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2) Fondo Edifici di Culto, è il fondo al quale è stato trasferito tutto il patrimonio

dei fondi e delle aziende speciali (art.55 degli accordi citati). È dotato di

personalità giuridica pubblica, è rappresentato giuridicamente dal ministro

dell’interno ed amministrata dal ministero e, in sede provinciale, dai prefetti.

Prefetti, sono organi periferici del ministero dell’interno ed hanno competenza

sugli atti di straordinaria amministrazione degli enti delle confessioni di minoranza.

Determina il numero dei componenti delle Fabbricerie di chiese ( sono gli enti che

amministrano la parte del patrimonio della chiesa destinata alla manutenzione).

Bisogna ricordare che non possono attribuire personalità giuridica alle confessioni

religiose.

1.9 UFFICI ECCLESIASTICI ORGANIZZATI DALLO STATO E DA ALTRI

ENTI PUBBLICI PER L’ASSISTENZA SPIRITUALE DELLE COMUNITA’

SEPARATE.

Sono uffici organizzati dallo stato per l’assistenza spirituale delle forze armate ovvero,da

altri enti pubblici, per altre comunità (c.d. Comunità Separate).

L’ assistenza spirituale di queste comunità (Forze armate, ospedali, carceri,etc) tende a

realizzare il diritto di libertà religiosa. E’ un servizio organizzato in maniera diversa a

seconda che sia diretto a grandi o piccole comunità. Nel 1° caso l’assistenza è organizzata

dallo stato o dall’ente amministratore, nel 2° caso è un servizio garantito su richiesta

dell’interessato.

L’organizzazione dell’assistenza spirituale dei cattolici, viene fatta dallo stato e dagli altri

enti pubblici, attraverso la nomina degli ecclesiastici che forniranno il servizio di

assistenza. La nomina viene fatta su indicazione dell’autorità ecclesiastica ma spetta alle

autorità italiane competenti.

L’assistenza spirituale delle forze armate viene effettuata attraverso la figura del

Cappellano Militare che è un vescovo rivestito di dignità arcivescovile ed è coadiuvato da

un Vicario militare e 3 ispettori. Queste figure sono nominate tutte dal presidente della

repubblica.

Per essere nominato cappellano militare il sacerdote deve essere in possesso dei pieni

diritti civili e politici, devono avere idonei requisiti fisici e devono prestare lo stesso

giuramento previsto per gli ufficiali delle forze armate.

L’ordinamento gerarchico dei cappellani è equiparato ai gradi degli ufficiali delle forze

armate.

I cappellani sono distinti in:

1) Cappellani in servizio permanente

2) Cappellani in congedo (riserve)

3) Cappellani in congedo assoluto (non hanno obblighi di servizio)

Per quel che riguarda la responsabilità penale e disciplinare, i cappellani sono assoggettati

alla giurisdizione penale militare e al regolamento di disciplina militare.

Il servizio di assistenza spirituale tramite cappellano è previsto anche per la polizia di

stato e per gli istituti di prevenzione e pena. I relativi cappellani non sono però impiegati

di ruolo dello stato ma fanno parte del personale aggregato.

CAPITOLO 4

LA COSTITUZIONE ITALIANA E IL FENOMENO RELIGIOSO

Le garanzie di libertà e i rapporti fra ordinamenti

La costituzione del 1947 nel disciplinare il fenomeno religioso, ha seguito un

duplice criterio: 3 comma

ha garantito la libertà religiosa individuale e di gruppo(art.2 ,art. 19).

1comma)

ha garantito la libertà delle confessioni religiose( art.8 .

ha riconosciuto carattere originario e indipendente dell’ordinamento della

1comma 2comma

chiesa( art. 7 ) e delle confessioni religiose art. 8 .

ha garantito la libertà di trattamento paritario nei cfr degli enti civili e

ecclesiastici( art. 20)

ha dettato norme relative le fonti del diritto idonee a disciplinare i rapporti tra stato

2comma 3comma

e confessioni( art. 7 ,art. 8 ).

racchiudono le norme fondamentali sui rapporti fra stato e chiesa.

Gli art. 7-8

Secondo l’art. 7 lo stato e la chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti

e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni de

Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione

costituzionale.

L’art. 8 dispone che tutte le confessioni religiose sono libere davanti alla legge. Le

confessioni diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri

statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro

rapporti con lo stato sono regolati sulla base di una intese con le relative

rappresentanze.

Tali disposizioni danno la misura del pluralismo riconosciuto dalla costituzione e

della posizione dello stato nei cfr dei gruppi sociali, degli ordinamenti dello stato

ecc. quindi garantisce a tutti la libertà di religione, cioè la libertà di tutti di

L’art. 19

professare liberamente la propria fede, manifestandola pubblicamente, senza

condizionamenti, purché non si tratti di riti contrari al buon costume cioè il divieto

di porre in essere comportamenti contrari alle regole della decenza.

La libertà religiosa è riconosciuta a tutti coloro che risiedono nel territorio

nazionale, sia cittadini che stranieri. La libertà si esplica in vari modi tra cui:

esercitare il proprio culto pubblicamente, non rivelare le proprie convinzioni

religiose, al non professare alcuna religione( libertà di ateismo). Il riconoscimento

della libertà religiosa va collegato con la storia; il regno d’Italia si qualificava come

stato confessionale riconoscendo come unica religione quella cattolica. Uno stato

si considera confessionale quando privilegia e tutela la religione più diffusa tra la

popolazione, imponendo comportamenti e valori conformi ai suoi insegnamenti.

Ma con la stipulazione dei Patti Lateranensi nel 1929 si riafferma il principio che la

religione cattolica era la religione di stato. Con il nuovo Concordato del 1984 si è

riconosciuto che questo principio non è più in vigore è si è affermata l’uguaglianza

di tutte le confessioni religiose in linea con i principi espressi dalla costituzione. In

tal modo si è consolidato il carattere laico del nostro stato che non ammette alcuna

forma di discriminazione sul credo religioso.

1co

Le tesi dottrinali sull’art. 7 della costituzione.

L’interpretazione dottrinale dell’art.7

Gli art. 7-8 stabiliscono che i rapporti tra stato italiano e confessioni religiose siano

regolate da accordi bilaterali riguardanti materie di comune interesse. La storia tra la

chiesa e lo stato è molto lunga e controversa. Dopo l’unità d’Italia(1861), tali rapporti

divennero insostenibili, ancor di più con la presa di Porta Pia nel 1870 perché Roma fu

occupata militarmente e annessa al regno d’Italia, segnando la fine del dominio temporale

della chiesa. Il parlamento, per cercare di ristabilire la pace, approvò nel 1870 la Legge

Delle Guarentigie, che attribuiva prerogative di sovrano al Papa e l’extraterritorialità ai

palazzi Vaticani, tale legge non fu mai riconosciuta dalla santa sede poiché il papa non era

intenzionato ad avere competenze politiche. Ma nel 1929, grazie a Mussolini che stipulò i

Patti Lateranensi regolando i rapporti tra stato e chiesa. Tali accordi per ragioni di

carattere sociale e di adattamento alla nuova realtà , nel 1984 furono modificati da nuovo

Accordo, rispettando il principio di laicità dello stato e pluralismo religioso.

CAPITOLO 5

LO STATO E LE CONFESSIONI RELIGIOSE DI MINORANZA NELLA

COSTITUZIONE.

LE CONFESSIONI RELIGIOSE DI MINORANZA NELLA

1.1

COSTITUZIONE.

Le norme fondamentali riguardanti le confessioni di minoranza sono contenute nell’art.8

comma 2 e 3.

In esso le confessioni di minoranza vengono indicate come tutte quelle confessioni

diverse da quella cattolica.

Secondo l’art.8 (2° comma) tutte le confessioni religiose che sono organizzate, così come

avviene per la chiesa cattolica, danno vita ad un ordinamento giuridico originario ed

indipendente da quello statale.

1.2 NATURA GIURIDICA DELLE INTESE

L’ art. 8 comma 2 attribuisce piena libertà organizzativa alle confessioni di minoranza,

escludendo che lo stato possa interferire nella formazione dei loro statuti.

Allo stesso tempo, però, lo stato deve emanare delle leggi che regolino i rapporti tra dette

confessioni e il mondo esterno (società civile).

Il 3° comma dell’art.8, stabilisce appunto che lo stato emanerà queste leggi nel rispetto

delle preventive intese che verranno prese tra stato e confessione.

Quindi le intese hanno una valenza giuridica.

La norma contenuta nell’art. 8 comma 3, contiene una riserva di legge che, poiché

garantisce la libertà religiosa (che è un valore importante quanto la libertà personale), è da

considerarsi una riserva assoluta.

Esiste una tesi estrema che invece non riconosce alcuna valenza giuridica alle intese, ma

le considera solo come atti di pura opportunità politica. Questa tesi tuttavia non è da

accettare.

Le intese costituiscono quindi una condizione di legittimità costituzionale, nel senso che

pongono un limite al legislatore il quale non può emanare leggi che vadano contro tali

intese.

1.3 ORGANO STATUALE COMPETENTE A STIPULARE LE INTESE.

Non ci sono dubbi sul fatto che l’organo competente a stipulare le intese sia il governo.

Per le intese di carattere generale è richiesto l’intervento del Presidente del consiglio,

mentre se le intese riguardano un settore specifico interviene il ministro di competenza.

In ogni caso l’intesa deve sempre essere esaminata dal Consiglio dei Ministri per

l’autorizzazione.

Norme del presidente del consiglio prevedono la creazione di un apposita commissione

che è presieduta dal sottosegretario e che ha il compito di realizzare le intese richieste

dalla confessioni di minoranza. Una volta conclusa la trattativa il sottosegretario trasmette

tutto al presidente del consiglio.

1.4 IL CONTENUTO DELLE INTESE.

Per quel che riguarda gli argomenti oggetto delle intese, va subito detto che non esistono

limiti al contenuto delle intese poiché il parlamento ha solo l’obligo di rispettare la

costituzione dopo di che può stipulare intese su qualsiasi tema.

Un elenco di possibili temi è contenuto in un documento del consiglio federale delle

chiese evangeliche che tra gli altri elenca i seguenti temi:

Istruzione religiosa nella scuola pubblica

Posizione giuridica dei ministri di culto

Disciplina del matrimonio religioso

1.5 LA CONCEZIONE DELLE INTESE COME ATTI DI DIRITTO INTERNO O

DI DIRITTO ESTERNO: IN PARTICOLARE LA FORMA DI ESSE.

Esiste un acceso dibattito in merito al fatto che le intese siano considerate atti di diritto

interno od esterno.

La dottrina propende più per la prima ipotesi partendo dal presupposto che le confessioni

di minoranza non siano ordinamenti primari. Tuttavia se si ammette, come sembra giusto

farlo, che le intese siano ordinamenti primari, allora le cose cambiano.

Nella specie, si può dire in astratto che le intese sono atti di un diritto esterno che è creato

dall’incontro tra le due volontà, quella dello stato e quella delle confessioni di minoranza.

Il carattere esterno sembra confermato dalla stipulazione dell’intesa tra stato e Tavola

valdese del 21 Febbraio 1984, che è da considerare un atto di diritto esterno.

Quindi, in definitiva, le intese sono da considerasi atti bilaterali che vengono collocati in

una sfera giuridica diversa da quella statale e cioè in un ordinamento che viene creato di

volta in volta dall’incontro tra le volontà dello stato e delle confessioni.

1.6 LA LEGGE PER L’ESECUZIONE DELLE INTESE NEL SISTEMA DELLE

FONTI DEL DIRITTO.

Il procedimento legislativo per dare esecuzione alle intese avviene seguendo iil seguente

iter:

1. Il presidente del consiglio (nel caso di accordi generali) o il ministro di competenza

presenta al Parlamento il disegno di legge necessario per adattare l’ordinamento

italiano al contenuto delle intese.

2. Tale legge non fa altro che dare esecuzione alle intese.

3. Tale legge deve essere classificata come una legge di Approvazione dell’intesa e

non di esecuzione. Infatti le leggi di approvazione assumono sempre questo tipo di

formula: “i rapporti tra Stato e Confessione sono regolati dalle disposizioni degli

artt. che seguono, sulla base dell’intesa stipulata il(…) allegata alla presente

legge”.

4. Tale legge, così come tutte quelle previste dall’art. 8 comma 3 cost., non può essere:

sospesa, modificata, derogata, abrogata se non in esecuzione di nuove intese tra

Stato e Confessione interessata. Per fare questo infatti il legislatore dovrebbe:

emanare una legge costituzionale che abroghi la legge esecutiva delle intese

oppure

dovrebbe abrogare l’art.8 3° comma cost.

1.7 L’ART. 8 , 3° COMMA DELLA COSTITUZIONE E LE LEGGI SUI CULTI

AMMESSI EMANATE PRIMA DEL 1948.

L’art. 8, 3° comma cost., ha prodotto effetti sulle norme delle precedenti leggi riguardanti

i culti di minoranza.

Le norme di queste leggi sono infatti inapplicabili nel caso in cui contrastino con la

costituzione, e la corte costituzionale dovrebbe dichiararle illegittime così come è

accaduto, per esempio, con i regi decreti (r.d.) del 1930.

CAPITOLO 6

LA LIBERTA’ RELIGIOSA NELL’ORDINAMENTO ITALIANO

1.1 IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO DELLA LIBERTA’ RELIGIOSA NEI

TRATTATI INTERNAZIONALI BILATERALI.

Successivamente ai Trattati di pace che posero fine al primo conflitto mondiale

(1915-1918), l’Italia ha cominciato ad assumere obbligazioni rilevanti nell’ambito

internazionale in materia di libertà religiosa, stipulando tutta una serie di accordi bilaterali.

Tra questi vanno ricordati:

Accordi Luglio 1924 tra Italia-Jugoslavia, volti a disciplinare le comunità serbe e

ortodosse dei territori di Trieste, Fiume, Zara e Peroi. Tali accordi non furono mai

convertiti in legge.

Accordi Luglio 1925 sempre tra Italia-Jugoslavia volti a disciplinare le comunità

serbe e ortodosse dei territori di Trieste, Fiume, Zara e Peroi. Tali accordi

garantivano la libertà religiosa delle istituzioni ecclesiastiche ortodosse, ma non

quella dei singoli fedeli ed inoltre non escludevano l’esercizio su tali comunità dei

poteri giurisdizionalisti che lo stato Italiano esercitava sulla chiesa Cattolica in virtù

della c.d. legge sulle guarentigie.

Gli accordi sopra citati, vanno inclusi tra la normazione derivante dall’ordinamento

internazionale in quanto, seppure con qualche limite, consentivano alle comunità

istituzionali una libertà che si rifletteva sui singoli come fedeli di una minoranza religiosa.

1.2 SEGUE: NEI TRATTATI INTERNAZIONALI MULTILATERALI.

La libertà religiosa garantita dagli accordi bilaterali sopra citati, nel 1939-45 è stata

proclamata come principio da osservare nelle convenzioni internazionali multilaterali.

Le convenzioni più importanti al riguardo, sono:

Trattato di pace del 1947 tra l’Italia e vari Paesi; l’art. 15 di tale trattato obbliga

l’Italia a rispettare come diritto fondamentale dell’uomo la libertà di culto e di

pensiero.

La Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà

fondamentali stipulata a Roma nel 1950. questa riconosce ad ogni persona libertà

di coscienza e di religione compresa la libertà di cambiare religione o credo.

Garantisce inoltre la libertà di pensiero, di riunione, di contrarre matrimonio.

La libertà di religione è sancita anche col Trattato di Maastricht del 1992.

Tutte le norme derivanti da tali accordi internazionali sono state rese esecutive in Italia da

leggi ordinarie. Va però sottolineato che tali norme non possono essere abrogate

unilateralmente sino a quando rimarranno in vigore nell’ordinamento internazionale.

1.3 SEGUE: NELLO STATUTO DELL’ O.N.U. E NELLE CONVENZIONI

PROMOSSE DALL’ O.N.U.

Uno dei compiti attribuiti all’ O.N.U. dal proprio statuto è quello di promuovere ed

incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali senza distinzione

di razza, sesso, lingua, o religione.

L’ O.N.U. ha promosso diverse Convenzioni alle quali l’Italia ha aderito e nelle quali il

fattore religioso è garantito sotto vari aspetti.

Tra queste Convenzioni, l’ultima, stipulata nel 1975, assume particolare rilievo perché

(art.3) ha previsto gravissime sanzioni penali alle manifestazioni di intolleranza e di

pregiudizio religioso.

Tutte le convenzioni comportano delle obbligazioni tra gli stati ratificanti e, una volta

recepite nei singoli ordinamenti (in italia tramite art. 80 cost.), producono norme

obbliganti per lo stato nei confronti delle persone fisiche, dei gruppi sociali e degli enti.

SEGUE: NELLE DICHIARAZIONI DELL’ O.N.U.

1.4

A differenza delle sopra citate convenzioni, le Dichiarazioni di principi approvate dall’

O.N.U., non costituiscono una autonoma fonte di diritto internazionale generale in quanto

l’Assemblea delle N.U. può solo emanare Raccomandazioni aventi valore di semplice

esortazione (art. 13 statuto O.N.U.).

Ciò non toglie che possano comunque influire sulla prassi degli Stati membri.

1.5 SEGUE: NEI DOCUMENTI DELLA C.S.C.E. E DELL’ O.S.C.E.

Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa ( C.S.C.E.): sono accordi

internazionali stipulati nel 1975 (Helsinki in Finlandia) che contengono

dichiarazioni di principio riguardanti le libertà fondamentali dell’uomo, tra cui

quella religiosa e di pensiero, ma che non hanno nessuna efficacia giuridica.

Tale organismo (C.S.C.E.) nel 1994 (Budapest) è stato trasformato nella

“Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea” (O.S.C.E.). Tale

organismo ha ribadito i principi sulla tutela dei diritti dell’uomo.

1.6. SEGUE: NELLE RISOLUZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO

Sebbene il Parlamento europeo non può essere considerato un organo legislativo

dell’unione, tuttavia esso ha più volte discusso la materia della libertà religiosa emanando

delle risoluzioni cha hanno quindi un semplice valore indicativo. Tra tutte ricordiamo la

risoluzione del 1983 sull’obiezione di coscienza.

1.7 SEGUE: NEI CONCORDATI E NELLE INTESE

La libertà religiosa è tutelata anche dalle norme che rendono esecutivi i Concordati con la

Santa Sede.

Tra questi, va menzionato:

il concordato del 1929 n° 810, con cui, la religione cattolica, venne riconosciuta

come unica religione di stato.

Il concordato del 1929 n° 1159, con cui si assicurava l’uguaglianza giuridica dei

cittadini nel godimento dei diritti civili e politici.

Va comunque rilevato che le norme suddette erano frutto di un regime autoritario.

Diverso spirito ebbero infatti gli “Accordi con la Santa Sede” del 1984 e delle “ Intese”

stipulate con le confessioni religiose di minoranza a partire da quell’anno; in tali accordi,

infatti, la libertà religiosa non viene enunciata in astratto ma viene calata nelle materie più

varie: dall’insegnamento religioso all’assistenza spirituale.

1.8 LA LIBERTA’ RELIGIOSA NEI RAPPORTI PRIVATISTICI:

NELL’AMBITO DELLA FAMIGLIA.

La libertà religiosa è senza dubbio un diritto soggettivo pubblico dei singoli e dei gruppi

sociali ma allo stesso tempo è anche un diritto soggettivo ( indisponibile) di tipo privato,

cioè valido nei rapporti privati.

Nell’ambito della famiglia l’attuale formulazione dell’art. 147 cod.civ. stabilisce che

entrambi i coniugi devono “mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle

capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli”. Sebbene non ci sia

alcun accenno all’educazione religiosa, è insegnamento comune che i genitori possano

educare i figli in una religione piuttosto che in un’altra o all’ateismo; tale educazione

rappresenta comunque solo un avviamento in quanto, i figli, una volta maggiorenni,

hanno diritto di scegliere autonomamente la loro religione.

L’art. 316 cod.civ., stabilisce poi che il diritto sull’educazione religiosa dei figli spetta, in

ugual misura, ad entrambi i genitori.

In caso di disaccordo la decisione spetterà al tribunale dei minorenni.

Va anche detto che non hanno nessuna validità eventuali patti prematrimoniali in materia.

Infine va ricordato che nei rapporti tra privati la libertà religiosa può incontrare un limite

in materia successoria, ad esempio quando l’acquisto dell’eredità sia subordinato al

compimento da parte del beneficiario di un determinato atteggiamento religioso come per

esempio cambiare religione. La validità di tali condizioni sembrerebbe dubbia, in

relazione all’art.634 cod.civ.

SEGUE: NEI RAPPORTI DI LAVORO E NEL PUBBLICO IMPIEGO.

Per quel che riguarda i rapporti di lavoro tra privati, il legislatore, in linea con la normativa

costituzionale, non ha fatto altro che confermare l’illiceità della discriminazione religiosa

e ogni limitazione della libertà religiosa.

È nullo il licenziamento per motivi di credo religioso, così come è nullo qualsiasi accordo

che subordini l’assunzione, il licenziamento o qualsiasi altro trattamento di maggior

favore, all’appartenenza ad una determinata fede.

Quanto appena detto vale anche per il pubblico impiego.

Sono invece lecite quelle norme che escludono determinate persone (ministri di culto,

religiosi, etc.) dallo svolgere alcune professioni o dal ricoprire alcune cariche pubbliche.;

tali norme stabiliscono infatti una semplice “incompatibilità”.

Diverso è il caso in cui un Ente o Associazione con una precisa impronta religiosa,

richieda che i propri dipendenti appartengano alla loro medesima confessione: in questi

casi è infatti lecito sia subordinare l’assunzione al credo religioso sia licenziare il

dipendente che cambia fede.

Allo stesso modo è da considerarsi lecito (sancito da sentenza Corte Cost.) il fatto che

l’Università cattolica del Sacro Cuore subordini l’assunzione dei professori al nullaosta

della Santa Sede. La suddetta Sentenza della corte costituzionale ha stabilito, infatti, che

questa norma sebbene sia una limitazione non costituisca violazione della libertà religiosa

dei professori.

2.0 CENNO SUGLI ASPETTI GIURIDICI E NON GIURIDICI DELLA

LIBERTA’ RELIGIOSA

Dal punto di vista Teologico la libertà religiosa coincide con la c.d. Libertà Ecclesiastica

ossia con la libertà degli appartenenti ad una data confessione di conformare i propri

comportamenti ai principi dllla confessione.

Dal punto di vista Filosofico la libertà religiosa coincide invece con la Libertà di Pensiero

cioè la libertà da ogni preconcetto dogmatico.

L’art. 19 cost. considera la libertà religiosa come un diritto soggettivo dei singoli e dei

gruppi sociali alla professione della fede religiosa, alla propaganda, e all’esercizio privato

e pubblico del culto.

3.0 LA LIBERTA’ RELIGIOSA COME DIRITTO PUBBLICO SOGGETTIVO:

SUE PRETESE LIMITAZIONI. IL “PARTICOLARE SIGNIFICATO” DI

ROMA.

La libertà religiosa oltre che essere diritto soggettivo è anche diritto Pubblico soggettivo

dove l’aggettivo pubblico sta a significare che può essere fatto valere nei confronti dello

stato.

La costituzione (art.19) esclude infatti che l’autorità pubblica possa limitare in alcun

modo la suddetta libertà di religione.

In passato ha suscitato dubbi l’art 1 del Concordato del 1929 secondo il quale il governo

italiano avrebbe dovuto impedire nella città di Roma tutto ciò che era in contrasto con il

carattere Sacro della città eterna, sede del Sommo Pontefice. Il dubbio stava nel fatto che

tale norma potesse costituire una limitazione territoriale al diritto di libertà religiosa. Tale

norma è stata così abrogata dall’accordo del 1984 che all’art. 2.4 si limita a prevedere in

modo generico che “la Repubblica italiana riconosce il particolare significato che Roma,

sede vescovile del Sommo Pontefice , ha per la cattolicità”.

6.0 L’UGUAGLIANZA DI TRATTAMENTO DEI SINGOLI “SENZA

DISTINZIONE…..DI RELIGIONE E L’UGUALE LIBERTA’ DI TUTTE LE

CONFESSIONI RELIGIOSE.

Fra le norme costituzionali che disciplinano il fenomeno religioso hanno molta

importanza l’ art. 3 (1°comma) e l’art. 8 (1°comma).

Il primo dichiara “la pari dignità sociale” e l’uguaglianza “davanti alla legge, senza

distinzione....di religione” di “tutti i cittadini” e attribuisce (nel 2° comma) alla

Repubblica il compito di rimuovere tutti gli ostacoli che limitano di fatto tali principi.

Quest’articolo assicura l’uguaglianza formale di tutti i cittadini, escludendo quindi che il

legislatore ordinario possa discriminarli in base alla religione professata.

L’art. 3 non può essere violato dal legislatore ordinario. Tuttavia, secondo la

giurisprudenza della Corte Costituzionale, tale norma lascia alcuni margini di elasticità

poiché non vieta al legislatore ordinario di effettuare con ragionevolezza le

discriminazioni che si rendessero necessarie per disciplinare situazioni diverse. Questo

criterio della ragionevolezza sembra derivare dalla commistione dell’uguaglianza formale

(1°comma) con quella sostanziale (2°comma).

L’art. 8, 1° comma, assicura invece che “tutte le confessioni religiose sono ugualmente

libere davanti alla legge”. La formula usata dal legislatore è chiarissima e non lascia

spazio a nessun dubbio. La norma garantisce la stessa misura di libertà a “tutte le

confessioni religiose”. Per cui non ha nessun fondamento la tesi secondo cui tale norma si

riferisce in verità solo alla Chiesa cattolica.

Va specificato che la norma stabilisce che le confessioni godono tutte delle stesse libertà

(cioè “sono ugualmente libere davanti alla legge”) e non che sono “tutte uguali davanti

alla legge”!! Questo sembra volere dire che il legislatore, nel rispetto di tali libertà, sia

libero di trattare le varie confessioni in modo diverso e quindi con norme di favore a

seconda delle necessità. È sufficiente che le norme a favore di una confessione non

limitino la libertà religiosa delle altre confessioni. Tuttavia questa interpretazione merita

ulteriori riflessioni in quanto è lecito domandarsi:

se è proprio vero che il trattamento “differenziato” di una confessione (privilegiata)

non attribuisca a quest’ultima dei privilegi nel godimento della libertà religiosa

rispetto alle altre confessioni o, in altri termini, se l’uguaglianza di libertà religiosa

sia garantito solo formalmente e non sostanzialmente.

Inoltre ci si può domandare se la parità di trattamento di tutte le confessioni non

sia stabilita dalla stessa costituzione agli artt. 3 e 2.

7.0 L’UGUAGLIANZA (ART.3 COST.) E LA PROTEZIONE DELLE

FORMAZIONI SOCIALI (ART.2 COST.) RISPETTO AL

TRATTAMENTO DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE.

Per quel che riguarda l’art 3 cost., il problema stà nello stabilire se la frase “senza

distinzione di religione” si riferisce solo alle persone fisiche oppure anche alle persone

giuridiche e quindi ai gruppi sociali. Ebbene sembra da escludere che tale dicitura si

riferisca anche alle persone fisiche e ciò sembra confermato anche dalla giurisprudenza

della Corte costituzionale.

Per quel che riguarda invece l’art.2 cost., va detto che anche questa norma riguarda

l’uomo ed in particolare i cittadini. Per cui non è sufficiente a dimostrare che anche le

confessioni religiose siano tutelate dal principio dell’uguaglianza inteso come parità di

trattamento.

8.0 L’UGUAGLIANZA “SOSTANZIALE” DELLE CONFESSIONI

RELIGIOSE.

Riguardo la domanda se un trattamento di favore di una confessione influisce o meno

sulla libertà delle altre confessioni, la risposta va cercata nell’interpretazione dell’art.8

cost.

Questo articolo, al 1°comma, almeno sul piano formale garantisce certamente la libertà

religiosa. Potenzialmente, il 3° comma dello steso articolo sembra garantire l’uguaglianza

della libertà religiosa anche sul piano sostanziale nel momento in cui prevede che i

rapporti tra lo stato e le confessioni sono regolati sulla base di “intese”.

Tuttavia questa traccia indicata dalla costituzione non sempre ha trovato corrispondenza

nelle norme di legge ordinaria. Ciò dipende soprattutto dal fatto che, mentre per la Chiesa

cattolica esiste già una serie di norme che ne favoriscono l’attività, non altrettanto avviene

Inoltre le intese previste dal

per le altre confessioni fatta eccezione per quella Israelitica.

3°comma art.8 cost., sono state applicate solo a partire dal 1984 e questo ha rallentato

ulteriormente la nascita di una politica che favorisse l’esistenza delle confessioni di

minoranza.

Quindi se questa situazione persistesse, sarebbe evidente che le disposizioni riguardanti la

Chiesa cattolica, rappresenterebbero un vero e proprio privilegio e rappresenterebbero

una violazione dell’art 8, 1° comma poiché darebbero alla Chiesa una maggiore

possibilità di esercitare la liberta religiosa rispetto alle altre confessioni.

Ci sarebbe quindi un forte conflitto tra Libertà ed Uguaglianza in quanto la libertà è

veramente uguale per tutti solo quando a tutti vengono fornite le stesse condizioni per

esercitarla, un ipotesi questa che allo stato attuale è pura utopia.

La Corte costituzionale, tutte le volte in cui ha dovuto giudicare sulla legittimità delle

norme di favore derivanti dai Patti lateranensi (garantite dall’art 7 cpv cost.) ha sempre

ritenuto che l’art. 7 rappresenti una deroga al principio di uguaglianza.

9.0 LE FACOLTA’ PROMANANTI DAL DIRITTO DI LIBERTA’ RELIGIOSA.

Considerando la libertà religiosa come diritto soggettivo individuale, la Costituzione

garantisce a tutti gli uomini, cittadini, stranieri o apolidi, le seguenti facoltà:

Facoltà di professare la fede religiosa in forma individuale e associata.

Facoltà di esercitare il culto in privato ed in pubblico.

Facoltà di fare propaganda religiosa.

Facoltà di manifestare con ogni mezzo il proprio pensiero religioso (art.21)

Facoltà di corrispondere con altri; in modo libero e segreto, nella materia stessa.

Facoltà di riunirsi a scopo di religione o di culto (art.17).

Facoltà di fondare associazioni con fini di religione o di culto, oppure di aderire a

quelle esistenti (art.18).

Per quel che riguarda i gruppi sociali, quando essi perseguono fini religiosi, la

Costituzione gli riconosce, oltre le facoltà competenti ai gruppi sociali in quanto tali,

anche quelle facoltà costituzionalmente garantite agli individui e che possono essere

esercitate da un organismo collettivo. Questo è quello che si evince appunto dagli artt.

2-7-19-21.

10.0 LA LIBERTA’ DI COSCIENZA; L’ATEISMO.

La libertà di coscienza è il “caput et fondamentum” di tutte le facoltà discendenti dal

diritto di libertà religiosa.

L’espressione “coscienza” ha diversi significati; vuol dire consapevolezza di se e di ciò

che avviene intorno, ma è anche consapevolezza del valore morale delle proprie azioni.

Per la dottrina tradizionale la libertà di coscienza, al pari di quella di culto, assumono

rilievo giuridico in quanto si manifestano all’esterno.

Peraltro in epoca più recente è stato sostenuto che lo Stato dovrebbe garantire, ancor

prima della manifestazione esterna della coscienza religiosa, la formazione stessa di tale

coscienza, eliminando tutti i fattori che pregiudicano la formazione di orientamenti

personali consapevoli.

È stato altresì sostenuto che l’ordinamento dovrebbe, per garantire la libertà sopra citata,

garantire l’uguaglianza dei punti di partenza, rendendo effettivo il diritto allo studio

poiché quest’ultimo è una condizione imprescindibile per l’acquisizione di una coscienza

religiosa.

Nella costituzione il diritto alla formazione della coscienza coincide con il diritto

fondamentale sancito dagli artt. 15 e 21 e cioè il diritto di esprimere il proprio pensiero.

La formazione di una volontà libera può essere messa a repentaglio da “accidenti” di varia

specie, tuttavia l’ordinamento non mostra di attribuire ad essi un’efficacia determinante.

Quindi, fermo che il diritto alla libertà di coscienza è un diritto indisponibile, così come

tutti gli altri diritti garantiti dalla costituzione, l’ordinamento tutela tale diritto dagli

elementi perturbatori, identificati nell’incapacità, nell’errore, nella violenza e nel dolo, ma

non nei confronti dei condizionamenti ambientali, culturali, etc.

Una conferma di quanto appena detto la si può dalla disciplina riguardante l’esercizio del

diritto di voto e quindi la formazione della coscienza politica, nella quale l’ordinamento

protegge la formazione della volontà dell’elettore non dai condizionamenti ambientali ma

dalle intrusioni definite “indebite” dalla legge.

Quindi eventuali condizionamenti alla libertà religiosa e alla libera formazione di una

coscienza religiosa, derivanti da leggi ordinarie che privilegiano una confessione religiosa,

questi potranno essere rimossi solo se tali privilegi limitano la libertà del soggetto di

formare la propria coscienza e contribuire alla formazione delle coscienze altrui.

L’art.19 cost. tutela anche il diritto dell’individuo di non aderire a nessun credo religioso,

tutela cioè il diritto (talvolta qualificato come “negativo”) all’ateismo.

La norma dell’art.19 cost. e del successivo art.21 cost., tutelano non solo il diritto

dell’individuo ad essere ateo (ateismo passivo) ma tutelano anche il c.d. ateismo attivo,

cioè il diritto alla propaganda ateistica o alla creazione di associazioni atee, etc.

Le organizzazioni atee, qualora esistessero, non sarebbero considerate “confessioni

religiose” e, perciò, non godrebbero del regime previsto dall’art. 8 cost.


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Ecclesiastico, Finocchiaro. Analisi dei seguenti argomenti: definizione di diritto ecclesiastico, le fonti di cognizione, le norme costituzionali, i Patti lateranensi, la religione e l'organizzazione del potere civile, le fonti di produzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Cimbalo Giovanni.

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