Oltre i confini – religioni e società nell'Europa contemporanea
Temi storici
Giovanni B. Varnier – Politica e religione dall’affermarsi dello stato nazionale al suo tramonto
Legge di Dio, leggi degli uomini e metamorfosi della contemporaneità. In questo saggio dell’autore Varnier analizzeremo l’eterna relazione tra potere religioso e potere politico, tra spirituale e temporale, tra legge di Dio e leggi degli uomini, partendo dalla fine dell’Antico Regime, in cui lo Stato non era altro che il dominio del sovrano, sino ad arrivare alla situazione attuale. Particolare attenzione sarà riservata alla situazione italiana, da sempre ritenuta particolare per la perenne presenza della Chiesa cattolica e per il peso di tre importanti questioni: quella romana, quella cattolica e quella democristiana.
La funzione politica delle religioni
La religione ha sempre avuto un ruolo politico nella storia, per la continua ricerca dell’assoluto, giustificatrice delle decisioni relative, da parte di uomini che nella stessa storia hanno rivestito ruoli di rilievo. Basti pensare alla leggenda di Numa Pompilio, re di Roma che succedette a Romolo: egli, prima di legiferare, consultava la ninfa Egeria, proprio per giustificare, agli occhi dei romani, l’esercizio del suo potere temporale. Oppure si potrebbe ricordare che la convocazione degli Stati Generali in Francia nel 1789, che daranno vita alla Rivoluzione francese, iniziò con la celebrazione della Santa messa, quasi a voler giustificare ciò che poi sarebbe successo. Basti, ancora, pensare all’impossibilità, secondo alcuni, dell’elezione di un Presidente degli Stati Uniti d’America che non abbia fede religiosa (non confondiamo la fede religiosa con l’appartenenza ad una confessione istituzionalizzata). C’è chi sostiene che le religioni siano un’invenzione per facilitare il dominio politico, ma in tal modo non si fa altro che riconoscerne l’importanza.
Religione e stato tra monismo e dualismo giurisdizionale
Nel corso della storia la fede è stata molto spesso utilizzata per sostenere le più diverse idee politiche, sia all’interno di sistemi monistici in cui il potere temporale combaciava con quello spirituale, sia all’interno di sistemi dualistici in cui emergeva la continua contrapposizione tra i due poteri. In ogni caso la religione cattolica ha sempre dovuto relazionarsi con la società civile, al contrario, per esempio, di quella ortodossa, alla continua ricerca di un equilibrio tra i due poteri (il libro dice “tra trono e altare” per rendere meglio l’idea).
Stato patrimoniale e sovrapposizione di nazionalità in antico regime
In epoca medievale tanto il sovrano quanto il papa venivano considerati come ministri di un’unica Chiesa, a cui il potere veniva concesso da Dio per il bene dei propri sudditi: basti pensare al Sacro Romano Impero, in cui era necessaria un’unica Chiesa santa ed un impero santo e unito. L’influenza del pontefice, in tale periodo, era determinante per i sovrani che si succedevano sul trono.
Con Luigi XIV, espressione massima dell’assolutismo regio, la situazione mutò completamente: il re si configurava come lo Stato in persona (l’Estat c’est moi) ed il potere proveniva da Dio, senza bisogno di pontefici intermediari con la prerogativa di promuovere la deposizione del monarca, come avveniva in passato. Sebbene tale concezione fosse diretta ad annientare il potere dei papi, ebbe degli effetti sgradevoli anche nei confronti dei popoli: il Re si identificò, ben presto, con la nazione e nacque il concetto di Stato patrimoniale, in cui i popoli appartenevano allo stesso sovrano, che poteva disporne nella maniera più disparata.
Iniziarono guerre in nome del popolo, con continui spostamenti di confini e sovrapposizione di nazionalità, sino ad arrivare alla concezione di Chiesa appartenente allo Stato, che ne faceva uno strumento di governo, essendo affidata al principe anche la cura della religione. Nel 1800 il potere papale fu progressivamente ridotto, in quanto inconcepibile era la visione di un pontefice straniero che dovesse decidere di affari interni allo Stato.
Lo scontro tra la grande rivoluzione e la Chiesa
La Rivoluzione francese del 1789, come ben sappiamo, ebbe diverse ragioni, tra cui fu preponderante l’interesse della borghesia di emergere, di abbattere i privilegi feudali: lo Stato assoluto, come abbiamo già precisato, aveva fatto proprio il potere religioso e la Rivoluzione, di conseguenza, dovette abbattere anche quello, sottraendo alla Chiesa libertà e beni, dichiarati a disposizione della nazione. La Rivoluzione, dunque, non solo mutò l’assetto politico e sociale, ma anche ed indirettamente la Chiesa stessa e la religiosità.
L'età napoleonica
Determinante per la storia della Chiesa fu l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte, il quale pretese da subito che il papa fosse assoggettato al suo potere d’imperatore, essendo pur sempre il sovrano di Roma. Napoleone, nel 1801, arrivò, tuttavia, a firmare un “concordato” con il papa, nel quale riconosceva il cattolicesimo come religione della maggioranza dei francesi, restituendo alcuni diritti, sottratti dalla Rivoluzione, alla Chiesa di Roma e permettendone una riorganizzazione. Nel 1809, però, “l’imperatore dei francesi” decise di sottrarre del tutto il potere temporale alla Chiesa, annettendo al suo impero i territori della stessa: Talleyrand, vescovo e politico di quel periodo, definirà questo come uno degli errori più grandi di Napoleone, insieme alla guerra di Spagna ed alla campagna di Russia.
La restaurazione politica e religiosa: un impossibile ritorno
Dopo il crollo dell’impero napoleonico, le grandi potenze, nel ridisegnare i confini dell’Europa all’interno del Congresso di Vienna, avrebbero potuto optare per un nuovo ordine, basato sull’esperienza della rivoluzione e dell’età napoleonica, ma decisero, invece, in favore del ripristino dell’ordine pre-rivoluzionario, gettando le basi per quelli che saranno i conflitti più disastrosi del Novecento. Gli autori della c.d. Restaurazione non tennero conto che un ritorno al passato era ormai cosa impossibile, senza contare i problemi dettati dall’indipendenza nazionale e dalle libertà costituzionali. In età napoleonica, infatti, sulla spinta dei principi rivoluzionari ed illuministici, si erano sviluppati con forza i c.d. diritti dell’uomo, secondo cui l’individuo veniva prima dello Stato.
Accanto alla Restaurazione politica fu necessaria anche una restaurazione religiosa, che fu più ragionata e si dimostrò più duratura nel tempo.
Il principio di nazionalità ed il mito risorgimentale; il proto-risorgimento cristiano
La Rivoluzione francese e l’impero napoleonico alimentarono l’idea di nazione, a cui venne estesa la libertà propria degli individui: essi non potevano essere liberi se libera non era la nazione. Con l’affermarsi di tale idea morì il legittimismo dinastico, ma si aprì la strada per il nazionalismo.
In tutto ciò la Chiesa cattolica dapprima si fece promotrice dell’idea di unità nazionale, ma in un secondo momento si tirò indietro, con papa Pio IX, comprendendo che l’appoggio ai moti risorgimentali avrebbe mutato il ruolo pastorale universale della Chiesa.
Nella rivoluzione borghese la grazia di Dio si lega alla volontà della nazione; dominio temporale ed indipendenza del pontefice
Per realizzare il tanto auspicato Stato laico occorreva, dunque, annientare il potere temporale della Chiesa: non si poteva non tenere in conto che il popolo italiano era prevalentemente cattolico, ma c’era l’esigenza di cancellare il potere temporale del papa. Quindi non ci fu solo una lotta contro la Chiesa, comune a tutta Europa e necessaria per la laicizzazione dello Stato, ma anche una lotta contro lo Stato della Chiesa (la c.d. questione romana), necessaria per realizzare l’unità d’Italia. Venne elaborato, dunque il concetto di volontà nazionale unita alla grazia di Dio.
La lotta contro la Chiesa e contro lo Stato della Chiesa
La “questione romana” fu, dunque, una controversia di tipo politico: secondo la Chiesa il potere temporale era uno strumento necessario per l’esercizio del potere principale, quello spirituale; da una diversa prospettiva, ossia da quella del Risorgimento, per annientare il potere temporale del papa occorreva una sottrazione di competenza, ossia annientare il suo potere spirituale. È questa la c.d. anomalia italiana: mentre nel resto d’Europa si perseguiva solo la laicizzazione dello Stato, in Italia era necessario sottrarre potere alla Chiesa e le due lotte apparivano come imprescindibili l’una dall’altra. La questione romana, di tipo politico ed inerente la laicizzazione, generò, dunque, la “questione cattolica”, inerente il potere spirituale, per cui fu necessario legiferare in materia di matrimonio, istruzione, sanità, assistenza e perfino sepoltura, oltre a sottrarre beni e possedimenti alla Chiesa di Roma, con i quali, in sostanza, venne finanziato il nuovo regno d’Italia.
Il risorgimento scomunicato
Pio IX, come abbiamo precisato, ebbe il duro compito di schierarsi per primo contro l’unità nazionale italiana, in quanto se avesse minimamente appoggiato le idee risorgimentali, avrebbe ottenuto una condizione positiva della Chiesa in Italia, ma un ruolo universale nettamene ridimensionato sotto il profilo spirituale. Ciò comportò netto contrasto della Chiesa nei confronti degli ideali risorgimentali. D’altra parte anche l’anticlericalismo, come era ovvio, non si fece attendere. Già nel 1871 venne approvata la c.d. legge delle guarentigie, per disciplinare i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, la quale venne additata da Pio IX come un atto unilaterale, un “mostruoso prodotto della giurisprudenza rivoluzionaria” e, pertanto, rimandata al mittente.
Alla religione cattolica gli artefici del Risorgimento sostituirono, ben presto, la “religione della patria”, in cui vi era un’esaltazione continua delle gesta eroiche dei patrioti, una forma di religione civile che prevedeva l’assoggettamento del popolo al solo Stato italiano. Giuseppe Mazzini arrivò, perfino, a coniare il termine “Terza Roma”, per sottolineare come il Risorgimento avesse superato la Roma degli antichi romani e quella dei papi.
Il movimento cattolico
In tutta risposta all’anticlericalismo, alla fine del 1800 in Italia si avviò quello che sarà definito come “movimento cattolico”: il famoso “non expedit” (non conviene) di Pio IX, che impediva ai fedeli di partecipare alla vita politica italiana, creò un solco tra Paese legale e Paese reale, che impedì ai governi dell’epoca di ottenere l’apporto consistente non solo delle masse, ma anche di quei professionisti cattolici ancora fedeli al papa. Tuttavia la stessa Chiesa, radicandosi nel territorio e comprendendo che il nuovo potere proveniva dal basso (dal popolo), cambiò ad un tratto opinione sulla mancata partecipazione alla vita politica, invitando i propri fedeli a partecipare alla vita del Paese, proprio al fine di creare un apparato parlamentare cattolico. Coloro che avevano realizzato l’unità d’Italia, infatti, commisero l’errore di sottovalutare il potere di ripresa della Chiesa cattolica, pensando di aver annientato, oltre al potere temporale, anche quello spirituale, relegando la disciplina di particolari istituti come il matrimonio all’interno del solo diritto privato. In realtà la Chiesa non ci mise molto ad organizzare un laicato preparato e fedele al papa, ossia un insieme di fedeli non appartenenti alla comunità chiusa dei clerici.
Il rapporto con la modernità e la questione sociale: gli esordi del diritto ecclesiastico dello Stato
Il 1800 fu anche il secolo della nascita della c.d. questione sociale: la Rivoluzione francese aveva riconosciuto come sola associazione legittima lo Stato, eliminando i corpi intermedi (le corporazioni) e lasciando indifesi i lavoratori, all’interno di un mercato affamato di competizione e dominato dal capitalismo. La Chiesa cattolica, quindi, decise di intervenire nell’ambito sociale, per mezzo di un “papa moderno”, Leone XIII, che con la sua enciclica “Rerum novarum” (delle cose nuove, l’avrete già incontrata nella parte speciale di “diritto costituzionale”) si contrappose al Manifesto comunista di Marx ed Engels, introducendo delle innovazioni notevoli rispetto alla visione passata della Chiesa e creando una continua lotta tra la stessa ed il comunismo, la continua opposizione tra garofano bianco e garofano rosso, invitando i proletari del mondo ad unirsi in Cristo. Fu in questo periodo che nacque un diritto nuovo, proprio di ogni Stato, del tutto staccato dal diritto canonico che per secoli aveva agevolato i sovrani e che non era mai stato innovato, il “diritto ecclesiastico statuale”, ossia un nuovo settore dell’ordinamento giuridico dello Stato riguardante il fattore religioso e la libertà di religione.
L'età giolittiana ed il patto Gentiloni
Agli inizi del Novecento al “movimento cattolico” fu data indicazione di addentrarsi all’interno della vita sociale e politica del Paese. I cattolici accettarono, quindi, la modernità e l’unione d’Italia, sottraendo, tra l’altro, agli anticlericali la possibilità di additare i fedeli come seguaci del papa e nemici dello Stato italiano. Il moderatismo politico che ne scaturì portò alla firma del patto Gentiloni nel periodo giolittiano, con cui i cattolici vennero invitati a sostenere, alle elezioni, i candidati liberali contrari all’anticlericalismo: un patto di tal genere rappresentò un vero passo avanti nell’Italia dei primi del Novecento, perché significò accettare una tregua tra la Chiesa e lo Stato.
Il crogiuolo della Grande Guerra
Il 1900 è stato uno tra i secoli più feroci della storia dell’umanità, non per il numero di conflitti, ma l’uso di nuove armi devastanti: la Grande Guerra, il primo conflitto definito come “mondiale”, fornì subito l’esempio, dal 1914 al 1918, di quanto quelle potenti armi potessero mettere in ginocchio l’intero pianeta. La religione della patria non servì ad attenuare i nazionalismi ed ogni Stato rivendicò un territorio appartenente, in passato, ai propri confini, fino a che tali contrasti non portarono all’inevitabile conflitto che, ancora peggio, si concluse con il Trattato di Versailles del 1919, in cui venne disegnato e legittimato un nuovo assetto geografico dalle potenze vincitrici, che rappresenterà una delle cause della seconda guerra mondiale.
La crisi dello stato liberale e l’avvicinamento alla Chiesa
Il rapporto con la modernità. Fu proprio la Grande Guerra a generare quella che poi venne definita come “conciliazione silenziosa” tra Stato e Chiesa, perché durante il conflitto clero e fedeli parteciparono allo sforzo militare, cancellando per sempre le convinzioni di chi li ribattezzava come nemici dell’Italia. Dopo la guerra, inoltre, le fazioni politiche laiche e rappresentative dei fedeli non si accontenteranno più di appoggiare altri partiti politici, ma si affermeranno esse stesse nel panorama italiano.
L’avvento del fascismo e l’utilizzo della religione per consolidare il potere
Nel 1929 l’Italia fascista firmò i Patti del Laterano: con essi si ebbe la tregua definitiva tra Stato italiano e Chiesa cattolica. Le visioni su tale accordo di “conciliazione” (anche detto Concordato) furono diverse: ci fu chi auspicò, da parte dei cristiani, la nascita di uno Stato cattolico, chi, invece, sostenne, come Paolo Boselli, che si trattasse di una realizzazione e precisazione di ciò che era contenuto già nella Legge delle Guarentigie ed, ancora, chi sostenne che tale accordo servisse al fascismo per poter realizzare lo Stato totalitario fascista. Tuttavia l’Accordo segnò una svolta nella storia italiana, unificando definitivamente non l’Italia, ma gli italiani.
Il doppio accordo del Laterano
Col Concordato del ’29 l’Italia riconobbe l’ordinamento della Chiesa e nacque, subito dopo, il c.d. diritto concordatario, in quanto il diritto ecclesiastico si avvicinò notevolmente a quello canonico. Istituto per eccellenza dimostrativo di tale ricongiunzione fu quello del matrimonio canonico con effetti civili (impropriamente definito concordatario), definito da papa Pio XI come “un beneficio per cui i cattolici avrebbero sacrificato la propria vita”.
Il consenso al regime e gli effetti deleteri del nazionalismo
Sebbene la Chiesa riconobbe a Mussolini il merito della pace lateranense e la soppressione dell’anticlericalismo, lo stesso duce sfruttò la Chiesa come mezzo di propaganda, come strumento per il raggiungimento delle finalità dello Stato.
8 settembre: morte della patria e supplenza istituzionale della Chiesa
La seconda guerra mondiale scoppiò nel 1939, ma l’Italia, come sappiamo, entrò in guerra solo un anno dopo. La disfatta non si fece attendere e nel 1943 fummo (perché personalmente co...
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