Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Chiesa, dunque, necessitava di un interlocutore politico, almeno quanto la DC aveva bisogno dei voti dei

cattolici per assicurare una guida centrista al Paese.

I fermenti degli anni Sessanta e Settanta. Negli anni Sessanta, soprattutto verso la fine, ed in particolar

modo negli Settanta prese piede l’idea di rivedere il Concordato del 1929, così come previsto all’interno

della Carta costituzionale. I punti da rivedere e la modalità di revisione furono, tuttavia, discordanti: alcuni

auspicarono il ricorso alla modifica della Costituzione, in particolar modo dell’art.7, per garantire parità di

trattamento a tutte le confessioni religiose; altri, invece, preferirono parlare di una revisione parziale

dell’accordo, che definisse i principi generali (un nuovo Concordato-quadro), lasciando tutto il resto agli

accordi con la Conferenza episcopale italiana, in maniera tale da non dover ricorrere alla modifica della

Costituzione; altri ancora, invece, proposero una modifica bilaterale del Concordato, cui avrebbero dovuto

partecipare tanto lo Stato italiano quanto la Chiesa cattolica. Inoltre il clima, in quegli anni, fu veramente

difficile, in quanto emerse un numero crescente di questioni in cui la Chiesa, pur volendo, non avrebbe

potuto non assumere una posizione inamovibile (basti pensare al divorzio o alla revisione della disciplina

inerente l’istituto del matrimonio). A peggiorare la situazione intervenne la pronuncia della Consulta

all’interno della sent.30/1971, all’interno della quale vennero sanciti come intoccabili ed invalicabili i

principi supremi della Costituzione. Il primo progetto di revisione del Concordato, tuttavia, venne

trasmesso al Presidente del Consiglio Andreotti solo nel 1976.

Dissenso, contestazione, divorzio. Dalla metà degli anni ’60 in poi si avviò, per la Chiesa cattolica, un

periodo di crisi all’interno dello Stato italiano: il problema non era più costituito dal potere politico, come

magari era avvenuto in passato, ma dal popolo italiano, fedeli inclusi. In Italia, infatti, si avviò un periodo

(quello del ’68 per capirci) di profonda crisi: il femminismo esasperato premeva per la parificazione “di

fatto” delle donne all’interno della società, i lavoratori e gli studenti chiedevano maggiori diritti, si arrivò

alla legge sul divorzio (L.898/1970) ed a quella sull’interruzione volontaria della gravidanza (L.194/1978).

Tutti temi, dunque, su cui la Chiesa cattolica era rimasta indietro, generando il malcontento del suo stesso

gregge, che non seguì, nel 1974 quando si ebbe il referendum abrogativo inerente il divorzio, le direttive

del potere ecclesiastico. Il quadro degli anni ’70 fu, dunque, generalmente catastrofico per la Chiesa

cattolica: il popolo italiano aveva accettato e voluto che l’indissolubilità del matrimonio, tanto esaltata

dalla Chiesa, cessasse di essere un carattere fondamentale dell’istituto ed aveva votato a favore

dell’aborto volontario, contrariamente al volere di Dio.

La resurrezione del Concordato. Nel 1984 si arrivò, finalmente, alla tanto auspicata revisione del

Concordato del 1929: questa volta, però, non vi era più l’intento di “conciliazione” necessario nell’Italia

degli anni ’20, ma altrettanto necessaria era la tutela dell’uomo, non come cittadino o fedele, ma come

essere umano. L’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, per lo Stato italiano, ed il Cardinale

Segretario Casaroli, per la Santa Sede, firmarono l’accordo di Villa Madama, con il quale riconfermarono

l’indipendenza e la sovranità di due ordinamenti diversi (Chiesa e Stato), toccando, all’interno dei 14

articoli di quella che poi sarà la L.121/1985, argomenti fondamentali, inerenti i privilegi della Chiesa, i beni

ecclesiastici ed il patrimonio artistico della stessa e la disciplina del matrimonio.

Tra laicità e collaborazione. Successivamente all’accordo di villa Madama, negli anni ’90, ci fu un vero e

proprio “boom” delle intese: le altre confessioni religiose pretesero, al pari di quella cattolica, determinati

diritti riconosciuti dalla stessa Carta costituzionale. Oltre a tali diritti, però, rivendicarono la propria

diversità e si avviò una vera e propria battaglia su due punti diversi: l’eccessiva presenza del simbolismo

6

cattolico (es. il crocifisso nelle scuole) e la destinazione dell’otto per mille alla Chiesa. Il primo punto, col

passare del tempo, venne risolto con una semplice e, a mio modo di vedere, giusta osservazione: il

crocifisso non esprime la religiosità dello Stato italiano, divenuto laico col passare del tempo, ma una

tradizione italiana che dura da sempre e che fa parte di “noi”. Il secondo tema, invece, venne affrontato in

maniera più approfondita negli anni ’90, all’interno dei quali venne concesso ad altre confessioni religiose

di usufruire, sempre in base alla scelta del contribuente, di tale parte (l’otto per mille) del gettito IRPEF.

In realtà un’eterna contraddizione assalì l’Italia dopo la revisione del Concordato del 1984: lo Stato italiano

si qualificava come laico, ma spesso giungeva ad accordare la massima tutela alla religione cattolica,

mentre altrettanto spesso ne ripudiava l’appartenenza. Col tempo si è capito che il rapporto tra Stato e

Chiesa debba essere improntato sulla “collaborazione”, assicurando la libertà di culto religioso (e questo

era ovvio), l’eguaglianza con tutte le altre religioni e la fraternità, nel senso di non dar luogo a

comportamenti aggressivi da una parte o dall’altra.

Il depotenziamento dell’azione dei laicato ed il ruolo attivo dell’episcopato nella società italiana. Gli anni

’90 furono, anche, gli anni della fine della prima Repubblica e della frantumazione di un partito politico, la

DC, che già conteneva al proprio interno correnti nettamente divise. La Chiesa perse, così, la propria

rappresentanza in parlamento, ma ciò fu quasi visto come un successo. I cattolici, oggi più che mai, sono

disinteressati ed inattivi in politica, ma non si tratta di una decisione proveniente dall’alto, come avvenne

con il “non expedit” di Pio IX, ma dal basso: sono proprio i fedeli a ripudiare la coesione politica, molto

spesso considerandola non meritevole di attenzione e dedicandosi a soluzioni sociali molto più vicine agli

individui ed alla famiglia in generale.

Il mondo cattolico di fronte alle istanze federali e il superamento della nazionalità. L’Europa, oggi, non

presenta un modo uniforme di rapportarsi con il fenomeno religioso ed ancora non si comprende se

un’organizzazione sovrannazionale di tale portata debba, o meno, occuparsi di soddisfare i bisogni religiosi

della popolazione. Il Trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore solo a dicembre 2009, sembra non

contemplare la religione tra le materia di propria competenza, assicurando, in tal caso, la piena sovranità

agli Stati membri.

Globalizzazione degli stili di vita e delle ideologie in un’era senza confini. In sostanza il paragrafo

sottolinea come nella società contemporanea massimamente globalizzata si assista ad un miscuglio di

pensieri ed ideologie inerenti la religione ed i principi etico-sociali di ogni ordinamento. Invece di tendere

all’omogeneità di pensiero in riferimento a questi temi, ogni Paese d’Europa ha dei principi diversi: basti

pensare che in alcuni Paesi non è possibile il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in altri si; in alcuni

è impossibile l’adozione da parte di una coppia omosessuale, in altri invece è lecito e possibile. Questi due

esempi rendono l’idea di una frammentazione di idee e di principi rispetto al passato, quando l’Europa,

allora disunita e non UE, aveva ben saldi determinati valori.

Il dualismo giurisdizionale cristiano incontra il monolitico fronte islamico degli infedeli. Negli ultimi anni

un numero crescente di soggetti di religione islamica si sta integrando nel territorio europeo, in cui viene

garantita la libertà di culto e di professione della fede a tutte le religioni. I Paesi orientali, tuttavia, hanno

una mentalità ed una tradizione molto diversa e lontana da quella occidentale: mentre nei Paesi dell’ovest

è ormai un dato acquisito quello del dualismo giurisdizionale, in cui la Chiesa e gli Stati operano e si

riconoscono come ordinamenti diversi, nei Paesi orientali legge e religione confluiscono in un solo testo e

ciò contribuisce ad alimentare il fondamentalismo di “alcuni”.

7

Dobbiamo renderci conto che l’UE non è stata in grado di salvaguardare quello che è il nostro patrimonio

di tradizioni e di culture, non dando luogo ad una Europa laica, ma lasciando che essa si frammentasse in

diversi pensieri, contrariamente alla coesione che lega i Paesi islamici.

Epilogo: i nodi che rimangono dell’anomalia italiana. Prospettive. Ancora oggi, così come precisato

all’inizio di questa trattazione, emerge l’anomalia italiana, quella particolare anomalia che configura il

diritto ecclesiastico italiano come attento all’inscindibilità tra valore politico e giuridico. L’Europa, che

tende sempre più ad unificarsi su diversi piani, come ebbe a dire Schuman nel 1958, non deve perdere di

vista la propria cultura cristiana, patrimonio di tutti i cittadini europei che l’hanno ricevuta in eredità dal

passato. Spesso abbiamo dimenticato quali sono le nostre tradizioni e ci siamo persi nel cammino di

unificazione dell’Unione, trascurando che “senza un elemento di coesione saremo sempre disuniti” (questa

è mia eh, v’ha piaciut??). Se gli Stati nazionali sono destinati a scomparire, in quanto cedono sempre più

sovranità e competenza all’Unione, allo stesso modo devono sparire i vari diritti ecclesiastici europei,

lasciando spazio ad un diritto ecclesiastico comune, unico, che ci garantisca quella coesione utile in tutti i

settori. Il Vecchio Continente ha dimenticato le proprie origini cristiane (cattoliche, ortodosse e

protestanti) che presentano dei principi comuni che ci legano e che ci distinguono. Vanno recuperati.

ITALO GARZIA – DAL TEMPORALISMO ALLA DEMOCRAZIA: I CARATTERI DI FONDO DEI

RAPPORTI STATO-CHIESA IN ITALIA DALL’UNITA’ ALLA REPUBBLICA

I rapporti tra il papato e lo Stato italiano, nel corso dei secoli ed in particolar modo a partire dalla seconda

metà del XIX secolo, sono sempre stati condizionati da ragioni politiche e da esigenze di volta in volta

diverse.

Il primo momento di scontro si ebbe dopo l’unificazione italiana del 1861. Il Regno di Sardegna, infatti, era

riuscito ad espandersi unificando i vari domini, a volte anche stranieri, presenti sul territorio italiano e

necessitava di una capitale come Roma, simbolo storico della coesione e della potenza, differentemente

dalla capitale momentanea di Torino. L’inscindibilità tra potere spirituale e temporale della Chiesa,

tuttavia, rappresentava uno scoglio consistente da superare, sebbene i diplomatici di quel tempo

tentarono in tutti i modi di far capire a papa Pio IX la necessità di avere uno Stato unito, privo di uno Stato

pontificio proprio nel cuore italiano. Pio IX, forte dell’appoggio francese di Napoleone III e delle truppe di

quest’ultimo presenti a Roma, negò qualsiasi accordo tra “trono e altare” e rifiutò l’annessione al Regno

d’Italia. I sabaudi, d’altronde, non avrebbero potuto attaccare Roma nel 1861 senza rischiare lo scontro

con la Francia. Quando, però, nel 1870 la Francia si ritrovò, per sua stessa decisione, a dichiarare guerra

alla Prussia, le forze italiane (diplomatiche e militari) ne approfittarono per muovere su Roma, occupandola

e proclamandola territorio italiano, rompendo per sempre il potere temporale della Chiesa. Pio IX si

considerò prigioniero politico, non riconoscendo lo Stato italiano ed imponendo il “non expedit”, ossia

proibendo ai cattolici di partecipare alla vita politica del Paese. Lo Stato italiano, cosciente dell’importanza

dell’approvazione delle masse cattoliche, varò una legge, definita come “delle Guarentigie”, con la quale

propose un accordo pacifico al pontefice, assicurandogli una rendita annuale e la possibilità di stringere

accordi internazionali con altri Paesi, dando effettivamente luogo al principio cavouriano “libera Chiesa in

libero Stato”. L’atto legislativo, però, venne visto da Pio IX come un atto unilaterale imposto dall’Italia,

privo di un dialogo e modificabile in qualsiasi momento storico dallo Stato italiano, pertanto privo di

garanzie per il pontefice (egli, in realtà, non accettava l’annientamento del potere temporale, ma questo

evitate di dirlo all’esame). 8

Un primo dialogo si ebbe all’alba della Grande Guerra, sia perché la Santa Sede aveva rinunciato, già da un

po’ di tempo, alla mancata partecipazione alla vita politica, sia perché nel conflitto erano coinvolti Paesi

con un elevato numero di cattolici al loro interno. Pertanto, nel 1919, a guerra ormai finita, iniziò un vero e

proprio dialogo tra Stato italiano e Chiesa, la quale domandava maggiori garanzie rispetto alla Legge delle

Guarentigie, o meglio, un’internazionalizzazione della stessa legge, con la comunità internazionale a

garantire la condizione del papa. Il dialogo terminò nel 1922, quando Mussolini ricevette dal re l’incarico di

formare un nuovo governo, che poi porterà all’instaurazione della dittatura. Mussolini capì subito

l’importanza dei cattolici all’interno dello Stato italiano e quanto potessero rappresentare per il partito

fascista in merito alla propaganda dello stesso: per tale motivo egli istituì la Commissione Mattei-Gentili,

con il compito di rivedere la legislazione ecclesiastica in un’ottica più favorevole alla Chiesa. Il nuovo papa

Pio XI, però, intuì i fini totalitari di Mussolini e capì, ben presto, che occorreva giungere ad un accordo,

sebbene bilaterale e non imposto da una “commissione”, in quanto una probabile, se non certa, dittatura

avrebbe potuto minare ancor più il ruolo della Chiesa. Mussolini raccolse l’invito e nel 1926 iniziarono le

trattative per giungere ad un accordo che soddisfacesse entrambe le parti, rappresentate da due

personalità di secondo piano, quali il Consigliere di Stato Barone per l’Italia e l’avvocato Pacelli per la

Chiesa, proprio per attribuire alla trattativa la tranquillità necessaria che non tenesse conto degli eventi

tumultuosi del Paese. Il Diario di Pacelli, tuttavia, dimostra come gli incontri tra lo stesso e papa Pio XI

fossero molto più frequenti di quelli tra Barone e Mussolini, a dimostrazione del fatto che la Santa Sede era

interessata al contenuto dell’accordo, soprattutto per la creazione di uno spazio riservato al Vaticano,

mentre lo Stato italiano appariva più interessato al risultato politico, ossia alla dimostrazione che l’Italia

fascista avesse risolto un problema al quale l’Italia liberale non aveva offerto alcuna soluzione, ossia la

Questione romana.

Inizialmente le trattative, che si concluderanno nel 1929 con la firma dei Patti Lateranensi, si incentrarono

sull’aspetto territoriale: il Vaticano pretendeva una fetta di territorio italiano sul quale esercitare il proprio

potere, anche temporale. Pio XI, però, capì ben presto che il problema territoriale stava diventando

secondario, e comunicò all’avvocato Pacelli di incentrare le trattative più che altro sugli aspetti del

Concordato, ossia sui rapporti Stato-Chiesa all’interno del territorio italiano. Alla Chiesa, all’interno dei

Patti, venne garantita la produzione di effetti civili del matrimonio religioso e la sola competenza dei

tribunali ecclesiastici per lo scioglimento del legame; venne assicurato, inoltre, l’insegnamento della

religione cattolica in tutte le scuole del Regno e venne garantita la possibilità dell’Azione cattolica di

continuare a svolgere la propria attività. A tutte queste pretese, però, fece da contraltare la rinuncia a

qualsiasi territorio, cosicché Mussolini poté vantarsi di aver risolto la “questione romana” senza cedere “un

palmo di territorio italiano”.

Quindi vi fu una bella differenza tra il Trattato, in cui erano contenuti tutti i vantaggi dello Stato italiano, ed

il Concordato, in cui erano espresse le concessioni fatte alla Chiesa cattolica, anche se Pio XI ebbe modo di

ribadire il principio “simul stabunt vel simul cadent” (come insieme staranno, insieme cadranno, forse lo

avete già incontrato in diritto costituzionale, nella parte storica, almeno nel Bin-Pitruzzella).

Negli anni successivi al ’29 la situazione ed i rapporti tra Stato fascista e Chiesa non furono idilliaci, tanto

che molto spesso i circoli dell’Azione cattolica erano oggetto di assalti anche da parte dei membri del

partito fascista. Inoltre, quando in Italia vennero promulgate le leggi razziali, lo Stato intervenne in materia

matrimoniale proibendo l’unione tra ariani ed ebrei, di fatto intralciando e sconfessando il ruolo esclusivo

della Chiesa in tale materia. 9

Nel 1939 morì papa Pio XI ed al suo posto venne eletto papa Pacelli, il quale prese il nome di Pio XII. Il suo

operato è stato per lungo tempo contestato, in quanto accusato dagli storici di non aver difeso i valori

umani tanto sbandierati dalla Chiesa. In realtà la Chiesa, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale rimase

neutrale, senza mai appoggiare alcuna fazione, sebbene tale appoggio fosse richiesto da entrambi gli

schieramenti, proprio per incitare le masse a supportare la guerra. Ma papa Pio XII ne rimase fuori,

concentrandosi sull’attività assistenziale dei bisognosi, perché sapeva benissimo che all’interno di entrambi

gli schieramenti vi erano cattolici e che schierarsi da una parte o dall’altra avrebbe significato schierarsi

“contro” alcuni fedeli. Addirittura durante l’invasione russa da parte dei nazisti e dei fascisti, quando

l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede affermò che si stava combattendo una “crociata

antibolscevica”, monsignor Tardini, uno degli stretti collaboratori di Pio XII, rispose: “Vedo la crociata, ma

non i crociati”, per sottolineare appunto quanto l’animo che mosse tale spedizione non fu certo religioso.

Quando nel 1944 Roma fu liberata dagli Alleati, il popolo si radunò in Piazza San Pietro, acclamando Pio XII

come il vero difensore dell’urbe. Analizziamo la situazione per capire: il Re era fuggito e l’appoggio

incondizionato, dato a Mussolini negli anni, lo rendeva complice della partecipazione alla guerra; Mussolini

era caduto, così come i suoi sogni di gloria per l’Italia. Chi aveva offerto realmente un appoggio durante la

guerra al popolo italiano era la Chiesa.

Alla fine del conflitto, dunque, la Chiesa prevedeva di accaparrarsi ulteriori conquiste: vennero ricevuti,

presso la Santa Sede, i potenti di tutti gli Stati, per far in modo che si desse all’Europa un volto cristiano; si

ipotizzò di ottenere una striscia di terra che da Roma arrivasse al mare; si pensò all’attribuzione di un

aeroporto appartenente al Vaticano ed al controllo della Chiesa sui libri di testo scolastici, per fondare una

nuova generazione italiana del tutto basata sui valori del cattolicesimo. Di tutte queste speranze, nessuna

venne tramutata in realtà, ma la Chiesa si poté accontentare, dopo una guerra così disastrosa, di vedere il

ripristino della democrazia ed il sentimento cattolico di gran parte degli italiani. In sede di Assemblea

Costituente, inoltre, venne votato, addirittura dai comunisti, l’art.7, con cui si faceva, per i rapporti tra

Stato e Chiesa, espresso rinvio ai Patti Lateranensi, riconoscendoli come validi ed efficaci, sebbene stipulati

dallo Stato fascista.

Nel dopoguerra, inoltre, la Democrazie Cristiana rappresentò, per lungo tempo, gli interessi cattolici in

sede di Parlamento e di Governo, sebbene dovette prendere decisioni discordanti col pensiero cattolico,

per garantire all’Italia sviluppo e modernità (si pensi all’aborto ed al divorzio). Il Vaticano, comunque, poté

affermarsi non solo come realtà romana ed italiana, ma come appartenente ad una dimensione mondiale.

TEMI GIURIDICI

CARLO CARDIA – MULTICULTURALISMO E LIBERTA’ RELIGIOSA

Percorsi europei divaricati. Il caso francese e l’esperienza italiana. Per “multiculturalismo” si intende la

libertà degli individui di poter scegliere il proprio stile di vita a seconda della propria estrazione socio-

culturale, così come, in una seconda accezione, s’intende la contemporanea presenza di più culture

all’interno della stessa società. Il tema del multiculturalismo non è mai stato accettato come concetto

giuridico, neanche dall’UE, che preferito consacrare come tali il pluralismo e la laicità (autonomia

decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui).

10

Inoltre la normativa europea ha affidato ai singoli Stati membri il compito di occuparsi del

multiculturalismo, su cui non vi è, dunque, competenza comunitaria. Tale scelta ha comportato differenti

approcci al tema in questione: basta porre a confronto la politica francese e quella italiana. Lo Stato

francese ha proibito, categoricamente e con una grande maggioranza, l’uso di qualsiasi simbolo religioso o

politico, producendo il dissenso delle comunità religiose. L’Italia, ma anche la Spagna, invece, si sono

dimostrate più comprensive nei confronti delle minoranze religiose e più pronte nell’affrontare il

fenomeno del multiculturalismo, accogliendo diverse identità confessionali. Potremmo riassumere dicendo

che la religione, ancora oggi, è vista in Francia come una “questione privata”, mentre in Italia è affrontata

come una “questione sociale”.

Le ideologie del multiculturalismo e la tentazione delle risposte globali. Abbiamo visto, dunque, come il

multiculturalismo, sebbene sia affrontato diversamente, viene poco considerato, il che avviene in diversi

Stati, come l’Italia, la Francia, l’Inghilterra ecc. In ognuna di queste realtà, non appena viene posto in essere

un comportamento o una pretesa diversa da quella cui il popolo è abituato, si crea un caso di rilevanza

nazionale, come è successo in Italia in occasione del caso sul crocifisso nelle aule scolastiche. E dovunque la

situazione è la stessa: non appena emerge un caso, se ne discute e poi si passa oltre. Il multiculturalismo,

dunque, non viene affrontato, ma semplicemente aggirato, tramite l’introduzione di vere e proprie

scorciatoie, “risposte globali” che fissino dei modelli da utilizzare non appena si incespica in una situazione

del genere. Basti pensare che molto spesso si fa riferimento ai principi di eguaglianza e laicità, prevedendo

che venga respinta qualsiasi eccezione e diversità rispetto a questi valori. Altrettanto spesso si concede alle

minoranze di fare tutto ciò che vogliono, accettando qualsiasi forma di differenza.

In realtà dobbiamo prendere coscienza che vivere in una società multiculturale e multireligiosa non è cosa

semplice, ci vuole del tempo per far convivere, pacificamente, diverse realtà. La sorpresa nel vedere

tradizioni e costumi diversi dai nostri non deve tramutarsi in una reazione esagerata, caricandosi di un

valore simbolico “al contrario”, ossia diverso da quello che realmente possiede.

La scomposizione delle problematiche multiculturali. Diversità compatibili e impreviste difficoltà. Le

problematiche culturali non vanno prese in considerazione come un singolo monoblocco, ma vanno

scomposte e differenziate tra “diversità facilmente compatibili” e situazioni particolarmente impreviste e

difficili da gestire.

Tra le diversità compatibili troviamo tutta una serie di costumi e di usanze che, pur non appartenendo ai

costumi e agli usi europei, vengono osservati quotidianamente da soggetti appartenenti a differenti

culture: basti pensare all’obbligo di digiuno in particolari periodi, all’uso di un determinato tipo di

abbigliamento ed alle pratiche d’iniziazione per i neonati. Tutti questi casi manifestano realtà che,

facilmente, entrano a far parte della realtà in cui viviamo e sono accettare, oramai, senza alcuno stupore,

perché assimilate dai legislatori (nazionali e comunitario), così come dai popoli nativi dei nostri Stati.

Vi sono, al contrario, alcune situazioni particolari che, sempre in merito a culture diverse dalla nostra

(europea), comportano sia interventi mirati (che molto spesso ci sono), sia interventi di prevenzione e

dialogo (che non ci sono mai). Facciamo qualche esempio: l’infibulazione è una particolare pratica,

originaria dei Paesi africani ma diffusa anche in Oriente, con cui alla donna vengono mutilati i genitali, per

far in modo che ella mantenga una determinata purezza; si tratta di una pratica antichissima, che, per

ovvie ragioni, non potremmo mai accettare all’interno dell’area europea: ma non basta condannare per

risolvere il problema, occorre far capire l’importanza del rispetto verso la donna (questa parte del libro è

11

illusoria, oltre che ipocrita: in altri Paesi, come la Somalia, tale pratica è ritenuta giusta…come fai a far

capire che non si fa???è come se qualcuno venisse e ci dicesse di non mangiare la carne, perché non si

fa…il multiculturalismo, ragazzi, non è difficile da affrontare, E’ IMPOSSIBILE).

Si pensi, ancora, ad alcune pratiche orientali che prevedono di cibarsi di animali domestici, come gatti e

cani, cosa inammissibile e punita nei Paesi europei, che hanno sviluppato una compassione universale

superiore (ma che accettano di mangiare i poveri coniglietti, i simpatici vitellini…ancora ipocrisia…noi

abbiamo le nostre tradizioni, che ci impongono moralmente di non mangiare il nostro cane…loro hanno le

proprie e non li convincerai MAI a non porle in essere…o li domini, oppure li eviti…è un mio pensiero eh, sia

chiaro).

Laicità, multiculturalità e simbologia religiosa. Il rischio delle due tavole di valutazione. Il concetto di

laicità, in alcuni Paesi europei, viene adoperato per giustificare determinati comportamenti. Pensiamo alla

Francia, che ha proibito l’uso di qualsivoglia simbolo religioso nelle scuole, arrivando, addirittura, a non far

entrare negli edifici scolastici un cappellano ed una suora, anche se per svolgere le proprie funzioni. Laicità

significa autonomia decisionale, certo, ma anche apertura, tolleranza ed accoglienza, per evitare di entrare

in contrasto con la tutela delle diversità.

Inoltre non si possono, nella maniera più categorica, ammettere due metri di valutazione diversi (due

tavole di valutazione), evitando l’uso del simbolismo religioso ma contemplando il rispetto delle diversità e

la tutela delle minoranze, perché i due principi entrerebbero (anzi, entrano) in contrasto.

I diritti individuali di libertà e il principio di eguaglianza. La base comune della cittadinanza. Un altro

aspetto del multiculturalismo riguarda i diritti individuali e collettivi di soggetti appartenenti a culture e

religioni diverse. Le risposte dell’Europa odierna a tali aspetti sono sostanzialmente due: disconoscere le

concezioni di famiglia, matrimonio, rapporti uomo-donna di altre culture, attuando una specie di “dentro

(resti e accetti le nostre concezioni) o fuori (tornatene da dove sei venuto)”; oppure accettare qualsiasi

concezione di chi appartiene ad una cultura diversa, una sorta di “vieni qui e fai ciò che vuoi”. In realtà,

entrambe le risposte si presentano basate su una concezione statica, cristallizzata del multiculturalismo, in

quanto si parte dalla convinzione che solo noi occidentali, noi europei siamo in grado di mutare i nostri

costumi, le nostre convinzioni, le nostre credenze, vedendo gli extra-comunitari come soggetti tutti uguali,

incapaci di autonomia, incapaci di un CAMBIAMENTO al fine dell’integrazione, incapaci di un’EVOLUZIONE

(il discorso dell’autore è tutto giusto, con la particolarità che dovrebbe spiegarci cosa dovremmo fare se gli

appartenenti ad altre culture e religioni, che i fatti reali ci mostrano come ancorati, il più delle volte, al

fondamentalismo, non accettassero l’evoluzione o il cambiamento).

Dalla concezione statica del multiculturalismo alla fiducia nel principio di evoluzione. In sostanza,

dunque, questa visione di evoluzione del pensiero di cui siamo tutti capaci, inclusi i soggetti extra-

comunitari, potrebbe condurci verso una concreta realizzazione dell’integrazione, offrendo a popoli

distanti da noi il punto d’inizio di un’evoluzione. Se, invece, non ci dimostriamo pronti ad aiutarli nel

cambiamento, commettendo l’errore di pensare di essere gli unici sempre pronti ad un passo in avanti,

poniamo le basi per un eterno conflitto e per la mancanza di sviluppo.

12

STEFANO DAMBRUOSO – INTELLIGENCE ED EVIDENCE: IL GOVERNO DEL FENOMENO

RELIGIOSO ISLAMICO TRA GARANZIE DI LIBERTA’ ED ESIGENZE DI SICUREZZA

Dopo l’11 settembre 2001, giorno dell’attacco alle Torri Gemelle, tutti gli appartenenti alla LAW

ENFORCEMENT dei vari Paesi, attivi nella prevenzione e repressione del terrorismo fondamentalista, hanno

l’obbligo di collaborare tra loro, specie nello scambio di informazioni e di mezzi di prova, proprio al fine di

contrastare le cellule terroristiche sparse in tutto il mondo. Eppure recentemente gli USA, rifiutando

l’escussione di alcuni testimoni chiave nel procedimento contro Mounir Motassadeq, detenuto in

Germania e reo di aver partecipato all’attacco dell’11 settembre, hanno messo a repentaglio il processo

contro il suddetto, rischiando che un terrorista di quel calibro venga rilasciato.

Lo scambio di prove è uno dei problemi più frequenti: in un processo penale, infatti, occorre che la prova

sia acquisita all’interno del procedimento, ma il problema si pone nei confronti di quei Paesi (GB, USA e

Canada) in cui l’attività investigativa (intelligence) viene del tutto distinta da quella dell’acquisizione

probatoria (evidence).

Molto spesso, inoltre, capita che le prove testimoniali siano state rese da soggetti detenuti all’estero (per

esempio a Guantanamo) in assenza del difensore, violando così uno dei principi cardini del nostro

ordinamento, quello del diritto alla difesa e rendendo le testimonianze inutilizzabili in fase d’indagini

preliminari. Inoltre, in Italia, per il terrorismo manca un coordinamento tra le 29 Procure della Repubblica,

come avviene, invece, grazie alla Direzione Nazionale Antimafia per l’associazione a delinquere di stampo

mafioso.

I recenti attentati che hanno scosso l’intero pianeta hanno fatto in modo che si attuassero delle forme di

collaborazione tra gli organi di polizia e quelli giudiziari dell’intera Europa, i quali sono chiamati a

collaborare anche con gli Stati Uniti. A tal fine è stata istituita Europol nel 1995 ed Eurojust nel 2002.

Importante e fondamentale è che le condanne vengano inflitte, evitando che determinati processi, per

mancanza di prove non trasmesse o decorrenza dei termini, finiscano nel nulla, anche perché ciò verrebbe

visto, da tutti quei musulmani che nulla hanno a che vedere con i terroristi fondamentalisti, come una

persecuzione religiosa e non come giustizia.

L’Italia, come dimostrano le indagini più recenti, ed in particolare Milano, è uno dei centri di reclutamento

più importanti di Europa per quanto riguarda i fondamentalisti islamici: la moschea di viale Jenner è il

punto d’incontro di tanti fedeli bisognosi, ma, come è stato accertato, è anche il fulcro, nel nostro

territorio, di tutta l’attività terroristica fondamentalista.

Tutto ciò ci fa comprendere come l’attività investigativa si presenti come una forma privilegiata di

integrazione, con lo scopo di evitare, col passare del tempo, che i termini “musulmano” e “terrorista” siano

intesi, sempre più, come sinonimi. L’integrazione è uno dei punti chiave che permette l’apertura verso

l’Islam religioso e la chiusura verso l’odio ed il terrorismo, in maniera tale che (cito testuali parole) “si trovi

il modo per privare di qualsiasi forma di giustificazione chi è pronto ad indossare la cintura esplosiva del

kamikaze”.

NOTA PER LO STUDENTE: IL CAPITOLO, SEBBENE INUTILE AI FINI DELLO STUDIO, O MEGLIO, AI FINI

DELL’ESAME E’ DAVVERO UN CAPOLAVORO, SCRITTO DA UN MAGISTRATO DI CUI, SE VOLETE, POTETE

CERCARE DETTAGLI SU WIKIPEDIA. 13


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

18

PESO

183.80 KB

AUTORE

Sara F

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dammacco Gaetano.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto ecclesiastico

Riassunto esame Diritto Ecclesiastico, prof. Dammacco, libro consigliato Diritto Ecclesiastico di Finocchiaro
Appunto
Riassunto esame Diritto Ecclesiastico, prof. Dammacco, libro consigliato Manuale di Diritto Ecclesiastico, Tedeschi
Appunto
Diritto Ecclesiastico - Oltre Babele
Appunto
Diritto ecclesiastico - Appunti
Appunto