Che materia stai cercando?

Diritto internazionale - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto internazionale per l'esame del professor Marchisio sui seguenti argomenti: l'ordinamento giuridico internazionale, la soggettività internazionale, il diritto dei Trattati, l'adattamento, l’immunità, le controversie internazionali, i mezzi giudiziali.

Esame di Diritto internazionale docente Prof. S. Marchisio

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

sottoposta ad autorizzazione preventiva da parte delle Camere (legge) nei casi indicati dall’art. 80

della Costituzione, per 5 casi.

Art. 80. Le camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali, che sono di natura

politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio dello

Stato, od oneri alle finanze o modificazioni di leggi.

L’Art. 72 Cost. La legge di autorizzazione a ratificare trattati internazionali deve essere approvata

sempre con procedura normale.

Art. 75 Cost. Non è ammesso referendum per le leggi di autorizzazione a ratificare trattati

internazionali.

L’autorizzazione parlamentare non produce alvun obbligo sul Governo che può rimandare anche

sine die il deposito della ratifica.

Nella prassi italiana, l’autorizzazione viene richiesta dal Governo al Parlamento solo per la ratifica

o l’adesione e non per la denuncia o il recesso dal trattato.

ACCORDI IN FORMA SEMPLIFICATA

Il potere di concludere accordi informa semplificata spetta invece al Governo per effetto secondo

alcuni, di una delega implicita da parte del Presidente della Repubblica.

4. PUBBLICAZIONE O REGISTRAZIONE

Da molti non indicata come una vera e propria fase della formazione del trattato.

Nel D.I. la pubblicazione prescinde del tutto dall’entrata in vigore (completamente differente dal

Diritto interno che è un evento che da efficacia all’atto per la sua entrata in vigore).

La pubblicazione (o registrazione) è un atto del tutto autonomo serve unicamente ad uno Stato per

poter opporre l’accordo ad altri Stati che non vi hanno partecipato. Serve per risolvere una

eventuale controversia.

5. ENTRATA IN VIGORE

L’accordo ratificato non è ancora in vigore (errore da evitare).

La ratifica essendo un atto del singolo Stato può avvenire in tempi profondamente diversi, essendo

sottoposta ad un procedimento interno proprio di ogni Stato.

E’ il trattato stesso che indica quante ratifiche sono necessarie affinché il trattato entri in vigore, è la

c.d. condizione sospensiva. Condizione al verificarsi della quale, l’accordo entra in vigore.

Modalità e tempi per l’entrata in vigore dei trattati sono molto vari e sono generalmente stabiliti

nelle disposizioni finali del trattato. Generalmente il trattato indica quali strumenti di ratifica o

anche di adesione sono necessari e quanto tempo deve decorrere per l’entrata in vigore.

Gli Stati possono stabilire che un trattato o parte delle sue disposizioni si applichino in via

provvisoria prima dell’entrata in vigore. 21 di 62

LE RISERVE

Attiene alla fase di formazione di volontà.

Atto attraverso il quale uno o più Stati autonomamente dichiara di volere limitare l’applicazione di

alcune norme di un trattato nei propri confronti.

Si può dire che la Riserva abbia due funzioni, una individuale, una sociale:

Funzione Individuale: attraverso la riserva, gli Stati cercano in qualche modo di non vedere

applicato nei propri confronti tutto il trattato integralmente, ma tutto meno una determinata norma o

gruppo di norme.

Funzione Sociale: La Riserva ha la funzione di estendere il più possibile la partecipazione degli

Stati ai Trattati, dando la possibilità anche agli Stati dubbiosi su alcuni punti di poter partecipare al

Trattato.

Limiti all’apposizione delle Riserve.

Accordi Bilaterali. Le riserve riguardano esclusivamente gli accordi multilaterali, le Riserve non

possono essere applicate, agli accordi bilaterali. In quanto mancherebbe la formazione della

volontà.

Per evitare il caos che un’applicazione esagerata delle riserve creerebbe, La Convenzione di Vienna

e ancora prima il diritto consuetudinario, pone dei limiti alla possibilità di apporre riserve.

La Convenzione di Vienna pone tre tipi di limiti:

1. Divieto espresso nel trattato : gli Stati sono liberi di apporre al trattato il limite secondo il quale

Le riserve non possono essere apposte al trattato stesso. Tale divieto può essere generale, in tal

caso è un divieto assoluto di “riservare”, oppure particolare, nel senso che il divieto riguarda il

limite all’apposizione di alcune riserve legate ad alcune norme dell’accordo;

2. Divieto espresso di alcune norme indicate nel trattato (art. 19): è diametralmente opposto al

precedente. In questo caso, nel trattato vengono specificate le norme che possono essere oggetto

di riserva, è fatto divieto quindi di riservare qualsiasi altra parte;

3. Divieto di apposizione di riserve contrarie all’oggetto o allo scopo del trattato (art. 19 c). E’ un

limite generale, astratto. E’ il più importante. L’accordo non prevede alcuna norma che limiti o

disciplini il potere di riserva. In questo caso saremmo portati a ritenere che il potere di riserva è

illimitato (dando origine al problema del caos).

Limiti di natura temporale.

La riserva è esercitatile normalmente fino alla fine dei negoziati (fino alla firma dell’accordo); in

via eccezionale fino alla ratifica, in quanto la ratifica è l’atto attraverso il quale lo Stato si assume

solennemente l’obbligo di rispettare l’accordo sul paino internazionale. Quindi, fino a questo

momento, lo Stato viene considerato libero di apporre riserve. 22 di 62

Procedimento per l’apposizione di riserve.

Il procedimento per l’apposizione di riserve interviene normalmente durante la fine dei negoziati,

oppure tra la fase della firma e la fase della ratifica.

Lo Stato notifica (mezzo di conoscenza degli atti, strumento attraverso il quale un soggetto rende

nota una volontà particolare, attraverso la notifica si ha la sicurezza da un punto di vista legale che

la volontà e venuta a conoscenza del soggetto destinatario) la riserva a tutti gli altri partecipanti

all’accordo.

Al potere di riserva non corrisponde automaticamente un’accettazione, gli altri Stati contraenti

hanno normalmente 12 mesi di tempo per fare obiezione, i quali possono opporsi.

Se l’opposizione è molto forte e radicata, si possono creare tre situazioni:

- lo Stato che ha posto la Riserva la ritira;

- lo Stato lega l’accettazione e la partecipazione all’accordo condizionadola all’apposizione e

accettazione della riserva;

- si riaprono i negoziati, se c’è un margine di trattativa per trovare un punto di incontro senza

mettere in discussione tutto l’accordo.

Può anche accadere che l’accordo entri in vigore a regime differenziato. Ad esempio se alcuni Stai

accettano la riserva ed altri la obiettano, nei rapporti bilaterali l’accordo entra in vigore in modo

diverso. C’è un regime differenziato proprio per favorire l’entrata in vigore dell’accordo favorendo

la massima flessibilità. 23 di 62

L’Interpretazione degli Accordi Internazionali.

Per poter parlare di interpretazione, si deve parlare di un accordo entrato in vigore. LGi operatori

interni (Giudici, Funzionari del Ministero degli Interni, etc. etc.) devono dare il giusto significato

all’accordo.

Il canone generale che troviamo disseminato su tutta la Convenzione di Vienna è quello della

buona fede.

art. 26. Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fede. E’ la

codificazione del principio “Pacta sunt servanda”. In buona fede significa che non solo ci si deve

attenere all’accordo, ma si deve fare senza nuocere agli altri.

Questa regola apre al problema dell’interpretazione dell’accordo stesso, in quanto lo Stato può

tendere ad interpretarlo nel modo che ritiene più conveniente per se stesso e che potrebbe divenire

oneroso per gli altri.

Si può creare quindi un conflitto di interessi, che viene risolto dalla Convenzione di Vienna

attraverso delle regole generali di interpretazione valide per tutti (Artt. 31-32-33)

art 31.1.

Un trattato deve essere interpretato in buona fede seguendo il senso ordinario da attribuire ai

termini del trattato nel loro contesto e alla luce del suo oggetto e del suo scopo.

“Un trattato deve essere interpretato in buona fede..” Significa che nel momento in cui lo Stato va

ad interpretare l’accordo deve porsi non in maniera ostile ma di disponibilità e lealtà. Ma non è

sufficiente, quindi l’art. 31.1 offre un maggiore dettaglio: “..seguendo il senso ordinario da

attribuire ai termini del trattato nel loro contesto e alla luce del suo oggetto e del suo scopo”. E’ il

canone di interpretazione letterale, a supporto del principio della buona fede, il significa letterale

del testo deve essere lo Stesso per ciascuno Stato.

E’ un canone di interpretazione oggettivo, che viene a sua volta supportato da altri due elementi:

- il contesto, le parole contenute nel testo vanno interpretate inserendole all’interno del contesto

generale per superare eventualmente anche la distanza del significato della parola attribuito

dal singolo Stato;

- l’oggetto e lo scopo, si deve far riferimento all’obiettivo e al risultato del Trattato stesso. Il

Trattato è nato per produrre determinati effetti, quindi il risultato dell’interpretazione deve

tenere conto dell’obiettivo per il quale il Trattato è nato. 24 di 62

Art 31.2

Ai fini dell'interpretazione di un trattato, il contesto comprende, oltre al testo, il preambolo e gli

allegati ivi compresi:

a. ogni accordo in rapporto col trattato e che è stato concluso fra tutte le parti in occasione

della conclusione del trattato;

b. ogni strumento posto in essere da una o più parti in occasione della conclusione del trattato

e accettato dalle parti come strumento in connessione col trattato.

Art 31.3

Si terrà conto, oltre che del contesto:

a. di ogni accordo ulteriore intervenuto fra le parti in materia di interpretazione del trattato o

della applicazione delle sue disposizioni;

b. di qualsiasi prassi successivamente seguita nell'applicazione del trattato attraverso la quale

si sia formato un accordo delle parti in materia di interpretazione del medesimo;

c. di qualsiasi regola pertinente di diritto internazionale applicabile nei rapporti fra le parti.

Il 31.2 e 31.3 Entrano nello specifico di cosa contiene il contesto. Riguardano sostanzialmente la

distinzione tra mezzi primari e mezzi complementari di interpretazione.

Mezzi primari, riguardano le parti dell’accordo che vanno prese in considerazione, sulle quali si

applicano i criteri di cui al 31.1 in particolare, il preambolo, che comprende anche gli allegati fino

all’ultimo articolo.

Mezzi complementari, invece riguardano i c.d. lavori preparatori. Quando non si è riusciti a stabilire

attraverso le fasi precedenti di interpretazione, quella letterale in primis, si potrà far riferimento a

quali fossero le volontà delle parti nel momento in cui l’accordo è stato scritto. Molto spesso viene

sostituito dalla c.d. interpretazione autentica.

E’l’interpretazione che proviene dallo stesso organo che ha emanato l’atto. In pratica è il caso del

legislatore che fa una legge che mira a chiarire il contenuto di una legge che risulta poco chiara. Nel

caso del diritto internazionale, ovviamente, difficilmente l’interpretazione autentica viene dalle

stesse parti, in quanto chi fa la norma è lo stesso soggetto che la esegue, sarà quindi difficile che

coloro che sono i conflitto possano risolverlo autonomamente. Si risolve questo problema

attribuendo ad un organo, normalmente a carattere giudiziario (una Corte), la funzione di

interpretare autenticamente il testo della convenzione.

Così in tutti i casi in cui ci sia u contrasto che opponga le parti di quel accordo, interverrà a

risolvere la controversia, ma una pronuncia da parte dell’organo creato a questo scopo.

Art. 33 Interpretazione dei trattati autenticati in due o più lingue

1. Quando un trattato è stato autenticato in due o più lingue, il suo testo fa fede in ciascuna di

queste lingue, a meno che il trattato non disponga o che le parti non convengano che in caso di

divergenza prevalga un testo determinato. 25 di 62

2. Una versione del trattato in una lingua diversa da una di quelle in cui il testo è stato autenticato

sarà considerata come testo autentico solo se il trattato lo prevede o se le parti si sono accordate in

tal senso.

3. Si presume che i termini di un trattato abbiano lo stesso significato nei diversi testi autentici.

4. Salvo il caso in cui un testo determinato sia destinato a prevalere ai sensi del paragrafo 1,

quando il raffronto dei testi autentici fa apparire una differenza di senso che l'applicazione degli

articoli 31 e 32 non permette di eliminare, si adotterà il senso che, tenuto conto dell'oggetto e del

scopo del trattato, permette di meglio conciliare i testi in questione.

Le regole sono quindi molto semplici. Di solito il testo di un accordo viene normalmente stipulato

in una lingua scelta, poi si fanno le traduzioni ufficiali. Altrettanto frequentemente, si può stipulare

in più lingue, in tal caso ogni lingua che viene dichiarata ufficiale ha lo stesso valore giuridico.

Nel caso in cui sorgano controversie tra testi dichiarati ufficiali, queste verranno risolte seguendo le

regole di cui all’articolo 31.

Se il contrasto sorge invece tra una versione ufficiale e una non facente fede, prevale la versione

ufficiale (testo dichiarato ufficiale). 26 di 62

Cause di Invalidità. artt. 46 e ss.

Ci sono situazioni in cui un accordo può essere dichiarato invalido. In tal caso, normalmente,

l’accordo viene espunto e quindi eliminato dall’ordinamento.

Si parla di invalidità in senso generale, intendendo una categoria che comprende (semplificando i

concetti espressi sui manuali):

- annullabilità o invalidità relativa;

- nullità o invalidità assoluta

Annullabilità può essere invocata solo dal soggetto coinvolto. La maggior parte delle cause di

invalidità degli accordi internazionali sono cause dia annullabilità. E’ il soggetto coinvolto che deve

invocare l’annullabilità, nel caso in cui si astenesse, l’accordo rimarrebbe valido.

Nel caso di nullità, può essere invocata da qualsiasi soggetto che ha ratificato l’accordo, anche se

c’è chi sostiene che può impugnarla anche un soggetto esterno all’accordo.

La differenza sostanziale sta nel fatto che la annullabilità o invalidità relativa, opera solamente

dietro l’intervento del soggetto che ha causato questa ipotesi; mentre la nullità opera nei confronti di

tutti i soggetti.

Vediamo quali sono le cause di invalidità. Abbiamo due casi fondamentali:

- art 46, mancanza di poteri assoluta

- art 47 mancanza di pieni poteri (eccesso di potere)

art. 46 Disposizioni del diritto interno riguardanti la competenza a concludere trattati

1. Il fatto che il consenso di uno Stato a vincolarsi a un trattato sia stato espresso in violazione di

una disposizione del suo diritto interno riguardante la competenza a concludere trattati non

può essere invocato dallo Stato in questione come viziante il suo consenso, a meno che questa

violazione non sia stata manifesta e non riguardi una norma del suo diritto interno di im-

portanza fondamentale.

2. Una violazione è manifesta se essa è obiettivamente evidente per qualsiasi Stato che si comporti

in materia secondo la pratica abituale e in buona fede.

Quindi, dal comma 1 vediamo che l’Invalidità derivante dalla mancanza assoluta di pieni poteri del

soggetto che stipula l’accordo non è causa di invalidità a meno che le altre parti contraenti non

fossero in grado di riconoscere che il soggetto non aveva la competenza a concludere.

Articolo 47 Specifica restrizione del potere di esprimere il consenso di uno Stato

Se il potere di un rappresentante di esprimere il consenso di uno Stato a vincolarsi a un

determinato trattato ha formato oggetto di una specifica restrizione, il fatto che il rappresentante in

questione non ne abbia tenuto conto non può essere invocato come viziante il consenso che egli ha

espresso, a meno che la restrizione non sia stata notificata, prima che il consenso sia stato

espresso, agli altri Stati che hanno partecipato alla negoziazione. 27 di 62

Nel caso di eccesso di potere da parte del rappresentante lo Stato, questo ultimo non può chiedere

l’annullamento dell’accordo quando ha contribuito in qualche modo a generare confusione e quando

ha deciso a posteriori di sanare il comportamento del proprio delegato.

Gli altri Atti di invalidità.

Art. 48 Errore

1. Uno Stato può invocare un errore in un trattato come vizio del suo consenso a vincolarsi a quel

trattato se l'errore riguarda un fatto o una situazione che quello Stato supponeva esistente al

momento in cui il trattato è stato concluso e che costituiva una base essenziale del consenso di

quello Stato a vincolarsi al trattato.

2. Il paragrafo 1 non si applica quando lo Stato in questione ha contribuito a quel errore con il

suo comportamento o quando le circostanze erano tali che esso doveva rendersi conto della

possibilià di un errore.

3. Un errore che riguardi soltanto la formulazione del testo di un trattato non incide sulla sua

validità; in questo caso, si applica l'articolo 79.

L’errore è uno sbaglio da parte di uno stato che cade sulla formazione della volontà. Si forma una

volontà sbagliata. Non è un errore correggibile in quanto non è un errore formale (es. testo errato).

L’errore è invocabile a meno che lo Stato non abbia contribuito con il suo comportamento

negligente o imprudente a formare quella volontà sbagliata. Deve essere un errore c.d. “scusabile”,

ossia in buona fede.

art. 49 Dolo

Se uno Stato è stato indotto a concludere un trattato dal comportamento fraudolento di un altro

Stato che ha partecipato al negoziato, può invocare il dolo come vizio del suo consenso a vincolarsi

al trattato.

Il dolo è un errore, soltanto, invece di essere auto-prodotto, è indotto da parte di qualcun altro. In tal

caso si può chiedere l’annullamento dell’accordo. Lo Stato no ndeve avere avuto un atteggiamento

da favorire tale situazione.

art. 50 Corruzione del rappresentante di uno Stato

Se l'espressione del consenso di uno Stato a vincolarsi a un trattato è stata ottenuta ricorrendo alla

corruzione del suo rappresentante attraverso l'azione diretta o indiretta di un altro Stato che ha

partecipato al negoziato, lo Stato può invocare tale corruzione come vizio del suo consenso a

vincolarsi al trattato

Art. 51 Violenza esercitata sul rappresentante di uno Stato

L'espressione del consenso di uno Stato a vincolarsi a un trattato che sia stata ottenuta attraverso

la violenza esercitata sul suo rappresentante per mezzo di atti o di minacce diretti contro di lui, è

priva di qualsiasi effetto giuridico.

La Violenza si verifica quando uno Stato esercita pressioni attraverso l’uso della forza (solo questo

tipo di pressioni) per costringerlo a concludere l’accordo. Tali pressioni possono essere esercitate su

un suo rappresentante oppure sullo Stato nel suo complesso. Situazioni quali la pressione

economica, ad esempio, non sono considerate ipotesi di violenza e quindi di invalidità. E’ un

28 di 62

invalidità di tipo assoluto, in quanto non è sanabile, agisce all’origine, colpendo la volontà ancor

prima della sua formazione. E’ soprattutto una azione contraria ad una norma imperativa, che vieta

l’uso della forza. La nullità di questo tipo può essere invocata sia dallo Stato che ha subito la

minaccia ma anche da parte di tutti gli altri.

art. 52 Violenza esercitata su uno Stato con la minaccia o l'impiego della forza

E’ nullo ogni trattato la cui conclusione sia stata ottenuta con la minaccia o l'impiego della forza in

violazione dei principi di diritto internazionale incorporati nella Carta delle Nazioni Unite.

Art. 53 Trattati in conflitto con una norma imperativa del diritto internazionale generale (ius

cogens)

E’ nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, è in conflitto con una norma

imperativa del diritto internazionale generale. Ai fini della presente Convenzione, una norma

imperativa del diritto internazionale generale è una norma accettata e riconosciuta dalla comunità

internazionale degli Stati nel suo complesso come norma alla quale non è consentita alcuna deroga

e che può essere modificata soltanto da un'altra norma del diritto internazionale generale avente lo

stesso carattere.

Il caso di nullità assoluta più importante è proprio la violazione di norme “ius Cogens”. In tutti i

casi in cui un accordo è contrario alle norme di questo tipo, questo accordo sarà nullo, quindi

invalido assolutamente.

Finito 4.

Cause di estinzione e di sospensione dei trattati

Le cause di estinzione e di sospensione dei trattati, a differenza delle cause di invalidià, opernao in

un momento successivo alla stipulazione, al verificarsi di una situazione che impedisce che un

trattato, pur perfettamente valido, continui a produrre i suoi effetti tra tutte le parti contraenti o solo

per alcune di esse.

Le cause di invalidità operano quindi ex-tunc, fin dall’origine; le cause di estinzione, ex-nunc.

Quindi, mentre le cause di invalidità operano all’origine, quindi impediscono all’accordo di

produrre effetti, le cause di estinzione intervengono a valle, cioè operano come fattispecie, al

verificarsi delle quali, un accordo cessa di esistere. Fino a quel momento aveva prodotto gli effetti.

Questo può avvenire:

- per manifestazione di volontà degli Stati volta a porre termine o a sospendere il Trattato (artt. 54

-59);

- per inadempimento di una o più parti (art. 60);

- per impossibilità sopravvenuta (art. 61);

- per mutamento fondamentale delle circostanze (art. 62);

- Sopravvenienza di una nuova norma di Ius Cogens (art 64).

L’estinzione di un Trattato, salva diversa pattuizione delle parti, le libera dall’obbligo di continuare

ad applicare il Trattato e non pregiudica i diritti e/o obblighi né altre situazioni giuridiche sorte tra

29 di 62

le parti nel periodo di applicazione del trattato, a meno che, l’estinzione non arrivi per la formazione

di una nuova norma di Ius Cogens, in tal caso i diritti o gli obblighi acquisiti non devono essere in

contrasto con questa.

La sospensione può essere l’anticamera dell’estinzione di un accordo internazionale, ossia, gli

effetti dell’accordo vengono sospesi in attesa che pervenga una decisione all’estinzione.

Tralasciamo le cause di sospensione e la loro procedura, ricordiamo che la sospensione è uguale

all’estinzione nel caso di impossibilità temporanea, quando l’impossibilità è definitiva, avviene

l’estinzione.

Si distinguono due grandi gruppi di cause di estinzione di un accordo:

1. Estinzione volontaria: cause dipendenti dalla volontà delle parti;

2. Cause non dipendenti dalla volontà delle parti.

1. Estinzione volontaria, può avvenire in vari modi:

ACCORDO NOVATIVO. Un trattato può estinguersi anche per la stipulazione da parte di tutti

gli Stati contraenti di un nuovo trattato sulla stessa materia qualora risulti implicitamente che

proprio questa fosse la loro volontà o qualora sia impossibile applicare contemporaneamente le

disposizione dei due trattati che sono esplicitamente incompatibili. In pratica, le parti fanno un

altro accordo che ha per oggetto la cessazione degli effetti del precedente oppure una disciplina

nuova del precedente. L’importante è che siano le medesime parti alla partecipazione

dell’accordo, altrimenti non c’è effetto novativo. In questo senso l’accordo.

L’accordo novativo non va confuso con la procedura di EMENDAMENTO. Con

l’emendamento, è il trattato originario che viene modificato. In tal caso, è lo stesso trattato che

può indicare le procedure e le modalità di emendamento. Qualora così non fosse, interviene la

Convenzione di Vienna la quale afferma che nel silenzio del trattato, la proposta di modifica sia

notificata a tutti gli Stati contraenti che hanno diritto di partecipare alla decisione. Uno Stato che

divenga parte del Trattato dopo l’entrata in vigore dell’emendamento, accetta il Trattato

emendato, salvo dichiarazione contraria (art. 40.5).

Differenza tra accordo novativo e Emendamento: L’accordo novativo cessa il precedente ed

instaura un nuovo regime; l’emendamento ha un collegamento con il vecchio accordo. Quindi,

le due procedure sono identiche, soltanto che con la prima si chiude il precedente accordo e se

ne apre uno nuovo, l’emendamento ha invece la caratteristica di modificare l’accordo, quindi

lasciando in piedi quello vecchio, o una restante parte di esso. L’accordo originario non cessa

mai di esistere, si parla di accordo emendato.

Denuncia e Recesso. Si usa la parola recesso quando l’accordo riguarda l’istituzione di un

accordo internazionale. Qualora un trattato contenga disposizione specifiche relative

all’estinzione per denuncia o recesso, questa potrà avvenire secondo la procedura eventualmente

ivi prevista o, in mancanza, con il consenso di tutte le parti. Nel silenzio del trattato, si ritiene

che denuncia e recesso non siano ammessi salvo che risulti che le parti intendevano ammetterli

oppure il diritto di denuncia o recesso possa essere dedotto dalla natura del contratto. In tal caso

la Convenzione di Vienna dispone che la dichiarazione prenda effetto dopo dodici mesi (art.

56). Ci sono dei Trattati che per loro natura non possono essere oggetto di denuncia e recesso,

30 di 62

normalmente per quei trattati aventi per oggetto la protezione dei Diritti dell’Uomo, come ad

esempio il Patto sui diritti civili e politici del 1966 non può essere estinto né denunciato dalle

parti perché non ha carattere temporaneo.

Termine finale L’accordo cessa di produrre effetti in quanto è stato previsto un articolo che

afferma la cessazione degli effetti ad una determinata data.

Condizione risolutiva. Avvenimento futuro e incerto da cui dipende la cessazione degli effetti

di un accordo.

2. Cause di estinzione non dipendenti dalla volontà delle parti

Inadempimento. La violazione di una norma contenuta in un trattato da parte di uno Stato

legittima gli altri contraenti a porre temine al trattato o a sospendere l’adempimento dei propri

obblighi nei confronti del primo. E’ molto facile da applicare negli accordi bilaterali, ma in caso

di accordi multilaterali, lasciando liberi gli Stati di predisporre qualsiasi diversa disciplina nel

testo del trattato stesso. La violazione deve avere carattere “sostanziale”, non si tratterà quindi

solo della violazione di disposizioni fondamentali connesse agli scopi del trattato, ma di

disposizioni considerate da una parte come essenziali nell’applicazione del trattato.

Impossibilità sopravvenuta. Si tratta di una regola consuetudinaria. La Convenzione di Vienna

prevede la possibilità di chiedere l’estinzione quando avviene la scomparsa o la distruzione

definitiva di un oggetto indispensabile all’esecuzione del trattato. Può essere:

totale, nel caso in cui l’impossibilità è definitiva, si può chiedere l’estinzione del

o trattato;

parziale:, nel caso in cui l’impossibilità è solo temporanea, si giustifica la richiesta di

o sospensione dell’applicazione del trattato.

Mutamento fondamentale delle circostanze. L’art. 62 codifica il principio di diritto generale

“rebus sic stantibus” (“stando così le cose”), considerando quale causa di estinzione o

sospensione del trattato il mutamento fondamentale delle circostanze, purché queste abbiano

costituito la base essenziale dl consenso delle parti a vincolarsi al trattato e il mutamento ne

trasformi radicalmente la portata.

Sopravvenienza di una nuova norma di Ius Cogens. Art. 64. Può costituire una causa di

estinzione del trattato, come visto sopra. L’accordo è valido fino al sopravvenire della norma di

Ius Cogens, dopo di ché è nullo.

Scomparsa dei soggetti. In un accodo bilaterale, viene a mancare uno dei due Stati soggetti

dell’accordo. In realtà non avviene sempre la cessazione degli effetti, dipende da cosa accade

alla scomparsa dello Stato. Si apre la questione della successione degli Stati.

Successione degli Stati nei Trattati.

Lo Stato si forma, si può dividere, si può smembrare, si può unire (fusione)… Tutto ciò ha una

conseguenza diretta sugli effetti degli Accordi.

La Convenzione di Vienna del 1969 non si è occupata di questioni che sorgono in relazione a un

trattato in seguito ad una successione di Stati, a queste problematiche è dedicata un’apposita

convenzione, la Convenzione di Vienna del 1978, entrata in vigore 20 anni dopo tra pochi Stati tra

i quali non c’è l’Italia. 31 di 62

Le questioni che sorgono nei casi di successione tra Stati vengono prevalentemente regolate

mediante accordi.

La prassi internazionale dimostra l’esistenza di due diversi principi in tema di successione tra

Stati:

In caso di formazione di nuovo Stato, si applica la regola della Tabula Rasa. Secondo la quale lo

Stato successore è libero da qualsiasi vincolo derivante da trattati stipulati dallo Stato predecessore

in relazione al suo territorio. La continuità nel rispetto di vincoli e obblighi è dunque la

conseguenza di manifestazioni di volontà ad-hoc e di accordi da parte degli Stati interessati.

In caso di distacco e di incorporazione (non di nuovo Stato), si applica la regola della mobilità

delle frontiere dei trattati, secondo la quale, gli accordi in vigore per lo Stato incorporato si

applicano all’interno dei nuovi e più ambi confini, mentre per lo Stato che vede ridursi il suo

territorio, vedrà anche ridursi l’ambito di applicazione dei trattati.

Qualora la parte di territorio distaccata diventi un nuovo Stato, si applica nuovamente la regola della

tabula rasa.

Eccezioni alle regole di successione.

- Trattati c.d. localizzabili, riguardano porzioni particolari di territorio, come ad esempio le basi

militari. Questi istituiscono regimi territoriali specifici considerati connessi con i territori in

questione e continuano a vincolare lo Stato che succede nell’esercizio della Sovranità su quel

dato territorio;

- Trattati in materia di diritti dell’uomo, dei quali si richiede il rispetto da parte dello Stato

successore indipendentemente dagli eventi che hanno portato all’avvicendamento nella

sovranità del territorio. 32 di 62

L’ Adattamento

Argomento cardine: l’adattamento del diritto interno al diritto internazionale.

Definizione: Procedimento giuridico attraverso il quale le norme prodotte da altri ordinamenti

giuridici, vengono recepite ed acquistano efficacia all’interno di un altro ordinamento.

L’adattamento trova origine nell’idea che gli ordinamenti giuridici siano ordinamenti diversi e

separati tra loro. Occorre quindi riportare i termini di dibattito tra dottrina dualista e monista.

Dottrina dualista. Il diritto interno e il diritto internazionale costituiscono due ordinamenti

giuridici originari ed autonomi, separati e distinti. Tale conclusione viene giustificata in

considerazione della diversa volontà dello Stato e della comunità internazionale.

Dottrina monista. Secondo la quale il diritto interno dei singoli Stati e il diritto internazionale

devono essere riportati ad un sistema unitario di norme. I diritti dei singoli Stati, vengono visti

come “parti” di un unico sistema giuridico. In tal caso non c’è alcun bisogno di procedure di

adattamento.

L’Italia, ha aderito all’impostazione dualista, di conseguenza vede la creazione di una procedura di

adozione. La Corte Costituzionale ragiona ancora di “ordinamenti separati e distinti, seppur

coordinati”. In tale prospettiva, l’adattamento è inteso come procedimento volto a rendere

applicabile la norma internazionale all’interno dell’ordinamento italiano.

Seguendo tale impostazione l’adattamento costituisce condizione necessaria di efficacia

nell’ordinamento interno della disciplina concordata in ambito internazionale.

L’adesione al principio dualista è di fatto una difesa della perdita di sovranità interna.

Avremo procedimenti di adattamento diversi a seconda di norme consuetudinarie (primo grado),

pattizie (secondo grado), e per quelle di terzo grado.

Per tutti e tre i casi esiste la possibilità di adattare l’ordinamento interno a quello

internazionale attraverso due procedimenti:

Procedimento Ordinario. Consiste nel riprodurre le norme internazionali con legge o altro “atto”

dotato di forza normativa adeguata, riformulandole direttamente e materialmente

nell’ordinamento nazionale mediante norme ad – ho. La fonte dell’obbligo non è più la norma

internazionale, ma la legge interna. Nel procedimento ordinario, dunque, le norme contenute

nell’accordo internazionale vengono riformulate e subiscono una vera e propria trasformazione in

norme nazionali. Non è un’operazione meramente interpretativa.

Procedimento Speciale. Consiste n nel disporre un rinvio a norme internazionali, ordinando la

loro osservanza. Non viene riformulata materialmente e direttamente la norma all’interno

dell’ordinamento, ma appare solo un rinvio alla norma di diritto internazionale. 33 di 62

E’ evidente che nel caso di procedimento ordinario, la norma internazionale e quella interna che la

riproduce, vivono di vita propria e prendono due strade separate e distinte. La successiva modifica

della norma internazionale, non si riproduce automaticamente internamente.

Nel caso di procedimento speciale, invece, essendo solo un rinvio, la modifica successiva

all’accordo internazionale, produce automatici effetti nell’ordinamento interno.

Stesse considerazioni in caso di interpretazione. La legge interna subirà, in caso di procedimento

ordinario, un processo di interpretazione completamente diverso, secondo regole interne. Questo

può generare una serie di conflitti.

Il procedimento più utilizzato è certamente quello speciale, esiste però una categoria di casi che non

lo permette, rendendo obbligatorio il procedimento ordinario. E’ quella delle norme non self-

executing.

Norme non self-executing.

Il ricorso alla procedimento ordinario costituisce una scelta obbligata per il legislatore in quanto le

norme internazionali non sono self-executing, non dettano cioè una disciplina del tutto completa ed

autosufficiente, e sono prive di quella compiutezza normativa necessaria affinché sia possibile una

loro applicazione immediata. E’ la stessa differenza che c’è nel D. Pubblico tra norme

programmatiche e norme precettive. La norma programmatica ha un enunciato talmente generico al

punto da richiedere un intervento da parte dell’interprete di completamento della norma. Si va

quindi a riempire di contenuto la norma.

Adattamento alle Norme consuetudinarie.

Per Ciò che riguarda le norme di natura consuetudinaria, si applica il procedimento speciale che si

evince nella norma della Costituzione art. 10.1:

“l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente

riconosciute”.

Tale disposizione costituisce l’unica norma di adattamento di portata generale prevista nel nostro

ordinamento.

Significa che nel momento in cui la norma di diritto internazionale si forma, entra automaticamente

a far parte dell’ordinamento italiano.

L’art. 10.1 costituisce l’unica norma di adattamento di portata generale prevista nel nostro

ordinamento, infatti l’art. 117 primo comma Cost. non è una norma di adattamento bensì una norma

sulla produzione giuridica “interna”.

E’ un rinvio immediato, è una valvola che si apre e si chiude automaticamente. Per questo motivo il

10.1 viene anche chiamato “trasformatore Permanente”.

Ai sensi dell’art. 10.1 Cost., le regole del diritto internazionale generale sono recepite

automaticamente dall’ordinamento interno e, come tali, hanno immediata applicazione. 34 di 62

Perché la norma consuetudinaria è soggetta al procedimento speciale ? Perché, sarebbe molto

difficile riformularla attraverso un procedimento di adattamento.

La Corte Costituzionale ha espressamente detto che l’art 10.1 istituisce un procedimento di

adattamento automatico alle norme di diritto internazionale generale che non si estende alle norme

di diritto pattizie.

L’adattamento automatico di cui al 10.1 presenta le seguenti caratteristiche:

completo, in quanto la norma viene recepita tale e quale e qualsiasi modifica alla norma originaria

viene automaticamente recepita dall’ordinamento interno, sempre senza alcun intervento da parte

del legislatore;

pieno, perché non ci sono parti della norma che vengono escluse o non recepite;

effettivo, in quanto le norme automaticamente recepite possono essere immediatamente fatte

valere.

Teoria dei Contro Limiti

L’art. 10 primo comma è definito fonte sulla produzione, in quanto estende il novero delle

disposizioni costituzionali a tutte le disposizioni provenienti dal diritto internazionale generale. Nel

momento in cui applichiamo il 10.1, stiamo dicendo che la nostra Costituzione contiene oltre ai suoi

articoli nativi anche tutte le norme di diritto internazionale generale.

Qui si è posto un problema per gli interpreti:

“se l’art. 10.1 ha questa funzione, non è che le norme consuetudinarie acquistano efficacia

costituzionale nel nostro diritto ?”

La giurisprudenza per evitare questo problema si è inventata la “Teoria dei controlimiti”. Creata per

evitare che il 10.1 metta in crisi tutto l’impianto costituzionale italiano.

La teoria dei controlimiti, in pratica afferma che nel momento in cui le norme di diritto

internazionale generale entrano nel nostro ordinamento Vi entrano con una forza quasi pari a

quella della costituzione. “Quasi” perché deve essere salvaguardato comunque quel nucleo di

norme costituzionali che sono immodificabili e inderogabili, per cui, anche se dovesse subentrare

una norma di diritto internazionale generale in contrasto, queste non cedono.

Nella realtà, tale ipotesi non si è mai effettivamente realizzata, in quanto, nel momento in cui si è

acceso il dubbio su un contrasto tra Costituzione interna e Dir. Internazionale Generale, tale

contrasto si è cercato di risolverlo in via interpretativa.

Quindi, nessun pericolo di abrogazione tacita, ma pericolo (questo voluto) di limitazione della

sovranità interna, art. 11 Cost.:

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di

risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati,

alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le

Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. 35 di 62

L’art. 11, ammette espressamente che da ordinamenti esterni possano essere introdotte limitazioni

di sovranità (norme che comprimono la sovranità del nostro Stato), in tutti quei casi in cui lo scopo

sia quello di perseguire la pace tra le Nazioni.

L’art. 11 non è fonte di adattamento automatico, occorre che lo Stato lo faccia espressamente.

Occorrono quindi due cose, da un lato la norma internazionale, dall’altro un atto esecutivo che

renda operativa quella norma.

Ricapitoliamo.

L’adattamento alle norme consuetudinarie passa per l’art 10.1. Apre una finestra nell’ordinamento

consentendo che tutte le norme internazionali generali entrino.

L’art 10.1 non pone problemi di abrogazione tacita alle norme Costituzionali, neanche quando le

norme che vengono introdotte siano norme di Ius Cogens (le più alte) .

L’art 11 completa il discorso dicendo che quando il legislatore lo ritiene opportuno (a discrezione),

è possibile accettare limitazioni di sovranità proprio per far si che l’Italia entri a far parte di

Organizzazioni Internazionali più importanti.

Adattamento ai trattati Internazionali.

La Corte Costituzionale ha escluso che il “trasformatore permanente”, art. 10.1 Cost., possa essere

impiegato per adattare automaticamente i trattati internazionali all’ordinamento interno.

Al fine dell’adeguamento del diritto italiano alla disciplina prevista dai trattati, si applica, quindi, la

tecnica dell’adattamento in via ordinaria, fondata sull’ordine di esecuzione.

Ordine di Esecuzione definizione. (domanda d’esame),

Atto, in genere legislativo, mediante il quale lo Stato, per dare piena ed intera esecuzione al trattato,

rinvia in blocco alle norme in esso contenute, inserendole nel proprio ordinamento.

L’ordine di esecuzione è normalmente una legge del Parlamento attraverso la quale si da

esecuzione ad un trattato.

Abbiamo visto che la caratteristica del procedimento speciale che maggiormente lo distingue dla

procedimento ordinario è data dal fatto di affidare all’interprete il compito di determinare quali

modificazioni giuridiche siano necessarie per rendere completo l’adattamento. In base all’ordine di

esecuzione di un trattato internazionale, pertanto, è l’interprete che, di volta in volta, deve stabilire

quali sono stati gli impatti sull’ordinamento interno.

Con riguardo ai trattati per la ratifica dei quali è richiesta un previa autorizzazione, formulata con

legge, l’ordine di esecuzione è normalmente, ma non necessariamente, contestuale a tale

autorizzazione.

Nei casi non contemplati dall’art 80 Cost.: 36 di 62

“Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica,

o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle

finanze o modificazioni di leggi.

la scelta dello strumento interno con il quale formulare l’ordine di esecuzione dipendo dal livello al

quale, se necessarie, vanno apportate le modifiche all’ordinamento interno. In particolare può essere

dato con decreto presidenziale l’ordine di esecuzione di un accordo che non determini

l’abrogazione o la modifica di norme interne.

Il trattato viene ratificato attraverso il suo procedimento (visto sopra) e contestualmente viene

eseguito. Quindi la legge di autorizzazione alla ratifica è l’atto attraverso il quale lo Stato italiano si

adatta al diritto internazionale pattizio. E’ un atto che avrà il rango di legge se è contenuto in una

legge.

Riforma del 2001.

Nel 2001, viene adottata la riforma del Titolo V della Costituzione sulle Regioni, Province e

Comuni.

Tale riforma contiene un articolo che ha impatti importanti sul Diritto Internazionale, l’art 117.1:

art. 117.1: La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della

Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi

internazionali.

Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: ** Elenco di una serie di materie sulle

quali lo Stato ha legislazione esclusiva ***

Questa norma ha dato molto da pensare agli interpreti, in quanto è stata posizionata in un punto un

po’ nascosto a coloro che studiano Diritto Internazionale, all’interno del capitolo dedicato al Diritto

Regionale.

Il 117.1 dice che il legislatore italiano, è vincolato al rispetto degli organi internazionali e del diritto

comunitario.

Immediatamente gli interpreti hanno definito tale norma come priva di contenuto e non ha alcun

effetto concreto. Tale posizione, è stata abbandonata quasi subito.

C’è stata poi una seconda manifestazione di interpretazione ti tale norma che è stata invece definita

molto importante, in quanto è simile a quanto espresso dal 10.1 per il Diritto Internazionale

Generale. In pratica si è affermato che il legislatore italiano è vincolato al rispetto degli obblighi

internazionali. Questo significa che tutte le volte in cui lo Stato Italiano si assume un obbligo sul

piano internazionale di natura pattizia (gli obblighi di natura consuetudinaria sono già gestiti e

risolti dal 10.1), questi obblighi prevalgono sulla legislazione italiana.

Con il 117.1 quindi accade che il legislatore a livello centrale e locale, nel momento in cui elabora

una nuova legge o una modifica ad una legge esistente, deve conoscere tutti gli impegni che l’Italia

si è assunta a livello internazionale, in quanto nel caso di contrasto, tale legge non avrà valore.

37 di 62

Si è riconosciuto quindi un principio importantissimo: la violazione di obblighi internazionali

imposti in forza di un accordo internazionale (norma pattizia), sono causa di eventuale

incostituzionalità di una legge.

E’ quindi arrivata la Corte Costituzionale con le sentenze 348 e 349 a confermare che tutte le volte

che il legislatore fa una legge che contrasta con obblighi internazionali in precedenza assunti, tale

legge può essere dichiarata incostituzionale attraverso un procedimento di incostituzionalità, che

porterà alla dichiarazione di nullità di tale norma nella parte che è in contrasto alla norma

internazionale.

Possiamo quindi affermare che, a partire dal 2001, il legislatore italiano ha le mani più legate

rispetto al passato. E’ evidente, però, che l’Italia ha assunto e continua ad assumere tantissimi

obblighi sul piano internazionale. Tali obblighi vengono assunti anche attraverso protocolli d’intesa,

in via molto semplice.

In tutti questi casi, quindi, quando non siamo in ambito di obblighi assunti attraverso una ratifica,

vale quindi l’articolo 117 ?

L’articolo 117 è molto generico, arriverebbe addirittura a coprire accordi ratificati ma non ancora

entrati in vigore. In realtà è applicabile, per esigenza di coerenza sistematica, solo a tutti gli accordi

ratificati con legge (ex. Art 80 Cost.) e a tutti gli accordi già entrati in vigore. In pratica a quelli di

una certa importanza.

In sostanza, l’applicazione di tale interpretazione, nasce proprio per evitare di limitare troppo la

funzione del legislatore. La Corte Internazionale è quindi intervenuta a fare chiarezza, affermando

che, anche se il 117 può sanzionare l’incostituzionalità di leggi in contrasto con obblighi

internazionali, ma solo …………

Può il 117 sanzionare l’inerzia del legislatore nel momento in cui c’è una legge che contrasta con

un obbligo internazionale?

Qui la Corte si è defilata e non si è pronunciata, nessuno può costringere il legislatore a fare

qualcosa che non fa.

Adattamento alle fonti di Terzo Grado. Adattamento agli atti adottati da

organizzazioni internazionali.

Ricordiamo che le fonti di terzo grado sono quelle fonti che traggono la loro giuridicità da fonti di

secondo grado. Queste attengono a tutta la produzione normativa delle organizzazioni

internazionali. Sono fonti di terzo grado i regolamenti, le direttive comunitarie, le risoluzioni del

Consiglio di Sicurezza, o i regolamenti sanitari dell’Organizzazione Mondiale sulla Sanità.

Abbiamo visto che l’Italia si adatta attraverso l’art. 10.1 alle fonti consuetudinarie; e si adatta alle

norme pattizia, tramite ordine di esecuzione.

Per ciò che riguarda le fonti di terzo grado, dobbiamo fare la differenza tra atti adottati da tutte le

organizzazioni internazionali e quelli adottati da O.I quali la Comunità Europea e Unione Europea.

Nel caso di atti adottati da O.I. diverse da Comunità ed Unione Europea, si ripropone in linea

teorica, l’alternativa tra procedimento ordinario e procedimento speciale di adattamento. 38 di 62

L’unanime orientamento (prassi) è quello di condizionare l’efficacia nell’ordinamento interno,

all’adozione di norme ad hoc, da parte del legislatore italiano, volte al recepimento “diretto” e

“materiale” della disciplina in esse contenuta (a prescindere dal carattere self-executing);

Atti del Diritto Comunitario (CE e UE).

Tale atteggiamento è stato tenuto per qualche tempo, anche in riferimento agli atti comunitari,

finchè la Corte Costituzionale, recependo indicazioni inequivoche provenienti dalla Corte di

Giustizia delle Comunità Europee, è intervenuta a dichiarare la contrarietà di tale prassi rispetto al

Diritto Comunitario.

E’ il caso,quindi, degli atti adottati da Organizzazioni Internazionali specifiche quali la CE e l’UE.

In questi casi, quindi, la somma della ratifica del trattato + l’articolo 11 Cost., , è sufficiente per

consentire di ritenere il trattato immediatamente vincolante nel nostro ordinamento, senza necessità

di ulteriori atti.

Tale regola non si presta ad essere invocata in presenza di qualsiasi fonte di “terzo grado”, ma solo

ove sia possibile ricostruire la volontà dello Stato italiano addivenire alle limitazioni di sovranità

alle quali il medesimo articolo fa riferimento (pace e giustizia).

Art.11.

”…. L’Italia… consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità

necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e

favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”

E’ evidente che, con riguardo agli atti adottati da organizzazioni internazionali, in certi casi,

l’adattamento alle fonti di terzo grado sarà favorito, dall’esistenza di un previo adattamento alla

norma derivante da fonte di secondo grado. Ad Esempio, se l’Italia ha ratificato l’accordo istitutivo

di una organizzazione internazionale, che ad un determinato articolo, prevede un determinato

obbligo verso tutti i paesi che hanno aderito all’organizzazione, in tal caso, tale norma contiene già

un previo adattamento, legittimato attraverso la ratifica dell’accordo istitutivo dell’O.I. Avviene

quindi, in tal caso, una sorta di adattamento a monte. 39 di 62

Sovranità Territoriale, “jurisdiction” e regole di Immunità

(file 7)

Abbiamo visto che la sovranità esterna (indipendenza da altri Stati) e la sovranità interna,

rappresentano condizioni necessarie perché uno Stato possa venir attribuita piena soggettività

internazionale.

Abbiamo anche visto che è ammessa nell’attuale diritto internazionale generale, la presenza di

alcuni principi fondamentali che affermano valori quali l’eguaglianza sovrana degli Stati e il

principio di non intervento negli affari interni di altri Stati.

Allo Stato viene infatti conferito dal diritto internazionale generale il potere di esercitare le proprie

funzioni di governo e la propria attività di gestione di itneressi collettivi in modo esclusivo, ossia ad

esclusione di qualsiasi altro soggetto dell’ordinamento.

Per indicare nel suo insieme il contenuto della situazione giuridica soggettiva attribuita agli Stati, la

dottrina italiana ed in genere quella europea continentale, utilizza l’espressione “sovranità

territoriale”, che comprende:

“il diritto, garantito dala diritto internazionale generale, che ciascuno Stato ha di svolgere le proprie

funzioni e di esercitare i propri poteri nell’ambito del proprio territorio”.

Con il termine Jurisdiction, si fa riferimento al diritto internazionalmente riconosciuto a ciascuno

Stato allo svolgimento in via esclusiva delle proprie funzioni sovrane nei confronti di altri soggetti

presenti nel territorio o dei propri cittadini. Con tale termine, la tradizione anglosassone indica

spesso anche il potere legislativo dello Stato, in questo non coincide con il significato del termine

italiano “Giurisdizione”.

L’immunità

La tutela del potere statale nelle sue varie dimensioni viene garantita, oltre che da tutti questi

principi, dalle varie regole che impongono agli Stati di non esercitare i propri poteri, in particolare

quello giurisdizionale, nei confronti di altri Stati e dei loro organi: si tratta delle norme

internazionali di immunità.

Si identificano tre diverse tipologie di immunità statale (+1 inviolabilità):

1. Immunità statale in senso stretto, che può essere,

a) immunità dalla giurisdizione di cognizione: gli enti sovrani non possono essere convenuti

in giudizio davanti ai tribunali di un paese straniero in relazione agli atti compiuti

nell’esercizio della potestà d’imperio;

b) immunità dalla giurisdizione esecutiva, gli Stati non possono essere sottoposti a

procedimenti esecutivi e cautelari all’estero;

2. Immunità funzionale, che spetta a tutti gli individui-organi dello Stato, i quali non possono

esser sottoposti alla giurisdizione dei tribunali stranieri in relazione all’attività svolta in

esecuzione delle funzioni loro affidate;

3. Immunità personale 40 di 62

4. Inviolabilità personale, che spetta a tutti gli individui-organi dello Stato, i quali non possono

esser sottoposti alla giurisdizione dei tribunali stranieri neppure in relazione all’attività svolta al

di fuori di ogni incarico ufficiale.

1. Immunità statale in senso stretto: a) immunità dalla giurisdizione di

cognizione.

Si fonda sul principio di uguaglianza sovrana tra gli Stati. La “ratio” di tale principio si giustifica

nel fatto che la Comunità internazionale è composta da soggetti indipendenti e sovrani che si

confrontano con soggetti di pari grado.

E’ un concetto di immunità diverso dalle altre due perché non riguarda individui, bensì Stati. E’

acquisita nel momento in cui si forma lo Stato. Consiste nell’obbligo di astensione da parte di tutti

gli altri Stati ad esercitare il proprio potere giurisdizionale. Quindi, finchè lo Stato non è Stato (es.

gli insorti), non ne gode e può essere chiamato in giudizio.

Gli enti sovrani non possono essere convenuti in giudizio davanti ai tribunali di un paese straniero.

Rappresenta una regola consuetudinaria oramai unanimemente riconosciuta.

L’immunità degli Stati dalla giurisdizione di cognizione si presenta come :

- illimitata da un punto di vista soggettivo;

- limitata dal punto di vista oggettivo.

Punto di vista soggettivo.

L’immunità giurisdizionale spetta a tutti gli Stati dotati dei caratteri di soggettività, ossia sono

muniti di sovranità esterna e sovranità interna su territorio e popolazione.

Laddove tali requisiti siano rispettati, l’immunità soggettiva è illimitata in quanto spetta non solo

all’apparato centrale dello Stato, identificato nelle istituzione esercitanti il potere legislativo,

giudiziario ed esecutivo, ma anche a tutte le strutture e gli enti interni attraverso i quali lo Stato

esercita le proprie funzioni sovrane.

Punto di vista oggettivo.

In principio anche da un punto di vista oggettivo tale immunità era illimitata, consisteva in una sorta

di intoccabilità che i sovrani si concedevano reciprocamente. Poi, soprattutto sotto pressione della

giurisprudenza italiana e belga, la situazione si modifica dopo la I guerra mondiale, quando lo Stato

intensifica la propria presenza nell’economia.

Si afferma quindi la regola dell’immunità relativa, secondo la quale:

lo Stato gode dell’immunità dalla giurisdizione solamente per gli atti jure imperii, attraverso i quali

esplica la sovranità. Mentre, non ne usufruisce in relazione agli atti jure privatorum, ossia quegli

atti posti in essere con finalità e strumenti privatistici.

Questa immunità viene messa in discussione per quanto riguarda le norme Jus Cogens, non ancora

però mutata in una norma di diritto internazionale generale. 41 di 62

Non sempre è facile attuare una netta distinzione tra attività jure privatorum e attività jure imperii.

La cassazione si recentemente pronunciata sulla possibilità di sottoporre a giudizio, in Italia, o Stato

argentino per il mancato adempimento di titoli obbligazionari, i global bonds. Per l’accertamento

dell’immunità, la Suprema Corte è partita dall’assunto per cui la collocazione sul mercato borsistico

internazionale di titoli di debito pubblico costituisce attività economica di diritto privato

equiparabile a quella svolta da un qualunque altro soggetto. Di conseguenza, in relazione a detta

attività, non è consentito allo stato straniero di sottrarsi alla potestà dello Stato ospitante.

Lo Stato Argentino, ha poi però adottato alcuni provvedimenti di moratoria, che hanno manifestato,

secondo la Corte, la potestà sovrana dello Stato Argentino. Per questo, è stata riconosciuta

l’immunità statale alla Repubblica Argentina.

Il metodo della lista.

Per evitare il sorgere delle problematiche di cui sopra, ossia l’andare a capire se un atto è juri

imperii o jure privatorum, taluni paesi di common low, hanno provveduto in via legislativa ad

individuare una elencazione specifica delle controversi concernenti le attività privatistiche, in

relazione alle quali, uno Stato straniero non gode dell’immunità, sottraendo, in questo modo alla

magistratura il compito di andarle ad individuare di volta in volta.

Alla lista di fattispecie si aggiunge l’impossibilità di invocare l’immunità in tutti i casi in cui lo

Stato abbia rinunciato ad essa implicitamente, attraverso la sua partecipazione incontestata al

giudizio, o anche in forza di ufdna dichiarazione in equivoca in tale direzione.

Immunità statale e rapporti di lavoro subordinato.

La distinzione tra atti jure imperii e atti jure privatorum si rivela particolarmente complessa in

materia di rapporti di lavoro subordinato. Affermare la sussistenza di immunità tutte le volte in cui

il lavoratore , dipendente di uno Stato straniero, sia impiegato nell’ambito di una attività

pubblicistica, significa di fatto riconoscere sempre l’immunità. Di conseguenza, il lavoratore

subordinato alle dipendenze di uno Stato estero o di un ente pubblica straniero non potrebbe mai

instaurare una controversia nello Stato in cui presta la propria attività lavorativa, nemmeno nel caso

in cui egli abbia la cittadinanza di detto Stato e/o sia ivi residente.

Nella giurisprudenza italiana si era riconosciuta l’immunità agli Stati stranieri, chiamati in causa da

dipendenti italiani per inadempimenti relativi ad attività meramente ausiliarie. Oggi, in Italia si

impiega il criterio della nazionalità e della residenza del lavoratore allorché coincide con il luogo di

svolgimento del lavoro.

Così, la Suprema Corte precisa che lo Stato straniero può essere citato in giudizio davanti ai

tribunali nazionali, dal cittadino italiano che svolge il lavoro in Italia solamente allorché la relativa

attività risulti meramente ausiliaria rispetto allo svolgimento delle funzioni sovrane:

“i rapporti di lavoro di cittadini italiani con gli Stati esteri non si sottraggono alla giurisdizione del

giudice italiano quando abbiano ad oggetto prestazioni manuali e meramente accessorie delle

attività di tipo pubblicistico dell’ente sovrano estero”

1. Immunità statale in senso stretto: b) immunità dalla giurisdizione

esecutiva. 42 di 62

Oltre a non poter essere citati in giudizio di fronte ai tribunali di un paese straniero, gli Stati non

possono essere sottoposti a procedimenti esecutivi e cautelari all’estero.

Anche tale regola, come quella inerente all’immunità dalla giurisdizione di cognizione, viene

accolta in modo ristretto (carattere relativo): riguarda unicamente i beni destinati all’espletamento di

una funzione pubblica, mentre non interessa i beni detenuti da uno Stato a titolo privato.

L’art 19 della convenzione ONU sull’immunità dalla giurisdizione degli Stati e dei loro beni

precisa che :

nessuna misura coercitiva, quale pignoramento, sequestro e misure esecutive , contro i beni di uno

Stato può essere adottata in un procedimento davanti ad un tribunale di un altro Stato se non nei

casi e fino al limite in cui:

a) lo Stato abbia espressamente acconsentito all’adozione di tali misure:

i) tramite un accordo internazionale:

ii) tramite un accordo di arbitrato;

iii) tramite una dichiarazione davanti al tribunale o una dichiarazione scritta successiva al

sorgere della controversia fra le parti

2. Immunità funzionale

L’immunità funzionale riguarda l’esenzione dalla giurisdizione del foro a favore degli individui-

organi che operano nell’esercizio delle mansioni loro affidate da uno Stato estero.

L’immunità funzionale riguarda unicamente gli atti compiuti nell’esercizio di un incarico ufficiale

da parte dell’agente. Si tratta quindi di capire quali sono questi atti e quali quelli che invece

appartengono alla sfera privata dell’agente.

Allo stato attuale di sviluppo del D.I., sembra potersi affermare che, ai fini del riconoscimento

dell’immunità funzionale, deve ritenersi compiuto nell’esercizio delle mansioni ufficiali, l’atto

che presenti qualunque collegamento, diretto o indiretto, con la funzione cui l’organo è

preposto. Quindi, si considera “ufficiale”, l’atto posto in essere attraverso l’impiego di strumenti

pubblicistici a disposizione dell’individuo-organo in ragione della qualifica ricoperta. Questo anche

laddove il comportamento tenuto dall’agente si concretizza in un reato.

Limiti all’immunità funzionali.

L’immunità funzionale garantita agli agenti di Stati stranieri incontra alcuni limiti in relazione :

- al compimento di determinati illeciti, la cui punibilità ad opera dei tribunali interni, è

espressamente sancita in apposite convenzioni internazionali;

- alle attività poste in essere dagli individui-organi nell’ambito di missioni non autorizzate, ossia

non concordate tra lo Stato di appartenenza e lo Stato territoriale;

- in riferimento a crimini internazionali.

Le regole di immunità non rappresentano, infatti, disposizioni di jus cogens ma hanno carattere

flessibile, e possono essere derogate da una regolamentazione pattizia divergente. 43 di 62

3. Immunità personale

Terza tipologia rappresentata dall’immunità ratione personae. Spetta a taluni individui-organi dello

Stato in relazione agli atti compiuti al di fuori dei propri incarichi ufficiali.

I soggetti che ne godono hanno di fatto un’esenzione totale dalla giurisdizione degli Stati nei quali

agiscono, in quanto quando operano nell’ambito del loro mandato sono coperti da immunità

funzionale, quando operano nell’ambito personale, dall’immunità personale.

E’ concesso purché appartengano ad uno Stato e agiscano per conto di esso (nel caso di immunità

funzionale), o ne rappresentino le più alte autorità in materia di politica estera (nel caso di immunità

personale).

Per questo, tale immunità non è attribuita ad un determinato soggetto per garantirlo nelle sue

posizioni soggettive, ma è uno strumento necessario al fine di consentire la piena esplicazione delle

funzioni assegnatagli dallo Stato di appartenenza. Infatti, spetterà esclusivamente a detto Stato

decidere in ordine all’eventuale rinuncia all’immunità personale, senza che assuma alcun rilievo la

volontà dell’individuo stesso.

E’ una prerogativa temporalmente limitata, spetterà solo a :

- diplomatici;

- capi di Stato e di Governo;

- Ministri degli esteri.

Con riferimento ai diplomatici, tale immunità è stata espressamente prevista nella Convenzione di

Vienna del 1961, per gli altri, è affermato dal diritto internazionale consuetudinario.

In riferimento alla giurisdizione penale, detta immunità è assoluta: il soggetto, a fronte del

compimento di qualsiasi reato, non può essere chiamato in giudizio.

In riferimento alla giurisdizione civile, esistono dei limiti, i soggetti elencati, possono essere citati

in giudizio davanti a tribunali stranieri in relazione a (art. 31 Convenzione di Vienna) :

- azioni reali riguardanti immobili situati nello Stato del Foro;

- controversie relative ad una successione nella quale il diplomatico risulti essere erede, legatario,

amministratore o esecutore testamentario;

- cause inerenti ad attività professionali o commerciali esercitate dal diplomatico al di fuori delle

funzioni ufficiali;

- domande riconvenzionali presentate nell’ambito di azioni promosse dall’agente diplomatico.

Al di fuori dei casi elencati vale l’immunità personale che rappresenta un vero e proprio

impedimento all’esercizio della potestà giurisdizionale nei confronti degli agenti stranieri

responsabili di illeciti civili e penali.

L’immunità personale è temporalmente limitata, spetta quindi ai soggetti elencati esclusivamente

durante il loro permanere nella carica (art. 39 Convenzione di Vienna).

Differenza tra immunità funzionale e immunità personale. 44 di 62

Per facilitare le sue funzioni, il diplomatico è quindi coperto doppiamente, sia dal punto di vista

funzionale che personale, ma mentre l’immunità funzionale è assoluta (il diplomatico che compie

una azione illecita nell’esercizio delle proprie funzioni non è mai toccabile) quella personale è può

essere revocata dallo Stato nel caso di ipotesi gravi.

4. Inviolabilità personale

L’inviolabilità personale impedisce agli Stati stranieri di assoggettare i diplomatici a misure

repressive e coercitive, che in qualche modo limitino la loro libertà personale.

L’inviolabilità personale spetta anche ai consoli, anche se non viene loro garantita in modo assoluto,

art. 41 della Convenzione:

“i funzionari consolari non posso essere posti in stato di arresto o di detenzione preventiva, se non

in caso di reato grave e a seguito di una decisione dell’autorità giudiziaria competente”.

L’inviolabilità personale spetta quindi a :

- Capi di Stato o di Governo;

- Ministri degli Esteri;

- Agente diplomatico;

- Console

Le ultime due categorie (Agente diplomatico e console), godono anche di inviolabilità domiciliare

e inviolabilità fiscale.

Inviolabilità domiciliare, che protegge da qualunque intrusione da parte dello Stato ospitante, sia i

locali dell’ambasciata e del consolato, sia quelli impiegati dal diplomatico per la sua abitazione

privata. Cos’ come l’inviolabilità personale, anche l’inviolabilità domiciliare si sostanzia in precisi

obblighi positivi e negativi (fare e non fare) per lo Stato ospitante.

Quindi, i locali della missione e del consolato, nonché quelli in cui il diplomatico fissa la propria

dimora privata, sono inviolabili da parte dello Stato ospitante e dei suoi agenti, che possono essere

legittimati ad entrarvi solo previo consenso del diplomatico stesso.

Tali locali e quanto in essi contenuto non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro o altra

misura coercitiva.

Per quanto concerne invece gli obblighi positivi (di fare), lo Stato accreditatario ha l’obbligo di

protezione dei locali, al fine di impedire che essi siano invasi o danneggiati ed impedire anche che

in qualunque modo sia turbata la pace della missione diplomatica o consolare.

L’ inviolabilità fiscale, invece, copre sostanzialmente le imposte personali dirette.

Immunità dei soggetti diversi dagli Stati: Ordine di Malta e Santa Sede.

Il riconoscimento delle immunità, anche se non del tutto assimilabili a quelle statali, sembra

consolidato in relazione a quei soggetti, che pur differenti dagli Stati, nell’ordinamento italiano

godono di una speciale rilevanza. Questo vale sicuramente per il Sovrano Ordine di Malta.

45 di 62

Anche la Santa Sede gode di immunità analoghe a quelle degli stati, sia come soggetto completo

che attraverso i singoli organi attraverso i quali esplica il suo mandato.

Per quanto concerne le Organizzazioni Internazionali, si deve considerare che la loro personalità

giuridica non ha la stessa ampiezza di quella attribuita agli Stati, essendo riconosciuta entro limiti

strettamente funzionali allo svolgimento della loro missione. Di conseguenza, anche entro detti

limiti sembra debbano riconoscersi anche i privilegi e le immunità spettanti alle organizzazioni.

Per quanto riguarda le immunità dei funzionari delle organizzazioni internazionali, l’art 105 della

Carta delle Nazioni Unite, si limita a stabilire che i funzionari ONU godono dei privilegi e delle

immunità necessari per l’esercizio indipendente delle loro funzioni inerenti l’organizzazione.

Fine 7. 46 di 62

Risoluzione pacifica delle controversie internazionali.

(file 8)

Accertamento del Diritto Internazionale.

Accertamento ha la funzione di verificare le modalità e il rispetto delle norme internazionali, cioè

come le norme internazionali vengono attuate. In un ordinamento interno questa funzione spetta

all’organo giudiziale.

Nel panorama internazionale tale organo non esiste, quindi l’accertamento passa attraverso una

forma di auto-tutela.

La Corte permanente di giustizia internazionale ha dato la definizione di Controversia: è un

disaccordo su questioni di fatto o di diritto, o un conflitto di interessi o di punti di vista giuridici

esistente tra due soggetti.

La soluzione delle controversie internazionali inizialmente era fondata sull’uso della forza. Oggi,

l’art 2.3 delle nazioni unite stabilisce che “gli Stati hanno l’obbligo di risolvere le loro controversie

con mezzi pacifici, in maniera tale che la sicurezza internazionale, la giustizia non siano messe in

pericolo” (obbligo di risoluzione pacifica delle controversie).

Le controversie internazionali saranno risolte sulla base dell’uguaglianza sovrana degli Stati e in

conformità col principio della libera scelta dei mezzi di risoluzione.

Il capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite mira proprio a definire il modo o i mezzi di

risoluzione delle controversie internazionali. Tali mezzi si possono dividere in due categorie:

- mezzi di natura diplomatica

mezzi di natura giudiziaria (non diplomatici)

I mezzi diplomatici di risoluzione delle controversie: il negoziato.

Il tipico mezzo di risoluzione diplomatico delle controversie internazionali è l’accordo

internazionale. In sostanza, tutti i modi di natura diplomatica si concludono sempre con un accordo

tra le parti che diviene vincolante.

Al negoziato partecipano esclusivamente i soggetti parti della controversia, senza alcun intervento

né la mera presenza di terzi. Il negoziato è particolarmente usato in quanto non è idoneo ad

individuare una parte vincitrice ed una sconfitta, quindi preserva l’integrità e l’equilibrio delle

posizioni degli Stati.

Il negoziato è strumento apprezzabile soprattutto in caso di elevato numero delle parti ovvero, nei

rapporti bilaterali, quando vi è sostanziale equilibrio tra le parti.

Il negoziato è necessario prima di agire in auto-tutela e, in sede di svolgimento del medesimo, gli

Stati sono tenuti al rispetto di comportamenti ispirati al principio di buona fede.

Gli altri mezzi diplomatici: i buoni uffici, mediazione, conciliazione 47 di 62


PAGINE

62

PESO

295.43 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Marchisio Sergio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto internazionale

Diritto Internazionale - Appunti
Appunto
Riassunto esame diritto internazionale, prof. Marchisio
Appunto
Tesi "Le nuove forme di schiavitù nel diritto internazionale: il caporalato"
Tesi
Riassunto esame diritto internazionale, prof. Marchisio
Appunto