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Appunti di Diritto ecclesiastico per il corso della professoressa Cozzolino. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la libertà di culto, la libertà di associazione e di organizzazione delle confessioni religiose, la posizione delle confessioni prive d'intesa, il ruolo della Corte Costituzionale.

Esame di Diritto ecclesiastico docente Prof. M. Cozzolino

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ESTRATTO DOCUMENTO

uditi gli avvocati Giuseppe Sabatini, Arturo Carlo Jemolo e il sostituto avvocato generale dello

Stato Raffaele Bronzini.

(...)

Considerato in diritto:

La Corte ritiene opportuno di decidere con unica sentenza le questioni sollevate dalle due

ordinanze di cui in epigrafe.

L'ordinanza della Corte di cassazione relativa a Lasco Umberto pone i termini del giudizio di

costituzionalità sulla base del rapporto fra l'art. 25 del T.U. delle leggi di p. s. e l'art. 17 della

Costituzione. Ciò si desume essenzialmente dalla parte dell'ordinanza in cui, dopo aver

premesso che la situazione giuridica — in rapporto alla disciplina delle pubbliche riunioni — è

profondamente modificata dopo I'entrata in vigore dell'art. 17 della Costituzione, che ha

soppresso l'obbligo del preawiso per le riunioni private e per quelle tenute in luogo aperto al

pubblico, si enuncia testualmente la questione " se la detta norma costituzionale abbia inteso

di parzialmente abrogare soltanto la disposizione dell'art. 18 del T. U. delle leggi di p. s., che —

come è noto — regola le pubbliche riunioni di ogni tipo, owero di abrogare anche l'art. 25 dello

stesso T. U., che contempla quelle particolari riunioni qualificate dal compimento di cerimonie o

pratiche religiose fuori dei luoghi destinati al culto, vale a direextra ecclesiae ambitum".

Entro tali limiti, che le richieste della difesa non possono nè modificare nè ampliare, deve

mantenersi il giudizio di questa Corte.

Oggetto proprio del giudizio è pertanto il rapporto fra l'art. 25 del T. U. delle leggi di p. s. e

l'art. 17 della Costituzione, e più precisamente lo stabilire se, avendo l'art. 17 limitato l'obbligo

del preavviso alle riunioni in luogo pubblico, esplicitamente escludendolo, col secondo comma,

per ogni altra specie di riunione, e quindi anche per quelle aperte al pubblico, l'art. 25 della

legge di pubblica sicurezza possa soprawivere nella parte che implica l'obbligo del preavviso

per le funzioni, cerimonie o pratiche reli giose anche in luogo non pubblico.

L'Avvocatura dello Stato, al fine di dimostrare la legittimità costituzionale dell'art. 25 in ogni

sua parte, si fonda su un criterio di specialità, sostenendo che la norma dell'art. 17 della

Costituzione si riferisce alle riunioni di qualsiasi tipo, ed è pertanto di carattere generale. Come

tale, essa troverebbe il suo riscontro nell'art. 18 della legge di p. s., laddove le riunioni per

l'esercizio del culto costituirebbero una categoria speciale, soggetta a una sua propria

disciplina, cioè a quella adottata dal R. D. 28 febbraio 1930, n. 289, e dall'art. 25 della ripetuta

legge di pubblica sicurezza. Per conseguenza, secondo la stessa Avvocatura dello Stato l'art.

25 sopravvive all'art. 17 della Costituzione " non potendo una norma di carattere generale

derogare alle norme speciali anteriori".

Questa tesi non può essere accolta. L'art. 17 della Costituzione contiene una netta

riaffermazione della libertà di riunionione; e la norma si ispira a così elevate e fondamentali

esigenze della vita sociale da assumere necessariamente una portata ed efficacia

generalissima, tali da non consentire la possibilità di regimi speciali. Circa le riunioni a

catattere religioso, si deve rilevare che dagli artt. 8, primo comma, e 19 della Costituzione è

sancita Ila piena libertà nell'esercizio del culto per tutte le confessioni religiose; ma quando

l'esercizio del culto ha luogo in forma associata, tali norme devono ritenersi con l'art. 17 in un

rapporto evidente di coordinazione, nel senso che le riunioni a carattere religioso non si

sottraggono alla disciplina generale di tutte le riunioni, per quanto riguarda e la libertà delle

riunioni stesse e i limiti cui essa nel superiore interesse della convivenza sociale, è sottoposta.

Tuttavia, sempre al fine di dimostrare la piena legittimità del l'art. 25 della legge di pubblica

sicurezza, l'Avvocatura dello Stato trae argomento dall'art. 19 della Costituzione; e poichè

questo dispone che " tutti hanno diritto di professare la propria fede religiosa in qualsiasi

forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitanne in privato o in pubblico il

culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume ", ne deduce che l'obbligo del

preavviso debba intendersi preordinato ad accertare se nei singoli casi le funzioni e pratiche

religiose che si intendono compiere nei luoghi a ciò destinati, e quindi anche semplicemente

aperti al pubblico, prevedano o meno titi contrari al buon costume, e ciò ai fini della facoltà

conferita alla autorità di pubblica sicurezza di vietarne il compimento.

In contrario bisogna osservare che la regola che si vorrebbe dedurre da siffatta

interpretazione, cioè che ad ogni limitazione posta ad una libertà costituzionale debba

implicitamente corrispondere il potere di un controllo preventivo dell'autorità di pubblica sicu

rezza, non sussiste nel nostro ordinamento giuridico. Il trasgredire alla limitazione sancita

dall'art. 19 potrà costituire un illecito giuridico, anche penale; e in tal caso il divieto sarà

garentito dalla corrispondente sanzione; ma, al di fuori di questa ipotesi, l'attività di

prevenzione della polizia, se ed in quanto importi una restrizione della sfera giuridica del

cittadino, in ordine ai suoi possibili futuri comportamenti, potrà esercitarsi soltanto nei casi e

nei modi espressamente indicati dalla legge.

In conclusione, stabilito il carattere generale della norma dell'art. 17 e la sua riferibilità ad ogni

specie di riunione, comprese quelle a carattere religioso, risulta evidente il contrasto fra la

detta norma e l'art. 25 della legge di pubblica sicurezza, nella parte in cui questo implica

l'obbligo del preawiso anche per le riunioni non pubbliche.

Posta e risoluta in questi termini la questione di legittimità costituzionale dell'art. 25, ne risulta

che restano estranee alla indagine di questa Corte le altte norme alle quali, per opposta

finalità, fanno riferimento le parti. L'art. 18 della legge di p. s., infatti, è dalla stessa ordinanza

posto fuori dell'ambito della questione, col fatto stesso di ridutte questa a una valutazione del

rapporto fra l'art. 17 della Costituzione e l'art. 25 della legge di p. s. L'art. 3 della legge 24

giugno 1929, n. 1159, e gli artt. 1 e 2 del R. D. 28 febbraio 1930, n. 289, cui la difesa del

Lasco chiede che si estenda il giudizio di legittimità costituzionale, riguardano la nomina dei

ministri di culto e l'apertura di templi ed oratorî per i culti ammessi, e quindi ben altro e

diverso oggetto da quello che è specificamente proprio dell'ordinanza e del procedimento

penale che vi ha dato luogo.

In relazione all'art. 26 della legge di pubblica sicurezza, è evidente che questa norma,

nell'attribuire al questore il potere di vietare, in date circostanze, le funzioni, cerimonie e

pratiche religiose e le processioni ecclesiastiche o civili, ricollega tale potere all'obbligo del

preavviso sancito dalla norma dell'art. 25, e ne limita pertanto l'esercizio ai casi in cui l'obbligo

del preavviso permane.

Circa infine la questione di legittimità costituzionale dell'art. 25 della legge di pubblica

sicurezza, sollevata dal Pretore di Leonforte, in relazione ai tre pubblici cortei promossi da

Carosia Giovanni e al corteo promosso da Chiaramonte Pietro, trattandosi, com'è ovvio, di

riunioni in luogo pubblico, esse rientrano nel novero delle riunioni per le quali l'obbligo del

preavviso sussiste, con la conseguente legittimità, per questa parte, della norma dell'art. 25.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

pronunciando con unica sentenza nei giudizi riuniti come in epigrafe:

dichiara la illegittimità costituzionale della norma contenuta nell'art. 25 del T. U. delle leggi di

pubblica sicurezza del 18 giugno 1931, n. 773, nella parte che implica l'obbligo del preavviso

per le funzioni, cerimonie o pratiche religiose in luoghi aperti al pubblico, in riferimento all'art.

17 della Costituzione.

(...)

Libertà di culto, di associazione e di organizzazione delle confessioni religiose e

posizione delle confessioni prive d'intesa

Sent. n. 195 del 1993 (Casavola; Ferri): Edilizia di culto - assegnazione di aree e contributi alle

confessioni religiose prive di intesa (art. 1 della Abruzzo 16 marzo 1988, n. 9)

Rispetto all'assegnazione di benefici finalizzati ad agevolare l'effettivo godimento del

fondamentale e inviolabile diritto di libertà religiosa (art. 19 Cost.), di cui l'esercizio pubblico

del culto è componente essenziale, ciascuna confessione religiosa - che tale risulti non in base

a mera autoqualificazione, ma a precedenti riconoscimenti, allo statuto o almeno alla comune

considerazione - è idonea a rappresentare gli interessi religiosi dei suoi appartenenti,

indipendentemente dal suo 'status', e senza possibilità di discriminazione, stante l'eguale

libertà di tutte le confessioni davanti alla legge (art. 8, comma primo, Cost.). Perciò,

l'attribuzione di aree riservate e di contributi finanziari per la realizzazione di edifici di culto -

mentre ragionevolmente è condizionata e proporzionata alla presenza nel territorio comunale

della confessione che richiede i benefici - non può essere legittimamente negata alle

confessioni acattoliche che non abbiano ancora stipulato l'intesa con lo Stato prevista dall'art.

8, comma terzo, Cost., o che siano prive dello statuto organizzativo di cui al comma secondo

dello stesso articolo.

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente: prof. Francesco Paolo CASAVOLA;

Giudici: dott. Francesco GRECO, avv. Ugo SPAGNOLI, prof. Antonio BALDASSARRE, prof.

Vincenzo CAIANIELLO, avv. Mauro FERRI, prof. Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato

GRANATA, prof. Giuliano VASSALLI, prof. Francesco GUIZZI, prof. Cesare MIRABELLI, prof.

Fernando SANTOSUOSSO,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 5, terzo comma, della legge della

Regione Abruzzo 16 marzo 1988, n. 29, recante "Disciplina urbanistica dei servizi religiosi",

promosso con ordinanza emessa il 19 febbraio 1992 dal Tribunale amministrativo regionale per

l'Abruzzo sul ricorso proposto dalla Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova contro il

Comune dell'Aquila, iscritta al n. 549 del registro ordinanze 1992 e pubblicata nella Gazzetta

Ufficiale della Repubblica n. 41, prima serie speciale, dell'anno 1992.

Visti gli atti di costituzione della Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova e del Comune

dell'Aquila nonché l'atto di intervento del Presidente della Regione Abruzzo;

udito nell'udienza pubblica del 9 febbraio 1993 il Giudice relatore Mauro Ferri;

uditi gli avvocati Stefano Grassi, Pietro Rescigno e Angelo Clarizia per la Congregazione

cristiana dei Testimoni di Geova e l'Avvocato dello Stato Carlo Salimei per la Regione Abruzzo.

(...)

Considerato in diritto

1. Il Tribunale amministrativo regionale per l'Abruzzo ha sollevato questione di legittimità

costituzionale degli artt. 1 e 5, terzo comma, della legge regionale Abruzzo 16 marzo 1988 n.

29, recante la disciplina urbanistica dei servizi religiosi, nella parte in cui prevedono

l'erogazione di contributi solamente a favore delle confessioni religiose i cui rapporti con lo

Stato siano regolati sulla base di intese, ai sensi dell'art. 8, terzo comma, della Costituzione.

Siffatte disposizioni - ad avviso del giudice remittente - si porrebbero in contrasto con gli artt.

2, 3, primo e secondo comma, 8, primo comma, 19, 20, 117 e 120, terzo comma, della

Costituzione.

2. La legge della Regione Abruzzo deferita al vaglio di questa Corte disciplina - come è

espressamente enunciato nell'art. 1 - "i rapporti intercorrenti tra insediamenti residenziali e

servizi religiosi ad essi pertinenti, nel quadro delle attribuzioni spettanti rispettivamente ai

comuni ed agli enti istituzionalmente competenti in materia di culto della Chiesa cattolica e

delle altre confessioni religiose, i cui rapporti con lo Stato siano disciplinati ai sensi dell'art. 8,

terzo comma, della Costituzione e che abbiano una presenza organizzata nell'ambito dei

comuni interessati dalle previsioni urbanistiche di cui ai successivi articoli".

L'art. 5, poi, prevede, al primo comma, che "I comuni devolvono entro il 31 marzo di ogni

anno alle competenti autorità religiose di cui alla presente legge una aliquota pari al 10% dei

contributi per urbanizzazione secondaria loro dovuti"; successivamente, dopo aver regolato le

modalità di determinazione delle somme, il terzo comma del medesimo art. 5 dispone: "i

contributi sono corrisposti alle confessioni religiose che facciano richiesta e che abbiano i

requisiti di cui al precedente art. 1: proporzionalmente alla loro consistenza ed incidenza

sociale".

Questa Corte è pertanto chiamata a decidere se la riserva esclusiva dei detti contributi in

favore, oltre naturalmente che della Chiesa cattolica, delle sole confessioni religiose che

abbiano regolato i loro rapporti con lo Stato attraverso le intese previste dall'art. 8, terzo

comma, della Costituzione, contrasti con il principio di eguale libertà di tutte le confessioni

religiose e con il diritto assicurato a tutti di professare la propria fede religiosa e di esercitarne

in pubblico il culto; in particolare, quindi, con riferimento agli artt. 8, primo comma, e 19 della

Costituzione.

3. La questione è fondata.

La norma sottoposta al vaglio della Corte è compresa nella "disciplina urbanistica dei servizi

religiosi" adottata dalla Regione Abruzzo nell'ambito della propria competenza in materia

urbanistica, e nel contesto delle disposizioni statali che comprendono le chiese e gli altri edifici

per i servizi religiosi tra le opere di urbanizzazione secondaria, al pari di altri servizi di pubblico

interesse (cfr. legge n. 167 del 1962 modificata dalla legge n. 865 del 1971). La disciplina della

Regione Abruzzo prevede fra l'altro, all'art. 3, una dotazione di aree specificamente riservate ai

servizi religiosi sino ad un massimo del 20% di quelle obbligatoriamente previste per

attrezzature di interesse comune, nonché all'art. 5 l'erogazione di contributi nella misura pari

al 10% dei contributi per urbanizzazione secondaria dovuti ai comuni, da utilizzarsi per la

realizzazione di attrezzature di interesse comune di tipo religioso.

Si è di fronte quindi ad un intervento generale ed autonomo dei pubblici poteri che trova la sua

ragione e giustificazione - propria della materia urbanistica - nell'esigenza di assicurare uno

sviluppo equilibrato ed armonico dei centri abitativi e nella realizzazione dei servizi di interesse

pubblico nella loro più ampia accezione, che comprende perciò anche i servizi religiosi.

La realizzazione di questi ultimi ha per effetto di rendere concretamente possibile, e comunque

di facilitare, le attività di culto, che rappresentano un'estrinsecazione del diritto fondamentale

ed inviolabile della libertà religiosa espressamente enunciata nell'art. 19 della Costituzione.

In tale campo perciò l'intervento dei pubblici poteri deve uniformarsi al principio supremo

"della laicità dello Stato che è uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta

Costituzionale della Repubblica", principio che "implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle

religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di

pluralismo confessionale e culturale" (cfr. sent. n. 203 del 1989).

4. La tesi difensiva della Regione Abruzzo si basa in sostanza sull'argomento secondo cui

l'esclusione dai contributi delle confessioni religiose che non abbiano regolato per legge i propri

rapporti con lo Stato mediante intese non darebbe luogo a violazione dei principi di libertà e di

uguaglianza essendo il differente trattamento legittima conseguenza di situazioni non

omogenee.

Ma l'argomento è fuorviante: il rispetto dei principi di libertà e di uguaglianza nel caso in

esame va garantito non tanto in raffronto alle situazioni delle diverse confessioni religiose, (fra

l'altro sarebbe difficile negare la diversità di situazione della Chiesa cattolica), quanto in

riferimento al medesimo diritto di tutti gli apparte nenti alle diverse fedi o confessioni religiose

di fruire delle eventuali facilitazioni disposte in via generale dalla disciplina comune dettata

dallo Stato perché ciascuno possa in concreto più agevolmente esercitare il culto della propria

fede religiosa.

Se la diversità di trattamento ai fini dell'ammissione al contributo pubblico, come la stessa

difesa della Regione sottolinea, è collegata alla entità della presenza nel territorio dell'una o

dell'altra confessione religiosa, il criterio è del tutto logico e legittimo, e la previsione in tal

senso della legge regionale (artt. 1 e 5) non è contestabile; essa non integra nemmeno stricto

sensu una discriminazione in quanto si limita a condizionare e a proporzionare l'intervento

all'esistenza e all'entità dei bisogni al cui soddisfacimento l'intervento stesso è finalizzato.

Rispetto, però, alla esigenza sopra enunciata di assicurare edifici aperti al culto pubblico

mediante l'assegnazione delle aree necessarie e delle relative agevolazioni, la posizione delle

confessioni religiose va presa in considerazione in quanto preordinata alla soddisfazione dei

bisogni religiosi dei cittadini, e cioè in funzione di un effettivo godimento del diritto di libertà

religiosa, che comprende l'esercizio pubblico del culto professato come esplicitamente sancito

dall'art. 19 della Costituzione.

In questa prospettiva tutte le confessioni religiose sono idonee a rappresentare gli interessi

religiosi dei loro appartenenti. L'aver stipulato l'intesa prevista dall'art. 8, terzo comma, della

Costituzione per regolare in modo speciale i rapporti con lo Stato non può quindi costituire

l'elemento di discriminazione nell'applicazione di una disciplina, posta da una legge comune,

volta ad agevolare l'esercizio di un diritto di libertà dei cittadini.

5. Invero, tutte le confessioni religiose sono - secondo il dettato dell'art. 8, primo comma, della

Costituzione - egualmente libere davanti alla legge. A questo principio generale si aggiunge,

nella disciplina del citato art. 8, l'affermazione del diritto delle confessioni di "organizzarsi

secondo i propri statuti in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano"

(secondo comma), cui segue la facoltà di aver rapporti con lo Stato, da disciplinare per legge

sulla base di intese con le rappresentanze delle confessioni organizzate (terzo comma).

Possono quindi sussistere confessioni religiose che non vogliono ricercare un'intesa con lo

Stato, o pur volendola non l'abbiano ottenuta, ed anche confessioni religiose strutturate come

semplici comunità di fedeli che non abbiano organizzazioni regolate da speciali statuti. Per

tutte, anche quindi per queste ultime - ed è ipotesi certo più rara rispetto a quella della sola

mancanza d'intesa - vale il principio dell'uguale libertà davanti alla legge.

Una volta, dunque, che lo Stato e i poteri pubblici in genere ritengano di intervenire con una

disciplina comune, quale è quella urbanistica, per agevolare la realizzazione di edifici e di

attrezzature destinati al culto mediante l'attribuzione di risorse finanziarie ricavate dagli oneri

di urbanizzazione, la esclusione da tali benefici di una confessione religiosa in dipendenza dello

"status" della medesima, e cioè in relazione alla sussistenza o meno delle condizioni di cui al

secondo e terzo comma dell'art. 8 della Costituzione, viene a integrare una violazione del

principio affermato nel primo comma del medesimo articolo.

Resta fermo che per l'ammissione ai benefici sopra descritti non può bastare che il richiedente

si autoqualifichi come confessione religiosa. Nulla quaestio quando sussista un'intesa con lo

Stato. In mancanza di questa, la natura di confessione potrà risultare anche da precedenti

riconoscimenti pubblici, dallo statuto che ne esprima chiaramente i caratteri, o comunque dalla

comune considerazione.

Ferma restando quindi la natura di confessione religiosa, l'attribuzione dei contributi previsti

dalla legge per gli edifici destinati al culto rimane condizionata soltanto alla consistenza ed

incidenza sociale della confessione richiedente e all'accettazione da parte della medesima delle

relative condizioni e vincoli di destinazione.

6. Quanto è stato detto fin qui in riferimento a tutte le confessioni religiose e all'art. 8 della

Costituzione, trova ulteriore ed ampia conferma se si esamina più specificamente la questione

sotto il profilo dell'art. 19 della Costituzione e dei diritti della persona.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Niccolò Cusano - Unicusano o del prof Cozzolino Mariassunta.

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