Diritto e letteratura
Autori classici e il loro impatto
Eschilo: Orestea; Euripide: Elettra, Oreste; Sofocle: Aiace, Antigone; Shakespeare: Il mercante di Venezia.
Platone e Aristotele
Platone non è il portavoce del suo tempo, né Aristotele. Vanno oltre il senso comune. In opere che precedono la nascita della filosofia del diritto (intesa come riflessione sul diritto e sulla giustizia) possiamo trovare cose molto interessanti. Platone: i grandi autori, a volte, non sono consapevoli della ricchezza delle loro opere; il poeta vaga per cercare ispirazione. Leggeremo tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide. Questi autori hanno interpretato, vissuto a livello artistico, tematiche che non sono stati loro a creare. Le tragedie non riguardano vicende create dalla fantasia degli autori. Molte scene messe in scena sono interpretazioni di miti, leggende, fatti storici noti agli spettatori.
Il teatro come rito
Il cittadino che va a teatro ci va non più per farsi turbare da una storia ignota e seguirne gli sviluppi, ma perché sa già di cosa si tratta. Non gli interessa sapere come va a finire, ma come la vicenda viene rappresentata. Il pubblico sa bene che quel personaggio non vuole uccidere quell'altro e, tuttavia, vivono queste situazioni come se fossero vere. Ha la capacità di coinvolgere il pubblico, ma questo coinvolgimento deve arrivare fino a un certo punto, non deve essere eccessivo.
Il teatro è un rito, si inserisce nelle feste religiose. Erano celebrazioni in onore di un dio e si svolgevano a marzo, erano le Grandi Dionisie. Nel corso di queste feste, lo spettacolo teatrale è un elemento del rito. Questa partecipazione (attiva) al teatro era ulteriormente ravvivata da un meccanismo, ovvero il fatto che queste interpretazioni erano l'una contro l'altra, venivano giudicate da una giuria sorteggiata tra gli ateniesi. È una sorta di festival del teatro, è una gara. Quella greca era una civiltà agonale. La competizione è tipica del teatro.
L'importanza del teatro per la polis
L'autorità politica che formalizza queste rappresentazioni fu un tiranno (con tale parola si intende "sovrano"; solo con il tempo si colora di un connotato negativo). Perché lui e i suoi successori diedero tanta importanza al teatro? Intanto, perché è coinvolgimento della polis e anche perché si tendono ad affermare dei principi, dei valori; hanno una funzione. La tragedia deve tendere alla purificazione del negativo ed è interesse della polis. Si affermano ideologie attraverso la rappresentazione teatrale (siamo nel V-VI secolo a.C.). Si possono plasmare i valori con il teatro. Ma le tragedie non sono qualcosa che il potere crea per influenzare. Queste tragedie passano attraverso delle procedure che non possono non avere conseguenze.
Il ruolo dell'arconte eponimo
A gestire questo meccanismo delle rappresentazioni è l'autorità politica, in particolare l'arconte eponimo (l'anno viene nominato con riferimento al nome dell'arconte). L'arconte deve realizzare le Grandi Dionisie. Deve organizzare le rappresentazioni e chiedere agli autori delle tragedie di sottoporgli almeno un canovaccio di queste tragedie.
Ogni autore presenta tre tragedie e una commedia. Queste tragedie (trilogia) esprimono una grande tragedia attraverso tre successive tragedie (trilogia legata). Nel corso della giornata vengono rappresentate quattro trilogie consecutive. Esse tendono a orientare i comportamenti attraverso un'ideologia, un certo valore del mondo funzionale della salvezza della polis. Queste tragedie hanno sia un ruolo attivo che passivo perché costringe l'autore a tenere conto di quello che pensano i cittadini. Difficilmente si presenta una tragedia in cui i valori politici sono contraddetti, ridicolizzati. C'è necessariamente un minimo di condizionamento.
L'arconte deve poi dare un sostegno economico, consentire a questi autori di poter affrontare le spese, soprattutto del coro (cioè un gruppo di attori che assolve le funzioni di collegamento delle scene, commento e narrazione della trama; spesso devono cantare, per cui è necessario avere compositori, musicisti). Queste spese l'arconte non le affronta direttamente, ma incarica un cittadino ricco di fornire il supporto economico alla rappresentazione della trilogia.
C'è poi la scelta dei vincitori. La vincita è simbolica, fortuna sociale del vincitore. Come vengono classificate? Chi decide l'ordine con cui premiare le tragedie? Decide la giuria, la quale viene sorteggiata tra i cittadini, come già detto.
È necessario che la tragedia non abbia contenuto eversivo, che colpisce l'arconte, non deve mettere in discussione il potere. Deve, inoltre, piacere alle classi più ricche. Tanto più generoso sarà il finanziatore, tanto più sarà consenziente con i contenuti. L'autore deve poi tener conto della democrazia ateniese. Ovidio pagò con la sconfitta il non tenerne conto.
Le tragedie rappresentavano vicende che appartenevano ai miti, leggende, fatti non mitici che affondano le loro radici nel passato. Il coinvolgimento del pubblico non deve essere eccessivo, non deve portare a reazioni emotive incontrollate. Frinico, con la sua opera "la presa di Mileto", subì una muta per aver provocato un turbamento eccessivo. Forse c'era un'implicita accusa all'autorità ateniese per non aver aiutato gli alleati.
Eschilo e Orestea
Troveremo nell'opera di Eschilo una serie di elementi che a noi paiono anticipatrici della nostra civiltà. Abbiamo rappresentate una serie di caratteristiche del diritto processuale che loro non conoscevano. La civiltà greca è una civiltà nella quale la vendetta è un istituto giuridico: si attribuisce il diritto a chi ha subito il torto di vendicarsi. Nel diritto greco, inoltre, non esisteva l'avvocato. C'era soltanto un soggetto che scriveva la difesa. All'epoca il giudice non doveva dare motivazione. Nessuna parte ha il diritto di mentire.
Inoltre, nel teatro greco c'è una sorta di tabu: non si mettono in scena spettacoli di violenza. Eppure, Eschilo riesce a raggirare questo perché con Eschilo assisteremo in tempo reale, ma, non sulla scena, all'uccisione. Sentiamo delle urla, ma non vediamo l'uccisione.
Orestea: l'Agamennone
È un ciclo che fa riferimento a Micene, città in cui governava Agamennone. Il mito si inserisce nel ciclo omerico. Nell'Orestea, o almeno nella prima tragedia, il protagonista dovrebbe essere Agamennone, ma invece la prima parte si svolge senza di lui. Agamennone è il capo della spedizione contro Troia. Qual è la prima vendetta che viene compiuta? Ce lo dice Eschilo: quella voluta da Zeus che colpisce Paride che si è reso responsabile di aver tradito la legge dell'ospitalità (che impone un vincolo reciproco, di solidarietà).
Riassunto della tragedia
Questa tragedia comincia con una sentinella che scruta nella notte, nell'orizzonte in attesa di un segnale. La regina ha ordinato che quando Troia sarà conquistata, venga acceso il fuoco. Quasi contemporaneamente alla conquista di Troia, si viene a saperlo. C'è un iniziale scetticismo ad Argo. Poi se ne convince anche il popolo e si attende il ritorno di Agamennone e Menelao. Subito dopo arriva un araldo che Agamennone ha spedito per dare la notizia del suo rientro. Agamennone rientra e viene ad essere accolto con eccessivo entusiasmo da Clitennestra, sua moglie, la quale lo invita a camminare su tessuti di porpora per entrare nella reggia. Agamennone cede e nel mentre arriva la principessa troiana Cassandra, la quale profetizza la morte del suo padrone. Dopo essere entrato nella reggia, si sentono arrivare delle urla di Agamennone: è il momento della sua morte. (Il padre di A. si era macchiato di delitti). Viene uccisa anche Cassandra. La tragedia si conclude con la vittoria di Clitennestra ed Egisto, i nuovi sovrani. (Agamennone è dunque punito come atto di vendetta).
Il ruolo della sentinella
La sentinella è il primo personaggio. Ella si trova sul promontorio, ha trasmesso il segnale sulla base di quanto era stato organizzato da Clitennestra (se Troia fosse stata conquistata, si sarebbe dato un segnale, il fuoco notturno, che sarebbe potuto arrivare attraverso una serie di postazioni previste per lo scopo, fino alla città di Argo. La sentinella che il suo penare è finito, il segnale è arrivato, la guerra di Troia è finita. Non tutto ormai è risolto: finita la guerra, c’è qualcosa che ancora turba la sentinella ed evidentemente non solo lei.
Detto questo, stiamo scoprendo che è finita la guerra di Troia, ma non sappiamo quali aspetti della guerra di Troia saranno sviluppati nel corso della trilogia; e questo lo sapremo attraverso quello che sentiamo dire dal Coro, che entra in scena all’inizio delle tragedie e ha un ruolo particolare: in parte, esso stesso è un attore di fatto della vicenda, generalmente non è tanto l’attore quanto più un modo per esprimere vedute collettive o un modo per l’autore di intervenire. Il Coro diventerà uno dei principali protagonisti nelle Eumenidi, mentre rappresenta la città di Argo, attraverso coloro che sono rimasti ad Argo, ovvero il Coro è composto da anziani abitanti della città di Argo che sono anche abbastanza influenti. In altri termini, sono gli esponenti più in vista della città di Argo, che sono potuti andare in guerra a causa dell’età, e sono loro che ci introducono nella vicenda attraverso una serie di commenti.
La cosa che dice il Coro è: “questo è il decimo anno da quando l’avversario di Priamo, ovvero Menelao e Agamennone figli di Atreo...” La prima cosa che ci sorprende di questo primo accenno allo stato delle cose è il fatto che il Coro parli prima di Menelao anziché Agamennone. Sappiamo che c’è una guerra che colpisce Troia, il cui sovrano è Priamo, però poi come avversario si cita Menelao e subito dopo Agamennone, ma invece sappiamo che se dovessimo indicare i due capi in guerra dovremmo citare per primo Agamennone e non Menelao. A Menelao si può far risalire l’origine della spedizione che è volta a punire Troia, una vera e propria spedizione punitiva, in quanto non avendo avuto la restituzione di Elena, gli achei decidono non solo di sanzionare Paride, ma l’intera città di Troia e in questo modo fare giustizia. Assistiamo alla prima delle vendette: sanzionare l’offesa che Paride ha arrecato, offesa nell’onore e nel patrimonio (perché Paride con Elena aveva portato via anche i beni di Elena che erano anche di proprietà di Menelao).
I primi versi ci chiariscono qualcosa che non abbiamo molto chiaro e cioè che in realtà quello che noi abbiamo chiamato offesa subita da Menelao non è l’offesa a Menelao, non ci sono singoli individui che siano protagonisti delle vicende; i veri protagonisti, anche se non ci viene detto qui, sono i ghene che è plurale di ghenos cioè la stirpe dei discendenti da uno stesso capostipite; quindi la famiglia in senso ampio. Il ghenos corrisponde alla gens romana, quindi una comunità di persone. Se oltre che Menelao partecipa anche Agamennone alla spedizione e ne diviene addirittura il capo, come fratello maggiore di Menelao, non è un qualcosa di trascurabile perché è un elemento fondamentale di questa civiltà arcaica. In Eschilo il ghenos è centrale tanto passivo (perché subisce l’offesa) tanto attivo (perché chiamato alla vendetta). Con Euripide ci accorgeremo che egli ci rappresenta una visione del ghenos molto diversa: una visione in cui sono i singoli individui ad agire e non l’intero ghenos. Per cui vedremo che Oreste interpreterà l’aiuto che secondo lui Agamennone ha dato a Menelao per consentirgli di potersi vendicare come un atto di beneficenza, come un atto altruistico (in Euripide). Mentre qui l’intero ghenos è chiamato a vendicarsi, perché l’intero ghenos subisce l’offesa.
Di fatto, quel che ci dice il Coro è questo: prima nomina Menelao e poi dopo Agamennone, e sono stati loro due, ma vengono considerati un’unica persona perché l’offesa l’ha subita l’intero ghenos. Essi sono chiamati a fare giustizia e li chiama a fare giustizia Zeus, il dio supremo. Zeus è il dio della vendetta che attraverso una figura domina anche la giustizia, ovvero Dike che è sua figlia, la quale è uno strumento di Zeus. Quindi è dio della vendetta intesa come giustizia ma anche il dio massivamente interessato a fare giustizia attraverso la vendetta. Zeus protegge l’ospitalità, Zeus ospitale, al quale si deve l’istituzione di questa sorta di istituto anche giuridico, un momento sociale, che è l’ospitalità: due soggetti legati dal vincolo dell’ospitalità devono essere reciprocamente leali e solidali. Quello che si rimprovera a Paride è quello di aver compiuto una trasgressione gravissima perché ha violato la legge di Zeus.
Qui c’è una vera e propria violazione di una legge divina: la lealtà dovuta all’ospite, da parte di chi è stato ospitato o da parte dell’ospitante. Un legame che è qualcosa di più dell’amicizia. Allora, il protagonista di questa vendetta saranno questi atridi che Zeus invierà a Troia per fare giustizia e la prima cosa che scopriamo è che la vendetta è il modo con cui si fa giustizia. E vuol dire obbedire a precise regole perché anche la giustizia non è affidata alla reazione spontanea, che potrebbe anche essere spropositata, eccessiva, da parte di chi è stato offeso. Questa offesa non è solo un’offesa all’onore ma è un danno e può essere un danno morale ma anche un danno materiale e chi ha subito il danno deve vendicare, ma questa vendetta non è affidata alla discrezionalità di chi ha subito il danno. Ma è qualcosa che la comunità, la polis, tutte le persone che sono in scena, si aspettano. È una sorta di dovere. Non esistono ancora organi pubblici delegati a fare giustizia, qualcuno deve fare giustizia punendo il trasgressore e questo qualcuno per ora, in questa fase della civiltà, non può che essere un privato, non può che essere colui stesso che ha subito il danno. Quindi, vendetta conforme a giustizia; responsabile, ultimo o primo, Zeus ma Zeus si serve degli uomini per fare vendetta. Per cui, mentre gli atridi, Agamennone e Menelao, fanno vendetta per il danno economico oltre che morale, attraverso la loro azione è Zeus che fa giustizia. È come se il dio si servisse degli uomini per i suoi fini, ci sono anche i fini degli uomini. C’è l’utilizzazione dei fini individuali perseguiti dagli uomini per raggiungere fini più alti, più nobili. Non si tratta di dare soddisfazione ai due atridi, si tratta di fare giustizia e l’ingiustizia (violazione di principi di giustizia) è in realtà la violazione di una legge di Zeus, di qui il suo intervento. Gli abitanti di Argos sanno che quello che Agamennone e Menelao hanno deciso di fare in realtà è stato deciso da Zeus, che gli ha inviati per fare giustizia.
A volte anche i singoli componenti del Coro parlano separatamente dagli altri, ma in genere quando non ci sono indicazioni diverse è il Coro a parlare. Nella tragedia non abbiamo per esempio “si sposta X”, deduciamo tutto dalla tragedia. Non era ancora uso la didascalia.
C’è una prima immagine che ci fornisce il Coro ed è significativa perché evoca il mondo degli uccelli, ma è molto importante un’altra illusione al mondo degli uccelli che vedremo subito dopo. Per indicare la rabbia e lo sconcerto subito per il rapimento di Elena e dei suoi beni, il Coro ci propone l’immagine di avvoltoi che abbiano lasciato i piccoli nel nido e non ritrovino poi questi piccoli; questi battono le ali alla ricerca di quello che manca. Questa immagine ci interessa meno rispetto a quella che troveremo subito dopo.
Prima considerazione: il Coro trova come principale responsabile della guerra, che il Coro stesso deplora per le vite umane che ha sacrificato, individua come principale responsabile Elena. Non nomina altri. Chiama in causa Elena, cominciando a demolirne l’immagine. Perché invece di alludere alla straordinaria bellezza di questa donna, la chiama in causa dicendo “donna amata da numerosi sposi”, una donna che non ha soltanto avuto come sposo Menelao, ma molti altri. È un modo per mettere sotto accusa questo personaggio. La tesi che viene avallata è che per una donna del genere non valeva spendere tante vite. Ma questo motivo lo stesso maestro troverà il modo per attenuarlo quando adopererà per descrivere la bellezza di Elena delle frasi significativamente. I troiani dicono “per una donna così valeva proprio la pena che si scatenasse la guerra”.
Il perché ci interessa Elena è dato dal fatto che Elena è sorella di Clitennestra, la moglie di Agamennone. Agamennone e Menelao avevano sposato rispettivamente Clitennestra ed Elena; Clitennestra risente agli occhi dei cittadini di Argo anche di questa indiretta, incolpevole responsabilità.
Sappiamo che sono passati dieci anni dall’inizio della guerra. Quello che il Coro ci dice è che improvvisamente nella città di Argo sono stati accesi una serie di fuochi per celebrare un avvenimento che non sappiamo cosa sia ed è un modo molto raffinato di Eschilo per far corrispondere quei
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.