditi industriali e commerciali

a scapito del prelievo fiscali in forma diretta; A

furono incrementate le IMPOSTE INDIRETTE che gravando sui consumi di 1 necessità aumentando

il dissenso popolare e il malcontento nei confronti dello Stato.

ATTEGIAMENTO di DEPRETISI verso il PARLAMENTO durante i suoi 2 primi ministeri (25/03/ 1876 al

24 /03/ 1878 ……dal 19 /12/ 1878 – 14/07/ 1879) il Depretis fu un ABILE MANOVRATORE della

MAGGIORANZA riuscendo ad avere il favore un forte gruppo parlamentare e il favore anche della

corona , rompendo la rigidità della destra che era stata poco incline a lasciare spazio alla corona.

Con il suo opportunismo politico riuscì ad allargare la base del suo Governo e a ottennere l’appoggio dei

suoi avversari della Destra.

Il Depretis non fu un uomo di Stato ma abile manovratore che cercava in tutti i modi di trovare

consensi e legittimazione alla sua azione.

La dimostrazione è data dal ricorso frequentemente alla pratica delle cd. INFORNATE di senatori( in 8

anni propose ben 220 senatori che dovevano essere nominati dal re) con cui DEPRETIS si assicurò anche

l’appoggio della Camera Alta.

Bisogna sottolineare che, interpretando estensivamente l’art. 60 dello Statuto, il Senato rafforzò il suo

controllo sulle infornate ( in modo da limitarle)affermando la propria competenza a giudicare la

legittimità dei titoli ma anche le qualità e i precedenti delle persone nominate e perfino i motivi che

avevano portati il governo alla loro nomina.

ALTERNANZA dei gov. fra DEPRETIS e CAIROLI: il 4/1/1878 muore il re Vitt. Emauele II, e come da prassi

parlamentare Depretis presentò le sue DIMISSIONI.

Il nuovo sovrano UMBERTI I (1878-1900) respinse le dimissioni e il governo restò nelle mani di DEPRETIS

,confermando la fiducia del re al ministro e nell’istituto parlamentare.

Ma successivamente si crearono delle CRISI DI GOV dovute a dissensi all’interno della maggioranza che portarono

come capo di governo di Depretis ( ha presieduti 9 gov) e di Cairoli (ha presieduto 3 gov)

all’alternarsi Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

• Il 26-12-77: ci fu la caduta del 1° gov di DEPRETIS , ma ricomposta la maggioranza a suo sostegno, lo

stesso Depretis tornò ad essere capo di gov.

• Il 24/03/1878 per l’aggravarsi delle tensioni all’interno della sinistra portarono il DEPRETIS alle

dimissioni e fu sostituito da CAIROLI sostenuto dalla volontà della camera elettiva e xchè

mostrava più correttezza e onestà rispetto agli interessi economici e affaristici dal Governo

precedente.

BENEDETTO CAIRÒLI, fu garibaldino, rifugiato politico e cospiratore anti-austriaco,

o deputato al Parlamento, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano nei periodi 24/03/1878

– 19/12/1878 e 14 /07 /1879 – 29/05/1881. Il prestigio del Cairoli fu grande, anche in

quanto rifletteva i meriti dei quattro fratelli, tutti caduti nelle guerre risorgimentali: il padre

morto in esilio, Esemplare fu considerato il comportamento della madre: il suo rifiuto di

accettare ricompense od onoreficenze di qualsiasi tipo mise la famiglia in una luce ancora

migliore di fronte agli Italiani.

Il suo modo di fare politica era rispettoso e di tipo democratico.

Il primo governo Cairòli:Quando nel 1876 la Sinistra andò al potere, Cairoli, deputato sin dalla prima

legislatura, quindi da 16 anni, divenne capogruppo parlamentare della maggioranza e, dopo la caduta

dei governi Depretis e Crispi, il 24/03/1878 formò il suo primo gabinetto.

Sin dagli anni precedenti, la sua politica estera fu filo-francese ed irredentista (irredentismo indica

l’aspirazione di un popolo a completare la propria unità territoriale nazionale, acquisendo terre soggette

al dominio straniero (terre irredente) sulle basi di teorie di un'identità etnica o di un precedente

possesso storico, vero o presunto) . Tale atteggiamento, tuttavia, non teneva conto del grave

indeblimento della Francia, dopo la sconfitta subita alla guerra franco-prussiana, né delle latenti

tensioni fra Roma e Parigi in merito alla colonizzazione della Tunisia. Mentre l'appoggio alle

manifestazioni irredentiste offerto dal Cairoli, contribuivano mantenere tesi i rapporti con Vienna e

l'alleato Bismark. La politica estera del Cairoli aveva praticamente posto la posizione internazionale

dell'Italia in un vicolo cieco.

Gli effetti di tale isolamento furono palesi a tutti in occasione del Congresso di Berlino (12 giugno-13

luglio 1878): l'Austra-Ungheria si assicurò l'occupazione della Bosnia e dell'Erzegovina, la Gran

Bretagna l'isola di Cipro, la Francia garanzie sulla Tunisia, mentre l'Italia (rappresentata dal ministro

degli esteri Corti) non ottenne assolutamente nulla, in particolare in merito al Trentino. L'assenza di

progressi in merito a Trento appariva in troppo palese contraddizione con l'enfasi irredentista cui

sembrava conformarsi la politica del governo. Il governo Cairoli ne uscì fortemente indebolito,

cosicché cadde alla prima occasione: il tentativo da parte dell'anarchico Passannante di assassinare il

Re Umberto I (17/11/1878). Cairoli stesso, presente al fatto, afferrò l'attentatore e ricevette una

coltellata alla coscia. L'11/12/1878 un ordine del giorno favorevole al governo venne respinto a grande

maggioranza e Cairoli si dimise.

Il secondo ed il terzo governo Cairòli: Dopo un breve governo Depretis, il 14/07/ 1879 Cairoli tornò

al potere e, il 25 novembre successivo formò con Depretis un governo di coalizione, nel quale egli

assunse gli incarichi di primo ministro e ministro degli esteri. Ma non aveva saputo risolvere il grave

isolamento in cui languiva la politica estera italiana.

La questione all'ordine del giorno era la colonizzazione della Tunisia, cui ambivano la ricca Francia e la

debole Italia. Cairoli, come prima di lui il Depretis non ritennero mai di procedere ad una occupazione.

Cosicché il governo si lasciò sorprendere, l'11 /05/ 1881, quando i francesi procedettero

all'occupazione della colonia. Essa diede ulteriore conferma della debolezza della posizione

internazionale dell'Italia, e rinfocolò le polemiche successive al Congresso di Berlino. Gli eventi, in

effetti, dimostravano la velletarietà della politica del Cairoli e del Depretis, la impossibilità di una

alleanza con la Francia e la necessità di un riavvicinamento con Berlino e con Vienna.

Una simile inversione della politica non poteva essere condotta dai medesimi uomini politici e Cairoli

riconobbe la necessità di presentare le dimissioni, il 29 maggio 1881 Da allora di fatto scomparve

dalla scena politica..

• 19/12/1878 viene nuovamente nominato presidente del gov. DEPRETIS . egli dovette affrontare la

questione della SOPPRESSIONE del MINISTERO dell’AGRICOLRURA INDUSTRIA e

COMMERCIO.

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CRISPI stava sollecitando la soppressione di quel ministero per sostiturlo con il MINISTERO DEL

TESORO considerato essenziale per risolvere i problemi finanziari. Il gov. Depretis proseguì con la

soppressione attraverso un semplice decreto ministeriale .L’atto fu molto criticato dalla dx xchè

considerato incostituzionale ilo comportamento del parlamento: solo con una legge si poteva

sopprimere o introdurre un ministero

• 14/07/1879 Cairoli, tornato capo di gov., raccogliendo le critiche sul comportamento del Depretis e rispettando le

prerogative parlamentari ricostruì il MINISTERO dell’AGRICOLTURA, INDUSTRIA E

legge del 30-6-78 e richiese una legge per l’istituzione del ministero del tesoro.

COMMERCIO con la

Sul problema DELL’ORDINE PUBBLICO, in ossequio ai principi di libertà sanciti dallo Statuto che

si fondavano sul postulato “PREVENIRE NON REPRIMERE” il Caioroli cercò di reagire alla

condotta illiberale del NICOTERA che sotto il DEPRETIS aveva strumentalizzato prefetture e

polizia per ragioni di partito. Ma il successivo attentato al sovrano e le manifestazioni di piazza di

Firenze e di Pisa indussero la sinistra a mostrare scetticismo verso tale atteggiamento liberale del

Cairoli( era chiaro il fallimento delle sue misure sull’ordine pubblico)e ciò determinò la caduta del suo

governo.

Il Cairoli fu sostituito dal DEPRETIS che tenne il potere fino al 14-8-79 quando esso fu fatto cadere per una

mozione di sfiducia dell’opposizione sull’abolizione delle tasse sul macinato che invece fu difesa

dal Senato con la conseguenza di un grave contrasto parlamentare tra Camera e Senato in relazione

alla interpretazione dell’art. 10 dello Statuto Albertino che prevedeva la priorità della discussione

all’interno della camera elettiva delle leggi in materia tributaria e nel quale la sinistra vedeva un mezzo

per limitare la facoltà al Senato a proporre emendamenti.

che restò in carica fino al 26-5-81 quando il

Al DEPRETIS successe un 3° ministero CAIROLI

Governo venne meno in minoranza dal Parlamento rispetto alla politica estera; (il cd. Affare di Tunisi)

• 29/05/1981:il ministero venne presieduto da DEPRETIS (4° ministero) che in carica dal 29-5-81 al 29-8-87.

In questo periodo (1882) venne fatta la RIFORMA DEL SISTEMA ELETTORALE che portò a 2

milioni il n° degli elettori della Camera dei Deputalti.

L’allargamento del corpo elettorale era voluto da più parti:

le forze clericali e conservatrici vedevano nel suffragio universale un mezzo di

contrastare il predominio

strumentalizzazione delle classi contadine e perciò un modo per

politico della borghesia liberale

Sidney SONNINO era un progressista favorevole al suffragio universale xchè vedeva con esso il

progresso dello Stato. La massiccia partecipazione popolare alla vita politica avrebbe rafforzato

la struttura statale. L’allargamento del d. di voto veniva visto come un mezzo per EDUCARE

POLITICAMENTE la moltitudine, anche le classi più povere dei contadini che così avrebbero

potuto interessarsi della, e influenzare la formazione della classe dirigente.

La sinistra respinse tuttavia l’ istanza del “suffragio universale” e approvò un testo unico il 24-9-82 che era

caratterizzato da solo due elementi di novità:

1. ALLARGAMENTO DEL CORPO ELETTORALE che comprendeva tutti coloro che compiuto il 21°

anno d’età sapevano leggere e scrivere o pagassero una certa somma di imposta diretta (CENSO +

CAPACITA’) : erano favoriti i cittadini sui contadini perché più colti e le province settentrionali su quelle

meridionali perché più sviluppate.L’abbassamento del limite di età mirò a far partecipare alla vita politica i più

giovani che erano più vicini allo STATO LIBERALE rispetto agli anziani spesso nostalgici del passato

dinastico;

2. INTRODUZIONE DELLO SCRUTINIO DI LISTA al posto del “collegio uninominale” nel quale

alcuni vedevano uno strumento per abbattere il potere della oligarchia moderata, altri un mezzo per allargare

l’ampiezza della circoscrizione elettorale al fine di garantire maggiore adesione del contado della citt

Con esso il territorio nazionale (fino allora suddiviso in 508 collegi uninominali) fu articolato in 135

COLLEGI PLURINOMINALI; di questi i 36 più grandi portarono in Parlamento 5 candidati ma gli

elettori potevano esprimere 4 preferenze perciò uno dei 5 seggi andava alla lista minoritaria e ciò per

favorire la tutela delle minoranze; mentre negli altri collegi erano eletti 2,3,4, candidati ma il voto avveniva

per l’intera lista. Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Il sistema non raggiunse gli obiettivi prefissati perché era troppo forte l’egemonia dei NOTABILI e xchèa

mancava un’ apparato (quale sarà il futuro partito politico) in grado di predeterminare liste omogenee di

candidati.

Il sistema adottato favorì allora la formazione di liste eterogenee dal punto di vista politico, per il venir

meno della “carica ideologica del voto”, a scapito della qualità della classe dirigente e si andò verso il

trasformismo (chje caratterizzò il 2° ciclo del gov di Depretis)

a

29/10/1982: ci furono per la 1 voltale ELEZIONI CON SCRUTIGNO DI LISTA e ciò favorì la vittoria e il

rafforzamento del DEPRETIS che era desideroso di fondare la propria politica su una maggioranza

interpartitica che convergesse intorno ad un programma, quello della sxquesto fu il disegno che

portò al “TRASFORMISMO”; Depretis consapevole del forte consenso popolare si sentì in grado di

portare avanti un programma politico vasto tanto da essere sicuro di avere l’egemonia sulla vita pubblica.

Egli sottolineò la necessità di superare i dissensi politici per migliorare l’efficienza amministrativa dello

Stato. E per fare questo bisognava “convergere” verso un unico programma(di sx) demolendo i signoli

partiti.

Ma tale atteggiamento, che rafforzò la posizione del Presidente del gov., portò alla DEGENERAZIONE

del sistema parlamentare. Infatti se il Parlamento era formato da una Camera di Deputati eletta

attraverso combinazioni elettorali di tipo “personistico e clientelare” e da un Senato formato da infornate

di notabili graditi al potere, si finì con non avere una maggioranza con delle salde BASI IDEALI.

Il trasformismo di DEPRETIS senza che i suoi sostenitori se ne rendessero conto nascondeva molte

insidie come:

degenerazione del sistema parlamentare, che favoriva il clienterismo e la tendenza a

sovrapporre gli interessi particolari su quelli pubblici;

il trasformismo rispondeva ad un esigenza di conservazione perché la scelta di DEPRETIS

finiva con il favorire il mantenimento di quello status della società civile

favorevole a determinati gruppi economici, frenando il riformismo del movimento

operaio, di cui temeva la carica eversiva. Egli favoriva il l’avanzamento di tipo

amministrativo a discapito del progresso politico che invece doveva rimanere

statico.nel movimento operaio vedeva l’ideologia riformistica e per questo si

organizzò per fronteggiare l’avanzata del “SOCIALISMO” legato alla

trasformazione del proletariato industriale. Depretis aveva l’obiettivo di realizzare

un unico grande PARTITO LIBERALE. Ma non ci riuscì

Sul piano costituzionale il trasformismo determinò il susseguirsi di grande crisi

extraparlamentari (non determinata da mozioni di sfiducia, ma dall’impossibilità

di formare 2 schieramenti separati: maggioranza e opposizione. E questo portò a

prendere le decisioni politiche solo per volontà del presidente del governo.). Si

assistette alla CRISI DEL SISTEMA .il susseguirsi delle crisi extraparlamentari

furono sempre risolte da Depretis con tattiche e favoritismi. Ad es. per avere il

pieno appoggio dei Deputati ( e togliere autonomia al Senato) faceva infornate

della camera con ex deputati favorevoli alla sua politica o di funzionari di Statiche

appoggiavano sempre il governo. Inoltre ricorreva spesso al “trucco” di snaturare

il sindacato parlamentare sugli atti del governo rinviando sempre le discussioni sui

bilanci.

25/5/86: furono indette, da Depretis, NUOVE ELEZIONI per porre fine al contrasto sorto tra il Ministero

delle Finanze MAGLIANI e il Parlamento, in seguito alla sua politica fiscale poco rispettosa delle

prerogative parlamentari. Le elezioni svolte con corruzioni rafforzarono il potere del gov., ma mostrano

che non c’è la rappresentanza nazionale. Nel frattempo si inizia ad organizzare il movimento operaio.

INVOLUZIONE POLITICA: Subito dopo le elezioni DEPRETIS sciolse il PARTITO OPERAIO ITALIANO Ee iniziò

a vigilare e reprimere tutte le MANIFESTAZIONI POLITICHE del PROLETARIATO rendendo

evidente l’ideologia conservatrice. La sx e la dx avevano perso le loro ideologie iniziali. La borghesia più che

volere il progresso dello Stato ascoltando le esigenze anche dei ceti subalterni (operai) si concentrava nella

difesa dello Stato esistente.

Nel 1887. quando si formò l’8° governo di Depretis la situazione si cristallizzò ancora di più: nella maggioranza

“trasformistica” entrò la PENTARCHIA “Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Crispi, Baccarini “. Dopo 10 anni

di potere della sx essa aveva subito un’INVOLUZIONE perdendo il suo spirito di innovazione che la

caratterizzava. Con l’estensione del suffragio e con le pressioni della Chiesa (scontenta dopo la questione

romana)si era abbassato il livello della rappresentanza parlamentare liberale.

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Per fronteggiare questa situazione ci voleva una classe dirigente che conoscesse bene i problemi e esigenze del

popolo italiano.

LE COMMISSIONI D’INCHIESTA: il paese cominciò ad acquisire consapevolezza dei problemi da affrontare

grazie all’attività parlamentare delle COMMISSIONI D’INCHIESTA che segnalavano i “mali” del

paese alla classe dirigente e richiedevano delle soluzioni.. ma molto spesso i risultati delle

commissioni non vennero ascoltati e problemi rimanevano senza soluzione. Si parlò di

TECNICIZZAZIONE della vita pubblica.

Le Commissioni d’inchiesta (non previste dallo Statuto) furono introdotte dalla PRASSI con lo

scopo di studiare le condizioni di fatto, i problemi delle varie categorie o di luoghi. Esse si

differenziavano da:

Commissioni inquirenti ministeriali

Commis. Parlamentari d’inchiesta sull’andamento dei pubblici servizi (per un sindacato su

rami della P.A. e del Gov. e per questo non gradite dal Ministero)

Il fondamento delle Commissioni d’inchiesta si trovava su una modifica del 1868 nel

regolamento della Camera dei Deputati che aveva parificato le proposte di inchiesta con le

iniziative legislative

Tra le più significative commissione ricordiamo:

sotto la destra la COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLA SICILIA

sotto la sinistra, ricordiamo le commissioni d’inchiesta sull’esercizio ferroviario, sulla

marina mercantile, sulle tariffe doganali, sulla questione agraria con l’intento di conoscere le

effettive condizioni del paese che però non fu realizzato per la mancanza di mezzi dello

stato.

Il merito delle commissioni fu quello di incitare, le forzi governanti, a conoscere le reali

condizioni del paese…purtroppo spesso non seguito da un opportuna azione di governo per

trovare la soluzione dei problemi!

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CAP. 6-

AUTORITARISMO, CONSERVAZIONE PARLAMENTARISMO:

CRISPI, DI RUDINI’, GIOLITTI.

Francesco CRISPI: Alla morte di DEPRETIS (luglio1887) divenne presidente del consiglio FRANCESCO CRISPI

il quale già ministro degli interni, nel gov Depretis, garantì la continuità politica della sx per la

tranquillità della borghesia italiana.

F. Crispi è stato un politico italiano. Fu presidente del Consiglio dei ministri italiano nei periodi

29/07/1887 – 6/02/1891 e 15/12/1893 – 10/03/1896. Nel 1860 organizzò insieme a Bertani, Bixio, Medici

e Garibaldi la Spedizione dei Mille.. ….Nel 1861 si candidò per l'estrema sinistra alla Camera dei

Deputati. Alla Camera, Crispi acquistò la fama di essere uno dei membri più combattivi e irruenti del

partito repubblicano. Nel 1867 si adoperò per impedire l'invasione dello Stato Pontificio ad opera dei

Garibaldini. Allo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870 si adoperò energicamente per impedire la

progettata alleanza dell'Italia con la Francia e per trasferire a Roma il governo Lanza. La morte di Rattazzi

nel 1873 indusse i sostenitori di Crispi ad avanzare la sua candidatura per la guida della Sinistra, ma Crispi,

ansioso di rassicurare la Corona, sostenne invece l'elezione di Agostino Depretis.

Dopo l'avvento al potere della Sinistra nel novembre 1876 fu eletto Presidente della Camera. Nel dicembre 1877

prese il posto di Giovanni Nicotera al Ministero degli Interni del governo Depretis. Crispi, con l'aiuto del cardinale

Pecci, persuase il Sacro Collegio a tenere il conclave a Roma e prorogò la durata della legislatura nel timore che la

solennità dell'evento potesse altrimenti esserne disturbata. Le qualità di grande statista dimostrate in questa

occasione non furono sufficienti ad evitare l'ondata di indignazione scatenata dagli oppositori. Crispi fu costretto a

dimettersi.

Per 9 anni la carriera politica di Crispi subì una battuta d'arresto, ma nel 1887 ritornò in carica come Ministro

degli Interni nel governo Depretis, succedendogli come primo ministro lo stesso anno, causa la morte del

vecchio "camaleonte" della politica.

Una delle sue prime iniziative da capo del governo fu quella di recarsi in visita presso Bismarck, che desiderava

consultare riguardo il funzionamento della Triplice Alleanza. Basando la propria politica estera su tale alleanza,

Crispi assunse un atteggiamento risoluto nei confronti della Francia. In politica interna Crispi completò l'adozione

dei codici sanitario e commerciale e riformò l'amministrazione della giustizia. Abbandonato dai propri alleati del

Partito Radicale, Crispi governò con l'appoggio della Destra fino a quando, il 6/02/1891 quando cadde il suo gov.

Nel dicembre 1893 l'incapacità del governo Giolitti di ristabilire l'ordine pubblico, in Sicilia (i Fasci siciliani) e in

Lunigiana, ebbe come conseguenza la richiesta da parte dell'opinione pubblica del ritorno al potere di Crispi. Dopo

aver riassunto l'incarico di Primo Ministro represse con forza le insurrezioni e appoggiò con decisione le energiche

misure correttive adottate dal Ministro delle Finanze Sonnino, per salvare le finanze dello stato italiano. La

risolutezza di Crispi nella repressione dei moti popolari, ed il suo rifiuto sia di uscire dalla Triplice Alleanza che di

sconfessare il proprio ministro Sonnino, causarono una rottura con il leader radicale Cavallotti, il quale lo attaccò

con una spietata campagna diffamatoria. Ciononostante nelle elezioni generali del 1895 Crispi ottenne una

vastissima maggioranza, ma un anno dopo, la sconfitta dell'esercito italiano ad Adua durante la Campagna

d'Africa Orientale provocò le sue dimissioni.

Il successivo governo Rudinì dette credito alle accuse di Cavallotti, e, alla fine del 1897 la magistratura chiese

alla Camera l'autorizzazione a procedere contro Crispi con l'accusa di appropriazione indebita. Una

commissione parlamentare incaricata di indagare sulle accuse mossegli, stabilì soltanto che Crispi, nell'assumere

l'incarico di Primo Ministro nel 1893 aveva trovato il fondo di dotazione dei servizi segreti privo di disponibilità, e

quindi aveva preso a prestito da una banca di stato la somma di 12.000 lire, da restituirsi con rate mensili garantite

dal Tesoro. La commissione, considerando questa procedura irregolare, propose alla Camera, che accettò, un voto

di censura, ma si rifiutò di autorizzare l'incriminazione. Crispi si dimise dalla carica di parlamentare, ma fu

rieletto a furor di popolo nell'aprile del 1898 nel suo collegio di Palermo. Per alcuni anni partecipò solo

marginalmente alla vita politica, soprattutto a causa dell'incipiente cecità. Un riuscito intervento chirurgico gli

restituì la vista nel giugno del 1900 e nonostante avesse ormai 80 anni, riprese in buona misura la precedente

attività. Presto, tuttavia, la sua salute peggiorò irreversibilmente, fino alla morte, sopraggiunta a Napoli il 12

agosto 1901. Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

L'importanza di Crispi nella vita politica italiana dipende meno dalle molte riforme realizzate dalle amministrazioni

da lui presiedute che non dal suo forte patriottismo, dalla sua forte e vigorosa personalità, e dalla sua capacità di

governare i propri concittadini con la costante tensione di cui essi avevano bisogno in quell'epoca. In politica estera

egli contribuì grandemente a sollevare il prestigio dell'Italia, sfatando la fama di inaffidabilità e indecisione

guadagnata a causa della politica di molti dei suoi predecessori.

SITUAZIONE POLITICA ai tempi di Crispi: il regime politico italiano del 1887 era lontano dall’ideale di

“BIPARTITISMO” e ciò era dovuto sia dalla situazione politica italiana (diversa da quella inglese) che

dall’egemonia ormai affermata del ruolo del Governo rispetto al Parlamento che non creava l’equilibrio fra i poteri

e la corona.

Ci fu un dibattito su questo stato di fatto, fra:

• SPAVENTA: si augurava che terminata l’opposizione della Chiesa allo Stato , le forze liberali dovevano

rimanere unite e che si potessero formare dei gruppi politici che rappresentassero interessi di

Si

classe opposti in modo da creare un’alternanza di governi fra conservatori e progressisti.

auspicava il bipartitismo.

Inoltre il Spaventa suggeriva di individuare gli strumenti giuridici per tutelare il singolo contro gli

arbitri del potere esecutivo in campo amministrativo.

• BONGHI: la causa della crisi dei partiti era dovuta alla loro incapacità di essere portatori delle istanze

della società civile e quindi di rappresentare interessi effettivi dei gruppi sociali

• ARCOLEO, criticando il ruolo assunto dal Presidente del gov. sosteneva la necessità di introdurre un

GOVERNO CON BASE EXTRA-PARLAMENTARE, non legato alla maggioranza della Camera dei

Deputati.

• MONTALCINI sempre in riferimento al ruolo del Pre.di Gov. per limtarlo era necessario ricorrere più

spesso alle PREROGATIVE REGIE nelle crisi ministeriali chiarificando così il ruolo della corona

rispetto al governo.

• MINGHETTI: bisognava trovare i mezzi per arginare l’invadenza dei partiti nella giustizia e

nell’amministrazione

• TURIELLO: molto pessimista annunciava lo sgretolamento dei partiti e la formazione di gruppi portatori di

interessi di settore.

Le CONTRADDIZIONI della politica di Crispi: per Crispi, diventato 1° ministro nel 1887, il GOVERNO doveva

comunque avere l’appoggio di un’importante base parlamentare.. per lui il favore della maggioranza verso il

leader del governo voleva dire tenere conto della volontà popolare.

Il predecessore Depretis, affermando il ruolo del 1° ministro e richiedendo sempre il favore della maggioranza

parlamentare (anche se nella pratica lui controllava e dominava le Camere a suo piacimento), aveva realizzato

un effettivo SISTEMA PARLAMENTARE.

Con Crispi le cose cambiarono. Egli pur usando nella prassi il trasformismo di Depretis per dominare il

Parlamento, in realtà richiese SPESSO L’INTERVENTO DELLA CORONA in suo favore per combattere

l’opposizione delle Camere (interventi condannati da Depretis )

Il TRASFORMISMO: -Se per Depetris la politica trasformistica serviva per avere una vasta maggioranza

parlamentare come presupposto per la nascita di un partito liberale di stile nuovo nel quale

fossero rappresentati tutti gli interessi e tutte le aspirazioni della borghesia italiana del tempo,

- per Crispi il trasformismo era un mezzo con cui strumentalizzare tutte le formazioni

politiche presenti in Parlamento per sostenere la sua azione di governo mostrando un

atteggiamento contraddittorio come:

quando voleva ottenere l’appoggio delle Camere sembrava contestare la naturale

inclinazione di questa;

quando voleva perfezionare gli istituti dello Stato risorgimentale con riforme legislative,

ma nello stesso tempo adottò un atteggiamento autoritario e centralizzatore di ogni potere

assumendo a modello il cancellierato di BISMARCK

quando proclamandosi “rappresentante dell’intera nazione” in una visione unitaria fu

costretto ad avvalersi dell’appoggio della classe conservatrice borghese che aveva ideali

classici e chiusi verso i ceti subalterni..

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Nonostante le contraddizioni, il governo di Crispi, basato sull’AUTORITARISMO si interessò dell’esigenze

delle classi subalterni (popolari) e cio in contrasto con un Parlamento che politicamente non era pronto ad

occuparsi di una riforma sociale.

PERFEZIONAMENTO DELLA P.A. Constatando che il trasformismo di DEPRETIS aveva ridotto la vita politica

alla quotidiana ricerca del compromesso senza consentirgli di realizzare un piano di riordinamento

dell’amministrazione centrale e periferica dello Stato.

Mentre il Crispi nella sua concezione autoritaria del potere volle migliorare e potenziare l’amministrazione

pubblica proponendosi di dare allo Stato strumenti burocratici più moderni che gli consentissero di agire

con maggiore incidenza nella vita sociale visto che realizzando una vasta

In questo modo riconosceva il primato all’amministrazione sulla politica

opera legislativa e amministrativa egli lasciava cadere le idee inerenti, la concezione del suffragio universale, la

trasformazione della camera alta in camera elettiva e la concezione dell’indennità parlamentare.

La SVALUTAZIONE del Parlamento: Mentre DEPRETIS prolungò la sessione dei lavori parlamentari tenendo

continuamente in attività la camera condizionando e quasi paralizzando l’attività di governo.

***Sessione: serie di sedute di un’assemblea della durata di un determinato periodo.

CRISPI voleva evitare il costante confronto con le camere. Infatti Crispi stabilì la CHIUSURA DELLA

SESSIONE di lavoro delle Camere. In questo modo evitava i dialoghi e confronti con il paralamento. La

sessione di lavoro inizialmente era annuale, ma con Depretis essa durava quanto durava la legislatura. Il

distacco con il Parlamento di Crispi lo si vede anche dall’esposizione del suo programma di governo alle

Il discorso della corona veniva

Camere: anziché esporlo personalmente affidò questo compito al sovrano.

sempre fatto per inaugurare la nuova sessione di lavoro di una nuova legislazione, ma mai per esporre il

programma del 1° ministro. Il comportamento di Crispi era un altro modo per svalutare il Parlamento e di

dominarlo attraverso l’appoggio della corona.

La sottovalutazione del ruolo del parlamento da parte del Crispi si manifestò anche quando costretto ad

imporre nuovi oneri fiscali, (per sanare il deficit causato dalle spese militari, sostenute nel corso della

politica estera da lui intrapresa e mediante la quale voleva mostrare a tutto il mondo che l’Italia era ormai

una gran potenza), invece di verificare se la maggioranza parlamentare lo sosteneva, decise di

DIMETTERSI il 28-2-89 avviando una crisi extraparlamentare, giustificata da una motivazione molto

autoritaria: doveva “evitare di compromettere in caso di sfiducia parlamentare i grandi interessi del paese”.

a

Atteggiamento simile ebbe il 28/01/1891 quando si dimise per la 2 volta per un occasionale voto sulla

sua politica tributaria che dimostrò l’opposizione della rappresentanza nazionale alla sua condotta. Allora

disse: “non può esserci alternativa fra un gov. forte e autoritario e un esitante e incerto Parlamento a

discapito degli interessi del paese che devono essere tutelati anche contro il Parlamento”.

Egli un obiettivo costante: RAFFORZARE CON OGNI MEZZO IL POTERE ESECUTIVO.

Già come ministro degli Interni aveva fatto approvare una legge che consentiva al governo di collocare a

propria discrezione in aspettativa o al riposo, i PREFETTI al fine di sostituire questi con uomini fedeli al

governo anche con coloro che ricoprivano anche altre cariche incompatibili (venne, infatti, accolta la legge

sulle incompatibilità) a danno del livello morale della vita politica.

Da presidente del consiglio, Crispi, propose un disegno di legge per REGOLARE LA STRUTTRA E I

POTERI DEL GOVERNO. Egli proponeva di dare al gov. una maggiore autorità rispetto al Parlamento, e

in particolare all’interno del “gabinetto” il primato decisionale doveva spettare al 1° ministro perché egli

doveva mantenere “ l’economia tra i vari servizi, e l’unità della politica”.

Con tale disegno di legge Crispi volle evitare che “il parlamento si atteggiasse a TIRANNO facendo del

MINISTRO uno schiavo” e a tal fine sostenne che l’organizzazione dei ministri e dei pubblici uffici

doveva essere disciplinata da decreto legge e non da legge.

Al riguardo la legge del 12-2-88 applicando letteralmente l’art.65 dello Statuto attribuiva all’esecutivo la

facoltà di organizzare i propri uffici con semplice decreto e di istituire i cd. SOTTOSEGRETARI DI

STATO con cui era controllata dal Governo tutta la vita amministrativa.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

La RIFORMA dell’ORDINAMENTO COMUNALE sempre con atteggiamento ACCENTRATORE e

AUTORITARIO del gov. fu approvata la Legge n°50865 del 30-12-88 che riformava le

amministrazioni comunali e provinciali;

La legge aveva una base DEMOCRATICA xchè mirava ad allargare l’elettorato attivo e a rendere

elettive le cariche di sindaco e di presidente delle giunte provinciali ( dirette fino ad allora da un

prefetto).

Essa cercò di conciliare l’esigenza di decentramento con quella del controllo statale sugli enti locali

per evitare tendenze separatistiche che avrebbero minacciato l’unità nazionale. Proprio per questo motivo

fu istituita la GIUNTA PROVINCIALE AMMINISTRATIVA presieduta dal prefetto e composta da

rappresentanti dell’amministrazione statale ai quali fu affidato il compito di vigilare sull’attività degli

enti locali.

La RIFORMA della GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA: L’autoritarismo di CRISPI lo induceva a rafforzare la

fiducia dei cittadini nelle istituzioni dello Stato e per questo riformò la giustizia amministrativa istituendo

la IV SEZIONE del CONSIGLIO DI STATO alla quale fu affidata la cognizione delle controversie

oggetto di ricorso per vizio di

relative agli interessi legittimi dei cittadini contro gli atti amministrativi

legittimità nel caso d’INCOMPETENZA, ECCESSO DI POTERE, VIOLAZIONE DI LEGGE.

Si creò un tribunale amministrativo di stile nuovo , che però, legava la gestione della giustizia al

governo a danno dell’attuazione del principio della separazione dei poteri. Anche questa fu una

contraddizione di Crispi

La RIFORMA del D. PENALE: un carattere contraddittorio presentava anche la politica governativa in materia

penale in quanto se da un lato c’era il codice penale di ZANARDELLI emanato nel 1889, il quale

mostrava il suo carattere garantista prevedendo l’abolizione della pena di morte, diminuendo le sanzioni

previste per i suoi reati contro il patrimonio e prevedendo entro certi limiti il diritto di sciopero,

dall’altro lato c’era la legge sulla pubblica sicurezza del 30 – 06 –89 che ribadiva la vigenza d’alcune

misure poliziesche restrittive quali il domicilio coatto, le limitazioni alla libertà di riunione.

Fine del gov. di Crispi : La minaccia di scandali derivanti dall’ambiente finanziario in cui si moltiplicavano le

speculazioni da parte dei politici per cui il ristagno di capitali immobilizzato in seguito al fallimento delle

banche costrinsero il Crispi a dimettersi nel 1891 e a lui successe il ministero del DI RUDINI’ (di dx).

C’E’ IL RITORNO AL POTERE DELLA DESTRA

Antonio Starrabba marchese di Rudinì leader della DESTRA: Fu presidente del Consiglio dei Ministri italiano

nei periodi: 6/2/1891- 15 /05/1892 e 10/03/1896 - 29 /06/ 1898.

Nel 1859 si unì al comitato rivoluzionario che spianò la strada ai trionfi di Garibaldi. Nell'ottobre

1869 divenne ministro degli interni nel gabinetto Menabrea, ma cadde assieme a tale governo

pochi mesi dopo. All'inizio del 1891 succede a Francesco Crispi come primo ministro e

ministro degli affari esteri, formando un governo di coalizione con una parte della sinistra di

Nicotera. La sua amministrazione si rivelò vacillante, ma diede il via alle economie con cui le

finanze italiane vennero messe in sesto e rinnovò inoltre la Triplice Alleanza.

Il suo governo cadde nel maggio 1892 per via di un voto alla camera, ed il suo posto venne preso da

Giolitti. Al ritorno al potere del suo rivale, Crispi, nel dicembre 1893, egli riprese l'attività politica,

alleandosi con il leader radicale Felice Cavallotti. La crisi conseguente al disastro di Adua (1 marzo 1896),

permise a Starrabba di tornare al potere come primo ministro e ministro degli interni, in un governo

formato dal veterano conservatore, Generale Ricotti. La sua politica interna fu marcata da un continuo

trattenere le pressioni radicali e dalla persecuzione di Crispi. Sciogliendo la camera all'inizio del 1897 e

favorendo i candidati radicali nelle elezioni generali, spianò la strada agli scontri del maggio 1898, la

soppressione dei quali richiese un notevole spargimento di sangue e lo stato di assedio a Milano, Napoli,

Firenze e Livorno. L'indignazione per i risultati della sua politica portò al suo rovesciamento nel giugno

1898. Durante il suo secondo mandato modificò il gabinetto per tre volte (luglio 1896, dicembre 1897,

giugno 1898) senza rafforzare la sua posizione politica.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Per molti versi di Rudinì, leader della destra e dunque, nominalmente, politico conservatore, si rivelò un

elemento dissolutore nelle file dei conservatori italiani. Con la sua alleanza con i liberali di Nicotera nel

1891, con la sua intesa con i radicali di Cavallotti nel 1894; con l'abbandono del suo collega conservatore,

Generale Ricotti, al quale doveva la carica di primo ministro nel 1896; e con la sua azione ondivaga dopo

aver perso il potere, egli divise e demoralizzò una parte politica che avrebbe potuto costituire, se gestita

altrimenti, una solida organizzazione parlamentare.

Fu uno dei più grandi e ricchi proprietari terrieri della Sicilia e gestì le sue proprietà secondo principii liberali,

senza mai incorrere in problemi con la manodopera agricola. Non ricoprì più incarichi pubblici dal 1898.

Morì il 6 agosto 1908,

LA POLITICA DI DI RUDINI’: Di Rudinì era di DESTRA e pertanto aveva idee conservatrici. Divenne 1°

ministro ( e contemporaneamente min. degli interni) dopo la caduta del gov. Crispi (cadde per 1 voto

contrario del parlamento) e con la sua politica conservatrice restituì dignità al parlamento, ma arrestò la

riforma sociale (a cd. QUESTIONE SOCIALE : riforma della società del 1888 sulla sanità e sulle istituzioni

pubbliche di beneficienza) iniziata dal Crispi..

Il Di Rudinì per garantirsi l’appoggio della classe conservatrice necessario per attuare il suo programma

moderato, fermò il processo di riforme del suo predecessore e modificò la legge elettorale del 1882 votata

dalla Sinistra la quale attraverso lo scrutinio di lista aveva garantito una maggiore rappresentanza della

borghesia cittadina rispetto a quella provinciale agraria; tale sistema fu criticato da ogni parte politica per il

rifiuto dei notabili ad essere iscritti in liste plurinominali con i conseguenti condizionamenti esterni.

Di Rudinì, ripristinando l’antico sistema del COLLEGIO UNINOMINALE suddivise il territorio della

penisola in 508 collegi nominali formati sulla base di un numero di abitanti per circoscrizioni che veniva

stabilito a discrezione del 1° Ministro (non sempre uguale e ripartiti territorialmente in modo non omogeneo)

: in questo modo poteva colpire le posizioni di individui o gruppi a lui contrari, per favorire candidati

notabili, ministeriali per tendenza, con l’unico limite di non comprendere nella medesima circoscrizione

abitanti di comuni appartenenti a province diverse.

Anche il Di Rudinì favorì il DECENTRAMENTO AMMINISTRATIVO ma con finalità diverse da

quelle perseguite dalla Sinistra; mentre questa lo utilizzò come strumento per ottenere una partecipazione

popolare alla gestione delle amministrazioni locali al fine di garantire un’ampia base di consenso dello

Stato liberale.

Di Rudinì ( di dx e conservatore), ascoltando le richieste della borghesia provinciale agraria che voleva

gestire le funzioni amministrative nelle loro zone ( a discapito della gestione affidata ai ceti subalterni)usò il

decentramento come mezzo per opporsi alla visione dello Stato come titolare di ogni potere effettivo

proprio del nascente socialismo.

La diversa visione del decentramento, fra sx e dx lo si vede dalle diverse iniziative legislative come:

• per la SX: nel 1882 Depretis aveva riordinato le circoscrizioni amministrative dello Stato su

base provinciale e comunale( senza modificare il territorio) e e prevedeva servizi di pubblica utilità

locali. Il progetto non fu realizzato.

Nel 1887 Crispi riprese la riforma amministrativa con l’idea di affidare ai PREFETTI i compiti

ministeriali da svolgersi a livello provinciale (liberando dal loro peso l’amminist. Centrale). ma la

sua proposta non fu accolta.

Nel 1891 sempre Crispi riprese in mano il suo progetto suggerendo di creare una serie di

DISTRETTI nelle province aventi a capo il prefetto rendo più efficiente e più rispondente alle

esigenze locali l’amministrazione, pur senza indebolire l’autorità statale centrale.. il decentramento di

Crispi si fermava al livello burocratico e non prevedeva il decentramento legislativo.

• Per la dx Di Rudinì attuò il decentramento amministr. partendo da presupposti diversi: egli divise

le province in CIRCOLI con a capo un GOVERNATORE; inoltre introduce CONSORZI

OBBLIGATORI e permanenti per svolgere a livello locale attività pubbliche.

Di Rudinì rispondeva così alla volontà di dare alle forze conservatrici( soprattutto proprietari

terrieri) una base politica togliendo allo Stato quelle attribuzioni che se gestite nell’interesse

collettivo potevano portare al REGIME DEMOCRATICO. L’aspetto conservatore di Di Rudinì lo si

nota anche dal fatto che egli reclutò i funzionari amministrativi locali fra ricchi contribuenti

( bloccando l’avanzata al potere dei ceti più poveri)

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Di Rudinì con UNA POLITICA ECONOMICA RISPARMIATRICE e con misure legislative e

amministrative di stampo conservatore tentò invano di ricostruire la Destra storica caduta nel 1876 .

Ma era un sogno non realizzabile:la maggioranza della dx storica fu capace di mediare le esigenze sia

progressiste che moderate della borghesia liberale. Invece Di Rudinì era sostenuto da una maggioranza che

aveva in comune solo l’ideale conservatore e dall’esigenza di “risparmiare” della classe dirige ( per non

estendere la spesa pubblica e compromettere la stabilità del bilancio e aumentare le tasse).

I contrasti scoppiati nella maggioranza sul PROBLEMA FINANZIARIO e il dissenso sulla necessità di

ridurre le spese militari (sostenute dal re) TOLSERO LA FIDUCIA e l’appoggio della corona al gov di Di

Rudinì che si dimise il 5/5/1892.

IL RUOLO DELLA CORONA: nella crisi e caduta del gov. di Di Rudinì aveva avuto peso il ruolo della corona.

Durante il suo Ministero Di Rudinì non fu capace di mediare fra l’esigenza della corona di rafforzare le spese

per sostenere l’esercito e l’impegno di economizzare del Parlamento. Tale comportamento deluse il re e la

Camera elettiva.nella vita statutaria il sovrano aveva delle prerogative regie che gli davano dei poteri effettivi

( art. 5 Stat) es come capo delle forze armate,responsabile della politica estera.. dopo Cavour )di dx) e dopo il

1876 Depretis (di sx) si erano notevolmente ridotte le interferenze del re nella vita politica.

Mentre Crispi e Di Rudinì avevano incoraggiato l’intervento della corona (per rafforzare l’idea conservatrice)

Divenne 1° ministro GIOVANNI GIOLITTI

Giovanni GIOLITTI: Politico privo di un passato impegnato nel risorgimento e portatore di idee liberali moderate,

entra nel governo già nel 1882 come collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia; dopo essere

passato, con la Destra di Quintino Sella, al Ministero del Tesoro. Diventa Ministro del Tesoro del

governo di Francesco Crispi e quindi, Ministro dell'Interno nel governo di Zanardelli, prima di

giungere alla nomina di primo ministro nel 1892.

I CINQUE GOVERNI DI GIOLITTI:

Giolitti I (maggio 1892 - dicembre 1893) :L'inizio dell'avventura giolittiana come 1° ministro coincise con la

prima vera disfatta del governo di Crispi, messo in minoranza nel febbraio del 1891 su una proposta di legge

di inasprimento fiscale. Dopo Crispi, e dopo una breve parentesi (6 febbraio 1891 - 15 maggio 1892) del

marchese Di Rudinì, il 15/05/1892 fu nominato Primo Ministro Giovanni Giolitti, allora ancora facente parte del

gruppo crispino.

Il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che attraversavano estesamente il paese a causa di una

generale crisi economica che faceva salire il costo dei beni di prima necessità; le voci che lo indicavano come

propositore di una tassa progressiva sul reddito e, infine, lo scandalo della Banca Romana che gli valse

accuse di aver "coperto" irregolarità fiscali lo travolsero in pieno e lo costrinsero a dimettersi poco più di un

anno e mezzo dalla nomina, il 15/12/1893.

Di fronte alle debolezze dell'appena dimessosi Giolitti, la base elettorale volle richiamare Crispi, in modo da

porre la parola "fine" davanti ai continui disordini causati dai lavoratori. La sua politica estera, aggressiva e

colonialista, lo portò in Eritrea, ma una serie di sconfitte culminate con quella di Adua (1 marzo 1896) ne

causarono le dimissioni. Il periodo che va da questo momento sino al 1903, quando Giolitti ritornò Primo

Ministro, è comunemente indicato come Crisi di fine secolo: un periodo di recessione economica contribuì

infatti all'acuizzarsi della tensione sociale e politica che si tradusse nella successione di 11 governi in

appena 10 anni.

Giolitti II (novembre 1903 - marzo 1905) :Il 3 /11/ 1903 Giolitti ritornò al governo, ma questa volta si risolse

per una svolta radicale: si oppose alla ventata reazionaria di fine secolo, ma lo fece dalle fila della Sinistra

repubblicana e non più del gruppo crispino come fino ad allora aveva fatto. Questo cambiamento gli consentì di

seguire quella politica di conciliare gli interessi della borghesia con quelli dell'emergente proletariato (sia

agricolo che industriale); è notevole come Giolitti fu il primo a rivolgersi direttamente ad un "consigliere"

socialista, Filippo Turati. In questo contesto furono varate norme a tutela del lavoro (in particolare infantile e

femminile), sulla vecchiaia, sull'invalidità e sugli infortuni; i prefetti furono invitati ad usare maggiore

tolleranza nei confronti degli scioperi apolitici; nelle gare d'appalto furono ammesse le cooperative cattoliche e

socialiste. Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

L'apertura nei confronti dei socialisti, insomma, fu una costante di questa fase di governo: Giolitti

programmava, infatti, di estendere il consenso nei riguardi del governo presso queste aree popolari, e in

particolare presso quelle aristocrazie operaie che, grazie ad una migliore retribuzione salariale e, quindi, a un

migliore tenore di vita, avevano il diritto di voto. Giolitti era infatti convinto che non fosse utile a nessuno

tenere bassi i salari perché da un lato non avrebbe consentito ai lavoratori di condurre una vita dignitosa,

dall'altro avrebbe strozzato il mercato provocando una sovrapproduzione.Altri importanti provvedimenti: su

tutti, la nazionalizzazione delle ferrovie e la promozione dello sviluppo economico attraverso la stabilità

monetaria ed i lavori pubblici (ad esempio il traforo del Sempione).

Giolitti III (maggio 1906 - dicembre 1909) :Alla caduta del secondo Governo Fortis (24/12/1905 - 8 /02/ 1906)

Giolitti insediò il suo terzo governo.Durante questo mandato continuò la politica economica già avviata nel suo

secondo governo. Aiutato dalla congiuntura economica positiva dei primi anni del Novecento, poté contare su

un'affidabile stabilità monetaria garantita dall’'emigrazione, dal sud al nord. In questo periodo, inoltre, favorì

l'industria pesante (arretrata per mancanza dei grandi capitali che sarebbero stati necessari a svecchiarla) per

la conversione della rendita nazionale dal 5% al 3,5%. Questa era, in

mezzo di un ingegnoso stratagemma:

realtà, un'operazione rischiosa .Di fatto ebbe successo perché il rischio di bancarotta ridotto perché la

conversione della rendita provocò una generale diminuzione del costo del denaro che consentì di ottenere

crediti ad un saggio di interesse più favorevole e, quindi, incontrò un nutrito consenso. Oltre a ciò, la conversione

della rendita centrò il suo scopo primario: far "guadagnare" virtualmente allo stato la differenza sui suoi

debiti che, con l'abbassamento del tasso, non era più tenuto a pagare. I proventi di questa manovra poterono,

così, essere impiegati nell'industria.

Giolitti IV (30 marzo 1911 – 21 marzo 1914: il 4° gov Nacque come il tentativo di coinvolgere al governo il

Partito Socialista, nel potere . Il programma prevedeva la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita e

l'introduzione del suffragio universale maschile. Nel settembre del 1911 Giolitti, premuto dalle spinte

nazionaliste diede tuttavia inizio alla guerra di Libia; il conflitto ebbe notevoli ripercussioni anche in politica

interna, dividendo il Partito Socialista e allontanandolo dal governo in maniera irrimediabile.

Dopo il Giolitti IV :L'inizio della fine della cosiddetta età giolittiana fu l'arrivo al governo di Antonio

Salandra nel 1914. Questi successe a Giolitti accordandosi con lui, ma presto riuscì a rendersi politicamente

autonomo. Quando nel maggio 1915 Salandra vincolò la sua prosecuzione al governo ad un'adesione della

Camera dei deputati alla sua linea interventista contro le Potenze centrali, a Giolitti - che pure aveva rifiutato

l'incarico del re appena aveva saputo che la politica estera era già stata pregiudicata con la firma del Patto di

Londra - fece capo la maggioranza neutralista della Camera, con un gesto di grande valenza simbolica anche se di

scarsi effetti pratici: un numero di deputati superiore alla maggioranza dell'Assemblea lasciò il suo biglietto da

visita nell'anticamera dell'abitazione romana dell'ex priimo ministro. Il giorno dopo la stessa Camera votò la

fiducia a Salandra, reincaricato dal re, facendo uscire l'Italia dalla neutralità, per cui Giolitti si batteva, e

portandola nella Prima Guerra Mondiale.

Giolitti V (giugno 1920 - luglio 1921: fu il c.d. biennio rosso (1919-1920). Per porre freno alle frequenti agitazioni

socialiste, Giolitti non esitò ad appoggiare le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse

essere in seguito riassorbita all'interno del sistema democratico.

[L'ideologia politica :Come neo-presidente del Consiglio si trovò a dover affrontare, prima di tutto, l'ondata di

diffuso malcontento che la politica crispina aveva provocato con l' aumento dei prezzi . Ed è questo primo

confronto con le parti sociali che evidenzia la ventata di novità che Giolitti ": non più repressione autoritaria,

bensì accettazione delle proteste e, quindi, degli scioperi .Come da lui stesso sottolineato sono da temere le

proteste violente e disorganiche, effetto di naturale degenerazione di pacifiche manifestazioni represse con la forza:

«Io poi non temo mai le forze organizzate, temo assai più le forze disorganiche perché se su di quelle l'azione del

governo si può esercitare legittimamente e utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l'uso della

forza». Contro questa sua apparente coerenza si scagliarono critici come Gaetano Salvemini che sottolinearono

come invece nel Mezzogiorno d'Italia gli scioperi venissero sistematicamente repressi. L'intellettuale meridionale

definì Giolitti un "ministro della malavita" proprio per questa sua disattenzione riguardo ai problemi sociali del

Sud, che avrebbe provocato un' estensione del fenomeno del clientelismo di tipo mafioso e camorristico.

In ogni caso resta innegabile la tendenza, sfondo di tutta la sua attività politica, di spingere il parlamento ad

occuparsi dei conflitti sociali al fine di comporli tramite opportune leggi.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Per Giolitti , le classi lavoratrici non vanno considerate come pura opposizione allo stato ma occorre

riconoscere la loro legittimazione giuridica ed economica. Compito dello stato quindi è quello di porsi come

mediatore neutrale tra le parti, poichè lo stato rappresenta le minoranze ma soprattutto la moltitudine di quei

lavoratori vessati fino alla miseria dalla legislazione fiscale e dello strapotere degli imprenditori nell'industria.

CRITICHE A GIOLITTI: il BONGHI: criticò l’ascesa al potere di Giolitti perché secondo lui era il frutto di di

un’imposizione da parte del sovrano che lo aveva nominato con decreto reale senza tener conto della

volontà del Parlamento e ancora prima che si fosse formata la compagine del nuovo ministero.

NOVITA’ di Giolitti: Si distinse dai suoi predecessori xchè:

• Crispi aveva favorito, usando le prerogative regie, il reinserimento della monarchia

• Di Rudinì pur deludendoli re per aver ridotto le spese militare, aveva comunque incoraggiato la

corona nelle sue aspirazioni conservatrici.

Giolitti rappresentò la fine del reinserimento della corona nella vita politica

Egli non si presentò come conservatore xchè suo 1° obiettivo era la creazione di una contrapposizione

tra sinistra al governo e destra all’opposizione per ottenere un buon funzionamento del Parlamento.

Salito al su 2° gov. quando il paese viveva una GRAVE CRISI FINANZIARIA.

IL 1° GOV. di Giolitti ( 1892-1893): si propose di rompere il totale distacco tra paese reale ( fatto di gravi

problemi soprattutto per le classi subalterni) e paese legale (fatto dalla classe governante) cercando

di rendere i l paese partecipe della vita delle istituzioni pubbliche ( soprattutto delle classi fino ad

allora escluse).

Per raggiungere il suo obiettivo egli:

Voleva il ripristino di un corretto sistema parlamentare basato su un vasto consenso

dell’elettorato e sul rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento ;

Per assicurare la fiducia del Parlamento al gov. fu costretto a fare una massiccia infornata di

senatori nominandone 81 scelte fra persone che lo sostenevano e riducendo il n°dei

senatori conservatori .

Avvalendosi della legge Crispina sul decentramento prese a spostare commissari prefettizi nei

Comuni il cui consiglio era stato da lui sciolto, e sostituire prefetti , facendo uso degli

strumenti di pressione sull’elettorato.

Utilizzo il sistema elettorale uninominale a vantaggio della sx, consentendogli di ottenere nelle

elezioni del 6-11-92 una larga vittoria.

Una legge del 10- 8- 93 sul riordino bancario istituì la BANCA D’ITALIA quale istituto

d’emissione che xmetteva allo stato di avere uno strumento di azione economica e

finanziaria

contro l’opposizione dei conservatori furono emanate leggi ( sulle pensioni,

sull’istituzione di un collegio di probiviri competente nelle controversie di lavoro) dirette a

tutelare le classi più deboli e disagiate.

Giolitti voleva il ritornò al SISTEMA PARLAMENTARE.

Egli mostrò come gli istituti liberali potevano riprendersi solo riaffermando il primato del Parlamento sugli

altri poteri. Si doveva mettere in 2° piano il dualismo= corona- Governo in modo da riconoscere l’importanza

della fiducia del Parlamento al gov e non permettere interferenze del sovrano.

PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI: Fu proprio sotto Giolitti, nel 1892, che nacque il PARTITO

a

SOCIALISTA DEI LAVORATORI che per la 1 volta rappresentava e dava voce sulla scena

politica alle esigenze e ai bisogni del proletariato staccandosi dall’anarchismo utopistico di BAKMIN.

Queste complessa operazione politica fu compiuta da FILIPPO TURATI fondatore e direttore del

periodico “CRITICA SOCIALE” che occupandosi dei problemi del socialismo voleva far avvicinare

al partito socialista anche i ceti più colti della borghesia che furono molto suggestionati dal movimento

d’idea inaugurato da KARL MARX.

Una tappa molto importante fu il congresso di Genova dell’agosto 1892 in cui 324 ASSOCIAZIONI

OPERAIE fondarono il PARTITO DEI LAVORATORI (più tardi chiamato PARTITO

SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI) il quale nello statuto si proponeva una lotta

immediata per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

Il PARTITO SOCIALISTA si pose subito il problema di coordinare l’agitazione dei contadini;

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Nel 1823 presero il via i FASCI SICILIANI (Fasci siciliani : furono un movimento di massa di

ispirazione democratica e socialista, nato in Sicilia fra il proletariato contadino, minatori ed operai il

movimento fu un tentativo di riscatto delle classi meno abbienti, inizialmente formato dal proletariato

urbano ed a cui si aggiunsero braccianti agricoli, minatori ed operai. Essi protestavano nei confronti

della proprietà terriera siciliana Fu sopito solo dopo un intervento militare). I fasci esprimevano la

ribellione delle masse rurali costrette inseguito alla politica fiscale e tributaria dei governi precedenti a

vivere in condizioni d’estrema miseria aggravante anche dagli abusi e dalle sopraffazioni dei ceti

dominanti.

Giolitti, contrariamente al Crispi, riteneva che lo sfruttamento ad oltranza dei lavoratori fosse un

GRAVE OSTACOLO allo sviluppo del paese mentre il miglioramento delle condizioni di lavoro e

l’adeguamento dei salari avrebbero incentivato l’investimento di capitali favorendo l’attività

produttiva; fedele ai suoi ideali liberali egli fu restio ad impiegare le forze armate per soffocare i Fasci

siciliani salvo in caso di violazione della legalità e vide nello sciopero e nelle rivendicazioni di massa

non un attentato alla sicurezza dello Stato ma un momento dello sviluppo della società.

Lo scoppio di moti analoghi di un gruppo di cavatori di marmo LUMGANA suscitò l’opposizione

della classe dirigente e dei ricchi proprietari terrieri i quali temevano che tutta la penisola potesse essere

investita dalla rivoluzione socialista. Giolitti fu accusato di debolezza e coinvolto negli scandali bancari.

Il clima di diffidenza verso la classe governante e il deteriorarsi della situazione parlamentare portarono

Giolitti a dimettersi e fu sostituito da F. CRISPI che si proponeva come l’esponente più qualificato

delle istanze dei grandi proprietari terrieri e della borghesia industriale.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

CAP.7

LA PRIMA CRISI DELLO STATO LIBERALE

POLEMICA ANTIPARLAMENTARE: In realtà il ritorno al sistema parlamentare fu molto difficoltoso. C’era

chi attribuiva proprio al sistema parlamentare la causa della decadenza delle istituzioni e quindi proponeva

di adottare altre forme istituzionale di governo. Tutto questo creò un clima di contrasti e dissensi fra la classe

dirigente.

Con Giolitti era andato al governo un personaggio di NUOVA GENERAZIONE, che considerava

l’unità d’Italia un fatto riguardante la storia e non più di attualità. In quel momento i problemi sociali,

economici e pratici era diversi dagli idealismi del 1861. La nuova situazione richiedeva soluzioni politiche da

cercarsi anche fuori dal sistema.

RUGGIERO BONGHI scrive il saggio “ L’ufficio del principe in un Stato libero”(1893): Borghi accusò Giolitti

di aver sfruttato la corona per la salita al suo 1° governo. Per lui il sovrano non doveva mai prendere

posizioni politiche. Perciò suggeriva di creare un nuovo organo costituzionale: “CONSIGLIO

PRIVATO”che doveva tutelare il ruolo della monarchia dall’alto, doveva frenare il “parlamentarismo

dominante e che sottometteva il governo. Quest’organo rafforzava la figura della corona che doveva essere

come una cornice delle istituzioni.

Contro la teoria di Borghi si schierarono ZANICHELLI, MORELLI e MORINI:essi difendono il sistema

opponendosi al ritorno di un COSTITUZIONALISMO DINASTICO.

GOVERNO di CRISPI: il 15/12/1893 ritorna al potere Crispi formando un GOVERNO INTERPARTITICO e con

l’appoggio di una maggioranza composita di tipo “trasformistica”. Da subito si trovò ad affrontare i tumulti

popolari in SICILIA. Rispose usando la forza e quindi la dura repressione. Per questo dichiarò lo Stato

d’assedio in tutta l’isola e fu affidato il suo governo all’autorità militare.

Crispi era incapace di capire le ragioni delle proteste dei ceti subalterni e per questo stabilì un programma

AUTORITARIO con cui adottò provvedimenti repressivi contro le proteste (con il silenzio del

Parlamento che lo faceva fare) come:

Impiego di truppe per ragioni di ordine pubblico

Deportazioni nelle colonie penali dei sospetti al Governo

Violazioni delle immunità parlamentari

Giudizi sommari davanti a tribunali militari

Erano provvedimenti con cui Crispi sperava di colpire il MOVIMENTO SOCIALISTA che prendeva

sempre più piede. E sempre per arginare le rivolte di anarchici ( che si diffondevano anche in Europa), in

modo repressivo, Crispi fece approvare in Parlamento 3 LEGGI:

per disciplinare il possesso di materie esplosive

per aggravare le pene contro il terrorismo

per vietare le associazioni e le riunioni tendenti a sovvertire gli ordinamenti sociali.

Nel 1894 dispose lo scioglimento del PARTITO SOCIALISTA dei lavoratori italiani e di tutte le

associazioni ad esso collegate e ciò mostrò il dispotismo di Crispi soprattutto verso il ceto subalterno dei

lavoratori.

La dittatura di Crispi e il “plico di Giolitti”:il comportamento di Crispi dimostrava lo stravolgimento dell’equilibrio

del sistema. Egli agiva senza limiti, non rispettando le competenze e i ruoli dei poteri statali. Crispi applicò

una vera DITTATURA PERSONALE che gli permetteva di decidere da solo e senza nessuno scrupolo.

Infatti non esitò a ricattare la Camera dei deputati quando temeva di essere accusato per gli SCANDALI

BANCARI

L’assoluzione di coloro che furono coinvolti negli scandali bancari accusati di corruzione indussero

GIOLITTI a presentare alla Camera nel dicembre del 1894 il cd. PLICO GIOLITTI: da documenti che

provavano la complicità del Crispi nella vicenda bancaria. Crispi reagì facendo firmare dal re un decreto

che prorogava la sessione parlamentare e fece incriminare GIOLITTI davanti alla magistratura

ordinaria per sottrazione di documenti alla Camera .

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Giolitti sollevò l’ecccezione D’INCOMPETENZA: lui essendo stato 1° Ministro doveva essere giudicato,

come prevedeva lo Statuto, solo dal Senato costituito in Alta Corte di Giustizia. La sua eccezione fu accolta

dalla Corte di Cassazione, ma Crispi per evitare l’assoluzione di Giolitti fece chiudere definitivamente la

sessione di lavoro del parlamento…poi ci fu lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni il 26/05/1895.

Le elezioni diedero a Crispi un certo successo( visto le sue pressioni e manipolazioni sugli elettori), anche

se la minoranza di opposizione si rafforzava perché era composta da dx (con Di Rudinì) + sx (con Giolitti)

+ repubblicani + radicali + socialisti e aveva l’unico obiettivo di far cessare la dittatura di Crispi.

Con questi trucchi (di chiusura delle sessioni) il Crispi si trovò a governare senza nessun controllo del

Parlamento con il solo appoggio della corona. Inoltre snobbò anche lo stesso suo governo prendendo

decisioni senza consultate il ministro competente, come ad es.:

• introduzioni di imposte (per prassi sui tributi era competente solo il Parlamento)

• aumento dei dazi doganali su prodotti di largo consumo

• introdotte tasse di fabbricazione dei fiammiferi, sul consumo del gas ed elettricità

La politica estera di Crispi: spinto dalla sua visione della conquista coloniale della nazione riprese le guerre

d’espansione territoriale in Africa; occupò KASSALA in SUDAN, deteriorò i rapporti con l’ABISSINIA a tal

punto da suscitare la reazione di MENELIK che riportò due successi. Crispi volle la rivincita; sostenuto dai

triplicisti affidò al generale BARATTIERI un corpo di 18.000 uomini e questi senza attendere i rinforzi agì

precipitosamente marciando in Adua dove l’Italia fu tragicamente battuta. Crispi travolto dalle critiche, fu

costretto a dimettersi il 5- 3-96 rimanendo vittima della propria incapacità.

La caduta del gov. di Crispi non dipese dall’andamento della politica interna italiana, ma da un

insuccesso militare. Perciò essa non dipese dall’opposizione di una forte coalizione politica che combatteva

per il ritorno al sistema parlamentare. Ciò mostro come era ancora forte il senso conservatore in Italia

Il nuovo governo di DI RUDINI’( di dx): il re affidò l’incarico di formare il nuovo gov. al senatore SANROCCO, ma

egli rendendosi contoche avrebbe governato senza l’appoggio del parlamento ha ceduto l’incarico a Di

Rudinì. Questi subito dopo la sua solita al potere ottenne il favore della maggioranza parlamentare per

porre fine alla guerra africana e stipulò la pace d’ADDIS ABEBA.

Con tale azione il Di Rudinì aveva riportato in 1° piano il ruolo del Parlamento e ciò fece buona impressione

all’opinione pubblica..

Ma il suo ministero fu contraddittorio perché voleva cancellare l’autoritarismo Crispino e nello stesso

tempo aveva una vocazione conservatrice tanto da renderlo molto diffidente verso le forme di progresso e

sviluppo sociale esaltate dal socialismo.

La sua condotta politica( come nel suo 1° ministero) era a favore della borghesia agraria provinciale. Infatti

in Sicilia istituì il COMMISSARIATO CIVILE: portatore degli interessi dei grandi proprietari terrieri

contribuì al rafforzamento dell’egemonia che essi esercitavano mediante il latifondo e gli iniqui patti agrari

che portavano alle rivolte dei contadini.

Il commissariato poteva essere uno strumento per attuare un DECENTRAMENTO REGIONALE, ma Di

Rudinì lo istituì più per attuare nella sua politica siciliana l’antico AUTONOMISMO CONSERVATORE,

consolidando il ruolo dei proprietari terrieri in una visione aristocratica e conservatrice di una “ NAZIONE

SICILIANA” contrappone alle altre parti dello Stato.

Con la legge del 29-7-96 venne sancita l’elettività di tutti i sindaci da parte dei consigli comunali con

l’intento, poi bocciato dal timore di una rivolta, di restringere il suffragio ai più colti consentendo alla

borghesia agraria di nominare gli amministratori comunali fino a quel momento scelti dall’autorità

amministrativa.

La mancanza nel governo Di Rudinì: il suo governo non aveva come riferimento il sostegno di una maggioranza

omogenea.. il degrado del Parlamento lo avevano portato ad avere una maggioranza “INTERPARTITICA”

che si ispirava alla combinazione trasformistica. Il gov non aveva neppure il sicuro appoggio della corona.

Tutto ciò era il segnale che c’era una GRAVE CRISI DELLE ISTITUZIONI.

DIBATTITO sulla crisi come uscire dalla crisi?: ci furono proposte di varie soluzioni:

• per la PUBBLICISTICA POLITICA: la soluzione era nel rafforzamento del potere esecutivo

• per SONNINO: scrisse “Torniamo allo Statuto”secondo cui bisognava tornare alla forma

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

COSTITUZIONALE PURA prevista dallo Statuto, fermando gli eccessi trasformistici e

parlamentaristici che avevano degenerato il sistema. Bisognava ritornare a riconoscere le prerogative della

corona e del governo a discapito di quelle del Parlamento. Non doveva esserci un GOVERNO

DIARCHICO in cui il 1° ministro si trovava fra il re ed il Parlamento. Il Gabinetto doveva essere un

organo indipendente dalla monarchia, un organo forte ed autorevole in grado di fronteggiare da solo le

esigenze del paese. ma questa prospettiva era illusoria, difficile da attuare in quella realtà.

• ALTRI: auspicavano il ritorno della forma costituzionale pura per bloccare l’evoluzione democratica.

• ALTRI ANCORA: il sistema andava difeso pur avendo disfunzioni ed eccessi

• ZANICHELLI: le disfunzioni del sistema erano dovute agli uomini e non alle istituzioni che anzi

avevano permesso il progresso civile del paese.

• MORTARA: le basi politiche e giuridiche del sistema parlamentare non erano contestabili perché erano

l’essenza del costituzionalismo statutario.

• CHIMIENTI: non si poteva tornare indietro nel tempo e proporre sistemi del passato ormai anacronistici.

FINE del gov Di Rudinì: I MOTI SOCIALI: Nonostante alcune leggi del 1898 (istituzione della Cassa di previdenza

per la vecchiaia + la tutela degli infortuni sul lavoro)le LACUNE IN CAMPO SOCIALI erano molte.

Inoltre nella primavera 1898 per il cattivo raccolto iniziò a SCARSEGGIARE IL PANE e ciò fece

aumentare il prezzo del pane che portò alle sommosse popolari in tutta la penisola.

Davanti alle agitazioni il governo lasciò solo il suo 1° ministro che adottò misure di repressione, con

l’uso dell’esercito,illiberali e antipopolari come: lo stato d’assedio, la soppressione delle guarentigie

costituzionali, limitazione della libertà di stampa…..la nuova crisi popolare che sembrava sfuggire dal

controllo costrinsero il re Umberto I ( timoroso che la situazione potesse travolgere il potere dinastico) ad

obbligare Di Rudini’ a dimettersi nel giugno 1898 e fu sostituito con PELLOUX.

La causa della caduta del gov. fu una CRISI EXTRAPARLAMENTARE

GOVERNO DI PELLOUX (di sx) :Luigi Pelloux (fu Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano dal 29 giugno

1898 al 24 giugno 1900.Politico e generale dell'esercito italiano. Prese severe misure repressive contro

elementi rivoluzionari nell'Italia meridionale ed il suo nuovo governo fu essenzialmente militarista e

conservatore.La Legge sulla Pubblica Sicurezza per la riforma delle forze di polizia, ereditata dal

governo Rudinì, e successivamente promulgata per decreto reale, fu fortemente avversata dal Partito

Socialista, che, insieme alla sinistra ed all'estrema sinistra, riuscì a costringere il generale Pelloux a

sciogliere la Camera nel maggio 1900 e a presentare le dimissioni dopo le elezioni generali di giugno.

La scelta di Pelloux fu il frutto di un compromesso voluto dal re fra tra le aspettative degli ambienti

conservatori e il parlamento visto che da un lato essendo il generale legato alla dinastia, offriva garanzie

sufficienti sul mantenimento dell’ordine e della legalità, dall’altro godeva anche della simpatia degli

ambienti di sinistra per la sua decisa approvazione dell’ultimo ministero del CRISPI.

In questo modo il sovrano cercava di controllare più direttamente il GOVERNO facendogli realizzare la

politica che più gli appariva gradita dal presidente del consiglio che altro non ere che un uomo di sua fiducia.

Pelloux doveva dapprima rimediare ai traumi delle repressioni di Di Rudinìin modo da normalizzare la

situazione politica e poi doveva varare provvedimenti che avrebbero rafforzato l’autorità del governo.

M la paura del ripetersi di nuove rivolte e l’influenza del sovrano gli fecero cambiare atteggiamento

iniziando anche lui, come Crispi e Di Rudinì ad usare la dura repressione. Infatti nel 1899 presentò al

Parlamento degli emendamenti repressivi già predisposti dal Di Rudinì che riguardavano:

• la militarizzazione del personale delle ferrovie, delle poste, dei telegrafi

• il divieto dello sciopero degli addetti ai pubblici servizi

• il divieto di riunioni, lo scioglimento delle associazioni sovversive degli ordinamenti sociali

• la limitazione della liberta di stampa

Si illudeva così di avere degli strumenti per bloccare la nascita di nuove rivolte. In realtà non si rese conto che la

crisi del sistema era dovuta proprio alla sua NON CAPACITA’ DI ADEGUARSI all’evoluzione della società.

Usare la linea dura non risolveva i problemi, anzi aumentava il malcontento. La soluzione più opportuna era quella

di ALLARGARE LA PARTECIPAZIONE POLITICA a più vasti strati della popolazione

OSTRUZIONISMO del PARLAMENTO: Con un esecutivo privo di sostegno politico, con una corona incerta

sul suo ruolo e con un parlamento incapace di mediare fra governo e paese per il progressivo venir meno

della rappresentatività dei suoi membri inetti ad esprimere maggioranze ed opposizioni omogenee e ciò acuì

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

il contrasto tra il PAESE REALE e PAESE LEGALE e quindi tra STATO e SOCIETA’ CIVILE

c’erano tutti sintomi di un SISTEMA CON UNA CRISI PROFONDA E FINALE..

Tutto ciò non fu compreso da Pelloux che volle imporre alla Camera l’approvazione di quei disegni di legge

“repressivi”( maggio 1899) e per accelerare l’inter procedurale per l’approvazione dei disegni di legge,

sostituì i ministri di sx con esponenti della dx. a

L’ESTREMA SINISTRA in Parlamento decise per la 1 volta di ricorrere alla tecnica dell’ostruzionismo

parlamentare, ( come in Inghilterra alla Camera Dei Comuni dove i deputati irlandesi avevano cercato

d’impedire l’approvazione di proposte di legge lesive dei diritti della loro minoranza), in questo modo la

Sinistra prolungò senza limiti il dibattito con lunghi dibattiti, proponendo proposte sospensive o nuovi

d’ordini del giorno, formulando emendamenti, richieste di verifica del numero legale…

Pelloux incapace di fronteggiare una simile situazione ( su suggerimento del Sonnino) pensò di liquidare

l’opposizione della Sinistra proponendo una modifica dal regolamento che riducesse a 15 minuti il tempo

massimo di cui poteva disporre ogni deputato per intervenire nel dibattito e che introduceva la

riducendo invece quella per appello nominale soltanto alla chiusura della

votazione per alzata di mano

discussione generale e al complesso dell’articolo in discussione.

Ora l’ostruzionismo della sx’incentrò proprio sulla proposta di tali modifiche del regolamento.

Pelloux, con l’appoggio della corona, impose la chiusura delle camere con im motivo di voler evitare

l’ulteriore degrado del prestigio del Parl. (decaduto x l’ostruzionismo) e fece approvare i suoi

provvedimenti restrittivi con DECRETO REALE dando al Parl. la possibilità di approvarli o respingerli

entro 20 giorni.

Questa ulteriore mossa di Pelloux portò molti deputati ad avere un attegiamentoANTI-GOVERNATIVO

La corte dei Conti cui veniva trasmesso il decreto per la registrazione, lo approvò con riserva in quanto in

esso si prevedevano sanzioni nei confronti di fatti che in realtà non erano reati.

Anche la Corte di Cassazione, investita del ricorso di un anarchico incriminato, pur non avendo il potere di

giudicare la legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, sostenne la NULLITA’

del decreto governativo in quanto era ancora in attesa della ratifica da parte del Parlamento.

Dinnanzi a tale opposizione il 3-6-1900 Pelloux ricorse a nuove elezioni per ottenere la legittimazione a

compiere la revisione autoritaria dell’ordinamento statale. Lci fu un aumento della sx che portò a

raddoppiare la presenza socialista nel Parlamento.

Il 18-6-1900 Pelloux si dimise. ….Le dimissioni segnarono la fine della crisi dello Stato liberale

Il re affidò la presidenza del consiglio al SARACCO (presidente del Senato)

GIUSEPPE SARACCO :Dopo aver esercitato la professione di avvocato, entrò nel parlamento piemontese nel

1849. Fece parte di tutti i governi a cominciare dal 1851. Fedele sostenitore di Cavour, alla morte di

questi aderì al partito di Rattazzi. Nel 1864 il ministro Quintino Sella lo nominò segretario generale

delle finanze, e nel 1865 fu eletto senatore, guadagnandosi grande notorietà come esperto in materia

finanziaria. Nel novembre 1898 fu eletto alla presidenza del Senato

GOVERNO DI GIUSEPPE SARACCO(da giugno 1900 a febb. 1901): nel giugno 1900 riuscì a

formare un governo di PACIFICAZIONE NAZIONALE di tipo PLURIPARTITICO.Per riparare

ai danni del suo predecessore :

• ritirò i provvedimenti del suo predecessore

• prepose una riforma del regolamento della Camera per garantire un ordinato svolgimento delle discussioni

e delle votazioni. Riforma che fu subito approvata dalla Camera

Ma il su breve mandato fu funestato dall'assassinio del re Umberto I (29/07/1900)ad opera dell’anarchico Gaetano

Bresci nell’intento di vendicare i morti del ’98. Il regicidio segnò la fine di un periodo caratterizzato dal

prevalere delle forze antidemocratiche grazie all’avvallo di un sovrano imprudente.Il governo di Saracco entrò

in crisi il 6/2/1901per un voto di sfiducia della Camera per la sua politica incerta di fronte alle organizzazioni

sindacali occasione di un grande sciopero dei lavoratori portuali di Genova.

Il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III nominò come 1° ministro ZANARDELLI, mentre Giolitti fu ministro

dell’Interno ; si trattò di una scelta che fu molto gradita dagli ambienti della sinistra

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

CAP 8.

L’ETA’ GIOLITTIANA

E LA RIPRESA DELLE ISTITUZIONI LIBERALI

L’ITALIA DEL 1900: nel 1900 lo Stato italiano aveva ancora quelle istituzioni che erano state introdotte dal

LIBERALISMO MODERATO nel momento dell’unificazione.

La sx con l’allargamento del suffragio nel 1882 + le riforme della P.A. di Crispi, aveva migliorato

l’ordinamento statale, ma le istituzioni non erano state cambiate creando un enorme distacco fra STATO

REALE e STATO LEGALE. Perciò la società civile era progredita con il miglioramento delle condizioni di

vita e l’inizio dello sviluppo industriale, ma lo stato non aveva saputo adeguarsi a tali cambiamenti. Anzi, la

sua incapacità di evolversi con l’evoluzione della sua società aveva portato l’Italia nella profonda CRISI

ISTITUZIONALE di fine secolo.

Fu grazie alla forza delle istituzioni liberali e della tradizione risorgimentale custodita dai settori più

progressisti del parlamento ad impedire che l’involuzione reazionaria dei governi travolgesse le istituzioni

rappresentative e lo Statuto del regno. “Per Turati: lo Statuto doveva essere una muraglia che impedisce

l’indietreggiare non l’avanzare”;

Ma il pericolo corso dalle istituzioni evidenziò i limiti della costruzione statale come:

• il carattere elitario del suffragio elettorale che limitava la partecipazione popolare alla vita politica

• la perdurante centralizzazione amministrativa

La causa di questi limiti erano:

• scarsa funzionalità della scuola (il 56% della popolazione era analfabeta con punte elevatissime al

sud e nelle isole)

• il mancato sviluppo del tono di vita provinciale e locale dovuto alla modesta incidenza degli

interventi del governo in loco.

• Costante discriminazione, di diritto e di fatto, fatta dallo Stato e dalla classe dirigente verso i

SINDACATI e ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI e GRUPPI POLITICI che rappresentavano

gli interessi delle classi SUBALTERNE escluse dalla vita delle istituzioni e che fino allora erano state

costrette ad agire nell’illegalità e nella clandestinità. Anzi i governi li consideravano nemici da fermare

anche con repressione della polizia.

la nascita del PARTITO SOCIALISTA Tale situazione venne mutando con la nascita del partito socialista del 1892 che

(nei contenuti, nell’organizzazione nella lotta politica) e che

era innovativo rispetto agli altri schieramenti

rappresentava vasti settori dei ceti subalterni. Il PS non era un’associazione elettorale ruotante attorno ai notabili

solo in occasione delle elezioni, ma si trattava di una struttura organizzativa che si diffondeva sull’intero

territorio nazionale per riunire coloro che aderivano alle correnti socialiste di là dalla semplice questione

elettorale.

I documenti programmatici, gli statuti, il tesseramento, i congressi periodici, l’organizzazione degli iscritti in

federazioni e sezioni, gli organi direttivi elettivi aventi funzioni di guida e disciplina contribuirono alla

formazione del 1° e moderno partito di massa.

Neppure il MOVIMENTO CATTOLICO aveva quella conformazione: infatti non era ancora autonomo rispetto

alle gerarchie ecclesiastiche e non aveva quella organizzazione del PS.e per questo non riusciva a trovare

un’esatta collocazione nello schieramento politico.

Dibattito di Giolitti:L’allora 1° ministro Saracco assunse un comportamento incerto verso le organizzazioni operaie e

le lotte sindacali, tanto da far cadere il suo governo e fare aprire un DIBATTITO nel quale si distinse

Giolitti.

GIOLITTI difendeva i diritti delle associazioni del proletariato e anzi auspicava il riconoscimento

politico delle associazioni dei lavoratori e delle Camere del Lavoro.. Secondo lui l’allargamento verso le

classi popolari che il sistema fino ad allora aveva ignorato poteva essere la salvezza del regime. Quella

era l’unica possibilità di rappresentanza per lo Stato liberale: il coinvolgimento nella vita politica delle

classi popolari emarginate ed intuì che l’isolamento politico di tali classi avrebbe creato un clima d’assedio

attorno allo Stato che prima o poi avrebbe portato alla sua caduta. ( quando in seguito

Da qui partì il suo nuovo PROGRAMMA della futura AZIONE DI GOVERNO

sarebbe divenuto nuovamente 1° ministro) legato ad una visione conservatrice degli ordinamenti liberali.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Mentre dimostra la sua MODERNITA’quando aveva intuito che il rinnovamento delle istituzioni doveva

avvenire nell’interesse proprio delle classi subalterne ( e non più della borghesia).

Governo di Giuseppe ZANARDELLI (era di sx): (dal 15/02/ 1901 al 3 /11 1903.) :egli rappresentava il ritorno alle

idee liberali. Adottò una politica riformistica e infatti si deve a lui:

• il codice penale che porta suo nome

• la tutela della libertà di sciopero (ad eccezione che per il personale delle ferrovie e dei pubblici

servizi)

• Il disimpegno dello Stato nelle difesa dei datori di lavori e dei proprietari terrieri ( fino ad allora

difesi dal regime)

• accogliendo la proposta d’introduzione del divorzio del deputato BERENINI (1902) si manifestò

apertamente il carattere riformatore e laico di Zanardelli anche se ragioni d’opportunità politica fecero sì

che l’iniziativa non fosse portata avanti anche perché non godette dell’appoggio di tutti i liberali timorosi

di uno scontro frontale con la Chiesa .

• riorganizzazione della MAGISTRATURA ITALIANA modificando le circoscrizioni giudiziarie ne

riformando le ammissioni e promozioni dei magistrati. Tutto ciò con lo scopo di rendere la magistratura

effettivamente indipendente dagli altri organi statali. Infatti il 7/03/1901 , presentando il suo gov. alla

Camera dei deput., Zanardelli aveva sottolineato l’esigenza di garantire l’autonomia e il prestigio della

magistratura. fino all’ottobre 1903 quando per malattia si dimise. E ciò permise il ritorno di

Zanardelli restò al potere

GIOLITTI.

IL 2° GOVERNO DI GIOLITTI (1903-1905) . Dopo le dimissioni del Zanardelli divenne Presidente del Consiglio

GIOLITTI (che fu al potere dal novembre del 1903 al marzo del 1914 quando lo lasiò a Salandra) .

La sua politica fu estremamente importante per lo SVILUPPO DEL PAESE: lo stato liberale si

trasformò in quel REGIME DEMOCRATICO tanto desiderato in tempi passati.

Giolitti si trovò a governare un pese in difficoltà dovuto al sottosviluppo economico e culturale di molte zone

e di molti strati sociali. Eppure si assistette ad una modernizzazione dell’Italia che poteva così competere con le

più progredite nazioni occidentali. Egli era realista e si rendeva conto che per far progredire gli apparati statali

bisognava ascoltare le esigenze popolari e perciò bisognava allargare la base popolare delle istituzioni.

GIOLITTI 2°:

Considerata la sua tendenza progressista Giolitti non poteva sperare nell’appoggio della corona (di Vitt.

Emanuele III) e pertano per la sua politica era essenziale avere il sostegno del Parlamento e in particolare

della Camera dei deputati.

A

Ruolo del Presid. del Cons.:La 1 cosa che Giolitti dovette definire è, ancora una volta, le ATTRIBUZIONIE I

COMPITI DEL PRESID. DEL CONSIGLIO che ormai aveva molte più responsabilità. Così egli

riaffermò il PRIMATO DEL PRESID. DEL CONS. rispetto al Gabinetto e sottolineò che l’azione di

governo doveva essere collegiale con il contributo di ogni singolo ministro competente per la sua

materia. Dimostrò così come era superato il dualismo parlamento-corona e che si era affermata

l’egemonia del Governo.

Giolitti si preoccupò di rafforzare ridefinendole, le attribuzioni del presidente del consiglio che avrebbe

dovuto svolgere una funzione di coordinamento all’interno del Consiglio dei ministri per garantire

l’unità d’intenti e di programmi e per questo furono sottratti all’egemonia dinastica i ministeri

degli Esteri, della guerra, della Marina.

Così facendo, Giolitti sminuì il ruolo del Parlamento, accentrando nel governoil compito di

determinare e attualizzare l’indirizzo politico generale dello Stato

Interesse verso la P.A.: Giolitti si interessò molto della pubblica amministrazione e della burocrazia di cui

cercò di rinsaldare i legami con il potere esecutivo.

In passato con la DX politica e amministrazione erano confuse fra loro: spesso parlamentari e

burocratici si scambiavano i ruoli.

Con la SX si iniziò a parlare di separazione completa pur affermando il primato della politica

sull’amministrazione.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Ai tempi di Giolitti, dopo la crisi di fine secolo, i rapporti tra politica e amministrazione erano molto

più complicati, con una P.A in notevole espansione, con molti più compiti e organici.

Giolitti pur non modificando la “cornice” dei rapporti Governo-Amministrazione e quindi il legame fra

CLASSE POLITICA e CETO BUROCRATICO, si sforzò di ADEGUARE l’apparato statale alle nuve

esigenze del paese. Infatti :

• si occupò dell’ordinamento interno dei ministeri per renderli più funzionali

• autorizzò la crewazione di nuovi organi, commissioni, giunte consultive che potevano

favorire la MEDIAZIONE fra Stato e società civile.

Questa duttilità di Giolitti lo portarono ad adottare soluzioni ATIPICHE. Ad es:

• per razionalizzare e coordinare

l’istituzione nel 1906 del MAGISTRATO DELLE ACQUE

l’uso delle risorse idriche del paese

• istituzioni di procedimenti speciali e commissioni nel 1908 per realizzare opere pubbliche

nel sud.

Le soluzioni decise avevano lo scopo oltre che di conservare l’ordine giuridico della P.A., anche,

istituendo nuovi organismi, indurre al progresso la società migliorando le condizioni generali di vita.

Si favorì il DECOLLO INDUSTRIALE( con l’istituzione delle Casse di risparmio postale a livello

locale e della Cassa depositi e prestiti al vertice, entrambe sotto il controllo del ministro del Tesoro).

Nel 1910 si riconobbe alle CAMERE DI COMMERCIO la qualifica di “ente pubblico” e si attribuì

loro in sede locale anche compiti in campo industriale.

Si crearono ENTI PUBBLICI FUNZIONALI con competenza “esclusiva” su certe materie di

interesse economico. Attraverso di essi lo Stato poteva regolamentare in modo specifico (e xciò

atipico)settori ASSICURATIVI e PREVIDENZIALI in materie del monopolio Statale.

A tal fine si creò l’INA ( Istituto Nazionale Assicurazioni) nel 1912

Contrario al decentramento amministrativo: Giolitti nonostante le molte modifiche nella P.A. non voleva attare

il decentramento. Infatti egli sosteneva che l’ACCENTRAMENTO era alla base del regime

politico dell’Italia liberale. La classe dirigente politica doveva controllare l’andamento

amministrativo del paese, soprattutto quella locale.

Conclusione: aumentando le funzioni amministrative centrali e periferiche aumentava anche il peso

dell’apparato burocratico nella vita politica dello Stato. Presto il potere sarebbe stato in difficoltà

nella gestione di tutti questi nuovi organismi portatori di esigenze e volontà autonomi.

PROFESSIONISMO e TECNICISMO: Lo sviluppo dell’apparato amministrativo e il rafforzamento dei poteri

della burocrazia ebbero come conseguenza la professionalizzazione della vita politica resa necessaria dalla

presenza di un’ECONOMIA MISTA divisa tra pubblico e privato e dai nuovi rapporti Stato-società

civile. .

Ora si chiedeva alla classe politica una DIVERSA PREPARAZIONE CULTURALE, con conoscenze

tecniche più specifiche. Lo stesso Giolitti spesso richiedeva tecnici esperti di finanza o del settore sindacale

per affidargli incarichi governativi. Solo così, con una composizione di soggetti più preparati, si poteva

formare un governo in grado di capire e risolvere i problemi della società.

Questo spiega anche il perché in questo periodo fu fatta dal governo una INTENSA ATTIVITA’

LEGISLATIVA presentando al Parlamento molti disegni di leggi che dovevano essere solo da esso

approvati.. In questo periodo ci fu sicuramente una prevalente iniziativa dell’esecutivo in materia legislativa

rispetto allo stesso parlamento..

Anche questo è un segno del fatto il Parlamento fu messo da Giolitti in 2° piano, che comunque continuava a

non avere una maggioranza omogenea ideologicamente e organizzata.

IL PARTITO LIBERALE non organizzato Il partito liberale a differenza di quello dei socialisti non aveva

un’organizzazione partitica efficiente e funzionale fondata sull’apparato pratico dei sindacati e sul

supporto tecnico di un’ideologia di classe e quindi era sprovvista di quegli strumenti d’azione politica che

apparivano essenziali.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Fino ad allora il partito LIBERALE era stato favorito dal sistema uninominale a doppio turno che gli

consentiva di controllare in sede locale la maggioranza dei collegi attraverso i notabili ( quali esponenti della

ricca borghesia terriera) e per questo non aveva sua organizzazione politica capace di rappresentare anche la

borghesia media.

Inoltre esso aveva spesso aiuti dal Governo(quando il gov. era sostenuto dai liberali) che permetteva la

costruzione di una strada, di un ospedale.. nel collegio del deputato liberale e questo comportamento

garantiva la sua successiva rielezione. Anche il fatto di essere appoggiati dai maggiori quotidiani non

aveva reso necessario ai liberali di fondare un quotidiano di partito

Tale prassi, molto diffusa con GIOLITTI, ha potuto resistere fino a quando il conflitto riguardava esponenti

della moderna classe politica affini per aspirazioni e ideali.

Ma quando cominciò ad avere sempre più peso politico la forza politica che rappresentava le CLASSI

SUBALTERNE e si cominciò a sentire il bisogno di ALLARGARE IL SUFFRAGIO per permettere una

più ampia partecipazione politica del popolo, il partito liberale mostrò tutte le sue lacune e il suo

meccanismo cominciò a vacillare.

Giolitti essendo un politico molto acuto, intuì questo pericolo, ma non poteva agire diversamente: il suo

mondo politico era fatto di notabili, di personalizzazione delle cariche.

La sua idea di ALLARGARE a SX LA MAGGIORANZA in modo da impostare una politica socialmente

più avanzata , in realtà era un tentativo di inserire i dirigenti riformisti del movimento operaio

all’interno del suo governo.. Era una operazione di TRASFORMAZIONE degli accordi “formali” nel

Parlamento fra maggioranza e opposizione, senza però voler realmente modificare la SOSTANZA

IDEOLOGICA della lotta politica.

Egli pensava di formare la maggioranza con alleanze di singoli individui e con gruppi di deputati e che il

Ministero si poteva formare in modo “pragmatico”(pratico) distribuendo incarichi anche senza tener conto

delle ideologie politiche.

FORMAZIONE DEL 2° GOV. GIOLITTI( 1903) Giolitti avrebbe voluto un nuovo Governo basato sull’alleanza

con SOCIALISTI e RADICALI (entrambi di sx) per dimostrare che non discriminava la sx.. Ma le 2 forze

politiche rifiutarono e perciò Giolitti fu costretto a seguire l’antica prassi di formare un governo composito

ispirandosi ad altri partiti della Camera in modo da assicurarsi la sua fiducia e voti di appoggio per la sua

politica.

Esempio della politica giolittiana si ebbe nel 1904 in seguito ad uno sciopero generale proclamato dalla

camera del lavoro dinnanzi all’eccidio di un gruppo di lavoratori avvenuto in SARDEGNA, Giolitti

evitò di ricorrere ad atti di forza e ad inutili repressioni della libertà di sciopero e decise di indire nuove

elezioni per verificare il funzionamento della sua politica di risolvere i problemi senza la dura repressione.

La sua VITTORIA fu favorita da:

• paura della borghesia degli eccessi rivoluzionari dei

• dall’appoggio dei cattolici che parteciparono al voto in quanto la tensione creata dalla protesta dei

lavoratori aveva indotto, PIO X a mitigare il contenuto del NON EXPEDIT con cui aveva invitato

l’elettorato cattolico all’ostruzionismo.

****Non expedit (in italiano: non conviene) è un Decreto della Curia con cui papa Pio IX nel 1874 vietò

la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e in generale alla vita politica dello Stato. Di fatto si

tramutò in un invito (non licet) per i cattolici di esercitare il proprio diritto di voto riconosciuto loro dalla

Destra storica. Il divieto fu definitivamente abrogato nel 1919. Benedetto XV, revocando definitivamente il

Non expedit, autorizzò di fatto don Luigi Sturzo a fondare un partito dichiaratamente cattolico, che prese il

nome di Partito Popolare Italiano. Don Sturzo pubblicò il suo manifesto programmatico proprio nel 1919.***

Questa tecnica “FARE LE ELEZIONI” servì a Giolitti per avere la maggioranza parlamentareche gli

permettesse di avere la TRANQUILLITA’di attuare una POLITICA RIFORMISTICA.questa maggioranza

si creava con la necessità del singolo deputato di avere l’appoggio del Governo per la conservazione del

proprio collegio in vista di una futura rielezione: così si manteneva unita una variopinta maggioranza

tralasciando gli ideali politici.. ma questa ricerca “di voti in Parlamento” contribuiva a far ABBASSARE IL

LIVELLO della vita politica delle istituzioni.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Anche il prestigio del SENATO scese: le continue infornatelo rendevano “governativo” e non in grado di

opporsi alla politica del Governo: Giolitti nel 2° ministero nominò 72 senatori.

Questo atteggiamento fu contestato dallo stesso Senato, tanto che LUZZATTI (durante il suo Ministero)

propose una RIFORMA DEL SENATO rendendolo ELETTIVO e quindi più rappresentativo della volontà

popolare. La riforma prevedeva di limitare a 350 il n° dei Senatori, un’età minima di 40 anni e si stabiliva

che 1/3 dell’assemblea doveva essere nominata dal sovrano e che 2/3 dovevano essere eletti in collegi

plurinominali e quindi in ampie circoscrizioni.. La proposta di riforma fu mandata dal Governo direttamente

al Senato per discuterne la sua approvazione e fu bocciata!!

CRISI EXTRAPARLAMENTARI: il prestigio delle istituzioni e del parlamento decadeva anche a causa

del RICORSO ALLE CRISI EXTRAPARLAMENTARI fatto per superare le difficoltà fra Governo e

Parl. era uno strumento molto usato da Giolitti: si dimetteva quando la situazione politica si faceva difficile

e così evitava una sconfitta davanti alle Camere.

Così anche il suo 2° governo cadde per le DIMISSIONI di Giolitti motivate da “ragioni di salute” il

4/3/1905. In quel periodo ci fu un’agitazione dei ferrovieri che poneva la questione:”era lecito lo sciopero per

igli addetti ai pubblici servizi?”Giolitti, colpito da una lieve indisponibilità, preferì non affrontare

l’argomento scottante e si dimise senza neppure convocare il Consiglio dei Ministri: lasciò semplicemente il

Governo senza il suo capo e sottovalutando completamente il ruolo del Parlamento.

GOVERNO di Alessandro FORTIS Il sovrano affidò l’incarico di formare il nuovo governo al FORTIS che

ebbe il merito di modo di NAZIONALIZZARE LE FERROVIE, ma cadde in seguito ad una crisi

extraparlamentare il 17-12-1905, causata dalla mancata approvazione da parte della camera di un accordo

commerciale con la Spagna che riduceva il dazio sui vini.

Il sovrano, spinto dalla necessità di mantenere al potere colui che godeva formalmente dell’appoggio del

ma questo governo il 1°-2-1906 cadde per

Parlamento, ripropose alla presidenza del consiglio FORTIS,

una CRISI PARLAMENTARE: infatti il nuovo governo da lui formato NON ebbe la fiducia della camera.

GOVERNO di SIDNEY SONNINO: Poiché questi ebbe l’appoggio di gruppi e di persone diverse per ideali

politici che andavano dalla sinistra socialista e radicale sino alla destra conservatrice non riuscì ad avere una

salda maggioranza.

Per questo SONNINO dopo solo tre mesi di governo si dimise. Motivo delle dimissioni: i SOCIALISTI

costretti da uno sciopero generale indetto a causa di un conflitto a fuoco fra operai e polizia, chiedevano a

Sonnino di far arrestare gli agenti di polizia che avevano usato le armi per risolvere questioni sociali. Sonnino

rifiutò e deputati socialisti cominciarono a dimettersi. ritenendo che “il proletariato non può avere alcuna

fiducia nel governo della borghesia”.

Le dimissioni fecero cadere la fiducia del Parl. al Governo il quale cadde il 15/05/1906 per una CRISI

PARLAMENTARE caratterizzata dalle dimissioni di un gruppo di componenti che dichiaravano di rifiutare le

istituzioni e i metodi di lotta politica che queste postulavano..

3° GOVERNO di GIOLITTI: esso durò 3 anni ( dal 29/5/196 al 2/12/1909) periodo in cui lo stato italiano

raggiunse una prosperità economica senza precedenti e in quel triennio ci fu anche un miglioramento

nel livello medio della coscienza politica dei suoi abitanti. Questi furono gli elementi che portarono alla

concessione del SUFFRAGIO UNIVERSALE (maschile) e alla trasformazione dello Stato DA

LIBERALE IN DEMOCRATICO.

Il programma del 3° governo prevedeva il consolidamento della borghesia e nello stesso tempo

l’elevazione del proletariato, prevedeva progresso economico, riforme sociali, gli incentivi per le aree

meno favorite del mezzogiorno maggiore tutela dei ceti subalterni con norme in campo previdenziale e

assicurativo e meno sul piano fiscale.

Le basi della nuova politica di Giolitti che avevano lo scopo di SVILUPPARE LA SOCIETA’ e di

CONSOLIDARE LE ISTITUZIONI erano poggiate proprio sull’ACCORDO tra BORGHESIA

PROGRESSISTA e proletariato DISPOSTO AD ACETTARE LE RIFORME.

Le riforme che furono fatte in questo contesto da Giolitti furono:

• modificazioni dell’ordinamento giudiziario

• la legge sulle guarentigie e sulla disciplina della magistratura

• il riordino della giustizia amministrativa.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Non mancarono le CRITICHE a queste riforme:

• si osservò che i PUBBLICI UFFICI venivano organizzati secondo lo schema e la gerarchia delle

forze armate.

• Malgrado l’istituzione del CONSIGLIO SUPERIORE della MAGISTRATURA e la

concessione dell’inamovibilità per i pretori, la giustizia restava sempre soggetta al potere esecutivo

arbitro delle carrire dei magistrati

• L’istituzione della V SEZIONE del CONSIGLIO di STATO e la riorganizzazione dei tribunali

amministrativi, non li trasformava in organi della magistratura e rimaneva la nomina di parte dei

suoi componenti da parte del Governo.

• MANCAVA ANCORA UN RIORDINO DELLE AMMINISTRAZIIONI LOCALI

(provinciali e comunali)che avrebbe creato il decentramento amministrativo, tanto contestato da

Giolitti.

Nonostante le riforme, l’idea dominante della politica di Giolitti sembrava quella di “NON ALTERARE

TROPPO LA CORNICE DELLO STATO”

Nuove elezioni nel 1909 furono affrontate da Giolitti con il solito metodo: concessione di lavori e sussidi alle

cooperative e altri organismi vicini al partito SOCIALISTA, mostrando comprensione per le istanze

religiose avvicinò LIBERALI e CATTOLICI e usò l’amministrazione per sostenere candidati del sud .

con questi strumenti Giolitti ottenne una nuova vittoria politica!

La nuova Camera dei Deputati: aveva una maggioranza LIBERALE e COSTITUZIONALE, ma le

elezioni avevano evidenziato un nuovo fenomeno: il RAFFORZAMENTO di MOVIMENTI

POLITICI che fino ad allora erano stati estranei alla politica e ciò per una maggiore presa di coscienza

del popolo. L’aumentata presenza di deputati cattolici rendeva più duro lo sforzo di Giolitti di portare

avanti la sua politica di riforma anche per certe intolleranze dell’autorità ecclesiastica.

aumentata per la presenza di RADICALI + SOCIALISTI+ REPUBBLICANI iniziò a

Anche la sx

contrastare l’opera di riforma di Giolittti.

Per evitare di avere la sfiducia del Parlamento ed essere messo in minoranza, Giolitti preferì

dimettersi il 2/12/1909 : fu un’altra CRISI EXTRAPARLAMENTARE.

Infatti particolari fu la motivazione mai adottata fino ad allora. I fatti: era diffuso il sistema “degli

uffici” per un esame preliminare dei disegni di legge del governo o di proposte di leggi del Parlamento,

previsto dall’art. 55 dello Statuto. La Camera formava gli UFFICI ripartendo con sorteggio i deputati.

Al termine dell’esame preliminare si formava una COMMISSIONE UNICA composta da deputati

eletti da ciascun ufficio, col compito di riferire all’Assemblea nella sua interessa sul disegno o proposta

esaminato.. La scelta dei membri della commissione si doveva basare solo su una opportunità tecnica e

non politica di fiducia o sfiducia verso il governo. Giolitti, invece, diede alla designazione dei

commissari per l’esame di un progetto di riforma tributaria, un valore politico e lo considerò come un

atto di mancanza di fiducia verso il suo governo. a

NUOVO GOVERNO di SONNINO: Giolitti cedette il potere per la 2 volta a Sonnino che fu Presidente del

Consiglio dal 19/12/1909 al 21/3/1910 : dovendosi scontrare con la fortissima ostilità della camera

elettiva abituata a vedere in Giolitti il dominatore della vita politica italiana si dimise ancora una volta

per una CRISI EXTRAPARLAMENTARE

GOVERNO di Luigi LUZZATTI: che fu Presidente del Consiglio dei Ministri dal 31/03/1910 al 29/03/1911.

Luttazzi capì che bisognava COMBATTERE L’ANALFABETISMO, per alzare il livello culturale

delle masse (soprattutto del sud) prima di concedere il suffragio universale.

Per questo attuò una RIFORMA SCOLASTICA affidando allo Stato l’istruzione elementare resa

obbligatoria fino a 12 anni. Anche se i risultati della riforma, a livello politico, si sarebbero visti

dopo anni, Luzzatti era fermo nel credere importante il collegamento fra diritto di voto e istruzione.

Infatti subordinava il d. di voto alla capacità di leggere e scrivere e introdusse la

OBBLIGATORIETA’ DEL VOTO.

Altro tema ormai di attualità era la concessione DEL SUFFRAGIO UNIVERSALE (maschile). Su tale

argomento Luzzatti sembrava indeciso e ciò provocò perplessità tra gli stessi liberali e opposizione tra i

socialisti e i democratici più avanzati e per evitare di essere messo in minoranza LUTTAZZI preferì

dimettersi il 18/3/1911 per una nuova crisi extraparlamentare.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

4° GOVERNO di GIOLITTI ( 30/3/1911- 10/03/1914): fu presa la decisione di CONCEDERE IL DIRITTO

DI VOTO A TUTTI I CITTADINI MASCHI.

Il suffragio arrivò dunque prima ancora che si potessero vedere i risultati della riforma

scolastica..GIOLITTI era consapevole che il suffragio universale, in un momento in cui non c’era

istruzione e ne benessere, poteva essere molto pericoloso. Ma secondo lui era essenziale che la

classe dirigente liberale si occupasse di trasformare la società italiana anche facendo perdere l’antica

egemonia della borghesia.. inoltre aveva ancora gli strumenti per avere, nonostante il suffragio, il

controllo sulla situazione: la mancata riforma del Senato che lo rendeva uno strumento manipolabile

dal potere, legame fra burocrazia e classe politica, manipolazioni elettorali…

Il 4° governo di Gilitti aveva un PROGRAMMA AVANZATO:

• Riforma elettorale

• Istituzione del monopolio statale delle assicurazioni sulla vita (per una migliore legislazione

sociale)

Ma la realizzazione di tali progetti trovò ostacoli politici e per questo, Giolitti con la sua duttilità continuò

a trattare con esponenti riformisti del movimento operaio per poter realizzare almeno quei punti che

interessavano la sx. questo comportamento contribuì ad abbassare ancora di più il prestigio e la credibilità

del sistema ormai abituato a brevi governi alla ricerca disperati di voti di appoggio.. Era urgente

cambiare atteggiamento. Era il momento che il Governo iniziasse a prendersi le sue responsabilità

per dare coerenza e stabilità al paese.

LA NUOVA LEGGE ELETTORALE venne promulgata il 30/6/1912. essa concedeva il diritto di voto a tutti i

cittadini MASCHI di :

• 21 anni se capaci di leggere e scrivere

• 30 anni se analfabeti e che avevano prestato il servizio militare

Si aumentò così il n° degli elettori da 3.300.000 a 8.600.000.

La legge istituì un’indennità parlamentare (una retribuzione) per permettere agli gli eletti di umile

origine di mantenersi autonomamente.

NEL DIBATTITO che precedette l’approvazione della legge venne proposta, da Sonnino, la sostituzione del

sistema del collegio uninominali con ballottaggio sostituendolo con l’adozione del metodo

proporzionale d’attribuzione dei seggi sulla base della percentuale di voti riportati da ogni partito .

questo avrebbe favorito la formazione di partiti politici con precise ideologie.

Giolitti si oppose ritenendo inopportuna fare i una duplice riforma con uno stesso provvedimento su

argomenti così importanti (anche perché sapeva le conseguenze che avrebbero avuto le forze liberali, che

ancora non erano “vero partito”).

RIFORMA DEL SISTEMA ASSICURATIVO: l’egemonia politica di Giolitti gli permisero di realizzare

parzialmente il suo progetto, creando con l’INA il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita.. Era

solo il 1° passo verso la creazione di un organico sistema previdenziale e assicurativo a vantaggio delle classi

lavoratrici. Infatti fin ad allora non c’era l’obbligo del versamento dei contributi per assicurazione per

invalidità e per la vecchiaia: era a discrezione dei privati. Erano obbligatori solo i contributi per

assicurazione contro infortuni.

L’altro obiettivo di Giolitti era quello di introdurre le PENSIONI OPERAIE trovando la copertura

finanziaria necessaria con gli utili della gestione delle assicurazioni sulla vita. Ma gli interessi capitalistici di

alcuni gruppi politici, impedirono a Giolitti di attuare fino in fondo il suo disegno di sostegno dei lavoratori.

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ELEZIONI del 1913 e PATTO GENTILONI: nel 1913 si dovevano tenere le prime elezioni a suffragio

universali e Giolitti timoroso che potesse cambiare la sua maggioranza cercò di creare UNITA’ TRA I

LIBERALI e favorì il “patto Gentiloni”

***patto Gentiloni, così chiamato dal nome del conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, fu un accordo voluto da

Giolitti in occasione delle elezioni politiche italiane del 1913, che impegnava i cattolici a sostenere, nelle

elezioni politiche, i candidati liberali contrari a misure anticlericali. Giolitti temeva per la sua

maggioranza, mentre da parte cattolica papa Pio X cominciava a ritenere che potesse essere superato il non

expedit. Il pontefice incaricò pertanto il conte Gentiloni di passare al vaglio i candidati, e fare dare i voti dei

cattolici a quelli di loro che promettessero di non far passare leggi anticattoliche. Il patto nacque dall'esigenza

di indirizzare l'elettorato cattolico che fino ad ora non aveva potuto votare a causa del non expedit del papa

Pio IX. Il patto consisteva in un elenco di 7 punti che ogni candidato doveva sottoscrivere qualora

desiderasse il voto dei cattolici. I risultati delle elezioni successivi (1913) videro salire a 59 il numero dei

deputati socialisti, a 19 i riformisti, a 73 i radicali, a 29 i cattolici e a 3 i nazionalisti.***

il PATTO GENTILONI fu stretto tra i LIBERALI e L’UNIONE ELETTORALE CATTOLICA con il

quale le organizzazioni cattoliche si impegnarono a sostenere i candidati liberali a condizione che

questi assumessero un atteggiamento benevolo nei confronti della CHIESA dichiarandosi contrari

all’introduzione del divorzio, all’ebollizione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole

non ci fu più il tradizionale separatismo dello

pubbliche e ad ogni altra iniziativa anticlericale. Così

STATO verso la chiesa.

Le principali conseguenza del suffragio universale furono il rafforzamento della rappresentanza

socialista alla camera (salì a 52 deputati) e ciò a sua volta determinò un ritorno dei cattolici alla

partecipazione alla vita politica al fine di contrastare con i liberali l’ascesa al potere dei socialisti.

Le elezioni del 26.10.1913 sancirono l’incremento dei socialisti (da 41 a 78) e dei radicali (da 50 a 60)

mentre i liberali scesero da 370 a 318 deputati.

Con una Camera così composta Giolitti riconobbe la sua difficoltà a governare e decise di dimettersi il

10/3/1914 cogliendo come pretesto il passaggio all’opposizione dei radicali.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Cap.9

LA FINE DELLO STATO LIBERALE

La Guerra Italo-Turca o Guerra di Libia, si riferisce ai combattimenti tra le forze dell'Italia e dell'Impero

Le

ottomano tra il 28/09/1911 e il 18 /10/ 1912, per la conquista della Tripolitania e la Cirenaica.

ambizioni imperialiste dell'Italia spinsero il Paese ad impadronirsi delle province ottomane di Tripolitania e

Cirenaica, oggigiorno note con il nome di Libia. Nel corso di questa guerra, l'Impero ottomano si trovò

gravemente svantaggiato. La guerra costituì un passo cruciale verso la Prima guerra mondiale, poiché

risvegliò un feroce nazionalismo negli stati balcanici: vedendo la facilità con cui gli Italiani avevano

sconfitto i disorganizzati Turchi ottomani, i membri della Lega balcanica attaccarono l'Impero ottomano

prima che la guerra con l'Italia fosse finita.

La guerra fu decisa da Giolitti e fu gestita totalmente da Governo senza interpellare il Parlamento. Infatti

l’art. 5 dello Statuto attribuiva i pieni poteri all’esecutivo nella direzione della politica estera e delle forze

armate in caso di guerra.

Giolitti nel 1911 volle esercitare i diritti che l’Italia si era fatta riconoscere dalle maggiori potenze europee

e dopo un ultimatum fece dichiarare lo stato di guerra contro la Turchia cui apparteneva la Libia che era

appunto l’oggetto di quei diritti che gli accordi coloniali attribuivano all’Italia . A ben guardare non

esistevano adeguati motivi economici che giustificavano i rischi e i sacrifici di una guerra ma attraverso la

conquista della Libia , Giolitti sperava di ottenere il consenso di una parte dell’opposizione di destra e dei

principali gruppi finanziari. La guerra fu sostenuta da gran parte della opinione pubblica e dell’opposizione

mentre il partito socialista fu ostile ritenendo ( parole del Salvemini ) che la Libia era un semplice

“SCATOLONE DI SABBIA “

Con la PACE DI LOSANNA l’Italia ottenne il pieno riconoscimento della sovranità sulla Libia

impegnandosi a rispettare la libertà delle popolazioni mussulmane ricevendo in cambio il ritiro delle truppe

turche.

NAZIONALISMO (Si può parlare di nazionalismo per le dottrine ed i movimenti che sostengono l'affermazione,

l'esaltazione ed il potenziamento della nazione intesa come collettività omogenea, ritenuta depositaria di

valori tradizionali tipici ed esclusivi, del patrimonio culturale e spirituale nazionale, sebbene questa

definizione non sia univoca)

La vittoria della guerra e la conquista dei territori libici fecero aumentare il prestigio di Giolitti e gli servì per

allargare le basi del proprio consenso. Anche in Italia c’era NAZIONALISMO i cui seguaci fondarono una

“ . Il nazionalismo fu prima un movimento essenzialmente letterario in cui si annidava un

rivista “Il Regno

coacervo di idee e di suggestioni ma successivamente acquisì un peso anche politico. Infatti la guerra di

Libia costituì la possibilità per molti uomini di dare sfogo alle proprie ambizioni . Tuttavia la conquista

della Libia si rivelò meno facile del previsto per l’opposizione tenace delle popolazioni barbare all’interno

della Libia .

Il 23/02/1912 si votò in Parlamento la LEGGE DI ANNESSIONE della Libia. L’approvazione quasi

unanime della Camera mostrò tutta la debolezza del Parlamento nel reagire alla spinta nazionalistica e ad

opporsi al volere del governo che aveva deciso tutto, anche l’uso di mezzi finanziari che incidevano sul

bilancio nazionale, per affrontare la guerra. Anche con queste decisioni il governo aveva tolto al Parlamento

la prerogativa di dover decidere in materia di bilancio.

Le istituzioni erano nel caos più assoluto e si mostravano deboli al punto di temere che fossero travolte dalle

CONTESTAZIONI ANTILIBERALI dei movimenti socialisti , cattolici e nazionalisi.

La grave Crisi (extraparlamentare) delle istituzioni portarono Giolitti a dimettersi il 10/03/01914

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

GOVERNO di Antonio SALANDRA: dopo Giolitti non fu facile per il re trovare il suo successore che andava

comunque ricercato nelle forze liberali. Dopo il rifiuto di Sonnino, il re conferì a Calandra il compito di

formare il nuovo governo. Questo era composto soprattutto da persone non legate a Giolitti. Infatti

Calandra aveva l’obiettivo di dar vita ad un partito liberale omogeneo e organizzato. Non era disposto

a fungere da momentaneo sostituto di Giolitti.

Giolitti sperava che un tale governo conservatore non avrebbe potuto reggere a lungo creando le basi

per un ritorno alle scelte liberal-riformistiche ; ma non si rese conto che la situazione politica era ormai

mutata e che era impossibile perseguire l’obiettivo di una mediazione tra liberali e socialisti visto

che si imponeva la scelta tra 2 tendenze. L’azione politica del Giolitti è stata molto criticata soprattutto

da chi ha visto nello statista un “ corruttore del proletariato “ ma in realtà egli non aveva alternative alla

politica trasformistica e manipolatrice delle maggioranze ; lo statista TOGLIATTI nel 1950

riconobbe che Giolitti fu l’uomo della borghesia che maggiormente si spinse nella comprensione

dei bisogni delle masse popolari nel tentativo di creare un solido STATO LIBERALE. Ma la crisi

mondiale del 1914 non si sarebbe più potuta affrontare con i tradizionali metodi politici accentrando

ora la destra ora la sinistra dal momento che la posta in palio era più alta dell’attribuzione di una

semplice carica ministeriale o della formazione di una maggioranza;

Purtroppo il programma politico di Calandra fu sconvolto dallo scoppio della PRIMA GUERRA MONDIALE.

***prima guerra mondiale si intende il conflitto cominciato il 4 agosto 1914 a seguito dell'assassinio

dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico, compiuto a Sarajevo (Bosnia) il

28 giugno 1914 da parte del nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip, e conclusosi l'11 novembre 1918.

Il conflitto vide scontrarsi due schieramenti di nazioniI:

• da una parte gli Imperi Centrali (tra tutti Impero germanico e Impero Austro-Ungarico)

• dall'altra l'alleanza chiamata Triplice intesa (tra tutti Regno Unito, Francia, Russia e Italia).

Con lo svolgersi del conflitto, a seguito di varie alleanze altre nazioni vi presero parte. Tra queste, Impero

Ottomano (alleato con gli imperi centrali), Belgio, Canada, Australia, Stati Uniti, Serbia, Romania,

Sudafrica e Nuova Zelanda. Il numero dei continenti coinvolti fu tale da poter definire la guerra come

mondiale, prima nella storia dell'umanità.

La guerra si concluse con la vittoria dell'Intesa.

STORIA: Lo scoppio della guerra è convenzionalmente associato all'assassinio dell'arciduca Francesco

Ferdinando d'Austria per mano di uno studente serbo il 28/06/ 1914, ma le origini della guerra risiedono in realtà

nel complesso delle relazioni fra le potenze europee del 1900 : il significato politico del gesto era l’opposizione

degli slavi al trialismo con cui si mirava a rendere gli slavi dipendenti dal regime di Vienna mentre questi

erano desiderosi di conquistare l’indipendenza e di essere annessi alla SERBIA.

Con intento provocatorio l’Austria lanciò un ultimatum alla Serbia invitandola a reprimere gli slavi; il rifiuto

della Serbia scatenò la reazione dell’Austria che passò alla dichiarazione di guerra di fronte alla quale il governo

SALANDRA si dichiarò neutrale (3.8.1914) senza venir meno agli impegni della triplice alleanza (La Triplice

Alleanza fu un trattato per mezzo del quale Impero Germanico, Austria-Ungheria e Regno d'Italia giuravano nel

1882 di aiutarsi a vicenda militarmente in caso di un attacco contro una di esse da parte di due o più potenze

straniere.) ….Ma, dato che l'alleanza aveva carattere difensivo (e la guerra era stata dichiarata dall'Austria) e non

era stata preventivamente consultata sulla dichiarazione di guerra, il governo italiano fece presente di non sentirsi

vincolato dall'alleanza e che, pertanto, sarebbe rimasto neutrale.

Nonostante la “neutralità”partiti e organi di stampa cominciarono ad esprimersi sull’atteggiamento che

l’Italia avrebbe dovuto assumere nel conflitto. l’opinione pubblica si schierò a favore della neutralità per

ragioni diverse. NEUTRALISTI erano:

1. CATTOLICI i quali si opponevano alla guerra per ragioni di principio e per il fatto che temevano il crollo

di una potenza come l’Austria che era fortemente cattolica e Benedetto XV definiva la guerra come “

orrenda carneficina che da un anno disonora l’Europa” e “inutile strage”.

2. SOCIALISTI i quali giudicarono la guerra come un affare esclusivamente borghese e capitalistico

mentre ritenevano che le masse proletarie avrebbero potuto trovare soltanto sofferenze e sacrifici.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

3. LIBERALI GIOLITTIANI i quali con profondo realismo osservarono che la guerra sarebbe stata molto

rischiosa in quanto avrebbe potuto ottenere concessioni attraverso la via dei negoziati.

INTERVENTISTI erano:

1. INTERVENTISTI DEMOCRATICI, tra cui il social-riformista LEONIDA BISSOLATI e il radical-

progressista GAETANO SALVEMINI e l’irredentista CESARE BATTISTA, i quali consideravano

l’intervento come la naturale e logica prosecuzione delle lotte risorgimentali per la conquista

dell’indipendenza e il raggiungimento dell’unificazione nazionale e come guerra al militarismo degli

imperi centrali oppressori con cui si sarebbe manifestata solidarietà alle nazioni oppresse.

2. INTERVENTISTI NAZIONALISTI il cui portavoce fu D’ANNUNZIO che esaltava gli ideali

imperialistici di potenze e che consideravano la guerra di per sé un bene, come dimostra il fatto che in un

primo momento si schierarono a favore della triplice alleanza, mentre dopo essi passarono con disinvoltura

a sostenere la triplice alleanza.

3. INTERVENTISTI RIVOLUZIONARI che trovarono il loro capo in BENITO MUSSOLINI il quale

dopo aver criticato l’intervento e la partecipazione alla guerra come direttore dell’ALLEANZA fondò un

nuovo giornale “IL POPOLO D’ITALIA” facendosi portavoce dell’esaltazione del mito della guerra.

Mentre divampava tale dibattito il governo SALANDRA concluse il 26/4/1915 il PATTO DI LONDRA

(all’insaputa del parlamento) col quale l'Italia si impegnava ad entrare in guerra (nell’intesa: Gran Bretagna,

Russia e Francia) entro un mese in cambio di alcune conquiste (Trentino, del Sud-Tirolo, dell’Istria).

Nonostante una vasta campagna di intimidazione che si scatenò con una serie di manifestazioni di piazza contro i

neutralisti ( la cd. Giornate di maggio), la maggioranza parlamentare sostenne il Giolitti (che voleva l’Italia

16.5.1915

neutrale) mentre il governo aveva deciso di entrare in guerra. Per questo Salandra sentendosi battuto il

rassegnò le dimissioni , ma il re Vittorio Emanuele III le respinse convocando la Camera per il 20.5.1915 nella

cui seduta il Parlamento con l’eccezione dei socialisti conferì pieni poteri a Salandra sancendo il definitivo intervento

dell’Italia alla guerra(la quale avrebbe costituito una seria minaccia per lo Stato liberale e l’istituto parlamentare).

Il crollo dello Stato liberale fu confermato dai governi seguenti che fecero larghissimo uso dei decreti legge

avendo, il potere esecutivo, la sua legittimazione nella volontà del sovrano,, con la conseguente progressiva

dissoluzione delle istituzioni liberali. Il paese non si occupava più delle vicende del parlamento essendo

totalmente preso dall’andamento delle operazioni militari.

In seguito alla sfiducia relativa all’esercizio provvisorio del bilancio ma in realtà a causa dell’incapacità del

Governo di fronteggiare la situazione politica seguente alla disfatta di Caporetto e agli scontri sul Piave, il

Governo cadde il 26.10.1917.

DECADENZE DELLE ISTITUZIONI LIBERALI: durante la guerra le istituzioni si dimostrarono completamente

inadeguate a fronteggiare una situazione di emergenza. Esse NON si erano RINNOVATE neppure con il

massimo splendore del governo liberale con Giolitti. Ma non è corretto imputare solo a Giolitti la colpa di tale

immobilità.

Una colpa si deve imputare anche alla SCIENZA GIURIDICA che aveva studiato il problemi dello Stato e

del diritto su un piano puramente ASTRATTO. Il formalismo giuridico e astratto della dottrina

allontanava i giuristi dalla reale problematica. Fu per questo che essi non analizzarono ad es. l’incidenza del

sistema elettorale sul ricambio della classe politica e sull’effettiva rappresentatività della Camera dei deputati.

Mancarono giuristi e pubblicisti che potessero suggerire rimedi pratici per dare nuova funzionalità al sistema.

Quando governò Giolitti egli non si preoccupò di risolvere i problemi istituzionali, anzi anche egli adottò gli

stessi strumenti di manipolazione delle elezioni e delle maggioranze. E’ pur vero che egli non sembrava avere

alternative. Fino ad allora lo Statuto era stato interpretato a beneficio del governo che aveva finito con

l’essere il dominatore delle scelte politiche controllando anche la Camera dei deputati. In realtà la separazione

dei poteri non si era ancora attuata.

Così nell’assenza della conoscenza degli effettivi problemi dello Stato si permetteva al governo di

influenzare completamente la vita politica e sociale italiane.

Giolitti per assicurarsi una maggioranza favorevole aveva concesso il suffragio, aveva accolto le istanze di

nazionalisti e ascoltato le richieste dei socialisti.

Ma la crisi mondiale del 1914 non si poteva risolvere con quegli stessi strumenti.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Così quando il governo di Salandra decise di entrare in guerra senza consultare le camere diede un colpo

gravissimo al Parlamento. Esso disfatto e offeso per le polemiche tra interventisti e neutralisti, tra Salandra e

Giolitti, costretto a votare i pieni poteri al governo per la guerra, si trovò completamente svuotato dal suo ruolo

di e dal suo prestigio.

LA GUERRA SEMBRO’ SEGNARE LA FINE DEL REGIME PARLAMENTARE.

I governi successivi a Giolitti, di Calandra, di Borselli e di Orlando, investiti dei pieni poteri legiferarono in

ogni campo con i decreti leggi ( persino in campo fiscale che era prerogativa del Parlamento) le riunioni del

Parlamento nel 1917 servirono solo per convalidare le decisioni del governo. Lo stesso fenomeno delle

frequenti cadute dei Ministeri ormai non scandalizzava più nessuno ( ne la popolazione, ne la classe dirigente).

In quegli anni l’interesse era focalizzato sulla guerra. Fu così anche per la caduta nel 1916 del governo

Calandra.

GOVERNO di Paolo BOSELLI (1917) : Boselli fu nominato Pres. del Gov. dal 18/06/1916 al 26/10/1917:

dopo la battaglia di Caporetto ………..(La battaglia di Caporetto venne

rassegnò le dimissioni

combattuta durante la prima guerra mondiale fra il 23 e il 24 ottobre 1917 e vide la rotta dell'esercito

italiano contro quello austro-ungarico e tedesco. La sconfitta fu tanto pesante che il termine Caporetto è

entrato nella lingua italiana come sinonimo di disfatta). Boselli nel 1922 fu favorevole

all'ascesa del fascismo, al quale lo accomunava l'avversione per il movimento socialista, e nel 1924

ricevette la tessera ad honorem del Partito Nazionale Fascista. L'ultimo suo atto politico di rilievo fu la

relazione di una commissione che approvò i Patti Lateranensi del 1929.

Il suo governo aveva l’illusione di rappresentare TUTTE LE FORZE POLITICHE ad eccezioni dei

socialisti ( che erano contro la guerra) e proprio per questo nel suo interno ci furono spesso scontri e

divergenze. Infatti questo governo non fu in grado di prendere quelle rapide decisioni che la guerra

richiedeva.

Il 26/10/1917 cadde il gov. Borselli, ufficialmente per un voto di sfiducia sull’autorizzazione all’esercizio

provvisorio del bilancio. In realtà la caduta fu causata dall’incapacità del gov. di fronteggiare il disastro della

sconfitta di Caporetto.

GOVERNO di Vittorio Emanuele ORLANDO capo di Gov dal 28/10/1917 al 23/06/1919 (giurista e grande

studioso di diritto costituzionale) Orlando è ministro dell'Interno nel Gabinetto Boselli; dopo il disastro

di Caporetto, il 28/10/ 1917 è chiamato a sostituire il debole Boselli. È all'apogeo della sua carriera

politica, alla guida del Paese - e mantiene anche il dicastero degli Interni - nella drammatica situazione

di guerra.

Il 4/11/1918 l'Impero austro - ungarico si arrende: la guerra era finita.

Orlando si considerò soddisfatto degli esiti politici della guerra e di aver portato gli italiani a resistere. Ma

neppure lui fu capace di risolvere la grave crisi istituzionale, che invece con la guerra si era aggravata. Inoltre

con il conflitto l’Italia si era confrontata con altre nazioni occidentali ben più democratiche:

• FRANCIA-BELGIO-INGHILTERRA durante la guerra avevano dovuto restringere alcune libertà

e diritti individuali. Ma sottolineando che si trattava di un sacrificio momentaneo ed eccezionale

dovuto alla guerra.

• In ITALIA le restrizioni richieste dalla guerra non sembravano eccezionali, ma piuttosto rispondenti

al REGIME AUTORITARIO del governo che si andava sempre più consolidando. Il frequente

ricorso ai decreti legge del gov. anche in materie di competenza parlamentare spinse l’opinione a

non avere più considerazione del Parlamento e a considerare il Gov. + sovrano i simboli dello Stato

Le istituzioni pubbliche furono tenute assenti dalle maggiori decisioni in quanto i poteri erano

connaturati nel sovrano che in base all’art. 5 dello Statuto aveva il comando supremo delle forze armate e

che sotto la guida del generale Cadorna riuscirono a reagire alla lotta di Caporetto e ad opporre resistenza agli

austriaci (sul Montegrappa).

Al progressivo deterioramento della democrazia e liberalità dello Stato corrispondeva il logoramento delle

forze politiche che non riuscivano più a controllare la situazione.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

La FORMAZIONE LIBERALE era ormai già divisa nel momento della scelta fra neutralità o intervento

nella guerra. Con la guerra la frattura era diventata ancora più profonda quando si doveva decidere dopo la

vittoria sulle rivendicazioni territoriali da pretendere.fu proprio alla fine della guerra che si prese coscienza

della profonda DEBOLEZZA DEL REGIME. Tutto ciò creava violenti dibattiti di contrasto nel governo

Orlando.

La conferenza della pace si aprì a Parigi il 19/1/1919 nella quale furono attribuiti poteri decisionali agli USA,

GRAN BRETAGNA, FRANCIA, e ITALIA (rappresentata da Orlando) sulla distribuzione dei

territori conquistati in aprile la Camera dei deputati insieme al Senato approvò la decisione del

Governo di rispettare le rivendicazioni territoriali del patto di Londra con l’aggiunta della città di

Fiume (in Jugaslavia).

In seguito il parlamento di fronte alle difficoltà poste dagli USA ( con Woodron Wilson) alle

realizzazioni espansionistiche dell’Italia, respinse la proposta del Gov. di discutere in COMITATO

SEGRETO i problemi sulla sistemazione territoriale post-bellica.

Orlando fu costretto alle dimissioni il 19/06/1919

GOVERNO di Francesco NITTI: Fu grande meridionalista e come tale individuò nell'industrializzazione del

Mezzogiorno la strada per la soluzione dei problemi economici e sociali dell'area. Egli fu infine, e

soprattutto, un uomo politico ed uno statista tra i più importanti del suo tempo, in Italia ed in Europa.

In questa veste Nitti seppe elaborare un progetto di riforme delle istituzioni dello Stato capace di

renderle più adeguate ad una società capitalistica moderna, facilitando l'avvento di una nuova e più

dinamica classe dirigente. All'interno di tale progetto una più giusta politica del lavoro ricopriva

certamente un ruolo decisivo.

In veste di Presidente del Consiglio, fra il 1919-1920, si oppose in particolare allo smembramento

della Germania. Avversò poi tenacemente il fascismo ed ogni spinta nazionalistica tentando di

contrastare la crisi dello Stato Liberale e di scongiurarne la fine. All'avvento del regime fascista si

ritirò nella sua sfarzosa villa di Acquafredda (Maratea)

Salito al governo il 27/6/1919 Nitti,che doveva sistemare l’Italia dopo la guerra, incontrò numerosissime

difficoltà per la mancanza di coesione della maggioranza ( formata anche da cattolici che in quell’anno

per opera di Benedetto XV si riunirono nel PARTITO POPOLARE fondato da DON STURZO).

NITTI dovette fronteggiare anche gli effetti del rincaro dei prezzi e della disoccupazione che

determinarono un vasto movimento di agitazione popolare e quello che passò alla storia con il nome di

“BIENNIO ROSSO” in quanto ogni paesino ( soprattutto della pianura padana) aveva il suo Marat o il suo

Lenin;

LA QUESTIONE di FIUME: Fiume era una città (oggi in Croazia) che l’Italia rivendicava. Il 12/9/1919 il

poeta Gabriele D'Annunzio indossata la divisa di tenente-colonnello dei Lancieri di Novara guidò un

gruppo di circa 2.600 legionari da Monfalcone, a Fiume e nel tardo pomeriggio D'Annunzio occupò la

città in vista dell’annessione della città al regno d’Italia

Il governo guidato da Francesco Saverio Nitti tentò di trattare la resa dei legionari e l'abbandono della città.

Ma complice la diffusa situazione di incertezza sia in Italia (caduta del governo Nitti, maggio 1920) che

all'estero, l'occupazione di Fiume proseguì per mesi e l'8 settembre 1920 D'Annunzio istituì la Reggenza

Italiana del Carnaro, dotandola una costituzione; allo stesso tempo si pose a capo del nuovo governo,

proclamandosi Duce.

Di fronte alla proclamazione dello stato corporativo dannunziano vennero intavolate dirette trattative

diplomatiche tra i due regni di Italia e Jugoslavia al fine di trovare un accordo sui confini e di regolare la

questione fiumana. L'accordo tra Italia e Jugoslavia fu infine siglato il 12/11/ 1920 col Trattato di

Rapallo, fortemente voluto dal nuovo presidente del consiglio Giolitti (successore di NittI).

Con il trattato “di RAPALLO” gli stati firmatari riconobbero e garantirono l'indipendenza dello Stato

libero di Fiume. Giolitti, nel mese di dicembre ordinò lo sgombero della città. L'attacco che fu portato

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

dall'esercito italiano alla Reggenza Italiana del Carnaro (l'episodio è conosciuto come Natale di sangue)

[2] [3]

provocò alcune decine di morti fra difensori ed attaccanti.

Nitti si MOSTRÒ DEBOLE nel fermare l’iniziativa dannunziana così come non osò reprimere le

operazioni popolari limitandosi invece allla Guardia regia e a conservare il prezzo politico del pane.

NUOVA LEGGE ELETTORALE (1919) Di fronte al sempre più evidente logoramento delle istituzioni liberali e al

concomitante rafforzamento del ruolo della monarchia durante gli anni della guerra , Nitti tentò di

rilanciare il sistema parlamentare consolidando le basi popolari e rafforzando l’alleanza tra proletariato

riformista e borghesia progressista

Per realizzare il suo obiettivo, Nitti acconsentì all’introduzione del sistema elettorale PROPORZIONALE

con lo scrutino di lista ( richiesto da chi voleva nuovi equilibri politici). La nuova legge elettorale fu

approvata dal Parlamento il 15/8/1919.1

un errore fatale che distrusse le basi del potere liberale la cui stabilità era garantita dal

Questa legge però

sistema uninominale che assicurava la prevalenza sul piano politico delle forze di derivazione risorgimentale e

quindi dei notabili espressi dalla borghesia. Perfino nel 1913 con il suffragio universale e sistema

uninominale la forza liberale aveva mantenuto la maggioranza. Ogni modifica al sistema elettorale avrebbe

tolto la maggioranza di quella borghesia e avrebbe così sgretolato il sistema liberale.

Il corpo elettorale era impreparato al nuovo sistema elettorale e nessuno era in grado di prevederne le

conseguenze.. NITTI senza preoccuparsi delle conseguenze con l’ingresso del sistema proporzionale accelerò

il processo di disgregazione dello Stato liberale.

Il sistema proporzionale prevedeva la divisione del territorio italiano in 54 circoscrizioni in ciascuna delle

quali a seconda del numero di abitanti sarebbero dovute essere eletti da 5 a 20 deputati;

Con lo scrutino di lista si attribuiva in ogni singola circoscrizione a ogni gruppo politico un n° di seggi pari

alla proporzione dei voti ottenuti nell’elezione: si finì così con il favorire i raggruppamenti politici bene

strutturati e caratterizzati da una presenza capillare nel paese (come i socialisti e i cattolici i quali erano

rispettivamente appoggiati dai sindacati e dalla chiesa) mentre i liberali, legati al sistema uninominale e di tipo

personale, avrebbero incontrato molte difficoltà nell’organizzazione di una propaganda elettorale di partito.

Le conseguenze della scelta operata dal Nitti si videro nelle elezioni del 16/11/919( in cui il governo non

intervenne con i soliti strumenti di manipolazione dell’elettorato) nelle quali i :

SOCIALISTI ottennero 1.840.000 voti -156 seggi e i POPOLARI ottennero 1.175.000 voti –101 seggi

Mentre i liberali e radicali (= democratici, riformisti, repubblicani) ebbero la minoranza dei seggi (252 su 508).

Le elezioni aggravarono ulteriormente la crisi istituzionale: i socialisti non volevano collaborare con il governo,le

forze liberali, ormai in minoranza erano disunite, aumentavano le agitazioni popolari, la dx che faceva

un’opposizione violenta…il governo si trovò ad essere molto debole e senza supporto del Parlamento e della

Corona. Nitti non fu in grado di fronteggiare la situazione: un suo dissenso con i popolari + la mancanza del

sostegno della maggioranza lo portarono a dimettersi il 9/6/1920.

Ormai non si riusciva più a costituire una maggioranza compatta e stabile.il sistema appariva rigido, non basato

sui compromessi fra i vari schieramenti politici e che avevano caratterizzato il Parlamento quando aveva

pienamente il potere legislativo.

5°GOVERNO di GIOLITTI: (dal 24/6/1920 al 3/7/1921):nonostanti le sue qualità di leader, neppure giolitti

riuscì a fermare la crisi. Il programma “di salvataggio” di Giolitti prevedeva:

• Instaurare un nuovo rapporto tra Parlamento e Governo, ripristinando le attribuzioni legislative

parlamentari e riducendo le prerogative regie

• Diminuire l’uso indiscriminato da parte del Gov. del “decreto legge” ai soli casi di urgenza e

necessità.

• Togliere al Gov e alla Corona il potere di controllo sull’attività e durata delle sessioni della

Camera. Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

• Abrogare l’art. 5 dello Statuto che giustificava le prerogative regie

Ma il Parlamento non appoggiò il piano di rilancio istituzionale di Giolitti, la Corona non voleva diminuire le

sue prerogative e il Governo non riusciva a tenere a bada

• le agitazioni popolari, con occupazioni di fabbriche da parte degli operai metallurgici che

protestavano contro i salari troppo bassi e inadeguati al costo della vita e scioperi

• l’indifferenza (del governo) verso la lotta agraria dei socialisti e il FASCISMO. (Se

nell’intenzione di Giolitti doveva rispondere al suo disegno di difendere lo Stato dai conflitti di classe

in realtà fu un atteggiamento irresponsabile perchè espose il proletariato alla violenza delle squadre

fasciste che pagati e riforniti dagli agrari, colpivano i centri delle organizzazioni operaie e contadine

(socialiste e cattoliche), devastavano le camere del lavoro, uccidevano i capi sindacali).

Giolitti, nelle elezioni amministrative del 1920 e in quelle politiche del 1921 sperava di introdurre

gradualmente nel sistema il FASCISMO (sottovalutando la violenza che le squadre fasciste diffondevano,

soprattutto a discapito del proletariato e lavoratori arrivando fino agli omicidi e pensando che esso potesse

essere utile a fermare le lotte di classe). Ma ormai era impossibile rafforzare uno Stato che viveva

nell’anarchia.

*** Il fascismo fu un movimento politico di estrema destra del XX secolo che sorse in Italia alla fine della prima

guerra mondiale.Il nome deriva dalla parola fascio (lat.: fascis) e fa riferimento ai fasci usati dagli antichi littori

come simbolo di unione. L'ascia presente nel fascio simboleggiava il loro potere, in particolare il loro potere

giurisdizionale. La fondazione e la crescita : Ispiratore e fondatore del movimento fascista fu il forlivese Benito

Mussolini ***

Le elezioni politiche del 15/5/1921 avevano lo scopo di formare una Camera più malleabile che collaborasse

con la sx ormai priva di forze. Ma ciò non si realizzò. Giolitti promosse la formazione dei “BLOCCHI

NAZIONALI” che nelle sue intenzioni dovevano essere un partito di ALLEANZE ELETTORALI.

fu meno pesante di quanto il governo sperasse, essi scesero a 123

Il risultato delle elezioni: il calo dei socialisti

deputati (con 15 seggi comunisti), i popolari conquistarono 107 seggi (da 101) mentre i blocchi nazionali

ottennero 275 seggi di cui 35 andarono ai fascisti.

Nelle intenzioni di Giolitti i fascisti dovevano essere strumentalizzati dal governo, in realtà furono loro che

strumentalizzarono il governo per la conquista del potere!!!

CAOS SOCIALE:La base fondamentale su cui si doveva fondare il rilancio del sistema era l’ACCORDO tra

BORGHESIA PROGRESSISTA e PROLETARIATO RIFORMATORE.

Questo lo aveva capito Giolitti. Ma la situazione economica, sociale e politica italiana dopo la guerra era

disastrosa. Era impensabile costruire un equilibrio politico quando non esisteva quello sociale. Non

venivano rispettati gli interessi del proletariato e delle classi subalterne, la borghesia si era vista spossare il suo

ruolo di egemonia e di prestigio sociale. I partiti politici non erano più in grado di mediare fra interessi

contrapposti (proletariato e borghesia) nella società. Era il CAOS ASSOLUTO.

Giolitti cosciente delle difficoltà di governare in tale situazione si dimette il 3/7/1921.

GOVERNO di Ivanoe BONOMI(dal / /1921 al / / 1922: fu un esponente del Partito Socialista dei

Lavoratori Italiani maturando la sua esperienza politica come organizzatore agrario; Al termine

della prima guerra mondiale divenne ministro dei lavori pubblici nel 1916 e Presidente del Consiglio

tra il 1921 e il 1922, in tale periodo fu molto acquiescente verso le formazioni paramilitari

fasciste, tenendo peraltro una condotta repressiva nei confronti delle formazioni di difesa

antifasciste.

BONOMI sperava di giungere ad una sorta di pacificazione nazionale con un accordo tra fascisti e socialisti .

Ma ormai l’apparato statale non era più in grado di garantire l’ordine pubblico e fermare la violenza delle squadre

fasciste ( anche per la stretta convivenza tra istituzioni e fascisti). Mussolini intuì la necessità di eliminare dalle

file del suo partito gli elementi più estremisti ed eversivi e seguì la via della legalità.

febbraio del 1922 cade il governo di Bonomi che viene sostituito da FACTA.

Intanto nel Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

GOVERNO di Luigi FACTA (dal 26/2/1922 al 31/10/1922): Luigi Facta è stato un uomo politico italiano,

l'ultimo Presidente del Consiglio prima della dittatura di Benito Mussolini.. Giolittiano, membro del

Partito Liberale, nel corso della sua carriera politica ebbe numerosi incarichi politici. Allo scoppio della

Prima guerra mondiale, sostenne le idee dei neutralisti, ma cambiò opinione dopo l'entrata del Paese nel

conflitto. Fu nominato presidente del Consiglio dei Ministri il 26/2/1922, e conservò tale incarico fino al

31/10/1922. Quando seppe che i fascisti avrebbero organizzato una marcia su Roma propose al Re

di promulgare lo stadio d'assedio, senza però ottenere la firma del sovrano. Facta non volle mai

rivelare a nessuno che cosa fosse successo la notte in cui il re si rifiutò di firmare lo stato d'assedio.

L'indomani, lui e il governo rassegnarono le dimissioni, e Vittorio Emanuele III fece telegrafare a

Mussolini che si trovava a Milano di recarsi immediatamente a Roma per formare il nuovo

governo.. Facta non si oppose al regime, e nel 1924 fu nominato senatore del Regno.

Facta cercò di ostacolare l’ascesa al potere del fascismo, ma non vi riuscì perché privo dell’appoggio della

Corona e dell’esercito.

***La Marcia su Roma del 28/10/1922 fu un evento che simbolicamente rappresenta l'ascesa al potere del

Partito Nazionale Fascista (PNF), attraverso la nomina a capo del governo del Regno d'Italia di Benito

Mussolini

Mussolini considerava Giolitti il suo avversario più temibile e con lui anche FACTA ( che era molto devoto a

Giolitti).

Mussolini con l’'ansia di neutralizzare anche Giolitti iniziò a pensare ad un'azione spettacolare, una marcia di

fascisti nella capitale. Se su un versante più nitidamente politico si cercava di far vacillare il governo Facta, in

modo da prndere il potere sul piano "operativo" la Marcia fu preparata in gran segreto fin nei minimi dettagli.

Il 24/10/1922, a Napoli si tenne una grandiosa adunata di camicie nere, raduno che doveva servire da prova

generale. Confluirono nel capoluogo partenopeo 60.000 fascisti, che sfilarono per ore nella città. Mussolini tenne

due discorsi, uno al teatro San Carlo, diretto al ceto borghese, ed uno in piazza San Carlo ai suoi uomini. Il capo dei

fascisti si espresse abilmente evitando di far trasparire segnali di allarme, ma al contempo rassodando i crescenti

consensi sia della popolazione che dei simpatizzanti. La stessa sera, all'Hotel Vesuvio, si riunì il Consiglio

nazionale del partito che stabilì le direttive di dettaglio per la marcia. La mattina dopo Mussolini sarebbe

prudentemente andato ad attendere a Milano gli sviluppi successivi.A condurre Il 25/10/1922 a condurre la marcia

sarebbe stato un quadrumvirato composto da Italo Balbo (uno dei ras più famosi), Emilio De Bono (comandante

della Milizia), Cesare Maria De Vecchi (un generale non sgradito al Quirinale) e Michele Bianchi (segretario del

partito fedelissimo di Mussolini); il quadrumvirato avrebbe dichiarato l'assunzione di pieni poteri a Perugia che

avrebbe assunto i poteri nella notte tra il 26 e il 27 ottobre. Truppe fasciste avrebbero poi dovuto occupare uffici

pubblici, le stazioni, le centrali telegrafiche e quelle telefoniche. [6]

Si raccolsero - si stima - circa 25-30.000 fascisti, a fronte dei 28.400 soldati a difesa della capitale .

La notte tra il 27 e il 28, FACTA fu svegliato per essere informato che le colonne fasciste erano partite verso

Roma sui treni che avevano assaltato. La mattina del 28, alle 6 del mattino, si riunì al Viminale (allora sede della

presidenza del consiglio) il consiglio dei ministri che decise di proclamare lo stato di assedio. Il ministro

dell'interno Verso le 8:30, Facta si recò al Quirinale per la ratifica del proclama, ma il re si rifiutò (non si

conoscono bene le ragioni, ma si pensa che egli temesse che mettersi contro i fascisti avrebbe messo in pericolo la

monarchia!)……………….FACTA, su suggerimento del re, SI DIMISE.

Il re invitò MUSSOLINI a recarsi da Milano a Roma per parlargli e il 30/10/1922 lo nominò Presidente di

Consiglio incaricandolo di formare un NUOVO GOVERNO!!!!! Fu l’inizio dell’ascesa del potere di Mussolini.

Ancora una volta era caduto un governo senza il minimo intervento del Parlamento. Il leader fascista aveva a

disposizione una situazione propizia per costruire un REGIME AUTORITARIO distruggendo completamente lo

Stato liberale. Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Benito MUSSOLINI: Fondatore e Duce del fascismo, fu primo ministro del Regno d'Italia con poteri

dittatoriali dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943, Primo Maresciallo dell'Impero dal 30 marzo

1938 al 25 luglio 1943 e presidente della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 all'aprile

1945 Fu esponente del sindacalismo rivoluzionario e poi fu esponente di spicco

del Partito Socialista Italiano e direttore del quotidiano socialista l'"Avanti!" dal 1912. Fondò un

proprio giornale, Il Popolo d'Italia, su posizioni nazionaliste vicine alla piccola borghesia. Nel pieno

dell'instabilità politica del dopoguerra, cavalcando lo scontento per la "vittoria mutilata", fondò il

Partito Fascista (1921), e si presentò al Paese con un programma politico nazionalista e autoritario, con forti

elementi antisocialisti e antisindacali che gli valsero l'appoggio dei ceti industriali, piccolo borghesi e agrari.

Nel contesto di forte instabilità politica e sociale successivo alla Grande Guerra, decise quindi di puntare alla

presa del potere. Forzando la mano delle istituzioni, con l'aiuto di atti di squadrismo e d'intimidazione politica

che culminarono il 28/10/1922 con la Marcia su Roma, Mussolini ottenne l'incarico di costituire il Governo il

30/10/1922.

Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, MUSSOLINI, instaurò nel 1925 la dittatura.

Dopo il 1935, si avvicinò al nazionalsocialismo tedesco di Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con

la stipula del Patto d'Acciaio nel 1939. Certo di una veloce soluzione del conflitto, entrò quindi nella seconda

guerra mondiale al fianco della Germania Nazista. In seguito alla disfatta italiana e alla messa in minoranza

durante il Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio del 1943, fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e

successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler,

instaurò nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. Il 28 aprile del 1945, durante il tentativo di

fuga in Svizzera travestito da militare tedesco, fu scoperto ed arrestato dai Partigiani, che lo fucilarono insieme alla

sua compagna Claretta Petacci.

GOVERNO di Benito MUSSOLINI e il REGIME AUTORITARIO ( da ottobre 1922 a luglio

1943=governò per oltre 20 anni) Mussolini aveva un preciso obiettivo: costruire un REGIME AUTORITARIO.

Ma ciò doveva avvenire in modo graduale : con tappe che avrebbero progressivamente rafforzato il suo potere

personale, subordinando tutti i poteri statali al partito dominante (fascista)

Il 16/11/1922: egli presentando la formazione del suo governo (con il discorso del bivacco) sostenne che

“almeno per ora” non aveva formato un governo di soli fascisti (erano solo 3 i ministri fascisti), ma voleva

avvalersi della collaborazione di forze estranee al fascismo ( liberali, popolari, in realtà sottoposti alla forza

intimidatrice delle squadre fasciste). La camera votò la sua sfiducia con 306 voti favorevoli e 116 contrari

Il 24/11/1922 : il parlamento concesse al governo i pieni poteri per l’attuazione di riforme amministrative e

fiscali al fine di “RISTABILIRE L’ORDINE”. Con questi poteri si autorizzava Mussolini a limitare le

funzioni dello Stato e a ridurre l’intrusione pubblica sulla vita economica. Lo scopo dei poteri era di attuare

una RIFORMA delle strutture attraverso un riordino e soppressione di uffici burocratici superflui . Inoltre si

doveva regolamentare la p.a. e lo stato giuridico dei pubblici dipendenti.

Il 15/12/1922 si riunisce, per la prima volta, il Gran Consiglio del Fascismo (il massimo organo di potere del

fascismo. Fu istituito nel dicembre del 1922 e divenne un organo costituzionale il 9 dicembre 1928. A capo

del Gran Consiglio c'era il Capo del Governo, Benito Mussolini, che aveva il potere di convocarlo e di

stabilirne l'ordine del giorno. Era una sorta di “ SUPERGOVERNO” che di fatto usurpava le funzioni svolte

dal consiglio dei ministri )

Il 14 gennaio 1923 le camicie nere vengono istituzionalizzate attraverso la creazione della Milizia Volontaria

per la Sicurezza Nazionale ( un corpo militare inizialmente pensato come milizia ad uso esclusivo del

Partito Nazionale Fascista (rispondeva solo al Presidente del Consiglio e a lui solo era dovuto il giuramento,

in contrasto con l'obbligo di giuramento al sovrano), nel tempo con la «costituzionalizzazione» del fascismo

e con un evidente contrasto con l'esercito del Regno, perse la sua esclusività nei compiti e finì col mescolarsi

quasi del tutto con l'esercito, eccezion fatta per qualche compito puramente formale.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Con i pieni poteri Mussolini, poteva iniziare a mettere in atto il suo pianori “FASCISTIZZAZIONE dello Stato”.

Infatti ci furono dei provvedimenti che riguardavano solo il partito Fascismo, ma che avevano gravi conseguenze per

l’ordinamento statale. La prova è data dal fatto che c’erano organi statali che coesistevano con organi del partito (es. il

Gran Consiglio che dipendeva dal capo di Gov e che presto assunse anche compiti di partecipazione alla volontà

statale), e corpi armati come l’esercito che era affiancato e avvolte sostituito dalla Milizia Volontaria che nel 1924 fu

integrata nello Stato.

Politica amministrativa locale : di Mussolini voleva creare un equilibrio in PERIFERIA attraverso il controllo

prefettizio sulle organizzazioni locali del partito e attraverso l’uso di organi statali per consolidare le

posizioni di potere del fascismo locale. Per fare ciò era necessario inserire esponenti fascisti negli organi

statali e dotarli di strumenti autoritari.

Erano i piccoli passi che portavano Mussolini a trasformare le istituzioni in un regime autoritario da lui

dominato.

RIFORMA ELETTORALE:( Legge Acerbo del 9/06/1923) Adesso non gli era più sufficiente la fiducia della

maggioranza. Voleva tutto il parlamento dalla sua parte!. Rendere fascista il Senato era facile: bastava ricorrere

alle infornate dei senatori.. Più difficile era avere nella Camera dei deputati ( elettiva) una salda base politica

sostenitrice del suo regime. Per raggiungere lo scopo bisognava modificare la legge elettorale.

Il Gran Consiglio del fascismo predispose una proposta di RIFORMA della legge elettorale:introducendo la

BASE MAGGIORITARIA (consapevole che con esse si sarebbe affermata l’egemonia fascista). Era vero che

molte forze politiche condannavano il sistema proporzionale introdotto da Nitti, ma il sistema maggioritario di

certo non rendeva la Camera più rappresentativa.

La legge venne approvata in luglio 1923 e prevedeva che il territorio italiano avesse un UNICO COLLEGIO

NAZIONALE e si riservava al partito che avesse avuto il maggiore n° di suffragi i 2/3 dei seggi della

Camera. Il restante 1/3 dei seggi veniva distribuito fra le liste minoritarie in base a % dei voti avuti da

ciascuna di essa. Il vero scopo della legge era quello di ottenere una più vasta maggioranza fascista alla Camera.

Questa maggioranza doveva essere più omogenea e unitaria e doveva investire il deputato di un reale potere.

Per questo la legge Acerbo introduceva il “principio della DESIGNAZIONE DALL’ALTO DEI

CANDIDATI”: essi venivano inseriti nel “listone” scegliendoli tra persone di fiducia del partito e del governo.

Considerato il clima di intimidazione in cui si sarebbero svolte le elezioni si capisce come la vittoria del

fascismo.

Inoltre l’opposizione di candidati antifascisti non furono in grado di formare loro listoni.

Elezioni politiche del 6/4/1924:con la nuova legge elettorale fu assicurato il successo fascista: la vittoria del

listone fece eleggere 356 (su 535 deputati) fascisti o simpanticizzanti del fascismo. Mentre la misera

opposizione era formata da 39 deputati popolari (scesa dai 108 precedenti), 46 socialisti(scesi da 123) e 19

comunisti (saliti da 15).

Dopo la schiacciante vittoria fascista scoppiarono le POLEMICHE in Parlamenti sui metodi intimidatori usati

durante la campagna elettorale. Il 30/05/1924 Giacomo MATTEOTTI( politico di stampo socialista più volte

eletto deputato) prese la parola alla Camera per contestare i risultati delle elezioni mentre dai banchi fascisti si

levavano urla e risate.

Matteotti pronunciò un discorso per denunciare tutte le violenze, gli abusi e le illegalità usate dai fascisti

per fare pressione sugli elettori, pur consapevole dei rischi che correva facendo quelle accuse. Infatti il

10/06/1924 venne rapito da un gruppo di fascisti (forse mandati dallo stesso Mussolini) e fu trovato assassinato

qualche mese dopo.

L’opposizione in Parlamento attuò il c.d. “AVENTINO”( per l’analogia con la secessione della plebe

morale del V sec A.C) : sconvolta dalla notizia dell’uccisione di Matteotti decise di abbandonare la Camera,

di abbandonare i lavori del parlamento e si rifiutarono di entrare in aula, fino a quando non fosse stata

abolita la milizia fascista e ripristinata l'autorità della legge lo scopo era quello di protestare contro l’immoralità

del comportamento fascista e sperando che il re facesse cadere il governo. Ma il sovrano NON li ascoltò!

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Il 3/01/1925 Mussolini pensò bene di assumersi personalmente la responsabilità POLITICA , MORALE,

STORICA delle violenze fasciste che si erano susseguite in quegli anni: lo scopo della dichiarazione era

evidentemente quello di compiere un atto di forza politica facendo cessare ogni garanzia liberalele

residue forze liberali. Con questo atto gli storici fanno iniziare la DITTATURA DEL DUCE!

LA SVOLTA AUTORITARIA del 1925:) Già dal 3/1/1925 Mussolini iniziò a compiere quegli atti costituzionali

che segnarono la FINE del REGIME PARLAMENTARE per introdurre un REGIME AUTORITARIO.

Se sul piano politico si può affermare che la fine del regime parlamentare coincide con le dimissioni di Facta

e con la salita al potere di Mussolini (dopo la marcia su Roma) , sul piano puramente costituzionale e solo

con il discorso del 3/1/1925 che si verifica la svolta in senso dittatoriale e autoritario con la FINE DELLA

LEGALITA’ . si potevano giustificare collegandosi ad

Anche se da un punto di vista pratico la restrizione delle libertà

alcuni comportamenti delle forze liberali nei casi di emergenza in cui le restrizioni venivano fatte per ragioni

di ordine pubblico o di guerra.

In seguito al discorso del 3/.1 furono adottati una serie di provvedimenti e compiuti numerosi atti costituzionalmente

rilevanti con cui il terrorismo reazionario divenne Stato grazie alla base popolare che Mussolini si seppe creare con

la sua demagogia grazie alla quale faceva passare per “rivoluzionaria” la più conservatrice delle politiche.

CAP 10.

IL REGIME FASCISTA

LE LEGGI FASISTISSIME: Tra la fine del 1925 e gli inizi del 1926 furono emanate le cd. LEGGI

FASCISTISSIME che modificarono profondamente il diritto pubblico italiano ed accelerarono il processo

dittatoriale di Mussolini. Le leggi furono :

1)Legge n. 2263 del 24-12-1925 sulle attribuzioni e prerogative del capo del governo. Essa

garantiva la preminenza del capo del governo , primo ministro e segretario di Stato nell’ordinamento

con poteri e prerogative estranei alla prassi parlamentare fino ad allora. Egli è non più “primis inter pares

ma superiore gerarchico rispetto agli altri ministri , nominati e revocati dal sovrano su sua proposta e

responsabili verso il re e verso di lui per gli atti e i provvedimenti da loro adottati nel corso del loro

ministero.

Il n° e le attribuzioni dei ministeri dovevano essere determinati con DECRETO REALE su proposta del

capo di Gov.

Si escludevano le Camere da ogni controllo sull esecutivo e togliendo ad esse la facoltà di ricorrere alla

mozione di sfiducia per sanzionare le eventuali responsabilità politiche del Ministro che poteva “ essere

revocato soltanto dal re “ .

Si sottometteva il potere legislativo alla volontà dell’esecutivo, affidando al governo la determinazione

dell’ordine del giorno delle Camere e dando la possibilità al Ministero di richiedere il riesame entro 3 mesi

da parte delle assemblee delle proposte di legge ad esso gradite.

2) Legge n. 100 del 31-1-1926 sulla facoltà del Governo , di emanare per semplice decreto reale le norme

giuridiche necessarie per disciplinare l’organizzazione dello Stato e il funzionamento della pubblica

amministrazione e l’ordinamento del personale;

Mentre nello Stato liberale i pubblici uffici potevano essere organizzati soltanto per legge e quindi x volontà

del Parlamento . La legge indeboliva sempre di più il prestigio delle prerogative parlamentari ,

La legge estendeva al massimo il potere regolamentare del Governo al quale sembrava attribuito una

vera e propria funzione legislativa concorrente a quella esercitata dal Parlamento.

La funzione legislativa del gov si attuava in 2 modi:

• con DELEGA e si esplicava in forma di decreti legislativi

• con DECRETO-LEGGE in caso di urgenza che doveva essere “convertito” dal Parlamento in

legge, ma con un termine molto lungo di 2 anni.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Ma poiché era il Governo a stabilire i casi di urgenza in cui era sufficiente un decreto-legge e non una delega, si finì

con usurpare completamente la funzione legislativa al Parlamento.

Nel giro di pochi anni il fascismo completò l’edificazione del regime totalitario : venne imbavagliata la STAMPA

mediante censure , sospensioni delle pubblicazioni ; tra il febbraio e il settembre 1926 vengono sostituiti nei piccoli

comuni i sindaci e i consigli comunali di nomina elettiva con i PODESTA’ e le CONSULTE di nomina governativa .

LIQUIDAZIONE DELL’OPPOSIZIONE:la pratica dell’”AVENTINO” (l’abbandono della Camera dei deputati

di minoranza per l’uccisione di Matteotti e scandalizzati dalla violenza fascista), aveva molta rilevanza

sociale e ciò era sgradito a Mussolini. Così il 9/11/1926 fece dichiarare la DECADENZA dell’elezione di

quei deputati che si opponevano alle idee fasciste (perciò oltre agli avventisti anche i comunisti). Fu un atto

“anticostituzionale” non previsto da nessuna norma.

IL PARTITO UNICO:Lo scopo fu quello di SOPPRIMERE TUTTI I PARTITI lasciando al potere un

UNICO PARTITO: quello fascista. In questo modo si distruggeva la base del sistema parlamentare che si

fondava sul pluralismo dei partiti creando maggioranza e opposizione. Inoltre se Parlamento e Governo erano

formate dallo stesso partito diventava inutile il controllo delle Camere sul Governo il quale non doveva

rispondere più a nessuno della sua responsabilità politica.

In questo quadro ILLIBERALE non si ipotizzava neppure un ritorno al REGIME MONARCHICO-

COSTITUZIONALE: perché anche questo si basava sulla separazione dei poteri, del potere legislativo

affidato solo al Parlamento e di un Governo controllato dalle Camere e dal sovrano. Il regime fascista aveva

CONFUSO I POTERI facendo del Governo il fulcro del sistema libero da controlli.

COSTITUZIONALIZZAZIONE del “GRAN CONSIGLIO del fascismo con la LEGGE N°2693 del 9/12/1928:

con questa legge si rese il massimo organo del Partito Fascista un ORGANO DELLO STATO, dipendente dal

capo di Gov. che ne sceglieva i componenti.

Il compito di questo organo era di ESSERE CONSULTATO dal Governo in materie politiche, economiche e

sociali.

Doveva essere obbligatoriamente sentito su materie costituzionali, come ad es. la successione al trono o

attribuzioni alla Corona. La legge affidava al Gran Consiglio il compito di formare una LISTA DI NOMI da

presentare alla Corona tra cui il re doveva scegliere i ministeri.

Con questa legge che richiedeva il parere di un organo esterno prima di emanare una norma si creava nel D.

PUBBLICO ITALIANO una scissione tra legislazione ordinaria e legislazione costituzionale non

prevista dallo Statuto. Infatti lo Statuto era una “costituzione flessibile”prevedendo che tutte le leggi

(ordinarie e costituzionali) fossero emanate con lo stesso iter.. Stabilendo il necessario parere del Gran Cons.

per certe materie si creavano iter diversi e leggi di importanza diverse. Il risultato fu una GERARCHIA di

FONTI DEL D. al cui vertice c’erano le norme che per il loro importante contenuto avevano bisogno del

preventivo parere del Gran Cons.

La monarchia parlamentare liberale era stata sostituita dal REGIME AUTORITARIO A PARTITO UNICO con

preminenza assoluta del capo di Governo!!! Siamo alla dittatura.

****La dittatura:gli storici la fanno partire dal 1/3/1925 anche se a livello formale essa nasce nel 1928 con la

costituzionalizzazione del Gran Cons. ll regime conservò in vigore lo Statuto del Regno (Statuto

Albertino) piegandolo però alle proprie esigenze..

Dal 1925 fino alla metà degli anni trenta il fascismo conobbe solo un'opposizione sotterranea e di carattere

cospirativo, guidata in buona parte da comunisti come Antonio Gramsci, socialisti come Pietro Nenni, demo-

liberali come Giovanni Amendola, liberali come Piero Gobetti, molti dei quali pagarono con la vita, l'esilio,

pene detentive o il confino il loro rifiuto del fascismo.

In politica economica e sociale vennero emanati provvedimenti che favorivano i ceti industriali e agrari

(privatizzazioni, liberalizzazione degli affitti, smantellamento dei sindacati.

La maggioranza degli italiani trovò un modus vivendi con la nuova situazione, vedendo forse in Mussolini un

baluardo contro il materialismo e il socialismo e soprattutto contro il disordine economico successivo alla

guerra '15-18: da parte sua, il fascismo italiano non esercitò mai una grande opera di indottrinamento della

popolazione. Tale situazione venne favorita dal riavvicinamento con la Chiesa Cattolica.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Inoltre è proprio a questo periodo che risalgono i notevoli risultati del regime nel campo dei lavori pubblici

e delle politiche sociali, che giovarono al regime stesso altissimi consensi: sono gli anni, infatti, della

bonifica delle paludi pontine, della Battaglia del grano e dell'appoderamento delle vaste aree del latifondo

paludoso-malarico a favore delle famiglie degli strati più indigenti tra gli ex combattenti del primo conflitto

mondiale, o con iniziative come le colonie estive per combattere il gozzo (allora malattia endemica), gli anni

che danno inizio alla politica delle bonifiche e delle fondazioni delle "città nuove", opera del Razionalismo

italiano, rurali o coloniali come Latina (allora Littoria), Sabaudia o Portolago, che, oltre al consenso popolare,

donarono un'ampia visibilità internazionale al regime.

In politica estera: L'Italia mantenne ottime relazioni con Francia e Inghilterra, collaborò al ritorno della

Germania nel sistema delle potenze europee pur nei limiti del Trattato di Versailles. L'Italia fu inoltre uno dei primi

paesi europei a stabilire nel 1929 relazioni diplomatiche con l'Unione Sovietica. Nel 1934 Mussolini si erse a

difensore dell'indipendenza dell'Austria contro le mire annessionistiche della Germania hitleriana.

L'affermazione del nazismo in Germania ed il successo di Hitler negli anni 1934-36, di fronte alla sostanziale

inazione delle democrazie occidentali, convinsero Mussolini che vi fosse per l'Italia l'opportunità di espandere

ulteriormente il suo prestigio e le sue conquiste. Nel 1935 l'Italia, con un pretesto invase l'Etiopia, che venne

rapidamente conquistata. Come conseguenza della guerra, l'Italia subì la condanna della Società delle Nazioni,

che determinò un blocco commerciale del mar Mediterraneo, rendendo quasi obbligato un avvicinamento

economico e politico dell'Italia alla Germania nazista che era già uscita dalla Società delle Nazioni e rifiutava

gli accordi di Versailles.***

IL DUCE: La legge 2099 del 14/12/1929: la legge stabiliva che lo stato doveva avere il CONTROLLO DEL

PARTITO (fascista) imponendogli per decreto uno Statuto proposto dal capo di governo.

Al capo di governo venne attribuito il titolo di “DUCE DEL FASCISMO (Duce è una parola derivante dal

latino dux, che tradotto in lingua italiana significa "condottiero", "guida").

Qualcuno ha affermato che è più corretto parlare “di Stato sottomesso al Partito”. In realtà non fu così perché

la volontà di Mussolini era quella di fare del Partito fascista uno “STRUMENTO DELLO STATO

mantenendolo dipendente di questo”. Mussolini volle sancire l’identificazione dello Stato con il partito.

LA NUOVA LEGGE ELETTORALE: Legge n°1019 del 17/5/1928 : Per garantire al regime una convalida

popolare Mussolini concepì una radicale riforma elettorale che potesse FASCISTIZZARE

completamente la Camera.

La legge cambiò completamente il modo di formazione della Camera adattandolo al clima dittatoriale. Il

nuovo sistema stabiliva che i nomi di 1.000 candidati dovevano essere proposti dai SINDACATI +

ALTRE ASSOCIAZIONI collegate al partito.

Tra i candidati proposti il Gran Consiglio ne sceglieva 400 deputati da sottoporre agli elettori. ,

formando un unico collegio nazionale. Gli elettori dovevano votare “SI o NO” , come per un plebiscito,

confermando o rifiutando i designati..

Nelle elezioni del 24/3/1929 la lista predisposta dal Gran Consiglio venne approvata dall’’ 89,9% degli

aventi diritto al voto. Anche se tale consenso era stato estorto con una serie di pressioni politiche e

psicologiche era indubbio che esso testimoniava l’adesione di vasti strati della popolazione

all’ideologia fascista o per interesse o per opportunismo.

Il successo elettorale permise al nuovo regime di avere una sorta di “sanatoria formale” dei suoi mezzi e di

liquidare definitivamente l’opposizione liberale. Ormai la Camera dei deputati era tutta fascista.

Solo nel SENATO, nonostante le numerose infornate fasciste, rimase la presenza di senatori antifascisti,

ma il suo peso e ruolo era sicuramente più basso della Camera e per questo Mussolini non si preoccupò di

essa.

PATTI LATERANENSI (11/2/1929)Per consolidare ulteriormente le basi del consenso al regime, Mussolini

stipulò la conciliazione con la Chiesa ponendo fine alle ostilità che si erano aperte dopo l’occupazione

di Roma. In questo modo si assicurò il favore della Chiesa e delle masse cattoliche e si poneva fine al

“separatismo del periodo liberale fra Stato e Chiesa ( leggi siccardi).

Inoltre il concordato (o patti) con la Santa Sede riprendevano l’art.1 dello Statuto che dichiarava la

“RELIGIONE CATTOLICA RELIGIONE DI STATO”.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Il 11/2/1929 furono stipulati iPatti lateranensi (presero il nome del palazzo di San Giovanni in Laterano in

cui avvenne) che furono negoziati tra il cardinale Pietro Gasparri per conto della Santa Sede e

Mussolini, capo del Fascismo. Essi stabilirono stabilirono il mutuo riconoscimento tra il Regno d'Italia

e lo Stato della Città del Vaticano. (Il rapporto tra Stato e Chiesa era precedentemente disciplinato dalla

così detta legge delle Guarentigie approvata dal Parlamento italiano il 13/5/1871 dopo la presa di Roma).

Contenuto dei patti: Patti sono costituiti da 2 strumenti diplomatici distinti:

• UN TRATTATO che riconosce l'indipendenza e la sovranità della Santa Sede e che crea lo Stato

della Città del Vaticano (abolendo la legge delle guarentigie); uno degli allegati a questo trattato è una

convenzione finanziaria per ricompensare ( 2 miliardi di lire) la Santa Sede delle perdite subite da dopo

l’unificazione

• UN CONCORDATO che definisce le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa ed il Governo (,

sintetizzate nel motto: «libera Chiesa in libero Stato»).

• l'esenzione, al nuovo Stato denominato «Città del Vaticano», dalle tasse e dai dazi sulle merci importate

• il risarcimento di «750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al

[1]

portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire» per i danni finanziari subiti dallo Stato

pontificio in seguito alla fine del potere temporale.

Attraverso il concordato il Papa acconsentì di sottoporre i candidati vescovi ed arcivescovi al governo italiano per

prima di essere nominati e di proibire al clero di

richiedere ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano

]

prendere parte alla politica . L'unico vescovo che non è obbligato a giurare fedeltà all'Italia è colui che fa le veci del

pontefice nella sua qualità di vescovo di Roma, cioè il cardinale vicario. Questa eccezione alla regola, prevista dal

Concordato, è stata prevista proprio in segno di rispetto all'indipendenza del papa da parte dell'Italia. Il suo vicario

non dev'essere sottoposto al giuramento, perché rappresenta il vescovo effettivo della città di Roma, cioè il papa.

Il governo italiano acconsentì di rendere le sue leggi sul matrimonio ed il divorzio conformi a quelle della

Chiesa cattolica di Roma e di rendere il clero esente dal servizio militare.

I Patti garantirono alla Chiesa il riconoscimento di religione di Stato in Italia, con importanti conseguenze sul

sistema scolastico pubblico, come l'istituzione dell'insegnamento della religione cattolica tuttora esistente

seppure con modalità diverse

Con i Patti , Mussolini sperava di arrivare finalmente all’UNIONE fra STATO e SOCIETA’ CIVILE,

rimuovendo gli ostacoli posti dai cattolici.. Ma in realtà, se è vero che il favore della chiesa servì a

consolidare l’autoritarismo e la dittatura, non bastò comunque per costruire un regime totalitario: perché

l’insegnamento cattolico obbligatorio, la rinuncia dello Stato a regolare il matrimonio e il divorzio non

contribuirono ad integrare nello Stato la vita e le reali esigenze civili del popolo.

SISTEMA CORPORATIVO:attraverso il sistema corporativo si poteva davvero creare l’unione fra Stato fascista e

società civile.

Con tale sistema il regime doveva disciplinare totalmente la VITA ECONOMICA e SOCIALE

dell’Italia eliminando i contrasti di classe attraverso una NUOVA REGOLAMENTAZIONE DEI

RAPPORTI DI LAVORO e sottoponendo al controllo dello Stato ogni attività di produzione e di

scambio in vista di un INTERESSE COLLETTIVO( prevalente rispetto al privato).

Anche questo era uno strumento per arrivare al totalitarismo.. infatti la completa organizzazione delle forze

produttive e il controllo su di esse assicurava allo Stato un egemonia assoluta.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

*** Sistema corporativo è una dottrina politica che vuole la rappresentanza politica in base al ruolo

lavorativo. Deriva il suo nome dalle corporazioni delle Arti e dei Mestieri medievali. Esso fu messo in atto

durante il ventennio fascista e indicava l'insieme dei principi fissati dal regime fascista nella Carta del

Lavoro del 1927, che hanno regolato la vita economica e sindacale per tutto il periodo dittatoriale. Il

corporativismo, incontrò, ben prima della presa del potere, forti opposizioni interne da parte dei grandi

industriali e dei proprietari terrieri che si sentivano minacciati dal Partito Nazionale Fascista.

Contro le insopprimibili esigenze di libertà il

fascismo ritenne di poter ottenere l'armonizzazione delle esigenze del lavoratore e del datore di lavoro,

non sulla base della libertà di ciascuno nella propria sfera, ma con il metodo della coercizione, per cui

tutto deve sottostare all'autorità dello Stato. Così imprenditori e lavoratori erano inquadrati in sindacati

fascisti (gli altri sindacati erano sciolti) i quali ultimi si raggruppavano poi in Confederazioni nazionali.

Nel 1933 diedero origine alle cosiddette Corporazioni, in cui venivano inquadrati gli appartenenti ad

uno stesso ramo di attività economica, ed il cui scopo era di diffondere dall'alto una direttiva sociale,

consona ai programmi politici del governo fascista che miravano alla giustizia sociale. Lo sciopero era

proibito. Sindacati e Confederazioni erano considerati organi statali, con dirigenti di nomina

governativa.

La Camera dei Fasci e delle Corporazioni è un organo consultivo che sostituì la Camera dei Deputati

Italiana dal 1939 al 1943. Venne istituita il 19/1/1939 su proposta del Gran Consiglio del Fascismo e con

approvazione della Camera dei Deputati e del Senato Italiano. Quest'ultimo invece non venne toccato da

questa riforma e rimase sotto l'influenza del Re. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni con il

Governo divideva il potere legislativo. I circa 600 consiglieri che ne facevano parte non erano eletti dal

popolo ma erano i componenti del Consiglio nazionale del PNF (organo istituito con regio decreto del

28/4/1939, all'interno del nuovo statuto del Partito Nazionale Fascista, composto dal segretario, dal

direttorio nazionale, dagli ispettori del PNF e dai segretari federali) e del Consiglio Nazionale delle

Corporazioni. Il loro mandato decadeva quando decadeva la loro posizione all'interno dei due

il fascismo venne immediatamente abolita con Decreto Regio n° 705 il 2 agosto

consigli.Caduto

1943.***

Il sistema corporativo avrebbe dovuto FAVORIRE LA COLLABORAZIONE TRA CAPITALE E

LAVORO, eliminando la lotta di classe tipica dei regimi liberali, ma ciò non fu attuato in modo coerente.

La LEGGE N° 563 del 3/4/1926: introduce le corporazioni. E’ un’altra legge fasistissime che codifica il

DIVIETO DELLO SCIOPERO e della SERRATA(sospensione dell’attività aziendale attuata dai datori

come forma di pressione sui lavoratori o sui pubblici poteri) e che rafforzava la posizione dei padroni a

danno di quella dei lavoratori . infatti i datori avevano più potere contrattuale rispetto ai lavoratori.

Tale legge introdusse una MAGISTRATURA DEL LAVORO per risolvere le controversie sindacali

fungendo da pubblico arbitro e affidava ai sindacati legalmente riconosciuti ( vale a dire quelli fascisti ) la

.

capacità di stipulare contratti collettivi di lavoro validi ERGA OMNES

Il carattere pubblicistico e costituzionale delle Corporazioni (qualificate come organi dello Stato) viene

sancito e ribadito il 21/4/1927 con l’approvazione da parte del Gran Consiglio della CARTA DEL

LAVORO. Essa attribuiva alla corporazione il potere di fungere da organo di collegamento tra le

associazioni sindacali dei lavoratori riconosciute e controllate dallo Stato ( che rappresentava un’intera

categoria e poteva stipulare accordi erga omes) e quelle dei datori di lavoro conformemente all’idea secondo

la quale il prestatore di lavoro veniva come un collaboratore attivo dell’’impresa economica.

Nel “SINDACATO FASCISTA” mancava la caratteristica di essere un organo rappresentativo, in

senso liberale e democratico, degli interessi dei suoi associati. Le corporazioni erano solo uno strumento

utile allo Stato per controllare le attività produttive e non certo per tutelare gli interessi dei lavoratori. Il

sistema corporativo si fondava sulla FORZA COATTIVA DEL POTERE per bloccare le lotte di classi.

Ad esso non interessava mediare tra datori e lavoratori.

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!

Il 2/7/1926 viene istituito il MINISTERO DELLE CORPORAZIONI: che subordinava al potere tutta l’attività

produttiva e l’azione sindacale . e’ la conferma del non interesse a voler mediare fra 2 interessi opposti, ma a

dominare la forza lavoro

Nel 1930 viene istituito IL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE CORPORAZIONI:per coordinare le

rappresentanze professionali . in realtà fu poco funzionale.

Tuttavia , moltissima fu la diffidenza verso il sistema corporativo da parte delle categorie lavorative e ciò

ostacolò il loro effettivo funzionamento nell’apparato dello Stato.

Il 25/3/1934 : il 2° PLEBISCITO del regime: esso serviva per rinnovare la Camera dei deputati. Ancora una volta fu

il successo per il fascismo: il 96,5% dei votanti a favore del fascismo (come logica conseguenza della

mancanza di partiti e di sindacati e della soppressione di qualunque forma di opposizione)

Il risulto fu scontato visto il clima dittatoriale che si era diffuso e la propaganda elettorale, con l’aggiunta di

minacce repressive verso avversari politici antifascisti.

Gli strumenti REPRESSIVI usati dal fascismo erano:

• TRINUNALE SPECIALE per la difesa dello Stato (istituito nel 1926) dapprima temporaneo ma poi

trasformato in un organo definitivo con competenza a giudicare sui delitti politici (per sanzionare i quali

furono irrogate numerose condanne a morte soprattutto nei confronti dei comunisti)

• AUTORITA’ DI POLIZIA( dal 931): investita di folli poteri di prevenzione nei confronti di tutti quei

comportamenti che apparivano contrari e pericolosi per il regime. Le

punizioni tipiche di questa autorità erano l’AMMONIZIONE e il CONFINO (= deportazione dal luogo

di abituale residenza in un luogo sperduto come le isole di USTICA e di PONZA, comunicato con

semplice atto amministrativo anche in assenza di un reato, negando ogni possibilità di difesa per colui che

veniva perseguito).a queste si aggiungevano le punizioni amministrative come la REVOCA DEI

PUBBLICI FUNZIONARI che non fossero stati fedeli al regime, oppure l’ALLONTANAMENTO DEI

PROFESSORI UNIVERSITARI che si rifiutavano di giurare fedeltà al regime.

• IL NUOVO CODICE PENALE ( emanato nel 1930 elaborato dal codice Rocco), prevedeva il reato

d’associazione e di propaganda sovversiva che potevano essere puniti perfino con la PENA DI MORTE

(abolita dal precedente codice ZANARDELLI 1889 aderente ad una visione liberale)

• IL NUOVO CODICE DI PROCEDURA PENALE : abolì le giurie popolari, limitò le guarentigie

della difesa nel processo, mentre aumentò i poteri dell’ACCUSA con una impostazione fortemente

inquisitoria.

La magistratura come organo autonomo avrebbe dovuto essere esente dal processo di fascilizzazione del

sistema. In realtà i giudici costretti ad applicare le norme in modo formale nono potevano impedire

l’applicazione di tutte quelle leggi fasciste dittatoriali. Inoltre essi venivano controllati dal Ministero di

grazia e giustizia che stabiliva le loro prospettive di carriera

GUERRA di ETIOPIA:***Con il termine guerra d'Etiopia o guerra italo-etiopica 1935-1936 (talvolta nota

anche come guerra d'Abissinia= nome storico dell’Etiopia o campagna d'Etiopia) ci si riferisce

ai combattimenti tra le forze italiane ed etiopi durati sette mesi tra il 1935-1936.

Dopo il 1929 l'espansione imperiale divenne uno dei temi favoriti del governo fascista

Il Trattato Italo-Etiope del 1928 (nel periodo del colonialismo italiano in Africa, fine 1800, i confini

fra la Somalia Italiana e l'Etiopia vennero fissati dal Trattato ) non stabiliva con esattezza il confine , ovvero non

indicava espressamente quali località e zone fossero da considerare appartenenti all'Italia od all'Abissinia. Tale

accordo si limitava a stabilire che il confine era da situare a 21 leghe parallele alle coste della regione del Benadir..

Di fatto, ambedue gli stati dimostravano l'intenzione aggressiva di estendere il proprio dominio

Riassunti fatti da ESTER……..VIETATA LA VENDITA!


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia del Diritto Medievale e Moderno, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia Costituzionale d'Italia, Ghisalberti. Contenuti riguardanti la storia della classe dirigente, delle forze politiche, dei partiti, degli organismi sindacali, analisi degli avvenimenti succedutisi dal 1848 ad oggi, prassi della legge a seconda delle forze politiche in campo e delle esigenze reali del Paese.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniel Bre di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sigismondi Francesca.

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