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Sebbene tale concezione fosse diretta ad annientare il potere dei papi, ebbe degli effetti sgradevoli anche

nei confronti dei popoli: il Re si identificò, ben presto, con la nazione e nacque il concetto di Stato

patrimoniale, in cui i popoli appartenevano allo stesso sovrano, che poteva disporne nella maniera più

disparata. Iniziarono guerre in nome del popolo, con continui spostamenti di confini e sovrapposizione di

nazionalità, sino ad arrivare alla concezione di Chiesa appartenente allo Stato, che ne faceva uno

strumento di governo, essendo affidata al principe anche la cura della religione. Nel 1800 il potere papale

fu progressivamente ridotto, in quanto inconcepibile era la visione di un pontefice straniero che dovesse

decidere di affari interni allo Stato.

Lo scontro tra la grande rivoluzione e la Chiesa. La Rivoluzione francese del 1789, come ben sappiamo,

ebbe diverse ragioni, tra cui fu preponderante l’interesse della borghesia di emergere , di abbattere i

privilegi feudali: lo Stato assoluto, come abbiamo già precisato, aveva fatto proprio il potere religioso e la

Rivoluzione, di conseguenza, dovette abbattere anche quello, sottraendo alla Chiesa libertà e beni,

dichiarati a disposizione della nazione. La Rivoluzione, dunque, non solo mutò l’assetto politico e sociale,

ma anche ed indirettamente la Chiesa stessa e la religiosità.

L’età napoleonica. Determinante per la storia della Chiesa fu l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte, il

quale pretese da subito che il papa fosse assoggettato al suo potere d’imperatore, essendo pur sempre il

sovrano di Roma. Napoleone, nel 1801, arrivò, tuttavia, a firmare un “concordato” con il papa, nel quale

riconosceva il cattolicesimo come religione della maggioranza dei francesi, restituendo alcuni diritti,

sottratti dalla Rivoluzione, alla Chiesa di Roma e permettendone una riorganizzazione. Nel 1809, però,

“l’imperatore dei francesi” decise di sottrarre del tutto il potere temporale alla Chiesa, annettendo al suo

impero i territori della stessa: Talleyrand, vescovo e politico di quel periodo, definirà questo come uno

degli errori più grandi di Napoleone, insieme alla guerra di Spagna ed alla campagna di Russia.

La restaurazione politica e religiosa: un impossibile ritorno. Dopo il crollo dell’impero napoleonico, le

grandi potenze, nel ridisegnare i confini dell’Europa all’interno del Congresso di Vienna, avrebbero potuto

optare per un nuovo ordine, basato sull’esperienza della rivoluzione e dell’età napoleonica, ma decisero,

invece, in favore del ripristino dell’ordine pre-rivoluzionario, gettando le basi per quelli che saranno i

conflitti più disastrosi del Novecento. Gli autori della c.d. Restaurazione non tennero conto che un ritorno

al passato era ormai cosa impossibile, senza contare i problemi dettati dall’indipendenza nazionale e dalle

libertà costituzionali. In età napoleonica, infatti, sulla spinta dei principi rivoluzionari ed illuministici, si

erano sviluppati con forza i c.d. diritti dell’uomo, secondo cui l’individuo veniva prima dello Stato.

Accanto alla Restaurazione politica fu necessaria anche una restaurazione religiosa, che fu più ragionata e

si dimostrò più duratura nel tempo.

Il principio di nazionalità ed il mito risorgimentale; il proto-risorgimento cristiano. La Rivoluzione

francese e l’impero napoleonico alimentarono l’idea di nazione, a cui venne estesa la libertà propria degli

individui: essi non potevano essere liberi se libera non era la nazione. Con l’affermarsi di tale idea morì il

legittimismo dinastico, ma si aprì la strada per il nazionalismo.

In tutto ciò la Chiesa cattolica dapprima si fece promotrice dell’idea di unità nazionale, ma in un secondo

momento si tirò indietro, con papa Pio IX, comprendendo che l’appoggio ai moti risorgimentali avrebbe

mutato il ruolo pastorale universale della Chiesa. 2

Nella rivoluzione borghese la grazia di Dio si lega alla volontà della nazione; dominio temporale ed

indipendenza del pontefice.

Per realizzare il tanto auspicato Stato laico occorreva, dunque, annientare il potere temporale della Chiesa:

non si poteva non tenere in conto che il popolo italiano era prevalentemente cattolico, ma c’era l’esigenza

di cancellare il potere temporale del papa. Quindi non ci fu solo una lotta contro la Chiesa, comune a tutta

Europa e necessaria per la laicizzazione dello Stato, ma anche una lotta contro lo Stato della Chiesa (la c.d.

questione romana), necessaria per realizzare l’unità d’Italia. Venne elaborato, dunque il concetto di

volontà nazionale unita alla grazia di Dio.

La lotta contro la Chiesa (laicizzazione) e contro lo Stato della Chiesa (questione romana). La “questione

romana” fu, dunque, una controversia di tipo politico: secondo la Chiesa il potere temporale era una

strumento necessario per l’esercizio del potere principale, quello spirituale; da una diversa prospettiva,

ossia da quella del Risorgimento, per annientare il potere temporale del papa occorreva una sottrazione di

competenza, ossia annientare il suo potere spirituale. E’ questa la c.d. anomalia italiana: mentre nel resto

d’Europa si perseguiva solo la laicizzazione dello Stato, in Italia era necessario sottrarre potere alla Chiesa e

le due lotte apparivano come imprescindibili l’una dall’altra. La questione romana, di tipo politico ed

inerente la laicizzazione, generò, dunque, la “questione cattolica”, inerente il potere spirituale, per cui fu

necessario legiferare in materia di matrimonio, istruzione, sanità, assistenza e perfino sepoltura, oltre a

sottrarre beni e possedimenti alla Chiesa di Roma, con i quali, in sostanza, venne finanziato il nuovo regno

d’Italia.

Il risorgimento scomunicato: la legge delle guarentigie, la religione della patria ed il mito della terza

Roma. Pio IX, come abbiamo precisato, ebbe il duro compito di schierarsi per primo contro l’unità

nazionale italiana, in quanto se avesse minimamente appoggiato le idee risorgimentali, avrebbe ottenuto

una condizione positiva della Chiesa in Italia, ma un ruolo universale nettamene ridimensionato sotto il

profilo spirituale. Ciò comportò netto contrasto della Chiesa nei confronti degli ideali risorgimentali. D’altra

parte anche l’anticlericalismo, come era ovvio, non si fece attendere. Già nel 1871 venne approvata la c.d.

legge delle guarentigie, per disciplinare i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, la quale venne

additata da Pio IX come un atto unilaterale, un “mostruoso prodotto della giurisprudenza rivoluzionaria” e,

pertanto, rimandata al mittente.

Alla religione cattolica gli artefici del Risorgimento sostituirono, ben presto, la “religione della patria”, in cui

vi era un’esaltazione continua delle gesta eroiche dei patrioti, una forma di religione civile che prevedeva

l’assoggettamento del popolo al solo Stato italiano. Giuseppe Mazzini arrivò, perfino, a coniare il termine

“Terza Roma”, per sottolineare come il Risorgimento avesse superato la Roma degli antichi romani e quella

dei papi.

Il movimento cattolico. In tutta risposta all’anticlericalismo, alla fine del 1800 in Italia si avviò quello che

sarà definito come “movimento cattolico”: il famoso “non expedit” (non conviene) di Pio IX, che impediva

ai fedeli di partecipare alla vita politica italiana, creò un solco tra Paese legale e Paese reale, che impedì ai

governi dell’epoca di ottenere l’apporto consistente non solo delle masse, ma anche di quei professionisti

cattolici ancora fedeli al papa. Tuttavia la stessa Chiesa, radicandosi nel territorio e comprendendo che il

nuovo potere proveniva dal basso (dal popolo), cambiò ad un tratto opinione sulla mancata partecipazione

alla vita politica, invitando i propri fedeli a partecipare alla vita del Paese, proprio al fine di creare un

apparato parlamentare cattolico. Coloro che avevano realizzato l’unità d’Italia, infatti, commisero l’errore

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di sottovalutare il potere di ripresa della Chiesa cattolica, pensando di aver annientato, oltre al potere

temporale, anche quello spirituale, relegando la disciplina di particolari istituti come il matrimonio

all’interno del solo diritto privato. In realtà la Chiesa non ci mise molto ad organizzare un laicato preparato

e fedele al papa, ossia un insieme di fedeli non appartenenti alla comunità chiusa dei clerici.

Dall’Italia laica alla nuova libertà per la Chiesa. Non c’è niente da dire, paragrafo trascurabile.

Il rapporto con la modernità e la questione sociale: gli esordi del diritto ecclesiastico dello Stato. Il 1800

fu anche il secolo della nascita della c.d. questione sociale: la Rivoluzione francese aveva riconosciuto come

sola associazione legittima lo Stato, eliminando i corpi intermedi (le corporazioni) e lasciando indifesi i

lavoratori, all’interno di un mercato affamato di competizione e dominato dal capitalismo. La Chiesa

cattolica, quindi, decise di intervenire nell’ambito sociale, per mezzo di un “papa moderno”, Leone XIII, che

con la sua enciclica “Rerum novarum” (delle cose nuove, l’avrete già incontrata nella parte speciale di

“diritto costituzionale”) si contrappose al Manifesto comunista di Marx ed Engels, introducendo delle

innovazioni notevoli rispetto alla visione passata della Chiesa e creando una continua lotta tra la stessa ed

il comunismo, la continua opposizione tra garofano bianco e garofano rosso, invitando i proletari del

mondo ad unirsi in Cristo. Fu in questo periodo che nacque un diritto nuovo, proprio di ogni Stato, del

tutto staccato dal diritto canonico che per secoli aveva agevolato i sovrani e che non era mai stato

innovato, il “diritto ecclesiastico statuale”, ossia un nuovo settore dell’ordinamento giuridico dello Stato

riguardante il fattore religioso e la libertà di religione.

L’età giolittiana ed il patto Gentiloni. Agli inizi del Novecento al “movimento cattolico” fu data indicazione

di addentrarsi all’interno della vita sociale e politica del Paese. I cattolici accettarono, quindi, la modernità

e l’unione d’Italia, sottraendo, tra l’altro, agli anticlericali la possibilità di additare i fedeli come seguaci del

papa e nemici dello Stato italiano. Il moderatismo politico che ne scaturì portò alla firma del patto

Gentiloni nel periodo giolittiano, con cui i cattolici vennero invitati a sostenere, alle elezioni, i candidati

liberali contrari all’anticlericalismo: un patto di tal genere rappresentò un vero passo avanti nell’Italia dei

primi del Novecento, perché significò accettare una tregua tra la Chiesa e lo Stato.

Il crogiuolo della Grande Guerra. Il 1900 è stato uno tra i secoli più feroci della storia dell’umanità, non per

il numero di conflitti, ma l’uso di nuove armi devastanti: la Grande Guerra, il primo conflitto definito come

“mondiale”, fornì subito l’esempio, dal 1914 al 1918, di quanto quelle potenti armi potessero mettere in

ginocchio l’intero pianeta. La religione della patria non servì ad attenuare i nazionalismi ed ogni Stato

rivendicò un territorio appartenente, in passato, ai propri confini, fino a che tali contrasti non portarono

all’inevitabile conflitto che, ancora peggio, si concluse con il Trattato di Versailles del 1919, in cui venne

disegnato e legittimato un nuovo assetto geografico dalle potenze vincitrici, che rappresenterà una delle

cause della seconda guerra mondiale.

La crisi dello stato liberale e l’avvicinamento alla Chiesa. Il rapporto con la modernità. Fu proprio la

Grande Guerra a generare quella che poi venne definita come “conciliazione silenziosa” tra Stato e Chiesa,

perché durante il conflitto clero e fedeli parteciparono allo sforzo militare, cancellando per sempre le

convinzioni di chi li ribattezzava come nemici dell’Italia. Dopo la guerra, inoltre, le fazioni politiche laiche e

rappresentative dei fedeli non si accontenteranno più di appoggiare altri partiti politici, ma si affermeranno

esse stesse nel panorama italiano. 4

L’avvento del fascismo e l’utilizzo della religione per consolidare il potere. Nel 1929 l’Italia fascista firmò i

Patti del Laterano: con essi si ebbe la tregua definitiva tra Stato italiano e Chiesa cattolica. Le visioni su tale

accordo di “conciliazione” (anche detto Concordato) furono diverse: ci fu chi auspicò, da parte dei cristiani,

la nascita di uno Stato cattolico, chi, invece, sostenne, come Paolo Boselli, che si trattasse di una

realizzazione e precisazione di ciò che era contenuto già nella Legge delle Guarentigie ed, ancora, chi

sostenne che tale accordo servisse al fascismo per poter realizzare lo Stato totalitario fascista.

Tuttavia l’Accordo segnò una svolta nella storia italiana, unificando definitivamente non l’Italia, ma gli

italiani.

Il doppio accordo del Laterano. Col Concordato del ’29 l’Italia riconobbe l’ordinamento della Chiesa e

nacque, subito dopo, il c.d. diritto concordatario, in quanto il diritto ecclesiastico si avvicinò notevolmente

a quello canonico. Istituto per eccellenza dimostrativo di tale ricongiunzione fu quello del matrimonio

canonico con effetti civili (impropriamente definito concordatario), definito da papa Pio XI come “un

beneficio per cui i cattolici avrebbero sacrificato la proprio vita”.

Il consenso al regime e gli effetti deleteri del nazionalismo. Sebbene la Chiesa riconobbe a Mussolini il

merito della pace lateranense e la soppressione dell’anticlericalismo, lo stesso duce sfruttò la Chiesa come

mezzo di propaganda, come strumento per il raggiungimento delle finalità dello Stato.

8 settembre: morte della patria e supplenza istituzionale della Chiesa. La seconda guerra mondiale

scoppiò nel 1939, ma l’Italia, come sappiamo, entrò in guerra solo un anno dopo. La disfatta non si fece

attendere e nel 1943 fummo (perché personalmente contemplo l’Italia come una ed unica, fascista o

comunista che sia) costretti a capitolare: l’insufficienza delle forze armate italiane e dei nostri

equipaggiamenti, di cui parlò Badoglio l’8 settembre 1943, definendo lo scontro come “impari lotta” fu un

ulteriore passo avanti nel dialogo Chiesa-Stato, in quanto la prima si ritrovò a supplire alle lacune del

secondo, fornendo assistenza ed aiuti a partigiani, ex prigionieri, ricercati politici e sfollati.

La costituente e la costituzionalizzazione delle norme concordatarie. Subito dopo la guerra un’assemblea

particolare, definita come “costituente” diede vita alla prima ed unica Carta costituzionale della Repubblica

italiana, frutto degli accordi e del contemperamento di interessi tra varie fazioni politiche, ivi incluse le

correnti cattoliche. Se da un lato la Costituzione ebbe il pregio di garantire, non solo ai cattolici, la libertà di

professare la fede religiosa e di stringere intese con lo Stato italiano, dall’altro lato essa accettò, errando,

che i Patti lateranensi fossero accolti all’interno del nuovo ordinamento giuridico, senza alcuna modifica

anteriore ma con l’intento di modificarli in seguito (cosa che non avvenne).

La mobilitazione cattolica del 18 aprile ed il centrismo. Il 18 aprile 1948 si tennero le prime elezioni

repubblicane ed importante, in quella occasione, fu la mobilitazione cattolica operata tramite l’istituzione

di Comitati civici, voluti da Pio XII e fondati da Luigi Gedda, i quali appoggiarono la Democrazia cristiana che

vinse le elezioni. In breve tempo, però, emersero anche le lacune dei Patti lateranensi e dell’intero

impianto concordatario, a cui il centrismo politico non seppe dare una degna ed immediata risposta.

La questione democristiana ovvero la mediazione del partito cristiano. Ma cos’erano i comitati civici cui

abbiamo accennato e quale ruolo svolsero nelle elezioni del ’48 ed in seguito???Il comitato civico era il

punto di collegamento tra l’Azione cattolica e la Democrazia cristiana, tra la Chiesa e l’unico partito politico

di riferimento per cattolici, data la contrapposizione del partito comunista e la sua alleanza con l’URSS. La

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Chiesa, dunque, necessitava di un interlocutore politico, almeno quanto la DC aveva bisogno dei voti dei

cattolici per assicurare una guida centrista al Paese.

I fermenti degli anni Sessanta e Settanta. Negli anni Sessanta, soprattutto verso la fine, ed in particolar

modo negli Settanta prese piede l’idea di rivedere il Concordato del 1929, così come previsto all’interno

della Carta costituzionale. I punti da rivedere e la modalità di revisione furono, tuttavia, discordanti: alcuni

auspicarono il ricorso alla modifica della Costituzione, in particolar modo dell’art.7, per garantire parità di

trattamento a tutte le confessioni religiose; altri, invece, preferirono parlare di una revisione parziale

dell’accordo, che definisse i principi generali (un nuovo Concordato-quadro), lasciando tutto il resto agli

accordi con la Conferenza episcopale italiana, in maniera tale da non dover ricorrere alla modifica della

Costituzione; altri ancora, invece, proposero una modifica bilaterale del Concordato, cui avrebbero dovuto

partecipare tanto lo Stato italiano quanto la Chiesa cattolica. Inoltre il clima, in quegli anni, fu veramente

difficile, in quanto emerse un numero crescente di questioni in cui la Chiesa, pur volendo, non avrebbe

potuto non assumere una posizione inamovibile (basti pensare al divorzio o alla revisione della disciplina

inerente l’istituto del matrimonio). A peggiorare la situazione intervenne la pronuncia della Consulta

all’interno della sent.30/1971, all’interno della quale vennero sanciti come intoccabili ed invalicabili i

principi supremi della Costituzione. Il primo progetto di revisione del Concordato, tuttavia, venne

trasmesso al Presidente del Consiglio Andreotti solo nel 1976.

Dissenso, contestazione, divorzio. Dalla metà degli anni ’60 in poi si avviò, per la Chiesa cattolica, un

periodo di crisi all’interno dello Stato italiano: il problema non era più costituito dal potere politico, come

magari era avvenuto in passato, ma dal popolo italiano, fedeli inclusi. In Italia, infatti, si avviò un periodo

(quello del ’68 per capirci) di profonda crisi: il femminismo esasperato premeva per la parificazione “di

fatto” delle donne all’interno della società, i lavoratori e gli studenti chiedevano maggiori diritti, si arrivò

alla legge sul divorzio (L.898/1970) ed a quella sull’interruzione volontaria della gravidanza (L.194/1978).

Tutti temi, dunque, su cui la Chiesa cattolica era rimasta indietro, generando il malcontento del suo stesso

gregge, che non seguì, nel 1974 quando si ebbe il referendum abrogativo inerente il divorzio, le direttive

del potere ecclesiastico. Il quadro degli anni ’70 fu, dunque, generalmente catastrofico per la Chiesa

cattolica: il popolo italiano aveva accettato e voluto che l’indissolubilità del matrimonio, tanto esaltata

dalla Chiesa, cessasse di essere un carattere fondamentale dell’istituto ed aveva votato a favore

dell’aborto volontario, contrariamente al volere di Dio.

La resurrezione del Concordato. Nel 1984 si arrivò, finalmente, alla tanto auspicata revisione del

Concordato del 1929: questa volta, però, non vi era più l’intento di “conciliazione” necessario nell’Italia

degli anni ’20, ma altrettanto necessaria era la tutela dell’uomo, non come cittadino o fedele, ma come

essere umano. L’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, per lo Stato italiano, ed il Cardinale

Segretario Casaroli, per la Santa Sede, firmarono l’accordo di Villa Madama, con il quale riconfermarono

l’indipendenza e la sovranità di due ordinamenti diversi (Chiesa e Stato), toccando, all’interno dei 14

articoli di quella che poi sarà la L.121/1985, argomenti fondamentali, inerenti i privilegi della Chiesa, i beni

ecclesiastici ed il patrimonio artistico della stessa e la disciplina del matrimonio.

Tra laicità e collaborazione. Successivamente all’accordo di villa Madama, negli anni ’90, ci fu un vero e

proprio “boom” delle intese: le altre confessioni religiose pretesero, al pari di quella cattolica, determinati

diritti riconosciuti dalla stessa Carta costituzionale. Oltre a tali diritti, però, rivendicarono la propria

diversità e si avviò una vera e propria battaglia su due punti diversi: l’eccessiva presenza del simbolismo

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cattolico (es. il crocifisso nelle scuole) e la destinazione dell’otto per mille alla Chiesa. Il primo punto, col

passare del tempo, venne risolto con una semplice e, a mio modo di vedere, giusta osservazione: il

crocifisso non esprime la religiosità dello Stato italiano, divenuto laico col passare del tempo, ma una

tradizione italiana che dura da sempre e che fa parte di “noi”. Il secondo tema, invece, venne affrontato in

maniera più approfondita negli anni ’90, all’interno dei quali venne concesso ad altre confessioni religiose

di usufruire, sempre in base alla scelta del contribuente, di tale parte (l’otto per mille) del gettito IRPEF.

In realtà un’eterna contraddizione assalì l’Italia dopo la revisione del Concordato del 1984: lo Stato italiano

si qualificava come laico, ma spesso giungeva ad accordare la massima tutela alla religione cattolica,

mentre altrettanto spesso ne ripudiava l’appartenenza. Col tempo si è capito che il rapporto tra Stato e

Chiesa debba essere improntato sulla “collaborazione”, assicurando la libertà di culto religioso (e questo

era ovvio), l’eguaglianza con tutte le altre religioni e la fraternità, nel senso di non dar luogo a

comportamenti aggressivi da una parte o dall’altra.

Il depotenziamento dell’azione dei laicato ed il ruolo attivo dell’episcopato nella società italiana. Gli anni

’90 furono, anche, gli anni della fine della prima Repubblica e della frantumazione di un partito politico, la

DC, che già conteneva al proprio interno correnti nettamente divise. La Chiesa perse, così, la propria

rappresentanza in parlamento, ma ciò fu quasi visto come un successo. I cattolici, oggi più che mai, sono

disinteressati ed inattivi in politica, ma non si tratta di una decisione proveniente dall’alto, come avvenne

con il “non expedit” di Pio IX, ma dal basso: sono proprio i fedeli a ripudiare la coesione politica, molto

spesso considerandola non meritevole di attenzione e dedicandosi a soluzioni sociali molto più vicine agli

individui ed alla famiglia in generale.

Il mondo cattolico di fronte alle istanze federali e il superamento della nazionalità. L’Europa, oggi, non

presenta un modo uniforme di rapportarsi con il fenomeno religioso ed ancora non si comprende se

un’organizzazione sovrannazionale di tale portata debba, o meno, occuparsi di soddisfare i bisogni religiosi

della popolazione. Il Trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore solo a dicembre 2009, sembra non

contemplare la religione tra le materia di propria competenza, assicurando, in tal caso, la piena sovranità

agli Stati membri.

Globalizzazione degli stili di vita e delle ideologie in un’era senza confini. In sostanza il paragrafo

sottolinea come nella società contemporanea massimamente globalizzata si assista ad un miscuglio di

pensieri ed ideologie inerenti la religione ed i principi etico-sociali di ogni ordinamento. Invece di tendere

all’omogeneità di pensiero in riferimento a questi temi, ogni Paese d’Europa ha dei principi diversi: basti

pensare che in alcuni Paesi non è possibile il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in altri si; in alcuni

è impossibile l’adozione da parte di una coppia omosessuale, in altri invece è lecito e possibile. Questi due

esempi rendono l’idea di una frammentazione di idee e di principi rispetto al passato, quando l’Europa,

allora disunita e non UE, aveva ben saldi determinati valori.

Il dualismo giurisdizionale cristiano incontra il monolitico fronte islamico degli infedeli. Negli ultimi anni

un numero crescente di soggetti di religione islamica si sta integrando nel territorio europeo, in cui viene

garantita la libertà di culto e di professione della fede a tutte le religioni. I Paesi orientali, tuttavia, hanno

una mentalità ed una tradizione molto diversa e lontana da quella occidentale: mentre nei Paesi dell’ovest

è ormai un dato acquisito quello del dualismo giurisdizionale, in cui la Chiesa e gli Stati operano e si

riconoscono come ordinamenti diversi, nei Paesi orientali legge e religione confluiscono in un solo testo e

ciò contribuisce ad alimentare il fondamentalismo di “alcuni”.

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Dobbiamo renderci conto che l’UE non è stata in grado di salvaguardare quello che è il nostro patrimonio

di tradizioni e di culture, non dando luogo ad una Europa laica, ma lasciando che essa si frammentasse in

diversi pensieri, contrariamente alla coesione che lega i Paesi islamici.

Epilogo: i nodi che rimangono dell’anomalia italiana. Prospettive. Ancora oggi, così come precisato

all’inizio di questa trattazione, emerge l’anomalia italiana, quella particolare anomalia che configura il

diritto ecclesiastico italiano come attento all’inscindibilità tra valore politico e giuridico. L’Europa, che

tende sempre più ad unificarsi su diversi piani, come ebbe a dire Schuman nel 1958, non deve perdere di

vista la propria cultura cristiana, patrimonio di tutti i cittadini europei che l’hanno ricevuta in eredità dal

passato. Spesso abbiamo dimenticato quali sono le nostre tradizioni e ci siamo persi nel cammino di

unificazione dell’Unione, trascurando che “senza un elemento di coesione saremo sempre disuniti” (questa

è mia eh, v’ha piaciut??). Se gli Stati nazionali sono destinati a scomparire, in quanto cedono sempre più

sovranità e competenza all’Unione, allo stesso modo devono sparire i vari diritti ecclesiastici europei,

lasciando spazio ad un diritto ecclesiastico comune, unico, che ci garantisca quella coesione utile in tutti i

settori. Il Vecchio Continente ha dimenticato le proprie origini cristiane (cattoliche, ortodosse e

protestanti) che presentano dei principi comuni che ci legano e che ci distinguono. Vanno recuperati.

ITALO GARZIA – DAL TEMPORALISMO ALLA DEMOCRAZIA: I CARATTERI DI FONDO DEI

RAPPORTI STATO-CHIESA IN ITALIA DALL’UNITA’ ALLA REPUBBLICA

I rapporti tra il papato e lo Stato italiano, nel corso dei secoli ed in particolar modo a partire dalla seconda

metà del XIX secolo, sono sempre stati condizionati da ragioni politiche e da esigenze di volta in volta

diverse.

Il primo momento di scontro si ebbe dopo l’unificazione italiana del 1861. Il Regno di Sardegna, infatti, era

riuscito ad espandersi unificando i vari domini, a volte anche stranieri, presenti sul territorio italiano e

necessitava di una capitale come Roma, simbolo storico della coesione e della potenza, differentemente

dalla capitale momentanea di Torino. L’inscindibilità tra potere spirituale e temporale della Chiesa,

tuttavia, rappresentava uno scoglio consistente da superare, sebbene i diplomatici di quel tempo

tentarono in tutti i modi di far capire a papa Pio IX la necessità di avere uno Stato unito, privo di uno Stato

pontificio proprio nel cuore italiano. Pio IX, forte dell’appoggio francese di Napoleone III e delle truppe di

quest’ultimo presenti a Roma, negò qualsiasi accordo tra “trono e altare” e rifiutò l’annessione al Regno

d’Italia. I sabaudi, d’altronde, non avrebbero potuto attaccare Roma nel 1861 senza rischiare lo scontro

con la Francia. Quando, però, nel 1870 la Francia si ritrovò, per sua stessa decisione, a dichiarare guerra

alla Prussia, le forze italiane (diplomatiche e militari) ne approfittarono per muovere su Roma, occupandola

e proclamandola territorio italiano, rompendo per sempre il potere temporale della Chiesa. Pio IX si

considerò prigioniero politico, non riconoscendo lo Stato italiano ed imponendo il “non expedit”, ossia

proibendo ai cattolici di partecipare alla vita politica del Paese. Lo Stato italiano, cosciente dell’importanza

dell’approvazione delle masse cattoliche, varò una legge, definita come “delle Guarentigie”, con la quale

propose un accordo pacifico al pontefice, assicurandogli una rendita annuale e la possibilità di stringere

accordi internazionali con altri Paesi, dando effettivamente luogo al principio cavouriano “libera Chiesa in

libero Stato”. L’atto legislativo, però, venne visto da Pio IX come un atto unilaterale imposto dall’Italia,

privo di un dialogo e modificabile in qualsiasi momento storico dallo Stato italiano, pertanto privo di

garanzie per il pontefice (egli, in realtà, non accettava l’annientamento del potere temporale, ma questo

evitate di dirlo all’esame). 8

Un primo dialogo si ebbe all’alba della Grande Guerra, sia perché la Santa Sede aveva rinunciato, già da un

po’ di tempo, alla mancata partecipazione alla vita politica, sia perché nel conflitto erano coinvolti Paesi

con un elevato numero di cattolici al loro interno. Pertanto, nel 1919, a guerra ormai finita, iniziò un vero e

proprio dialogo tra Stato italiano e Chiesa, la quale domandava maggiori garanzie rispetto alla Legge delle

Guarentigie, o meglio, un’internazionalizzazione della stessa legge, con la comunità internazionale a

garantire la condizione del papa. Il dialogo terminò nel 1922, quando Mussolini ricevette dal re l’incarico di

formare un nuovo governo, che poi porterà all’instaurazione della dittatura. Mussolini capì subito

l’importanza dei cattolici all’interno dello Stato italiano e quanto potessero rappresentare per il partito

fascista in merito alla propaganda dello stesso: per tale motivo egli istituì la Commissione Mattei-Gentili,

con il compito di rivedere la legislazione ecclesiastica in un’ottica più favorevole alla Chiesa. Il nuovo papa

Pio XI, però, intuì i fini totalitari di Mussolini e capì, ben presto, che occorreva giungere ad un accordo,

sebbene bilaterale e non imposto da una “commissione”, in quanto una probabile, se non certa, dittatura

avrebbe potuto minare ancor più il ruolo della Chiesa. Mussolini raccolse l’invito e nel 1926 iniziarono le

trattative per giungere ad un accordo che soddisfacesse entrambe le parti, rappresentate da due

personalità di secondo piano, quali il Consigliere di Stato Barone per l’Italia e l’avvocato Pacelli per la

Chiesa, proprio per attribuire alla trattativa la tranquillità necessaria che non tenesse conto degli eventi

tumultuosi del Paese. Il Diario di Pacelli, tuttavia, dimostra come gli incontri tra lo stesso e papa Pio XI

fossero molto più frequenti di quelli tra Barone e Mussolini, a dimostrazione del fatto che la Santa Sede era

interessata al contenuto dell’accordo, soprattutto per la creazione di uno spazio riservato al Vaticano,

mentre lo Stato italiano appariva più interessato al risultato politico, ossia alla dimostrazione che l’Italia

fascista avesse risolto un problema al quale l’Italia liberale non aveva offerto alcuna soluzione, ossia la

Questione romana.

Inizialmente le trattative, che si concluderanno nel 1929 con la firma dei Patti Lateranensi, si incentrarono

sull’aspetto territoriale: il Vaticano pretendeva una fetta di territorio italiano sul quale esercitare il proprio

potere, anche temporale. Pio XI, però, capì ben presto che il problema territoriale stava diventando

secondario, e comunicò all’avvocato Pacelli di incentrare le trattative più che altro sugli aspetti del

Concordato, ossia sui rapporti Stato-Chiesa all’interno del territorio italiano. Alla Chiesa, all’interno dei

Patti, venne garantita la produzione di effetti civili del matrimonio religioso e la sola competenza dei

tribunali ecclesiastici per lo scioglimento del legame; venne assicurato, inoltre, l’insegnamento della

religione cattolica in tutte le scuole del Regno e venne garantita la possibilità dell’Azione cattolica di

continuare a svolgere la propria attività. A tutte queste pretese, però, fece da contraltare la rinuncia a

qualsiasi territorio, cosicché Mussolini poté vantarsi di aver risolto la “questione romana” senza cedere “un

palmo di territorio italiano”.

Quindi vi fu una bella differenza tra il Trattato, in cui erano contenuti tutti i vantaggi dello Stato italiano, ed

il Concordato, in cui erano espresse le concessioni fatte alla Chiesa cattolica, anche se Pio XI ebbe modo di

ribadire il principio “simul stabunt vel simul cadent” (come insieme staranno, insieme cadranno, forse lo

avete già incontrato in diritto costituzionale, nella parte storica, almeno nel Bin-Pitruzzella).

Negli anni successivi al ’29 la situazione ed i rapporti tra Stato fascista e Chiesa non furono idilliaci, tanto

che molto spesso i circoli dell’Azione cattolica erano oggetto di assalti anche da parte dei membri del

partito fascista. Inoltre, quando in Italia vennero promulgate le leggi razziali, lo Stato intervenne in materia

matrimoniale proibendo l’unione tra ariani ed ebrei, di fatto intralciando e sconfessando il ruolo esclusivo

della Chiesa in tale materia. 9


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dammacco Gaetano.

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