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Diritto internazionale - adattamento del diritto interno al diritto internazionale

Appunti sulle lezioni di Diritto internazionale tenute dal professor Andrea Giardina, comprensivi della descrizione dei meccanismi dell’adattamento del diritto interno al diritto internazionale. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l’impostazione dualista italiana (la visione dei due... Vedi di più

Esame di Diritto internazionale docente Prof. A. Giardina

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Nella Costituzione c’è l’art. 10 che dice che l’ordinamento italiano si conforma alle norme del diritto

internazionale generalmente riconosciute. Questo articolo opera una forza di adattamento automatico e

permanente del diritto italiano al diritto internazionale generale, nel senso che le norme del diritto

internazionale generale vengono automaticamente immesse nel nostro ordinamento grazie all’art. 10 della

Costituzione. Si tratta essenzialmente delle norme consuetudinarie, perché abbiamo escluso che ci siano altre

fonti di diritto internazionale generale, rispetto alla consuetudine.

L’art. 10 immette nel nostro ordinamento le norme consuetudinarie a livello costituzionale.

La Corte Costituzionale italiana ha ammesso, in linea di principio, che una legge italiana che fosse in contrasto

con un norma di diritto internazionale generale, potrebbe essere dichiarata incostituzionale dalla Corte stessa,

ex art. 10 della Costituzione: quindi, nei rapporti tra le norme del diritto internazionale generale immesse

nell’ordinamento italiano e le norme di legge ordinarie (di rango inferiore rispetto alla Costituzione), le norme

internazionali prevalgono.

RAPPORTI TRA LE NORME IMMESSE NEL NOSTRO ORDINAMENTO EX ART. 10 E LE NORME DELLA

COSTITUZIONE:

Cosa succede se c’è un contrasto tra una norma costituzionale e una norma internazionale?

Quale delle due prevale?

Conforti dice: “in linea di principio, dovrebbe prevalere la norma internazionale”, perché a parità di rango, la

norma internazionale dovrebbe prevalere in base ad una sorta di principio di specialità, perché l’art. 10 usa

una formulazione generica dicendo “l’ordinamento italiano si conforma alle norme del diritto internazionale

generalmente riconosciute”. L’ordinamento italiano comprende anche le norme costituzionali e, quindi, anche

le norme costituzionale dovrebbero considerarsi modificate nella misura in cui ci fosse un contrasto con le

norme del diritto internazionale generale.

Questa prevalenza del diritto internazionale, addirittura rispetto alle norme consuetudinarie, dice Conforti, non

va spinto fino alle estreme conseguenze, nel senso che per Conforti, ma anche altri costituzionalisti italiani,

ritengono che ci siano dei principi fondamentali nella Costituzione che avrebbero un rango superiore a quello

costituzionale: sarebbero dei principi super costituzionali, delle norme fondamentali della Costituzione,

superiori alla Costituzione stessa, tant’è vero che chi ammette questa concezione, poi dice che quando si

modifica la Costituzione con i normali procedimenti di modifica costituzionali, non si potrebbero modificare in

alcun modo i principi fondamentali, che avrebbero un rango superiore rispetto alla Costituzione. Se è vero che

esistono questi principi fondamentali, ne dobbiamo dedurre che essi prevalgono anche rispetto alle norme

consuetudinarie, immesse nell’ordinamento a livello costituzionale dall’art. 10, ma siccome detti principi stanno

al di sopra delle normali norme costituzionali, non potrebbero nemmeno essere derogati dalle norme di diritto

internazionale consuetudinario.

E’ difficile che si possa ipotizzare in concreto un contrasto tra una norma di diritto internazionale

consuetudinario e una norma della Costituzione, perché di solito il diritto costituzionale si occupa di materie

che il diritto internazionale non regola, es. l’organizzazione interna dell’ordinamento; ma per quanto riguarda i

diritti fondamentali, alcuni di questi che sono espressione di principi fondamentali della Costituzione,

potrebbero porsi in contrasto con alcune norme di diritto internazionale consuetudinario e vengono qui in

considerazione tutte quelle norme tradizionali del diritto internazionale, che attribuiscono delle immunità dalla

giurisdizione agli Stati stranieri o ad organi degli Stati stranieri: di fronte a queste norme che garantiscono

delle immunità dalla giurisdizione civile e penale (per quello che riguarda gli Stati esclusivamente dalla

giurisdizione civile) italiana, si può porre un contrasto con l’art. 24 della Costituzione: Tutti possono agire in

giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi = se ammettiamo che l’art. 24 della Costituzione

enuncia un principio fondamentale, di quelli inderogabili anche con legge costituzionale, allora di dovrebbe

dedurre che c’è un contrasto tra alcune norme di diritto internazionale consuetudinario tradizionali e un

principio fondamentale della Costituzione italiana.

Conforti dice: la cosa importante è che il principio enunciato nell’art. 24 sia soddisfatto nella sostanza = l’art.

24 può considerarsi non violato se nell’ordinamento interno dello Stato straniero che beneficia dell’immunità

dalla giurisdizione, ci sono dei meccanismi giurisdizionali dai quali il cittadino italiano può avvalersi per

ottenere il soddisfacimento dei propri diritti: se questo è possibile Conforti dice che l’art. 24 è soddisfatto; se

non è possibile perché lo Stato straniero è uno Stato incivile, che non possiede un sistema giurisdizionale che

garantisce una tutela adeguata dei diritti dei cittadini stranieri, allora concludiamo, con Conforti, che c’è una

violazione dell’art. 24 e quindi la giurisdizione italiana, nei confronti di questi Stati, che non garantiscono al loro

interno dei meccanismi giurisdizionali per la tutela dei diritti degli italiani, non godono dell’immunità della

giurisdizione, anche a costo di imputare all’Italia un illecito internazionale, in violazione del diritto

internazionale consuetudinario.

A sostegno di questa teoria Conforti cita una sentenza della Corte di Cassazione, sentenza dell’8 giugno

1994, la quale riguarda l’immunità dalla giurisdizione di un’organizzazione internazionale. Si trattava di

un’organizzazione internazionale, il “centro internazionale di alti studi agronomici mediterranei”, che aveva

licenziato un cittadino italiano assunto da un organo locale dell’organizzazione stessa (istituto agronomico di

Bari). Il cittadino italiano si rivolge al Pretore del lavoro di Bari e chiede la reintegrazione del posto di lavoro e

la condanna dell’istituto al risarcimento del danno subito, nella misura delle mancate retribuzioni dalla data di

cessazione del rapporto, nonché alla contribuzione previdenziale. L’istituto si costituisce in giudizio ed

eccepisce l’immunità dalla giurisdizione: questo centro internazionale funzionava in base ad un trattato, il

quale garantisce all’organizzazione un’assoluta immunità per la giurisdizione civile degli Stati membri. L’Italia,

al momento di ratificare il trattato, aveva fatto una riserva alla disposizione che attribuiva all’organizzazione

un’immunità assoluta dalla giurisdizione, riserva con la quale si era impegnata a rispettare questi principi, nei

limiti e secondo i principi generali accordati dal diritto internazionale agli Stati stranieri = immunità limitata che

il diritto internazionale consuetudinario riconosce agli Stati stranieri, immunità che riguarda solo gli atti

compiuti nell’esercizio di funzioni sovrane (atti iure imperi).

In questo caso, la Cassazione è arrivata alla conclusione che il cittadino italiano licenziato non poteva

rivolgersi al giudice italiano per ottenere la reintegrazione del posto di lavoro. Tra le tante argomentazioni

sollevate da questo cittadino italiano, c’è anche quella per cui queste norme sull’immunità dalla giurisdizione

civile degli Stati stranieri che l’Italia voleva applicare anche a questa organizzazione internazionale in deroga

al regime favorevole previsto dal trattato: questo regime era da considerarsi in contrasto con l’art. 24 della

Costituzione.

La Corte dice: non risulta da norme espresse dalla Costituzione che sussiste un’inderogabilità assoluta dalla

giurisdizione statale, né essa è deducibile con particolare riguardo alla materia civile, dai principi generali del

nostro ordinamento che considera ipotesi di deroga stabilite da leggi ordinarie. La tutela prevista dall’art. 24

della Costituzione non impedisce l’immunità giurisdizionale degli Stati esteri e dei soggetti internazionali, e i

principi in esso stabiliti vanno contemperati con gli obblighi nascenti dai trattati e dalle consuetudini

internazionali a difesa della sovranità di detti soggetti. Problemi possono nascere nel momento in cui si valuta

l’esistenza in concreto di un giudice chiamato a tutelare il diritto vantato dal soggetto interessato, questione

che si pone con riferimento agli Stati esteri, ma si porrebbe anche nei confronti degli enti internazionali che

non hanno un proprio ordinamento giurisdizionale se la tutela dei diritti dei loro dipendenti fosse rimessa alle

decisioni assolutamente discrezionali dal datore di lavoro.

Ma la Cassazione dice: nel caso specifico non è questa la situazione in esame, perché risulta dal regolamento

del centro internazionale che vi è un’apposita commissione dei ricorsi competente a decidere dei ricorsi

proposti dai dipendenti contro le decisioni del centro, che è un organo di individui che agisce in piena

indipendenza ed è composta da esperti di diritto internazionale e diritto di lavoro, cioè sufficiente per garantire

il principio supremo per la tutela giurisdizionale, tutelato dall’art. 24 della Costituzione.

La Corte Costituzionale è stata chiamata, una volta, a decidere della contrarietà delle norme del diritto

internazionale consuetudinario relative all’immunità dalla giurisdizione all’art. 24 della Costituzione, dando una

soluzione diversa da quella di Conforti e dalla sentenza della Corte di Cassazione: nella sentenza del 18

giugno 1979 la Corte Costituzionale ha distinto:

norme consuetudinarie che esistevano già al momento dell’adozione della Costituzione = la dizione

- dell’art. 10 è talmente onnicomprensiva che garantisce comunque la prevalenza delle norme

consuetudinarie anche rispetto ai principi fondamentali della Costituzione;

norme consuetudinarie formatesi successivamente = dovrebbero prevalere rispetto alle normali norme

- costituzionali, ma dovrebbero soggiacere ai principi fondamentali della Costituzione.

ADATTAMENTO AI TRATTATI:

A differenza di quello che avviene in alcune Costituzioni contemporanee che sono più avanzate della nostra,

la Costituzione italiana non contiene nessuna norma relativa all’adattamento del diritto italiano ai trattati

internazionali di cui l’Italia è parte, ma si occupa solo della competenza a stipulare i trattati.

Dobbiamo citare la teoria avanzata di QUADRI, il quale di fronte alla nuova Costituzione italiana, adottata

dopo la II guerra mondiale, di fronte all’art. 10 e di fronte all’assenza di norme specifiche relative

all’adattamento ai trattati, il quale dice: è vero che non ci sono norme relative all’adattamento ai trattati, però

l’art. 10 può sopperire a questa carenza: tra le norme consuetudinarie immesse nell’ordinamento italiano

dall’art. 10, c’è anche la norma pacta sunt servanda, quella famosa norma sulla produzione giuridica che

fonda l’obbligatorietà dei trattati. Tale teoria andava però contro la chiara volontà dei costituenti che,

nell’adottare l’art. 10, avevano chiaramente voluto riferirsi solo alle norme generali (e lo confermano anche i

lavori preparatori). Infatti, questa teoria del Quadri suscitò subito varie polemiche in dottrina e, comunque, non

è mai stata accolta dalla Corte Costituzionale, la quale invece ha detto esplicitamente che l’art. 10 non può

aiutarsi per quanto riguarda il problema dell’adattamento ai trattati, perché si riferisce solo alle norme materiali

del diritto internazionale generale, non a norme istitutive di fonti come la norma pacta sunt servanda.

Così, anche nella prassi italiana del dopoguerra si continua a fare quello che si faceva all’epoca dello Statuto

Albertino, cioè di volta in volta, in relazione a singoli trattati, si provvede ad adottare le norme interne di

adattamento. Non abbiamo, come per quanto riguarda il diritto consuetudinario, un procedimento di

adattamento automatico e permanente, come quello di cui all'art. 10, che una volta per tutte immette

nell’ordinamento il diritto consuetudinario, anche quello che eventualmente si forma successivamente;

abbiamo invece, caso per caso, per ogni singolo trattato ratificato dall’Italia, di cui l’Italia sia divenuta parte,

vengono adottate le norme interne di adattamento per consentire l’applicazione del trattato anche all’interno

dello Stato. Il procedimento seguito è lo stesso: il procedimento speciale di adattamento = anziché adottare

delle norme interne che riformulano le norme del trattato, si adotta l’ordine di esecuzione, cioè una

disposizione, di solito contenuta in una legge ordinaria, ma anche in un regolamento del Governo, che dice

che piena ed intera esecuzione è data al trattato internazionale di cui si tratta, facendosi rinvio al trattato

internazionale che per opera di questo ordine di esecuzione potrà essere direttamente applicato dagli

operatori giuridici italiani, senza bisogno di riformulare le norme del trattato stesso.

Nella prassi italiana, l’ordine di esecuzione quasi sempre viene dato, per quanto riguarda i trattati stipulati in

forma solenne e, in particolare, quelli per i quali ex art. 80 della Costituzione è necessaria l’autorizzazione del

Parlamento alla ratifica (data con legge), con quella stessa legge che, in base all’art. 80 della Costituzione,

autorizza il Presidente della Repubblica alla ratifica del trattato. Questo significa che l’ordine di esecuzione

viene dato prima che l’Italia abbia ratificato, o abbia aderito, al trattato, cioè prima che il trattato sia entrato in

vigore sul piano internazionale. Ma questo non comporta conseguenze negative di sorta; proprio perché si

tratta di un procedimento speciale di adattamento (mediante rinvio), questo rinvio al trattato operato dall’ordine

di esecuzione produrrà i suoi effetti solo a partire dal momento in cui il trattato sarà in vigore sul piano

internazionale. Rende applicabile il trattato all’interno dello Stato, ma solo nella misura in cui il trattato esista e

sia in vigore per l’Italia sul piano internazionale: a volte questo è detto espressamente nell’ordine di

esecuzione, ma se anche non fosse detto espressamente, non potremmo arrivare alla conclusione in base

alla quale il trattato dovrebbe applicarsi in Italia a partire dalla data di entrata in vigore della legge che contiene

l’ordine di esecuzione, quindi immediatamente dopo la vacatio legis ordinaria che decorre dalla pubblicazione

della legge in Gazzetta Ufficiale. Non potremmo arrivare a questa conclusione, perché è nella natura stessa

dell’ordine di esecuzione rendere applicabile all’interno dello Stato, nella misura in cui questa norma esista.

ESEMPIO: Sentenza della Corte di Cassazione, riguardante il caso Ylona Staller, cittadine italiana, che aveva

sposato un americano: dopo varie traversie matrimoniali, a cui era seguito il divorzio, i due avevano raggiunto

un accordo negli USA in base al quale, durante la pendenza del giudizio il figlio aveva diritto ad abitare nella

casa familiare ed entrambi i genitori avevano diritto a tenere il figlio in ugual misura, senza interferenze

reciproche, e con divieto di allontanamento dallo Stato di New York. Ma nel giugno del ’94 la Staller, violando il

divieto di assoluto della Corte era fuggita da New York col figlio, rifugiandosi a Roma, dove vive tuttora, e il

marito aveva fatto ricorso in Italia, perché in questa materia c’è una Convenzione dell’Aja del 25/10/1980

relativa alla sottrazione dei minori che si applicano proprio a questi casi. Però questa Convenzione del 1980

era stata ratificata dall’Italia con legge di autorizzazione alla ratifica contenente anche l’ordine di esecuzione

del 15/1/1994, però l’entrata in vigore della Convenzione dell’Aja per l’Italia avvenne solo l’1/5/1995. Siccome

la Convenzione dice di volersi applicare solo alle sottrazioni di minori avvenute dopo la sua entrata in vigore

per lo Stato contraente contro il quale si invoca la citazione della Convenzione, la Cassazione da ragione alla

Staller, dicendo che non poteva essere invocata questa Convenzione, perché la sottrazione era avvenuta

prima dell’entrata in vigore del trattato, anche se dopo la data dell’ordine di esecuzione.

Cosa strana di questa sentenza è che la legge che contiene l’ordine di esecuzione è del gennaio del 1994,

come tutte le leggi è entrata in vigore dopo la vacatio legis che ricorre dalla pubblicazione in Gazzetta

Ufficiale, quindi anche se la Convenzione non era ancora in vigore per l’Italia, però l’ordine di esecuzione era

già in vigore, quindi la Convenzione va applicata in Italia prima del sequestro.

La Corte risponde che non è applicabile perché l’Italia ha ratificato dopo, perché nell’ordine di esecuzione è

detto esplicitamente che piena ed intera esecuzione è data alla Convenzione a partire dalla data della sua

entrata in vigore, in base all’art. (tot) della Convenzione stessa.

Ma quello che la Corte dice in questa sentenza è che se non fosse stato detto esplicitamente nell’ordine di

esecuzione che l’applicazione della Convenzione in Italia era subordinata alla sua entrata in vigore sul piano

internazionale, allora il trattato avrebbe potuto applicarsi fino dalla data di entrata in vigore della legge

contenente l’ordine di esecuzione, anche se poi la Convenzione fosse stata ratificata dopo.

Dobbiamo dire che è delle natura stessa dell’ordine di esecuzione subordinare l’applicazione del trattato

all’interno dello Stato alla sua entrata in vigore sul piano internazionale anche se questo non è detto

esplicitamente nel testo dell’ordine di esecuzione.

L’adattamento del diritto italiano ai trattati avviene di volta in volta con lo strumento dell’ordine di esecuzione,

con un procedimento speciale che rande applicabile direttamente il trattato all’interno del nostro ordinamento.

L’ordine di esecuzione è dato di solito con una legge, ma può essere dato anche con atti di diversa natura:

ESEMPIO, nella Convenzione sul genocidio del 1948 l’ordine di esecuzione è stato dato con una legge

costituzionale perché si riteneva che ci fossero dei problemi di incompatibilità tra certe disposizioni della

Convenzione e certi della Costituzione; in altri casi si da esecuzione ai trattati con un atto amministrativo. Ma

nella maggior parte dei casi l’ordine di esecuzione è dato con una legge e nella prassi italiana questa legge è

la stessa, almeno per quanto riguarda i trattati conclusi in forma solenne, che da anche l’autorizzazione alla

ratifica.

Questo comporta che il ruolo dell’interprete che deve applicare il trattato dovrà risolvere una serie di problemi,

quando deve applicare il trattato, che invece se fosse stato adottato il metodo ordinario non dovrebbe risolvere

perché sarebbero già stati risolti dal Parlamento, o dal Governo, in sede di adozione delle norme di attuazione

del trattato. Invece, di fronte ad un trattato immesso dall’ordinamento con l’ordine di esecuzione l’interprete

deve soprattutto accertare se il trattato è entrato in vigore per l’Italia, perché l’ordine di esecuzione non opera

a partire dall’entrata in vigore delle legge che contiene l’ordine di esecuzione, ma opera dal momento in cui il

trattato entra in vigore sul piano internazionale per l’Italia, che normalmente avviene in un momento

successivo.

In secondo luogo, l’interprete dovrà accertare quali sono gli Stati parti del trattato, perché il trattato si applica

solo tra gli Stati parti del trattato; ma questo non significa che le regole contenute nel trattato devono essere

applicate solo nei rapporti con i cittadini degli Stati parti del trattato, perché ci sono dei trattati, come ad

esempio, gli accordi di estradizione che chiaramente creano diritti ed obblighi nei rapporti tra gli Stati parti; ma

ci sono altri trattati, quelli che impongono agli Stati parti di adottare certe norme di diritto privato, che una volta

immessi nell’ordinamento interno si applicano erga omnes.

ESEMPIO:

1) Convenzione di Bruxelles del 1978 sulla competenza giurisdizionale si applica solo se il convenuto del

processo ha il domicilio in uno degli Stati contraenti.

2) Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali si applica erga

omnes: le norme dettate dalla Convenzione si applicano indipendentemente dalla nazionalità delle

parti del trattato, anche se si tratta di cittadini di Stati terzi.

In terzo luogo, l’interprete dovrà anche stabilire se c’è stata una successione, quindi dovrà vedere se uno

Stato non contraente originario della Convenzione è però subentrato, in seguito alla successione fra Stati,

nella Convenzione stessa.

ESEMPIO: nella sentenza della Corte d’Appello di Torino del 1993 in cui si era posto il problema se una

Convenzione di estradizione, stipulata tra Italia e Iugoslavia, fosse applicabile, in seguito alla successione

verificatasi nella ex Jugoslavia, nei rapporti tra Italia e Croazia. E il tribunale di Torino, applicando la regola

della tabula rasa, ha risposto che questa Convenzione non era in vigore e non poteva applicarsi tra Italia e

Croazia.

Dovrà poi anche accertare se l’Italia ha posto delle riserve a questa Convenzione e quali sono gli effetti di

queste riserve: la sentenza della Corte di Cassazione dell’organizzazione per studi agronomici mediterranei,

che aveva un ufficio periferico a Bari, anche se la convenzione prevedeva un’immunità assoluta dalla

giurisdizione civile dell’organizzazione internazionale in questione, l’Italia aveva fatto una riserva nella quale

aveva detto che avrebbe accordato all’organizzazione un’immunità nei limiti in cui l’immunità è garantita dal

diritto consuetudinario agli Stati stranieri, quindi un’immunità relativa soltanto agli atti compiuti iure imperi.

Inoltre, nell’applicare le norme del trattato, l’interprete interno, se ci sono dei problemi di interpretazione, dovrà

applicare non le norme interne in materia di interpretazione della legge, ma dovrà applicare le norme

internazionali sull’interpretazione dei trattati che sono immesse nel nostro ordinamento, in quanto norme

consuetudinarie, dall’art. 10 della Costituzione e, in più, sono anche immesse a livello di legge ordinaria in

seguito all’ordine di esecuzione che è stato dato alla Convenzione di Vienna del 1969 che codifica le regole

internazionali sull’interpretazione dei trattati. Sempre che non si tratti di uno di quei trattati come, in particolare,

i trattati istitutivi delle Comunità Europee che prevedono che quando sorge una questione d’interpretazione

delle relative disposizioni, il giudice nazionale possa, o debba se si tratta di giudice di ultima istanza, rivolgersi

ad un tribunale internazionale, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, per ottenere la corretta

interpretazione del trattato, in modo da garantire l’uniformità dell’applicazione: questo vale per la Convenzione

di Bruxelles del 1968 sulla competenza giurisdizionale e il riconoscimento delle sentenze straniere, per la

quale è previsto un meccanismo di rinvio pregiudiziale mutuato da quello previsto dai trattati istitutivi delle

Comunità Europee.

Però l’applicazione diretta delle norme del trattato non è sempre possibile: ci sono dei casi in cui la norma

internazionale non è self-executing, non è auto applicabile. Ci sono delle norme contenute nei trattati

internazionali, così come possono esserci delle norme consuetudinarie, che pur essendo state immesse

nell’ordinamento italiano non sono applicabili ad una fattispecie concreta, perché non sono perfette, non

contengono in sé tutti gli elementi necessari per poter essere applicate ad una fattispecie concreta. In questo

caso, l’ordine di esecuzione non è sufficiente a rendere applicabile all’interno dello Stato la norma

internazionale. Sarà necessaria una combinazione del metodo speciale di adattamento con il metodo

ordinario: bisognerà adottare le norme interne di specificazione che sono indispensabili per poter applicare

quelle determinate norme del trattato che non sono self-executing. Perciò, in alcuni casi, si adotta una legge

che da l’autorizzazione alla ratifica, da l’ordine di esecuzione, poi ci si accorge che certe norme del trattato

non sono self-executing e si adotta una successiva legge che da le norme di specificazione che consentono di

applicare concretamente quelle disposizioni del trattato che non sono self-executing.

Dovrebbe avvenire sempre, ma solo talvolta, che nella stessa legge che da l’ordine di esecuzione si adottano

anche, con metodo ordinario, le norme di specificazione indispensabili per poter applicare certe norme del

trattato.

ESEMPIO: L. 18/11/1995 N. 436 intitolata ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla proibizione dello

sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, fatta a Parigi il

13/1/1993 = è una Convenzione fondamentale sull’uso delle armi chimiche, non solo perché prevede il divieto

completo dell’uso delle armi chimiche in qualunque situazione, ma prevede anche tutto un complesso sistema

di disarmo per verificare che gli Stati effettivamente distruggano le armi chimiche che già hanno e che non ne

producano altre. Per dare esecuzione a questa Convenzione l’ordine di esecuzione non era sufficiente:

innanzitutto perché la Convenzione oltre ad istituire un’organizzazione internazionale con sede a l’Aja per

effettuare ispezioni periodiche sul luogo, prevede che gli Stati membri debbano designare delle autorità

nazionali che sono responsabili a livello nazionale di garantire il rispetto della Convenzione da parte dei privati,

che tengano poi rapporti con l’organizzazione internazionale che ha sede a l’Aja; in secondo luogo, perché la

Convenzione prevede una serie di comportamenti che gli Stati membri devono considerare come

comportamenti penalmente rilevanti. Questa legge, oltre ad autorizzare il Presidente della Repubblica a

ratificare la Convenzione (art. 1), oltre a contenere l’ordine di esecuzione (art. 2), agli artt. 3 e segg. Detta una

serie di norme di specificazione indispensabili per poter applicare quelle disposizioni della Convenzione che

non sono self-executing: l’art.9 designa il Ministero degli Affari Esteri come autorità nazionale competente a

tenere accordi con l’organizzazione internazionale dell’Aja; poi gli artt. dal 10 e segg. Prevedono le pene per i

comportamenti che la Convenzione considera penalmente rilevanti.

COSA SUCCEDE SE UN TRATTATO INTERNAZIONALE VIENE STIPULATO DALL’ITALIA MA NON VIENE

DATO L’ORDINE DI ESECUZIONE:

In una prospettiva monista si potrebbe sostenere che il trattato, essendo in vigore per l’Italia sul piano

internazionale, è comunque applicabile all’interno dello Stato. Ma siccome nel nostro ordinamento Dottrina e

Giurisprudenza seguono la prospettiva dualista, che parte dal presupposto che diritto internazionale e diritto

interno sono due ordinamenti distinti e separati, la Giurisprudenza italiana ne ha dedotto che, qualora non sia

stato dato l’ordine di esecuzione, il trattato è irrilevante per l’ordinamento interno, quindi non è applicabile

all’interno dello Stato da parte degli operatori giuridici nazionali.

Questo può verificarsi non tanto per i trattati conclusi in forma solenne, ma vale o per quei trattati di cui il

governo non ritiene che rientrino nell’art. 80 della Costituzione e non chiede l’autorizzazione alla ratifica al

Parlamento e li ratifica lo stesso senza autorizzazione parlamentare, oppure per i trattati conclusi in forma

semplificata, i quali non richiedono l’autorizzazione parlamentare alla ratifica.

Questi trattati non sono applicabili nell’ordinamento interno: Conforti è d’accordo con questa impostazione

della Giurisprudenza italiana, ma aggiunge solo che i giudici nazionali, pur non potendo applicare questi

trattati, perché sono in vigore nell’ordinamento internazionale, ma non nell’ordinamento interno, però

potrebbero ugualmente tenerne conto in sede d’interpretazione delle norme nazionali, dando alle norme

nazionali che siano suscettibili di più interpretazioni, quella conforme al trattato internazionale che l’Italia ha

ratificato. Il giudice nazionale può sapere, almeno in teoria, che l’Italia è parte del trattato, perché a partire da

una legge del 1984 è ormai obbligatorio per il Governo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale di tutti i trattati

internazionali, anche quelli che non vengono pubblicati automaticamente per il fatto di essere stati eseguiti con

una legge. Ma questa legge dispone che in ogni caso i trattati internazionali, anche quelli per i quali la

pubblicazione non sia già stata disposta in virtù del fatto che sono allegati a leggi del Parlamento, devono

essere comunque pubblicati in Gazzetta, ivi compresi quelli conclusi in forma semplificata.

RAPPORTI FRA IL TRATTATO INTERNAZIONALE E LE NORME DELLA COSTITUZIONE:

Sappiamo che il rango delle norme internazionali immesse nell’ordinamento italiano è lo stesso della norma

italiana che provvede all’adattamento. Abbiamo visto che le norme consuetudinarie, siccome sono immesse

ex art. 10 della Costituzione, hanno un rango costituzionale, salvo il problema dei principi fondamentali della

Costituzione.

Allo stesso modo dobbiamo dire che siccome nella prassi abituale per i trattati internazionali l’ordine di

esecuzione viene dato con una legge ordinaria, il rango di questi trattati sarà quello di una legge ordinaria.

Questo significa, innanzitutto, che i trattati internazionali stanno al di sotto della Costituzione e quindi in caso

di contrasto con una norma del trattato e una norma della Costituzione, non c’è dubbio che prevalga la norma

della Costituzione e la Corte Costituzionale potrà dichiarare costituzionalmente illegittima non direttamente la

norma del trattato, ma potrà dichiarare l’incostituzionalità della legge che contiene l’ordine di esecuzione, nella

parte in cui tale esecuzione sia in contrasto con un una norma della Costituzione.

La Corte Costituzionale non solo ha detto di essere competente in linea di principio a giudicare della legittimità

costituzionale delle leggi che danno esecuzione ai trattati internazionali, ma in concreto, in certi casi, è anche

intervenuta per dichiarare l’incostituzionalità di certi trattati internazionali di cui l’Italia è parte. Si è trattato di

trattati conclusi in materia di estradizione:

1) sentenza del 1979 relativa ad un trattato di estradizione tra Italia e Francia che risaliva al 1870;

2) sentenza del 1996 riguardante un trattato di estradizione tra l’Italia e gli USA del 1983.

In entrambe queste sentenze la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità delle leggi italiane di

esecuzione di questi trattati nella parte in cui davano esecuzione a questi trattati consentendo l’estradizione

per reati puniti con la pena di morte nell’ordinamento dello Stato richiedente. Siccome l’Italia non ammette la

pena di morte e c’è un principio costituzionale in questo senso (non è ammessa la pena di morte se non nei

casi previsti dalle leggi militari di guerra), la Corte Costituzionale ha dedotto l’incostituzionalità delle

disposizioni di questi trattati nella misura in cui consentivano l’estradizione per reati puniti con la pena di

morte.

Ad un caso del genere, quando la Corte Costituzionale dichiara l’incostituzionalità dell’ordine di esecuzione di

un trattato, nella parte in cui da esecuzione a certe disposizioni del trattato che contrastano con i principi della

Costituzione, quelle disposizioni del trattato non sono più applicabili all’interno dello Stato. Ne può derivare un

illecito internazionali per l’Italia: una sentenza della Corte Costituzionale che dichiara l’incostituzionalità

dell’ordine di esecuzione del trattato, anche parziale, ne deriva che l’Italia non può più dare esecuzione a

quelle disposizioni del trattato e quindi viola il trattato e commette un illecito di cui sarà responsabile sul piano

delle relazioni internazionali.

Conforti, dice che in un caso del genere si potrebbe invocare una causa di esclusione dell’illecito: lui dice che

tra le cause di esclusione dell’illecito c’è anche il rispetto dei principi fondamentali della Costituzione. Però

questa causa di esclusione dell’illecito non è elencata nel progetto di articoli della Commissione di diritto

internazionale che anzi ribadisce la regola tradizionale per la quale uno Stato non può invocare il suo diritto

interno per giustificare la violazione del diritto internazionale. Regola che troviamo enunciata anche nella

Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati. La teoria del Conforti trova una sua base nella prassi

internazionale, ma non è chiaro se si tratta del diritto internazionale vigente: sarebbe una risposta negativa,

perché se è vero che i rapporti tra gli Stati civili (in senso moderno, gli Stati di diritto), se entrambi sono Stati

democratici, di diritto, come lo sono l’Italia e gli USA, gli USA non faranno valere la responsabilità

internazionale dell’Italia per il fatto che l’Italia non ha estradato una persona nonostante ci fosse un trattato

internazionale che disponeva in questo senso, se la mancata estradizione è dovuta da una sentenza della

Corte Costituzionale che rende impossibile l’adempimento dell’obbligazione. Questa è però una prassi limitata

solo fra Stati civili, ma non possiamo dire che siamo in presenza di una norma consuetudinaria.

Ne seguirà la reintegrazione del trattato: il trattato dovrà essere abrogato o reintegrato per togliere di mezzo

quelle disposizioni che Corte Costituzionale ha considerato contrarie alla Costituzione e, quindi, non

applicabili.


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti sulle lezioni di Diritto internazionale tenute dal professor Andrea Giardina, comprensivi della descrizione dei meccanismi dell’adattamento del diritto interno al diritto internazionale. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l’impostazione dualista italiana (la visione dei due diritti come distinti ordinamenti giuridici), il procedimento ordinario e speciale (o mediante il rinvio), i rapporti tra le norme immesse nel nostro ordinamento ex art. 10 e le norme della Costituzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Giardina Andrea.

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