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convince è la possibilità di ricostruire principi materiali indipendentemente dall'uso e di ricostruirli

fino alle estreme conseguenze. Un gruppo di stati o anche un solo Stato potrebbe imporre,

disponendo della forza necessaria, la propria volontà a tutti gli altri membri della comunità

internazionale. Inoltre l'interprete esterno, dovendo stabilire quali norme generali siano da applicare

ex art 10 cost., si dovrebbe chiedere di volta in volta se non vi siano imposizioni in una determinata

materia da parte delle forze dominanti nella comunità internazionale.

6. 2. Si discute se si fonte di norme internazionali l'equità, definita come il comune sentimento del

giusto e dell'ingiusto e in particolare ci si chiede se all’equità possa ricorrere il giudice

internazionale o interno che sia chiamato a risolvere una questione di diritto internazionale. Si

ritiene che a parte l'equità infra o secundum legem, ossia la possibilità di utilizzare l'equità come

ausilio meramente interpretativo, e a parte il caso in cui un tribunale arbitrale internazionale è

giudicato ad autorizzare ex aequo et bono, la risposta debba essere negativa. L'equità svolge un

ruolo importante solo (o quasi) nell'ordinamento inglese. Ma la prassi internazionale non avalla una

trasposizione sic et sempliciter dell'esperienza inglese nel diritto internazionale. È da escludere

quindi l'equità contra legem, diretta a colmare alcune lacune di diritto internazionale.

In conclusione, possiamo inquadrare l'equità nel procedimento di formazione del diritto

consuetudinario. Infatti, se si esamina la giurisprudenza interna ed internazionale, si nota che il

ricorso all'equità si atteggia come una sorta di opinio iuris sive necessitatis, in quanto esso ha luogo

nel momento in cui una norma si va formando un modificando. Quando una sentenza interna ricorre

a considerazioni di equità nel quadro del diritto consuetudinario, essa influisce direttamente sulla

formazione della consuetudine.

7. Inesistenza di norme generali scritte. Il valore degli accordi di codificazione.

7. 1. Esistono norme internazionali generali scritte? Il problema si pone anzitutto con riguardo alle

grandi convenzioni di codificazione promosse dalle Nazioni Unite. L'opera di codificazione è nata

con le Nazioni Unite e siccome nella comunità internazionale manca un'autorità con poteri

legislativi, il trattato è l'unico strumento per la trasformazione del diritto non scritto in diritto scritto.

7. 2. L'articolo 13 della carta delle Nazioni Unite prevede che l'assemblea generale intraprenda degli

studi e faccia raccomandazioni per incoraggiare lo sviluppo del diritto internazionale e la sua

codificazione. A questo fine l'assemblea costituì come proprio organo sussidiario la commissione di

diritto internazionale delle Nazioni Unite. La commissione ha il compito di preparare i testi di

codificazione delle norme consuetudinarie relative a determinate materie, precedendo a studi,

raccogliendo dati e predisponendo in tal modo progetti di convenzioni multilaterali internazionali

che vengano poi adottati e aperti alla ratifica e all'adesione da parte degli stati stessi. La

commissione ha finora predisposto varie convenzioni di codificazione: la convenzione di Vienna, le

quattro convenzioni di Ginevra, ecc. di queste convenzioni quelle del 1958 (convenzioni di

Ginevra) in tema di diritto marittimo hanno formato oggetto di revisione ad opera della terza

conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che nel 1982, ha dato vita alla convenzione di

Montego Bay, che è entrata in vigore il 16/11/1994.

7. 3. Gli accordi di codificazione, vincolano gli stati contraenti. Si può dire che essi hanno valore

anche per gli stati non contraenti?

Bisogna andare molto cauti nel considerare gli accordi di codificazione come corrispondenti al

diritto consuetudinario generale e soprattutto nell'estenderli ai paesi non contraenti. Innanzitutto non

si può riporre una illimitata fiducia nell'opera di codificazione svolta dalla commissione di diritto

internazionale delle Nazioni Unite. In secondo luogo gli stati fanno quello che si fa sempre in sede

di trattative per la conclusione di accordi internazionali: essi cercano di far prevalere le proprie

convinzioni e di assicurarsi la salvaguardia dei proprio interessi. Infine l'articolo 13 della carta delle

Nazioni Unite, parla non solo di codificazione ma anche di sviluppo progressivo del diritto

internazionale, ciò fa si che si rischia di far introdurre norme incerte sul piano del diritto

internazionale. Per queste ragioni gli accordi di codificazione vanno considerati come normali

accordi internazionali che vincolano solo le parti contraenti, cioè valgono solo per gli stati che li

ratificano.

7. 4. Un problema che si pone riguardo gli stati contraenti è quello del ricambio delle norme

contenute nell'accordo. È possibile infatti, che in epoca successiva, il diritto consuetudinario subisca

dei cambiamenti per effetto della mutata pratica degli stati. Può anche verificarsi il fenomeno

dell'invecchiamento dell'accordo di codificazione man mano che gli interessi mutano e i rapporti si

evolvono. Che succede allora? Anzitutto se una norma ancora in vigore non corrisponde più al

diritto internazionale generale, essa non potrà essere applicata agli stati non contraenti. Per quanto

riguarda invece gli stati contraenti, la mancanza di un'autorità nell'ambito della comunità

internazionale impedisce che si instauri quel rapporto tra diritto consuetudinario e diritto scritto che

è tipico degli ordinamenti statali. Tutto ciò che si può sostenere che era che l'interprete debba essere

estremamente sicuro della prassi da cui vuole estrarre la norma consuetudinaria abrogatrice: egli

deve inoltre dimostrare, che la consuetudine si è formata con il concorso degli stati contraenti e che

questi la intendano come applicabile anche nel rapporto inter se.

Al riguardo è importante la sentenza 30/6/1977 della corte arbitrale, relativa alla delimitazione della piattaforma

continentale tra Francia e Inghilterra. La corte riconosce che uno sviluppo del diritto consuetudinario possa evidenziare

l'assenso degli stati interessati alla modifica o all'estinzione di precedenti diritti ed obblighi convenzionali, compresi i

diritti e gli obblighi derivanti da convenzioni di codificazione; ma esclude che, nel caso concreto, ciò si sia verificato.

8. Le dichiarazioni di principi dell'assemblea generale dell'Onu.

8. 1. Nel tema del diritto internazionale generale si inquadra il problema del valore delle

dichiarazioni di principi emanante dall'assemblea delle Nazioni Unite. Si tratta di dichiarazioni

contenenti una serie di regole che talvolta riguardano i rapporti tra stati ma spesso riguardano

rapporti interni alle varie comunità statali, come i rapporti dello Stato con i propri sudditi o con gli

stranieri. Le dichiarazioni di principi non costituiscono un'autonoma fonte di norme internazionali

generali. L'assemblea generale delle Nazioni Unite non ha poteri legislativi mondiali e il carattere

non vincolante delle sue risoluzioni, è difeso con forza da una parte non indifferente dei suoi

membri, come i paesi occidentali. Se l'assemblea avesse poteri legislativi, i paesi del terzo mondo,

disporrebbero del diritto internazionale generale.

8. 2. Le dichiarazioni svolgono un ruolo importante ai fini dello sviluppo del diritto internazionale,

e del suo adeguamento alle esigenze di solidarietà e di interdipendenza. Per quanto riguarda il

diritto consuetudinario, le dichiarazioni vengono in rilievo, ai fini della sua formazione, in quanto

prassi degli stati, e non come atti dell'Onu.

Chi esamini le varie dichiarazioni emesse dall'assemblea e il loro iter formativo, si accorgerà del fatto che il consenso

degli stati si forma solo su principi generali, mentre vengono avanzate riserve da un numero sempre maggiore di stati

via via che si passa alle norme regolanti fattispecie più specifiche.

Certe dichiarazioni, o parti di dichiarazioni, hanno valore di veri e propri accordi internazionali. Ci

si riferisce a quelle dichiarazioni che non solo enunciano un principio, ma in modo espresso ne

equiparano l'inosservanza alla violazione della carta. Poiché l'assemblea non ha poteri interpretativi

sovrani, anche le dichiarazioni in parola restano delle mere raccomandazioni.

È opportuno ribadire che la natura obbligatoria di una dichiarazione può dedursi solo quando si sia in presenza di una

formula che equipari espressamente la violazione dei principi enunciati alla violazione della carta. Non basta invece che

l'atto richiami in forma vaga la carta.

9. I trattati. Procedimento di formazione e competenza a stipulare.

9. 1. Una volta esaurito l'esame del diritto internazionale generale, possiamo passare a quello del

diritto internazionale particolare, costituito dall'accordo. La terminologia usata per indicare questa

materia è assai vasta: accordo, trattato, patto, convenzione etc. Si parla di Carta o Statuto per i

trattati istitutivi di organizzazioni internazionali, scambio di note per l'accordo risultante dallo

scambio di note diplomatiche etc.

L'accordo internazionale può essere definito come l'unione o l'incontro della volontà di due o più

stati, diretta a regolare una determinata sfera di rapporti riguardanti questi ultimi. Inoltre non è da

accogliere la distinzione fra i trattati normativi o trattati legge e trattati contratto o trattati negozio. I

primi sono caratterizzati da volontà di identico contenuto, dirette a regolare la condotta di un

numero rilevante di stati. Essi comprenderebbero gli accordi di codificazione, gli accordi istitutivi

di organizzazioni internazionali, ecc.. Nei secondi, che sarebbero fonti di diritti e di obblighi le parti

muoverebbero da posizioni contrastanti ed attuerebbero uno scambio di prestazioni più o meno

corrispettive. La distinzione fra trattati normativi e trattati contratto non ha senso, non hanno tanto

la contrapposizione tra norma e rapporto giuridico: qualsiasi atto che sia obbligatorio, che vincoli

qualcuno, produce per ciò stesso una regola di condotta.

Non bisogna confondere la distinzione fra trattati normativi e trattati contratto con la distinzione che è comunque chiara

e comprensibile, tra norma astratte regolanti una situazione o un rapporto tipo e vincolanti destinatari che vengono a

trovarsi in quella situazione o rapporto, e norme concrete, regolanti una situazione o un rapporto singolo determinato.

Norma astratte e concrete si rinvengono negli accordi internazionali così come si rinvengono nella fonti del diritto

interno legislative. Ma non era dalla presenza delle une o delle altre che si fa dipendere la qualifica di un accordo come

trattato legge o trattato negozio.

Anche i trattati possono dar vita sia a norme materiali, cioè a regole che direttamente disciplinano i

rapporti tra destinatari, imponendo obblighi o attribuendo diritti, sia a norme formali o strumentali,

che si limitano cioè ad istituire fonti per la creazione di ulteriori norme. A questa categoria

appartengono i trattati costitutivi di organizzazioni internazionali, che oltre a disciplinare

direttamente certi rapporti tra gli Stati membri, demandano agli organi sociali la produzione di

norme ulteriori.

9. 2. Come i contratti nel diritto interno sottostanno alla legge, così i trattati internazionali

sottostanno a una serie di norme consuetudinarie che ne disciplinano il procedimento di formazione

nonché i requisiti di validità ed efficacia. Tale complesso di regole forma il cosiddetto diritto dei

trattati. Ad esso è dedicata una delle grandi convenzioni di codificazione promosse dalle Nazioni

Unite: la convenzione di Vienna nel 1969 sul diritto dei trattati, in vigore dal 27 gennaio 1980 e

ratificata anche dall'Italia. Oltre la convenzione del 1969, vanno menzionate altre due convenzioni

di codificazione, concluse a Vienna, rispettivamente nel 1978 e nel 1986. La prima riguarda una

materia particolare, quella della successione degli stati dei trattati; la seconda, riguarda i trattati

stipulati tra stati e organizzazioni internazionali o tra organizzazioni internazionali.

Come nel diritto interno i contratti sono subordinati alla legge, così i trattati sottostanno alle

consuetudini (pacta sunt servanda). Le Nazioni Unite hanno promosso l'elaborazione della

Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in vigore dal 27.01.1980 e ratificata anche

dall'Italia con legge 112/74.

Secondo quanto la stessa Convenzione stabilisce all'art. 4. il suo campo di applicazione non tocca le

regole meramente riproduttive delle norme consuetudinarie generali, che, proprio perché generali,

valgono per tutti gli Stati e per tutti i trattati. La Convenzione, invece, si applica unicamente ai

trattati conclusi tra Stati dopo la sua entrata in vigore per tali Stati. Ma occorre che gli Stati

stipulanti un accordo siano gli stessi della Convenzione o vale anche se alla conclusione del Trattato

partecipano anche Stati terzi? Generalmente si preferisce questa seconda interpretazione. Alle

regole non riproduttive del diritto consuetudinario si riferisce la seconda parte dell'articolo 4,

quando stabilisce che la convenzione si applica unicamente ai trattati conclusi tra stati dopo la sua

entrata in vigore per tali stati. Sono espressi in questa frase due principi: quello che le norme

innovative della convenzione non hanno carattere retroattivo e quello che le norme innovative

valgono solo per gli stati tra cui la convenzione è in vigore, ossia tra gli stati che la ratificano.

9. 3. Come si arriva alla conclusione di un accordo? I modi di incontro della volontà degli stati sono

molto liberi nel diritto internazionale in materia di forma e procedura. L'accordo si può perfezionare

istantaneamente o al termine di complicate procedure. Generalmente il procedimento formale o

solenne vede la competenza assoluta del capo di Stato. Il trattato veniva negoziato dagli emissari del

sovrano, definiti plenipotenziari, in quanto dotati di pieni poteri, per la negoziazione. I

plenipotenziari predisponevano il testo dell'accordo e lo sottoscrivevano. Seguiva poi la ratifica da

parte del sovrano, con cui accertava se i plenipotenziari si fossero effettivamente attenuti al

mandato ricevuto. Alla fine, per portare la volontà del sovrano a conoscenza delle controparti,

avveniva lo scambio delle rettifiche. Abbiamo quindi quattro fasi: negoziazione, firma, ratifica e

scambio delle rettifiche.

L'articolo 7 della convenzione di Vienna stabilisce che una persona è considerata come rappresentante dello Stato se

produce dei pieni poteri appropriati. I pieni poteri sono appropriati quando provengono dagli organi competenti in base

alla diritto e alla prassi propri di ciascun paese. Nella maggior parte degli stati, tra cui l'Italia, la competenza è del potere

esecutivo.

La fase della negoziazione è tanto più complessa quanto più numerosi sono gli stati che partecipano

alla negoziazione stessa.

L'articolo 9 della convenzione di Vienna dice che l'adozione del testo del trattato ha luogo con il consenso di tutti gli

stati partecipanti alla sua elaborazione. L'adozione del testo del trattato da parte di una conferenza internazionale ha

luogo con il voto favorevole dei due terzi degli stati presenti votanti, a meno che non venga decisa, con la stessa

maggioranza, l'applicazione di una regola diversa.

Il negoziato si conclude con la "firma" da parte dei plenipotenziari, ma questa non comporta ancora

nessun vincolo per gli Stati: ha solo valore di autenticazione del testo predisposto.

La manifestazione della volontà dello Stato che si impegna si ha con la ratifica. La competenza a

ratificare è disciplinata dal diritto costituzionale di ogni Stato. L'ordinamento italiano all'art. 87

dispone che il Presidente della Repubblica ratifica i trattati internazionale, previa, quando occorre,

l'autorizzazione delle Camere. L'art. 80 specifica quali sono le materie per le quali è prevista

l'autorizzazione e deve essere data con legge: trattati che hanno natura politica, o prevedono

regolamenti giudiziari, o comportano variazioni del territorio nazionale o oneri alle finanze, o

modificazioni di leggi. Questi due articoli devono essere letti con l'art. 89 Cost., secondo cui nessun

atto del Presidente è valido se non è controfirmato dal ministro proponente che se ne assume la

responsabilità.

Circa i rapporti tra il presidente della Repubblica e il governo, si discute nella dottrina costituzionalistica sulla natura

dell'intervento presidenziale. Taluni sostengono che il capo dello Stato partecipi alla formazione dell'atto; altri invece

ritengono che egli resti estraneo al provvedimento. Circa i rapporti tra parlamento e governo, vi è concordia nel ritenere

che una volta intervenuta la legge di autorizzazione, il governo possa stabilire discrezionalmente il tempo in cui

procedere alla ratifica. Si discute invece se la discrezionalità del governo possa spingersi fino ad un rinvio sine die della

ratifica medesima.

Non sempre le Costituzioni moderne parlano di ratifica. Possiamo trovare anche i termini come

"approvazione", "conclusione" etc. Alla ratifica inoltre si equipara l'adesione che si ha, nel caso di

trattati multilaterali, quando la manifestazione di volontà diretta a concludere l'accordo proviene da

uno Stato che non ha preso parte ai negoziati. Ovviamente sarà necessario che il trattato sia"aperto",

ossia che contenga una clausola di adesione.

Alla ratifica segue lo scambio delle ratifiche o il deposito delle ratifiche. Nel caso di scambio,

l'accordo si perfeziona istantaneamente. Nel caso di deposito, che è la procedura normalmente

seguita per i trattati multilaterali, l'accordo si forma tra gli Stati depositanti. A volte si può

prevedere che il trattato non entri in vigore finché non si siano raggiunte un certo numero di

ratifiche. Allo scambio e al deposito l'articolo 16 della convenzione di Vienna aggiunge la notifica

agli stati contenti o al depositario.

Secondo l'articolo 102 della carta delle Nazioni Unite ogni trattato o accordo internazionale deve essere registrato

presso il segretariato delle Nazioni Unite e pubblicato a cura di quest'ultimo. Dallo stesso articolo si ricava che l'unica

conseguenza derivante dalla omessa registrazione è costituita dalla impossibilità di invocare il trattato di fronte ad un

organo delle Nazioni Unite.

9. 4. Questa, abbiamo detto, è la procedura solenne. È possibile però che gli stati, godendo di ampia

libertà per la formazione degli accordi, scelgano un'altra forma. Le procedure alternative possono

distinguersi a seconda che sfocino comunque nella ratifica oppure si caratterizzino per un differente

modo di manifestazione della volontà da parte degli stati. Tra le prime sono inquadrabili le

numerose variazioni che nella prassi subiscono le fasi dei negoziati e della firma. Alla negoziazione

diretta si sostituisce la discussione e l'approvazione da parte di un organo, di solito dell'organo

assembleare, dell'organizzazione. La firma, nel caso degli accordi multilaterali, sempre più spesso

viene differita nel tempo: il testo del trattato è aperto alla firma alla ratifica degli stati; cosicché

questi ultimi possono prima firmare e poi provvedere al deposito della ratifica. La firma differita

non ha più funzione di autenticazione del testo e neppure comporta, dovendo essere seguita dalla

ratifica alcuna partecipazione dello stato al trattato; essa costituisce una generica dichiarazione di

disponibilità. Tra le seconde, la più diffusa è la forma semplificata, tanto si parla anche di accordi

informali. L'accordo che si perfeziona con questa procedura entra in vigore per effetto della sola

sottoscrizione del testo da parte dei plenipotenziari, attribuendo alla firma il valore di piena e

definitiva manifestazione di volontà. Ovviamente lo Stato dovrà attribuire questo potere ai

plenipotenziari, si dovrà specificare questo effetto della firma e si dovrà esprimere nel corso della

negoziazione che si intende attribuire questo valore alla firma. Rientrano nella categoria degli

accordi in forma semplificata anche di scambi di note diplomatiche. In questa categoria rientrano

tutti gli accordi che, in modo o in un altro, di Atene dello Stato preposti alle relazioni con gli altri

stati, stipulano senza ricorrere alla procedura della ratifica, impegnando definitivamente la

responsabilità dello Stato. È bene sottolineare una cosa: per averci un accordo in forma

semplificata, non è sufficiente che la fase della ratifica sia saltata ma è anche necessario che dal

testo dell'accordo risulti una sicura volontà di obbligarsi. Ciò va detto perché la prassi

internazionale conosce numerosi casi di intese tra governi che non hanno natura di veri e propri

accordi in senso giuridico. Simili intese valgono finché valgono. Tale è il caso dell'atto finale della

conferenza del 1975 sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (accordi di Helsinki).

Il caso più chiaro, ma anche più raro, di intesa non giuridica è quella in cui l'accordo tra due o più stati dichiari

espressamente di non costituire un accordo internazionale. In una zona di confine tra le intese non giuridiche e gli

accordi in forma semplificata si collocano gli accordi sull'applicazione provvisoria dei trattati, che si hanno quando, nel

testo stesso del trattato da sottoporre ratifica, le parti prevedono che il trattato entri provvisoriamente in vigore. Gli

accordi di applicazione provvisoria sono considerati da taluni come intese prive di carattere giuridico, da altri come

accordi in forma semplificata, come tali vincolanti.

La competenza a concludere accordi in forma semplificata, al pari della competenza a ratificare, è

regolata da ciascuno Stato con proprie norme costituzionali. Tendenzialmente l'organo competente

è l'esecutivo. Per quanto riguarda l'ordinamento italiano, appare convincente la tesi secondo cui la

stipulazione in forma semplificata sarebbe da escludere solo quando l'accordo appartenga ad una

delle categorie di cui all'articolo 80 (trattati che hanno natura politica, che prevedono arbitrati o

regolamenti giudiziari, che importano variazioni del territorio o oneri alle finanze o modificazioni di

leggi). In tutti gli altri casi il potere esecutivo sarebbe libero di decidere, insieme alle altre parti

contraenti, se dare all'accordo forma solenne oppure stipulare direttamente. Tale tesi viene ricavata

da un'interpretazione sistematica degli articoli 80 e 87 della costituzione.

Una modifica va apportata riguardo una delle categorie dell'articolo 80, precisamente quella degli accordi che

importano oneri alle finanze. Si può ritenere che, se un accordo non rientri in nessuna delle altre categorie previste

dall'articolo 80 e comporti spese che possono rientrare nel bilancio ordinario del ramo dell'amministrazione interessato,

esso sia stipulabile in forma semplificata. Quando si parla di oneri delle finanze, si intendono quelli non preventivati. È

stato anche sostenuto che gli accordi stipulati dall'esecutivo senza ratifica del capo dello Stato potrebbero giustificarsi

sulla base di una delega del capo dello Stato ai singoli ministri. È importante notare che la categoria degli accordi in

forma semplificata è riconosciuta dal legislatore: per la l. 11/12/1984 n. 889 prevede che la pubblicazione degli atti

normativi della Repubblica italiana nella gazzetta ufficiale avvenga per gli accordi ai quali la Repubblica si obbliga

nelle relazioni internazionali, compresi quelli in forma semplificata e che non necessitano di pubblicazione.

La prassi degli accordi in forma semplificata si è andata estendendo a partire dal secondo

dopoguerra. Anche in Italia la stipulazione in forma semplificata è assai diffusa e tende a superare i

confini delle materie tecnico amministrative per invadere la sfera coperta dall'articolo 80.

9. 5. Cosa succede se l'organo che stipula il trattato non ha competenza o non segue le forme del

diritto interno? Il problema ha molta importanza in Italia perché, non mancano i casi in cui il nostro

governo ha usato la forma semplificata di stipulazione anche per accordi che chiaramente

rientravano nelle categorie previste dall'articolo 80 della costituzione e per i quali occorreva quindi

l'intervento del parlamento e la ratifica da parte del presidente della Repubblica. Possiamo fare

alcuni esempi: la domanda di ammissione dell'Italia alle Nazioni Unite avvenuta con un atto del

nostro ministro degli esteri, del 7/5/1947; il memorandum di intesa per Trieste del 5/10/1954 che

attribuì all'Italia l'amministrazione della zona A del territorio triestino e alla Jugoslavia

l'amministrazione della zona B e che fu concluso a Londra direttamente dai plenipotenziari dei

governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia e Jugoslavia, essendo inteso tra le parti che esso

entrasse in vigore immediatamente. Tra dichiarazione finale della conferenza di Tangeri del

29/10/1956 sull'abolizione del regime di amministrazione internazionale di Tangeri; lo scambio di

note italo francese della 28/4/1964 sulla determinazione della frontiera del Moncenisio. Che dire

della validità internazionale di tutti questi accordi?

Degli accordi di cooperazione e d'assistenza militare e di concessione di basi, la tesi sempre sostenuta dal potere

esecutivo è che essi non abbiano bisogno della ratifica, e della relativa legge di autorizzazione, trattandosi di accordi

esecutivi rispetta il trattato istitutivo della Nato, trattato debitamente ratificato ed autorizzato. La tesi non ha

fondamento dal punto di vista giuridico, dato che il trattato nato prevede che i rappresentanti degli stati partecipanti ai

due organi dell'organizzazione, il consiglio e il comitato di difesa, possano adottare soltanto raccomandazioni.

Tendenzialmente si escludono sia visioni prettamente internazionalistiche, sia visioni prettamente

interne: gli accordi non sono né sempre validi, né sempre invalidi. Ripudiate tali situazioni estreme,

la convenzione di Vienna propone una soluzione all'articolo 46: il fatto che il consenso di uno Stato

ad essere vincolato da un trattato sia stato espresso in violazione di una regola di competenza a

stipulare del suo diritto interno non può essere invocato da tale Stato come vizio del suo consenso, a

meno che la violazione non sia manifesta e non concerna una regola del suo diritto interno di

importanza fondamentale; una violazione è manifesta se è obiettivamente evidente per qualsiasi

Stato che si comporti in materia secondo la prassi abituale e in buona fede. Così stando le cose, si

ritiene che l'articolo 46 della convenzione di Vienna corrisponda al diritto internazionale generale

quando codifica il principio che la violazione di norma interne di importanza fondamentale in tema

di competenza a stipulare sia causa di invalidità del trattato. Noi riteniamo che la violazione di

norme interne di importanza fondamentale sia causa di invalidità del trattato solo quando

sull'accordo non si sia pronunciato uno degli organi cui la Costituzione assegna un potere

decisionale effettivo nel procedimento di stipulazione. Sembra invece l'articolo 46, non corrisponda

al diritto consuetudinario nella parte in cui enuncia il principio della buona fede; si ritiene inoltre

che una l'accordo concluso dall'esecutivo acquisti il valore di vero e proprio accordo internazionale

in senso giuridico nel momento in cui l'organo messo da parte manifesti esplicitamente o

implicitamente il suo assenso. L'assenza del nostro parlamento si ebbe, nel caso dell'ammissione

alle Nazioni Unite con la legge 17/8/1957 n. 847 contenente l'ordine di esecuzione della carta; nel

caso del memorandum per Trieste con l'approvazione di leggi finanziarie che stanziarono fondi per

l'amministrazione del territorio triestino; ecc..

Appare assai criticabile la sentenza della corte internazionale di giustizia dell'1/ 7/1994 nel caso della delimitazione

marittima delle questioni territoriali tra Qatar e Bahrein. La corte si è trovata a dover decidere circa la pretesa del

Bahrein di considerare come invalido un accordo in forma semplificata in quanto relativa a materia richiedente

l'intervento del legislatore. La pretesa era infondata, in quanto l'accordo non verteva direttamente su questioni

territoriali ma su un impegno arbitrale destinata a risolverle. La corte omette di considerare il problema alla luce


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti delle lezioni del Professor Andrea Giardina contenenti i principali concetti di diritto internazionale, tra i quali: la natura consuetudinaria delle norme di diritto internazionale, le caratteristiche dei Trattati (la loro inefficacia nei confronti degli stati terzi, l'incompatibilità tra le norme convenzionali, la formazione e la competenza a stipulare), lo scambio o deposito delle ratifiche, i principi dell’Assemblea Generale dell’ONU.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Giardina Andrea.

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