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La libertà religiosa nei rapporti privatistici: nell’ambito della famiglia

La libertà di religione, oltre a configurarsi come diritto pubblico soggettivo, risulta come diritto soggettivo

anche nei rapporti tra privati, tra l’altro come diritto indisponibile, di cui, dunque, gli stessi non possono

disporre.

Nei rapporti familiari le manifestazioni della libertà religiosa possono divenire molto articolate:

analizziamo, dunque, i vari casi.

Dopo la riforma del diritto di famiglia, ad opera della L.151/1975, è stato modificato il testo dell’art.147

c.c., il quale oggi impone ai coniugi di “mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle

capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli”, contrariamente al richiamo ai “principi della

morale” previsti nel vecchio testo codicistico. Sebbene non vi fosse e non vi è alcun accenno alla religione

nell’educazione dei figli, è insegnamento comune che i genitori siano liberi di educare la prole anche in

base al proprio credo religioso, sebbene essi debbano rispettare, anche prima della maggiore età, le

“inclinazioni naturali” dei figli, senza poter usare mezzi di coercizione per convincerli ad osservare un

determinato credo. I genitori, inoltre, sono oggi equiparati tra loro, dalla Costituzione quanto dal Codice

civile, nell’educazione, tanto che essi, qualora professino religioni differenti, devo accordarsi sugli

insegnamenti da proporre alla prole, influenzando la stessa in limiti ragionevoli, senza spingerla a rinnegare

l’educazione dell’altro genitore e tenendo sempre ben presente gli interessi della stessa. In caso di

disaccordo irreparabile, il conflitto sarà risolto dal tribunale per i minori (in caso di figli naturali provvederà

il tribunale ordinario). L’affidamento della prole, in caso di divorzio, separazione o invalidità del

matrimonio, dovrà, tra l’altro, prescindere dal fattore religioso ed avvenire nell’interesse dei figli, non

essendo il credo religioso dei genitori elemento per orientare una scelta così importante.

Anche all’interno del rapporto di coniugio, sebbene sia ammessa l’influenza equilibrata di un coniuge nei

confronti dell’altro, in alcun modo è ammesso che l’unità familiare possa essere destabilizzata da motivi

religiosi. L’esercizio della libertà religiosa da parte di un coniuge, tra l’altro, non può essere motivo di

addebito del provvedimento di separazione, in quanto l’esercizio di una libertà costituzionalmente

garantita non può fungere da responsabilità della rottura momentanea (in quanto parliamo di separazione

e non di divorzio) dell’unità familiare. Nel caso in cui, però, la professione di un determinato credo abbia

determinato l’inosservanza degli obblighi coniugali o abbia influito negativamente sull’educazione dei figli,

il coniuge responsabile potrà subire l’addebito del provvedimento di separazione.

Nel caso degli atti di ultima volontà, infine, non potrà in alcun modo esistere una condizione all’acquisto

dell’eredità o del legato che obblighi il beneficiario all’osservanza di un determinato comportamento

religioso contrario alle convinzioni personali o lesivo della propria libertà (la condizione, a mio parere,

dovrebbe considerarsi come per non apposta).

Segue: nei rapporti di lavoro e nel pubblico impiego

La libertà religiosa assume il valore di diritto soggettivo privato anche, e forse soprattutto, nella disciplina

del lavoro subordinato. Anzitutto, tanto in ambito privato che pubblico, sono vietati tutti gli atteggiamenti

di rappresaglia da parte del datore di lavoro (o della Pubblica Amministrazione) motivati in base alla fede

religiosa del dipendente: licenziamenti, trasferimenti, mancata attribuzione di qualifiche, accordi diretti a

subordinare l’occupazione a determinate condizioni ecc.

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Tuttavia, in alcuni casi, è previsto che l’appartenenza ad una fede religiosa da parte di alcuni soggetti

(ministri di culto, ecclesiastici ecc.) sancisca l’incompatibilità della loro funzione con un determinato

impiego (per esempio quello del notaio): in tal caso prevale un altro interesse costituzionalmente tutelato,

quello all’imparzialità della PA.

Altrettante volte, invece, può capitare che enti ecclesiastici prendano provvedimenti nei confronti di un

lavoratore, come il licenziamento, proprio in forza della perdita, da parte del dipendente, della propria

fede religiosa: i provvedimenti, in tal caso, sono legittimi, perché viene salvaguardato l’interesse di tali enti

ad avere nel proprio organico persone che devono seguire una determinata condotta, il che costituisce

anche oggetto del contratto di lavoro.

Meno ammissibile, sebbene reputata positivamente dalla Corte costituzionale, è la previsione dei Patti

Lateranensi, poi ripresa dagli Accordi del 1984, secondo cui i docenti dell’Università cattolica del Sacro

Cuore, che sono comunque professori universitari dello Stato, debbano essere approvati, o quanto meno

“graditi”, dalla Santa Sede.

L’uguaglianza di trattamento dei singoli “senza distinzione…di religione” e l’uguale libertà di tutte le

confessione religiose

Particolare rilievo, in merito alla libertà di religione, assumono le norme contenute negli artt.3 e 8 comma

1 della Costituzione.

L’art.3 prevede, al comma 1, il c.d. principio di eguaglianza formale, specificando che “tutti i cittadini hanno

pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione…di religione”, quindi il fattore

religioso, insieme al sesso, alla razza e così via, assume una notevole importanza, in quanto non può

fungere da mezzo discriminatorio. Il secondo comma dell’art.3, invece, prevede la c.d. eguaglianza

sostanziale, laddove specifica che la Repubblica si debba impegnare per “rimuovere tutti gli ostacoli al

pieno sviluppo della persona umana”, prevedendo, dunque, che nonostante l’eguaglianza lo Stato debba

provvedere a trattare in maniera diversa situazioni diverse, ponendole sullo stesso piano ma analizzandole

in maniera specifica.

Dello stesso avviso sembra essere l’art.8 comma 1, il quale prevede che “tutte le confessioni religiose sono

ugualmente libere davanti alla legge”: come vedete c’è molta differenza tra l’enunciazione di questo

principio fondamentale ed il seguente “tutte le confessioni religiose sono eguali davanti alla legge”.

L’articolo, infatti, parla di “eguale libertà”, intendendo che, al di là dei concordati o delle intese, tutte le

religioni abbiano la stessa possibilità di esprimersi per mezzo dei propri enti, dei propri ministri di culto o

attraverso gli individui che la professano. Se la Costituzione avesse optato per il secondo dettato (tutte le

confessioni religiose sono eguali davanti alla legge), avrebbe violato l’eguaglianza di cui parla l’art.3 Cost.,

che non è assolutamente un’eguaglianza in senso stretto, perché trattare fattispecie diverse tra loro nella

medesima maniera equivale a privarle della loro specificità ed è comparabile al trattare fattispecie uguali in

maniera diversa.

Dunque le varie confessioni possono, da parte del legislatore, avere un diverso trattamento e subire

determinate eccezioni, purché non venga lesa la propria libertà e ciò venga fatto nell’interesse della

confessione religiosa stessa. 10

L’uguaglianza (art.3) e la protezione delle formazioni sociali (art.2) rispetto al trattamento delle

confessioni religiose

L’uguaglianza di cui all’art.3 della Costituzione si riferisce, però, ai soli cittadini, in quanto persone fisiche e

non anche alle persone giuridiche o, più in generale, ai gruppi sociali. Ciò significa che alcuna parità di

trattamento è prevista a favore di questi ultimi dalla Carta costituzionale. Questo ci fa capire come una

legge che tratti in maniera diversa formazioni sociali aventi lo stesso fine, di fatto attuando una disparità di

trattamento tra i singoli, entri in contrasto con la Costituzione, mentre una legge che applichi un

trattamento differenziato che non tocchi il patrimonio giuridico dei singoli, può attuare una

discriminazione tra le formazioni sociali senza entrare in contrasto con la Carta costituzionale.

Non è sufficiente, dunque, per tutelare le formazioni sociali ed evitarne la discriminazione, l’enunciato

dell’art.2 Cost, in quanto l’art.8 della Costituzione attribuisce pari libertà alle confessioni religiose, ma non

parità di trattamento, non integrando, quindi, la tutela offerta dall’art.3.

L’uguaglianza sostanziale delle confessioni religiose

L’art.3 comma 2 della Costituzione, come abbiamo già detto, sancisce il principio di uguaglianza

sostanziale, il quale impegna la Repubblica ad intervenire nei casi in cui sia posta in essere una

discriminazione in base ai fattori citati nel comma 1.

L’art.8 comma 1 stabilisce “solo” che tutte le confessioni siano egualmente libere davanti alla legge, non

precisando in alcun modo se siano possibili differenziazioni per garantire realmente la libertà religiosa.

Queste discriminazioni, in realtà, si sono avute in passato a favore della Chiesa cattolica, la quale ha

goduto, nel tempo, di determinati privilegi non concessi alle altre confessioni religiose: basti pensare che

per avere una delle intese auspicate dall’art.8 comma 3 della Costituzione si è dovuto attendere il 1985.

Lo Stato, tuttavia, in alcun modo, dato il dettato costituzionale, sarebbe potuto intervenire né

nell’agevolazione delle confessioni religiose più deboli, in quanto avrebbe violato la Costituzione, né

imponendo particolari gravami fiscali o limitazioni legislative, entrando anche in tal caso in contrasto con la

nostra Carta fondamentale.

Bisogna, però, concludere che le differenziazioni tra le varie confessioni religiose sono necessarie, come

abbiamo già precisato, per garantire la libertà di cui parla l’art.8, il che comporta che l’art.7, come già

interpretato dalla Corte costituzionale, è idoneo a giustificare delle deroghe all’art.3, al parti di quanto il

comma terzo dell’art.8 le giustifichi in merito alle altre religioni.

Le facoltà promananti dal diritto di libertà religiosa

La libertà religiosa, così come configurata all’interno della Costituzione, garantisce a tutti gli individui,

cittadini o stranieri o apolidi, la possibilità di manifestare la propria inclinazione religiosa in vari ambiti:

dalla possibilità di propaganda a quella di manifestazione del proprio credo, dall’osservanza del culto in

privato alla possibilità di osservalo in pubblico, dalla possibilità di aderire ad associazioni con fini di

religione alla possibilità di costituirle. E pari facoltà sono riconosciute ai gruppi sociali con un fine di

religione o di culto. Vi sono tuttavia dei diritti che, sebbene siano esercitabili da parte dei singoli, si

confanno maggiormente all’esercizio da parte dei gruppi sociali (es. apertura di templi o oratori).

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Segue: la libertà di coscienza; l’ateismo

Alla base di una scelta in merito ad una qualsivoglia confessione religiosa vi è, ovviamente, una riflessione

da parte del singolo: l’individuo, secondo il proprio libero pensiero, elabora le varie informazioni sulle

diverse confessioni religiose e sceglie il credo che ritiene più opportuno. Questa è la libertà religiosa: poter

scegliere al proprio interno e manifestare all’esterno il proprio credo.

Tuttavia precedentemente alla scelta, come abbiamo detto, vi è una ponderazione da parte del singolo: è

la sua coscienza, intesa come consapevolezza di ciò che avviene intorno all’individuo e consapevolezza

delle azione che egli pone in essere. Essa rappresenta il momento in cui il pensiero si forma, prende vita

per dar luogo a quella che sarà l’opinione, o in questo caso il credo, del soggetto.

All’interno dell’ordinamento, però, la libertà di coscienza non è tutelata direttamente in alcun ambito, né

all’interno della Costituzione, che garantisce la libertà di pensiero, fondamentale per esporre il proprio

punto di vista e per ricevere quello degli altri, in modo tale da formare la propria coscienza, né all’interno

del diritto privato, dove viene attribuita importanza, all’interno dei vizi della volontà, alle varie situazioni

che influiscono sull’agente (dolo, violenza o errore), ma non all’ambiente che circonda l’individuo, né

all’interno del diritto pubblico, in cui si attribuisce rilevanza alle intrusioni di altri nell’altrui pensiero,

tutelando in tal modo la coscienza, ma non all’ambiente che influenza il soggetto. Come possiamo notare,

quindi, tutti i rami dell’ordinamento tutelano “indirettamente” la libertà di coscienza, senza però né citarla,

né prenderla direttamente in considerazione.

In realtà, qualora lo Stato dovesse tutelare la libertà di coscienza ed impedire qualsiasi tipo di influenza

sull’individuo, dovrebbe fare tabula rasa di tutte le culture esistenti per creare un sistema sterile, il che,

non c’è neanche il bisogno di dirlo, è impossibile e sarebbe ingiusto nei confronti di chi ha formato già la

propria coscienza.

Ritornando alla coscienza come momento formativo della scelta religiosa, dobbiamo specificare come la

Costituzione, tutelando tutte le confessioni religiose, tutela indirettamente anche l’ateismo: un individuo

può, in base alla propria coscienza, decidere di non professare alcuna religione, perché credente in

qualcosa di diverso. Egli potrebbe, addirittura, dar luogo ad associazioni, a gruppi sociali di atei, in quanto

la libertà di associazione non ha e non deve avere un oggetto ben definito. Tuttavia, neanche l’ateo può

rivendicare una libertà senza confini, pretendendo che non vi siano favoritismi e discriminazioni nei

confronti delle confessioni religiose, in quanto lo Stato italiano ha scelto di intrattenere rapporti

concordatari con le varie religioni e non di essere uno Stato separatista.

La professione della fede religiosa, l’appartenenza confessionale

La libertà di professare la propria fede religiosa comporta la possibilità del singolo fedele di dichiarare, in

pubblico o in privato, la propria appartenenza ad un determinato credo, senza incorrere in alcuna

conseguenza da parte dello Stato. Quindi ogni individuo ha il diritto di aderire liberamente ad una

confessione religiosa, così come ha il diritto di non aderirvi o di non aderirvi più, senza che alcuno possa

costringerlo in positivo o in negativo.

Il r.d. 1731/1930 inerente le Comunità israelitiche obbligava gli israeliti presenti nel territorio italiano a far

parte della Comunità israelita, di fatto configurando una violazione della libertà di professione della fede

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religiosa: la Corte costituzionale, nel 1984, dichiarò la norma (contenuta nell’art.4) incostituzionale per

contrasto con gli artt.2, 3 e 18.

La professione di fede e le dichiarazioni a proposito della fede professata

La professione di fede dei cittadini non è argomento che dovrebbe interessare lo Stato. La privacy, infatti,

obbligherebbe lo Stato a non curarsi delle varie confessioni religiose professate all’interno del proprio

territorio, in quanto la scelta di questa o quella o nessuna religione rientra nella vita privata e pertanto in

alcun modo può riguardare altri privati ed organi pubblici.

Nel nostro ordinamento sono molteplici le norme che tutelano la privacy degli individui in materia

religiosa: il progetto di riforma del t.u. di pubblica sicurezza prevede, ad esempio, che in alcun modo i

cittadini possano essere “schedati” in base alla religione d’appartenenza, ma si tratta di un divieto non

concernente la semplice raccolta di informazioni.

In realtà, la semplice raccolta di informazioni a fini statistici, la quale potrebbe avvenire tramite la

costituzione di un’anagrafe religiosa, formata da dichiarazione rese liberamente dai soggetti, sarebbe uno

strumento davvero utile per indirizzare lo Stato nei propri interventi: si potrebbe, infatti, capire quanto

pesa una confessione religiosa all’interno di uno Stato. Inoltre, i cittadini, sempre volontariamente, già

forniscono delle dichiarazioni implicite, ad esempio quando di destinare l’8 per mille del gettito IRPEF alla

Chiesa cattolica o ad un’altra confessione religiosa: in questo caso, però, non si tratta di una vera e propria

professione di fede, perché non è detto che la scelta sia dettata dall’osservanza reale di una religione. La

dichiarazione, comunque, è pur sempre volontaria e viene posto il segreto sui nominativi dei contribuenti.

Come nel caso delle Comunità israelitiche, preso in considerazione nel precedente paragrafo, sono

inammissibili ed incostituzionali tutte le norme di legge che impongano l’adesione ad una fede religiosa:

per fare un esempio ciò succedeva, in passato, per i carcerati militari e per i minorenni, i quali erano

obbligati ad osservare il culto cattolico.

Oggi, invece, anche i carcerati e gli ammalati ricoverati in strutture ospedaliere hanno diritto di professare

il proprio credo, tramite l’assistenza, in loco, di un ministro del culto di appartenenza.

Professione di fede e istruzione religiosa

Sino all’emanazione della L.121/1985, esecutiva dell’Accordo di Villa Madama del 1984, all’interno delle

scuole l’insegnamento della religione cattolica era obbligatorio, salvo dispensa ottenibile da coloro che non

volevano seguire tali lezioni. In tal modo, dunque, si configurava un’autodiscriminazione da parte di coloro

che chiedevano la dispensa. La suddetta legge ha configurato in maniera diversa la situazione: la religione

cattolica continua ad essere insegnata nelle scuole, ma non si tratta di un insegnamento obbligatorio, bensì

facoltativo, in quanto all’atto di iscrizione lo studente o i suoi genitori possono scegliere di non

avvalersene. La religione cattolica, tuttavia, continua ad essere insegnata perché i principi del cattolicesimo

fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, contrariamente a ciò che avveniva in passato,

quando lo Stato confessionista riteneva il cattolicesimo fondamento e coronamento dell’istruzione

pubblica. 13

La professione di fede e il giuramento nel processo

In passato, tanto nel processo penale quanto in quello civile, i testimoni che si apprestavano a rilasciare

delle dichiarazioni erano obbligati a giurare “davanti a Dio e agli uomini”: in tal modo, come è facile intuire,

si configurava una discriminazione nei confronti non solo degli atei, ma anche di coloro di religione diversa

da quella cattolica. La Corte costituzionale, dopo molte incertezze al riguardo, ha dichiarato illegittime le

norme che prevedevano un tale giuramento: oggi il giudice è chiamato ad ammonire il teste circa

l’importanza della sua testimonianza e la configurazione di un reato in caso di dichiarazioni mendaci.

La professione di fede dei gruppi sociali e l’obiezione di coscienza

I gruppi sociali a sfondo religioso, al pari delle persone fisiche ed anche nel caso in cui non godano di

personalità giuridica, hanno diritto anch’essi a professare liberamente la propria religione e ad osservarne i

principi. Non vi è limite, neanche all’interno della Carta costituzionale, all’osservanza di tali principi: anche

qualora prendessimo in considerazione il limite del buon costume, esso riguarda solo e solamente i riti,

non le convinzioni personali che possono, liberamente, essere contrarie al buon costume (pensiamo alla

poligamia o all’abolizione della famiglia). Tuttavia ciò è possibile solo in teoria, ma quando si pretende di

estendere tali principi alla pratica, s’incontrano i limite dettati dall’ordinamento, il quale è chiamato a

tutelare altri interessi. Un esempio che può rendere meglio il concetto è offerto dall’obiezione di coscienza:

ognuno di noi, per convinzioni personali non solo religiose ma anche filosofiche o morali, può essere

contrario a determinate imposizioni fatte dallo Stato (pagamento dei tributi pubblici, cura dei malati,

servizio militare, giuramento), ma non per questo può astenersi dall’osservanza dei comportamenti

obbligatori. Dunque anche chi non crede che pagare i tributi pubblici sia giusto, dovrà obbligatoriamente

farlo. Solo in due casi è ammissibile una dispensa: in caso di prestazione di giuramento e del servizio

militare, in quanto la Costituzione prevede che sia lo Stato a stabilire quando tali prestazioni siano dovute.

Il giuramento nel processo, come sappiamo, è stato eliminato.

L’obbligo di leva, ossia di prestare il servizio militare, venne dapprima sostituito, per gli obiettori di

coscienza, da un servizio militare non armato e da un servizio civile, maggiorati entrambi di otto mesi

rispetto alla durata del servizio militare. In seguito sparì del tutto il servizio militare non armato e rimase

solo quello civile, tra l’altro senza alcuna maggiorazione di durata.

La professione di fede e i giorni festivi

Ogni confessione religiosa ha i propri giorni festivi: per i cattolici la domenica, per gli ebrei il sabato, per i

musulmani il venerdì e così via. In realtà l’intera società italiana osserva il calendario secondo le festività

cattoliche: è la domenica che i negozi, solitamente, sono chiusi, è la domenica che funge da giorno festivo

nella scadenza dei termini, è la domenica, solitamente e fatti salvi i servizi essenziali, il giorno di riposo

lavorativo, tutto ciò in funzione degli accordi stretti tra Chiesa e Stato italiano nel ’29, confermati anche

dall’Accordo del 1984. Tuttavia anche le altre confessioni religiose, le quali abbiano stretto intese con lo

Stato italiano, hanno diritto ad ottenere, per i propri fedeli, giorni festivi diversi, che si ripercuotono sulle

giornate di riposo lavorativo degli stessi. Tuttavia, è doveroso rammentare che, pur essendo riconosciuti i

giorni festivi di altre confessioni religiose, la gran parte delle previsioni dell’ordinamento inerenti la

scadenza di termini tiene conto, come giorno festivo, solo della domenica, ossia del calendario comune.

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L’esercizio pubblico del culto e l’apertura di templi e di oratori

L’art.19 della Costituzione garantisce l’esercizio del culto in privato ed in pubblico, con il solo limite del

buon costume per i riti religiosi. Il libero esercizio del culto, dunque, risulta assicurato a tutte le confessioni

religiose. Prima dell’emanazione della Costituzione, però, la situazione era nettamente differente: solo i

cattolici potevano liberamente professare la propria religione in luoghi pubblici, mentre le altre minoranze

dovevano dotarsi di luoghi ritenuti idonei dall’autorità governativa, oltre al fatto che occorreva un ministro

di quel culto autorizzato dallo Stato. Qualora i fedeli di quella particolare confessione religiosa non

disponessero di un edificio di culto autorizzato, avrebbero dovuto informare le autorità competenti anche

solo per riunirsi, anche all’interno di un luogo privato: occorreva, dunque, un’autorizzazione.

A dire il vero, anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione i problemi sono continuati e si è proseguito

nel medesimo pensiero, proprio dei decenni precedenti. Solo con l’entrata in funzione della Corte

costituzionale è stato riconosciuto agli articoli 19 e 17 (libertà di riunione) della Carta costituzionale una

funzione da subito precettiva, abolendo gran parte delle norme degli anni ’30 che proibivano o

vincolavano/limitavano l’esercizio del culto da parte di altre religioni diverse da quella cattolica.

Tuttavia, ancora oggi le minoranze religiose incontrano dei problemi: anzitutto per ciò che concerne la

costruzione di edifici di culto, in quanto è il Comune che deve rilasciare il permesso di costruire, il cui

rilascio potrebbe tardare ad arrivare per motivi strettamente politici; inoltre le stesse autorità di polizia,

nella prassi, vincolano le riunioni in luoghi pubblici di fedeli di varie religioni, prevedendo il rilascio di un

nullaosta, mentre dovrebbero attenersi a prendere atto della comunicazione di riunione, potendola vietare

solo in presenza di motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

I riti ed il limite del “buon costume”

L’art.19 della Costituzione stabilisce che unico limite all’esercizio del culto sia costituito dal fatto che i riti

religiosi non debbano essere contrari al buon costume. All’interno dell’Assemblea Costituente venne

eliminato l’ulteriore limite dell’ordine pubblico, in quanto con esso l’autorità governativa avrebbe assunto

dei poteri discrezionali invasivi. Allo stesso modo venne eliminato il concetto di “principi” (e non sol di riti)

contrari al buon costume, in quanto essi sono libera espressione del pensiero e, sebbene possano indurre i

credenti a ragionare in un determinato modo, non li inducono in comportamenti lesivi per il buon costume.

Il limite del buon costume, tra l’altro, non importa un potere di controllo preventivo dello Stato o delle

Autorità, in quanto, come specificato dalla Corte costituzionale, per procedere in tal senso occorrerebbe

una legge costituzionale, in quanto nel nostro ordinamento “ad ogni limitazione di una libertà

costituzionale non corrisponde un potere di controllo preventivo dello Stato”.

I riti religiosi contrari al buon costume, è appena il caso di specificarlo, non possono concretizzarsi né in

pubblico, né in privato, perché in quest’ultimo caso la modalità di svolgimento dei suddetti imprimerebbe

al gruppo sociale un’impronta di segretezza, in contrasto con l’art.18 comma 2 che proibisce le associazioni

segrete. 15

Le associazioni a carattere religioso o culturale

L’art.18 della nostra Costituzione sancisce il diritto di associarsi liberamente per fini che non sono vietati

dalla legislazione penale, salvo il caso di associazioni segrete. L’art.19, come abbiamo più volte avuto modo

di specificare, sancisce invece la libertà di professare la propria religione, mentre l’art.20 Cost. si occupa di

precisare che il carattere ecclesiastico ed il fine religioso di determinate associazioni non può in alcun

modo essere motivo di discriminazione rispetto alle associazioni con altro scopo. Leggendo tali articoli le

conclusioni sono ovvie: non solo le associazioni religiose sono libere, perché libera è la loro formazione o

l’adesione alle stesse, ma non hanno neppure bisogno di alcun provvedimento autorizzativo per operare.

L’appartenenza a queste associazioni, al pari di ciò che avviene per tutte, è disciplinata da un proprio

statuto e lo Stato, così come l’autorità giudiziaria, non possono, in alcun modo, interferire se non nel caso

in cui vengano violati dei diritti soggettivi o nel caso in cui sia necessario far valere una tutela

costituzionale. Inoltre non è permesso neanche intervenire nel caso in cui venga preso un provvedimento

di allontanamento dall’associazione nei confronti di un “religioso” ritenuto non più idoneo a farne parte.

Può capitare, talune volte, che una nuova associazione intenda operare all’interno di una già esistente,

distaccandosi però, nel pensiero manifestato, da alcuni caratteri essenziali dell’associazione già esistente:

in tal caso, chi ha la rappresentanza della confessione religiosa, cui la nuova associazione pretende di

collegarsi, può adire l’autorità giudiziaria per evitare l’uso di una stessa denominazione.

Le associazioni a carattere religioso, infine, possono, con metodo democratico, svolgere attività politica, sia

direttamente sia tramite l’affiancamento di un partito già esistente, differentemente da ciò che avveniva in

passato, quando il Concordato del ’29 proibiva una simile attività.

La discussione in materia religiosa, la propaganda ed il proselitismo

La libertà di professare una religione sancita nell’art.19 della Costituzione comporta anche la libertà di

propaganda e di proselitismo (opera di conversione di altri individui), garantita a tutte le confessioni

religiose. In realtà la Chiesa cattolica, dopo gli accordi del Laterano del ’29 ed essendo ritenuta, a quel

tempo, religione di Stato, ha sempre potuto propagandare il proprio messaggio, tramite qualsiasi mezzo, e

continuare nella sua opera di conversione al cattolicesimo.

Le altre confessioni religiose, invece, prima dell’emanazione della Costituzione avevano vita difficile a causa

della L.1159/1929, quella sui “culti ammessi”, la quale sanciva come libera la discussione in materia

religiosa, interpretata dalla giurisprudenza come discussione tra esperti in teologia, nel contempo

escludendo la propaganda ed il proselitismo. Anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione, però, vi

sono stati ulteriori problemi, dettati dalla disciplina legislativa previgente, in particolar modo riferibili

all’art.113 del T.U. delle leggi di pubblica sicurezza e all’art.402 cod.pen.

Il primo (art.113 t.u.) vincolava la distribuzione di volantini ed opuscoli, da parte delle religioni diverse da

quella cattolica, al rilascio di un’autorizzazione degli organi di polizia, tra l’altro possibile solo per la

distribuzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico, ma non in luoghi privati (es. porta a porta).

L’art.402 cod.pen., invece, puniva il reato di “vilipendio della religione di Stato”, il quale si configurava nel

momento in cui una minoranza religiosa muovesse delle critiche al cattolicesimo, anche solo ideologiche.

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La Corte costituzionale ha deciso circa l’illegittimità di tali articoli, eliminando la disparità tra confessioni

religiose nell’opera di propaganda e proselitismo.

La propaganda religiosa, in tutti i modi, va distinta dall’opera di “lavaggio del cervello”: ciò significa che

nell’attività di propaganda non potrà esserci un fine diverso dalla diffusione della fede religiosa (esempi:

reclutare gente per opere di bene, ossia “fars dà sold”, o per lavorare senza retribuzione) e non potrà

esserci una manipolazione delle persone ritenute più deboli. Inoltre non potrà esserci nemmeno una

diffamazione continua a scapito delle altre confessioni religiose, in quanto si configurerebbe il reato

contemplato dall’art.595 cod.pen., quello appunto di diffamazione.

La riservatezza sui dati personali riguardanti la religione

Il d.lgs. 196/2003, contenente il Codice in materia di protezione dei dati personali, riordinando la

precedente normativa a riguardo più volte modificata negli anni, ha previsto che i dati “sensibili” (quelli

idonei a descrivere caratteri strettamente personali del soggetto, tra cui la religione) possono formare

oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante

della privacy. Non sono sottoposte a questo regime di diritto comune i dati relativi agli appartenenti a

confessioni religiose, con o senza intesa, in cui il trattamento dei dati sia gestito da relativi organi che non

diffondano o comunichino ad alcuno tali dati.

Il governo delle confessioni religiose

L’art.15 della Costituzione italiana sancisce la libertà di corrispondenza ed il diritto alla segretezza della

stessa, con l’unico limite dell’intervento, con atto motivato, dell’autorità giudiziaria nei casi previsti dalla

legge. Ciò vuol dire che la comunicazione biunivoca tra fedeli e confessione religiosa può avvenire senza

censure e senza controlli. Allo stesso modo l’art.21 Cost. sancisce la libertà di manifestazione del pensiero,

la quale si può estrinsecare anche nella pubblicazione di atti e di provvedimenti.

Contrariamente al passato tali garanzie, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, sono apprestate a

qualsiasi confessione religiosa, mentre nel ventennio fascista la possibilità di affiggere atti concernenti il

governo spirituale per altre religioni, diverse da quella cattolica, era concessa solo ai ministri di quel culto

la cui nomina fosse stata approvata dal Ministero degli Interni e solo sulle porte di edifici di culto

autorizzati a tal scopo.

Per ciò che concerne gli atti di governo delle comunità religiose, essi devono presentare un contenuto

lecito, ossia incline ai valori costituzionalmente garantiti, per non incorrere in alcun reato penale: pur

essendo atti propri dell’ordinamento confessionale essi non devono ledere la personalità umana, tutelata

dallo Stato. Diversi sono i casi in cui difetta la giurisdizione dello Stato: stiamo parlando di tutti quei

provvedimenti a carattere spirituale o disciplinare riguardanti il governo dei fedeli, i quali, però, devono

rispettare i limiti della legge penale, i diritti fondamentali ed il diritto alla difesa. Così nell’art.23 del

Trattato del Laterano è assicurata tale competenza esclusiva e spirituale all’autorità della Chiesa cattolica,

mentre un tale accordo difetta nelle varie intese con altre confessioni religiose.

La libertà religiosa e la tutela del sentimento religioso

Il codice penale del 1889 (codice Zanardelli) puniva i reati contro la libertà religiosa. Il codice penale del

1930 (codice Rocco), invece, modificò la vecchia formula, punendo i reati contro il sentimento religioso:

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art.724 cod.pen. reato di bestemmia, artt.403 e 406 cod.pen. vilipendio di un religioso o di un ministro di

culto, artt.404 vilipendio di cose oggetto di culto e così via.

Quindi, diversamente dalle altre libertà, la libertà religiosa era garantita da norme penali, sebbene solo per

la c.d. “religione di Stato”, ossia quella cattolica. Le altre confessioni religiose, invece, rimanevano del

tutto scoperte, essendoci, dunque, una disparità di trattamento. Per tal motivo la Corte costituzionale,

inizialmente incerta a riguardo, col passare del tempo ed in assenza di un intervento del legislatore per

attuare una tutela nei confronti di tutte le confessioni religiose, decise di dichiarare incostituzionali tutte le

norme, o le parti di norme, che tutelavano solo e solamente la libertà religiosa dei cattolici, non prestando

alcun riguardo né agli atei né ad altri fedeli. In materia è intervenuta, di recente, la L.85/2006, modificando

il codice penale e novellando la disciplina dei reati in tema di religione, rubricando la sezione

corrispondente con la dizione “Dei delitti contro le confessioni religiose”. Molti reati, va detto, sono stati

depenalizzati e risolti con semplici multe, al posto delle previsioni inerenti l’incarcerazione.

Gli enti confessionali e la Costituzione

L’art.20 della Costituzione dispone che il “carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una

associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali

gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività”. Ciò vuol dire che le

associazioni religiose in nessun modo possono essere discriminate, con limitazioni di legge o particolari

gravami fiscali, rispetto alle associazioni di diritto comune, per tali intendendosi tutte quelle associazioni

non religiose, che dunque perseguono scopi diversi. L’articolo non accosta tali associazioni né agli enti di

diritto privato né a quelli diritto pubblico, lasciando al legislatore la possibilità di creare una normativa

specifica per le associazioni religiose: il punto determinante è quello dell’impossibilità di una qualsivoglia

disciplina in peius per tali associazioni.

Gli enti garantiti dall’art.20 della Costituzione e contenuto della garanzia: il riconoscimento della

personalità giuridica

L’art.20 della Costituzione tutela, dunque, tutti gli enti “ecclesiastici” e “con fine di religione o di culto”,

impedendo all’ordinamento di discriminarli in peius rispetto agli enti di diritto comune. Per rientrare in

questa tutela non occorre che si tratti di enti riconosciuti che godano della personalità giuridica, essendo

protetti anche gli enti di fatto. Prima delle intese con le confessioni religiose diverse da quella cattolica per

“enti ecclesiastici” si intendevano i soli enti della Chiesa di Roma, mentre successivamente alla prima

intesa con la Tavola Valdese il termine “ecclesiastico” ha incominciato a rappresentare tutte le Chiese

presenti sul nostro territorio, ovviamente escludendo quelle che tali non sono, come l’ebraismo o

l’islamismo. Queste ultime due rientrano, invece, tra le confessioni che possono dar luogo ad enti con fine

di religione o di culto. Tutelati, inoltre, sono anche gli enti di religione di segno “negativo”, ossia quelli che

perseguono la diffusione dell’ateismo.

Sebbene la personalità giuridica non sia richiesta agli enti ecclesiastici e con fini di religione o di culto

dall’art.20, essi potranno ugualmente farne richiesta e per l’ottenimento della stessa non potranno essere

trattati diversamente dagli enti di diritto comune. 18

CAPITOLO SETTIMO – LA SANTA SEDE E LO STATO CITTA’ DEL VATICANO

La Santa Sede nel diritto italiano

La Santa Sede, all’interno dello Stato italiano, esiste da sempre, sin dai tempi dell’unificazione italiana. Tale

termine (Santa Sede appunto), sia all’interno del linguaggio canonico, sia all’interno del diritto italiano,

assume una duplice accezione: da un lato, in senso stretto, indica l’ufficio del Sommo Pontefice, mentre

dall’altro, in senso lato, indica tutto l’apparato di uffici e istituti della Curia romana che collaborano col

Papa.

La Santa Sede gode da sempre della personalità giuridica, addirittura riconosciuta prima dell’annessione di

Roma al Regno d’Italia nel 1870, poi ribadita dalle Leggi Guarentigie così come dal Concordato del ’29. Si

tratta pur sempre di un ente ecclesiastico, ma in alcun modo comparabile con gli altri enti dello stesso tipo,

neanche con quelli vicini alla stessa Chiesa cattolica, ed è sottoposta ad un regime speciale, non essendo

tenuta agli adempimenti previsti per gli altri enti (come l’iscrizione nel registro delle imprese).

La questione romana

Con l’annessione di Roma nel 1870 da parte del Regno d’Italia e la debellatio (dissoluzione totale) dello

Stato pontificio, che fece venir meno il potere temporale della Chiesa, nacque la c.d. questione romana,

ossia l’insieme di contrasti tra Stato italiano e Chiesa cattolica. In realtà il neonato Regno d’Italia emanò nel

1871 la L.214, definita come Legge sulle Guarentigie, per assicurare al Papa il potere spirituale, con in più

alcuni privilegi e determinate immunità (le guarentigie, appunto): il Sommo Pontefice, però, data

l’unilateralità dell’atto, decise di non riconoscerlo e continuò a considerarsi prigioniero politico, non

capendo che la perdita di uno Stato su cui governare e del potere, quindi, temporale avrebbe portato più

benefici che problemi. Nel ’29 si giunse ai Patti Lateranensi che risolsero l’annosa questione romana,

assicurando alla Chiesa cattolica determinate garanzie, stavolta pattuite e non imposte.

Le garanzie reali a favore della Santa Sede: lo Stato Città del Vaticano

La Legge sulle Guarentigie del 1871 aveva assicurato al Papa una rendita vitalizia e la possibilità di

continuare a godere dei palazzi del Vaticano e del Laterano, con tutto ciò che vi era annesso (musei,

biblioteche, giardini ecc.), sebbene con la precisazione che si trattasse pur sempre di territorio italiano,

anche se tali bene erano collocati all’interno del patrimonio indisponibile dello Stato ed erano esenti da

qualsiasi tributo.

Con il Concordato del ’29, invece, venne riconosciuta la sola sovranità del Pontefice sui territorio di una

neonata città-stato, Città del Vaticano, su cui non era riconosciuta altra potestà diversa da quella del

Romano Pontefice. Ancora oggi, a Roma, il Papa è l’unica autorità all’interno di Città del Vaticano.

Caratteri dello Stato Città del Vaticano

Quindi la differenza tra l’atto unilaterale del 1871 e gli accordi del 1929 sta nel fatto che nel primo caso

vennero riconosciuti solo diritti di godimento sui beni, mentre nel secondo venne attribuita al Papa la

sovranità e la piena proprietà di un territorio. 19

Lo Stato Città del Vaticano è, dunque, uno Stato particolare, sempre neutrale e strumentale all’esercizio

del potere spirituale, che in alcun modo deve organizzare la società nell’interesse dei cittadini, ma per la

sola indipendenza della Santa Sede.

L’ordinamento e le fonti del diritto dello Stato Città del Vaticano

Al pari di ogni altro Stato anche Città del Vaticano ha una propria popolazione, una propria organizzazione

esistente già prima della sua creazione ed una propria normazione, costituita inizialmente da sei leggi

organiche, emanate nel ’29 e modificate col passare del tempo. La prima legge ha determinato gli organi

costituzionali, la bandiera, lo stemma ed il sigillo ufficiale dello Stato. La seconda ha stabilito le fonti del

diritto. La terza riguarda la cittadinanza ed il soggiorno, la quarta l’ordinamento amministrativo, la quinta

l’ordinamento economico e la sesta l’ordine pubblico. Tutte le leggi vengono pubblicate su un

“supplemento” degli Atti della Sede Apostolica ed entrano in vigore entro 7 giorni dalla loro pubblicazione.

Prima fonte normativa è l’ordinamento canonico, cui seguono le leggi promulgate dal Sommo Pontefice,

dalla Pontificia Commissione o da altre autorità designate dal Papa. Nelle materie non disciplinate

interviene il diritto italiano, qualora non entri in contrasto con i precetti di diritto divino. Il codice penale e

di procedura penale italiano sono vigenti nello Stato, sebbene con le integrati dalle leggi vaticane.

Capo di Stato è il Papa (coadiuvato dal Cardinale Segretario di Stato), il quale detiene tutti i poteri, sebbene

distribuiti tra vari organi: il potere legislativo spetta ad una commissione quinquennale di Cardinali, assistiti

da Consiglieri dello Stato. Il potere esecutivo è esercitato dal Cardinale Presidente della Commissione,

insieme al Segretario Generale ed al suo vice. Il Presidente della Commissione Cardinalizia è assistito da un

Consiglio di Direttori, convocato periodicamente per l’esame dei bilanci da sottoporre a Sua Santità.

Vi sono, poi, una serie di organi giudiziari: il Giudice unico, il Tribunale, la Corte d’Appello e quella di

Cassazione, competenti per l’applicazione delle leggi civili. Per quanto concerne, invece, il diritto canonico

sono competenti la Rota Romana ed il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, veri e propri tribunali

della Santa Sede.

I rapporti tra l’Italia e lo Stato Città del Vaticano

Non dimentichiamo, però, che lo Stato Città del Vaticano si trova proprio al centro di quello italiano, il che

ha comportato non pochi problemi, poi risolti dai vari accordi susseguitisi nel tempo. Si è provveduto alla

recinzione del nuovo Stato, all’allacciamento di acqua, ferrovia, telefono, radio ecc.

Segue: i rapporti nel campo giudiziario

Il Trattato del ’29 ha provveduto, inoltre, a disciplinare i rapporti giudiziari tra Stato italiano e Città del

Vaticano: le sentenze emesse dagli organi giudiziari di quest’ultimo sono suscettibili di delibazione da parte

dei nostri giudici secondo le norme del diritto internazionale. La stessa Santa Sede potrà delegare la

punizione dei reati commessi all’interno del territorio di Città del Vaticano allo Stato italiano, che agirà

secondo il nostro ordinamento giuridico. La delega, tra l’altro, non è necessaria qualora il reo si sia rifugiato

all’interno del nostro territorio. 20

Segue: il regime di Piazza San Pietro

Piazza San Pietro costituisce l’unica parte di Città del Vaticano rimasta aperta al pubblico: se un reato viene

commesso in quest’area spetterà allo Stato italiano ed alle sue forze di polizia intervenire, senza bisogno di

alcuna delega da parte della Santa Sede.

Segue: la notificazione degli atti

La notificazione di atti civili e commerciali nei rapporti tra Stato italiano e Città del Vaticano è disciplinata

da un’apposita convenzione del 1932, resa esecutiva dalla L.379/1933, la quale prevede che per le

notificazioni da effettuare nello Stato Vaticano l’interessato debba fare istanza al Procuratore della

Repubblica, il quale farà domanda al Promotore di giustizia del Tribunale di prima istanza in Vaticano, che a

sua volta provvederà alla notificazione. Viceversa per le notificazioni da effettuare nello Stato italiano il

procedimento è inverso.

Segue: la rinuncia della Santa Sede al privilegio del foro ecclesiastico

La suddetta convenzione, inoltre, ha provveduto a stabilire che la Santa Sede, così come il Pontefice e tutti

i soggetti gerarchicamente subordinati allo stesso, possono essere convenuti in giudizio dinanzi alla

giurisdizione italiana, rinunciando così al privilegio del foro civile ecclesiastico e all’immunità dei soggetti in

questione. La rappresentanza processuale spetta al Cardinale Segretario di Stato.

Le altre garanzie reali a favore della Santa Sede: gli immobili immuni

Gli immobili adibiti dalla Santa Sede a propri uffici o a luoghi di culto vengono considerati come sedi

diplomatiche e pertanto, oltre ad essere assicurata la piena proprietà, ricevono, in forza del Trattato del

’29, il riconoscimento di talune immunità, riguardanti l’esclusione dall’assoggettamento a vincoli o a

espropriazioni per pubblica utilità, salvo l’accordo con la Santa Sede, e l’esenzione da tributi ordinari e

straordinari. La guarentigia in questione riguarda anche il non assoggettamento all’autorità civile dello

Stato italiano in materia urbanistica ed edilizia.

Tuttavia tali immunità non riguardano l’esenzione dalla giurisdizione dello Stato italiano: i fatti

giuridicamente rilevanti soggiacciono al giudizio delle autorità italiane ed ogni reato commesso in tali

edifici è considerato come commesso in Italia, perseguito da leggi italiane, sebbene le autorità di polizia,

per esercitare i loro poteri, devono essere invitate ad entrare.

Le garanzie personali a favore della Santa Sede: la sovranità del Sommo Pontefice

Dopo la dissoluzione totale (debellatio) dello Stato pontificio e la perdita del potere temporale del Papa, la

Legge delle Guarentigie del 1871 (L.214) aveva assicurato al Sommo Pontefice una posizione del tutto

particolare: egli, pur essendo un cittadino italiano, godeva delle prerogative e delle garanzie di un sovrano,

essendo la sua persona considerata come “sacra ed inviolabile”, al pari di quella del re, ed essendo i reati

commessi contro la stessa puniti nello stesso modo previsto in caso di reati contro il re d’Italia. Il Trattato

del ’29, riconoscendo Citta del Vaticano come Stato su cui la Santa Sede ha la piena sovranità, ha garantito

al Papa la posizione che spetta ad un sovrano straniero, sebbene per i reati commessi contro lo stesso

valga la tutela apprestata, dopo la Costituzione del ’48, alla persona del Presidente della Repubblica.

Inoltre al Papa non può essere applicata la legge penale (unico caso nel nostro Paese).

21

Segue: la libertà dei conclavi e dei concili

La Legge delle Guarentigie del 1871 obbligava lo Stato italiana a garantire la libertà non solo del Papa, ma

anche dei concili e dei conclavi, di fatto impedendo alle autorità italiane (giudiziarie o di polizia) di

introdursi nelle residenze del Papa o nei luoghi nei quali fosse adunato un concilio o un conclave, senza

l’autorizzazione degli stessi. Inoltre alcuna limitazione di libertà poteva essere prevista nei confronti dei

Cardinali durante la vacanza della Sede Apostolica: ove un Cardinale fosse stato in carcere sarebbe dovuto

uscire per partecipare al conclave. Il Trattato del ’29 ha ribadito tali garanzie, specificando addirittura che

gli ufficiali ecclesiastici stranieri in Roma non incontrino alcun limite previsto per gli altri stranieri all’interno

del nostro ordinamento.

Segue: la posizione dei Cardinali

I Cardinali vengono considerati, in forza del Trattato del ’29, come “principi del sangue”, ossia coloro che

nel regime monarchico venivano, secondo l’ordine di precedenza, dopo il Re (questa l’ha capita solo

l’autore del libro).

Nei procedimenti civile essi possono rendere la propria testimonianza a domicilio, senza recarsi in aula.

I Cardinali residenti in Roma, inoltre, sono considerati come cittadini vaticani.

Segue: le esenzioni a favore di dignitari e funzionari della Santa Sede

I dignitari ed i funzionari della Santa Sede, indicati in appositi elenchi, sono esenti dal servizio militare,

dall’ufficio di giudice popolare e da ogni prestazione di carattere personale, fatta eccezione, però, per

l’obbligo di testimoniare in un processo, obbligo al quale non possono sottrarsi nemmeno i Cardinali.

Le garanzie a favore delle Santa Sede per lo svolgimento del suo magistero

Le garanzie inerenti il libero esercizio del magistero della Santa Sede erano contenute non nel Trattato,

bensì nel Concordato del ’29, abrogato dagli Accordi del 1984, che ha disciplinato nuovamente la materia.

La nuova disciplina prevede che lo Stato garantisca la “piena libertà di svolgere la sua missione” alla Chiesa

cattolica e la “libertà di esercizio del magistero e ministero spirituale”. E’ garantita, inoltre, sulla base della

stessa Costituzione italiana, la libertà di comunicazione e corrispondenza fra Santa Sede, CEI (Conferenza

Episcopale Italiana), Vescovi, clero e fedeli, in cui lo Stato si deve astenere da qualsivoglia ingerenza.

Gli enti centrali della Chiesa

Sono “enti centrali” della Chiesa cattolica le Congregazioni, i Tribunali e gli Uffici della Santa sede, ossia

tutti quegli enti che costituiscono la Santa Sede in senso lato, gli organismi, quindi, costituenti la Curia

romana. Tale definizione, in realtà, coincide con quella di “enti pontifici”, ossia gestiti direttamente dalla

Santa Sede, anche se autonomi rispetto agli enti della Curia Romana. L’unica tutela apprestata nei

confronti di tali enti consiste nell’impossibilità, per l’autorità italiana, di “visite, perquisizioni o sequestri di

carte, documenti, libri o registri”, ma non in altre forme di tutela come, erroneamente, ha creduto per

lungo tempo la giurisprudenza italiana, che ha ritenuto di non avere competenza sulle questioni inerenti

reati posti in essere da tali enti o dalle persone che li rappresentano.

22

I rapporti di lavoro dei dipendenti della Santa Sede e degli enti centrali

I trattamenti retributivi corrisposti dalla Santa Sede e dagli enti centrali, dentro e fuori Roma, a dignitari,

impiegati e salariati non sono soggetti al pagamento di alcun tributo allo Stato italiano. Per dettare

un’apposita disciplina nel mondo lavorativo è stato istituito l’ULSA (Ufficio del Lavoro della Sede

Apostolica), il quale ha il compito di promuovere il miglioramento delle condizioni economiche,

previdenziali ed assistenziali del personale alle dipendenze della Santa Sede o di altri enti ecclesiastici. La

risoluzione delle controversie lavorative avviene, di regola, in sede amministrativa di conciliazione, ma in

difetto di questa tramite il giudizio di un Collegio di conciliazione ed arbitrato.

Un problema di notevole importanza riguarda la competenza o meno della giurisdizione italiana in materia

di controversie di lavoro, per cui è previsto che, qualora l’impiegato svolga una funzione istituzionale

dell’organizzazione alla quale appartiene e possa essere considerato come una particella, seppur minima,

dell’apparato istituzionale, non vi è competenza degli organi giurisdizionali italiani, mentre nel caso in cui

l’impiegato svolga un’attività che potrebbe essere prestata presso un qualsiasi datore di lavoro, la nostra

magistratura è competente a dirimere la controversia.

CAPITOLO OTTAVO - GLI ENTI DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE

Il riconoscimento della personalità giuridica degli enti confessionali

Nell’ordinamento italiano le confessioni religiose (Cattolicesimo, Ebraismo, Islamismo ecc.) non sono

persone giuridiche. Al contrario, gli enti in cui si articolano tali confessioni godono, o possono godere, di

personalità giuridica, contrariamente a ciò che avveniva in passato, dove molto spesso il legislatore aveva

negato, addirittura, l’esistenza di alcuni di questi enti. Attualmente, invece, in forza dell’emanazione della

Costituzione, ma anche degli interventi legislativi degli anni ’30, gli enti possono addirittura operare senza

essere persone giuridiche, il che implica che l’ottenimento della personalità sia garantito a tutti.

Tale personalità, nel nostro ordinamento, si acquista:

• Per legge, quando è lo stesso legislatore a riconoscere tale qualità;

• Per dichiarazione di conformità alla legge/giudizio di omologazione dell’atto costitutivo e

conseguente iscrizione in un apposito registro, da parte dell’autorità giudiziaria (es. società di

capitali);

• Per provvedimento prefettizio di iscrizione nel registro delle persone giuridiche.

Questi tre modalità di riconoscimento sono state previste dal d.p.r. 361/2000, che ha modificato la materia

di cui al libro I del codice civile in materia, appunto, di enti. Tale intervento ha sottratto il potere inerente il

riconoscimento al Ministro dell’Interno.

La riforma, però, non si applica agli enti della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose, i quali

continuano ad ottenere il riconoscimento grazie ad un decreto del Ministro dell’Interno, qualora non

abbiano già ottenuto il riconoscimento per legge oppure per “antico possesso di Stato”, qualora avessero

personalità giuridica già prima della formazione dello Stato italiano (es. Santa Sede).

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Riconoscimento della personalità per antico possesso di Stato e per legge

Sono dotate di personalità giuridica per antico possesso di Stato nell’ordinamento italiano:

• La Santa Sede e gli altri enti ecclesiastici preesistenti alla formazione dello Stato italiano e che già

possedevano personalità giuridica;

• La Tavola Valdese ed i quindici Concistori della Chiesa delle Valli valdesi.

Sono dotate di personalità giuridica per legge:

• L’Unione delle Comunità israelitiche;

• La Conferenza Episcopale Italiana;

• L’Unione cristiana delle Chiese Avventiste del settimo giorno;

• Le Comunità evangeliche luterane di determinate città (Bologna, Firenze, Genova ecc.).

Come possiamo notare non si tratta mai di confessioni religiose, che sono ordinamenti esterni rispetto

all’ordinamento statale, ma di organi-istituzioni delle stesse confessioni, che agiscono all’interno del nostro

territorio e del nostro ordinamento.

Le varie Intese con le confessioni religiose, inoltre, hanno fatto in modo che la personalità giuridica fosse

riconosciuta anche ad enti che non sono organi-istituzioni, ma il più delle volte degli enti con fini di

istruzione, sempre tramite il riconoscimento per legge.

Un particolare procedimento di riconoscimento ha avuto luogo, invece, per le diocesi, le parrocchie e gli

Istituti per il sostentamento del clero: il riconoscimento, in tal caso, ha seguito una procedura di

omologazione simile a quella dell’autorità giudiziaria in materia di società di capitali, svolta però dalla

pubblica amministrazione.

Riconoscimento della personalità per decreto. Le fonti normative

Abbiamo già detto che, contrariamente a ciò che avveniva in passato, oggi, grazie al d.p.r. 361/2000, il

riconoscimento degli enti di diritto privato avviene solo e solamente grazie all’iscrizione nel registro delle

persone giuridiche da parte del Prefetto del luogo, il quale si limita ad un controllo formale dell’osservanza

dei requisiti previsti dalla legge. Abbiamo altresì specificato che tale decreto non si applica agli enti di

diritto ecclesiastico, per i quali ancora occorre un decreto di riconoscimento del Ministro dell’Interno,

mentre un tempo occorreva addirittura il decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro.

La mancata previsione di una procedura semplificata, come quella prefettizia, per il riconoscimento degli

enti ecclesiastici potrebbe comportare un contrasto con l’art.20 della Costituzione, il quale, ricordiamo,

prevede che non vi sia alcuna limitazione legislativa a carico degli enti ecclesiastici, quale risulta invece

dalla conservazione di una procedura di riconoscimento meno celere e più complicata.

Riconoscimento degli enti della Chiesa cattolica

Per il riconoscimento degli enti ecclesiastici della Chiesa cattolica occorre:

• Che gli enti siano costituiti o approvati dall’autorità ecclesiastica;

• Che la domanda di riconoscimento sia stata autorizzata dall’autorità ecclesiastica;

• Che abbiano sede in Italia; 24

• Che abbiano un fine di “religione o di culto” e che tal fine sia “costitutivo ed essenziale”.

Occorre, dunque, non solo che gli enti abbiano l’appoggio della Chiesa e che operino all’interno del

territorio italiano, ma anche che abbiano un fine di religione o di culto, che possiedono tutti quegli enti che

fanno parte della costituzione gerarchica della Chiesa. Sono considerate attività di religione o di culto

quelle dirette alla “cura delle anime”, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla

catechesi ed all’educazione cristiana. In tali casi, inoltre, occorre che tal fine sia “costitutivo ed essenziale”,

ossia che l’ente persegua, non solo secondo il suo statuto, ma anche nella pratica, un fine di quelli suddetti,

non in maniera sussidiaria rispetto ad un altro fine istituzionale, ma in maniera esclusiva o quanto meno

primaria.

L’iscrizione nel registro delle persone giuridiche

Anche per gli enti ecclesiastici si deve procedere con l’iscrizione nel registro delle persone giuridiche: essa

non avviene automaticamente ad opera del Prefetto, come abbiamo già sottolineato, ma deve essere

richiesta dal legale che ha la rappresentanza dell’ente.

Inoltre, mentre per le persone giuridiche private, al fine dell’iscrizione, è richiesto il deposito dell’atto

costitutivo e dello statuto, per gli enti ecclesiastici è necessario un “decreto canonica di erezione”, da cui

risultino la denominazione dell’ente, la natura e la sede dello stesso, oppure una dichiarazione dell’autorità

ecclesiastica (per gli enti eretti prima del ’85) integrativa del decreto canonico che fosse privo delle

indicazioni richieste. Il decreto di erezione può essere sostituito da un attestato della Santa Sede o del

Vescovo diocesano, dal quale risultino gli stessi elementi richiesti per il suddetto decreto. Ai fini

dell’iscrizione, inoltre, deve essere prodotto il decreto di riconoscimento della personalità giuridica

dell’ente, a cui provvede il Ministro dell’Interno.

Nel registro, inoltre, vengono trascritte tutte le vicende dell’ente, quali lo scopo, il patrimonio, i dati degli

amministratori, la data del decreto di riconoscimento e di quello canonico di erezione ed il provvedimento

dell’autorità ecclesiastica in caso di estinzione.

Per gli enti ecclesiastici, inoltre, differentemente da ciò che il d.p.r. 361/2000 ha previsto per le persone

giuridiche private, l’iscrizione nel registro assume un valore dichiarativo e di pubblicità, e non costitutivo e

continua ad osservarsi la disciplina secondo cui gli enti non registrati possono comunque concludere negozi

giuridici, ma privi di un’autonomia patrimoniale perfetta, dunque con la responsabilità degli amministratori

in solido con il patrimonio dell’ente.

Il procedimento amministrativo per il riconoscimento

Analizziamo nel dettaglio il procedimento amministrativo che porta al riconoscimento degli enti

ecclesiastici, ripetendo ed approfondendo quanto abbiamo già detto.

Anzitutto chi ha la rappresentanza dell’ente presenta la domanda per il riconoscimento, indicando la

denominazione, la natura e lo scopo, oltre alla sede ed alla persona che lo rappresenta. A tale domanda va

allegato il decreto di erezione o la dichiarazione sostitutiva dello stesso ed un estratto dello statuto,

contenente le norme sulla struttura dell’ente. Occorre, infine, l’atto di assenso al riconoscimento

manifestato dall’autorità ecclesiastica competente. 25

Tutta la documentazione va presentata al Prefetto competente territorialmente, il quale istruisce la

domanda, chiedendo ulteriori documenti qualora manchino e stendendo un proprio rapporto; il tutto

viene trasmesso al Ministro dell’Interno, competente, come sappiamo, a produrre il decreto di

riconoscimento. Egli si avvale del parere del Consiglio di Stato, ma se quest’ultimo organo fornisce un

parere negativo, si ricorre al Consiglio dei Ministri, il quale delibera sul riconoscimento: in tal caso il

decreto dovrà essere emanato dal Presidente del Consiglio.

Una volta ottenuto il decreto di riconoscimento, l’ente può richiedere l’iscrizione nel registro delle persone

giuridiche e dalla registrazione devono risultare tutti gli elementi elencati nel precedente paragrafo.

La discrezionalità nel riconoscimento della personalità giuridica

Il nostro codice civile ha ereditato da quel del 1865 una tipica sfiducia del legislatore nei confronti degli

enti che vogliono ottenere la personalità giuridica, vincolando il riconoscimento della stessa ad una

decisione dell’autorità governativa, la quale è chiamata a controllare formalmente il rispetto dei requisiti di

legge, nonché l’adeguatezza economica del patrimonio ai fini dell’ente.

Una disciplina particolare, però, è prevista nel caso degli enti ecclesiastici. Anche in tal caso è necessario

controllare il rispetto dei requisiti formali: la presenza del decreto canonico di erezione, la presenza di un

fine di religione e di culto (e che quindi l’ente si occupi dell’esercizio del culto o della cura delle anime,

della formazione del clero e dei religiosi, di scopi missionari o dell’educazione cristiana), tra l’altro non

necessaria e presunta iuris et de iure nel caso di parrocchie, diocesi, congregazioni, seminari ed

articolazioni della Chiesa cattolica, la legittimazione ad agire del rappresentante ecc.

Diversa è l’analisi dei requisiti economici degli enti ecclesiastici, in quanto non è sempre necessario che

l’ente abbiamo un proprio patrimonio iniziale. Quindi bisognerà analizzare la situazione di volta in volta: se

si tratta di fondazioni ecclesiastiche, che per loro natura devono avere un patrimonio congruo al fine,

occorrerà verificare se il patrimonio è realmente idoneo a raggiungere lo scopo di religione o di culto; se

invece si tratta di parrocchie o diocesi, così come nel caso di associazioni o di società di vita comune, un

tale controllo non sarà necessario.

Le modificazioni degli enti ecclesiastici

Qualsiasi mutamento sostanziale nel fine, nella destinazione dei beni e nel modo di esistenza dell’ente

ecclesiastico deve essere valutato dal Ministro dell’Interno, sentito il Consiglio di Stato, per poi essere

trascritto all’interno del registro delle persone giuridiche. Praticamente le modificazioni degli enti

ecclesiastici seguono la medesima procedura prevista per il riconoscimento, ossia sono subordinate alla

decisione del Ministro. Ovviamente ciò avviene quando vi sia una modifica sostanziale: se, per esempio,

l’ente conserva la propria struttura ed i propri scopi iniziali, aggiungendone degli altri, non avrà alcun

bisogno di porre in essere una modificazione da trascrivere nel registro delle persone giuridiche.

La trascrizione nel registro rende la modificazione opponibile a terzi.

L’estinzione degli enti ecclesiastici

L’estinzione di un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto avviene, nel diritto dello Stato, o ad opera

della revoca del riconoscimento o per soppressione dell’autorità ecclesiastica. In caso di estinzione ad

opera dell’autorità ecclesiastica, il provvedimento viene trasmesso al Ministro dell’Interno, il quale con

26

proprio decreto dispone sia l’iscrizione nel registro delle persone giuridiche della vicenda estintiva, sia la

devoluzione dei beni secondo quanto disposto dall’autorità ecclesiastica.

La revoca del riconoscimento della personalità giuridica

Diversa dall’estinzione dell’ente su iniziativa dell’autorità ecclesiastica è la revoca del riconoscimento ad

opera dell’autorità governativa, nel solo caso contemplato di perdita di uno dei requisiti che avevano dato

luogo al riconoscimento. Anche in tal caso è competente il Ministro dell’Interno, sentito il Consiglio di

Stato, ma dato che nel procedimento per ottenere il riconoscimento è contemplato l’intervento

dell’autorità ecclesiastica, anche nel procedimento inverso ci dovrà essere un tale intervento.

La revoca non è ammissibile per motivi diversi dal difetto di uno dei requisiti iniziali.

Le attività degli enti ecclesiastici diverse da quelle di religione o di culto

Gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, tanto della Chiesa cattolica quanto di altre confessioni

religiose, oltre al fine costitutivo ed essenziale di religione e di culto possono perseguire altri fini leciti,

benché in tal caso essi sono soggetti alle leggi dello Stato al pari delle persone giuridiche private.

Sono considerate come attività diverse da quella religiosa o di culto quelle inerenti l’assistenza e la

beneficienza, l’istruzione, l’educazione e la cultura, nonché le attività commerciali o, più in generale, a

scopo di lucro. Anche l’attività ospedaliera posta in essere da enti ecclesiastici, che in alcun modo vengono

considerati enti pubblici, può essere inclusa all’interno delle attività diverse da quelle di religione e di culto,

soggiacendo anch’essa alle leggi dello Stato italiano.

La qualifica giuridica degli enti confessionali

Nel corso del tempo la dottrina si è trovata svariate volte a dibattere circa la natura degli enti ecclesiastici

civilmente riconosciuti, attribuendo agli stessi una posizione a metà strada tra gli enti privati e quelli

pubblici. C’è stato addirittura chi si è spinto oltre, riconoscendoli come veri e propri enti pubblici statali su

cui, però, lo Stato ha un potere limitato, perché provenienti da altri ordinamenti, come vengono

considerate le varie confessioni religiose.

In realtà tali enti non sono altro che “enti ecclesiastici civilmente riconosciuti”, il che vuol dire che essi non

sono né enti privati, per cui vige l’intera disciplina del codice e delle leggi a riguardo, né enti pubblici,

perché lo Stato non ha alcun potere su di essi. Quando il legislatore ha voluto estendere la disciplina degli

uni o degli altri anche agli enti ecclesiastici, lo ha fatto esplicitamente, riservando, invece, una disciplina

apposita in tutti gli altri casi.

L’ecclesiasticità degli enti

Per “ecclesiasticità” degli enti s’intende il riconoscimento della loro appartenenza ad una confessione

religiosa da parte delle stesse autorità di quella confessione. Se l’autorità ecclesiastica non ha riconosciuto

come appartenente alla propria confessione religiosa un determinato ente, esso non potrà in alcun modo

ottenere, all’interno del diritto dello Stato italiano, il riconoscimento di ente ecclesiastico. Ciò vale tanto

per la religione cattolica, quanto per le altre confessioni. Anzi, qualora un ente di fatto agisse come ente

appartenente ad una determinata confessione, l’autorità ecclesiastica potrebbe agire in difesa del diritto al

nome, che all’interno del nostro ordinamento tutela tanto le persone fisiche quanto quelle giuridiche.

27

Di contro, non tutti gli enti riconosciuti come “ecclesiastici” dall’autorità religiosa sono enti ecclesiastici per

lo Stato italiano, qualora essi non perseguano un fine di religione e di culto secondo la visione del nostro

legislatore.

I vari enti della Chiesa cattolica: la Conferenza Episcopale Italiana (CEI)

La CEI, Conferenza Episcopale Italiana, è un istituto permanente, un’assemblea, formata dai vescovi italiani

ed istituita nel 1952. Oltre a quella italiana, ne esiste una per ogni nazione ed esse vengono istituite, ma

anche soppresse, direttamente dalla Santa Sede. Il Presidente di una Conferenza Episcopale non viene

eletto dai propri membri, bensì nominato direttamente dal Pontefice.

La CEI non esisteva al tempo dei Patti Lateranensi, ma gli Accordi del 1984 non la poterono ignorare,

assicurandole la completa libertà di comunicazione e corrispondenza con la Santa Sede e la possibilità di

stipulare intese con lo Stato italiano per regolare materie in cui si manifesti la necessità di una

collaborazione tra Chiesa e Stato. Inoltre alla CEI è stata garantita la personalità giuridica civile.

In sede normativa la CEI è competente ad emanare le disposizioni per l’attuazione nel diritto canonico delle

norme sui beni ecclesiastici e sul sostentamento del clero, a definire l’esercizio del ministero del clero ed a

determinare, periodicamente, quanto dovuto al clero per il proprio sostentamento, oltre ad essere

competente su altre materie.

In sede amministrativa, invece, la CEI, oltre ad aver eretto l’Istituto centrale per il sostentamento del clero,

ne designa il presidente ed alcuni membri, gestisce l’otto per mille versato dagli italiani alla Chiesa

cattolica, trasferendo le quote di tale gettito necessarie all’istituto per il sostentamento del clero e

trasmettendo un rendiconto annuale circa l’utilizzazione delle somme ricevute dallo Stato e dagli italiani

all’autorità statuale.

La CEI, infine, gode di un proprio statuto, più volte modificato dall’Assemblea generale dei Vescovi e

approvato dalla Santa Sede.

Segue: le diocesi e le parrocchie

Gli Accordi del 18 febbraio 1984, resi esecutivi con la L.121/1985 hanno stabilito che la Chiesa cattolica sia

libera di organizzarsi e di determinare la circoscrizione di diocesi e di parrocchie, così come gli Accordi del

15 novembre 1984, resi esecutivi con la L.206/1985 ed integrati dalla L.222/1985 hanno previsto un

riordino degli organi che fanno parte della struttura gerarchica della Chiesa.

Il Codex Iuris Canonici del 1983 ha stabilito che, nell’ordinamento canonico, le diocesi e la parrocchie, rette

da un Vescovo le prime e dai parroci le seconde, abbiano personalità giuridica. Conseguentemente lo Stato

italiano, tramite decreto del Ministro dell’Interno, ha previsto, nel 1986, che le diocesi e le parrocchie

abbiano anche personalità giuridica civile, essendo enti di diritto ecclesiastico civilmente riconosciuti.

La diocesi altro non è che la Chiesa particolare, mentre la parrocchia è una comunità di fedeli: entrambe

possono essere paragonate agli enti territoriali dello Stato italiano (regioni, province, comuni), essendo

delle vere e proprie “radici sul territorio” della Chiesa cattolica. I Vescovi, con propri decreti amministrativi

riconosciuti come tali anche dallo Stato italiano, hanno poi stabilito quali beni, di proprietà dell’istituto

diocesano per il sostentamento del clero, fossero destinati ad ogni singola parrocchia.

28

Segue: i capitoli

I capitoli cattedrali e quelli collegiali altro non sono che comunità a statuto corporativo composte dal clero

attivo presso una determinata cattedrale o dal clero non collegato ad alcuna cattedrale. I primi furono

conservati dalle leggi del 1800, mentre i secondi furono soppressi per un determinato periodo, almeno

sino al Concordato del ’29. I capitoli sono, comunque, enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, il cui

riconoscimento può essere revocato, su richiesta dell’autorità ecclesiastica, da un decreto del Ministro

dell’Interno, sentito il Consiglio di Stato. Il riconoscimento di nuovi capitoli cattedrali o collegiali può

avvenire, invece, solo dopo la soppressione di altri capitoli preesistenti o dalla fusione di più capitoli.

Segue: le fondazioni di culto

Esistono tutta una serie di enti che hanno una funzione strumentale rispetto al fine di religione e di culto e

per cui il riconoscimento della personalità giuridica è possibile, ma non sempre così scontato: stiamo

parlando delle “fondazioni di culto” che, al pari di tutte le altre fondazioni, vincolano un determinato

patrimonio, già esistente e non originato da oblazioni successive, al raggiungimento di un fine. In tal caso il

riconoscimento della personalità giuridica non è dettato solo dai requisiti richiesti per il riconoscimento di

tutti gli enti ecclesiastici, ma occorre valutare delle condizioni di carattere economico: in breve potremmo

dire che bisogna verificare se il patrimonio è idoneo al raggiungimento del fine.

Nel nostro ordinamento, inoltre, non sono ammesse le fondazioni di culto fiduciarie, in cui il testatore

imprime ad una massa di beni un vincolo reale di destinazione, separandoli dal patrimonio del fiduciario e

rendendoli non aggredibili dai creditori dello stesso.

Segue: le chiese

Al genere delle fondazioni appartengono le chiese, qualora venga riconosciuta la personalità giuridica di un

ente che curi la manutenzione dell’edificio di culto e la sua officiatura. La disciplina vigente prevede che si

possa procedere al riconoscimento di una chiesa quando vi sia un patrimonio sufficiente a “mantenere” la

stessa e quando questa sia “aperta al culto pubblico”, ossia nel caso in cui sia officiata regolarmente

(funzioni religiose non saltuarie) e vi possa accedere chiunque.

In passato un ampio dibattito si è sviluppato attorno alla necessità che l’edificio-chiesa appartenesse o

meno all’ente ecclesiastico: si è giunti alla conclusione che l’edificio può benissimo appartenere anche ad

un privato, il cui godimento, però, sia stato concesso all’ente ecclesiastico, che ne cura la manutenzione e

l’officiatura, in quanto all’interno del nostro ordinamento, come ben sappiamo dal diritto privato, il potere

del proprietario può essere compresso da altri diritti reali minori.

Segue: i santuari

I santuari non sono altro che chiese particolari in cui i fedeli si recano in pellegrinaggio per un motivo di

pietà. Tale definizione è stata introdotta dal Codex iuris canonici nel 1983, ma era già utilizzata dal diritto

statuale all’interno del Concordato del ’29 dove venne previsto che tre santuari specifici (Santa Casa di

Loreto, San Francesco in Assisi e Sant’Antonio in Padova) fossero ceduti alla Santa Sede, che li avrebbe

amministrati liberamente. Per ciò che concerne la personalità giuridica si presume che i santuari figurino

tra gli enti con fine di religione o di culto per il solo fatto che siano costituiti nelle forme proprie

dell’ordinamento canonico, senza che occorra un atto costitutivo nel diritto statuale.

29

Segue: le fabbricerie

Le fabbricerie sono enti ecclesiastici che si occupano della manutenzione e dell’officiatura di una chiesa

tramite la gestione di una massa patrimoniale autonoma o delle oblazioni dei fedeli, ad opera di un

consiglio competente ad amministrare tali beni, costituito da ecclesiastici o da laici o da una composizione

mista.

Le fabbricerie possono gestire:

• Una chiesa cattedrale o un edificio di culto di rilevante interesse storico o artistico ed in tal caso il

consiglio è formato da 7 membri con carica triennale, due nominati dal Vescovo diocesano e cinque

dal Ministro dell’Interno, il cui statuto è approvato con decreto di quest’ultimo;

• Una chiesa, fatta eccezione per le cattedrali, ed in tal caso il consiglio è composto dal parroco e da

quattro membri nominati dal prefetto per un triennio. In questo caso le fabbricerie sono rette da

un regolamento prefettizio.

Tra i membri viene eletto un presidente, nominato con decreto del Ministro o del Prefetto. L’opera di tutti i

membri viene prestata gratuitamente e non vi può essere alcuna ingerenza del consiglio nei servizi di culto,

in quanto la fabbriceria è chiamata solo alle gestione dei beni della chiesa per assicurarne la manutenzione

e l’officiatura. In caso di inottemperanza ai propri doveri l’amministrazione della fabbriceria può essere

sciolta dal Prefetto o dal Ministro, per poi essere ricostituita dopo 6 mesi (o massimo un anno) di gestione

da parte di un commissario straordinario.

Le fabbricerie possono avere o meno personalità giuridica: nel primo caso, qualora venga meno la

personalità giuridica della chiesa cui tale ente è connesso, non viene meno la personalità giuridica della

fabbriceria, salvo che non vengano meno i beni amministrati; nel secondo caso, invece, il venir meno della

personalità giuridica della chiesa travolge anche la fabbriceria . L’estinzione di una fabbriceria viene

accertata con decreto del Ministro dell’Interno.

Segue: le associazioni religiose

Il fenomeno dell’associazionismo interessa da sempre il mondo religioso, in particolar modo quello

cattolico. Molto spesso tale fenomeno ha dato origini a diverse organizzazioni, promosse da fedeli o dalla

stessa autorità ecclesiastica, oggi disciplinate dal codex iuris canonici.

In tal senso dobbiamo distinguere gli istituti di vita consacrata, che si articolano in istituti religiosi ed istituti

secolari, dalle società di vita apostolica. Mentre nei primi l’adesione avviene tramite la professione

pubblica di voti, nelle seconde difetta una tale previsione. Gli istituti religiosi prevedono la vita in comune

dei propri membri, mentre gli istituti secolari prevedono che gli aderenti possano vivere nelle proprie case

(nel secolo, nel mondo) contribuendo alla santificazione del mondo. L’adesione alle società di vita

apostolica, benché non comporti la pronunzia di voti, prevede la vita comune dei soci, diretta alla

perfezione della carità.

Nella seconda metà dell’800 a tali associazioni religiose (istituti secolari, religiosi e società di vita

apostolica) fu negata la possibilità di acquisire la personalità giuridica. Il Concordato del ’29, invece,

riconobbe tale possibilità nel caso in cui le associazioni fossero enti di diritto pontificio, approvate cioè

dalla Santa Sede, con sede principale in Italia e rappresentate, giuridicamente e di fatto, da un cittadino

30

italiano. Gli Accordi degli anni ’80 hanno confermato tali previsioni, prevedendo che l’autorità civile, per il

riconoscimento di questi enti ecclesiastici, debba semplicemente limitarsi ad un controllo formare

sull’osservanza dei requisiti suddetti. Alcun controllo deve essere posto in essere in merito al patrimonio

dell’associazione religiosa, che può non esistere inizialmente per poi essere costituito in seguito. Il

riconoscimento della personalità giuridica spetta, poi, contrariamente alle previsioni del Concordato del

1929, alle associazioni religiose di diritto diocesano (e non pontificio), ma in tal caso il riconoscimento è

discrezionale, in quanto va valutata la concreta esistenza di un patrimonio che possa assicurare stabilità

all’ente, oltre ad essere necessaria l’approvazione della Santa Sede.

Segue: le confraternite

Le confraternite sono associazioni laicali con fine di culto e/o di beneficenza, quali l’assistenza ai confratelli

infermi o ai terzi bisognosi, l’assicurazione di una sepoltura cristiana agli associati, la cura del culto di una

chiesa ecc.

Il Concordato del ’29 ha previsto che esista una differenza tra confraternite con scopo esclusivo o

prevalente di culto, le quali sono soggette sotto ogni aspetto all’autorità ecclesiastica, e confraternite in cui

lo scopo di culto, benché esistente, non risulta né esclusivo né prevalente, perché magari tali caratteri,

all’interno della confraternita, sono assunti da altri scopi. Queste ultime sono soggette all’autorità civile,

mentre l’autorità ecclesiastica è competente solo per gli scopi di culto perseguiti, sebbene

secondariamente, dalla confraternita.

Le confraternite vanno distinte dalle IPAB (istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza), enti di diritto

pubblico che hanno in tutto o in parte il fine di prestare assistenza ai più poveri o provvedere

all'educazione, all'istruzione, all'avviamento a qualche professione.

Segue: gli istituti per il sostentamento del clero

Gli istituti per il sostentamento del clero sono enti della Chiesa cattolica civilmente riconosciuti strumentali

all’organizzazione ecclesiastica e che, pertanto, non perseguono in modo diretto uno scopo di religione o di

culto. Per tal motivo se ne parlerà nel capitolo nono.

Segue: le prelature personali

Le prelature personali sono enti non menzionati dalle disposizioni concordatarie, ma previsti all’interno del

diritto canonico e facenti parte della struttura gerarchica della Chiesa, chiamati a promuovere una migliore

distribuzione dei sacerdoti ed a svolgere peculiari opere pastorali o missionarie. Sono erette dalla Santa

Sede e presiedute da un prelato od ordinario, ma ne possono far parte fedeli di ogni genere (laici, diaconi

del clero secolare e sacerdoti).

Essi figurano tra gli enti per cui è presunto il fine di religione e di culto, per cui l’autorità civile, in caso di

richiesta della personalità giuridica, si deve limitare ad un mero sindacato di legittimità.

Gli enti delle confessioni religiose diverse dalla cattolica

Anche le confessioni religiose diverse da quella cattolica possono dar vita ad enti con personalità giuridica.

La L.1159/1929 dispone che tali enti possano ottenere la personalità giuridica tramite un decreto del

Presidente della Repubblica, sentiti il Consiglio dei Ministri ed il Consiglio di Stato. Nell’epoca in cui la legge

31

fu emanata, tale procedura appariva altamente discriminante nei confronti delle confessioni religiose

diverse dalla cattolica, perché il parere del Consiglio di Stato era necessario e vincolante ed il Consiglio dei

ministri non poteva che fornire un parere politico. Oggi, invece, in forza della libertà religiosa garantita

costituzionalmente a tutte le confessioni, il parere del Consiglio di Stato è divenuto facoltativo ed il

Consiglio dei Ministri non può che fornire un parere favorevole.

Chi ha interesse al riconoscimento deve presentare un’apposita domanda al Prefetto del luogo ma diretta

al Ministro dell’Interno. Dallo statuto dell’ente religioso devono risultare lo scopo, i mezzi finanziari per

perseguirlo, gli organi di amministrazione e le norme sul funzionamento dell’ente. Tra l’altro, tali enti

possono essere costituiti in Italia, ed in tal caso devono seguire la suddetta procedura, o all’estero, in tal

caso risultando come persone giuridiche all’interno del nostro ordinamento qualora abbiano acquisito il

riconoscimento in un altro Stato.

Secondo la disciplina del ’29, tuttavia, l’autorità civile poteva svolgere un controllo continuo su tali enti,

intervenendo qualora ci fossero gravi irregolarità nell’amministrazione o nel mancato funzionamento degli

organi statutari per dichiarare nulli atti e deliberazioni. Un tale potere di vigilanza e di tutela, maggiore di

quello esercitato nei confronti delle fondazioni private, è, ovviamente, in contrasto con l’art.20 Cost., ma

non si è provveduto all’abrogazione dello stesso perché nella prassi amministrativa, ormai, non si procede

più a controlli di tal genere.

Gli enti delle Chiese valdesi e metodiste

Le norme che abbiamo appena considerato non valgono, però, per gli enti di confessioni religiose che

abbiano stretto delle intese con lo Stato italiano. E’ il caso della Tavola valdese: per il riconoscimento degli

enti di tale confessione è necessario che essi perseguano congiuntamente fini di culto, beneficenza ed

istruzione e che godano dell’appoggio della Tavola valdese, per potersi configurare come enti ecclesiastici

(vediamo, dunque, come il termine “ecclesiastico” non sia riferibile solo alla Chiesa cattolica). L’autorità

civile, dunque, deve controllare solo il rispetto dei fini anzidetti e l’ecclesiasticità, intesa come

riconoscimento da parte della confessione religiosa, dell’ente.

Gli immobili di tale confessione religiosa, inoltre, sono esenti da ICI (imposta comunale sugli immobili).

La personalità giuridica civile viene meno per iniziativa della Tavola valdese o per mutamento dei fini,

tramite decreto del Ministro dell’Interno.

Gli enti delle Chiese avventiste, delle A.D.I., dell’U.C.E.B.I e della Chiesa luterana

Data l’Intesa stipulata tra Stato italiano ed Unione delle Chiese avventiste del settimo giorno, anche in tal

caso possono essere riconosciuti civilmente enti ecclesiastici collegati a tale confessione religiosa. Occorre,

proprio come per la Chiesa cattolica, che essi perseguano un fine di religione e di culto (cura delle anime,

esercizio del culto, formazione di ministri del culto, scopi missionari ed educazione cristiana), essendo

escluse da tale nozione le attività di assistenza, beneficenza, istruzione, educazione ecc.

L’ente avventista, per essere riconosciuto, necessita altresì della rappresentanza giuridica e di fatto, in

Italia, da parte di un cittadino italiano. La domanda per il riconoscimento, inoltre, deve essere approvato

dall’Unione delle Chiese avventiste. Anche in questo caso è richiesto un decreto del Ministro dell’Interno

per ottenere il riconoscimento e poter chiedere l’iscrizione nel registro delle persone giuridiche.

32

La revoca della personalità giuridica avviene o per iniziativa dell’Unione delle Chiese avventiste, poi

riportata all’interno di un decreto del Ministro dell’Interno, o per il venir meno dei requisiti che avevano

dato luogo al riconoscimento. I beni vengono devoluti secondo quanto deciso dall’Unione delle Chiese

avventiste.

Eguali norme rispetto alle Chiese avventiste sono previste a favore dell’A.D.I. (Assemblee di Dio in Italia),

dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia) e della CELI (Chiesa Evangelica Luterana in Italia).

Gli enti ebraici

Le Comunità ebraiche e l’Unione delle Comunità ebraiche vennero riconosciute, nel ’31, come persone

giuridiche pubbliche, sottoposte alla vigilanza ed alla tutela dello Stato e soggette alla tenuta dell’anagrafe

degli ebrei in Italia. Grazie alla L.101/1989 esse sono ancora persone giuridiche, ma non più pubbliche in

quanto non detengono poteri pubblici; in realtà, però, non si possono considerare neanche come enti

privati, dunque vanno prese in considerazione come “istituzioni tradizionali dell’ebraismo in Italia”, come

ha precisato la stessa legge. Inizialmente erano tenute al pagamento decennale dell’INVIM (Incremento

Valore Immobili, tributo pagato in forza della differenza tra il valore passato e quello attuale

dell’immobile), da cui poi vennero esonerate.

Oltre a queste due persone giuridiche, possono essere costituiti anche altri enti ebraici, purché godano

dell’appoggio dell’Unione delle Comunità ebraiche e perseguano fini di culto e religione, in modo tale da

poter ottenere, ad opera di un decreto del Ministro dell’Interno, il riconoscimento necessario per

l’iscrizione nel registro delle persone giuridiche ed assumere la qualifica di “enti ebraici civilmente

riconosciuti”.

Gli enti confessionali stranieri

Gli enti confessionali stranieri che abbiano ottenuto la personalità giuridica all’estero, hanno diritto ad

operare come persone giuridiche anche all’interno del nostro ordinamento, qualora ciò sia previsto dalle

convenzioni internazionali. Occorre, però, che in riferimento ai fini e all’attività dell’ente, ci sia conformità

rispetto all’ordine pubblico, in quanto se tali enti hanno una propria sede in Italia soggiacciono alle norme

dell’ordinamento italiano.

Il Ministro dell’Interno, tuttavia, può controllare che l’ente abbia realmente acquisito la personalità

giuridica in altro Stato e che disponga di mezzi finanziari sufficienti per perseguire il proprio fine.

CAPITOLO NONO – I MEZZI PER L’ATTIVITA’ DI RELIGIONE O DI CULTO

SEZIONE I – IL SOSTENTAMENTO DEL CLERO

Osservazioni preliminari

Tanto le confessioni religiose quanto gli enti da esse espressi necessitano di mezzi economici necessari per

il raggiungimento dei propri fini, sia per assicurare a coloro impegnati costantemente in tali attività una

vita dignitosa, sia per garantire una serie di beni mobili ed immobili utili per lo svolgimento delle attività di

culto. 33

Gli istituti per il sostentamento del clero

La Chiesa cattolica, all’interno del nuovo Codex iuris canonici ha previsto il passaggio dal vecchio sistema

beneficiale di remunerazione del clero (il sistema beneficiale, in vigore fino al 31 dicembre 1986,

prevedeva che il personale di una diocesi, dal vescovo sino al parroco, fosse remunerato dall’ente

beneficiale di riferimento, ossia da un ente ecclesiastico con un proprio fondo patrimoniale costituito dai

beni di quella specifica diocesi. Ad ogni ufficio ecclesiastico, dunque, era affiancato un proprio beneficio. In

tal modo, però, si creava una forte disparità di trattamento economico tra funzionari ecclesiastici

remunerati da fondi beneficiali di notevole ricchezza e funzionari remunerati da enti beneficiali con un

patrimonio esiguo, producenti un basso reddito. Lo Stato, quindi, era costretto ad intervenire tramite il c.d.

supplemento di congrua, con il quale integrava il basso reddito e garantiva un minimum di sostentamento

ai funzionari remunerati da un ente beneficiale poco producente. All’integrazione lo Stato provvedeva

tramite il Fondo per il culto…si ringrazia il collega ayeye per la nozione, decisamente più completa della

mia, di ente beneficiale) ad un sistema più nuovo e più equo, che ha previsto la creazione di Istituti per il

sostentamento del clero diocesani o interdiocesani. Sulla materia è intervenuto l’Accordo tra Stato italiano

e Chiesa cattolica del 15 novembre 1984: tramite alcuni decreti del Ministro dell’Interno sono stati

costituiti l’Istituto centrale per il sostentamento del clero e 229 Istituti diocesani o interdiocesani, il cui

statuto è stato emanato dal Vescovo diocesano in conformità con le disposizioni della CEI. Il consiglio di

amministrazione di ogni Istituto è composto per un terzo da rappresentanti del clero diocesano e per due

terzi da soggetti nominati dalla CEI. Il clero che svolge funzioni in favore della rispettiva diocesi viene

remunerato dall’Istituto per il sostentamento del clero corrispondente a quel territorio, con l’eventuale

concorso dell’Istituto centrale. Gli istituti diocesani e quello centrale, inoltre, devono provvedere allo

svolgimento di funzioni previdenziali integrative autonome per il clero.

Il patrimonio degli Istituti per il sostentamento del clero

Il patrimonio dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero venne costituito, inizialmente, da un

fondo di dotazione conferito dalla CEI. Le sue entrate, però, sono costituite maggiormente dalle oblazioni

dei fedeli, da somme ricevute dalla CEI, provenienti dall’8 per mille del gettito IRPEF destinato dai

contribuenti alla Chiesa cattolica, e da tutti i negozi che l’Istituto centrale può porre in essere per

incrementare il suo patrimonio.

Ai singoli Istituti diocesani per il sostentamento del clero, poi, sono stati trasferiti tutti i beni un tempo

appartenenti agli enti beneficiali, che a loro volta sono stati girati, in parte, alle singole diocesi, parrocchie

e capitoli. Si è trattato, pur sempre, di trasferimenti interni all’organizzazione della Chiesa cattolica, che lo

Stato ha agevolato esentandoli da tributi ed oneri.

I rapporti degli Istituti diocesani con l’Istituto centrale per il sostentamento del clero

Per ciò che concerne i rapporti tra gli Istituti diocesani e l’Istituto centrale per il sostentamento del clero,

occorre sottolineare che i primi, qualora non abbiano sufficienti redditi per garantire la remunerazione a

tutti i sacerdoti che ad essi fanno riferimento, potranno rivolgersi all’Istituto centrale per richiedere la

somma residua. Qualora, invece, dovessero riscontrare un eventuale avanzo di gestione, dovranno

versarne una parte/quota all’Istituto centrale. Inoltre i 229 Istituti hanno l’obbligo di presentare una

dichiarazione sull’esercizio preventiva ed una consuntiva, da cui l’Istituto centrale potrebbe evincere,

autonomamente, lo stato di bisogno dei vari Istituti o l’eventuale avanzo.

34

La natura giuridica degli Istituti per il sostentamento del clero

Per quanto riguarda la natura giuridica degli Istituti per il sostentamento del clero, tanto quelli diocesani

quanto quello centrale si configurano come vere e proprie fondazioni, essendo provvisti di un fondo

patrimoniale iniziale, nel primo caso (Istituti diocesani) costituito dal patrimonio dei “benefici” esistenti

nella diocesi, che si estinguono contemporaneamente alla nascita degli Istituti, nel secondo caso costituito

da un fondo di dotazione conferito dalla CEI.

La funzione degli Istituti per il sostentamento del clero. La liquidazione degli assegni

Hanno diritto a ricevere un congruo e dignitoso sostentamento da parte deli Istituti diocesani tutti gli

appartenenti al clero che svolgano un servizio “in favore della diocesi”. E’ la CEI a stabilire sia la misura

degli assegni sia cosa si debba intendere per “servizio svolto a favore della diocesi”. Svolgono tale servizio

tutti i sacerdoti, italiani o stranieri, che, su mandato del vescovo diocesano, siano impegnati in un’attività

ministeriale nella diocesi di appartenenza, o siano impegnati come cappellani delle forze armate, o siano

impegnati nella cooperazione missionaria, o che operino presso enti, organismi o istituzioni nazionali

determinati dalla CEI, o che prestino servizio come professori nelle Facoltà teologiche italiane o negli

Istituti superiori di scienze religiose. Inoltre, per partecipare al sistema di sostentamento del clero occorre

che i sacerdoti si dedichino al ministero ecclesiastico “a tempo pieno”, ossia impegnando la loro vita nello

svolgimento degli incarichi ai quali sono preposti.

Qualora, tra l’altro, i sacerdoti siano impiegati a tempo pieno presso enti ecclesiastici, sono questi ultimi a

doverli remunerare, laddove l’Istituto diocesano interviene solo tramite un’integrazione. Nella stessa

maniera si procede in caso di servizio presso enti non ecclesiastici.

L’ammontare dell’assegno spettante ai sacerdoti è uguale, nella misura dei due terzi, per tutti ma è

determinato, nella restante parte, dall’anzianità di servizio, dalle condizioni in cui opera il sacerdote, dal

territorio in cui opera lo stesso, in funzione dell’aumento dei prezzi al consumo e del PIL per abitante, e

dell’ufficio al quale sono preposti. Esiste, in pratica, un sistema di “punti” attribuiti in base alla presenza o

meno delle condizioni suddette: ogni punto ha un valore economico, che fa lievitare la remunerazione del

sacerdote. Qualora sorgano delle controversie tra i sacerdoti e l’Istituto diocesano per il sostentamento del

clero, si cercherà, nel più breve tempo possibile, una conciliazione che soddisfi e contemperi le esigenze di

tutti. Nel caso in cui non venga raggiunto un accordo una commissione appositamente costituita, formata

da 3 componenti nominati dal Vescovo, deciderà a maggioranza assoluta circa la risoluzione della

controversia. La decisione potrà essere impugnata dinanzi allo stesso Vescovo ed ancora, in terzo grado,

dinanzi alla Congregazione della Segnatura apostolica.

Va sottolineato come il diritto alla remunerazione da parte dei sacerdoti sia un diritto soggettivo tutelato

anche dallo Stato, il che comporta che gli stessi possano rivolgersi al giudice statuale in caso di controversie

con l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Qualora, però, il sacerdote si sia rivolto all’autorità

ecclesiastica, egli non potrà, se insoddisfatto, rivolgersi all’autorità statuale, in quanto in tal caso due

autorità differenti si verrebbero a pronunciare sulla medesima fattispecie, creando un inammissibile bis in

idem (due volte sulla stessa cosa). Tuttavia, qualora il sacerdote optasse per rivolgersi all’autorità

giudiziaria italiana, competente sarebbe il giudice ordinario e non quello del lavoro, perché in questa

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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame Diritto Ecclesiastico, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro consigliato dal docente Diritto Ecclesiastico di Finocchiaro. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Il diritto ecclesiastico e la scienza giuridica, Le fonti di cognizione del diritto ecclesiastico, Le fonti di produzione del diritto ecclesiastico, Le garanzie di libertà ed i rapporti tra ordinamenti, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dammacco Gaetano.

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