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La stessa legge 24 giugno 1929 n. 1159, ancora oggi in vigore, l’unica che disciplina anche i

rapporti con l’islam, prevede una serie di controlli per i culti ammessi nello Stato che non sono in

linea con i principi costituzionali, ma fanno parte di una concezione legata a quel periodo storico

nel quale era visti con sospetto i culti diversi dalla religione cattolica, perché ritenuti potenzialmente

eversivi.

La presenza di queste leggi, ancora in vigore, precedenti alla Costituzione repubblicana, pone dei

problemi in ordine al profondo cambiamento della società italiana dagli anni venti ad oggi in quanto

le confessioni religiose sono aumentante e come contro negli ultimi 20 anni vi è stata una

sostanziale assenza di produzione normativa nel diritto ecclesiastico.

Questa immobilità del legislatore ha costretto la Consulta a modificare le norme precedenti alla

Costituzione a colpi di sentenze per eliminare gli aspetti di incostituzionalità.

Ulteriore prova di inoperosità del legislatore, è la stessa definizione di Stato laico data dalla Corte

costituzionale con la sentenza 12 aprile 1989, n. 203, in relazione ad una eccezione di

costituzionalità sulla legge 25 marzo 1985, n. 121 e l'art. 5, lettera b), numero 2 del Protocollo

addizionale che regolamentano l’insegnamento alternativo alla religione cattolica, la quale ha

sancito che nel nostro ordinamento vige un principio supremo di laicità anche se l’aggettivo laico

non è espressamente usato dalla nostra Carta fondamentale. Questo principio essenziale viene

inserito dalla Corte con un (detto altrimenti), cioè con un affermazione non

obliga dictum

direttamente collegata alla norma esaminata, ma che contiene dei principi che la Consulta tiene ad

affermare.

Per laicità dello Stato facciamo riferimento ad una caratteristica peculiare dell’organizzazione

In altre parole, la

della comunità civile, lo Stato, rispetto alle relazioni con le confessioni religiose.

laicità esprime il distacco dell’ordinamento dello Stato dalle religioni, quindi esprime l’autonomia

dei poteri e degli organi dello Stato rispetto al potere religioso.

Lo Stato laico guarda con attenzione al fenomeno religioso, non per condividerlo (altrimenti

sarebbe uno stato confessionista), ma per governarlo nel rispetto dell’autonomia degli ordinamenti

religiosi. Questo significa consentire il libero esercizio della fede ed evitare contrasti tra

appartenenti a confessioni diverse, come sancisce l’art. 19 della Costituzione.

La laicità è un principio cristiano che nasce dalla frase di Gesù Cristo “date a Cesare quello che è di

Gli avversari di Gesù (farisei, sostenitori del re Erode, spie) lo

Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

tentano con un quesito: “È lecito o no pagare il tributo a Cesare”, cioè la tassa imposta dai

dominatori romani? Domanda trabocchetto, perché a una sua risposta affermativa sarebbe scattata

l'accusa di collaborazionismo, e a una negativa quella di sovversione. Ma Gesù replica con una

controdomanda: “Mostratemi la moneta del tributo” e ottenutala: “Di chi è questa effigie e questa

iscrizione?”. “Di Cesare”, sono costretti a rispondergli. E lui: “Rendete dunque a Cesare quello che

è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Al che gli avversari si allontanano stupiti e ammutoliti.

Narrato in termini molto simili dagli evangelisti Matteo, Marco e Luca, questo celebre episodio è

stato utilizzato nel corso dei secoli, e ancora oggi, come fondamento per legittimare la separazione

fra potere politico e religioso, fra Stato e Chiesa.

Vediamo il percorso che ha qualificato lo Stato italiano come laico.

Fino al 1989, con la sentenza della Corte costituzionale 12 aprile 1989, n. 203, la laicità non era mai

stata espressa come principio dell’ordinamento dello Stato.

Un riferimento vi è solo nella riforma del concordato del 1984, nel punto 1 del protocollo

addizionale: “Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti

Questa norma

lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano.”

esprime una aconfessionalità dello Stato che è stato interpretato da alcuni come ad un inizio del

riconoscimento del principio di laicità.

Il nuovo concordato ripropone, però, sia pure in termini nuovi, due istituti centrali del concordato

del 1929: la disciplina dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e il

riconoscimento da parte dello Stato del matrimonio contratto secondo le norme del diritto canonico.

25

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Da questi due istituti nasce il principio di laicità dello Stato, espresso dalla sentenza della Corte

costituzionale 12 aprile 1989, n. 203, nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 9, punto

44 45

(recte : numero) 2, della legge 25 marzo 1985, n. 121 , una norma a contenuto costituzionalmente

vincolato in quanto rientra nella fattispecie dell’art. 8, secondo comma, che disciplina anche

l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e dell'art. (recte: punto) 5, lettera b),

numero 2, del Protocollo addizionale. Le norme della legge 121/85 erano state investite della

questione di legittimità costituzionale in relazione ai principi di libertà religiosa e uguaglianza delle

confessioni religiose davanti alla legge espressi dagli articoli 3, 7, 8, 19, 20 della Costituzione.

Dall’interpretazione sistematica delle norme costituzionali la Corte ricava il principio supremo di

laicità dello Stato, ma spiega anche come questo principio non contrasta con l’insegnamento della

religione cattolica nelle scuole pubbliche e pertanto dichiara costituzionalmente legittima la legge

121/85.

Secondo lo schema adottato fino alla sentenza del 1989, la Corte costituzionale si esprimeva sulle

norme costituzionali solo nel caso in cui non sia stato rispettato il procedimento aggravato dettato

dall’art. 138 della Costituzione, ma questo non risolveva il problema nel caso di leggi

46 in contrasto con altre norme costituzionali.

costituzionali 47

Un problema non nuovo, su cui si sono confrontati i maggiori giuristi del XX secolo come Kelsen ,

48

Schmitt , Santi Romano, eccetera che la Consulta italiana ha risolto ricorrendo ai principi supremi

dello Stato, in quanto superiori alle stesse norme della Costituzione, è possibile verificare la

legittimità delle stesse leggi costituzionali.

In altre parole la Consulta stabilisce che la verifica della legittimità costituzionale di leggi

costituzionali, può essere fatta solo in rapporto ai principi supremi della Costituzione e non in

rapporto alle singole norme della Carta fondamentale. 49

Fino al 1989 questi principi costituivano solo materia di giurisprudenza manipolativa o additiva ,

cioè create attraverso l’interpretazione della Consulta, ma formalmente inesistenti nella

Costituzione.

La Corte costituzionale con la sentenza del 2 febbraio 1982, n. 18, (sul matrimonio concordatario)

aveva già individuato due principi supremi della Costituzione: la sovranità dello Stato e la

giurisdizione. Ma questi principi sono scritti nella stessa Costituzione.

44 significa “correttamente”, quindi punto due o “correttamente” numero 2.

Recte

45 Ratifica ed esecuzione dell'accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato

lateranensi dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede

46 Le leggi costituzionali sono norme integrative della Costituzione e si differenziano dalle leggi di revisione costituzionale che invece modificano

norme preesistenti, infatti sono nettamente divise nel primo comma dell’art. 138 della Costituzione.

47 Hans Kelsen (1881 - 1973) fu uno dei giuristi più importanti del Novecento. Di famiglia ebrea, studiò scienze giuridiche a Vienna e si laureò nel

1911 in diritto dello Stato e filosofia del diritto.

Kelsen è noto come il capostipite novecentesco della dottrina liberal-democratica del diritto su base giuspositivista. Per Kelsen la legge è norma

positiva (cioè "posta" dagli uomini e non dal trascendente). La norma inoltre è relativa, cioè senza alcun fondamento di Verità. Non si può parlare,

secondo la sua prospettiva, di una legge naturale, almeno non nell'ambito giuridico. Secondo la teoria di Kelsen, infatti, il Diritto è costituito solo ed

esclusivamente dalle norme positive e valide dell'ordinamento giuridico, qualsiasi precetto esse contengano (giuspositivismo).

Lo studioso pone come base di ogni ordinamento le norme sulla produzione del diritto oggettivo (le c.d. fonti del diritto) e crea il concetto di

Grundnorm (norma fondamentale), norma che pone a fondamento del rispetto dell'ordinamento stesso. In altri termini, ogni norma è giustificata dalla

conformità alla norma ad essa superiore gerarchicamente, sino ad una norma cardine (tipicamente uno statuto o una costituzione).

Kelsen fu tra i fondatori della e viene considerato uno degli autori della costituzione austriaca del 1920. Uno dei suoi principali

dottrina pura

"avversari" fu Carl Schmitt.

La teoria delle fonti che sottostà alle idee su esposte ebbe notevole impatto nell'ondata costituzionale successiva alla seconda guerra mondiale, in

particolare per quanto concerne la previsione della corte costituzionale negli ordinamenti costituzionali.

48 Carl Schmitt (1888 - 1985) fu un filosofo politico e uno dei più noti, ma anche discussi, teorici tedeschi di diritto pubblico e internazionale.

Il suo pensiero, le cui radici affondano nella religione cattolica, ruotarono attorno alle questioni del potere, della violenza e dell’attuazione del diritto.

Tra i concetti chiave ci furono, nella loro lapidaria formulazione, lo “stato d’eccezione”, la “dittatura” (Diktatur), la “sovranità" e il “grande spazio” e

le definizioni da lui coniate come “teologia politica”, “custode della costituzione”, “compromesso di formula dilatorio”, “la realtà della costituzione”,

o formule dualistiche come “legalità e legittimità”, “legge e decreto” e “amico e nemico”.

Schmitt oggi viene certamente descritto come un “terribile giurista”, un teorico discusso e ostile alle democrazie liberali, ma è allo stesso tempo

indicato come un “classico del pensiero politico”, non ultimo per l’influenza esercitata sul diritto pubblico e sulla scienza del diritto nella prima

Repubblica Federale Tedesca (per esempio riguardo al “voto di sfiducia costruttivo” e ai solidi vincoli posti in caso di modifica costituzionale).

49 La norma è estensiva, o additiva, avviene quando la Corte costituzionale aggiunge una parte della norma per specificarla in un determinato senso e

in questo modo la legge prende un’altra connotazione. 26

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Invece la sentenza del 12 aprile 1989, n. 203, è una vera innovazione della giurisprudenza

costituzionale, in quanto viene creata una norma Costituzionale, definita giurisprudenza creativa,

perchè viene inserito il principio della laicità dello Stato che formalmente non esiste nella

Costituzione.

In altri termini, la Corte costituzionale crea formalmente e sostanzialmente, non individua, il

principio supremo della laicità dello Stato:

formalmente in quanto emerge dagli articoli 2, 3, 7, 8, 19, e 20 della Costituzione;

• sostanzialmente perché, dice la Corte, il principio di laicità “implica non indifferenza dello Stato

• dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in

regime di pluralismo confessionale e culturale”.

Questo concetto di laicità espresso dalla Consulta non implica una indifferenza dello Stato per la

religione, come può avvenire per i paesi separatisti, ma una garanzia della libertà religiosa a favore

del pluralismo sia confessionale che culturale. Quest’ultima è un’altra grande novità della sentenza

203/89, in quanto riconosce anche le differenze tra le confessioni religiose dovute alle diverse

culture sia del popolo italiano che degli altri popoli. In sintesi viene sancito il pluralismo religioso e

quello culturale.

L’art. 36 del concordato del 1929 considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica

mentre per l’art. 9 dell’Accordo di revisione del concordato

l’insegnamento della dottrina cristiana,

lateranensi del 1984 i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo

Questo rende costituzionalmente legittimo l’insegnamento della religione cattolica nelle

italiano.

scuole pubbliche.

Per la Corte “Il genus ("valore della cultura religiosa") e la species ("principi del cattolicesimo nel

patrimonio storico del popolo italiano") concorrono a descrivere l'attitudine laica dello Stato-

comunità, che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione

dello Stato-persona o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o ad un particolare credo, ma

Cioè viene

si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini.”

legittimato l’insegnamento della religione cattolica perché lo Stato riconosce il valore della cultura

come valore generico (genus), e il valore specifico (species) dato dai

religiosa, principi del

cattolicesimo nel patrimonio storico del popolo italiano.

In sintesi dalla sentenza della Corte costituzionale del 12 aprile 1989, n. 203 si ricavano tre principi:

principio supremo di laicità dello Stato che non implica indifferenza dello Stato davanti alla

• religione, ma riconoscimento del valore della cultura religiosa (genus) e del patrimonio storico

specifico della religione cattolica (species).

La garanzia della libertà di religione, tanto che oggi è facoltativa e non più obbligatoria come

• con il Concordato del 1929.

Il riconoscimento del del popolo italiano.

pluralismo confessionale e culturale”

Dal 1989 ad oggi la Corte costituzionale è ritornata sul principio supremo di laicità dello Stato per

circa venti volte e in cinque casi ha individuato principi nuovi:

Con la sentenza del 14 gennaio 1991, n. 13, sancisce che l’insegnamento della libertà religiosa

• deve svolgersi nel rispetto della libertà di coscienza, un principio che viene prima della libertà di

religione. Inoltre i “non cioè coloro che decidono di non seguire la religione

avvalentisi”,

cattolica, non sono tenuti ad altro impegno scolastico. E’ il c.d. stato di non obbligo, diverso

dalla facoltà di scelta che indica la possibilità tra l’insegnamento religioso e un altro

insegnamento.

Con la sentenza del 27 aprile 1993, n. 195, sancisce il principio di uguaglianza in relazione alla

• disparità generata da una legge della regione Abruzzo che dava diritto al finanziamento

pubblico per la costruzione di luoghi di culto solo alla religione cattolica e alle confessioni con

intesa e la negava a tutte le altre. 27

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Con la sentenza del 18 ottobre 1995, n. 440, la Corte ha giudicato illegittimo l’art. 724, primo

• comma, del codice penale, relativo alla bestemmia, limitatamente alle parole: "o i Simboli o le

Persone venerati nella religione dello Stato", in quanto la religione di Stato non esisteva più,

formalmente dall’entrata in vigore della legge 121/85, e perché questa norma era in contrasto

con il principio di uguaglianza.

50

L’art. 402 del codice penale, vilipendio della religione cattolica, viene dichiarato illegittimo

• perché riguarda solo la religione cattolica.

51 52 53

, 404 , 405 , del codice penale, vengono dichiarati illegittimi solo in relazione al

Gli art. 403

• differente regime sanzionatorio.

Sulla questione dell’esposizione dei simboli religiosi, una circolare ministeriale del 2002 invita i

dirigenti delle scuole pubbliche, tra le altre cose, a destinare nelle scuole uno spazio per la preghiera

ed il raccoglimento e ribadisce l’obbligo di esporre il Crocifisso nelle aule.

Successivamente sulla questione, il TAR del Veneto promuove, con ordinanza del 14 gennaio 2004,

la questione di legittimità alla Corte costituzionale per violazione del diritto i libertà religiosa. Con

l’ordinanza 15 dicembre 2004, n. 389, definita pilatesca, la Corte giudica inammissibile il quesito

perché riguarda dei regolamenti, mentre la Consulta si occupa solo di leggi. La questione ritorna al

TAR del Veneto che con la sentenza 22 marzo 2005 n. 1110 ordina che il crocifisso rimanga nelle

aule perché quando le disposizioni regolamentari “non contrastano con il principio della laicità

dello Stato repubblicano, emergente dalla Corte costituzionale, laddove dispongono l'obbligatoria

esposizione nelle aule della scuola pubblica del Crocifisso, inteso quale simbolo di una particolare

storia, cultura e identità nazionale oltre che espressione di alcuni principi laici della comunità e,

dunque, non solo contrastante ma addirittura affermativo e confermativo del principio di laicità

Per il TAR del Veneto il principio di laicità è un concetto cristiano che nasce dalla

medesimo”.

famosa frase di Gesù Cristo: “date Il

a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Consiglio di Stato, con la sentenza del 13 gennaio 2006 n. 556, afferma il principio della c.d. laicità

relativa, in relazione alla differenza con l’ordinamento francese e statunitense, in quanto la laicità “è

relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente

In sintesi ogni stato intende la laicità in

storica, legata com’è al divenire di questa organizzazione”.

maniera autonoma, in relazione alle diverse origini storiche.

Vi è da aggiungere che la questione del Crocifisso nelle aule coinvolge la libertà religiosa collettiva,

mentre le questioni legate ai simboli religiosi personali (crocifissi al collo, foulard per islamici,

eccetera) coinvolgono la libertà religiosa individuale. Questo secondo caso interessa la Francia e

altri paesi separatisti, dove i Crocifissi nelle aule e i simboli religiosi similari non sono ammessi,

50 Art. 402. Vilipendio della religione dello Stato.

Chiunque pubblicamente vilipende la religione dello Stato è punito con la reclusione fino a un anno

51 Art. 403. Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone.

Chiunque pubblicamente offende la religione dello Stato mediante vilipendio di chi la professa, è punito con la reclusione fino a due anni. Si applica

la reclusione da uno a tre anni a chi offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di un ministro del culto cattolico.

La Corte costituzionale, con sentenza 18-29 aprile 2005, n. 168, ha dichiarato l'illegittimità dell’articolo, nella parte in cui si prevede, per le offese alla

religione cattolica mediante vilipendio di chi la professa o di un ministro del culto, la pena della reclusione rispettivamente fino a due anni e da uno a

tre anni, anziché la pena diminuita stabilita dall'art. 406 del codice penale.

52 Art. 404. Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose.

Chiunque in luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di cose che

formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all'esercizio del culto, è punito con la reclusione da uno a tre

anni.

La stessa pena si applica a chi commette il fatto in occasione di funzioni religiose, compiute in un luogo privato da un ministro del culto cattolico.

La Corte costituzionale, con sentenza 10-14 novembre 1997, n. 329, ha dichiarato l'illegittimità del primo comma, nella parte in cui prevede la pena

della reclusione da uno a tre anni, anziché la pena diminuita prevista dall'art. 406 del codice penale.

53 Art. 405. Turbamento di funzioni religiose del culto cattolico.

Chiunque impedisce o turba l'esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto cattolico, le quali si compiano con l'assistenza di un

ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è punito con la reclusione fino a due anni.

Se concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia, si applica la reclusione da uno a tre anni.

La Corte costituzionale, con sentenza 1-9 luglio 2002, n. 327, ha dichiarato l'illegittimità dell’art. 405, nella parte in cui, per i fatti di turbamento di

funzioni religiose del culto cattolico, prevede pene più gravi, anziché le pene diminuite stabilite dall'articolo 406 del codice penale per gli stessi fatti

commessi contro gli altri culti. 28

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mentre lo sono quelli personali non ostensibili, ma in tal modo viene toccata anche la libertà

religiosa individuale.

54

Per Silvio Ferrari è vecchio il modo di vedere il diritto ecclesiastico un ottica istituzionalistica,

cioè partendo dai rapporti tra istituzione Stato e istituzione Chiesa, ormai superato dalla legislatio

che meglio tutela la libertà religiosa. La controversa questione del crocifisso nelle scuole

libertatis

pubbliche non si risolve appendendo o rimuovendo un simbolo religioso, perché in ogni caso sarà

violata libertà di religione di qualcuno (esponendo il crocifisso per i non cattolici e rimuovendolo

per i cattolici), ma probabilmente aggiungendo un altro simbolo religioso, se vi sono studenti di

un'altra religione, anche perché in Italia vi sono pochissime confessioni che hanno un seguito

rilevante. Questa soluzione può essere una forma di pluralismo religioso e un’occasione per

informare gli studenti sulle religioni seguite dai loro compagni di classe.

La questione del velo

Esistono diversi tipi di veli in uso tra le musulmane. Le differenze sono di tipo culturale e

geografico. In Medio oriente abbiamo:

abaya (Golfo Persico), nero, lungo dalla testa ai piedi, leggero, sovente indossato su jeans e

• camice colorate, lascia completamente scoperto il volto, spesso truccato molto bene.

chador (Iran): generalmente nero, indica sia un fazzoletto sulla testa, sia un mantello su tutto il

• corpo.

niqab (Arabia Saudita): nero, ammanta l'intera figura, con una fessura all'altezza degli occhi.

In oriente:

burqa (Afganistan): per lo più azzurro, nasconde tutta la figura, con una griglia all'altezza degli

• occhi. Lo usavano le donne afgane già prima della conversione all’Islam, è una forma di abito

tradizionale.

In Nord africa

haik (soprattutto Marocco ed Algeria): bianco, di cotone, copre dalla testa ai piedi, sovente

• anche il volto.

Altri

hijab: fazzoletto ampio, di colori diversi, cela orecchie, nuca e capelli.

In Italia, possiamo dire che burqa e chador sono vietati, perché il testo unico delle leggi di pubblica

sicurezza proibisce di presentarsi mascherati in luoghi pubblici. Inoltre una circolare del Ministero

dell’Interno del 1995 autorizza l’uso di foto con il velo per i documenti di identità per le donne

musulmane, mentre in altri paesi europei questo divieto resta.

Nei luoghi pubblici, comprese scuole e luoghi di lavoro, l’uso del velo è consentito, purché si trattai

di un semplice foulard (hijab) che lasci scoperto il volto.

Il terzo comma dell’art. 36 della legge 40/98 - Disciplina dell'immigrazione e norme sulla

condizione dello straniero – detta: “La comunità scolastica accoglie le differenze linguistiche e

culturali come valore da porre a fondamento del rispetto reciproco, dello scambio tra le culture e

della tolleranza; a tale fine promuove e favorisce iniziative volte alla accoglienza, alla tutela della

Quindi

cultura e della lingua d'origine e alla realizzazione di attività interculturali comuni.”

portare un abbigliamento che affermi la propria identità culturale è considerato un valore.

Per analogia, può essere vista la sentenza della Cassazione, Sezione Lavoro, 9/4/1993 n. 4307, per

un problema simile a quello del velo, posto in ambito lavorativo, con cui ha stabilito che il

lavoratore non è vincolato ad un certo abbigliamento dovendo rispettare solo norme di igiene e

sicurezza, a meno che non debba indossare una divisa aziendale.

54 Silvio Ferrari è direttore del master in diritto comparato delle religioni, professore ordinario di diritto canonico all’Università di Milano, Professore

invitato. Dal 1994 è professore di Diritto canonico all’Università di Milano, dal 1998 è professore di relazioni tra Stati e Chiesa alla Katholieke

Universiteit di Lovanio, dal 2000 insegna al DEA in Droit et Religion all’Università di Strasburgo e dal 2002 è docente di Storia del Diritto canonico

alla FTL. È inoltre membro di molti organismi scientifici, del comitato scientifico dell’Istituto DiReCom e dal 1984 Direttore della rivista “Quaderni

di diritto e politica ecclesiastica”. 29

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Questa sentenza nasce da un fatto diverso: Il Gruppo Industriale Busnelli ricorre per Cassazione a

seguito della sentenza del Tribunale di Monza che ha ritenuto illegittima la sanzione di tre ore di

multa comminata al suo dipendente Gesuino Bussu, il quale è stato successivamente licenziato per

assenza ingiustificata, e ha disposto la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, il

pagamento delle retribuzioni maturate e il risarcimento del danno. Il giudice di secondo grado ha

ritenuto che la pretesa della società di imporre al dipendente l'uso dei pantaloni lunghi, quale

condizione per essere ammesso al lavoro, era priva di giustificazione in mancanza di una esplicita

norma o di un uso aziendale in tal senso; nè era applicabile il contratto collettivo nazionale del

settore laddove sanziona comportamenti contrari alla sicurezza o all'igiene. La Cassazione dà

ragione al lavoratore e, per analogia, offre un precedente che chiarisce in senso permissivo l’uso dei

foulard sul luogo di lavoro, purché non contrasta con l'igiene e la sicurezza.

Il disegno di legge sulla libertà religiosa in Italia, nulla prevede sui simboli religiosi e anche le due

bozze di intesa con la comunità islamica nulla prevedono sui simboli religiosi, ma solo la possibilità

di indossare il velo per le foto dei documenti personali, un diritto già riconosciuto.

In sintesi, la legislazione italiana, alla luce del principio di libertà religiosa e laicità, non prevede

limitazioni all’uso di simboli religiosi o abiti religiosi nei luoghi pubblici.

La Cassazione penale con la sentenza 4 aprile 2006 n. 11919 ha condannato, con l’aggravante

dell’odio e la finalità della discriminazione etnica, razziale e religiosa, un uomo che aveva strappato

per strada il velo ad una donna. La Cassazione ha stabilito che togliere con violenza il velo dal capo

ad una donna musulmana è un aggravante, perché lede l’integrità morale di persone appartenenti ad

una religione diversa da quella cattolica.

L’intesa con la Tavola valdese

La Tavola valdese rappresenta due chiese: quella Valdese e quella Metodista. L’intesa è la prima

siglata tra lo Stato italiano e una confessione religiosa nella storia della Repubblica. E’ stata firmata

nel 1984, approvata con la legge n. 449 dell'11 agosto 1984, e successivamente integrata dalla legge

n. 409 del 5 ottobre 1993 e dal 1994 partecipa all'otto per mille del gettito IRPEF.

55 in una commissione paritetica nella

L’intesa è di tipo esterno perché elaborata da plenipotenziari

quale, la parte del Governo italiano, era formata dalla stesse persone che trattavano con la Chiesa

cattolica per la sottoscrizione del nuovo concordato del 1984.

Il primo comma dell’art. 2 dell’Intesa sancisce: “La Repubblica italiana dà atto dell'autonomia e

Con questo articolo lo Stato accetta

della indipendenza dell'ordinamento valdese”.

l’autoqualificazione di questa confessione religiosa, il suo ordinamento autonomo e indipendente e

quindi sovrano, perché l’autonomia e l’indipendenza definiscono la sovranità. L’affermazione di

questo articolo non lo troviamo in nessuna intesa, ad eccezione di quella con la religione ebraica e

del Concordato con la Chiesa cattolica.

Sull’insegnamento della religione, l’intesa all’art. 9, al primo comma, detta: “La Repubblica

italiana prende atto che la Tavola valdese, nella convinzione che l'educazione e la formazione

religiosa dei fanciulli e della gioventù sono di specifica competenza delle famiglie e delle chiese,

non richiede di svolgere nelle scuole gestite dallo Stato o da altri enti pubblici, per quanti hanno

56 o di dottrina religiosa o

parte nelle chiese da essa rappresentate, l'insegnamento di catechesi

In sintesi la Tavola valdese afferma che l’insegnamento della religione è di

pratiche di culto.”

competenza specifica delle chiese e delle famiglie e quindi non richiede di svolgere nelle scuole

tale insegnamento.

gestite dallo Stato o da altri enti pubblici

Possiamo anche dire la Chiesa valdese non ritiene la religione un insegnamento di cultura al pari di

altre materie, ma solo catechesi o Di questa volontà, lo Stato

dottrina religiosa o pratiche di culto.

55 Persone investite di pieni poteri nel trattare e concludere un accordo diplomatico.

56 L’insegnamento a voce dei principi della religione cristiana. 30

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italiano ne prende atto, cioè accetta questa decisione della Tavola valdese e la condivide come

propria.

Sempre l’art. 9, al secondo comma, detta: “La Repubblica italiana, nell'assicurare l'insegnamento

della religione cattolica nelle scuole pubbliche, materne, elementari, medie e secondarie superiori,

riconosce agli alunni di dette scuole, al fine di garantire la libertà di coscienza di tutti, il diritto di

non avvalersi delle pratiche e dell'insegnamento religioso per loro dichiarazione, se maggiorenni, o

altrimenti per dichiarazione di uno dei loro genitori o tutori.”

Come si può notare nell’intesa troviamo uno specifico riferimento alla Chiesa cattolica, ma anche

alla libertà di coscienza di tutti e al diritto di non avvalersi delle pratiche e dell'insegnamento

Il nell’intesa con la Tavola valdese è un principio restrittivo rispetto a

religioso. non avvalersi

quello sottoscritto nel coevo concordato del 1984 con la Chiesa cattolica che, allo stesso articolo e

comma, garantisce invece il diritto di scegliere dell’insegnamento della

se avvalersi o non avvalersi

religione. Questa restrizione al solo ha un valore politico, voluto dalla Tavola valdese,

non avvalersi

al fine di marcare la differenza con la Chiesa cattolica e per non precludere la possibilità agli alunni

di fede Valdese di seguire, volendo, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche.

Inoltre nell’intesa si fa riferimento alle scuole pubbliche, materne, elementari, medie e secondarie

mentre nel concordato del 1984 sono citate le

superiori, scuole pubbliche non universitarie di ogni

ordine e grado.

Infine l’art. 9, al terzo comma, detta: “Per dare reale efficacia all'attuazione di tale diritto,

l'ordinamento scolastico provvede a che l'insegnamento religioso ed ogni eventuale pratica

religiosa, nelle classi in cui sono presenti alunni che hanno dichiarato di non avvalersene, non

abbiano luogo in occasione dell'insegnamento di altre materie, né secondo orari che abbiano per i

Il principio di non discriminazione, per gli alunni che

detti alunni effetti comunque discriminanti.”

hanno deciso non avvalersi dell’insegnamento religioso, è stato oggetto di numerosi ricorsi davanti

al giudice ordinario e amministrativo, in quelle scuole che avevano inserito l’ora di religione alla

prima o all’ultima ora della giornata per sfruttare la minore attenzione degli alunni in quelle due

fasce estreme dell’orario delle lezioni o la tentazione dei ragazzi di lasciare l’aula un’ora prima o

arrivare un ora dopo in classe.

Sulla questione, importante è la sentenza della Corte costituzionale, 12 aprile 1989, n. 203, già

trattata per aver istituito il principio supremo di laicità dello Stato, che in relazione

all’insegnamento religioso, la Consulta ha sancito che “per quanti decidano di non avvalersene

l'alternativa è uno stato di non-obbligo.”

Lo studente può utilizzare in tre modi lo studiando materie alternative,

stato di non-obbligo:

restando nell’istituto scolastico per approfondimenti (ad esempio studiare in biblioteca) oppure

andare a casa sotto la se minore, come dispone l’art. 9,

responsabilità educativa dei genitori,

comma 2, del concordato del 1984. 57 , una chiesa cristiana evangelica

Per altre intese, ad esempio quella con le Assemblee di Dio

pentecostale, l’insegnamento della religione non è un problema, in quanto è riconosciuto il carattere

pluralistico della scuola, sancito nell’art. 8 dell’intesa (garanzia della libertà di conoscenza di non

avvalersi di insegnamenti religiosi in genere) e nell’art. 9 (carattere pluralistico dell’insegnamento

scolastico) dell’intesa con detta confessione. In seguito questo schema è stato seguito anche per le

intese con altre confessioni religiose.

Il primo comma dell’art. 11 dell’intesa dispone: “La Repubblica italiana, attesa la pluralità dei

sistemi di celebrazione cui si ispira il suo ordinamento, riconosce gli effetti civili ai matrimoni

celebrati secondo le norme dell'ordinamento valdese, a condizione che l'atto relativo sia trascritto

Questo comma differisce

nei registri dello stato civile, previe pubblicazioni alla casa comunale.”

dall’art. 8 – comma 1- del concordato del 1984 “Sono riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni

57 Legge 22 novembre 1988, n. 517 - Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e le Assemblee di Dio in Italia.

31

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contratti secondo le norme del diritto canonico, a condizione che l’atto relativo sia trascritto nei

Innanzi tutto perché

registri dello stato civile, previe pubblicazioni nella casa comunale.”

nell’intesa con Tavola valdese, vengono riconosciuti gli effetti civili del matrimonio con il

presupposto della pluralità dei sistemi di celebrazione cui si ispira l’ordinamento della Repubblica;

mentre nel nuovo concordato “sono riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni contratti secondo le

senza alcun presupposto. Inoltre, per la Tavola valdese i matrimoni

norme del diritto canonico”,

sono mentre diventano contratti solo quando sono trascritti nei registri dello stato civile,

celebrati,

invece per la Chiesa cattolica il matrimonio è direttamente. Infine la formulazione

contratto

dell’intesa con la Tavola valdese lascia libertà ai suoi fedeli di non scegliere il rito Valdese.

Un punto di unione tra i due accordi, è dato dal fatto che per entrambi il ministro di culto che

celebra il matrimonio non deve essere necessariamente cittadino italiano, come invece è essenziale

per le altre confessioni religiose munite di intesa.

L’art. 11 dell’Intesa nel secondo e terzo comma dispone: “Coloro che intendono celebrare il

matrimonio secondo le norme dell'ordinamento valdese debbono comunicare tale intenzione

all'ufficiale dello stato civile al quale richiedono le pubblicazioni.

L'ufficiale dello stato civile, il quale abbia proceduto alle pubblicazioni richieste dai nubendi,

accerta che nulla si oppone alla celebrazione del matrimonio secondo le vigenti norme di legge e

Con la concessione

ne dà attestazione in un nulla osta che rilascia ai nubendi in duplice originale.”

del nulla osta, si conclude il procedimento preliminare alla celebrazione del matrimonio.

Il nulla osta contiene aspetti divergenti nel quarto comma dell’art. 11 dell’intesa, rispetto all’art. 8

del nuovo concordato: per la Chiesa cattolica viene rilasciato senza condizioni, mentre per la Tavola

valdese oltre a precisare che la celebrazione nuziale seguirà secondo le norme dell'ordinamento

valdese e nel comune indicato dai nubendi, deve altresì attestare che ad essi sono stati spiegati, dal

predetto ufficiale, i diritti e i doveri dei coniugi, dando ad essi lettura degli articoli del codice civile

al riguardo.”

Altra differenza sostanziale tra intesa con la Chiesa valdese e il concordato sta nell’eventuale fine

del matrimonio: per la Chiesa cattolica vi è la nullità con sentenza dei tribunali ecclesiastici delibata

dalla Corte d’appello, mentre la Chiesa valdese demanda tutto allo Stato, in quanto nulla esprime in

questo senso. 58

L’intesa con la Chiesa Cristiana Avventista del 7° giorno

L'Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, articolazione italiana delle Chiese

avventiste, ha stipulato nel 1986 un'intesa ratificata con legge 22 novembre 1988, n. 516.

L’art. 18 regolamenta il matrimonio e al numero 1 detta: “La Repubblica italiana riconosce gli

effetti civili ai matrimoni celebrati di fronte ai ministri di culto delle Chiese cristiane avventiste

aventi la cittadinanza italiana, a condizione che l'atto di matrimonio sia trascritto nei registri dello

Questa norma differisce dalla omologa

stato civile, previe pubblicazioni presso la casa comunale.”

contenuta nell’art. 11 dell’intesa con la Chiesa valdese: “La Repubblica italiana, attesa la pluralità

infatti qui vi è un riferimento esplicito

dei sistemi di celebrazione cui si ispira il suo ordinamento”,

all’ordinamento della Chiesa valdese che per la Chiesa avventista non compare, anche se

implicitamente viene egualmente riconosciuto.

58 La Chiesa avventista del 7° giorno è presente in Italia sin dal 1864. Attualmente sono oltre un centinaio le chiese ed i luoghi di culto aperti al

pubblico. La Chiesa avventista del 7° giorno confessa la fede trinitaria e cristologica dei primi simboli cristiani. Essa accoglie le dottrine protestanti

esemplificate nelle formule Sola Scriptura, Sola Fide, Sola Gratia.

Dopo il fallimento delle profezie di Miller, essa non propone oggi più date relativamente al Secondo Avvento di Cristo. Essa piuttosto pone l'accento

sulla storicità di questo evento e sulla necessità del ravvedimento personale. Essa accoglie il Decalogo come suprema legge morale per l'umanità. Il

settimo giorno, il giorno dedicato al riposo è considerato il sabato e non la domenica, come in altre chiese cristiane.

La Chiesa avventista del 7° giorno rigetta la dottrina dell'immortalità dell'anima e crede che l'immortalità promessa da Dio sarà data ai credenti di

ogni epoca soltanto alla risurrezione che avverrà alla seconda venuta di Cristo.

I maggiori riti praticati nella Chiesa avventista del 7° giorno sono il battesimo, che non viene però conferito in età infantile, e la cioè la

Santa Cena,

comunione, che viene preceduta dal rito della lavanda dei piedi, secondo l'esempio dato da Gesù Cristo all'ultima Cena.

32

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Nell’intesa con la Chiesa avventista viene solo detto che i matrimoni sono celebrati di fronte ai

senza alcun riferimento al pluralismo religioso dell’intesa Valdese. In sintesi è il

ministri di culto,

matrimonio previsto dall’art. 83 c.c. - matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi

nello Stato – con qualche aggiornamento.

L’intesa con le Assemblee di Dio

L’intesa con le Assemblee di Dio, stipulata anche nel 1986, è stata ratificata con la legge 22

novembre 1988, n. 517 (differisce solo di un numero rispetto alla Chiesa Avventista. Questa

confessione non partecipa alla ripartizione dell’8 per mille per le quote non espresse.

L’art. 12 regolamenta il matrimonio e al numero 1 detta: “La Repubblica italiana riconosce gli

effetti civili ai matrimoni celebrati di fronte ai ministri di culto delle ADI aventi la cittadinanza

italiana, a condizione che l'atto relativo sia trascritto nei registri dello stato civile, previe

Una norma del tutto simile alla omologa dell’art. 18 dell’intesa

pubblicazioni nella casa comunale.”

con la Chiesa avventista.

L’intesa con la l'Unione delle Comunità ebraiche

L’intesa con la l'Unione delle Comunità ebraiche italiane, stipulata nel 1987, è stata ratificata con la

legge 8 marzo 1989, n. 101.

L'Unione delle Comunità ebraiche italiane raggruppa e rappresenta le comunità dei poco più di

30.000 ebrei italiani nei rapporti con lo Stato.

L’art. 14 regolamenta il matrimonio e al numero 1 detta: “Sono riconosciuti gli effetti civili ai

matrimoni celebrati in Italia secondo il rito ebraico davanti ad uno dei ministri di culto di cui

all'articolo 3 che abbia la cittadinanza italiana, a condizione che l'atto relativo sia trascritto nei

In sintesi è il matrimonio

registri dello stato civile, previe pubblicazioni nella casa comunale.”

- matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello Stato –

previsto dall’art. 83 c.c.

con qualche aggiornamento, ad esempio i coniugi possono rendere dichiarazioni al ministro di culto

sul riconoscimento o legittimazione dei figli e sulla scelta del regime patrimoniale.

Questa confessione, che è più antica della cattolica, prevede ancora il ripudio, un altro problema

importante che va contro la donna. Sia nella società ebraica che in quella musulmana - la

legislazione è molto simile - esiste il divorzio concesso dai tribunali religiosi. In entrambe le

religioni, solo l’uomo può chiedere il divorzio; alla donna non è permesso farlo, e ancor meno se

questa è cristiana.

L’ultimo comma dell’art. 14 detta: “Resta ferma la facoltà di celebrare e sciogliere matrimoni

religiosi, senza alcun effetto o rilevanza civile, secondo la legge e la tradizione ebraiche.”

L’intesa con la Chiesa Evangelica Luterana

L’intesa con la Chiesa Evangelica Luterana, stipulata nel 1993, è stata ratificata con la legge 29

novembre 1995, n. 520.

L’art. 13, n. 1, sul matrimonio detta: “Ferma restando l'autonomia della CELI e delle sue Comunità

in materia religiosa e di culto, la CELI riconosce allo Stato italiano esclusiva giurisdizione per

La Chiesa luterana pur affermando la sua

quanto concerne gli effetti civili del matrimonio.”

autonomia, riconosce la giurisdizione esclusiva allo Stato sugli effetti civili del matrimonio. Per la

parte restante l’articolo è molto simile a quello delle altre intese.

L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche

Ai sensi dell’art. 5 del protocollo addizionale dell’accordo di revisione del concordato lateranensi

del 1984, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole “è impartito – in conformità alla

dottrina della Chiesa e nel rispetto della libertà di coscienza degli alunni - da insegnanti che siano

riconosciuti idonei dall’autorità ecclesiastica, nominati, d’intesa con essa, dall’autorità scolastica.

33

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Nelle scuole materne ed elementari detto insegnamento può essere impartito dall’insegnante di

classe, riconosciuto idoneo dall’autorità ecclesiastica, che sia disposto a svolgerlo.”

Con successiva intesa tra le competenti autorità scolastiche e la Conferenza episcopale italiana,

esecutiva con il D.P.R. 16 dicembre 1985 n. 751, sono stati determinati:

1) i programmi dell’insegnamento della religione cattolica per i diversi ordini e gradi delle scuole

pubbliche;

2) le modalità di organizzazione di tale insegnamento, anche in relazione alla collocazione nel

quadro degli orari delle lezioni;

3) i criteri per la scelta dei libri di testo;

4) i profili della qualificazione professionale degli insegnanti.

L’art. 4, del D.P.R. 751/85, ribadisce che l'insegnamento della religione cattolica, impartito nel

quadro delle finalità della scuola, deve avere dignità formativa e culturale pari a quella delle altre

e “deve

discipline essere impartito in conformità alla dottrina della Chiesa da insegnanti

riconosciuti idonei dall'autorità ecclesiastica e in possesso di qualificazione professionale

In sintesi i requisiti degli insegnanti della religione cattolica sono tre:

adeguata”.

1. devono essere conformi alla religione,

2. idonei dall'autorità ecclesiastica,

3. in possesso di qualificazione professionale adeguata.

Mentre gli insegnanti delle scuole cattoliche devono essere graditi all’autorità ecclesiastica, nelle

scuole pubbliche devono essere idonei per il vescovo diocesano il quale valuta le caratteristiche

morali ed ecclesiali del docente e non la sua qualificazione professionale.

Ai sensi dell’art. 4, del D.P.R. 751/85, sotto il profilo professionale, nelle scuole secondarie di

primo e secondo grado l'insegnamento della religione cattolica può essere affidato a chi abbia

almeno uno dei seguenti titoli: 59 , licenza o dottorato) in teologia o nelle altre discipline

a) titolo accademico (baccalaureato

ecclesiastiche, conferito da una facoltà approvata dalla Santa Sede; 60 ;

b) attestato di compimento del regolare corso di studi teologici in un Seminario maggiore

c) diploma accademico di magistero in scienze religiose, rilasciato da un Istituto di scienze religiose

approvato dalla Santa Sede che è il titolo di studio di una parte degli insegnanti di religione laici;

d) diploma di laurea valido nell'ordinamento italiano, unitamente a un diploma rilasciato da un

istituto di scienze religiose riconosciuto dalla Conferenza episcopale italiana che è il titolo di studio

della maggioranza degli insegnanti di religione laici.

Nella scuola materna ed elementare l'insegnamento della religione cattolica può essere impartito

dagli insegnanti che abbiano frequentato nel corso degli studi secondari superiori l'insegnamento

In altre

della religione cattolica, o comunque siano riconosciuti idonei dall'ordinario diocesano.

parole la maestra o il maestro possono insegnare religione se questa è stata una materia nel loro

corso di studio o, se questo non è accaduto, che comunque siano riconosciuti idonei dall'ordinario

diocesano.

Nel caso in cui l'insegnamento della religione cattolica non venga impartito da un insegnante della

scuola, può essere affidato a sacerdoti, diaconi e a chi è fornito della Laurea specialistica in scienze

per l’educazione per l'insegnamento nelle scuole materne ed elementari, oppure a chi, fornito di

altro diploma di scuola secondaria superiore, abbia conseguito almeno un diploma rilasciato da un

Istituto di scienze religiose riconosciuto dalla Conferenza episcopale italiana.

In virtù di questa legge gli insegnanti di religione dovevano essere nominati dal provveditorato,

previa idoneità dell’ordinario diocesano, senza un concorso. Questo sistema creava una forma di

precariato permanente che è stato per anni al centro di un dibattito politico e giuridico, perché

59 Il baccalaureato è, nel delle facoltà teologiche della Chiesa cattolica, il primo titolo di studio che si ottiene. È riconosciuto

curriculum studiorum

equivalente a un diploma universitario dallo stato italiano. I titoli seguenti sono la licenza e il dottorato.

60 Il seminario minore è un collegio che corrisponde al liceo per i più giovani, mentre il seminario maggiore è un insegnamento di livello universitario

presente in Puglia solo a Molfetta. 34

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l’idoneità del docente doveva essere rinnovata annualmente. In sintesi, l’insegnante di religione non

poteva essere mai di ruolo e questo comportava anche un danno economico, in quanto la nomina era

valida da settembre a giugno, quindi luglio ed agosto non erano retribuiti, ne vi erano ferie pagate.

A distanza di 18 anni, a questa situazione ha posto rimedio la legge 18 luglio 2003 n. 186 la quale

sancisce l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione a seguito di regolare concorso.

Il motivo del ritardo di questa legge è dovuto al fatto che l’immissione in ruolo degli insegnati è

subordinata all’idoneità rilasciata dall’autorità ecclesiastica. La legge 186/03, all’art. 4 comma 3,

risolve la questione con questa norma: “L'insegnante di religione cattolica con contratto di lavoro a

tempo indeterminato, al quale sia stata revocata l'idoneità, ovvero che si trovi in situazione di

esubero a seguito di contrazione dei posti di insegnamento, può fruire della mobilità professionale

nel comparto del personale della scuola, con le modalità previste dalle disposizioni vigenti e

subordinatamente al possesso dei requisiti prescritti per l'insegnamento richiesto, ed ha altresì

titolo a partecipare alle procedure di diversa utilizzazione e di mobilità collettiva previste

In altre parole, se viene revocata

dall'articolo 33 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.”

61

l’idoneità o diminuiscono i posti a disposizione , per il calo degli studenti che scelgono

l’insegnamento della religione cattolica, il docente può fruire della mobilità professionale nel

e, se non ha i requisiti per questo, può essere impiegato in

comparto del personale della scuola

mansioni amministrative.

Questa legge è stata motivo di numerosi ricorsi, in particolare il Consiglio di Stato, con la sentenza

27 settembre 2006 n. 5648, ha stabilito che i docenti di religione, non possono partecipare ad un

concorso riservato ai precari storici, perché all’epoca del concorso non vi era il ruolo per

l’insegnamento della religione.

Anche la Corte costituzionale 20 luglio 2006 n. 297 si è espressa sulla questione di legittimità

costituzionale dell’art. 5, comma 1, della legge 186/03 nella parte in cui detta che per accedere al

primo concorso per insegnati di religione essi dovevano aver “prestato continuativamente servizio

La Consulta ha sancito che “nel

per almeno quattro anni nel corso degli ultimi dieci anni”. valutare

la conformità a Costituzione della norma impugnata, occorre tener conto del suo carattere

eccezionale rispetto al contesto normativo in cui è inserita. Essa, infatti, disciplina il primo

inquadramento in ruolo di una categoria di insegnanti che ha operato tradizionalmente con un

In sintesi,

rapporto di servizio costituito mediante incarico annuale e non in base a concorso.”

respinge il ricorso perché il criterio impiegato in questa legge è un’eccezione giustificata dal fatto

che è stato il primo concorso, dopo anni di precariato dei docenti di religione. Inoltre “il legislatore

– nell’ambito delle possibilità di scelta compatibili con i principi costituzionali – ha ritenuto che

l’espletamento continuativo, nell’ultimo decennio, per quattro anni, dell’insegnamento della

religione cattolica costituisce indice di una più sicura professionalità e, su tale base, ha delimitato

l’accesso al concorso per la copertura dei primi posti nel ruolo organico dei docenti.”

Il matrimonio

Sul matrimonio si è maggiormente evoluto il rapporto tra Stato e Chiesa cattolica, come dimostra il

concordato del 1984 che ha notevolmente trasformato questo istituto rispetto al concordato del

1929.

In quasi tutti gli stati precedenti alla nascita del Regno d’Italia, il matrimonio era disciplinato solo

dal diritto canonico per cui i non cattolici non potevano sposarsi.

La situazione si ribalta con l’unità d’Italia, quando dal 1° gennaio 1866 lo Stato introduce il

matrimonio civile obbligatorio e toglie ogni valore giuridico al matrimonio religioso, sull’esempio

di altre legislazioni dell’epoca come quella francese.

61 Oggi la media chi sceglie l’insegnamento della religione cattolica è intorno al 70%, con delle punte in alcune regioni del 90 ed in altre di picchi del

40%. 35

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Il matrimonio religioso restava, ma l’unico valido era quello davanti all’ufficiale di stato civile. In

questo modo, chi voleva sposarsi in chiesa con un matrimonio legittimo, doveva fare una doppia

celebrazione: prima davanti all’ufficiale di stato civile e poi davanti al ministro di culto.

In questo periodo lo Stato afferma la sua competenza esclusiva non solo sul matrimonio, ma su tutto

lo status delle persone, come la nascita e la morte, che fino ad allora era stata una funzione della

Chiesa cattolica. Infatti l’anagrafe italiana parte dall’unità del Regno d’Italia e per sapere

informazioni relative al periodo antecedente (ad esempio vedere quanti erano i cittadini di Taranto

nel 1850) bisogna consultare i registri dei battezzati degli archivi parrocchiali diocesani. Per questa

ragione il battesimo, fino all’unificazione italiana, costituiva anche l’ingresso formale di un

cittadino nella società civile.

Il cambiamento epocale della legislazione sull’anagrafe dei cittadini è ancora più importante per il

matrimonio, in quanto crea una famiglia e un nuovo soggetto politico. Per questa ragione acquista

valore giuridico solo il matrimonio civile, mentre quello cattolico diventa una manifestazione

puramente religiosa.

Inoltre, negli altri paesi, il matrimonio civile doveva precedere quello religioso e il sacerdote

doveva accertarsi che il matrimonio civile fosse stato contratto, altrimenti rischiava pene pesanti,

mentre nell’Italia postunitaria, questo obbligo non c’era.

Il matrimonio civile era utilizzato, in linea di massima, nelle città, in quanto allora l’Italia era una

nazione prettamente agricola e con un alto tasso di analfabetismo e questo comportava che nelle

campagne l’obbligo di questo matrimonio restava ignorato da buona parte della popolazione che

continuava a sposarsi solo in chiesa, pensando di essere in regola, e restando così non sposati per lo

Stato, con tutti i problemi che questo creava per il riconoscimento dei figli, per le successioni,

eccetera.

Si ha una svolta nel 1929 con la disciplina del matrimonio concordatario, cioè il matrimonio

canonico che ha effetti civili. Con il concordato si hanno in questo modo tre tipologie di

matrimonio:

il matrimoni religioso, l’unico presente prima dell’unificazione dell’Italia fino al 1865,

• disciplinato dal diritto canonico e celebrato in chiesa;

il matrimonio civile, l’unico riconosciuto dallo Stato unitario dal 1866 fino al 1929 e

• disciplinato dallo Stato;

il matrimonio concordatario, in vigore dal 1929, che è quello canonico integrato da una

• determinata procedura che lo rende di valore identico a quello civile.

Il matrimonio concordatario è disciplinato dall’art. 34 del concordato del 1929. Al primo comma

detta: “Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, che é a base della famiglia,

dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio,

Abbiamo quindi un testo giuridico di carattere

disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili.” 62 , cioè lo Stato da un valore teologico

internazionale che riconosce il matrimonio quale sacramento

ad un istituto fino a quel momento solo giuridico. Inoltre, quale sacramento, diventa soggetto al

codice canonico e quindi indissolubile. In sintesi questa norma esclude la possibilità di introdurre il

divorzio nel nostro ordinamento, in quanto il matrimonio definito sacramento, non è più una

tipologia di negozio giuridico, ma viene assoggettato alla legislazione ecclesiastica.

Il secondo e terzo comma dello stesso articolo detta: “Le pubblicazioni del matrimonio come sopra

saranno effettuate, oltre che nella chiesa parrocchiale, anche nella casa comunale. Subito dopo la

celebrazione il parroco spiegherà ai coniugi gli effetti civili del matrimonio, dando lettura degli

articoli del codice civile riguardanti i diritti ed i doveri dei coniugi, e redigerà l’atto di matrimonio,

del quale entro cinque giorni trasmetterà copia integrale al Comune, affinché venga trascritto nei

Un volta iniziata la procedura per il matrimonio concordatario, la

registri dello stato civile.”

62 Il sacramento è la testimonianza formale, che passa attraverso gesti umani, di una realtà trascendentale. Nella teologia cattolica è un atto rituale,

istituito permanentemente da Gesù Cristo, quale mezzo precipuo (di importanza primaria) di santificazione e di salvezza dell’uomo. Per il diritto

canonico il matrimonio ha un valore maggiore rispetto al diritto civile ed è l’alleanza eterna tra un uomo e una donna.

36

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trascrizione prescindeva dalla volontà dei nubendi che in questo modo venivano sposati civilmente

anche senza volerlo. Infatti la trascrizione del matrimonio poteva essere richiesta non solo dagli

sposi, ma da chiunque avesse interesse (parroco, eredi, terzi interessati in genere).

Il quarto comma dello stesso articolo detta: “Le cause concernenti la nullità del matrimonio e la

dispensa dal matrimonio rato e non consumato sono riservate alla competenza dei tribunali e dei

Questo comma istituisce una riserva di giurisdizione per i

dicasteri ecclesiastici.” tribunali e dei

cioè il matrimonio concordatario nasce e termina seguendo la disciplina del

dicasteri ecclesiastici,

diritto canonico. Il divorzio non esisteva nel nostro ordinamento e il giudizio su eventuali motivi di

nullità del matrimonio era di competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici.

rato e non consumato

Mentre la nullità del matrimonio è dichiarata dal tribunale ecclesiastico dopo un regolare processo,

la dispensa pontificia per il matrimonio è di competenza del vescovo

rato e non consumato

diocesano data dopo un procedimento amministrativo, senza le adeguate garanzie per le parti.

In sintesi, con la riserva di giurisdizione, lo Stato si spoglia completamente dei suoi poteri su questa

materia per trasferirli a e

tribunali dicasteri ecclesiastici.

Il quinto e sesto comma dello stesso articolo detta: “I provvedimenti e le sentenze relative, quando

siano divenute definitive, saranno portate al Supremo Tribunale della Segnatura, il quale

controllerà se siano state rispettate le norme del diritto canonico relative alla competenza del

giudice, alla citazione ed alla legittima rappresentanza o contumacia delle parti. I detti

provvedimenti e sentenze definitive coi relativi decreti del Supremo Tribunale della Segnatura

saranno trasmessi alla Corte di appello dello Stato competente per territorio, la quale, con

ordinanze emesse in camera di consiglio, li renderà esecutivi agli effetti civili ed ordinerà che siano

Questa norma sancisce

annotati nei registri dello stato civile a margine dell’atto di matrimonio.”

l’automaticità degli effetti civili delle sentenze che in questo modo venivano automaticamente e

immediatamente iscritte sui registri di stato civile, senza alcun controllo giurisdizionale dell’autorità

giudiziaria italiana

L’ultimo comma dell’art. 34 detta “Quanto alle cause di separazione personale, la Santa Sede

consente che siano giudicate dall’autorità giudiziaria civile.”

La disciplina del matrimonio già inserita nel concordato, divenne poi oggetto della legge 27 maggio

1929 n. 847, c.d. legge matrimoniale, che ancora oggi è in vigore.

Per il codice canonico tutti hanno diritto a celebrare il matrimonio, tuttavia stabilisce che alcuni non

possono avere la capacità matrimoniale a causa di impedimenti, fondamentali perché sono causa di

nullità. Per il codice canonico, questi impedimenti sono:

L’età, 14 anni per le donne e 16 per l’uomo, ma le singole conferenze episcopali nazionali

• possono determinare un limite diverso. A seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 16

del 2 febbraio 1982 e del nuovo concordato del 1984, la C.E.I. si è uniformata alla legislazione

italiana con il limite di 18 anni per entrambi i sessi.

L’esistenza di un precedente matrimonio.

• La differente appartenenza religiosa.

• Per chi ha ricevuto l’ordine sacro, cioè è sacerdote.

• Per il connubicidio.

• Il ratto, cioè chi rapisce la persona per sposarla. E’ regolare se la persona rapita viene lasciata

• libera, ma decide ugualmente di sposare il rapitore. Questo impedimento è importante perché,

per il diritto canonico, il matrimonio nasce dal consenso dei nubendi.

Per incapacità fisica.

• 37

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63

Per simulazione del consenso che può essere totale o parziale. In questo secondo caso le cause

• sono: esclusione dell’indissolubilità, esclusione della prole (l’esclusione deve essere assoluta

non momentanea), esclusione della fedeltà (si intende una relazione stabile al di fuori del

matrimonio, non un rapporto occasionale) ed esclusione del (bene dei

bonum coniugum

64

coniugi) . A differenza di quanto prevede il codice civile dove la simulazione deve essere

conosciuta o conoscibile dall’altra parte a tutela del coniuge in buona fede e comunque entro un

anno dal matrimonio, nel codice canonico è ammessa anche la riserva mentale e quindi può

essere dichiarato nullo il matrimonio in cui l’altra parte non conosceva ne’ sospettava della

simulazione e senza alcun limite temporale per l’esercizio di questo diritto.

Per violenza e timore.

Fino al 1970 lo Stato non si occupava della fine del matrimonio, lasciando la competenza esclusiva

alla Chiesa cattolica. Inizia a cambiare la legislazione con alcune sentenze e leggi:

la legge 1 dicembre 1970, n. 898, disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio,

• la sentenza della Corte costituzionale 32/71.

• la sentenza della Corte di cassazione 913/73 che interviene sulla iscrizione sui registri di stato

• civile delle sentenze dei tribunali ecclesiastici, e sulla automatica e immediata esecutività,

affermando che questa può avvenire solo in contraddittorio tra le parti, cioè la Corte d’appello

deve prima sentire le parti per dichiarare lo scioglimento degli effetti civili delle sentenze

canoniche,

la legge 19 maggio 1975, n. 151, riforma del diritto di famiglia.

Sulla scia di questo nuovo orientamento giurisprudenziale e legislativo, fondamentali sono due

sentenze della Corte costituzionale, la numero 16 e 18 del 2 febbraio 1982, che dichiarano

incostituzionali alcune norme del concordato del 1929:

Riconosce la riserva di giurisdizione, ma elimina la possibilità del riconoscimento della

• dispensa pontificia dal matrimonio rato e non consumato, in quanto non sono provvedimenti

giurisdizionali, ma dell’autorità amministrativa.

65 per le sentenze canoniche di nullità dei matrimoni, al

Introduce il procedimento di delibazione

• pari delle altre sentenze emesse da stati esteri. La Consulta giudica incostituzionale l’esecuzione

automatica nei registri dello stato civile delle sentenze dei tribunali ecclesiastici, perchè alla

Corte d’appello spetta accertare:

che sia stato assicurato alle parti il diritto di agire e resistere in giudizio a difesa dei propri

o diritti nel processo davanti ai tribunali ecclesiastici,

che la sentenza ecclesiastica non sia in contrasto con i principi dell'ordine pubblico italiano.

o

Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 12 della legge matrimoniale n. 847 del 1929

• (disposizione abrogata nel concordato del 1984) nella parte in cui non prevedeva la minore età

degli sposi, o di uno di essi, fra gli impedimenti alla trascrizione del matrimonio canonico.

Per l’art. 29, primo comma, della Costituzione “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia

La Carta fondamentale non definisce il matrimonio,

come società naturale fondata sul matrimonio”.

ma nel secondo comma individua la sua funzione primaria: “Il matrimonio è ordinato

sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia

La scelta dei costituenti è pluralista, in quanto individua le funzioni generali e

dell’unità familiare.”

lascia alla legge ordinaria la questione in dettaglio. In questo modo il dettato costituzionale è aperto

63 causa prevista anche dall’art. 123 - Simulazione - del codice civile italiano: “Il matrimonio può essere impugnato da ciascuno dei coniugi quando

gli sposi abbiano convenuto di non adempiere agli obblighi e di non esercitare i diritti da esso discendenti. L'azione non può essere proposta decorso

un anno dalla celebrazione del matrimonio ovvero nel caso in cui i contraenti abbiano convissuto come coniugi successivamente alla celebrazione

medesima.”

64 Chi rifiuta al proprio coniuge il rispetto per la sua dignità umana e la comprensione di tutte le esigenze necessarie per la integrale realizzazione

della sua personalità.

65 La delibazione o è la procedura giudiziaria che serve a far riconoscere, in un determinato Paese, un provvedimento giudiziario emesso

exequatur

dall'autorità giudiziaria di un altro Paese. 38

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

anche a matrimoni con culti diversi da quello cattolico. Infatti, gli articoli 79 e seguenti del Codice

Civile definiscono le tre tipologie ammesse: 66

1. matrimonio celebrato davanti a ministri del culto cattolico , 67

2. matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello Stato ;

3. matrimonio celebrato davanti all'ufficiale dello stato civile (sindaco o suo delegato).

Per il matrimonio civile e concordatario, durante la celebrazione, devono essere letti ai nubendi gli

articoli 143, 144 e 147 del codice civile:

Art. 143 Diritti e doveri reciproci dei coniugi - Con il matrimonio il marito e la moglie

• Il primo comma segue il principio di

acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.”

uguaglianza dettato dall’art. 3 della Costituzione e sancisce che i coniugi sono formati da marito

e moglie, cioè persone di sesso diverso, uno dei pochi riferimenti espressi del codice civile a chi

può unirsi in matrimonio. La parte restante dell’articolo detta: “Dal matrimonio deriva l'obbligo

reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della

famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie

sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni

della famiglia.”

Art. 144 Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia - I coniugi concordano tra loro

• l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di

entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. A ciascuno dei coniugi spetta il potere di

Concordare significa stabilire per i

attuare l'indirizzo concordato. l'indirizzo della vita familiare

coniugi l’obiettivo della loro convivenza, ad esempio avere figli, migliorare la posizione sociale

ed economica della famiglia, eccetera. La convivenza quindi non è l’obiettivo, ma il mezzo per

raggiungerlo, il c.d. indirizzo dettato dal codice. Possiamo anche affermare che questo articolo

obbliga i coniugi ad un’assunzione di responsabilità per oneri derivanti dal matrimonio.

Art. 147 “Doveri verso i figli - Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di

• mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale

e delle aspirazioni dei figli.”

Per i nubendi, il matrimonio concordatario conserva tutte le caratteristiche peculiari previste per

l’ordinamento canonico, alle quali, attraverso la trascrizione, si aggiungono i contenuti caratteristici

previsti per quello civile.

Per una parte della dottrina il matrimonio concordatario è un matrimonio diverso in cui

confluiscono due realtà distinte: il diritto canonico e quello civile. Entrambe hanno alla base la

volontà della parti le quali possono anche decidere di celebrare due distinti matrimoni: civile e

canonico, anche se molte curie si oppongono (ingiustamente) a questa possibilità.

L’art. 8 dell’Accordo di revisione del concordato lateranensi stabilisce: “Sono riconosciuti gli effetti

civili ai matrimoni contratti secondo le norme del diritto canonico, a condizione che l’atto relativo

Questa

sia trascritto nei registri dello stato civile, previe pubblicazioni nella casa comunale.”

norma contiene tre aspetti importanti:

Viene usato il verbo contrarre, anziché celebrare (usato nel diritto canonico), per dare al

• matrimonio maggiore rilevanza al valore giuridico rispetto a quello religioso.

Il matrimonio canonico acquista effetti civili a condizione che l’atto relativo sia trascritto nei

• quindi con il matrimonio concordatario la trascrizione della volontà

registri dello stato civile,

dei coniugi, espressa nel matrimonio religioso, diventa valida anche per quello civile.

Le dimostrano che la volontà dei nubendi è stata

previe pubblicazioni nella casa comunale,

• anche espressa davanti all’ufficiale di stato civile con la promessa di matrimonio. Inoltre le

66 Art. 82 - Matrimonio celebrato davanti a ministri del culto cattolico - Il matrimonio celebrato davanti a un ministro del culto cattolico e regolato in

conformità del Concordato con la Santa Sede e delle leggi speciali sulla materia.

67 Art. 83 - Matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello Stato - Il matrimonio celebrato davanti a ministri dei culti ammessi nello

Stato è regolato dalle disposizioni del capo seguente, salvo quanto è stabilito nella legge speciale concernente tale matrimonio.

39

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

pubblicazioni nella casa comunale garantiscono i terzi che abbiano interesse, per eventuali

opposizioni.

Riepilogando i nubendi fanno richiesta all’ufficiale di stato civile di contrarre matrimonio, il quale

fa gli accertamenti di rito (ad esempio verifica che i nubendi non siano legati da un precedente

matrimonio), poi pubblica la promessa di matrimonio nella casa comunale e decorso il tempo

necessario (8 giorni compreso tra due domeniche), rilascia il nulla osta (un certificato) a celebrare il

68

matrimonio in chiesa. Il ministro di culto che officia la cerimonia deve accertarsi che i nubendi

abbiano la piena consapevolezza e responsabilità ad adempiere alle regole derivanti dal matrimonio

canonico, sanciti dal canone 226 - Obblighi e diritti dei fedeli laici: “I laici che vivono nello stato

coniugale, secondo la propria vocazione, sono tenuti al dovere specifico di impegnarsi, mediante il

Quindi oltre a verificare la piena

matrimonio e la famiglia, nell'edificazione del popolo di Dio.”

responsabilità religiosa, l’officiante deve accertarsi anche delle responsabilità civili derivanti dal

matrimonio e questo compito è adempiuto con la lettura degli articoli del codice civile e spiegando

il loro significato ai nubendi. La violazione di questo compito comporta sanzioni amministrative e

penali, perché in quel momento il ministro di culto assume anche la funzione di ufficiale di stato

civile.

L’art. 8 continua disponendo: “Subito dopo la celebrazione, il parroco o il suo delegato spiegherà

ai contraenti gli effetti civili del matrimonio, dando lettura degli articoli del codice civile

riguardanti i diritti e i doveri dei coniugi, e redigerà quindi, in doppio originale, l’atto di

matrimonio, nel quale potranno essere inserite le dichiarazioni dei coniugi consentite secondo la

Tra le dichiarazioni che i coniugi possono inserire nell’atto di matrimonio vi è il

legge civile.” 69 , il riconoscimento dei figli naturali, eccetera.

regime patrimoniale della famiglia

Sempre l’art. 8 prevede che entro 5 giorni dalla celebrazione del matrimonio, il parroco, o suo

delegato, trasmetterà uno dei due originali dell’atto di matrimonio all’ufficiale di stato civile,

chiedendo, per iscritto, l’iscrizione del matrimonio nei registri entro 24 ore successive alla consegna

e successivamente l’ufficiale di stato civile ne dà notizia al parroco.

L’obbligo di questa formalità da parte del parroco è a garanzia delle parti sull’efficacia dell’atto di

matrimonio, diminuendo la possibilità di eventuali vizi formali.

Gli effetti civili del matrimonio concordatario decorrono dalla data del matrimonio canonico e

quindi hanno un effetto retroattivo rispetto alla trascrizione.

Se l’ufficiale dello stato civile omette di effettuare la trascrizione, può essere fatta successivamente

con la c.d. trascrizione tardiva. In questo caso, però, non è necessaria la richiesta del parroco, ma

dei coniugi i quali devono rinnovare la loro volontà davanti all’ufficiale di stato civile.

Su questo punto c’è una novità rispetto al concordato del 1929, dove egualmente era prevista la

trascrizione tardiva, ma nel nuovo concordato la trascrizione può essere chiesta anche da un solo

70

coniuge a condizione che l’altro vi acconsente o non si oppone . La trascrizione tardiva non si

effettua quando ne deriva pregiudizio per i terzi se:

a) gli sposi non hanno l’età richiesta per la celebrazione prevista dalla legge civile;

b) sussiste fra gli sposi un impedimento inderogabile per la legge civile. Questi sono elencati al

punto 4. del protocollo addizionale al concordato del 1984:

71

1) uno dei contraenti è interdetto per infermità di mente ;

2) sussiste tra gli sposi un altro matrimonio valido agli effetti civili;

3) gli impedimenti derivanti da delitto o da affinità in linea retta.

Per il nostro ordinamento, del quale la Santa Sede ne prende atto, la trascrizione è tuttavia ammessa

quando l’azione di nullità non potrebbe essere più proposta.

68 Parroco o suo delegato.

69 In mancanza della scelta del regime patrimoniale sarà attribuita la comunione dei beni.

70 La non opposizione è una nuova figura giuridica e può essere esplicita o derivare da atti concludenti.

71 Per infermità di mente si ha nell’ipotesi di interdizione per incapacità di intendere e di volere che deve essere accertata dall’autorità giudiziaria.

40

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Per la giurisprudenza, vi è un caso in cui una parte può impugnare la trascrizione già effettuata,

eccependo l’incapacità naturale verificata al momento della richiesta del nulla osta all’ufficiale di

stato civile che deve comunque trascrivere il matrimonio anche se è a conoscenza dell’incapacità

naturale. In questo caso si aprono due possibilità:

la parte impugna l’atto per incapacità naturale,

• l’ufficiale di stato civile trasmette gli atti alla procura della Repubblica.

Fino a qualche tempo non era possibile rivolgersi al giudice ordinario per dichiarare la nullità di un

matrimonio celebrato con un ordinamento diverso da quello canonico, ma efficace agli effetti civili

con l’iscrizione nei registri. Successivamente, una sentenza della Corte di cassazione lo ha ritenuto

possibile, purché fossero osservate alcune condizioni; ma in seguito una sentenza della Corte

costituzionale ha dichiarato ingiusta la posizione della Cassazione.

La questione resterà irrisolta fino all’auspicata emanazione di una nuova legge matrimoniale che

sostituisca la legge 27 maggio 1929 n. 847.

Le persone di religione diversa dalla cattolica hanno due possibilità per sposarsi:

1. celebrare il matrimonio regolato dalle intese per i culti che l’hanno sottoscritta;

2. sposarsi con le modalità previste dall’art. 83 c.c. - matrimonio celebrato davanti a ministri dei

culti ammessi nello Stato – per le confessioni diverse dalla Cattolica e da quelle che hanno

sottoscritto un’intesa. Per questo matrimonio i nubendi devono fare apposita richiesta

all’ufficiale di stato civile ed indicare il nominativo del ministro di culto che può celebrare il

matrimonio, perché costui sarà autorizzato alla celebrazione del matrimonio civile, ma con rito

religioso e in un luogo distinto dalla casa comunale. In sintesi il ministro di culto diventa un

delegato del sindaco per la celebrazione di quel matrimonio.

La riserva di giurisdizione

La riserva di giurisdizione, citata nel quarto comma dell’art. 34 del concordato del 1929, “Le cause

concernenti la nullità del matrimonio e la dispensa dal matrimonio rato e non consumato sono

scompare nel nuovo concordato

riservate alla competenza dei tribunali e dei dicasteri ecclesiastici”

del 1984 significando che la riserva di giurisdizione è stata abrogata.

Ci sono quattro elementi giuridici che certificano l’abrogazione:

1. La riserva di giurisdizione rappresenta una della potestà dello Stato, perché si priva

diminutio

della sua autorità su una materia importante e per questo la sua competenza non può essere

ridotta implicitamente. In altre parole, se lo Stato avesse voluto confermare la riserva

giurisdizionale in materia di validità

alla competenza dei tribunali e dei dicasteri ecclesiastici

del matrimonio concordatario, avrebbe dovuto farlo in maniera esplicita.

2. L’art. 13 dallo stesso concordato del 1984 dispone: “Le disposizioni precedenti costituiscono

modificazioni del Concordato lateranense accettate dalle due parti, ed entreranno in vigore alla

data dello scambio degli strumenti di ratifica. Salvo quanto previsto dall’art. 7, n. 6, le

Cioè il

disposizioni del Concordato stesso non riprodotte nel presente testo sono abrogate.”

nuovo concordato modifica quello del 1929 abrogando tutto quello che non è confermato e

siccome la riserva di giurisdizione non è menzionata, di fatto è abrogata.

3. Gli atti parlamentari relativi al nuovo accordo e in particolare la relazione presentata alla

Camera dei Deputati, riportano l’intenzione esplicita del Governo di abrogare la riserva di

giurisdizione. Quindi è abrogata anche per l’intentio uno dei criteri di

legislatoris,

72 .

interpretazione delle norme previste dall’art. 12 delle Preleggi

4. La norma che prevede la delibazione per il riconoscimento delle sentenze di nullità del

matrimonio è una conferma implicita dell’abrogazione della riserva di giurisdizione, perché, se

72 Art. 12 Interpretazione della legge - Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio

delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore.

41

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è necessario un controllo su queste sentenze, significa che non può esserci una esclusività di

giurisdizione, tanto che queste potrebbero essere non delibate dalla Corte d’appello.

La tesi della non abrogazione è motivata da tre elementi:

1. In riferimento al procedimento di delibazione, l’art. 8 comma secondo, lettera a, del nuovo

accordo, dispone che la Corte d’appello deve accertare che “il giudice ecclesiastico era il

Usando il singolare, anziché il plurale i giudici, la

giudice competente a conoscere della causa”.

norma indica che se i giudici competenti a dichiarare la nullità del matrimonio fossero stati

quello ecclesiastico e quello civile, il testo del nuovo accordo avrebbe riportato il plurale

anziché il singolare. Per questo, restando il giudice ecclesiastico l’unico giudice competente,

implicitamente si afferma che la riserva di giurisdizione non è stata abrogata.

2. Sempre in riferimento al procedimento di delibazione, l’art. 4 del protocollo addizionale, lettera

b, del nuovo accordo, dispone che la Corte d’appello “ai fini dell’applicazione degli articoli 796

“dovrà

e 797 del Codice italiano di procedura civile”, tener conto della specificità

dell’ordinamento canonico dal quale è regolato il vincolo matrimoniale, che in esso ha avuto

e se il vincolo matrimoniale è regolato dal diritto canonico, lo è sia nella sua origine

origine”

che nella sua fine. Pertanto è solo il ad avere giurisdizione sul matrimonio

giudice ecclesiastico

ed è l’unico che decide quando questo vincolo può considerarsi nullo.

3. Sempre l’art. 4 del protocollo addizionale, lettera b numero 3), dispone che la Corte d’appello

nel procedimento di delibazione deve in ogni caso non procedere al riesame del merito sulla

sentenza del tribunale ecclesiastico e se il giudice ordinario non può entrare nel merito, significa

che la competenza è del tribunale ecclesiastico e quindi resta la riserva di giurisdizione.

Detta disquisizione dottrinale ha un risvolto pratico: se la riserva di giurisdizione esiste, i cittadini

italiani possono avere la nullità del matrimonio solo dai tribunali ecclesiastici, al contrario potranno

rivolgersi anche al tribunale dello Stato.

In questo secondo caso, i coniugi sposati in chiesa che successivamente hanno lasciato la fede

cattolica, possono chiedere che sulla validità del vincolo matrimoniale si esprima l’autorità

giudiziaria italiana e non quella ecclesiastica. Per Cardia, lo esiste anche in questa

ius poenitendi

materia ed è un diritto che i cittadini devono poter esercitare sulla validità del loro matrimonio.

Dopo alterne vicende giurisprudenziali sulla questione, si è pronunciata la Corte costituzionale con

la sentenza 421/1993. Per il giudice delle leggi la riserva di giurisdizione è abrogata, ma il giudice

ordinario non può pronunciarsi sulla validità del vincolo canonico che è un presupposto esterno

all’ordinamento dello Stato. In altre parole scompare la riserva di giurisdizione, quindi è possibile

rivolgersi ai tribunali dello Stato, i quali non giudicheranno sulla validità del matrimonio

concordatario, ma solo sulla validità della trascrizione, perché il matrimonio concordatario è

contratto secondo le norme del codice canonico, una legislazione di uno stato estero dove l’autorità

giudiziaria italiana è incompetente.

Per Finocchiaro, con questa sentenza, in materia matrimoniale si crea una diarchia giurisdizionale

tra Stato e Chiesa cattolica con possibili contrasti tra le sentenze dei due ordinamenti. Invece per

Della Torre la riserva di giurisdizione esiste ancora, malgrado la sentenza della Consulta.

Il Procedimento di delibazione

L’art. 34 del concordato del 1929 stabiliva l’immediata efficacia delle sentenze dei Tribunali

ecclesiastici, ma la Corte costituzionale, con la sentenza 2 febbraio 1982, n. 18 modifica questa

norma del concordato, stabilendo che anche per le sentenze canoniche, come avviene per le altre

sentenze di stati esteri, per essere efficaci per lo stato italiano, è necessario il procedimento di

delibazione attualmente dettato dalla Legge 31 maggio 1995, n. 218 Riforma del sistema italiano

-

di diritto internazionale privato.

L’art. 8, punto 2, dell’Accordo di revisione del concordato lateranensi, uniformandosi alla sentenza

della Corte costituzionale 18/1982, stabilisce: “Le sentenze di nullità di matrimonio pronunciate dai

tribunali ecclesiastici, che siano munite del decreto di esecutività del superiore organo

42

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

ecclesiastico di controllo, sono, su domanda delle parti o di una di esse, dichiarate efficaci nella

Tale è

Repubblica italiana con sentenza della corte d’appello competente”. decreto di esecutività

emesso dalla Supremo tribunale della segnatura apostolica. Per capire cosa significa questo è

necessario conoscere, sia pur per sommi capi, l’organizzazione giudiziaria canonica.

La conferenza episcopale italiana ha stabilito che in Italia i tribunali ecclesiastici sono:

Tribunale ecclesiastico regionale (in Puglia a Bari) ed è competente, principalmente, per le

• cause di nullità per i matrimoni di tutta la regione;

Tribunale ecclesiastico interregionale (per la Puglia è a Benevento) ed è competente per le cause

• di appello alle sentenze di nullità espresse dai tribunali ecclesiastici regionali;

In Italia i tribunali apostolici sono tre: 73

La "Sacra - oggi denominata , è il tribunale del

Rota" Tribunale Apostolico della Rota Romana

• Papa, si trova invece a Roma (Piazza della Cancelleria, 1 - Roma). Interviene in 3° grado sulle

sentenze dei tribunali ecclesiastici solo se ci sono state due sentenze difformi.

Supremo tribunale della segnatura apostolica competente per il decreto di esecutività delle

• sentenze emesse dai tribunali ecclesiastici.

La Penitenzeria apostolica, è il c.d. foro interno, cioè la coscienza. Per diritto canonico i reati

• sono i peccati, anche se alcuni peccati non sono reati, come l’aborto. I peccati meno gravi sono

assolti dal sacerdote, mentre quelli che più gravi, con pene che arrivano alla scomunica, sono

giudicati dalla Penitenzeria apostolica.

Per dichiarare la nullità di un matrimonio canonico è indispensabile che sia dichiarato con due

sentenze di due tribunali di diverso grado. In particolare, deve essere dichiarata la nullità dal

tribunale ecclesiastico regionale e poi la causa (il libello) passa automaticamente al tribunale

ecclesiastico interregionale per la ratifica della sentenza di primo grado; quindi non c’è un appello

al tribunale sovraordinato, ma il passaggio avviene automaticamente.

Si ricorre in appello al tribunale ecclesiastico interregionale solo quando una delle parti non è

d’accordo sulla sentenza oppure se conferma il vincolo matrimoniale.

La decisione per la ratifica della sentenza di primo grado, da parte del tribunale ecclesiastico

interregionale, è basata sugli atti prodotti dal tribunale ecclesiastico regionale. Invece, se le parti

ricorrono in appello, il tribunale ecclesiastico interregionale decide rifacendo il processo per intero e

quindi riapre l’istruttoria, ascolta nuovamente le parti, i testimoni e anche eventuali nuovi testi.

Se il tribunale di appello non ratifica la nullità espressa dal tribunale ecclesiastico regionale, è

necessario anche il giudizio della Rota romana.

Una sentenza di nullità emanata dal tribunale ecclesiastico regionale e ratificata dal tribunale

ecclesiastico interregionale, ha bisogno anche del decreto di esecutività del superiore organo

ecclesiastico di controllo che è il Supremo tribunale della segnatura apostolica, uno dei tre tribunali

apostolici della Santa sede.

Nell’ordinamento italiano, le sentenze passano in giudicato e diventano esecutive dopo l’ultimo

grado di giudizio o, nei gradi precedenti se non sono appellate.

Questo principio differisce da quanto avviene nel diritto canonico, infatti il decreto di esecutività

del Supremo tribunale della segnatura apostolica è dovuto al fatto che, per l’ordinamento canonico,

le sentenze che riguardano lo status delle persone non passano mai in giudicato, perché nel tempo

possono emergere nuovi elementi che modificano le conclusioni della sentenza.

Tuttavia, le parti hanno necessità di avere la sentenza definitiva per poter chiedere alla Corte

d’appello la delibazione e il Supremo tribunale della segnatura apostolica, ratificando la sentenza, la

rende esecutiva.

73 La Rota è il tribunale del Papa, e avendo competenza su tutti i fedeli, ci si può rivolgere anche direttamente alla Rota saltando il tribunali

ecclesiastici, la quale però deve comunque emettere due giudizi. La Rota ha la competenza esclusiva nelle causa di nullità di matrimoni relativi a

principi regnati e presidenti della repubblica. 43

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Ritornando all’art. 8, punto 2, dell’Accordo di revisione del concordato lateranensi, la norma

stabilisce che il procedimento per la delibazione è avviato “su (cioè degli ex

domanda delle parti

coniugi) Nel primo caso il procedimento si introduce con ricorso e si svolge in

o di una di esse”.

camera di consiglio, se la richiesta è di un solo coniuge il procedimento avviene con citazione e si

svolge in via ordinaria.

La delibazione è dichiarata efficace cioè quella del

con sentenza della corte d’appello competente,

luogo in cui il matrimonio fu trascritto, dopo aver accertato:

a) che il giudice ecclesiastico era il giudice competente a conoscere della causa in quanto

matrimonio celebrato in conformità del presente articolo;

b) che nel procedimento davanti ai tribunali ecclesiastici è stato assicurato alle parti il diritto di

agire e di resistere in giudizio, in modo non difforme dai principi fondamentali

74

cioè che sia stato rispettato il diritto di difesa .

dell’ordinamento italiano;

c) che ricorrono le altre condizioni richieste dalla legislazione italiana per la dichiarazione di

efficacia delle sentenze straniere.

La Corte di appello, in un procedimento per delibazione di una sentenza straniera, può stabilire

provvedimenti economici provvisori a favore del coniuge economicamente più debole. Mentre con

il divorzio, il coniuge economicamente più debole ha diritto al mantenimento o agli alimenti, con la

nullità non ne ha diritto, ma in casi particolari i giudici possono assegnare egualmente gli alimenti,

75

anche se il matrimonio è stato annullato , come avviene con il matrimonio putativo nel

ex tunc

caso di scioglimento del matrimonio civile (art. 128 c.c.).

Legge 31 maggio 1995, n. 218 Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato – ha

-

abrogato gli articoli dal 796 all'805 del c.p.c. ed ha stabilito che è soppresso il procedimento di

delibazione per le sentenze straniere aventi determinati requisiti.

La nuova legge, in un primo momento era stata interpretata da alcuni come un abrogazione della

delibazione anche per le sentenze emesse dai tribunali ecclesiastici, come avveniva in passato per

effetto di una norma inserita nell’art. 34 del concordato del 1929, abrogata dalla sentenza della

Consulta 18/1982 e soprattutto dall’art. 8 del nuovo concordato del 1984.

Questa spiegazione aveva portato, negli anni 1997/1998, all’immediata esecutività delle sentenze

dei tribunali ecclesiastici per nullità di matrimoni con iscrizione diretta all’anagrafe, senza

delibazione. Questa interpretazione della legge è erronea per due ragioni:

La stessa Legge 218/95, all’art 2, dispone: “Le disposizioni della presente legge non

• Quindi non

pregiudicano l'applicazione delle convenzioni internazionali in vigore per l'Italia”.

rientrano le sentenze dei tribunali ecclesiastici, già disciplinate dall’art. 8 nuovo concordato.

Il D.P.R. 396/2000, sulla riforma lo stato civile, dispone che l’ufficiale dello stato civile

• trascrive automaticamente le sentenze straniere di divorzio, mentre le sentenze di nullità

matrimoniale rinvia alla disciplina concordataria.

Si ricava che per la legislazione attuale, le sentenze dei tribunali ecclesiastici sono sfavorite, perchè

necessitano della delibazione per essere efficaci, mentre quelle degli altri paesi sono registrate

automaticamente nei registri di stato civile, se questi paesi sono tra quelli che hanno una

legislazione con i requisiti indicati nella legge 218/95, tra cui quello che non devono contrastare con

l’ordine pubblico italiano.

Infatti, vi sono stati dei casi che le corti d’appello hanno negato la delibazione alle sentenze emesse

dai tribunali ecclesiastici per nullità di matrimoni dovute a impedimenti per riserva mentale, quando

non era conosciuta e non conoscibile da una delle parti, perché, non tutelando il coniuge in buona

fede, questo principio contrasta con l’ordine pubblico italiano.

74 E’ accaduto che l’Italia sia stata condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver verificato il rispetto del diritto di difesa di una

parte in un procedimento canonico.

75 La locuzione latina ex tunc indica la retroattività dell'efficacia di un'azione, ossia la sua applicabilità come se essa non fosse mai

fin dall'inizio

esistita. 44

tÑÑâÇà| w| Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Äx

Inoltre. la Corte di giustizia europea ha condannato l’Italia, sentenza Pellegrini contro Italia del

2001, perché era stata delibata una sentenza dei tribunali ecclesiastici senza tener conto delle norme

sul giusto processo e del diritto di difesa delle parti.

Gli enti ecclesiastici

Gli enti ecclesiastici sono uno strumento fondamentale delle religioni, attraverso il quale viene

seguito il culto, anche attraverso l’aiuto concreto al prossimo.

La disciplina degli enti la troviamo nell’art. 7, n. 1, del nuovo concordato che riprende

pedissequamente l’art. 20 della Costituzione: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di

culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative,

né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.”

Una norma tesa ad evitare la reintroduzione di leggi sfavorevoli alla Chiesa, quali sono state le leggi

eversive promulgate nella seconda metà dell’800. Al contrario, dal dopoguerra, la legislazione

italiana ha privilegiato gli enti ecclesiastici, sottraendoli da una serie di gravami fiscali e

incombenze a cui sono sottoposti gli altri enti.

Per l’art. 7, n. 2, del nuovo concordato: “Ferma restando la personalità giuridica degli enti

ecclesiastici che ne sono attualmente provvisti, la Repubblica italiana, su domanda dell’autorità

ecclesiastica o con il suo assenso, continuerà a riconoscere la personalità giuridica degli enti

ecclesiastici aventi sede in Italia, eretti o approvati secondo le norme del diritto canonico, i quali

In sintesi, sono enti ecclesiastici quelli che hanno già

abbiano finalità di religione o di culto.”

personalità giuridica all’entrata in vigore del nuovo concordato e quelli su domanda dell’autorità

se hanno quattro requisiti:

ecclesiastica o con il suo assenso,

la loro sede deve essere in Italia;

• il legale rappresentante deve essere cittadino italiano;

• deve essere costituito o approvato dall’autorità ecclesiastica;

• deve avere un fine costitutivo ed essenziale di religione o di culto:

In dettaglio, la materia è regolamentata dalla legge 222/85 - Disposizioni sugli enti e beni

ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi. Una legge

importante perché di derivazione concordataria e quindi a contenuto costituzionalmente vincolato,

come si evince dall’art. 7, n. 6, del nuovo concordato: “All’atto della firma del presente accordo, le

parti istituiscono una commissione paritetica per la formulazione delle norme da sottoporre alla

loro approvazione per la disciplina di tutta la materia degli enti e beni ecclesiastici e per la

revisione degli impegni finanziari dello Stato italiano e degli interventi del medesimo nella gestione

patrimoniale degli enti ecclesiastici”.

La legge sulle disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero

cattolico, essendo una norma di derivazione concordataria, è stata promulgata dapprima con la

legge 20 maggio 1985 n. 206, con la quale viene dichiarato l’intenzione di voler disciplinare la

materia, e poi una seconda legge, identica, la 222/85, la quale all’articolo 75 dispone: “Le presenti

norme entrano in vigore nell'ordinamento dello Stato e in quello della Chiesa con la contestuale

pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e negli Acta Apostolicae Sedis.

L'autorità statale e l'autorità ecclesiastica competenti emanano, nei rispettivi ordinamenti, le

disposizioni per la loro attuazione. Per le disposizioni di cui al precedente comma relative al titolo

76

II delle presenti norme, l'autorità competente nell'ordinamento canonico è la Conferenza

Questa legge, quindi, per entrare in vigore ha bisogno della pubblicazione non

episcopale italiana”.

solo sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, ma anche negli Acta Apostolicae Sedis della

Città del Vaticano. Per questa ragione Finocchiaro formula l’ipotesi che se questa legge non viene

76 La Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) è l’assemblea che raccoglie tutti i vescovi delle diocesi italiane ed è un organismo di governo della

Chiesa italiana. 45

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pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale Vaticana non può entrare in vigore, benché regolarmente

pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Altra stranezza è che abbiamo due leggi identiche, emesse nella stessa data, che Finocchiaro

definisce leggi fotocopia.

La legge 222/85, per gli enti ecclesiastici particolari, prevede dei requisiti aggiuntivi:

Le chiese sono riconosciute solo se aperte al culto pubblico e non annesse ad altro ente

• ecclesiastico e sempre che siano fornite dei mezzi sufficienti per la manutenzione e l’officiatura.

Ad esempio sono escluse dal riconoscimento le cappelle private.

77

Le fondazioni di culto possono essere riconosciute se hanno mezzi sufficienti per il

• raggiungimento dei fini e sono rispondenti alle esigenze religiose della popolazione. Questo per

evitare la costituzione di enti inutili, ad esempio un ente per il culto di San Cataldo a Bolzano,

dove quel santo è sconosciuto, quindi non risponde alle esigenze religiose della popolazione

locale.

La Conferenza episcopale italiana acquista la personalità giuridica civile, quale ente ecclesiastico,

con l’entrata in vigore della legge 222/85. La C.E.I. ha una serie di competenze nei rapporti con

l’ordinamento giuridico italiano come la destinazione dei proventi dell’8 per mille.

Il primo articolo della legge 222/85 dispone: “Gli enti costituiti o approvati dall’autorità

ecclesiastica, aventi sede in Italia, i quali abbiano fine di religione o di culto, possono essere

riconosciuti come persone giuridiche agli effetti civili con decreto del Presidente della Repubblica,

Questo articolo è stato modificato per cui il riconoscimento

udito il parere del Consiglio di Stato.”

agli effetti civili avviene con decreto del ministro degli Interni, mentre il parere del Consiglio di

Stato è facoltativo e in genere richiesto per gli enti con una grossa capacità patrimoniale.

Il responsabile dell’ente ecclesiastico per ottenere il riconoscimento da parte dello Stato deve fare

domanda al Prefetto, l’organo decentrato del ministero degli Interni che verifica i requisiti oggettivi

e discrezionali. Il Prefetto, se sussistono i requisiti, trasmette l’istanza al ministro degli Interni che,

con decreto, riconoscerà l’ente religioso o di culto. Da quel momento l’ente ecclesiastico può

iscriversi nel registro delle persone giuridiche.

Le autorità ecclesiastiche, competenti ad approvare un ente religioso o di culto, sono:

il vescovo, per gli enti di diritto diocesano;

• la Conferenza episcopale italiana, per gli enti della Chiesa italiana;

• la Santa Sede, per gli enti internazionali.

Il secondo articolo della legge 222/85 dispone: “Sono considerati aventi fine di religione o di culto

gli enti che fanno parte della costituzione gerarchica della Chiesa, gli istituti religiosi e i seminari.”

78 delle attività con fini di

In sostanza è la stessa legge che definisce il fine costitutivo ed essenziale

religione o di culto, quindi non è la dottrina, la giurisprudenza o la Chiesa a stabilire quando

un’attività ha fini di culto, ma è la legge 222/85. Una distinzione importante perché questi enti, a

differenza degli enti aventi personalità giuridica di diritto privato, hanno diritto a tutte le

agevolazioni riservate loro dalla legislazione italiana (come l’esenzione dell’I.C.I. e dell’INVIM).

Hanno fini religiosi o di culto le diocesi, gli istituti religiosi e gli enti che fanno parte della

cioè parrocchie e seminari.

costituzione gerarchica,

La Santa Sede ha il riconoscimento della personalità per antico possesso di stato.

Ai sensi del terzo comma dell’art. 2 della legge 222/85, nel riconoscere la personalità giuridica agli

enti ecclesiastici, lo Stato deve verificare che le finalità di religione o di culto siano costitutive ed

essenziali, cioè l’ente non solo deve essere stato costituito per quella attività, ma questa deve essere

essenziale sia al momento della domanda che successivamente.

77 La fondazione è il complesso di beni destinati ad uno scopo specifico (per lo più morale o culturale) avente personalità giuridica, organizzato e

gestito da amministratori. La fondazione di culto create per promuovere il culto di un Santo o altro di questo genere.

78 Il fine costitutivo ed essenziale degli enti religiosi o di culto, ma può svolgere altre attività ulteriori (ad esempio attività di cultura, educazione,

commercio, eccetera) purché non siano prevalenti. 46

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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Dammacco Gaetano.

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