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Riassunto esame Diritto Ecclesiastico, prof. Dammacco, libro consigliato Manuale di Diritto Ecclesiastico, Tedeschi

Riassunto per l'esame di Diritto Ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di Diritto Ecclesiastico, Tedeschi. Gli argomenti sono: il diritto ecclesiastico che deve essere distinto da tutti gli ordinamenti confessionali, in particolare dal diritto canonico che riguarda l’ordinamento giuridico della Chiesa cattolica.... Vedi di più

Esame di Diritto ecclesiastico docente Prof. G. Dammacco

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religiosi o per la formazione nelle discipline ecclesiastiche, istituiti secondo il diritto

canonico, continueranno a dipendere solo dall’autorità ecclesiastica. I titoli accademici, in

teologia e nelle altre discipline ecclesiastiche sono riconosciuti dallo Stato, al pari dei

diplomi conseguiti presso la Scuola vaticana. “Le nomine dei docenti dell’Università

Cattolica del Sacro Cuore e dei dipendenti istituti sono subordinate al gradimento della

competente autorità ecclesiastica.

Altrove si garantisce che: “Agli studenti di teologia il diritto di usufruire degli stessi rinvii

dal servizio militare previsti per gli studenti delle università italiane”.

Dunque nelle scuole confessionali il diritto allo studio è assicurato nel rispetto dei principi

sul pluralismo scolastico e religioso e l’autonomia delle confessioni, solo che ciò accade in

modo sicuramente maggiore per la confessione cattolica, mentre invece andrebbero

garantiti a tutti.

Al riguardo l’Accordo del 1984 stabilisce che: “La Repubblica italiana, riconoscendo il

valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte

del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle

finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non

universitarie di ogni ordine e grado”. Inoltre “Nel rispetto della libertà di coscienza, è

garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o meno di tale insegnamento.

All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta

dell’autorità ecclesiastica, senza che dalla scelta ne derivi alcuna discriminazione”.

In realtà, la dichiarazione di avvalersi o meno dell’insegnamento, comporta una vera e

propria schedatura, e quindi implicitamente una discriminazione, tanto più rilevante se si

pensa che a coloro che non si avvalgono dell’insegnamento non è garantita alcuna

alternativa, né è permesso sottrarvisi, dato che si tratta di un corso curriculare e non

collocato all’inizio o alla fine dell’orario di lezione, come accade invece negli Stati Uniti col

relised time.

Su questi problemi è intervenuta più volte la Corte costituzionale secondo cui, dapprima,

gli alunni non erano tenuti a seguire alcun altro insegnamento obbligatorio, anche se non

erano autorizzati ad allontanarsi dalla scuola e secondo cui, in seguito, l’insegnamento

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della religione non è causa di discriminazione, poiché permette all’alunno di potersi

allontanare dalla scuola. status

Va poi considerato il problema dell’insegnamento della religione e dello giuridico

degli insegnanti.

L’insegnamento religioso fu reintrodotto dall’art. 36 del Concordato del 1929, secondo cui

la materia diventava di nuovo obbligatoria ma se ne poteva essere dispensati su domanda

dei genitori o di chi ne fa le veci. L’insegnamento è impartito da professori ritenuti idonei

dall’ordinario diocesano. L’attestato di idoneità ha durata annuale e l’eventuale revoca

impedisce di svolgere l’insegnamento. Dunque gli insegnanti sono considerati quali

incaricati annuali, pagati dalla Pubblica Amministrazione ma sottoposti all’assoluta

discrezionalità dell’ordinario diocesano.

Nel 1989 un’intesa tra l’autorità scolastica e la C.E.I. ha riguardato tutta la materia, mentre

status

nessuna innovazione vi è stata circa lo giuridico degli insegnanti, che è oggetto di

competenza normativa esclusiva dello Stato. Gli insegnanti hanno comunque gli stessi

diritti e doveri degli altri loro colleghi e “partecipano alle valutazioni periodiche e finali”

dei loro alunni.

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CAPO SECONDO (PARAGRAFI 1 – 8)

LE PERSONE GIURIDICHE

1.) Il concetto di ente ecclesiastico

Il termine ente significa “esistente”, indica cioè una realtà che vive ed agisce non solo di

fatto ma anche di diritto, consentendo di estendere il concetto di soggettività anche alle

persone giuridiche, oltre che a quelle fisiche: dunque entrambe sono soggetti di diritto.

Possono anticiparsi alcune caratteristiche degli enti: hanno in genere natura giuridica

privata, assumono personalità giuridica nel nostro ordinamento solo dopo il

riconoscimento, avente perciò natura costitutiva e non dichiarativa, che può essere

revocato quando viene meno un presupposto per la sua concessione.

I requisiti per il riconoscimento agli effetti civili delle persone giuridiche ecclesiastiche,

siano esse associazioni o fondazioni, sono: l’erezione o approvazione da parte dell’autorità

ecclesiastica, la sede in Italia, il fine di religione o di culto.

2.) La natura giuridica degli enti ecclesiastici

Il problema della natura pubblica, privata o mista degli enti ecclesiastici nasce dal fatto che

l’art. 2 del c.c. del 1865 sembrava riconoscere agli enti ecclesiastici una natura pubblica.

In realtà, il fatto che il riconoscimento non sia automatico ma discrezionalmente concesso,

e soprattutto che le attività non aventi fine di culto o religione sono assoggettate alle leggi

statali, induce a ritenere che gli enti ecclesiastici abbiano un carattere privato.

Legato al problema della natura giuridica è il problema dell’ecclesiasticità dell’ente.

Già nell’epoca liberale il giudizio ultimo sul carattere ecclesiastico degli enti dipendeva

dalla volontà legislativa dello Stato. In generale l’ecclesiasticità veniva riconosciuta solo

agli enti cattolici.

Attualmente la legge 222/1985 stabilisce che la qualifica di ente ecclesiastico civilmente

riconosciuto si ottiene in seguito al riconoscimento da parte dello Stato, che avviene sulla

base di alcuni requisiti necessari: l’erezione o approvazione canonica dell’ente, la sede in

Italia e il fine di religione o di culto.

Anche l’iscrizione degli enti nel registro delle persone giuridiche, prevista dalla legge

222/1985, conferma la natura privata degli enti ecclesiastici. Senza l’iscrizione, pertanto,

gli enti ecclesiastici non potranno porre in essere negozi giuridici.

Dunque, il carattere di ecclesiasticità non è intrinseco nella natura dell’ente, ma è un

requisito che proviene dallo Stato, il che vale anche per gli enti acattolici.

3.) L’ente ecclesiastico civilmente riconosciuto

L’art. 4 della legge 222/1985 stabilisce che: “Gli enti ecclesiastici che hanno la personalità

giuridica nell’ordinamento dello Stato assumono la qualifica di enti ecclesiastici civilmente

riconosciuti”.

L’ente, cioè non nasce come ecclesiastico ma lo diventa solo dopo il riconoscimento dello

Stato. La legge 222/1985, pertanto, riguarda solo gli enti ecclesiastici civilmente

riconosciuti.

L’art. 7 dell’Accordo del 1984 e la legge 222/1985 individuano i requisiti per il

riconoscimento, alcuni di carattere soggettivo: l’erezione o approvazione da parte

dell’autorità ecclesiastica; altri di carattere oggettivo: la sede in Italia e il fine di religione o

di culto. Tale fine è presunto per “gli enti che fanno parte della struttura gerarchica della

Chiesa, per gli istituti religiosi e i seminari”; va invece accertato di volta in volta per le

fondazioni o per gli enti “che non abbiano personalità giuridica nell’ordinamento della

Chiesa”, purché tale “fine sia costitutivo dell’ente”.

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Il riconoscimento ha senza dubbio un carattere discrezionale, dal momento che la legge

222/1985 dispone che gli enti “possono essere riconosciuti come persone giuridiche agli

effetti civili”. Sono dotate di personalità giuridica per antico possesso di stato la Santa

Sede, gli enti centrali della Chiesa, i seminari, le parrocchie di antica istituzione e i capitoli.

Dopo aver ottenuto il riconoscimento, gli enti ecclesiastici devono iscriversi nel registro

delle persone giuridiche istituito presso il Tribunale di ogni capoluogo di provincia,

indicando la data, il nome del richiedente, l’atto costitutivo e lo statuto, nonché

“presentando una copia del decreto di riconoscimento”.

Dall’iscrizione nel registro delle persone giuridiche ne consegue che gli enti possono

compiere atti giuridici validi nei confronti dei terzi.

L’iscrizione equipara gli enti ecclesiastici alle altre persone giuridiche private. Infatti la

legge 222/1985 vieta agli enti non iscritti nel registro delle persone giuridiche, di

concludere negozi giuridici.

Quanto alle strutture e finalità dell’ente, bisogna distinguere tra mutamenti sostanziali

dell’ente, revoca del riconoscimento e soppressione ed estinzione.

I mutamenti sostanziali vanno riconosciuti “con decreto del Presidente della Repubblica,

udito il parere del Consiglio di Stato”. Qualora il mutamento “faccia perdere all’ente uno

dei requisiti prescritti per il suo riconoscimento, può essere revocato il riconoscimento

stesso con decreto del Presidente della Repubblica, sentita l’autorità ecclesiastica”.

Dalla revoca si distingue l’annullamento del riconoscimento per motivi di legittimità. La

prima avviene per cause sopravvenute, mentre il secondo rientra nel potere dello Stato di

annullare il provvedimento in caso di mancanza di uno dei requisiti prescritti dalla legge,

ed ha effetti retroattivi.

Alla soppressione o estinzione dell’ente provvede l’autorità ecclesiastica che “trasmette il

provvedimento al Ministro dell’interno, che, con proprio decreto, dispone l’iscrizione nel

registro delle persone giuridiche”, “e provvede alla devoluzione dei beni dell’ente

soppresso o estinto”.

La soppressione va distinta dall’estinzione, in quanto la prima avviene per volontà di un

organo diverso dall’ente stesso, la seconda per il venir meno dello scopo dell’ente

ecclesiastico.

La legge 13/1991 ha parzialmente modificato il procedimento di riconoscimento della

personalità giuridica previsto dalla legge 222/1985.

4.) Tipologie di enti ecclesiastici: associazioni…

Oltre all’ente ecclesiastico civilmente riconosciuto possono esistere enti di fatto ed enti che

cioè non hanno ottenuto il riconoscimento.

Tradizionalmente le persone giuridiche sono distinte in: associazioni, in cui prevale

l’elemento personale e la volontà è interna; fondazioni, in cui prevale l’elemento

patrimoniale e la volontà è esterna e istituzioni.

Codex iuris canonici

L’origine delle associazioni è antichissima. Il distingue tra associazioni

private e pubbliche. Esse sono dotate di personalità giuridica ed i loro statuti vanno

approvati dall’autorità ecclesiastica.

Sebbene abbia dei caratteri peculiari, l’associazione ecclesiastica non si sottrae alla

disciplina legislativa in materia di associazioni: dunque le associazioni private sono in

tutto regolate dalle leggi civili.

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Anche se il riconoscimento da parte dell’autorità ecclesiastica e dello Stato costituisce una

legittima aspettativa, le associazioni potrebbero preferire non ottenerlo per conservare una

maggiore autonomia, e lo Stato non è obbligato a concederlo.

Le confraternite, infine, sono associazioni laicali tendenti a perfezionare la vita dei loro

adepti e a promuovere il culto pubblico e la dottrina cristiana.

5.) … e fondazioni. Lasciti per enti da fondare

Le fondazioni sono persone giuridiche costituite da un complesso di beni destinati ad uno

scopo di culto o beneficio, di pubblica o privata utilità. Nelle fondazioni la volontà è

esterna, in quanto proviene dal fondatore.

Anche le fondazioni devono presentare i requisiti relativi al riconoscimento, che ha

comunque natura discrezionale.

Sono fondazioni le chiese, i santuari, le fabbricerie, le fondazioni di culto e gli istituti per il

sostentamento del clero.

Quanto alle chiese, la legge 222/1985, superando la distinzione tra chiese private e

pubbliche, stabilisce che: “il riconoscimento delle chiese è ammesso solo se aperte al

pubblico e non annesse ad altro ente ecclesiastico, e sempre che siano fornite di mezzi

sufficienti per la manutenzione ed ufficiatura”.

Dunque anche le chiese private aperte al pubblico possono essere riconosciute. In

proposito il codice civile stabilisce che gli edifici destinati all’esercizio del culto pubblico

non possono essere sottratti a tale destinazione anche se appartengono a privati. Solo il

vescovo può sottrarre la chiesa al culto divino. La requisizione, l’occupazione,

l’espropriazione per pubblica utilità o la demolizione delle chiese non possono aversi se

non per gravi ragioni e previo accordo con la competente autorità ecclesiastica.

I santuari sono chiese molto importanti, in quanto per le immagini o le reliquie conservate

sono mete di pellegrinaggio e di culto. Si differenziano dalle altre chiese solo perché nei

Consigli di amministrazione vi è un maggior numero di componenti laici.

Le fabbricerie sono enti particolari, costituiti da una massa patrimoniale destinata alla

manutenzione e conservazione di un edificio di culto di particolare importanza. Tale

massa patrimoniale è gestita da un Consiglio di amministrazione composto di membri

ecclesiastici e laici. Proprio la composizione mista del consiglio costituisce la caratteristica

dell’istituto: i laici, infatti, volevano controllare il modo in cui gli ecclesiastici gestivano i

soldi da loro raccolti per la costruzione di un edificio di culto.

Le fondazioni di culto sono persone giuridiche che hanno come base patrimoniale una

massa di beni i cui redditi sono destinati in perpetuo a scopo di culto. I relativi beni e la

loro destinazione, di solito, hanno origine in negozi di diritto privato, testamenti o

donazioni. La legge 222/1985 dispone che le fondazioni di culto “possono essere

riconosciute quando risultino la sufficienza dei mezzi per il raggiungimento dei fini e la

rispondenza alle esigenze religiose della popolazione”.

Sono pubbliche le fondazioni di culto costituite dall’autorità ecclesiastica, private le altre

anche se vanno comunque approvate dalla stessa autorità.

Sono diverse le fondazioni pie, che non sono autonome perché consistono in una massa di

beni affidata da un disponente ad un ente ecclesiastico con l’onere di destinarne i redditi

alla celebrazione di messe o ad altre funzioni sacre.

Secondo il Concordato del 1929, i seminari dipendevano solo dalla Santa Sede, mentre

oggi dipendono dalla C.E.I. Il tipo di seminario prevalente è quello diocesano o

interdiocesano, che prepara nuovi sacerdoti.

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Quanto agli istituti per il sostentamento del clero, va ricordato che il fondo patrimoniale

degli istituti diocesani è costituito dai beni già appartenenti agli enti beneficiali esistenti

nella diocesi. Come l’istituto centrale, essi sono enti autonomi dotati di una propria

personalità giuridica.

Le fondazioni possono nascere anche da un atto di autonomia privata, per lo più lasciti

testamentari.

6.) Gli enti acattolici

Gli enti acattolici vanno senza dubbio ricompresi tra gli enti ecclesiastici. In materia è

ancora vigente, per le confessioni che non hanno sottoscritto intese con lo Stato, la legge

1159/1929. Il riconoscimento, analogo a quello degli enti cattolici, è richiesto al Ministro

degli interni da parte di chiunque ne sia interessato. La relativa domanda deve essere

accompagnata dallo statuto dell’ente, in cui vanno indicati: lo scopo, gli organi di

amministrazione, le norme di funzionamento ed il patrimonio dell’ente. Valutati questi

elementi, il Presidente della Repubblica emana il decreto di erezione in ente morale, su

proposta del Ministro degli interni, sentiti il Consiglio di Stato ed il Consiglio dei Ministri.

Gli enti “sono soggetti alla vigilanza ed alla tutela governativa”, e il Ministro dell’interno

può, se necessario, nominare un commissario governativo.

Una volta riconosciuti civilmente, gli enti confessionali sono considerati persone

giuridiche private, dotate di autonomia giuridica.

Quanto alle intese finora stipulate, va notato che in quella valdese, si parla esplicitamente

di “enti ecclesiastici valdesi”; per il loro riconoscimento, essi debbono avere “fini di culto,

istruzione e beneficenza” ed è richiesta “la delibera sinodale con cui l’ente è stato eretto in

istituto autonomo nell’ambito dell’ordinamento valdese”. Anche se l’intesa non ne parla,

l’ente riconosciuto deve iscriversi nel registro delle persone giuridiche.

Nell’intesa con l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, fermo restando che l’Unione

“conserva la personalità giuridica di cui è dotata”, si stabilisce che presso il Ministero

dell’interno sono tenuti lo statuto dell’Unione e quello degli altri enti ebraici. Tali enti

devono avere fini di culto o di religione, ed essere “approvati dalla Comunità competente

per territorio e dall’Unione. Il loro riconoscimento avviene con decreto del Presidente della

Repubblica, sentito il parere del Consiglio di Stato”. Si stabilisce l’iscrizione nel registro

delle persone giuridiche. Le comunità ebraiche erano considerate enti pubblici e ad esse

appartenevano di diritto tutti gli israeliti residenti nel territorio.

L’intesa con l’Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno stabilisce: “il

riconoscimento della personalità giuridica dell’Unione italiana delle Chiese cristiane

avventiste del 7° giorno e dell’Istituto avventista di cultura biblica”. “Per ottenere il

riconoscimento gli enti devono avere la sede in Italia e perseguire fini di culto o religione,

da accertare di volta in volta” tenendo conto delle attività svolte. “La domanda di

riconoscimento va presentata da chi rappresenta l’ente”. Il riconoscimento è concesso con

decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato”. È previsto l’obbligo

di iscrizione nel registro delle persone giuridiche. “La gestione ordinaria e straordinaria

avviene con il controllo delle autorità ecclesiastiche competenti, senza alcuna ingerenza da

parte dello Stato”. Il mutamento del fine che fa perdere all’ente uno dei requisiti richiesti

per il riconoscimento, può provocare la sua revoca.

Le “Assemblee di Dio in Italia” sono già riconosciute come enti morali con decreto del

Presidente della Repubblica del 1959. Nell’intesa da loro stipulata si stabilisce che le loro

attività “sono soggette alle leggi civili riguardanti le stesse attività svolte da enti non

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ecclesiastici. Si escludono ingerenze dello Stato, è prevista l’iscrizione nel registro delle

persone giuridiche e la revoca del riconoscimento in caso di mutamento dei fini.

L’intesa con l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia e l'intesa con la Chiesa

Evangelica Luterana in Italia ricalcano le disposizioni delle altre intese.

Ciò premesso, può dirsi che, la dizione “ente ecclesiastico civilmente riconosciuto” è usata

dal legislatore per indicare sia gli enti cattolici che quelli acattolici che hanno raggiunto

accordi con lo Stato.

7.) Il Fondo edifici di culto

Il Fondo edifici di culto, sorto dopo gli Accordi del 1984, è disciplinato dalla legge

222/1985.

Esso è dotato di personalità giuridica, non è un ente ecclesiastico ma un ente pubblico

strumentale, un organismo cioè che non fa parte dell’amministrazione dello Stato ma che

ha una gestione patrimoniale autonoma.

I proventi del patrimonio del Fondo sono impiegati per la conservazione, il restauro, la

tutela e la valorizzazione degli edifici di culto appartenenti ad esso, e per gli altri oneri

posti a carico del Fondo stesso. L’impiego di tali proventi è disposto dal Fondo di concerto

col Ministero per i beni culturali e ambientali e il Ministero dei lavori pubblici.

Il Ministro dell’interno nomina il Consiglio di amministrazione, di cui fanno parte anche

membri ecclesiastici designati dalla CEI, che appronta il bilancio preventivo e consuntivo,

che il Parlamento deve poi approvare.

8.) Aspetti fiscali. L’ente ecclesiastico imprenditore e gli enti senza scopo di lucro. Nuove

prospettive

Uno degli scopi principali del riconoscimento e della qualifica di ecclesiastici degli enti è

quello di assicurare ad essi agevolazioni tributarie, differenziandoli così dalle altre persone

giuridiche. Il punto è ora di individuare in cosa tali agevolazioni concretamente

consistano.

Il finanziamento delle confessioni religiose avviene in due modi: quello della

“destinazione di una quota pari all’8/1000 del gettito Irpef”; o quello delle “offerte libere,

incentivate con la previsione della deducibilità dall’imponibile Irpef”.

L’Accordo del 1984 stabilisce il principio secondo cui: “agli effetti tributari gli enti aventi

fine di religione o di culto e le attività dirette a tali scopi, sono equiparati a quelli aventi

fine di beneficenza o istruzione. Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte

dagli enti ecclesiastici, sono soggette alle leggi dello Stato riguardanti tali attività e al

regime tributario previsto per le medesime”.

Più in particolare, il Testo Unico delle imposte dirette prevede delle deduzioni fiscali per

le elargizioni a favore dello Stato di persone fisiche o giuridiche che svolgono, senza scopo

di lucro, attività di ricerca in campo artistico o culturale, per la manutenzione o il restauro

degli enti, stabilisce la deducibilità delle elargizioni a favore di persone giuridiche che

perseguono finalità anche di culto e include tra gli oneri deducibili le spese per la

manutenzione ed il restauro dei beni di interesse storico e artistico, e gli oneri relativi al

lavoro prestato dai loro membri nelle attività commerciali svolte dall’ente.

Quanto all’IVA, sono previste esenzioni dall’obbligo dell’imposta per varie attività

riguardanti gli enti ospedalieri e le attività didattiche.

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Inoltre è prevista l’esenzione per gli edifici di culto e annessi dall’INVIM decennale,

imposta ridotta del 50% per gli immobili appartenenti agli enti religiosi. Sono esentati

dall’INVIM anche gli enti religiosi che abbiano acquistato un immobile.

La legge 222/1985 stabilisce che “gli edifici di culto non possono essere sottratti alla loro

destinazione, neanche per effetto di alienazione, se non sono decorsi venti anni

dall’erogazione del contributo. Il vincolo è trascritto nei registri immobiliari. Esso può

essere estinto prima del compimento del termine d’intesa tra l’autorità ecclesiastica e

l’autorità civile erogante, previa restituzione delle somme ricevute a titolo di contributo”.

Recentemente il legislatore ha mostrato una particolare attenzione verso le agevolazioni

profit”,

fiscali per gli enti “non tra cui vanno inclusi gli enti di volontariato. Se nei loro

confronti le agevolazioni tributarie sono giustificate dal fatto che svolgono un’attività

gratuita, diverso è il problema dell’ente ecclesiastico imprenditore.

La Cassazione ha stabilito che: “un istituto d’istruzione gestito da una congregazione

religiosa può essere considerato imprenditore quando operi secondo un criterio

economico, perseguendo cioè il tendenziale pareggio tra costi e ricavi. L’ente ecclesiastico,

nello svolgere attività imprenditoriali, infatti, non perde la propria identità giuridica, solo

non può usufruire di agevolazioni fiscali. In quanto imprenditore, l’ente sarà sottoposto al

regime di diritto comune riguardante la rappresentanza, il fallimento e il lavoro.

non profit,

Nel caso in cui gli enti rientrino tra quelli saranno sottoposti alla relativa

disciplina. La normativa sulle ONLUS stabilisce che gli enti appartenenti a questa

categoria devono avere un esclusivo fine solidaristico. L’esempio più importante è

costituito dalle Ipab. non profit

Il carattere comune agli enti ecclesiastici e a quelli è l’esclusione del lucro

soggettivo.

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PARTE SPECIALE

I RAPPORTI

CAPO PRIMO (PASRAGRAFI 1 – 4)

I RAPPORTI PATRIMONIALI

1.) La proprietà ecclesiastica manomorta ecclesiastica)

Il problema della gestione dei beni ecclesiastici (la c.d. rappresenta

res mixtae,

una delle più rilevanti dato che una parte consistente dei beni culturali in Italia

è di provenienza o di proprietà ecclesiastica. L’aspetto fondamentale è stabilire a chi spetti

la proprietà dei beni, e chi e in che misura debba occuparsene.

Ancora nel secolo scorso la Chiesa presentava un assetto di tipo feudale ed aveva una

proprietà immobiliare molto rilevante. La perdita progressiva di tale proprietà iniziò con

gli interventi bellici e proseguì con quelli legislativi. Si intaccava così la manomorta, ma

Codex iuris canonici

non il beneficio ecclesiastico che resisterà fino al del 1983.

Dopo la legislazione eversiva, i problemi più importanti riguardavano l’individuazione

degli enti soppressi e di quelli conservati, dei beni che andavano assegnati al Fondo per il

culto, devoluti o acquistati dallo Stato, concessi ad enti pubblici, o a privati, o convertiti.

Attualmente la materia è disciplinata dalla legge 222/1985 che ha istituito il Fondo edifici

di culto, stabilendone le competenze.

In generale si può dire che accanto ad un patrimonio ecclesiastico in senso stretto, che

assicura l’esistenza della Chiesa cattolica e da questa gestito, vi è quello che tutela i fini di

culto e gli interessi religiosi dei cittadini credenti, che è di diretta spettanza dello Stato,

anche se la Chiesa è impegnata a collaborare.

Secondo la definizione comune, il patrimonio ecclesiastico è “quel complesso di diritti su

beni materiali che l’ordinamento statale riconosce all’autorità ecclesiastica per il

raggiungimento dei suoi fini”.

La tutela del patrimonio storico ed artistico

2.)

La materia della tutela del patrimonio storico ed artistico è stata compiutamente

disciplinata dalla legge 1089/1939, che, dopo aver individuato le cose di “interesse

artistico, storico, archeologico o etnologico” da dover tutelare, imponeva ai rappresentanti

delle province, dei comuni e degli enti ed istituti legalmente riconosciuti, di presentare un

elenco di tali cose, prevedendo, per le cose di proprietà degli enti ecclesiastici, di

procedere d’accordo con l’autorità ecclesiastica, e distinguendo tra cose appartenenti allo

Stato e a privati.

In atto, il codice civile stabilisce che: “Sono beni le cose che possono formare oggetto di

diritto”, che: “I beni degli enti ecclesiastici sono soggetti alle norme del codice stesso, in

quanto non è diversamente disposto dalle leggi speciali che li riguardano”, e che gli edifici

di culto “non possono essere sottratti alla loro destinazione neppure per effetto di

alienazione, finché la destinazione stessa non sia cessata in conformità delle leggi che li

riguardano”.

La legge 512/1982 riguarda il “regime fiscale dei beni di rilevante interesse culturale”.

Essa prevede “esenzioni da imposte dirette per gli immobili con destinazione ad uso

culturale, “poiché si presume che tali beni non costituiscano fonte di reddito. Si sono

anche

esclusi dai redditi imponibili i redditi catastali di terreni che siano aperti al pubblico o la

cui conservazione sia riconosciuta, dal Ministero per i beni culturali e ambientali, di

pubblico interesse.

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Quanto alle imposte dirette, quelle di successione e di donazione, i beni vincolati non

concorrono alla formazione dell’attivo ereditario.

Anche per quanto riguarda l’imposta di registro, la legge 512/1982 stabilisce che

“l’aliquota è ridotta del 50 % se il trasferimento ha per oggetto immobili di interesse

storico, artistico o archeologico, purché l’acquirente non venga meno agli obblighi della

loro conservazione e protezione”.

Agevolazioni sono previste anche per quel che riguarda l’IVA, l’INVIM e le imposte

ipotecarie catastali.

Ciò premesso, l’art. 12 dell’Accordo del 1984, dopo aver introdotto il principio generico

secondo cui Stato e Chiesa cattolica si impegnano a collaborare “per la tutela del

patrimonio storico ed artistico”, prevede che: “Al fine di armonizzare l’applicazione della

legge italiana con le esigenze religiose, gli organi competenti delle due parti

concorderanno opportune disposizioni per la salvaguardia, la valorizzazione ed il

godimento dei beni culturali di interesse religioso appartenenti ad enti e istituzioni

ecclesiastiche”, e stipuleranno intese per “la conservazione e la consultazione degli archivi

di interesse storico e delle biblioteche dei medesimi enti ed istituzioni”.

Il principio di collaborazione tra Stato e Chiesa è presente anche nelle intese con le

confessioni diverse dalla cattolica.

La legge 1089/1939, inoltre, limita la circolazione dei beni di interesse storico e artistico

appartenenti allo Stato o ad altri enti morali, vietandone l’esportazione e disciplinandone

l’espropriazione. Il privato è tenuto a notificare la detenzione di tali beni e a denunziare

ogni atto di trasmissione dei beni per consentire al Ministero dei beni culturali di

esercitare il diritto di prelazione a parità di prezzo.

3.) Il regime giuridico degli edifici di culto

Gli edifici di culto, detti anche templi, oratori, cappelle, sinagoghe, moschee o chiese, sono

quei luoghi in cui i fedeli di una determinata confessione esercitano, sia singolarmente che

collettivamente, le loro funzioni di culto. Lo Stato qualifica gli edifici di volta in volta, sulla

base di una valutazione che tiene conto dell’uso, della destinazione e degli interessi che

soddisfa.

L’edificio di culto comprende anche i locali accessori.

In passato la dottrina e la giurisprudenza hanno cercato di salvaguardare il più possibile la

destinazione del bene-chiesa al normale culto. Espressione di questa tendenza è una

legislazione che va dal secolo scorso fino ai nostri giorni.

Gli artt. 9 e 10 del Concordato del 1929 escludevano gli edifici aperti al culto da

requisizioni o occupazioni e da demolizioni, tranne che per gravi necessità pubbliche e

previo accordo con l’ordinario diocesano; inoltre, salvo i casi di urgente necessità, la forza

pubblica non può entrare per l’esercizio delle proprie funzioni negli edifici aperti al culto,

senza averne dato previo avviso all’autorità ecclesiastica”.

La legge 121/1985 ribadisce le disposizioni del precedente Concordato, e le intese con le

confessioni acattoliche contengono in materia principi analoghi.

4.) L’autorizzazione agli acquisti degli enti ecclesiastici

L’autorizzazione è un atto amministrativo mediante cui la Pubblica Amministrazione

rimuove un limite posto dalla legge all’esercizio di un diritto, per rendere legittimo il

comportamento di un determinato soggetto che, altrimenti, non potrebbe essere posto in

essere.

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Sebbene questo settore della disciplina abbia natura amministrativa, il principio vigente in

materia è quello dell’applicabilità agli enti ecclesiastici delle norme del codice civile.

La legge 222/1985 stabilisce, infatti, che “Agli acquisti degli enti ecclesiastici civilmente

riconosciuti si applicano le disposizioni delle leggi civili relative alle persone giuridiche”.

La disciplina in materia risale alla seconda legge Siccardi del 1850, che stabiliva che: “Gli

enti ecclesiastici e laici non potevano acquistare beni immobili né beni mobili senza

autorizzazione, da concedere con decreto regio, previo parere del Consiglio di Stato.

Tuttora l’art. 7 del codice civile del 1942 non si discosta dalla legge Siccardi, stabilendo

che: “La persona giuridica non può acquistare beni immobili, né accettare donazioni o

eredità, né conseguire legati senza l’autorizzazione governativa. Senza questa

autorizzazione l’acquisto e l’accettazione non hanno effetto”.

Tuttavia la legge 127/1997 stabilisce che: “L’art. 17 c.c. e la legge 218/1896, sono abrogati;

sono altresì abrogate le altre disposizioni che prescrivono autorizzazioni per l’acquisto di

immobili o per accettazione di donazioni, eredità e legati da parte di persone giuridiche,

associazioni e fondazioni”.

I sostenitori di questa legge affermano che l’autorizzazione finiva con l’attribuire ad

un’autorità amministrativa il potere di limitare la possibilità per gli enti di disporre dei

beni necessari per conseguire i propri fini.

È questa un’opinione non condivisibile, in quanto non è in discussione l’autonomia degli

enti ecclesiastici, ma la possibilità di acquistare beni senza alcun controllo: la funzione

dell’autorizzazione è, da un lato, quella di evitare l’immobilizzazione di beni che sono così

sottratti al commercio giuridico, dall’altro, di tutelare i diritti degli eredi legittimi.

Sebbene i rapporti tra Stato e Chiesa siano cambiati rispetto al secolo scorso, le ragioni che

avevano portato alla legge Siccardi sono ancora di attualità. “L’autorizzazione agli acquisti

è sostanzialmente una forma di controllo sulla trasparenza gestionale, con finalità di

vigilanza”.

27

CAPO SECONDO (PARAGRAFI 1 – 7)

I RAPPORTI PERSONALI

1.) Tipologie matrimoniali. Il matrimonio religioso con effetti civili

Fino ai Patti lateranensi del 1929 il sistema matrimoniale italiano era caratterizzato dal

principio del doppio binario, che considerava il matrimonio religioso e quello civile su due

piani totalmente distinti, per cui il credente, se voleva attribuire rilevanza giuridica civile

al proprio matrimonio religioso, li stipulava entrambi. I Patti hanno introdotto il

matrimonio religioso ad effetti civili, che ha nel procedimento di trascrizione il mezzo

attraverso cui si realizza il collegamento tra ordinamento statale e canonico.

Quanto ai matrimoni acattolici, essi sono stati finora ricompresi in un’unica categoria e

regolati dal codice civile, dalla legge sui culti ammessi del 1929 e dalle intese sinora

sottoscritte.

I tipi di matrimonio sono: meramente religioso, religioso ad effetti civili, civile e acattolico.

Importanti cambiamenti sono stati introdotti anche in riferimento al matrimonio civile, si

pensi alla legge sul divorzio del 1970 e alla riforma del diritto di famiglia del 1975, il che

dimostra che la materia matrimoniale è in continua evoluzione.

2.) Il procedimento di trascrizione

L’Accordo del 1984, che concerne il procedimento di trascrizione, stabilisce che: “Ai

matrimoni contratti secondo le norme del diritto canonico sono riconosciuti gli effetti

civili, a condizione che l’atto relativo sia trascritto nei registri dello stato civile, previe

pubblicazioni in municipio”. Le pubblicazioni, quindi, costituiscono il primo atto del

complesso procedimento di trascrizione e garantiscono alle parti che, una volta celebrato,

il matrimonio sarà trascritto.

“Subito dopo la celebrazione, il parroco, fungendo così da pubblico ufficiale, spiegherà ai

contraenti gli effetti civili del matrimonio, dando lettura degli artt. 143, 144 e 147 c.c.,

riguardanti i diritti e i doveri dei coniugi, e redigerà l’atto di matrimonio, in doppio

originale, in cui possono essere inserite le dichiarazione dei coniugi consentite dalle leggi

civili”, e relative al regime patrimoniale. “Il parroco del luogo in cui è stato celebrato il

matrimonio” invia inoltre l’atto di matrimonio, accompagnato dalla richiesta di

trascrizione fatta per iscritto, non oltre 5 giorni dalla celebrazione (c.d. trascrizione

tempestiva). La trascrizione “può essere effettuata anche posteriormente su richiesta dei

due contraenti, o anche di uno di essi, con la conoscenza e senza l’opposizione dell’altro,

sempre che entrambi abbiano conservato ininterrottamente lo stato libero dal momento

della celebrazione a quello della richiesta di trascrizione, e senza pregiudizio dei terzi”

(c.d. trascrizione tardiva).

L’ufficiale dello stato civile, qualora sussistano le condizioni per la trascrizione, la effettua

entro 24 ora dal ricevimento dell’atto e ne dà notizia al parroco.

Dunque la celebrazione è un atto complesso: religioso, in quanto è somministrato un

sacramento, amministrativo, in quanto il parroco funge da pubblico ufficiale.

Alla trascrizione non si può procedere: “quando gli sposi non rispondano ai requisiti della

legge civile circa l’età richiesta per la celebrazione, quando sussiste tra gli sposi un

impedimento che la legge civile considera inderogabile”, anche se essa “è tuttavia

ammessa quando l’azione di nullità o di annullamento non potrebbe più essere proposta”.

L’art. 4 del Protocollo addizionale chiarisce che si intendono come impedimenti

inderogabili della legge civile: l’interdizione per infermità di mente di uno dei contraenti,

la sussistenza tra gli sposi di altro matrimonio valido agli effetti civili e gli impedimenti

28

derivanti da delitto o affinità in linea retta. Secondo una sentenza della Corte

costituzionale, l’interdetto va equiparato all’incapace naturale.

Quanto alla trascrizione, l’attuale sistema prevede sia la trascrizione tempestiva che quella

tardiva. Quest’ultima è sottoposta alla volontà delle parti, non può cioè essere richiesta da

terzi, neanche per fondati motivi o interessi personali. È la pubblicità, invece, che assicura

alle parti che il matrimonio sarà trascritto. Ciò ha delle importanti conseguenze pratiche.

In primo luogo nel caso in cui le parti, per valide ragioni personali, decidano di stipulare

un matrimonio meramente religioso, il c.d. matrimonio di coscienza, questo sarà iscritto in

un apposito registro diocesano, ma il vescovo non potrà trascriverlo contro la volontà

delle

parti. Ed ancora, la trascrizione non può essere richiesta dai figli, né dai creditori di una

delle parti per potersi rivalere sul patrimonio dell’altra, poiché in tale materia vige il

principio della libertà matrimoniale, secondo cui spetta solo alle parti scegliere tra uno dei

diversi tipi di matrimonio (meramente religioso, religioso a effetti civili, solo civile o

acattolico).

Ciò premesso, la trascrizione si sostanzia in un negozio autonomo e costituisce l’atto finale

di un processo amministrativo che ha inizio con le pubblicazioni.

La dottrina aveva poi individuato un terzo tipo di trascrizione, quella tempestiva

ritardata. In questo caso, pur mancando le preventive pubblicazioni, l’atto di matrimonio

era stato trasmesso nei termini stabiliti all’ufficiale di stato civile, che provvedeva alle

pubblicazioni e se non vi erano opposizioni o casi di intrascrivibilità, procedeva alla

trascrizione secondo quanto disposto dalla legge n° 847/1929. Poiché quest’ultima legge è

stata abrogata non è più possibile delineare tale tipo di trascrizione.

L’aver riconosciuto rilevanza solo alla volontà delle parti impedisce anche la trascrizione

post mortem, che invece era prevista dalla legge 847/1929.

3.) Gli effetti civili delle sentenze canoniche di nullità matrimoniale

L’Accordo del 1984 stabilisce che: “Le sentenze di nullità del matrimonio pronunciate dai

tribunali ecclesiastici, che siano munite del decreto di esecutività della Segnatura

Apostolica, sono su domanda delle parti o di una sola di esse, dichiarate efficaci nella

Repubblica italiana con sentenza della Corte d’Appello competente”, cioè quella dove il

matrimonio è stato trascritto

La Corte d’Appello deve innanzitutto accertare : “che il giudice ecclesiastico era il giudice

competente a conoscere della causa; che nel procedimento davanti ai tribunali ecclesiastici

è stato assicurato alle parti il diritto di agire e di resistere in giudizio; che ricorrono le altre

condizioni richieste dalla legislazione italiana per la dichiarazione di efficacia delle

sentenze straniere”.

È opportuno osservare che la Segnatura Apostolica, nel dichiarare esecutive le sentenze

dei tribunali ecclesiastici, deve accertare che alle parti sia stato garantito il diritto di agire e

di difendersi (regolarità del procedimento) in almeno due gradi di giudizio, con

conseguente passaggio in giudicato della sentenza (definitività del procedimento).

Quanto al divieto di riesame nel merito: il giudizio di merito circa la nullità matrimoniale

è

di competenza del diritto canonico, e non della giurisdizione civile.

L’Accordo del 1984 prevede, inoltre, che la Corte d’Appello competente, “nella sentenza

che rende esecutiva una sentenza canonica, può indicare provvedimenti economici a

favore di uno dei coniugi il cui matrimonio sia stato dichiarato nullo”.

29

4.) Il problema della riserva di giurisdizione

Il Concordato del 1929 stabiliva il principio della riserva di giurisdizione dei tribunali e

dicasteri ecclesiastici per “le cause che riguardavano la nullità del matrimonio e la

dispensa del matrimonio rato e non consumato”.

Dal principio della libertà matrimoniale, secondo cui le parti hanno il diritto di scegliere

tra i vari tipi di matrimonio: meramente religioso, canonico ad effetti civili, civile e

acattolico, conseguirebbe per le parti la facoltà di adire indifferentemente i Tribunali

ecclesiastici o quelli dello Stato. Il problema in esame non è di facile soluzione perché e la

possibile soluzione sarebbe, pertanto, quella di separare le due giurisdizioni e rivalutare il

principio di libertà matrimoniale.

5.) Il matrimonio acattolico

Il matrimonio acattolico è disciplinato dalla legge 1159/1929, che anzitutto stabilisce che

agli atti compiuti dai ministri dei culti ammessi sono riconosciuti effetti civili solo se la

loro nomina è stata approvata dal Ministro degli interni.

“Il matrimonio acattolico celebrato da uno dei ministri di culto produce dal giorno della

celebrazione gli stessi effetti del matrimonio celebrato davanti all’ufficiale di stato civile,

quando siano state adempiute le seguenti disposizioni”. È l’ufficiale di stato civile “che

sarebbe competente a celebrare il matrimonio”, che, una volta “adempiute tutte le

formalità preliminari e accertato che non sussistono impedimenti alla celebrazione del

matrimonio, rilascia l’autorizzazione scritta contenente l’indicazione del ministro di culto

dinanzi al quale la celebrazione deve aver luogo e della data del provvedimento con cui la

nomina di questi è stata approvata”. Il ministro di culto deve dare lettura degli artt. 143,

144 e 147 c.c., riceve alla presenza di due testimoni idonei la dichiarazione degli sposi di

volersi prendere in marito e moglie e compila l’’atto di matrimonio che trasmette in

originale entro 5 giorni all’ufficiale di stato civile. Questi, “entro 24 ore, provvede alla

trascrizione nei registri dello stato civile”, informandone il ministro di culto che ha

celebrato il matrimonio. In caso di impedimento legittimo, il ministro di culto nominato

può delegare altro ministro che può legalmente sostituirlo nell’ufficio, purché anch’egli sia

stato approvato. Ma “i ministri di culto non possono rilasciare copie né certificati degli atti

di matrimonio celebrati davanti a loro”.

Al matrimonio acattolico, dunque, una volta trascritto, “si applicano, anche per quanto

riguarda le domande di nullità, tutte le disposizioni relative al matrimonio celebrato

davanti all’ufficiale di stato civile”.

6.) Natura ed essenza giuridica del matrimonio

La natura e l’essenza giuridica del negozio matrimoniale cambiano a seconda del punto di

vista, confessionale o statualistico. Per l’ordinamento civile è irrilevante che il matrimonio

possa essere considerato un sacramento, così come per l’ordinamento canonico è

insufficiente una concezione meramente contrattualistica del matrimonio.

L’art. 29 Cost. pone il matrimonio a base della famiglia, nucleo essenziale della società, per

cui l’istituzione ancora oggi conserva un’importanza fondamentale.

Particolare considerazione merita la concezione del matrimonio di Doms, secondo cui il

coniugio

rapporto di nasce dalla volontà di ciascun coniuge di donarsi all’altro, di


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Ecclesiastico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di Diritto Ecclesiastico, Tedeschi. Gli argomenti sono: il diritto ecclesiastico che deve essere distinto da tutti gli ordinamenti confessionali, in particolare dal diritto canonico che riguarda l’ordinamento giuridico della Chiesa cattolica. Le norme in esso contenute assumono rilievo solo se ed in quanto espressamente richiamate dal nostro ordinamento, attraverso le figure tipiche del diritto internazionale privato del rinvio materiale o recettizio e della presupposizione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dammacco Gaetano.

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