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Diritto e letteratura, opzionale 6 cfu (Eschilo, Euripide, Sofocle, Shakespeare)

Appunti presi in maniera precisa a lezione. La materia trattata si inserisce nell'ambito della Filosofia del diritto. Durante il corso sono stati letti ed esaminati vari testi, ossia l'Orestea di Eschilo, l'Oreste e l'Elettra di Euripide, l'Aiace e l'Antigone di Sofocle e, infine, l'opera teatrale "Il Mercante di Venezia". Sono stati così analizzati i valori/principi espressi da ogni dimensione... Vedi di più

Esame di Diritto e letteratura docente Prof. E. Ripepe

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il Coro non ne è del tutto convinto. Di fatto, Clitennestra rivendica la sua

capacità, la sua freddezza, la sua capacità di aver organizzato un sistema

che la rendeva certa di quanto era avvenuto e dice qualcosa su cui ci

dobbiamo soffermare perché questo personaggio si colora di una serie di

aspetti che non possiamo trascurare e che non ci si deve far dimenticare

che Clitennestra rivendica il diritto di vendicare la figlia. Beh, è un atto di

giustizia, ma vedremo che certamente in mancanza di un organo pubblico

incaricato di fare giustizia, di condannare e così via, la giustizia anche

quella penale è affidata ai privati. Ma perché si è dovuti andare oltre questo

modo di garantire la giustizia? Vedremo come nella volontà di fare giustizia

del privato ci possono essere elementi diversi dalla giustizia che possono

turbare il giustizio, che possono esacerbare gli animi, non sono garanzia di

vero atto di giustizia.

Cosa dice Clitennestra? Sicura che la vittoria è stata conquistata dagli

achei. Fa riferimento a ciò che sta sicuramente avvenendo a Troia. Gli

assediati non fanno che piangere i morti. È necessario pensare al ritorno.

Non è detto che con la vittoria sia chiuso il ciclo e non ci siano più pericoli

per i vincitori. Perché se i vincitori vanno oltre il lecito e non rispettano gli

dèi che proteggono Troia, anche questi dèi potrebbero volersi vendicare. È

come se Clitennestra in cuor suo sperasse che questi eccessi siano

compiuti in maniera che chi li ha compiuti venga chiamato a pagare per

quello che ha fatto. E se anche così non fosse, c’è anche da pensare di

quando anche l’esercito tornerà in città dovrà fare i conti con il dolore dei

cari. È come se nel momento stesso in cui Clitennestra dice di temere che

si possa verificare qualcosa sperasse tutto ciò. Clitennestra spera che sia

punito Agamennone ma anche la speranza che lei si possa sbarazzare di

Agamennone. Anche qui non ci sono personaggi tutti negativi, ma neanche

tutti positivi. Questa è la grandezza della tragedia greca: esattamente

all’opposto di quando sorgono fare coloro che assistono alla tragedia, la

tragedia greca non ha uno scontro tra bene e male. Non ci sono

e negativi. Nell’Antigone cercheremo di dimostrare

personaggi solo positivi

che non c’è niente di più banale, ridicolo, che vedere lo scontro tra il male e

il bene, tra il malvagio Creonte e l’angelica Antigone. Lo scontro è sempre

tra due principi non uno positivo e uno negativo, ma due principi entrambi

per chi agisce positivi. Chi scegliere di compiere un certo atto è perché

ritiene che sia giusto compiere quell’atto. È un conflitto tra due principi etici

nella tragedia greca. Se la tragedia ci descrivesse lo scontro tra chi ha tutte

le ragioni e chi ha tutto torto sarebbe molto più banale, forse non ci

interesserebbe più. Nella tragedia come spesso nella vita chi ha torto non

ha solo torto e chi ha ragione non ha solo ragione. Clitennestra non è solo

negativo perché ha anche le sue ragioni. Agamennone che è vittima di

questa moglie bugiarda, che lo accoglie con grandi doni e poi lo uccide,

Agamennone non ha solo ragioni. In ogni caso, il Coro aveva concluso,

“Zeus è benevola notte che un immenso manto stellato

sostenuto, dicendo

[…]”.

Intanto, un altro motivo che troveremo è che la giustizia, la vendetta

arrivano con Zeus. La punizione può arrivare anche all’ultimo dei giorni di

un essere umano. C’è questa incombente spada di Damocle. La giustizia

arriva tardi, ma arriva. Questa immagine è per noi molto interessante. È

come se Zeus avesse avvolto la città di Troia in una rete che l’ha

imprigionata per costringerla a subire il suo destino. La rete: è un’immagine

che ritorna spesso. Quando Agamennone sta facendo il bagno viene

lanciato su di lui una sorta di vestito che lo avvolge come una rete. Questa

“rete” è interessante perché vedremo che questa rete sta a significare

anche l’inganno con il quale avvengono queste uccisioni. Agamennone

sarà ucciso con l’inganno da Clitennestra che lo fa entrare e nel momento

in cui si sta rilassando, sulla base dell’inganno (perché ha accettato di fare

quello che gli diceva Clitennestra) verrà ucciso, ma la rete e cioè l’inganno

sarò adoperato anche da Oreste, quando per vendicare l’uccisione del

padre ingannerà la madre ed Egisto fingendosi non Oreste ma uno

straniero che porta notizie di Oreste. Queste vendete sono vendette che

tendono ad essere sempre e solo contraccambio, l’uguale. Tu uccidi con la

vendetta? Allora, sarai ucciso con la vendetta: lo dirà la stessa

Clitennestra.

Ma quale inganno deve scontare Agamennone per giustificare l’uccisione

con l’inganno che subirà Agamennone per opera di Clitennestra? Eschilo

non lo valorizza. Tuttavia, in altre versioni del mito, anche Agamennone ha

con l’inganno: ha fatto credere alla moglie Clitennestra e alla figlia

ucciso

Ifigenia che dovevano recarsi in Aulide perché Ifigenia doveva sposare

Achille, il più grande dei guerrieri achei. Convinta che quell’altare fosse

quello delle sue nozze, Ifiginia era andata felice incontro alla morte. Quindi,

viene uccisa con l’inganno: questo non è valorizzato da Eschilo

nell’Agamennone. Chi uccide con l’inganno, dunque, merita di essere

ucciso con l’inganno. Abbiamo un piccolo spostamento dal danno oggettivo

al comportamento soggettivo di chi deve essere punito ma resta che il

criterio fondamentale nella civiltà della vendetta è quella della proporzione

al danno che è stato subito.

La vendetta poggia quindi su questo criterio del contraccambio. Tuttavia,

quando si parla di Troia e di Paride, Eschilo sembrerebbe venire meno a

questo perché dice che Paride e Troia in generale scontò una doppia pena

perché dovette subire la perdita di Elena e dei suoi beni e in più scontò

l’intera Troia con la distruzione la sua condotta. Quindi, una doppia pena.

Pensiamoci non è così. La civiltà della vendetta non si limita a far subire

uno stesso danno a chi ha provocato un danno. Se io rapisco una donna,

anche se consenziente, e i suoi beni, e poi come sanzione subisco la

perdita di entrambi, quale perdita ho subito? Cioè sarebbe qualcosa che

incoraggia a commettere atti non dovuti visto che tutto sommato male che

vada perdo quello che ho illecitamente conquistato. Bisogna che oltre

all’espropriazione di quello di cui mi sono indebitamente appropriato io

subisca il danno che ho inflitto ad altri. La doppia pena è giustificata: se

non fosse doppia in questi casi, cioè se si limitasse a togliere il maltorto, chi

del maltorto si è reso responsabile potrebbe delinquere ulteriormente

perché male che va perde quello che si è indebitamente portato via. L’unico

Fissiamo ora questo aspetto: la vendetta è un atto di giustizia.

atto di giustizia possibile in certi casi in una civiltà nella quale non esistono

ancora organi deputati alla gestione del diritto penale e quindi alla

punizione e così via. La sua misura è data da questa regola. È un istituto

giuridico sia pure di un tipo di società giuridica che non può essere quella

che subentrerà. Stiamo vedendo alcuni aspetti che rendono necessaria e

opportuno il superamento di questo tipo di diritto. Chi è delegato a

compiere la vendetta potrebbe essere spinto non solo da ragioni di giustizia

ma anche da altri sentimenti (arricchirsi, ad esempio.) In Clitennestra

abbiamo già visto un altro elemento e cioè il potere. Diventare colei alla

quale si deve rispetto e obbedienza non in quanto moglie di un re assente,

ma in quanto vera e propria sovrana. Questo è qualcosa che ci fa dubitare

che Clitennestra sia animata solo dal desiderio di vendicare la figlia.

22/02/2017

Domande/risposte

Se mettete in discussione ciò che ha fatto Oreste, mettete in discussione

l'ordine di Zeus.

Quando sarà chiamato a rispondere di ciò che ha fatto, Oreste ha due

motivazioni: ha agito per obbedienza alla divinità, inoltre se tra madre e

figlio non c'è rapporto di consanguineità, le Eumenidi non dovrebbero

intervenire. Questi due elementi non vengono ad essere presi in

considerazione. Tu puoi essere chiamato a rispondere di ciò che hai

fatto anche se hai fatto ciò che il dio ti ha ordinato. Come potrebbero

gli uomini chiedere conto a Zeus di aver costretto Agamennone e Menelao

a fare quello che hanno fatto?

Forse in quella stessa civiltà non tutti erano appagati da questa

concezione. Abbiamo visto che per quanto riguarda l'uccisione della figlia

di Agamennone questo elemento di libertà di scelta, che sembrerebbe

inesistente, in realtà Eschilo accoglie questa tesi e ce la presenta

diversamente. È vero che ha agito perché così voleva Artemide, e tuttavia

aveva un'altra via. Se ha scelto la prima invece che della seconda, vuol

dire che Agamennone ha preferito andare incontro a conseguenze

negative di una scelta piuttosto che le conseguenze negative di un'altra

scelta. Anche se questo elemento passa in seconda linea, è interessante, è

importante che Agamennone si ritrovi a dover scegliere tra due scelte. La

drammaticità è ancora maggiore. E tuttavia resta il fatto che il mito ci

rappresenta quel tipo di vicenda, Eschilo è libero fino a un certo punto di

interpretare, non potrebbe dire che Agamennone non aveva alcuna colpa e

non era giusto che fosse ucciso. No, la vendetta di Agamennone viene

giustificata. Per rendere più evidente la responsabilità di Agamennone,

Agamennone non parla mai dell'uccisione di Ifigenia. Di tutto parla,

eccetto che è stato costretto a ucciderla.

Eschilo ci dice che non c'è nessun atto necessitato. Chi obbedisce alla

divinità apparentemente agisce in stato di necessità, in realtà lui fa

una scelta. Come nell'Antigone: Antigone sceglie di disobbedire a Creonte

perché la sanzione umana è

Una donna è stata vendicata distruggendo una città. Clitennestra,

quando viene Agamennone, ribadisce la sua devozione per lui.

Agamennone non parla della figlia morta, ma Clitennestra parla di Oreste.

Clitennestra vuole guidare Agamennone nella reggia. Clitennestra sa che

bisogna fare giustizia e cioè uccidere Agamennone per il sacrificio che

questi ha fatto. Agamennone non vuole calpestare i tappeti di porpora, da

parte di un uomo arrogarsi di camminare su questi tappeti sarebbe un atto

di arroganza.

Si tratta di fare giustizia giustiziando Agamennone. Clitennestra ha

bisogno dell’aiuto delle divinità, di poter contare su di lei, e quando riesce a

indurre Agamennone a entrare, chiude il suo discorso non prima di essersi

sentita dire che deve far entrare la schiava.

Chi se non Clitennestra può chiedere che si faccia giustizia?

Cassandra gli era stata attribuita come parte del bottino. Inizialmente

sembra non comprendere Clitennestra, la quale sospetta che non capisce il

greco e invece Cassandra lo capisce. Cassandra ha il dono di conoscere il

futuro e tuttavia è stata punita da Apollo con una sanzione ben precisa: può

prevedere il futuro, ma non viene creduta. In questo momento, è la

compagna preferita di Agamennone. Il terzo delitto di sangue che sta per

avvenire, e cioè l’uccisione di Agamennone che è stato preceduto

dall’uccisione di Ifigenia e prima ancora dall’uccisione di Tieste.

Anche Egisto ha ragioni di giustizia, deve vendicare quello che

Agamennone non personalmente ma sulla base della responsabilità deve

scontare.

La prima delle cose che aveva detto è: “Attraverso me parla Zeus”. Come dire: se

mettete in discussione la liceità di quello che ha fatto Oreste, mettete in discussione la

liceità di ciò che dice Zeus. Questa deresponsabilizzazione per aver commesso il fatto

in obbedienza a un ordine superiore o addirittura in stato di necessità non è nemmeno

preso in considerazione dal tribunale e dalla stessa Atena.

A noi parrebbe che ci siano elementi determinati che sono addirittura prioritari

rispetto a una qualunque altra discussione. Quali? Quando sarà chiamato a rispondere

di ciò che ha fatto e si recherà volontariamente per ordine di Apollo ad Atene, in fondo

Oreste avrebbe due motivazioni: 1) Ha agito per obbedienza alla divinità, quindi perché

c’è rapporto di

condannare lui?; 2) se, come sostiene la difesa, tra madre e figli non

consanguineità, le Erinni che hanno il compito di punire i delitti di sangue tra

consanguinei non avrebbero competenza. Questi sono gli elementi che nella prossima

civiltà giuridica sarebbero prima di ogni altro eccepibili dalla difesa.

è la dimensione tragica nella quale si colloca l’esistenza umana

Questa

in questa civiltà. Tu puoi essere chiamato a rispondere di quello che hai

fatto, anche se hai fatto ciò che un dio ti ha ordinato di fare. Corrispondente

ne possiamo fare un’altra: gli dèi non

a questo tipo di considerazione,

rispondono di quello che fanno fare? Come potrebbero gli uomini chiedere

conto a Zeus di aver costretto Agamennone e Menelao a distruggere

Troia? Nessuno, non glielo può chiedere nemmeno la figlia. Se ci

pensiamo, Artemide nel punire Agamennone per quello che farà sta

mettendo in discussione l’autorità di Zeus, ma Artemide si guarda bene dal

chiamare in causa Zeus. Questo ci dà il segno di un sistema di valori, di un

modo di concepire la responsabilità completamente diverso dal nostro.

Quello che a noi interessa è che, col senno di poi, noi non solo possiamo

rilevare questi aspetti, ma possiamo anche intravedere che forse in quella

stessa civiltà non tutti erano davvero attaccati a questa concezione.

Abbiamo già visto come per quanto riguarda proprio Agamennone, per

quanto concerne l’uccisione della figlia, questo elemento della libertà di

scelta che sembrerebbe inesistente (nella tradizione Agamennone è stato

costretto). In realtà, Eschilo accoglie questa tesi e tuttavia ce la presenta

diversamente: è vero che ha agito come ha agito per così ha voluto

Artemide, e tuttavia poteva percorrere un’altra strada. Non era l’unica via.

Poteva intraprendere anche un’altra alternativa, anch’essa terribile con

conseguenze tragiche, ma se ha scelto la prima anziché la seconda

significa che ha preferito andare incontro a certe conseguenze negative di

una scelta invece che alle conseguenze di un’altra scelta. Dunque, in

questa civiltà che si è chiamati a rispondere anche di ciò che si è fatto

senza colpa, in questa situazione in realtà è come se qualcuno già

presentisse che ci vuole un minimo di colpevolezza per essere chiamati a

rispondere di ciò che si è fatto. È interessante per noi perché sia pure per

scelte teatrali, è importante che Agamennone si trovi a dover scegliere tra

due alternative, questo aumenta la tensione, la drammaticità della

situazione. Tuttavia, resta il fatto che il mito ci rappresenta quel tipo di

vicenda. Eschilo è libero fino a un certo punto di interpretare, non deve

cambiare la sostanza. La vendetta di Clitennestra è giustificata. Però anche

qui per rendere più evidente la responsabilità di Agamennone, il fatto che

anche alla luce di una sensibilità più moderna rispetto a quella del mito,

parla mai dell’uccisione di Ifigenia. Quando

ebbene Agamennone non

Agamennone arriva ad Argo, di tutto parla eccetto che è stato costretto a

uccidere la figlia, non si giustifica con Clitennestra, la quale ha dalla sua

delle ragioni profondissime di ostilità verso Agamennone per aver ucciso

colei che era frutto del suo dolore di parto.

I greci attraverso Eschilo dimostrano di esserne sia pure limitatamente

consapevoli. In fondo, non è giusto che qualcuno risponda di ciò che non

poteva non fare. Eppure, questa è la responsabilità come la concepiscono

in questa situazione. Responsabilità viene propria dalla parola respondere.

Nel libro della genesi dove ancora non c’è la nozione di responsabilità,

però abbiamo due domande successive. Una fatta a Eva da Dio e l’altra

sempre da Dio: “Che cosa hai fatto?” Questa è la domanda

fatta a Caino

alla quale rispondere, ma se la domanda è questa come si può pretendere

che si giustifichi quel che ha fatto qualcuno che si è limitato a fare quel che

non poteva non fare? Come si può ritenere che Edipo debba rispondere del

grave delitto di aver ucciso il padre se non sapeva che egli era suo padre?

È quello che cercheremo di approfondire. Ci sono una serie di intuizione

che ci autorizzano a trarre illazioni che queste domande non erano del tutto

all’attività greca.

sconosciute

Anche se non c’è ancora in Grecia una teoria della pena, ma ci sarà non

più di un secolo dopo già in Platone. Platone individuerà due funzioni della

pena: 1) si punisce affinché non si pecchi (funzione general preventiva);

2) oppure si punisce perché si è peccato. Da un lato la funzione retributiva

della pena (tu hai fatto questo, meriti quest’altro), dall’altra, affinché in

futuro non risucceda questo cerchiamo di dissuadere questi

comportamenti. Eschilo intuisce anche questo. Le Erinni richiameranno

come ragione di ingiustizia della loro sconfitta processuale proprio questo

aspetto: con la loro sconfitta viene meno il potere persuasivo, la funzione

general preventiva. Quindi, la punizione mira a scoraggiare tutti i consociati

dal commettere atti che vengono puniti e poi c’è la funzione special

preventiva che scoraggia il soggetto che si è comportato in un certo modo

dal ripetere il proprio comportamento. Creonte furibondo chi ritiene si sia

“sarai condannato a morte così imparerai a non fare

fatto corrompere dice

quel che hai fatto”: capiamo bene che è una delle più belle legittimazioni

alla pena della morte perché se la funzione della pena è quella di

scoraggiare il soggetto dal compiere nuovamente quell’atto, la pena in

fondo non ha in fatto la possibilità di essere giustificata così.

In Eschilo, non c’è nessun atto veramente necessitato. Anche gli atti

compiuti e voluti dalle divinità presuppongono comunque un minimo di

alternativa. Chi obbedisce alla divinità apparentemente agisce in stato di

necessità, in realtà fa anche lui una scelta. Questo lo troveremo anche in

Antigone. Antigone di fronte alla necessità di violare il bando di Creonte per

obbedire alla legge divina, sceglie di disobbedire Creonte perché la

sanzione che le sarebbe stata inflitta per aver violato il bando di Creonte è

molto meno temibile della sanzione divina. La sanzione divina l’avrebbe

fatta stare a disagio per tutto il tempo nell’oltretomba. Anche l’obbedienza

un’alternativa. Soltanto che se scelgo di

alla divinità comporta sempre

obbedire alla divinità, lo faccio certamente per la mia fede ma anche

perché temo che l’alternativa sia peggiore. L’atto necessitato di chi

obbedisce alla divinità lo è fino a un certo punto. Non sono automi che

agiscono in maniera meccanica, c’è sempre una componente di scelta. È

vero che c’è stata questa sorta di obbedienza necessitata alla divinità, ma

anche questa è una scelta.

La scelta di Agamennone la possiamo leggere in due modi. Da un lato

scelta in nome di un’etica superiore, cioè sul piano etico è

può essere una

preferibile anteporre le ragioni della polis, le ragioni della collettività, a

quelle del singolo.

Ovidio poi parlerà di uno scontro tra il re e il padre; il re, la persona

È l’etica dominante nel mondo classico. Vi ricorderemo

pubblica prevale.

una serie di episodi: l’uccisione dei figli da parte del secolo perché essi

avevano tramato contro la Repubblica. E questa è una possibilità.

Poi c’è anche una possibilità più banalizzante che troveremo in Euripide.

Euripide che è un autore in prosa. Quello che ci dice Euripide è che in

fondo si era quasi pentito Agamennone di aver deciso di sacrificare la figlia,

ma non torna indietro perché ha paura della reazione dei soldati. È una

scelta fondata sulla paura.

Creonte proclama la superiorità del bene della polis sul bene privato e

questo è un principio apprezzabile. Il torto che ci fa Creonte è di non

essere abbastanza Creonte. Quando si tratta di scegliere tra la vita del

figlio e la salvezza della patria, lui sceglie la prima. Di questo gli possiamo

chiedere conto.

La salvezza della patria è più importante di quella del singolo. Con la

rovina della polis, viene la rovina dei singoli. Quando la polis è sconfitta da

un nemico, gli abitanti vengono uccisi/venduti come schiavi, torturati e così

via. Quindi, è comprensibile che in fondo anche sul piano dell’interesse

individuale, le ragioni della polis vengono fatte prevalere su quelle degli

individui.

Leggiamo tragedie che sono state messe in scena per la prima volta nel

458 a.C.

Non è detto che tutto ciò che ci viene rappresentato nella tragedia

coincida con la gerarchia dei valori con l’autore o la società nella quale

vive. Non per questo molti degli aspetti che caratterizzano queste società

del passato sono più comprensibili da loro piuttosto che a noi. Sul piano

giuridico, la società del V secolo a.C. è più vicina a noi rispetto alla società

rappresentata sulla scena. Proprio perché, di fronte a questo automatismo

rappresentato dalla vendetta che non tiene conto della colpevolezza ma del

danno, anche i greci del V secolo vanno ben oltre; il fatto che Eschilo

introduca questi elementi significa che non è del tutto convinto che il giusto

sia proprio quello, egli è più vicino a noi che a loro, ma d’altra parte è quella

la società che deve rappresentare.

Il pubblico che assiste ha già una concezione delle cose. Non potrebbe

dire arbitrariamente Eschilo che Agamennone di fronte a questa alternativa

tragica prenda un’altra strada: non lo può fare. Quindi, al massimo entro

certi limiti può cercare di muoversi il più possibile per giustificare le scelte.

Mentre il terzo dei grandi tragici si prenderà delle licenze che rispetto al

mito gli altri due non si erano presi. Euripide modifica notevolmente anche

il materiale mitico, sempre nei limiti del possibile. Per esempio, con

Euripide vedremo che Elena non è che ha portato alla rovina sia i troiani

che i greci, ma un personaggio utilizzato, un simulacro utilizzato dagli dèi.

La vera Elena è andata altrove.

Euripide ha avuto un successo particolare.

L’angoscia nasce proprio dalla necessità di scegliere. Se io non ho

scelte, se io sono costretta ad andare alla morte, non c’è proprio questo

dilemma della scelta.

Per esempio, io percorro un sentiero che a un certo punto si biforca. Io

posso prendere una strada o l’altra, ma se prendo questa strada, quell’altra

non la percorrerò mai più. La consapevolezza che se scelgo mi precludo

strada questa è la vera angoscia.

per sempre la possibilità di fare l’altra

Questo lo percepiamo bene perché il momento della massima angoscia

per Agamennone è proprio questo. Di cosa gli possiamo chiedere conto?

Di quello che gli chiede conto Clitennestra: dopo questa angoscia come fai

essere tranquillo, felice di aver portato alla vittoria la polis? C’è

ad

l’angoscia della scelta fino a un certo punto.

Gli dèi non sono fior di virtù. Platone criticava perché mettevano in scena

divinità che erano tutt’altro esempi buoni e da imitare.

‡‡‡‡‡‡‡

Avevamo visto i fuochi che ormai ci sono in città. C’è una sorta di

diffidenza del Coro nei confronti di Clitennestra in quanto donna e dall’altra

parte c’è l’orgoglio di Clitennestra (hai visto una donna cosa è capace di

fare?). Quando è evidente che la versione di Clitennestra è quella giusta, il

Coro continua a brontolare “tipico dell’impulso di femmina”.

Arriva un araldo. E ora sapremo se le cose sono andate veramente

come ha detto Clitennestra, questo è ciò che pensa il Coro. Clitennestra,

quando si rivolgerà al Coro, dirà di fatto che lei parlerà direttamente con

Agamennone e non ha bisogno di prendere altre informazioni da questo

araldo di Agamennone.

La parte dell’araldo è però interessante per come è descritta la guerra: la

guerra non è soltanto il combattimento, la morte, sono mille aspetti terribili

(il freddo, il caldo, l’insicurezza) che ci fanno ricordare che Eschilo ha fatto

la sua parte come soldato a servizio della città e oltre all’orgoglio di salvare

Atene dai nemici, c’è anche questa non superata condanna di questi

aspetti terribili della guerra.

Cosa dice l’araldo? Dice:

“Ora arriva Agamennone, festeggiatolo come si deve. Ha diretto Troia

con la vanga di Zeus giustiziere, ogni seme di quella terra è stato

estirpato”.

Quindi, non soltanto le piante che erano cresciute, ma gli stessi semi di

l’araldo: “Su Troia il sovrano

una vita futura sono stati estirpati. E, aggiunge

Atride ha posto il giogo”: nessuna notizia di quello che avrebbe dovuto

pagare questo. Sarebbe stato ingiusto se la punizione subita da Paride, da

Ilio, da Troia, fosse stata inferiore quanto a danno, a privazione, quanto a

punizione rispetto a quello che avevano fatto. “La giustizia è dover pagare”:

non è altro che la comunanza presso tutti i popoli dell’antichità di un

principio di giustizia che prende il nome di legge del taglione (ius

occhio, dente per dente. Non c’è modo

taglionis). Nella Bibbia: occhio per

più sintetico per esprimere il principio del contraccambio. Devi perdere

esattamente quello che tu hai fatto perdere.

“Paride ha pagato per la razzia e per il furto, ha perduto la preda. La

gente di Priamo l’ha pagata cara.”

Quindi, non basta perdere il frutto della razzia perché non sarebbe

afflittivo togliere solo il maltorto, ma devi subire un danno che in qualche

modo equivalga a quello che tu hai inflitto a chi hai fatto soffrire.

Araldo parla poi di Menelao, di cui si sono perse le tracce durante la

tempesta. Non hanno più notizie di lui.

Clitennestra rivendica la sua femminilità. Non si è ancora rassegnata ad

essere stata considerata in quanto donna poco affidabile come lei che ha

organizzato e che decide il da farsi. Ricordiamoci che in questo

atteggiamento possiamo vedere un altro delle componenti psicologiche di

Clitennestra. Ella è rispettata quando è assente Agamennone. Ma per un

suo valore personale non è affatto rispettata in quanto donna.

quello che ha da dirle l’araldo.

Non le interessa

“Riferisci questo a mio sposo: che torni al più presto, nella sua città che

lo ama. E tornando troverà la sua donna fedele […]”. Dice che il suo vanto

è questo: “Per una donna onesta non è disonore gridare forte la verità.”

Il pubblico sa che tutto questo non è affatto vero. Clitennestra sta

mentendo nel rivendicare questo suo comportamento di nobiltà. Non sono

menzogne dovute a viltà, non è ipocrisia pura e semplice. Clitennestra ci

spiegherà che questo suo comportamento era dovuto alla necessità di fare

vendetta. Per poter fare vendetta, della figlia nei confronti di Agamennone,

era necessario che si presentasse a lui come una donna dedita

interamente allo sposo, alla famiglia e così via. Non si nasconde dietro le

menzogne, quelle menzogne le rivendica, ma le rivendica quasi come

strumento necessario per raggiungere il fine che era quello di punire

Agamennone.

Arriva finalmente Agamennone. Nel frattempo ci sono delle presenze

sceniche da colmare. Se è arrivato l’araldo prima di Agamennone, non può

arrivare subito dopo Agamennone, così l’araldo si intrattiene con il Coro.

C’è un pezzo di bravura di Eschilo che imbastisce sul nome di Elena una

serie di variazioni terminologiche, usando la radice -egel nel senso di

distruttrice, rovina e così via. Anche se proprio nel condannare Elena, lo

stesso Coro si lascia andare a una sorta di apologia della bellezza di

Elena. Poi, coloro che avevano celebrato con Paride ed Elena le loro nozze

esaltando e cantando vedranno trasformarsi i loro canti di gioia in canti di

lutto. Nel parlare di Elena, il Coro espone quella che è la visione di Eschilo

dell’alternarsi delle fortune e delle sfortune umane. Dice il Coro che a

differenza di quanti ritengono che all’origine di certe sventure ci sia l’invidia

degli dèi, cioè il fatto che un uomo o la sua stirpe hanno troppo successo,

troppa felicità, e questo scatena l’ostilità degli dèi che lo puniscono, Eschilo

(il Coro) non credono a questo. Ciò che avviene è sempre dovuto a

responsabilità. In Eschilo si cerca una spiegazione razionale: sarebbe

assurdo pensare che solo perché si ha fortuna si debba poi pagare il

motivo di questa fortuna per invidia degli dèi. Eschilo ritiene che, invece,

quado si va incontro a una disgrazia è perché c’è stata in precedenza un

atteggiamento, un avvenimento per il quale si deve essere chiamati a

rispondere, aldilà della colpa.

Quando arriva Agamennone, il Coro lo saluta chiamandolo “distruttore di

Troia”, una connotazione positiva perché ha vinto; la distruzione di Troia è

un motivo di orgoglio, di gloria, di vanto, e addirittura il Coro ci dice che

inizialmente aveva trovato rancore, ostilità, verso questo suo re che per

vendicare un’offesa, per riconquistare una donna esponeva a lutto, a

morte, tanti suoi sudditi. La vittoria riscatta da eventuali torti, se

Agamennone non avesse vinto, forse lo aspetterebbero per ucciderlo

perché ha sacrificato la vita dei loro cari, ma la vittoria sana tutto.

Anche se prima di smettere di parlare, il Coro si lascia andare a

un’affermazione che ci ricorda quella della sentinella, quando dice: “Ora

saprai tutto, in breve tempo sarai informato fra chi i cittadini ha governato

È una

secondo giustizia la tua città e chi, invece, non si è comportato così”.

chiara allusione a Clitennestra ed Egisto. Non danno nemmeno il tempo ad

Agamennone di arrivare che già sono pronti ad informarlo di quello che è

avvenuto. È chiara l’ostilità nei confronti di Clitennestra ed Egisto, come

vedremo.

Agamennone si dimostra un sovrano di grande pietà umana e anche di

grande apertura democratica, perché non subito, lo dirà dopo un po’, non

ritiene che si debba affrontare l’argomento di chi si è comportato bene e di

chi si è comportato male in sua assenza. Anzi, vedremo che dirà che su

questo poi sarà l’assemblea che lui convocherà a decidere che cosa si

deve fare. Un re molto diverso dal re miceneo che non convocava certo

l’assemblea per decidere, era l’assemblea dei re che decideva cosa fare,

ma ogni re decideva per tutto il suo popolo. Qui, invece, Agamennone è

una sorta di sovrano “democratico”, aperto almeno ad ascoltare i pareri del

suo popolo, ed è anche un uomo religioso. Da cosa lo deduciamo? Lo

deduciamo dal fatto che il suo primo pensiero nell’arrivare nella sua terra,

davanti la sua reggia è per gli dèi. Infatti:

“Per prima cosa è giusto salutare Argo e gli dèi di questa terra.

Responsabili del mio ritorno e della giustizia che ho fatto sulla città di

Priamo.”

È consapevole Agamennone che quella giustizia per la quale gli viene

attribuito il merito è in realtà una giustizia nella quale la responsabilità è

degli dèi. Ma l’altro elemento interessante è che anche la chiusa di questo

primo discorso di Agamennone tornato in patria nomina le divinità.

Agamennone è un uomo di dio. Ciò che non poteva essere detto del

sacrificio di Ifigenia è stato detto dal Coro, ma a distanza di dieci anni noi

abbiamo questa metamorfosi di Agamennone in un sovrano-dio che fa la

volontà degli dèi. Come se l’obbedienza alle divinità fosse dovuto al suo

rispetto, alla sua devozione alla divinità, ma sappiamo che non è così. Il

rispetto della pretesa di Artemide di sacrificare la figlia era funzionale a

ottenere qualcosa, e cioè l’aiuto, perlomeno la fine dell’impedimento alla

flotta e quindi la possibilità di vincere. Qui, invece, parrebbe comunque

Agamennone ritenga doveroso obbedire alle divinità.

Dice, appunto, alla fine del suo discorso:

“Ora entro nel palazzo della mia casa e per prima cosa voglio salutare

gli dèi […] Prenderemo in assemblea le nostre decisioni e prenderò

decisioni giuste.”

Quello che aveva detto però prima Agamennone, tra un esordio in cui

chiama in causa gli dèi ai quali rende omaggio e una conclusione nel quale

fa lo stesso in cui fa degli dèi i protagonisti della vicenda in cui

Agamennone era stato solo uno strumento, ecco tra l’inizio e la fine

abbiamo almeno due osservazioni da fare. La prima delle quali riguarda il

modo in cui Agamennone legge l’accaduto. Ci dice Agamennone: “Nel fare

giustizia gli dèi non ascoltano discorsi. […]” (Pag. 193)

Abbiamo quindi un’interpretazione che potremmo chiamare quasi

hegeliana nel senso che la vittoria in guerra è dimostrazione del favore

divino. Potremmo dire la storia tribunale degli dèi che assegnano la vittoria

a coloro che proteggono e con la sconfitta condanna a scomparire coloro

che non sono sgraditi agli dèi. La vittoria è una vittoria voluta dagli dèi.

L’altra cosa che aggiunge orgogliosamente Agamennone è che della

città da lui distrutta è rimasta solo il fumo. È una rivendicazione orgogliosa:

ha trasformato quello che era una città in qualcosa che non è più una città.

L’altra espressione per noi interessante è proprio quella che segue:

“Abbiamo vendicato l’insulto di quel tradimento e per una donna una città

è stata distrutta da una bestia argiva. Il cavallo partorì e uno scolo di

armati balzò fuori.”

È l’episodio del cavallo di Troia. L’immagine di Eschilo è che questo

cavallo partorisce guerrieri, che conquistano la città. Ma ci interessa quello

che ha detto un attimo prima e cioè la vendetta per quel rapimento si è

tradotta nel fatto che per una donna, una città è stata distrutta. Forse

possiamo trovare qui un’implicita ammissione di una sproporzione che

Artemide rimprovererà ad Agamennone in relazione alla visione metaforica.

È chiaro che Artemide non presiede alla giustizia/alla vendetta,

paradossalmente Artemide occupandosi della metafora finisce per dare

della metafora un giudizio che vale per ciò che la metafora rappresenta. Il

significante, e cioè questa cruenta fine della lepre con i suoi piccoli tra gli

artigli delle aquile, in fondo vale a esprimere un significato la cui soluzione

non poteva rimanere nella competenza di Artemide. E tuttavia è questo il

significato: una donna è stata vendicata distruggendo una città. In un certo

modo, lo stesso Agamennone è convinto che questo sia stata una

dimostrazione di giustizia, di potenza, a dire l’ipotesi di questa soluzione.

Non solo una città. Perché poi l’altro aspetto, che rientrava nelle aspettative

mascherate dai timori di Clitennestra quando si augurava che i guerrieri

non avessero oltraggiato la divinità di Troia, ecco non erano stati rispettati

gli dèi di Troia, i luoghi sacri, i templi e così via.

Agamennone non ha detto una sola parola a Clitennestra. Il gelo di

questo incontro non potrebbe essere maggiore. Torna nella sua casa,

saluta le divinità, le città, ma non saluta Clitennestra che pure è la sua

sposa fedele da quanto lei dice e ora Clitennestra ribadisce questa sua

totale dedizione ad Agamennone.

Clitennestra non è timida, vuole rivendicare pubblicamente questo

sentimento che la lega ad Agamennone e il dolore che aveva dovuto

in una rete che l’aveva portata alla rovina; la

subire. Troia era stata avvolta

rete è quella che viene evocata qui. La rete sarà quella che impedirà i

movimenti ad Agamennone e lo porterà alla morte. Ma la rete è anche la

metafora dell’inganno: e l’inganno è quello che Clitennestra si vanterà di

aver ordito perché era necessario ordirlo per fare giustizia. Clitennestra

ribadisce questa sua totale dedizione e a un certo punto sente anche il

bisogno di spiegare perché non c’è Oreste. Agamennone non parla della

– –

figlia morta, Clitennestra più astuta di lui e forse più sensibile di lui gli

dice che le era stato consigliato, proprio nel timore che le sorti della guerra

potessero volgere al peggio (e quindi Agamennone essere sconfitto), le era

stato consigliato di evitare la sicura anarchia che si sarebbe scatenata in

città che poteva volgersi anche a danno del figlio Oreste. Per cui, aveva

mandato Oreste altrove per tenerlo in salvo. Esaltazione, piena di immagini

eccessive di Agamennone e poi l’invito ad Agamennone:

“Ora, mio caro, scendi da quel carro. Però non mettere quel piede sulla

nuda terra, tu che hai conquistato Ilio”.

Clitennestra chiama le ancelle e le invita a deporre sul suolo nel percorso

che va dal carro all’ingresso della reggia dei tessuti di porpora, usati come

tappeti perché questo era degno di un uomo come Agamennone. Non

senza un’aggiunta, che conferma la maestria di Eschilo. L’aggiunta è

questa: “… Tutto si compie secondo Giustizia.” Questa Dike, questa

Giustizia che dovrà guidare Agamennone all’interno della reggia, questi dèi

che devono aiutare a che tutto si faccia secondo giustizia, nella prospettiva

di un ignaro sono semplicemente delle invocazioni di rito, delle frasi

consuete. Ma non sono questo. Nella reggia, Clitennestra sa che dovrà

essere fatta giustizia e fare giustizia significherà far pagare ad

Agamennone la morte che ha inflitto alla figlia Ifigenia che non ha neanche

inteso nominare.

Agamennone rifiuta di entrare nella reggia calpestando questi tessuti di

porpora. (La porpora è il colorante che si traeva da molluschi in

particolare, pescati nel Mar Rosso e i tessuti di porpora erano preziosi).

Agamennone non vuole sciuparli, ma soprattutto non vuole compiere un

atto che suonerebbe empio, perché sono gli dèi, sono le processioni in

onore degli dèi che calpestano questi tappeti. Da parte di un uomo

arrogarsi il diritto di incedere su un tappeto così prezioso sarebbe un atto di

cioè l’arroganza di colui che non sa stare al

arroganza, di hybris (iubris),

suo posto e che tende a collocarsi al di sopra del dovuto, quasi sfidando la

divinità. La violenza prevaricatrice che ha in sé questa componente di

tracotanza. Un gesto che Agamennone ritiene proprio dei re barbari, ma

non dei re grechi.

E qui si apre una schermaglia ripetuta. Clitennestra insiste per fargli

percorrere su quel tappeto il cammino. Perché?

• Secondo alcuni, la ragione principale è che in questo modo si fa

andare solo Agamennone, gli altri dovrebbero restare fuori e quindi

è un modo per far entrare da solo Agamennone;

• C’è un’altra ragione.

La schermaglia consiste nell’abilità di Clitennestra. Gli chiede perché non

vuole passare di lì.

“Non mi dire che se tu avessi fatto un voto per cui, in cambio della vittoria

avresti calpestato questi tappeti, non lo avresti fatto.”

Agamennone riconosce che pur di vincere avrebbe accettato.

“E non mi dire che il tuo avversario Priamo non calpesterebbe questi

tappeti.”

Priamo, un re orientale che gode di tutte le particolari prerogative dei

sovrani assoluti, ai quali cittadini si inginocchiavano, baciavano loro i piedi.

Era una manifestazione che i greci condannavano come priva di orgoglio

governanti. In effetti, Priamo l’avrebbe accettato. E allora, in

da parte dei

questo modo alla fine, subito per farla finita. Forse perché sorride all’idea di

entrare in questo modo divino in casa, Agamennone accetta di

percorrere il cammino su questi tessuti, ma a una condizione: per non

offendere la divinità si fa togliere i calzari e quindi camminerà scalzo; non

offenderà quello che era il percorso destinato alle divinità, ma tutto

sommato fa quello che gli chiede la regina. C’è da vedere se questo lo fa

perché è esausto, oppure, se questo fatto di togliersi i calzari sono una

prova di ipocrisia: vuole ottenere questo onore senza però pagare il tiro,

cioè sembrare agli dèi tracotante, che è proprio quello che vuole

Clitennestra. Clitennestra vuole che Agamennone sfidi la divinità in

maniera che su di lui la collera della divinità si aggiunga a quella che era la

collera che non poteva non colpirlo per aver sacrificato la figlia. Si tratta di

fare giustizia giustiziando Agamennone. E a questo fine una donna

tutt’altro che sprovveduta come Clitennestra ha bisogno dell’aiuto della

divinità. Proprio quando finalmente riesce a indurre Agamennone a entrare,

chiude questo suo discorso, non prima di essersi sentita dire da

Agamennone che deve accogliere in casa la straniera che ha portato con

sé, che è di nobili origini e deve essere trattata come merita. Su

quest’ultima cosa Clitennestra ancora non commenta.

Ma prima di chiudere il suo discorso, mentre Agamennone si avvia/entra

nella casa, invoca una divinità. Clitennestra, nel momento in cui si accinge

a sacrificare il marito, non ritiene di fare qualcosa che la divinità non possa

non volere. Anzi, si rivolge a Zeus, dio della giustizia e della vendetta come

giustizia. Invoca Zeus, si sta accingendo a fare qualcosa che gli dèi stessi

devono voler che si compia, e addirittura attribuisce a Zeus anche quello

che fa.

“Prenditi cura per quanto tu stai per compiere.”

Si propone dunque come uno strumento della giustizia divina. Non

potrebbe essere più convinta di così di essere nel giusto, perché si accinge

a far pagare ad Agamennone il fine di una colpa che lei per prima non può

non esigere che sia pagato. Chi si prenderà cura della piccola Ifigenia

spietatamente sacrificata? Chi, se non Clitennestra può fare giustizia? In

un certo modo, violando un vecchio principio secondo il quale la vendetta

competeva agli uomini del ghenos e non alle donne.

La figlia Elettra, quando si vendicherà della madre, lascerà l’uccisione

materiale a Oreste. Invece, questa donna virile fa tutto da sola: sarà proprio

lei a uccidere Agamennone.

Agamennone entra, si sveste, fa un bagno ristoratore in una vasca. Tutto

questo è coperto dal Coro. E mentre il Coro canta un lungo stasimo,

finalmente Clitennestra fa i conti con la persona della quale aveva parlato

Agamennone, e cioè una principessa troiana che gli era stata attribuita

come parte del bottino di guerra, una preda di guerra che l’esercito aveva

donato ad Agamennone. Figlia di Priamo, Cassandra inizialmente sembra

non comprendere di fronte a quello che le dice Clitennestra, la quale

sospetta che non capisca il greco, ma sapremo invece che il greco lo

capisce fin troppo. Non è una barbara (ba-ba-ba, termine con cui si fa

riferimento a una persona di cui non si conosce la lingua).

Per ora Cassandra non risponde a Clitennestra, la quale dopo averla

invitata ad entrare, perde la pazienza e la lascia vicino al Coro.

Qui comincia una parte interessante per noi perché questa giovane

principessa dimostrerà di conoscere il passato e il futuro, come una

profetessa protetta da Apollo quale è, che ha avuto proprio da Apollo (il dio

dei profeti) il dono di conoscere il futuro. Tuttavia, è stata punita poi da

Apollo, al quale lei non si è voluta concedere, ed è stata punita con una

sanzione ben precisa: e cioè, mantiene la capacità di prevedere il futuro

ma non viene creduta. In questo momento, è la compagna preferita di

Agamennone, fra le varie schiave, e quello che ci dice è per noi molto

interessante perché chiama in causa un altro filone rispetto a quello

costituito dal vendicare la morte di Ifigenia. Un altro filone di vendette che si

intreccia con questo ed è un filone che viene enunciato con degli squarci

spesso irrazionali, contradditori. Evoca, in sostanza, quello che è avvenuto

in questa casa che è destinata a perpetuare il sangue. Il terzo delitto di

sangue che sta per avvenire, e cioè l’uccisione di Agamennone da parte di

Clitennestra, è stato preceduto da un altro delitto di sangue, l’uccisione di

dei

Ifigenia da parte dello stesso Agamennone e prima ancora l’uccisione

figli di Tieste da parte di Atreo. Cassandra ci fa presente una serie di

flashback fumosi e contradditori. Cassandra dimostra di sapere e il Coro

ne prende atto stupefatto, non riteneva che questi fatti fossero noti sa

benissimo quello che è avvenuto.

‡ In seguito a uno scontro tra i due fratelli Tieste e Atreo che

dominavano la città di Argo, secondo la versione qui accolta, era uno

scontro del potere; secondo un’altra versione del mito – che ritroveremo

quando leggeremo l’Aiace di Sofocle – era uno scontro caratterizzato dal

fatto che a Erope, moglie di Atreo nonché madre di Agamennone e

Menelao, era stata sedotta da Tieste e Atreo intende punirlo. Si ha poi un

incontro di pace, l’accoglienza da parte di Atreo di Tieste, per il quale

bandisce un banchetto poi e darà a Tieste dei cibi che non sono altro che i

cadaveri dei suoi figli adeguatamente trasformati e cucinati. Tieste vomiterà

quando sia accorgerà di cosa ha fatto e sarà travolto dai sentimenti. Solo

uno figlio di Tieste era stato risparmiato e questo figlio era Egisto. Ed è

quell’Egisto che nel frattempo è diventato l’amante di Clitennestra e ha

anche lui ragioni di giustizia che lo inducono a volere la morte di

Agamennone; deve vendicare quello che Agamennone, sulla base della

responsabilità, grava su di lui come figlio di Tieste, deve scontare. Si

risponde di ciò che gli altri hanno fatto. Responsabilità collettiva e di fatto

anche oggettiva da parte di Agamennone.

27/02/2017

Manca la morte di Ifigenia. Di questo sacrificio, Cassandra non fa

menzione né ne faranno menzione i fratelli di Ifigenia. Elettra e Oreste solo

in un’occasione alluderanno alla morte di Ifigenia, ma per il resto non

troveranno nessun elemento di giustificazione per Clitennestra, rimuovendo

completamente l’accaduto.

Cassandra fa invece riferimento ad altri delitti che si sono consumati

nella reggia (all’uccisione dei figli di Tieste e ciò che farà Oreste). Inoltre,

(“leone”) per mano di

Cassandra profetizza la morte di Agamennone

Clitennestra, oltre a far riferimento al tradimento di Clitennestra con Egisto

(“lupo”).

In precedenza, aveva detto, pochi versi prima: “… che ha assistito molti

delitti fra consanguinei.” Perché molti delitti fra consanguinei? Perché, in

fondo ora sta alludendo a un solo delitto e tutto sommato forse potrebbe

anche far riferimento a un delitto precedente consumato in quella casa. Ce

n’è un delitto che Cassandra non tiene presente ed è proprio l’uccisione di

Ifigenia da parte di Agamennone, che è vero che non si è consumato nella

reggia, ma è la stirpe che si è macchiata di questo delitto e quindi

Agamennone uccidendo la figlia ha aggiunto un altro anello alla catena di

delitti che la stirpe ha insieme subito e messo in atto.

“Il tuo sposo, il tuo compagno di letto mentre lo ristori nel bagno.”

Sta in pratica vedendo quello che sta per accadere e cioè l’uccisione di

Agamennone.

“Tieni lontano dalla vacca il toro (il marito dalla moglie) perché sarà

questa vacca che accuserà di essere una leonessa perché va sia contro il

leone sia con il lupo (il suo amante Egisto)”.

Queste parole prefigurano una disgrazia. Il Coro capisce che Cassandra

ha delle virtù profetiche, almeno per quanto riguarda il passato. Vede, non

prima ma dopo, qualcosa che però non è in condizioni di sapere che è

avvenuto. Ma la turba questo riferimento alla presente e ci accorgiamo che

il Coro è molto preoccupato della situazione di Agamennone. La sua presa

di distanza da Clitennestra, che si traduceva nell’incredulità nel dare fiducia

nella sua razionalità come donna qui si associa a una chiara ? da parte di

Agamennone. Il Coro troppe volte ha fatto allusioni a situazioni intollerabili:

aveva fatto capire che stavano avvenendo cosa in Argo di cui era meglio

non parlare o fare giustizia. Agamennone, dimostrandosi un sovrano

tollerante e aperto, aveva preannunciato che di questo si sarebbe poi

occupata l’assemblea che lui stesso avrebbe convocato. Se c’era qualcosa

che non andava bene doveva essere punito ma non per iniziativa di un

sovrano autocratico, ma sulla base di un coinvolgimento dell’assemblea dei

cittadini.

Tornando a Cassandra. La cosa che a noi interessa soprattutto, queste

visioni che la sconvolgono, c’è qualcosa che per esempio non rimprovera

particolarmente ad Agamennone. Qui è una specie di sindrome di

Stoccolma (solidarietà di chi subisce un danno, chi viene preso prigioniero,

finisce per esprimere sentimenti nei confronti di chi si comporta con lui in

maniera criminale.) Qui abbiamo qualcosa di analogo che troveremo nella

successiva tragedia. Nelle Coefore troveremo un coro composto da

prigioniere troiane che dimostra di essere dalla parte di colui che le aveva

private della loro libertà. E qui allo stesso modo Cassandra, pur rievocando

la tragedia della sua città, non imputa questa tragedia ad Agamennone

come sua colpa. Quindi, questo Agamennone è qualcuno che va incontro a

una sorte tragica si direbbe quasi incolpevole. Un autore dalla religione non

dubbiosa come potrà essere per esempio Euripide, Eschilo non è mai

scettico nei confronti delle divinità. Però, proprio a proposito di Cassandra

c’è un’allusione al fatto che non erano stati giovevoli a Troia e a Priamo i

sacrifici di animali e le libagioni che erano state offerte alle divinità. Quindi,

non sempre gli dèi contraccambiano gli animali sacrificati con la protezione.

Tuttavia, la morte di Agamennone viene anche da lei in qualche modo

considerata una specie di contraccambio non di una colpa, ma è come se

l’essere umano non può non andare incontro continuamente alla punizione,

sia o meno colpevole di quello che ha fatto.

“Ora andrò alla reggia a fare il compianto funebre per la morte mia e di

Agamennone.”

Dirà anzi che è preferibile punire rapidamente, spera che il colpo che la

ucciderà sia un colpo che troncherà la sua esistenza. Una fine senza

dolore che un dolore senza fine. Dice alcune parole per noi molto

interessanti:

“Quando sarò morta siate testimoni di questo: quando una donna morirà

in cambio della mia morte e quando un uomo cadrà al posto dell’uomo

disgraziato” fate testimonianza di quello che ho detto.

Vedremo che quando sarà consumata questa duplice esecuzione, di

Agamennone e di Cassandra, ci saranno parole particolarmente forti

pronunciate da Clitennestra, la quale che con ubbidienza, invita il pubblico

a guardare questi due morti, che evidentemente sono stati portati in scena.

Nella conclusione delle Coefore ci sarà una scena nella quale Oreste qui

Clitennestra è responsabile dell’uccisione di Agamennone e Cassandra –

sarà responsabile dell’uccisione di Clitennestra ed Egisto e farà riferimento

a questi due cadaveri. È qualcosa per noi molto interessante. Questa

immagine ripetuta ci testimonia della perfetta simmetria tra la colpa da

punire e la punizione da compiere. Era stato ucciso un uomo e uccisa una

donna, in cambio dei quali saranno uccisi un uomo e una donna. Il

contraccambio è perfettamente realizzato. Un uomo muore per un uomo,

una donna muore per una donna. Il contraccambio rispettato è sotto traccia

il nucleo fondamentale della terza tragedia della trilogia, in cui il processo a

cui viene sottoposto Oreste avrà come implicito nodo da sciogliere che se

quello che aveva fatto Oreste era stato rispettoso del principio del

contraccambio oppure se Oreste avesse violato tale principio punendo

Clitennestra in maniera non conforme alla legge del contraccambio.

Una volta entrata nella reggia, per colmare questo lasso di tempo c’è un

del Coro, il quale dice esaltando Agamennone. L’eventuale

commento

colpa di cui, secondo il Coro, è chiamato a rispondere Agamennone è la

colpa di altri suoi antenati. È come se si fosse rimosso l’evento

dell’uccisione della figlia. Nessuno potrà dire di essere protetto dagli dèi, se

l’uomo più potente andrà incontro alla morte. Ricordiamoci che però questo

Coro aveva confessato il suo astio verso Agamennone quando aveva

deciso la guerra insieme a Menelao, e aveva portato con sé tanti uomini di

Argo che sono stati poi uccisi. Questo Coro è diventato, invece,

interamente dalla parte di Agamennone che ha vinto la guerra. La vittoria in

un certo modo riscatta l’eventuale colpa che avrebbe potuto avere

Agamennone.

Un tabù rispettato sempre nella tragedia greca è quello di non compiere

atti di violenza sulla scena. Non si compiono mai atti di violenza sulla

scena. Questa volta, il tabù viene rispettato ma raggirato perché noi

udiamo un urlo di Agamennone, che evidentemente ha subito un dolore.

Un secondo urlo che completa quello precedente e ne deduciamo che

Agamennone è stato ucciso.

Mentre ascoltano queste terrificanti urla, (il terzo colpo sarà quello

mortale) abbiamo qui uno di quei casi in cui l’austero Eschilo si lasci

andare a una sorta di rappresentazione sarcastica, a un umorismo

indignato che può avere come unico possibile destinatario un certo modo di

vedere la democrazia, il potere di tutti. I vari componenti del Coro parlano

questa volta uno dopo l’altro tutti. Il loro parlare è una serie di propositi

di incertezze, e l’esito totale è l’impotenza di questo Coro

inconcludenti,

che è capace di fare qualunque cosa. C’è una presa di distanza di Eschilo

dalla democrazia ateniese che in quegli anni fioriva (V secolo ad Atene) ma

con questo prezzo che ad Eschilo non sembra qualcosa di piacevole.

Quindi, questa collettività, gli argivi devono decidere il da farsi.

Sono tutti pareri diversi dall’altro. La conclusione è che il Coro è

paralizzato dall’accaduto. Di fronte a questo Coro, si erge ancora una volta

la figura sovraumana di Clitennestra, la vera protagonista

dell’Agamennone.

Clitennestra rivendica quello che ha fatto e rivendica anche il modo che

adottato. Perché la prima cosa che ci dice è che ha mentito. Tutta quella

scena di questa donna che accoglie il marito con affermazioni eccessive,

rivendicano una fedeltà inesistente, tutto questo viene coraggiosamente

rivendicato da Clitennestra. Anche la bugia, la menzogna deve essere

adoperata se è funzionale al fine. Il fine era fare giustizia, non uccidere

Agamennone, era il fare giustizia uccidendo Agamennone. Ma non è

l’uccisione in sé cioè che viene perseguito, ma è il fare giustizia. Per fare

ciò, qualunque mezzo è lecito purché sia funzionale. Il mezzo usato da

Clitennestra (l’ipocrisia, la menzogna) si è rivelato funzionale al fine.

Torna l’immagine della rete. Rivendica non solo l’uccisione, ma l’inganno

stesso. Era funzionale alla consumazione della vendetta, ma era anche un

modo necessario per vendicarsi perché anche Agamennone si era avvalso

dell’inganno. Agamennone non solo ha ucciso la figlia, ma l’aveva uccisa

con l’inganno (questo si vede bene in Euripide) facendole credere che

stesse per sposare Achille e che l’altare sul quale sarebbe stata sacrificata

era l’altare delle nozze. Anche dell’inganno deve rispondere Agamennone.

Ora è arrivata, anche se si è fatta molto aspettata, l’ora che si aspettava.

Qui c’è una scena per noi particolarmente interessante nella sua

capiamo qui quale sia e quanto sia l’astio

crudezza metaforica. A contrario

di Clitennestra.

Cadendo (mentre cioè le sue membra sussultavano nell’agonia),

spirando un fiotto di sangue di Agamennone viene a colpire Clitennestra e

la metafora che Clitennestra che fa è una metafora che ritroveremo:

“Uno spruzzo di rugiada cruente minaccia e io ne godo come un campo

con il seme che germoglia nei solchi gode della pioggia divina.”

che questa immagine del concepimento, dell’uomo

Dobbiamo sapere

che feconda la donna (la donna paragonata a un solco nel terreno nel

quale l’uomo deposita la vita) è qualcosa che troveremo nelle Eumenidi ed

è qualcosa che comunque un’immagine che troveremo anche in Sofocle.

Questa forza creatrice del seme maschile che va a fecondare la donna, in

questo caso, è rappresentato nei termini della morte. Clitennestra gode di

questo fiotto di sangue nero come si può godere dell’atto sessuale.

“Io del mio gesto mi vanto.”

Non è un’ipocrita. Prima era necessario fingere, ora no. Suscita poi lo

sdegno degli argivi quando dice:

“Ecco qui Agamennone, il mio sposo cadavere. E questa è frutto della

mia mano che ha fatto giustizia.”

La vendetta è l’unico modo possibile per fare giustizia. Il Coro reagisce

aggredendola e facendole presagire un destino di isolamento (la città sarà

tutta dalla parte di Agamennone). E Clitennestra (donna virile) risponderà

in maniera tale che forse non è azzardato vedere adottato il principio di

effettività, quello secondo il quale cioè è il potere che decide del diritto,

dell’ingiusto e del giusto, non ci sono altri fondamenti che la capacità di

imporre il diritto. Ora il diritto significa poterlo imporre. Dice, infatti,

Clitennestra:

“Ora mi condanni all’esilio dalla città e parli dell’odio dei cittadini e delle

maledizioni del popolo […] ha sacrificato la mia amatissima figlia che io

partorii nel dolore. […] Sono pronta a venire allo scontro […]”

Ma soprattutto sfida il popolo: se sei in grado di importi a me, sarò io a

pentirmi. Ma se avverrà il contrario, sarai tu a pentirti di quello che stai

dicendo. Il potere è l’elemento decisivo anche del giusto/dell’ingiusto. Se

avrò vinto io, io ero dalla parte della giustizia. In caso contrario, sono

disposta a piegarmi a te.

Qui il Coro ci dice qualcosa che mette in difficoltà la sua posizione.

“Parole superbe hai pronunciato, ora stai delirando […] dovrai pagare

colpo su colpo […]”

Ecco per noi la comprensibile ragione di Clitennestra. La vendicatrice di

sua figlia fu Dike. Si tratta di chiamare come suo complici del delitto Dike,

la dea suprema della giustizia, le Erinni e Ate, la dea della rovina e della

colpa.

Nel momento stesso in cui ha evocato Dike, Erinni e Ate, dimostrando

che è stata la giustizia divina a colpire Agamennone introduce un elemento

che ci consentirà alcuni dei punti deboli dell’istituto giuridico della vendetta.

E cioè, non si limita a dire che si trattava di fare giustizia per aver ucciso

Ifigenia, nell’indicare il cadavere di Agamennone e di Cassandra, dice due

cose che ci fanno dubitare del fatto che abbia agito esclusivamente per

amore di giustizia.

Dice due cose interessanti.

“Qui a terra giace colui che offese me come donna.”

Come “offese”? Attraverso l’uccisione della figlia? No.

“Colui che fu la delizia delle figlie di Crise sotto le mura di Ilio.”

Criseide è la schiava che era stata assegnata ad Agamennone dagli

achei, in seguito a questa assegnazione come schiava della figlia del suo

sacerdote, Febo colpirà con la pestilenza il campo acheo, ma di fatto

Si dice “figlie”

Criseide è una delle tante schiave date ad Agamennone.

perché quante altre schiave sono state date ad Agamennone per il piacere

dei suoi sensi? e questa è un’offesa per Clitennestra, che aggiunge subito

dopo:

“Ecco la sua prigioniera, l’indovina con cui divideva il letto.”

Abbiamo cioè una componente assolutamente estranea alla vicenda

della vendetta, se la vendetta fosse un istituto giuridico affidabile come

diventerà quando la giustizia sarà tenuta dal potere pubblico. Vediamo gli

elementi di debolezza della vendetta. Questa donna che finora ha parlato

in nome della giustizia e così via rivela un’ingiustizia che ha subito proprio

come donna, una sorta di gelosia o comunque una frustrazione,

un’umiliazione che la condotta di Agamennone aveva comportato. Aveva

portato in casa questa compagna di letto. Duplice offesa, ma in realtà

triplice offesa. Perché qualche verso prima si era lasciata sfuggire o aveva

volutamente proclamato per mettere paura agli argivi:

“Ora, con l’incubo della paura non metterà più piede nessuno nella

reggia fino a che ci sarà con me Egisto ad accendere il fuoco della mia

casa. Lui è dalla mia parte da sempre. Sarà uno scudo che mi darà

sicurezza.”

Egisto, terzo elemento. Con l’uccisione di Agamennone, Clitennestra è

libera di portare alla luce questo legame con Egisto, il quale sarà

ripetutamente accusato dal Coro e poi da Oreste nelle Coefore di un

comportamento vile, da femmina. Sono state due femmine ad uccidere

Agamennone. Perché Egisto invece di assumersi il ruolo di uomo che gli

spettava come uomo di affrontare Agamennone per fare giustizia, aveva

lasciato che fosse Clitennestra a fare giustizia, era rimasto nell’ombra. In

realtà, Egisto si giustificherà. A maggior ragione, lo giustifica Clitennestra

che vede in lui lo scudo e tuttavia pensiamo alla grandezza di Eschilo,

questo scudo su cui porge per la sicurezza del futuro Clitennestra, è

chiamato da quest’ultima “colui che accenderà il fuoco nella mia casa” che

è un compito prettamente femminile. Cioè, il vero uomo è Clitennestra da

questo punto di vista.

Finora noi abbiamo visto in Clitennestra colei che a distanza di anni può

fare giustizia, una delle costanti in questa tragedia è che la giustizia arriva

tardi, arriva con il tempo. Si è quasi completamente perduta memoria di

ma niente cade nell’oblio, perché la

quello che aveva fatto Agamennone,

giustizia degli dèi arriva, tardi ma arriva.

Questo ruolo di giustiziere è per noi indubbiamente assolto da

Clitennestra, ma c’è qualcosa che turba questa figura, questa specie di

con l’essere chi si vendica

funzionario pubblico che finisce - perché chi si

vendica non significa vendicare un affronto, un danno che ha subito; ma è

colui che giustizia per conto della polis, è tutta la polis che implicitamente

affida il compito di fare giustizia e vedremo non solo implicitamente. Nelle

Coefore vedremo che fare vendetta risponde a un’aspettativa per l’intera

polis, c’è questa pressione.

Qui c’è un aspetto che forse poi potremmo recuperare quando parleremo

delle Eumenidi e cioè il Coro trova terribile la sorte di Agamennone, ma in

questa sorte terribile c’è anche una componente ulteriore che il Coro non

tralascia.

“Tutto questo per mano di una donna”

Come se fosse particolarmente umiliante che il grande eroe non abbia

saputo resistere, ma essere uccisi da una donna ma è quasi un elemento

che disonora chi subisce questa sorte.

Una piccola novità nell’atteggiamento del Coro. Quando Clitennestra

dice:

“Ma io sono l’antico acerrimo demone vendicatore di Atreo che me

ripagò della cena orrenda sacrificando quest’uomo a vendetta dei figli

giovinetti.”

La prima colpa è sicuramente quella di Tieste che ha visto uccisi i propri

figli. La seconda colpa è stata quella di Ifigenia, a meno che non si rimandi

a un’altra uccisione precedente della quale Clitennestra fosse

particolarmente interessata a rievocare il ricordo.

Anche l’operato di Clitennestra comincia a sembrare al Coro espressione

di un volere divino. Cosa avviene tra gli uomini che non sia il dio a volere?

Allora, se è opera di Zeus, forse c’è anche una componente di giustizia in

quello che ha fatto Clitennestra.

L’uccisione di Agamennone viene così inserita dal Coro in

Importante

una serie di uccisioni, in una catena di uccisioni. È il dio a volerlo, il dio fa

giustizia attraverso la vendetta, ma la vendetta non chiude la catena delle

uccisioni. Altra considerazione che ci conviene cominciare a fare. La

vendetta è un istituto giuridico, è l’unico modo per fare giustizia sul piano

penale in una società che ancora non riconosce organi pubblici destinati

all’amministrazione della giustizia, all’emanazione delle sentenze e

all’esecuzione delle sentenze. Di fatto, assolve la vendetta a un’esigenza di

carattere pubblico, dell’intera polis. Abbiamo visto che c’è un limite per

questa vendetta per cui diventa inevitabile oltrepassare con strumento di

giustizia la vendetta sulla quale si basa la società arcaica perché nella

vendetta possono confluire anche elementi che non danno garanzia di

agire per pura giustizia. Abbiamo visto che Clitennestra ha da una parte

l’amore per Egisto, dall’altra la gelosia per quello che ha fatto Agamennone

e dall’altra ancora l’umiliazione, l’orgoglio ferito di chi ha comportato questa

donna, compagna di letto nella sua casa. Sono tutti elementi che

pregiudicano la credibilità della vendetta come istituto di giustizia. E l’altra

cosa che qui cominciamo a vedere che sarà esplicita nelle Coefore, che la

vendetta manca di una delle caratteristiche fondamentali della sanzione

giuridica. Cioè, la vocazione che il diritto ha e affida alla sanzione a

reprimere la violenza, a minimizzare il ricorso alla violenza. Proprio questa

componente di prevenzione generale per cui attraverso le conseguenze

negative si tende a persuadere tutti dal ricorrere alla violenza. Quindi, tipico

del diritto è questa funzione pacificatrice. I romani dicevano che il diritto era

necessario per ne cives ad arma ruant, affinché non si ricorri alle armi per

fare giustizia, ma rinuncio a fare giustizia con le mie mani e affido alla

civitas il compito di fare giustizia.

Ebbene, se il diritto ha come componente essenziale il controllo della

violenza e la dissuasione dalla violenza, la vendetta non ha la capacità di

– –

porre fine alla violenza, perché ogni vendetta perfino questa sarà il

presupposto di nuova violenza. Si tratta quindi di vendicarsi del

vendicatore, ma questo significa inevitabilmente non porre fine alla

violenza, ma inaugurare un ricorso senza fine alla violenza tanto più se,

come sappiamo, nella valutazione della vendetta non si fa spazio affatto al

grado di colpevole, alla responsabilità, all’imputabilità del soggetto da

punire, ma al danno subito. Ma io se devo vendicare il danno subito,

indipendentemente dal fatto che questo soggetto è colpevole o meno,

anche se ha agito per il giusto, io devo vendicare il danno subito e quindi

cercherò di fare di tutto per colpire chi ha colpito la mia stirpe. Quindi,

questo significa una catena di violenze, ogni violenza rappresenta un

anello di questa catena e non è un anello finale come può essere la

sanzione; il fare giustizia attraverso la violenza affidata a un privato non

può non comportare una reazione che a sua volta ne comporterà altre.

Eschilo non ce lo dice apertamente, ma in quello che ci dicono “oltraggio

corrisponde a oltraggio”. Pur essendo dalla parte di Agamennone e

contrario a Clitennestra per ragioni politiche, però le parole di Clitennestra

gli hanno fatto capire (al Corifeo).

Per quanto riguarda l’atto in sé, questo atto in sé forse ha una sua

giustificazione. Questo principio di chi uccide resta ucciso resterà salvo

finché resta salvo Zeus sul trono, in principio di chi agisce è chiamato a

soffrire.

In realtà, il ricorso qui alla sofferenza richiama due precedenti accenni

alla sofferenza, al dolore, che però non si esauriscono in questo modo di

agisce. C’era

rappresentare il dolore, cioè il dolore come inevitabile per chi

una visione tragica da parte di Eschilo ed è la nozione che Eschilo aveva

già fatto fede passato attraverso una serie di vendette, e cioè che la

L’esperienza è la somma

conoscenza si ottiene attraverso il dolore.

degli errori. È un concetto molto banale che Eschilo ci propone. Si ha

conoscenza solo passando attraverso il dolore. Questa sorta di sintesi

esistenziale delle vicende umane ha dei tratti particolarissimi, perché ci

dice a che serve la sanzione penale. La conoscenza attraverso il dolore. La

sanzione penale, e quindi anche la vendetta, attraverso il dolore che

infligge consente di comprendere che cosa si deve fare, che cosa non si

deve fare, di conoscere il giusto. Ma il giusto quindi si conosce attraverso il

dolore proprio o altrui.

Prima di passare a Egisto e al suo discorso, è importante sottolineare

una terribile ma anche questa particolarmente significativa della figura di

Clitennestra. E anche del primo movente che ha dietro di sé, il suo odio nei

confronti di Agamennone, il Coro si preoccupa del fatto di chi darà gli onori

funebri a questo sovrano supremo ucciso in questo modo. Coloro che

l’hanno ucciso potrebbero fare questi onori funebri? A questa tragedia, si

aggiunge lo sconforto per una sorte indegna di un così grande sovrano.

Nessuno lo piangerà. Chi gli darà gli onori che merita da morto? E qui

abbiamo forse la più alta della espressione che Eschilo assegna a

Clitennestra. La reazione di Clitennestra a quello che chiede il Coro (Non

non dice che l’odio

sarai mica tu, o Egisto, a rendere gli onori funebri?)

finisce dopo la morte.

“Non spetta a te occuparti di questo. Per mano nostra è caduto. Io l’ho

ucciso e io lo seppellirò. E non avrà il compianto di gente estranea, a

compiangerlo sarà sua figlia Ifigenia […]”

Si rivolge al singolare. È un rappresentante del Coro a parlare, il Corifeo.

È in questo punto che il Coro comincia a prendere consapevolezza

anche delle colpe di Agamennone.

Allora, Ifigenia è scomparsa dall’episodio che ci è stato raccontato? Ci è

stato detto però che è stata sollevata come una capra per essere

sacrificata e l’immagine della capra torna quando dice Clitennestra che

l’avevano sacrificata come se fosse una pecora. Ma c’è da dire che non se

ne è parlato abbastanza, eppure la sua morte è quella descritta con

maggiore pietà da parte di Eschilo. Non poteva neanche urlare di dolore

Ifigenia, perché le era stata tappata la bocca. Lanciava dardi con gli occhi.

Di questa fanciulla non sarebbe stato ingiusto che si fosse perso non solo il

ricordo, ma la consapevolezza che bisognava rendere giustizia. È quello

che intende fare Clitennestra, così come entra finalmente in scena Egisto, il

quale si rivela tutt’altro che il vile di cui finora abbiamo sentito parlare.

Egisto, per prima cosa, ricorda e ringrazia Dike, la dea della giustizia.

Questo ci dimostra che i personaggi sono convinti di fare giustizia.

Rendiamoci conto che in questa civiltà arcaica, che non è la civiltà del V

secolo, ma è splendidamente rappresentata. Immaginaria, ma tuttavia

piena di elementi presenti in altre civiltà. Il dover rispondere per ciò che

ha fatto un altro. Atreo non aveva pagato, ha pagato per lui Agamennone.

Questa è una delle componenti della giustizia. Non illuderti se pensi di

averla fatta franca, la giustizia può arrivare fino all’ultimo giorno della tua

vita e se non arriva, potrà colpire i tuoi discendenti, ma la giustizia arriverà,

tardi ma arriverà. È una delle componenti della ideologia della giustizia di

questa civiltà arcaica.

Egisto rievocherà la sciagurata sorte dei fratelli e la trama ordita da Atreo

a danno di Tieste.

Anche lui rivendica a sé questo atto di giustizia. Se fosse comparso sulla

scena, avrebbero tutti compreso che Egisto voleva uccidere, seppur per

fare giustizia, Agamennone e questo avrebbe compromesso l’esito. È

rimasto nell’ombra, ha architettato il piano.

Zittisce con disprezzo il Coro, che osano rivolgersi a colui che è

comandante. Il problema non è più giuridico, ma diventa un problema

politico. Quest’uomo e questa donna saranno dei pessimi governanti,

ribadisce quest’accusa di essere femmineo a Egisto. Sono vicini allo

scontro. Egisto si dimostra pronto a snudare l’arma al momento dello

scontro. Interviene Clitennestra a fermarli.

Clitennestra rimane la terribile Clitennestra, anche quando sceglie la via

della pacificazione, anche con l’assoggettamento con mezzi logici. Perché

nel dire:

“Venerabili anziani, andate a casa, assecondate il destino, prima di fare

qualcosa che vi potrebbe fare soffrire.”

Notiamo la minaccia finale di Clitennestra. Se non tieni il comportamento

desiderato, sappi che ricorrerò alla forza. In questo modo, finisce con il

porre fine allo scontro e chiude la tragedia con parole che dimostreranno

qual è l’altro elemento, che ancora non abbiamo messo in luce, tra quelli

che ci fanno dubitare che questo personaggio abbia agito solo per amore di

giustizia (Ultima battuta, pagina 216).

Lo stesso Egisto, nel discorso che ha fatto, ha fatto riferimento anche

alla possibilità che con le risorse di Agamennone, potrà governare la città e

qui Clitennestra chiude con questa prospettiva: saremo noi a governare la

città. Questo fa pensare. Ricordiamoci di quando abbiamo sottolineato che

il Coro ha detto a Clitennestra che in assenza del sovrano, la moglie

merita il rispetto. Non è il potere direttamente gestito da Clitennestra, ora sì

che lo gestisce, tanto più che Egisto non sembra un personaggio

particolarmente difficile da controllare.

Finisce la tragedia e qui poi si apre la seconda tragedia della trilogia che

viene rappresentata nella stessa giornata.

Domande/Risposte

Riflessione sulla metafora usata sul solco, non è che magari Eschilo usa

questa immagine per far sempre un richiamo, seppur indirettamente, a

Zeus.

Quando leggeremo la terza tragedia, le Eumenidi, scopriremo che lì viene

proposta come una scoperta scientifica una nuova teoria. Apollo Febo

porta come argomento dominante (secondo alcuni però questo non è

l’argomento dominante) il fatto che non c’è, secondo Apollo,

consanguineità tra la madre e il figlio. In fondo, lo scontro che si ha nelle

Eumenidi riguarda questo: ovvero, il fatto che Oreste uccidendo la madre

avesse rispettato o no il principio del contraccambio. Secondo le Erinni,

Oreste non ha rispettato tale principio, perché un conto è che una moglie

uccida il marito. Secondo questa teoria, in realtà la vita si trasmetteva per

via patrilineare, perché invece il ruolo della donna era solo quello di

ospitare la vita, di nutrirla e poi metterla al mondo, una volta che fosse

arrivato il momento, ma la vita in sé arrivava dal seme del maschio.

Creonte dirà “altri solchi potrai fecondare.”

Quando in Sofocle,

Ci sono due cose raggelanti nelle parole di Clitennestra. Una l’abbiamo

vista: sarà la figlia ad abbracciare e accoglierlo con un bacio. E l’altra

questo: quello che potrebbe essere il momento supremo del piacere che

qui avviene attraverso il sangue. È come se per lei fosse portatore di vita

un fiume di sangue.

Per quanto riguarda le credenze greche, togliere le gambe, era un modo

per evitare che il morto si vendicasse, cioè uscisse dalla tomba e accorrere

a fare giustizia. Quindi, Clitennestra non è affatto tenera verso il marito.

Il motivo per cui Egisto si giustifica per non aver ucciso Agamennone

Da come si comporterà anche nelle Coefore, vediamo che Egisto non è

un vile. Egisto viene rappresentato in maniera femminea, perché era stata

Clitennestra a uccidere Agamennone, ma quello che Egisto dice è una

scelta consapevole. Se si fosse presentato ad Argo come Egisto e gli argivi

avessero saputo che era presente il figlio di Tieste ed aveva ragioni di

vendicarsi contro Agamennone, loro stessi avrebbero preso le precauzioni.

Non sapendo che Egisto era lì, bisognava attirare Agamennone nella rete,

in fondo Egisto e Clitennestra sono soli contro tutta Argo che è dalla parte

a compimento la vendetta, e quindi l’atto

di Agamennone. Così, per portare

di giustizia, hanno bisogno di non essere ostacolati.

Lui sostiene di aver architettato il tutto, ha utilizzato Clitennestra perché

attraverso l’inganno attirasse Agamennone, il modo migliore per compirlo

era nel momento di massima debolezza. Egisto che spiega che non è viltà,

ma semmai è la volontà di arrivare all’uccisione di Agamennone ad avergli

consigliato di agire nell’ombra. Bisogna anche riconoscere che non appena

Agamennone viene ucciso, Egisto appare in scena e si prende la sua

responsabilità. Il fatto che lui rivendichi tutto dimostra tutto sommato che è

disposto a scontrarsi con coloro che sono rimasti dalla parte di

Agamennone. ORESTEA

Le Coefore

Le Coefore sono le portatrici di libagioni. Nelle Coefore, la prima scena, i

primi versi noi non li possediamo. Quindi, i discorsi li hanno ricostruiti

attraverso testi diversi dal testo attendibile delle Coefore. I primi venti versi

sono non con certezza gli originali, ma con sufficiente probabilità di

corrispondere al testo originario sì.

Non dobbiamo dimenticare mai che queste tragedie sono rappresentate

in teatro con delle finalità, che vengono in qualche modo convincere il

pubblico. Qual è il grande problema delle Coefore? È che si deve mettere

in scena un matricidio, il figlio che uccide la madre.

Nell’Agamennone anche l’uccisione del marito è qualcosa di

particolarmente grave e cruente e rimane come una forma di ostilità verso

Clitennestra, anche se, almeno sul finale, Clitennestra rifresca al pubblico

di quello che è accaduto. Qui si tratta di mettere in scena l’uccisione della

madre, atto grave. C’è da ricordare che la tragedia non deve esaltare

sentimenti perversi, ma incutere buoni sentimenti soprattutto verso la polis

e verso i suoi valori.

si deve fare in modo che il pubblico accetti l’uccisione della madre

Allora,

da parte del figlio.

L’abilità di Eschilo è nel modo in cui arriveremo all’uccisione della madre.

I primi venti versi vedono Oreste tornare ad Argo, dopo la lunga assenza

(era stato mandato nella Foce dell’Astrofile, ospite e parente di

Agamennone), e ora è tornato da Delfi per fare vendetta, perché Apollo gli

ha ordinato di fare vendetta. Ed è arrivato accompagnato con Pilade, suo

amico. Qui, c’è questa forma di amicizia particolare perché pur essendo

sempre accanto ad Oreste parlerà una sola volta, pronuncerà una battuta

di tre versi. Quindi, direi un personaggio decisamente secondario. E quei

tre versi saranno di particolare importanza per lo svolgersi della vicenda.

Nella prima apparizione di Oreste, abbiamo qui Oreste e Pilade che si

sono recati ad Argo e si presume che nella scena ci sia la tomba di

Agamennone, davanti alla quale si svolge gran parte della vicenda, e non

troppo lontano c’è la reggia di Argo, davanti e dentro la quale si svolgerà il

resto della tragedia.

Perché sottolineiamo questa esigenza di preparare, far accettare al

pubblico un matricida? A capire le sue ragioni. Come fa Eschilo ad

arrivarci?

Nel descrivere la scena, attraverso la battuta di Oreste, ci viene detto

– –

che Oreste tornato in patria per tornare giustizia ha reciso un ciuffo di

capelli che ha offerto al fiume e un altro ciuffo di capelli lo recide e lo offre

alla tomba del padre, omaggio al padre. Si tratta chiaramente una ritualità

antica, nella quale si rasava completamente i capelli dei parenti del morto.

Quindi, abbiamo un omaggio ad Agamennone. E nel dire quello che ha

fatto, nel silenzio si nasconde perché vede arrivare una processione

singolare di donne a lutto, e non può non farsi subito riconoscere.

Nei primi venti versi pronunciati da Oreste, noi abbiamo questa

situazione.

“Tu che sorvegli la tomba di mio padre.”

Primo riferimento al padre. E continuerà affermando che vuole vendicare

il padre.

Non viene qui a piangere la sua morte, padre. E poi vede questo corteo:

“Un nuovo lutto si abbatte sulla mia casa o portano libagioni al mio

padre? Mi sembra Elettra quella che avanza, mia sorella… O Zeus,

concedimi di vendicare la morte di mio padre.”

“padre”. Anche Elettra parlerà di questo.

In sei versi abbiamo la parola

C’è questa centralità della parola paterna. Si tratta di personaggi che

devono vendicare la morte del padre. Abbiamo già visto quando

Clitennestra sta per entrare nella reggia dice di Zeus, quindi la giustizia

avviene invocando Zeus. È qualcosa che rivendicano come doveroso

compiere, implorando l’aiuto degli dèi. È la divinità che vuole fare giustizia.

Si dice fin dall’inizio che è tutto voluto da Zeus. Oreste lo invoca. Sapremo

poi che Oreste è stato inviato a fare giustizia da Apollo per conto di Zeus.

Elettra non sa che dire né che fare. Chiede aiuto alle schiave e loro

risultano essere più determinate di Elettra nel fare giustizia.

La vendetta non è rappresentata come un bisogno di ritorsione, prima

ancora di questo, è il suo contorno sociale che la spinge a fare vendetta.

La vendetta risponde a un principio di giustizia: a ciascuno ciò che merita.

28/02/2017 Commenti sull’Agamennone –

Clitennestra fingeva di temere che la condotta degli achei o forse si

augurava - a Troia fosse tale da attirare su di loro la punizione divina.

Agamennone non solo non sospetta nulla, da un lato si rivela un re molto

migliore di quanto saranno i sovrani Clitennestra ed Egisto che si faranno

odiare da loro, poi vedremo che in Euripide non sarà affatto così ma evita

di prendere decisioni affrettate, ritiene di dover valutare l’accaduto con i re

dell’assemblea. L’unica cosa è che questa mancanza di sospetti da parte di

Agamennone forse ci potrebbe confermare l’idea che Agamennone non è

consapevole di avere le sue colpe; cioè, dell’uccisione di Ifigenia forse non

si pensa neanche più.

Domanda/risposta

Nella nostra civiltà giuridica questo è un dato di fatto, cioè senza la

responsabilità che nasce dall’autodeterminazione piena, la imputabilità è

da subordinare a ulteriori elementi. Qui abbiamo da una parte insieme

all’obbedienza e l’ordine superiore a cui non si può dire di no, è una specie

di stato di necessità. Era necessario che si sacrificasse il personaggio che

è chiesto da Artemide perché la spedizione possa andare avanti.

Però, attenzione, ricordiamoci di una cosa. Nell’ottica ebraica, quel

sacrificio di Isacco non si compie fino in fondo, è una messa alla prova

della fedeltà di Abramo a Dio. Ma il sacrificio di Isacco sarà sacrificato un

capriolo.

Qui, il sacrificio si compie e si compie innalzando la figlia di Agamennone

all’altare come fosse una capra; cioè, in un caso è un animale che si

sostituisce a colui che deve essere sacrificato; qui è colui che deve essere

sacrificato che viene degradato a un qualsiasi animale.

A noi interessa vedere arbitrariamente siamo consapevoli di immettere

–,

in questa lettura elementi che non sono di Eschilo ma noi forziamo la

lettura di questi testi perché ci interessa capire qualcosa di più dei

fenomeni del diritto.

In questa fase della civiltà giuridica, l’imputabilità non è subordinata alla

responsabilità. È significativo che nella terza delle tre tragedie, per scusare

Oreste, Apollo rivendica la responsabilità di avergli ordinato di aver fatto

quel che ha fatto anche per conto di Zeus, questa argomentazione non è

in considerazione. Mentre per noi sarebbe l’argomentazione

presa affatto

decisiva, processo qualcuno, dimostro che ha agito in assoluta assenza di

autonomia. Qui, questo elemento viene accantonato completamente

perché siamo in una diversa società, vediamo il rapporto tragico con le

divinità. La divinità ordina e ordina anche il male, e la divinità non può

rispondere del male che ha ordinato (Zeus non risponde del fatto che Troia

verrà distrutta da Agamennone, pur essendo lui a inviarlo) ne deve

rispondere preventivamente Agamennone perché il fatto che la sua

vendetta andrà oltre la misura è previsto da Artemide, ma non si è ancora

verificato. Questo è un elemento che ci colpisce ma che non è decisivo nel

mondo greco, perché in questo mondo si risponde anche di quello che non

si sa di aver fatto. Per esempio, Edipo è chiamato a rispondere di cose che

non sapeva essere illeciti. Questa è la tragicità dell’esistenza umana. La

domanda originaria dalla quale noi possiamo far discendere questo

è la domanda che all’inizio della

significato di responsabilità (respondere)

Genesi viene rivolta prima ad Eva e poi a Caino: che cosa hai fatto?

Questa domanda non viene rivolta a Edipo e né sarà rivolta ad

Agamennone, perché si risponde sia di quello che non si sa di aver fatto e

anche di quello che non si è fatto. Abbiamo visto rapidamente ieri che

Egisto ritiene che la vendetta nei confronti di Agamennone è un atto di

giustizia per punire di quello che aveva fatto il padre di Agamennone.

All’interno del ghenos si è responsabili di ciò che il ghenos ha fatto, dunque

responsabilità oggettiva e collettiva. Per il greco di questa fase, la

vendetta come atto di giustizia colpisce il danno e non la colpa. Che cosa

significa questo? Occhio per occhio, dente per dente. Non c’è una

distinzione tra delitto colposo e doloso. Perché si guarda al danno. Che io

abbia ucciso un uomo in condizioni di assenza di autodeterminazione, per

cecità o per consapevole premeditazione, non conta nulla ai fini della

vendetta perché la vendetta è un risarcimento da dare a colui che ha

subito il danno, un risarcimento morale, ma prescinde questo atto di

giustizia dal grado di responsabilità.

È vero che ai nostri occhi Agamennone ha agito per ordine superiore, ma

noi siamo in una fase ulteriore della civiltà giuridica. Aggiungiamo che

Eschilo è così sensibile alla questione noi leggiamo oggi nel 2017 un

testo rappresentato nel 458 a.C. nel quale si parla non della civiltà del

tempo, ma di un passato congetturale, ipotetico ricostruito attraverso il mito

– è evidente che agli occhi di Eschilo, la punizione per una responsabilità

oggettiva o senza nessun tipo di responsabilità non corrisponde

pienamente a giustizia. Non ce lo dice mai, però Eschilo introduce un

elemento per noi molto significativo. Quando Agamennone è invitato da

Calcante, o comunque è informato da Calcante sulla volontà della dea che

esige il sacrificio umano, Agamennone è lacerato da questo dilemma:

comportarmi come chiede la dea e sacrificare la figlia, quindi essere un

cattivo padre; oppure, essere un buon padre, ma essere un pessimo

guidatore di eserciti. A un certo punto, dice che è troppo importante la

spedizione e quindi decide di sacrificare la figlia. È giusto così. Si sceglie

sempre tra due mali e questo ai nostri occhi può essere sufficiente per

assolvere, ma non può esserlo. Comunque, bisogna dare un risarcimento

morale o materiale alla parte lesa. E qui la scelta tra i due mali è pur

sempre una scelta. Agamennone ha scelto quello che per lui è il male

minore. Nell’etica del tempo e nei secoli successivi, la salvezza della cosa

pubblica è anteposta. Tutto sommato, Agamennone è responsabile di aver

scelto solo secondo l’epoca del tempo e anche dei tempi successivi, e

quindi del tempo di Eschilo.

Apparentemente è una scelta etica (nella gerarchia dei valori, il bene

della polis è da anteporre al bene del singolo), ma anche le scelte etiche di

questo genere sono in realtà scelte utilitaristiche. Se ne accorgerà

Euripide, che rappresenterà un Agamennone che sceglie come sceglie

perché teme l’insurrezione dei soldati, se lui sacrifica la spedizione. Quindi,

è una scelta di convenienza, della quale è giusto che si risponda.

Nell’Agamennone, Eschilo fa vedere due cadaveri (un uomo e una

donna per fare giustizia); e nelle Coefore alla fine ci farà vedere di nuovo

due cadaveri, un uomo e una donna, per vendicare l’uccisione che aveva di

fatto messo in scena. Quindi, a questo corrisponde un’altra simmetria,

perché anche Oreste, che agisce per conto della divinità. Oreste si reca ad

Argo, dopo tanti anni, per onorare il padre, ma non solo per questo ma

anche per fare giustizia come gli è stato ordinato dal dio. E vedremo come

il dio lo giustifica, anche qui in termini utilitaristici, e cioè conviene ad

Oreste fare giustizia lo attende una condizione molto angosciosa, che

dimostra che non solo il dio, ma l’intera comunità che richiede che sia fatta

giustizia. Vedremo che Oreste nel momento in cui sta per uccidere la

madre avrà un attimo di titubanza. Si è fermato, come dire non sono delle

marionette che agiscono con i fili guidati dagli dèi. È vero che obbediscono

agli dèi, ma questa è un’obbedienza che potrebbero anche rifiutare,

ovviamente andando incontro a una serie di conseguenze negative.

Non è sufficiente il fatto che sia mancata la piena capacità di intendere o

di volere, perché qui la capacità di intendere c’è, ma di volere no. E si

sarebbe responsabili lo stesso. Indipendentemente da questo, c’è un

appiglio, come se Eschilo lasciasse un messaggio ai posteri: guardate che

è vero che lui apparentemente ha agito per un ordine superiore, è vero che

doveva salvare la spedizione a Troia, e tuttavia poteva fare anche altro. È

pur sempre una scelta. Non è un comportamento necessitato, è

necessitato per ottenere risultati preferibili a quello che non si otterrebbe se

si ubbidisse a questa logica. Per noi interessante. È come se in qualche

misura Eschilo ci dicesse che in effetti questa società della vendetta ha

questo limite: che costringe a rispondere anche di qualcosa della quale noi

non possiamo chiedere conto a qualcuno. Ma detto questo, cerca anche di

inserire questa visione, una sensibilità che non era quella della società

della vendetta, ma che in una società che non è più quella della vendetta

ha un primo significato. ritenere che l’ingresso di Agamennone,

È proprio quello che ci porta a

che deve certamente concludersi in quel modo. Prima di tutto, non

dobbiamo dimenticare che qui i tragediografi utilizzano materiale del quale

non sono liberi di manipolare arbitrariamente. Nel repertorio mitologico tutti

sanno che Agamennone è stato ucciso da Clitennestra. Quindi, sapendo

questo, Eschilo non potrebbe dare uno svolgimento diverso.

Agamennone ha praticamente una coscienza perfettamente per lui

immacolata. Cioè, è l’eroe che ha portato alla vittoria gli achei, i suoi

cittadini che confessano all’inizio erano ostili alla guerra, a questo punto lo

esaltano per il successo ottenuto, e quindi ha rimosso completamente ciò

che è avvenuto. Il paradosso è che lo hanno rimosso anche gli argivi, che

vedremo lo hanno rimosso anche Elettra e Oreste. Ma non può passare

invendicata la morte di Ifigenia. Il problema c’è o no? Non si può non

parlarne più. È chiaro che Clitennestra ha altre motivazioni per fare quel

che ha fatto, e sappiamo che Clitennestra è in perfetta buona fede quando

invoca Zeus. Quando Agamennone è entrato, lei si trattiene ancora

qualche attimo per fare quello che Agamennone aveva ordinato di fare:

cioè fare entrare anche Cassandra nella reggia. Ebbene, in quel momento,

chiama Zeus ed è convinta che quello che sta che fare è un segno di Zeus.

È un’esigenza di giustizia che non può essere soddisfatta, in mancanza di

un organo pubblico, se non da un privato. È il privato che ricorre a tutte le

astuzie possibili pur di arrivare alla conclusione di questo percorso che

mira a vendicare la giovane Ifigenia. Abbiamo visto che ci sono anche altre

motivazioni. Però, sarebbe stato giusto che nessuno avesse chiesto conto

ad Agamennone di quello che ha fatto a Ifigenia? In fondo, ha

strumentalizzato la vita di una figlia innocente per ottenere risultati che gli

potevano interessare come capo della spedizione, ma al quale ha

sacrificato il vincolo di ghenos. Siamo sicuramente in una civiltà che

antepone la virtù pubblica all’affetto privato/familiare, ma è pur sempre una

civiltà nella quale il vincolo di ghenos è ancora particolarmente significativo

e ne avremo una prova nell’Antigone. Lo studioso medio coglie questo

aspetto che Antigone, in nome della pietà nei confronti di Polinice, va

incontro alla morte. Non è affatto così, perché ciò che Antigone fa non lo fa

per amore, per la pietà in generale, ma lo fa perché il morto in questione è

suo fratello. Non lo avrebbe fatto per un marito o per un figlio. Quindi, il

ghenos è ancora tanto forte da giustificare in Antigone il distacco dalla

polis, va contro il decreto di Creonte. Antigone agisce in nome di un vincolo

di ghenos.

Ogni tanto si constata che in Sofocle c’è anche la cultura sofistica alle

spalle. È una motivazione che cerca di dare una spiegazione razionale e

accettabile. Altri hanno sperato che questa fosse un’interpolazione non

sofoclea, e cioè il fatto che la motivazione di Antigone fosse questa gli è

parsa qualcosa di svilente.

L’idea che per il pubblico ateniese la spiegazione di Antigone non fosse

razionalizzata, fosse soltanto un impulso o il timore della divinità, non è

sufficiente. Bisogna nell’epoca in cui si afferma la razionalità – Sofocle è

contemporaneo di Socrate. Non è un impulso dell’animo che mi spinge a

fare quel che ho fatto, ma c’è da dire che siccome non avrebbe più la

possibilità di avere un fratello lo faccio, è chiaramente una motivazione

dietro la quale si cela l’unica possibile motivazione e cioè che il vincolo di

ghenos è superiore a qualsiasi altro vincolo.

D’altra parte, resta il fatto che a parte il fatto che qui c’è poi un omaggio a

un autore con una scena che ricorda quella di questo autore. Questa è una

citazione omaggio perché in realtà qui Sofocle riprende un episodio narrato

da Erodoto, al quale è molto legato, perché proprio nel narrare la storia

della Persia, Erodoto ha raccontato un episodio del genere per cui una

donna posta di fronte all’alternativa se salvare il marito o il fratello, entrambi

presi dal sovrano per punirli di una congiura che stavano imbastendo,

preferisce che sia liberato il fratello e non il marito, cosa che evidentemente

ai tempi dei greci del tempo suona strano. Da un lato, c’è questa

riproposizione di una superiorità del rapporto di fratellanza rispetto ad altri

vincoli; e dall’altra c’è però il fatto che c’è anche una motivazione razionale.

L’unica motivazione possibile per i greci del tempo ce la da Sofocle con

questa spiegazione della surrogabilità dell’uno e non dell’altro.

La lettura che vede la superiorità del ghenos rispetto alla polis è una

lettura all’epoca reazionaria, perché si rifà a un tipo di rapporto sociale che

la storia stava superando, cioè Atene nasce da un insieme di ghene, cioè

di stirpi che hanno dato vita alla polis. Ma, una volta costituita la polis, non

c’è bisogno di essere Hegel per il quale lo stato è il superamento della

famiglia. Ma anche in questa ottica, l’etica della polis che si afferma sulla

stirpe. Pensiamo a Tito Livio (abbiamo citato l’episodio dei figli del console

che vengono messi a morte dal console per punirli di aver tramato contro la

res publica), potremmo citare anche Corolanio che la madre invita a

salvare Roma, sapendo anche lei che in questo modo lo perderà, sarà

ucciso. La madre di Corolanio è un’eroina perché ha indotto il figlio a

sacrificarsi per salvare la polis.

Tornando a questo ingresso di Agamennone alla reggia. Possiamo

leggere doppiamente le cose. C’è chi ritiene che questo aver fatto

calpestare i tessuti di porpora per entrare sia una piccola furbizia di

Clitennestra per far sì che i servi e i soldati che sono con Agamennone non

entrino con lui nella reggia, perché calpestare i tessuti di porpora era

concesso sì ad Agamennone, ma agli altri no. Quindi, era un sotterfugio

per separare Agamennone dai suoi che lo avrebbero certamente protetto.

seconda lettura è invece questa: si tratta di ottenere l’aiuto degli dèi,

La

ai quali non può non interessare la punizione del colpevole. Zeus, sei tu

che fai la vendetta. Però, abbiamo anche qui questo paradosso che

riguarda un po’ tutte le religioni: Zeus è chiamato a punire Agamennone, il

quale, per ordine di Zeus aveva distrutto Troia. Quindi, prima gli ordina di

fare una cosa e poi lo punisce per averla fatta. Siamo a un’irrazionalità che

è spesso presente. Siamo alla figlia di Zeus che si ribella a quello che ha

voluto Zeus prima che la cosa effettivamente accada, e ovviamente non ha

potuto punire Zeus, ma punisce colui che si assoggetta al potere di Zeus.

Quando si parla di tragedia greca si intende quello che Hegel ha colto

non c’è il bene e il male, è tutto un groviglio

meglio di ogni altro: cioè,

costante di bene e di male, di scelte che possono essere necessitate, ma

non lo sono abbastanza, di malvagi che in realtà hanno anche loro le loro

ragioni e che i buoni hanno anche la loro componente negativa.

Abbiamo assistito indirettamente, ma in tempo reale, all’uccisione di

Agamennone.

Ultima considerazione. Tutto sommato, come mai questa rimozione

totale del delitto di Agamennone? La tragedia si sarebbe potuta svolgere

diversamente, facendo della colpa di Agamennone il lait moitev di tutta la

rappresentazione. Questo Agamennone ritornava e non ricordava Ifigenia,

non è mai fatto cenno se non attraverso Clitennestra. Qual è il senso che

possiamo dare a questo? Forse qui bisogna che il pubblico sia indignato

dell’uccisione di Agamennone. Se si fosse insistito troppo sulla colpa di

Agamennone, quello che Clitennestra aveva da rimproverare a lui, forse il

gesto di Clitennestra sarebbe apparso meno grave e di conseguenza

Quindi, c’è una serie di

sarebbe apparso più grave il gesto del figlio.

elementi che non possono tener conto del fine al quale l’autore deve

rispondere. Qui si tratta di preparare il terreno per la punizione di

Clitennestra. Ed ecco quindi ci sono stati elencati tutti gli elementi che

fanno di Clitennestra il personaggio che dice di aver agito per giustizia. È

troppo facile ignorare completamente che il movente primo di Clitennestra

è un movente del quale nessuno può dubitare. Vedremo, che anche Oreste

ed Elettra hanno varie motivazioni che li spingono a uccidere la madre ed

Egisto, non solo un atto di giustizia, hanno anche motivazioni egoistiche.

Tuttavia, se si insistesse su questi aspetti, sarebbe meno comprensibile

l’uccisione della madre. ‡‡‡

Si tratta adesso nella seconda tragedia di perseguire due finalità

apparentemente contrastanti tra loro: da un lato, sanzionare, rendere

legittima per così dire, la vendetta che i figli prenderanno su Clitennestra

per vendicare la morte del padre. È un atto di giustizia e per fare questo

bisogna rappresentare il più possibile negativamente Clitennestra; ma, al

tempo stesso, questo atto è un atto che non potrà non essere anche

questo punito nell’ottica della vendetta. Proprio per non punirlo, bisogna

dall’ottica della vendetta, seppur non violando le regole che

uscire

disciplinano la vendetta. Uno degli elementi per caricare negativamente il

personaggio di Clitennestra è insistere sul fatto che i due giovani

protagonisti della tragedia sono stati privati del re. La vendetta è

indispensabile, perché se non è il figlio a rendere giustizia, chi potrà mai

vendicarlo, in assenza di organi pubblici che si assumono questa

competenza?

Ecco questo ritorno incessante della parola padre ed ecco la presenza

del Coro che in qualche modo non fanno che rafforzare le ragioni dei due

fratelli. Sia Oreste che Elettra saranno incitati a fare vendetta e questo

dimostra che questa vendetta è un’esigenza non solo del privato che ha

subito un danno, un’offesa, ma è l’esigenza della collettività. Perché una

collettività nella quale i delitti non vengono puniti, è una collettività in preda

al caos, all’anarchia, agli scontri continui. Si dirà che ciò che ha cambiato

gli esseri umani è l’avvento del diritto, senza un diritto, senza la punizione

di chi viola le norme del diritto, gli uomini vivrebbero nell’anarchia. È

dunque esigenza dell’intera collettività che i delitti vengano repressi

attraverso la punizione; perché attraverso questo, per il futuro, si otterrà

una forma di dissuasione dal compiere altri delitti. Se i delitti non vengono

puniti, viene a mancare questo incentivo a non delinquere. Il rischio è che

una società umana diventi una società bestiale.

Dunque, dicevamo l’altra volta, qui abbiamo una giovane Elettra che

viene scorta, vista dal fratello mentre porge queste libagioni alla tomba

dell’Agamennone. Ci è fatto anche un accenno perché così tardivamente

sia andata un’offerta votiva alla tomba di Agamennone. Di fatto, quello di

cui dobbiamo prendere atto è che almeno per quanto riguarda Elettra, ma

tutto sommato anche per quello che riguardava Oreste, la prima

motivazione, la prima spinta a fare giustizia attraverso la vendetta. Quindi,

la spinta al matricidio, allo scopo di vendicare il padre assassinato, viene

dall’esterno. Non nasce da una loro intima ribellione a quello che hanno

subito. Oreste lo abbiamo già visto: è stato Apollo a mandarlo per conto di

Zeus. Ha avuto questo compito assegnato dalla divinità.

Elettra si trova sconcertata di fronte a questa esigenza di offrire libagioni

per conto di qualcuno per cui non vuole poi chiedere la benevolenza del

morto o delle divinità. Si appella alle sue schiave, alle Coefore per cosa

deve fare.

“Di qualcuno che contraccambi la morte.”

Quale morte doveva contraccambiare? Quella di Agamennone, e

chiaramente per vendicarlo doveva dare la morte a chi lo aveva ucciso

ossia Clitennestra ed Egisto. Questo ci conferma che la vendetta alla quale

assisteremo è una vendetta che nasce da un’aspettativa sociale, o

addirittura, da una gerarchia di valori. Bisogna che siano puniti coloro che

hanno agito perfidamente, uccidendo Agamennone. Bisogna che si

contraccambi con la morte coloro che hanno dato la morte perché questa è

l’aspettativa delle Coefore. Per le Coefore, che sono una piccola comunità

di straniere (sono troiane di origine, anche se fatte schiave e portate ad

Argo, ci sono principi di giustizia che vanno rispettati.

Quindi, è un principio retributivo che qui viene invocato dalle Coefore:

bisogna ripagare il male con il male. In assenza di altri criteri, non è affatto

un principio diverso da quello che poi sarà codificato nel Digesto (Ulpiano:

uno dei principali principi di giustizia è dare a ciascuno il suo; dove il “suo”

è quello che merita.) Questa è la ripresa di una sorta di proverbio greco

che ritroviamo all’inizio della Repubblica di Platone, quando il protagonista,

dovendo definire la giustizia, passa in rassegna alcune possibili definizione,

una delle quali è questa: bisogna dare il male ai malvagi, il bene ai buoni. È

un principio di giustizia. Ma se ai malvagi non si dà il male, e si tratta

malvagio e buono allo stesso modo, dov’è la giustizia? È proprio su questo

principio di giustizia che Creonte riterrà necessario differenziare il

– –

trattamento dato a Eteocle che era morto per difendere la città dal

trattamento dato a Polinice che cercava di distruggere la polis.

Questo principio lo proclamano le Coefore, cioè non coloro che hanno

subito il danno.

È vero questo loro principio, però ci accorgeremo che le Coefore odiano

Egisto, che le maltratta. E ci accorgeremo pure che tutti gli altri personaggi

hanno motivazioni ulteriori rispetto a quelle iniziali. Le Coefore, nel

momento in cui spiegano a Elettra che dovrà chiedere come contraccambio

delle offerte votive, l’avvenuta di un giustiziere, e a Elettra che si chiede chi

può essere mai questo giustiziere.

Qualcuno (gli dicono le Coefore) che ripaghi morte con morte. E questo è

giusto e caro agli dèi.

Non è forse giusto ricambiare il malvagio con il suo stesso male?

Non è solo una norma barbara, è una norma nella quale si trasfonde un

principio di giustizia.

E chi può essere costui? Se non qualcuno che condivida i sentimenti di

Elettra e delle stesse Coefore.

Anche in questo dialogo di Elettra con le Coefore, in particolare dal verso

88 in poi, Elettra pronuncia ripetutamente la parola “padre”.

“Quali parole che siano gradite a mio padre?”

“Ed è così che è morto senza onore, mio padre.”

Di fatto, la conclusione che Elettra trae dal discorso delle Coefore è che

bisognerebbe che tornasse Oreste, l’unico altro uomo che potrebbe con lei

condividere questa scelta. La decisione di sfidare il destino pur di poter

vendicare Agamennone.

Prima di arrivare a questo, però, vediamo qualche ulteriore pennellata

che Eschilo ci offre per complicare un po’ le cose.

“Invoco mio padre con queste parole: abbi pietà di me e del tuo Oreste.

Riaccendi la sua luce nella tua casa. Si è presa in cambio un altro uomo,

Egisto, che è complice della tua morte. Io vivo come una schiava. Oreste

al bando dei tuoi beni, mentre quelli dilapidano i frutti delle tue fatiche.”

Vediamo ragioni di ostilità verso la madre, ovviamente il fatto che ha

ucciso Agamennone. Ma poi c’è anche altro. Ci sono delle ragioni quindi di

astio che si aggiungono a quelle ufficiali dichiarate da Elettra. SI tratta

L’uccisione di Clitennestra ed Egisto

quindi di un impoverimento.

consentirebbe a Elettra di non essere più la schiava, che è diventata di

fatto, e a Oreste di riappropriarsi della casa, dei beni che i due attuali

sovrani stanno dilapidando.

Versando le libagioni per la tomba di Agamennone, ma invocandone in

cambio… è un’implicita, del tutto inconsapevole, chiamata in causa di una

forma di religiosità. Agamennone deve ricambiare l’offerta ricevuta, dovrà

aiutarli, si dà ai morti e agli dèi per avere in cambio qualcosa. Mentre si

conclude questo rito funebre, Elettra trova qualcosa che mostra alle sue

compagne, e cioè un ciuffo di capelli che è straordinariamente simile ai

suoi capelli. Successivamente, si aggiunge un altro indizio, e cioè ci sono

delle impronte di qualcuno che si è avvicinato alla tomba di Agamennone

che sono chiaramente le orme di due persone diverse, una delle quali

corrispondono al piede di Elettra. Chi può avere i suoi stessi capelli o un

piede così simile al suo se non Oreste?

Appare Oreste, che invita Elettra ad abbracciarlo. Elettra è diffidente, non

si fa subito convincere, tuttavia finisce poi per cedere quando Oreste gli

propone un terzo indizio, e cioè un tessuto che proprio Elettra al telaio ha

creato contenente la scena di una guerra. Avviene il riconoscimento del

fratello.

Vedremo che in una prospettiva diversa da quella di Eschilo, un

tragediografo considerato ostile a Eschilo, ma tutto sommato non è così,

cioè Euripide, assoggetterà a una sorta di critica razionale a questo

riconoscimento, prendendo in esame uno per uno gli argomenti su cui si

basava il riconoscimento e, sulla base di un’analisi razionale,

dimostrandone l’inconsistenza, l’infondatezza.

Il riconoscimento procede con di nuovo l’invocazione a Zeus.

“Zeus, Zeus, guarda cosa accade. I piccoli orfani dell’aquila […] Ora una

fame vorace li consuma.”

Viene di nuovo ripetuto molte volte il termine “padre”. È importante che il

pubblico tenga conto che è stato ucciso il padre di questi due giovani.

l’immagine che propone Oreste, e cioè i cuccioli

È interessante

dell’aquila rimasti senza cibo per uccisione dell’aquila (Agamennone). Si

riconferma l’identificazione di Agamennone con una delle due aquile, da

parte di Calcante al momento del presagio.

che, aldilà dell’attenzione di Eschilo, questo identificarsi

A noi interessa

di Oreste con i piccoli nel nido: sono rimasti senza cibo. L’uccisione di colui

che ha ucciso l’aquila è anche dovuta a questa fame che li divora. Cioè,

un’altra motivazione rispetto a quella che dovrebbe giustificare la vendetta.

“Io ed Elettra siamo qui, piccoli che hanno perso il padre. Entrambi al

bando dalla loro casa.”

A questo punto, Oreste ricorda, informa Elettra e le Coefore delle ragioni

della sua venuta: è venuto per vendicare il padre per ordine del Lossia

(Apollo).

“Il Lossia mi incita e minaccia di tempeste e sciagure se non

contraccambio la morte”.

Quindi, si tratta di contraccambiare la morte, cioè di pagare con la stessa

moneta gli assassini del padre, perché se Oreste si sottrarrà a questo

dovere, gliene verranno una serie di conseguenze negative. Cioè, è un

ordine accompagnato da aspre sanzioni nel caso in cui Oreste non

ubbidisse. Oreste non è libero, ma abbastanza libero. Nelle parole di Apollo

riferite da Oreste constatiamo che la vendetta è un’esigenza sociale, è

l’esigenza di un’intera collettività. Perché se Oreste si sottrarrà a questo

diritto-dovere sarà isolato e emarginato dalla collettività, che vedrà in lui un

disertore.

Ci saranno non solo malattie, piaghe, se si sottrarrà all’ordine. Le Erinni,

le divinità che presiedono alla punizione dei colpevoli, in particolare di

coloro che si macchiano di delitti di sangue, le Erinni tormenteranno Oreste

se si sottrarrà al suo compito. L’aspetto per noi interessante è che le Erinni

tormenteranno Oreste dopo che avrà svolto la missione affidatagli. Ancora

una volta, quale che sia la scelta, tu va incontro a un male. Le Erinni che

Apollo aveva evocato per convincere Oreste a fare giustizia uccidendo la

madre ed Egisto, lo avrebbero tormentato se si fosse sottratto a questo

compito. Si chiamano, in particolare, “le Erinni del padre”, cioè queste

divinità cagne fameliche, visioni orribili e sconvolgenti che tormentano chi si

è macchiato di un delitto di sangue o chi non ha adempiuto a un dovere.

Queste stesse Erinni saranno placate con l’uccisione della madre, ma

questo scatenerà l’ira delle Erinni della madre che vorranno vendicare su

Oreste la morte della madre di cui si è macchiato. Ancora una volta

abbiamo sempre una sfida tra i due mali.

“E che farà chi si sottrarrà a questo dovere? […] Nessuno lo accoglierà

nella sua casa […]”

Questo è un altro motivo che qui è inutile sottolineare. Sono passati anni

e anni dall’uccisione di Agamennone. I due sovrani stanno godendo del

potere e dei beni sottratti al legittimo sovrano Agamennone. Oreste da

bimbo, poco più che infante, infatti è diventato un giovane. La vendetta sta

per arrivare, a distanza di anni.

Questi erano gli oracoli che ha ricevuto Oreste. Gli è stato perciò

preannunciato un bando dal rapporto con qualunque altro cittadino di Argo,

il quale è interessato a che sia fatta giustizia. Ancora una volta, non è tanto

solidarietà, affetto verso Agamennone, è un’esigenza di giustizia. Il male va

colpito facendo del male ai malvagi, altrimenti le fondamenta stessa di una

vita comunitaria viene messa in discussione, è l’interesse stesso di una

comunità che si faccia giustizia. Chi fa giustizia da privato la fa anche come

una sorta di funzionario pubblico.

In questa nitida rappresentazione di un futuro terribile, se si sottrarrà al

dovere di fare giustizia, attirerà la punizione da parte delle Erinni, Oreste si

lascia sfuggire una frase per noi particolarmente interessante ed è una

delle ragioni per cui diremo la civiltà giuridica che ha nella vendetta il suo

principale caposaldo come sanzione penale non può essere considerata il

punto d’arrivo. La vendetta come istituto giuridico ha degli aspetti che

rendono necessario il suo superamento. Ce lo dice inconsapevolmente

Oreste quando spiega alla sorella e alle Coefore:

“Molte ragioni convergono su questo… Gli ordini del dio, il grande lutto

per mio padre, e la privazione dei miei beni e il fatto che i cittadini più

gloriosi del mondo, coloro che hanno conquistato Troia, si trovino allo stato

di servi di due femmine.”

L’antica accusa a Egisto di essere un debole e non un eroe. Quindi, tra

della madre di Egisto, ne abbiamo due che

le motivazioni dell’uccisione

non hanno niente a che fare con la vendetta:

• Vuole riappropriarsi dei suoi beni. Proposito che nessuno gli può

contestare, ma non è propriamente qualcosa che a che fare con la

deve essere null’altro che il contraccambio si

vendetta; la vendetta se

deve concludere con l’uccisione di chi ha ucciso. In realtà, c’è

quest’altro componente nello spingere Oreste ad agire come agisce;

• Politica. Non si può accettare che i cittadini così gloriosi siano

sottomessi al potere di due tiranni. Motivazione anche questa

apprezzabile, ma che non a che fare con la vendetta.

Quindi, nel desiderio di vendetta di Oreste e di Elettra sono commisti a

comprensibili ispirazioni a fare giustizia, una serie di elementi che rivelano

il lato debole della vendetta. Questa vendetta è possibile che sia molto

spesso inquinata da interessi privati, ragioni di ostilità o finalità ulteriori che

si vogliono raggiungere. Chi fa giustizia non si limita a fare giustizia, ma

anche delle componenti egoistiche come privato. Ecco perché la giustizia

privata non può essere una forma definitiva della giustizia.

Segue uno squarcio lirico, che è inaugurato dal Coro.

“Parola ostile con parola ostile, così esige Dike. Colpo assassino con

si paghi.”

colpo assassino

La giustizia è contraccambio. Dike vuole questo, la dea della giustizia.

Un’altra cosa che possiamo rilevare è che accanto a questa parola

“padre”, troviamo da parte delle Coefore una parola che non ci

aspetteremo: lo chiama “figlio” a Oreste. Cioè, senza padre che è morto,

senza madre che ha ucciso il padre e non si è comportato da madre, questi

sono figli per altri soggetti. Possiamo forse cominciare a intravedere quella

che a nostri occhi potrebbe essere un principio di crisi del ghenos. Ci

possono essere dei rapporti non di consanguineità, ma di affetto che si

rivelano più forti degli stessi vincoli di consanguineità. Non sono figli di

Clitennestra salvo poi quando Clitennestra avrà a interesse a chiamarli

figli li chiamano figli altre persone. Vedremo che quando sarà portata

Clitennestra la notizia della morte falsa di Oreste, a piangere veramente

Oreste sarà non la madre naturale, quella che gli ha dato la vita, ma la sua

nutrice, che si era affezionato a lui per averlo allevato per anni. Non è

allora il vincolo di sangue, o comunque l’unico ad essere prevalente. Il

vincolo sentimentale può essere addirittura più forte. È quello che poi

culminerà in Euripide nella piena crisi del ghenos.

Qui siamo ancora alla civiltà fondata sul ghenos. I due perni di questa

civiltà sono la vendetta come sanzione penale e il ghenos come

vincolo sociale predominante. Per quanto riguarda almeno il ghenos,

questo primo indizio di crisi comincia ad affermarsi. Così come si

riaffermerà quando Clitennestra desidererà la morte del figlio.

Avremo poi questa organizzazione di ciò che si dovrà fare, e cioè della

vendetta. Sarà Oreste, pur essendo il più giovane della brigata, a

organizzare. Ma, in precedenza, forse sarebbe il caso che ci

soffermassimo su qualcosa che non riguarda l’organizzazione in concreto

della vendetta.

Da un lato, viene riproposto il carattere particolarmente vergognoso di

essere stato ucciso da una donna, Agamennone. Oreste dirà: “meglio

stato se ti avessero ucciso sotto le mura di Troia.” Ed Elettra dirà

sarebbe

che neppure sotto le mura di Troia doveva morire.

Elettra invoca Zeus, dicendo:

“Quando il potere fiorente di Zeus calerà il suo pugno, quando squarcerà

le loro teste, questo il pegno gli chiedo per la mia terra. Giustizia contro

io chiedo.”

ingiustizia,

Elettra invoca una giustizia nata da ingiustizia. Ingiustizia addebitabile a

Clitennestra e Egisto. Da questa ingiustizia, deve nascere giustizia

attraverso la punizione di Egisto e di Clitennestra. Quindi, giustizia contro

ingiustizia.

Saltiamo qualche verso. Vediamo quello che dirà Oreste a distanza di

alcuni versi, non senza aver invocato ancora una volta il padre.

Quello che ci interessa è quello che dice Oreste, nel corso di un’oratoria

in cui vengono invocate le divinità tutte tese a ottenere protezione per fare

giustizia, dice:

“Ares contro Ares. Dike contro Dike.”

Si accinge allo scontro che vedrà Ares, dio della violenza, contro Ares;

Dike, dea della giustizia, contro Dike. Ci dice Oreste che per lo scontro che

si sta per verificarsi sarà uno scontro di una forma di violenza (la sua)

contro la violenza della quale è stato vittima Agamennone; e di una forma

di giustizia (la sua) contro la giustizia della quale era stato vittima

Agamennone. Non giustizia contro ingiustizia, come vede Elettra. Ma

giustizia contro giustizia. Non giustizia contro violenza, no. Anche la

giustizia che sta per compiere Oreste è violenza, e anche quella di

Clitennestra era stata giustizia. La mia giustizia contro la loro giustizia,

la mia violenza contro la loro violenza. Non potrebbe essere

rappresentato più incisivamente la lettura hegeliana della tragedia come

condizione tra due principi etici ugualmente legittimi. Non Oreste, che

rappresenta una giustizia, contro Clitennestra ed Egisto che rappresentano

la violenza. Ma, quello che per Oreste è giustizia contro quella che per

Clitennestra era stata giustizia. Non il bene contro il male, ma il bene

contro un bene. È diciamo una forma estremamente matura di

rappresentazione del conflitto tra queste due parti.

Come mai queste offerte? Le offerte erano state mandate proprio da

Clitennestra, in seguito a un terribile incubo notturno che le aveva fatto

emettere un grido lancinante e nelle tenebre l’intero palazzo si era

svegliato di questo terribile incubo di Clitennestra. Clitennestra aveva

sognato di aver partorito una serpe, di aver avvolto la serpe nei panni

per i neonati, di averla allattata e di essere stata morsa da questa serpe

Questo l’apparizione

che aveva succhiato insieme latte e sangue.

terribile che non ci vuole molto per interpretare come un presagio di

punizione che Clitennestra otterrà per il male compiuto. Così, tardivamente

Clitennestra cerca di ammansire il morto Agamennone inviandogli queste

libagioni. Quello che ci può turbare è la facilità con la quale Oreste si

riconosce nella serpe.

“L’ha avvolta nei miei panni come ha fatto con me, le ha offerto il seno

come ha fatto con me […]”

E non è qualcosa che lo turba, ma è qualcosa che lo inorgoglisce.

Questo è un presagio. È evidente che la vendetta andrà a buon fine, che

Oreste potrà fare giustizia uccidendo la madre che aveva ucciso suo padre.

Coloro che uccisero con l’inganno un re adorato da tutti, con l’inganno

verranno presi e con la stessa rete verranno ammazzati: è questo che ha

predetto il Lossia.

Quale l’inganno di Clitennestra? Era consistito nell’accogliere con un

eccesso di onori che addirittura Agamennone aveva giudicato

eccessivamente ampio, con un discorso di amore e poi con

quest’accoglienza nel bagno. Quindi, l’inganno con cui è stato attirato in

casa, gli è stato fatto calpestare questi tessuti di porpora per attirare l’ira

degli dèi ed era stato ucciso. Deve essere ucciso con l’inganno anche chi

ha ucciso con l’inganno. L’immagine della rete ritorna. Con un inganno

deve essere uccisa anche Clitennestra e il suo amante. con l’accento della

Oreste e Pilade si fingeranno stranieri, parleranno

Focide e diranno che hanno da portare delle notizie ai sovrani.

Naturalmente, non li faranno entrare così facilmente. Ma poi il senso

dell’ospitalità non potrà non prevalere e lì Oreste, spacciandosi per un

la notizia dell’avvenuta morte di Oreste

viandante straniero, porterà

(inganno per poter entrare nella reggia). Uccidere con l’inganno merita di

essere pagato con l’uccisione con l’inganno. Se ne accorgerà Clitennestra

quando dirà che ha ucciso con l’inganno e con esso viene punita.

Questo a conferma, poetica da parte di Eschilo, di una concezione della

giustizia convincente. Il contraccambio. È una perfetta giustizia, sennonché

scopriremo che la vicenda non può concludersi così e ritroveremo un altro

dei limiti della vendetta: la vendetta non porre fine agli atti di violenza,

perché finisce per dare vita a un nuovo atto di violenza per

contraccambiare. Le Coefore si concluderanno con una frase terribile: ma

quando si arresterà questa catena di violenze? Questa orribile furia di Ate,

la dea della rovina.

Comincerà poi la terza vendetta che sarà affidata alle Erinni. E vedremo

come da questa civiltà della vendetta se ne uscirà con l’istituzione di un

giudice terzo e con la creazione di un nuovo diritto.

1/03/2017

Domande/risposte

RISPOSTA DEL PROF: Possiamo intanto muovere da qui per fare qualche

costatazione che ci riguarda: purtroppo si sente spesso dire che nella

trilogia che noi stiamo leggendo, il diritto nasce con la terza tragedia, e cioè

con le Eumenidi, nella quale nasce il diritto amministrato da una Polis, con

processi e caratteristiche particolari che lo rendono abbastanza vicino al

nostro diritto, ma non è che quello di prima non fosse diritto, non poteva

non essere diritto perché una delle acquisizioni più diffuse della scienza

giuridica da secoli, dove c’è società c’è diritto (sarà un diritto diverso da

quello che noi conosciamo) ma non può non trattarsi di diritto. Quindi

anche prima che nasca il diritto come il nostro, una civiltà imperniata sulla

vendetta, come quella che stiamo per vedere messa in scena nella prima e

nella seconda tragedia della trilogia, anche quella è una società giuridica e

un ordinamento giuridico quello imperniato sulla vendetta.

La vendetta, che è lo strumento principe dell’ordinamento giuridico

barbaricino è una vendetta che precede e prescinde dall’ordinamento

statale.

MIN 11:45: Qual è la tesi di Antigone? Quella che fa passare Antigone per

l’incarnazione della purezza ecc. La tesi è che lo stato non ha il diritto di

impedire a una sorella di seppellire il fratello; quindi una rivendicazione

dell’autonomia di un particolare complice (min 12:05), che lo stato non può

impedire siano assolti, e un autonomia, un rapporto contro la Polis che

ricorda quella che è una delle grandi accuse mosse a ragione da un

sociologo americano agli ordinamenti (min 12:31) che chiama una sorta di

immoralità, e cioè il familismo, l’etica familistica come qualcosa che, in

certe zone dell’Italia in passato ma in gran parte tutt’ora, pretende di

imporsi all’ordinamento giuridico statale e il familismo amorale; mai

espressione è stata più infelice di questa perché il familismo amorale che

cos’è? È quello dell’uomo politico che pretende di sistemare i propri

familiari indipendentemente da quello che esigerebbe l’ordinamento

giuridico statale. (dal min 13:26 al min 13: 41) Condanna di questo

fenomeno che a ben pensarci, non ha senso condannare come familismo

amorale. Anche quello di Antigone è un familismo amorale, perché

pretende di far prevalere il suo affetto, il suo rapporto, il vincolo parentale di

sangue su quella che è la legge dello stato posta da Creonte che doveva

valere per tutti. Quando leggeremo l’Antigone vedremo che nel raccontare

alla sorella Ismene quello che stava succedendo, e cioè che Creonte aveva

la sepoltura di Euridice, le dice “Questo dicono che il buon Creonte

vietato

abbia deciso anche per me” come se per lei, in quanto sorella di Euridice,

non potessero valere le cose che valevano anche per gli altri.

Il punto è però che se io la cito, è perché quella di Antigone non è

amoralità, Antigone ritiene che sia un dovere sacro e voluto dagli Dèi quello

di seppellire il fratello, e questa è una morale, una morale diversa; quella

barbaricina ha una sua moralità; per esempio alla luce di questa morale, la

sanzione che merita 8min 15:16) compiuto al di fuori della casa, è inferiore

(il furto di bestiame) alla sanzione che merita chi ruba in casa, perché il

codice barbaricino considera, calcola anche l’umiliazione , l’offesa che si

aggiunge alla privazione economica di una parte di bestiame di chi ruba in

casa. La differenziazione in fattispecie, è la dimostrazione che ci troviamo

di fronte a un’organizzazione giuridica sufficientemente sofisticata, c’è

un’organizzazione, c’è una differenziazione di sanzioni e questo è Diritto.

Tornando allora a ciò che ci interessa, nelle due prime tragedie della

trilogia non possiamo parlare di una società senza diritto, è in sensato dire

che la società nella quale viene ucciso Agamennone, la società nella quale

vengono uccisi coloro che hanno ucciso Agamennone, sia una società

senza Diritto, perché tutte queste vendette sono istituti giuridici che

corrispondono alla sensibilità del tempo e proprio per questo abbiamo

chiamato l’attenzione su questa sorta di aspettativa sociale che non è solo

un aspettativa, è anche una pressione sociale; non è solo che Oreste è

chiamato a vendicare il padre perché è quello che ci si aspetta da lui, no, ci

sarà anche una sanzione. Quando Oreste dice quello che gli ha presagito,

attraverso la Pizia, Apollo, ci dice che gli ha presagito che nel caso in cui si

sottragga all’obbligo di vendicarsi sulla madre, gli ha presagito una serie di

disgrazie e anche una reazione della sua comunità d’appartenenza che lo

rifiuterà: nessuno condividerà con lui la mensa, nessuno gli rivolgerà la

parola ecc. Sono tutte sanzioni di una collettività che attraverso queste

sanzioni tende a trasformare quello che dovrebbe essere un diritto, in un

dovere non solo sociale ma giuridico esso pure sanzionato. Se la vediamo

in questi termini allora, dobbiamo tornare ancora una volta a Clitemnestra;

se Clitemnestra avesse evitato di fare giustizia di Agamennone (lasciamo

ora da parte tutte le motivazioni aggiuntive che ha Clitemnestra e che ci

fanno dubitare della sua buona fede, che io voglia sanzionare

Agamennone solo per fare giustizia, anche interessi personali e così via)

se non si fosse vendicata, non avesse vendicato la morte di Ifgenia, Ifgenia

sarebbe morta invendicata, cioè avremmo un uccisone (che abbiamo visto

essere tutto sommato un uccisione in cui Agamennone si assume la

responsabilità quando sceglie tra due alternative diverse, tutte e due

tragiche, ma pur sempre delle scelte) allora ci sarebbe un atto di cui

nessuno chiederebbe ragione ad Agamennone e qui forse dobbiamo

sottolineare che forse l’esigenza del teatro in qualche misura condiziona lo

stesso Eschilo, perché non si parla mai di questa uccisione; ci viene

descritta all’inizio dell’Agamennone dal coro che descrive l’accaduto

nell’Aulide dove la flotta degli Achei non poteva prendere il largo, in

maniera per noi molto commovente, e tuttavia dopo questa parte di Ifgenia

non si parla più. Lo stesso popolo di Argo (attraverso il coro) rimprovererà

ad Agamennone e alla spedizione il fatto che sono costate molte vite. A chi

il compito quindi attraverso la vendetta di Ifgenia, di sanzionare

Agamennone? Quindi il protagonismo di Clitemnestra come artefice di

giustizia è tuttavia qualcosa che non può essere troppo enfatizzato (ecco

perché c’è bisogno di ridimensionare la morale di giustizia di questa donna)

perché altrimenti se troppo nettamente vengono sottolineate le ragioni di

Clitemnestra (e si passano sotto silenzio i lati negativi e oscuri del suo

carattere) l’uccisione di una madre che sta per andare in scena sarebbe

difficile da proporre al pubblico, tanto più se uno dei compiti degli (min 22:

06) è edificare gli spettatori e non incitarli alla violenza, ma indurli al

cordoglio, al rispetto dell’etica degli Dèi e così via …

Tutto questo però fa sì che forse nella percezione più diffusa, si sia perso

questo Agamennone; se le Coefore sono la tragedia nella quale ci viene

descritto un atto di giustizia (la punizione cioè di una moglie che ha ucciso

il marito e di un traditore che ha ucciso il marito della sua amante) anche

l’Agamennone ci descrive le varie astuzie (se volete) seguite da

Clitemnestra per raggiungere quelle di giustizia, e cioè non lasciare

impunito il male che ha fatto Agamennone. Anche qui abbiamo una duplice

etica se volete: da un lato c’è l’etica della figlia, in cui Agamennone

pospone l’etica del vincolo di sangue (l’etica familistica) a un’esigenza di

bene pubblico (perchè possiamo considerare la spedizione come un

qualcosa che appartiene alle finalità collettive, pubbliche); Clitemnestra

fa l’opposto, perché non ritiene che solo perché Agamennone ha

invece

vinto, gli si debba rendere omaggio e abbonare la punizione per ciò che ha

fatto. In questo verso Clitemnestra ripropone la sacralità del vincolo di

sangue che tanto facilmente, o meglio apparentemente e non facilmente,

ricordate che quando (min 23: 58) interpreta il presagio, Agamennone e

Menelao piangono pur finendo per assentire ciò che devono fare, ma

scoppiano in lacrime e Agamennone è tormentato dall’angoscia, solo che

certa via e non si pente più e rimuove l’accaduto, lo

poi sceglie una

rimuovono i cittadini di Argo e nessuno ne parla più.

Quando la profetessa Cassandra, dotata di questa virtù da Apollo,

dimostra di sapere tutto (passato, presente e futuro) non si dimentica di

l’anima morta di Ifgenia, ricorda tutti gli atti di sangue, gli atti

nominare

cruenti, il sangue versato, ma non le interessa parlare di Ifgenia, e perché?

Perché non lo sa? O perché non le interessa rievocare questo atto

compiuto da Agamennone? In fondo se lei vuole elencare tutte le gesta

tragiche addebitabili alla stirpe degli Atridi, questa era una delle gesta da

rievocare, e invece non la rievoca e l’impressione che possiamo avere è

che questo antico omicidio perpetrato da Agamennone, non sia interesse di

nessuno ricordarlo; non è interesse di Agamennone che non ne parla

affatto mentre, ricordate, Clitemnestra gli spiega perché non c’è Oreste e

Agamennone non sente il bisogno fare un minimo cenno all’altra figlia che

lui stesso ha sacrificato, non lo rievoca il coro, non ha alcun interesse a

farlo perché introdurre un elemento di lacerazione, di scontro nel momento

in cui Agamennone torna vincitore, non è interesse nemmeno del coro che

vuole semmai che Agamennone punisca, per il loro comportamento,

Clitemnestra e Egisto. Non lo nomina Cassandra perché non ha interesse

a nominarlo, indebolirebbe la posizione della persona alla quale lei è vicina

che è paradossalmente Agamennone, colui alla quale è stata data come

ostaggio, e allora a questo punto la morte di Ifgenia passerebbe per

dimenticata.

Ecco il ruolo di Clitemnestra, ecco perché si vanta di quello che ha fatto;

se a muoverla fossero solo (anche) le motivazioni che noi abbiamo

ritrovato e cioè l’umiliazione perché Agamennone le porta in casa una

tutti gli onori, l’idea che

schiava che lei stessa dovrebbe accogliere con

Agamennone sotto le mura di Troia sia stato infedele molteplici volte, si

vuole impadronire delle ricchezze del palazzo, si vuole tenere il potere

(perché lei ora di gode rispetto in quanto moglie di un marito assente,

tornato il marito lei non ha più questa considerazione), quindi tutti questi

elementi, che ridimensionano la grandezza di Clitemnestra, però dal punto

di vista di Clitemnestra, passano in secondo piano, lei si gode di quello che

ha fatto perché ha compiuto un atto di giustizia e che sia in buona fede,

che sia convinta di operare secondo giustizia, noi lo possiamo dedurre dal

fatto che lei è convinta che invoca Zeus perché possa essere fatta

giustizia, invoca Zeus perché la aiuti e la protegga nella decisione che ha

già preso di uccidere Agamennone; SE INVOCA Zeus è perché ritiene che

Zeus non condanni questo giudizio e non lo può condannare perché Zeus

è il Dio della vendetta oltre che della giustizia, è colui che ha mandato

Agamennone a vendicarsi del misfatto compiuto da Paride a danno degli

(min 28:44), e dunque si ha non solo direi da un punto di vista strettamente

giuridico ma dal punto di vista anche della tavola dei valori morali in una

civiltà nella quale c’è corrispondenza tra valori morali e valori giuridici, la

vendetta è un (min 29:00) giuridico che peraltro obbedisce anche

all’esigenza morale, qual è l’esigenza morale? E’ la retribuzione, il male

deve essere ripagato con il male, non sarebbe giusto se il male attirasse su

chi l’ha compiuto, non altro male ma un vantaggio. Quindi anche dal punto

di vista etico la vendetta deve ristabilire un principio secondo il quale chi

agisce male deve essere punito, perché attraverso la sua punizione e la

sua sofferenza si imparerà, si conoscerà il giudizio; quindi la funzione come

abbiamo detto, general preventiva della vendetta come sanzione penale

serve da un punto di vista etico a retribuire il male con il male, e non si

pensi che possa essere negato a chi si comporta male, non sarebbe

giusto. dei fondamenti della giustizia è “a ognuno è il suo” e

Uno dei tre principi

quindi quello che è in Socrate (min 30:13) è il principio “il male ai malvagi, il

bene agli amici e ai buoni” quindi sono principi etici questi che diventano

principi giuridici nel momento in cui ascondono anche ad una funzione

giuridica; e che siano insieme principi etici e giuridici, lo conferma questa

aspettativa della punizione del colpevole che non nell’Agamennone, (min

30:44 al min 31:00) ecco qui non c’è visibile quest’aspettativa ma

quest’aspettativa sarà visibile nell’opera successiva. Non solo, ma anche

nell’Agamennone a un certo punto, di fronte alle decisioni di Clitemnestra

che il coro aggredisce, il coro degli Argivi le rimproverano quello che ha

fatto, le preannunciano un futuro di isolamento, sarà scacciata dalla città;

dopo tutto questo ad un certo punto finiscono quasi per capire le sue

ragioni quando dicono che in fondo il male attira altro male e quindi tutto

quello che ha fatto Clitemnestra non ha solo un aspetto negativo. Quindi

nella tragedia nella quale l’assassino è più isolato che altrove, ma

anche

perfino in questa tragedia le ragioni dell’assassino non sono interamente

negative. Manca la pietà per la fanciulla che si deve vendicare ma non

manca il (min 32:13) che Agamennone ha meritato quello che ha ricevuto.

Perché ci interessa (dal min 32:27 al min 32:32) un atteggiamento non

perfettamente coincidente tra Elettra e Oreste per quanto riguarda l’atto

che si accingono a compiere. E’ significativo che ci siano una serie di

battute pronunciate dal coro, da Oreste e da Elettra, che hanno tutto

l’andamento, il ritmo delle (min 33:01) delle chiese cristiane in cui s’invoca

la santità, si promette qualcosa e si chiede aiuto. Queste battute

comprendono che qui siamo in attesa di un atto di giustizia voluto dagli Dèi.

Da una parte Oreste ha avuto l’ordine esplicito di fare quello che ha fatto,

diciamo quindi che il gesto che sta per compiere è avallato dalla divinità;

Elettra ha ricevuto lei stessa, dal coro delle Coefore, l’invito a (min 33:42)

l’arrivo di qualcuno che è (min 33:44), non un semplice giudice ma un

giustiziere, quindi il clima è attesa di un atto di violenza che in realtà è

inteso come un atto di giustizia.

Detto questo, un po’ potrebbe sorprenderci il fatto che mentre Elettra

parla di una giustizia che nasce dall’ingiustizia, quello che si accingono a

compiere i due fratelli è un atto di giustizia che nasce dall’ingiustizia, la loro

vendetta è un atto di giustizia. Quello che aveva fatto Clitemnestra era un

atto di ingiustizia, ma in realtà Clitemnestra, nei confronti di Agamennone,

aveva inteso attuare un atto di giustizia, lo dice di nuovo anche a lei Zeus,

ma Elettra non riconosce le ragioni che può aver avuto Clitemnestra; quindi

la sua vendetta è un atto di giustizia, quello della madre non è considerata

come vendetta ma solo come un atto di violenza. Ecco ci potrebbe

sorprendere il fatto invece che a Oreste Eschilo mette in bocca una parte

violenta, sottolineo Eschilo, perché è evidente qui che non è il personaggio

di Oreste, così variegato, un personaggio tutto sommato abbastanza

debole, che diventerà un personaggio debolissimo perché è un

personaggio che è più agito da quello che accade che non agire, sono le

forze che lo trascinano, è la divinità, il coro, la stessa sorella che lo invita a

fare quello che ha fatto; sarà Pilade ad indurlo alla violenza, è difficile

pensare che intenzionalmente Eschilo abbia voluto fargli pronunciare

questa battuta che è per noi la battuta centrale; è Eschilo stesso che parla

Oreste quando dice “giustizia contro giustizia, Ares contro Ares,

attraverso

Dike contro Dike” il che significa che se è Dike a muovere Oreste a fare

quello che ha fatto, che il braccio di Oreste è armato da Dike, anche quello

di Clitemnestra lo era, e se quello di Clitemnestra era un atto di violenza,

anche quello di Oreste è evidentemente un atto di violenza.

Il dialogo tra Oreste, il Coro e Elettra ha spesso il carattere di una

sticomitia, un dialogo nel quale ognuno dei personaggi pronuncia la battuta

di un solo verso, quindi è tanto più incalzante questo dialogo quanto più

sono brevi le relazioni dei vari personaggi.

Qui prendete il verso 456 e seguenti

Oreste dice ” A te parlo padre, sta vicino ai tuoi cari”

Risponde Elettra “anch’io ti invoco piangente”

il Coro “siamo dalla vostra parte, ascoltaci signore”

Aggiunge

L’invito al morto di aiutarli a fare quello che fanno perché è interesse del

morto aiutarli a vincere perché in questo modo sarà gratificato, sarà

onorato; allo stesso modo la richiesta a Zeus di aiuto è motivata dal fatto

che è interesse di Zeus vedere che chi era stato infedele (min 38:22) e così

via. E’ una realtà molto realistica anche se non possiamo dubitare della

(min 38:31) di Eschilo, mentre se fosse stato Euripide avremmo avuto

buone ragioni a commentare che Euripide qui sta descrivendo in maniera

ingegnosa la soggezione religiosa, qualcosa che richiede in campo

qualcos’altro come pura pietà per gli Dèi. Ma torniamo a quella battuta

della quale abbiamo parlato prima, che vede Oreste nel momento in cui sta

per compiere la sua vendetta, parlare di quello che abbiamo parlato come

uno scontro di Dike con Dike e di Ares con Ares. Dicevamo: per Elettra lo

scontro è tra la giustizia e l’ingiustizia, qui invece no, c’è un passo avanti,

si riconosce che anche Oreste ed Elettra ricorreranno alla violenza

esattamente come alla violenza aveva fatto ricorso Clitemnestra, ed è

giustificato perché alla violenza si risponde con la violenza, ma non è solo

questo, è che anche la loro giustizia è la risposta non ad un ingiustizia, ma

ad un'altra giustizia. Quindi una sorta di consacrazione che è il nesso tra

sentenza, violenza e giustizia che non potranno insieme giustificare la

vendetta stessa come atto di giustizia, ma anche metterla in crisi come atto

di violenza. Anche la vendetta di colui che si vendica è un atto di violenza,

manca la componente pacificatrice. Cosa faranno allora i due figli che

vogliono uccidere la madre? Qui non approfondiamo perché è un po’

troppo ambigua la tematica del rapporto tra (min 40:51) e Dike, non è

chiaro.

Ma vediamo come allora avverrà questo atto di violenza che è anche un

atto di giustizia, dicevamo che Oreste è lui che è psicologicamente meno

forte di Elettra, ancora maggiore sarà il distacco di Euripide perché Elettra

è in pratica forte come Clitemnestra e Oreste è una personalità

notevolmente debole; invece qui Oreste, che però è inviato da Apollo a fare

quello che farà, che è incaricato di organizzare la vendetta. Non sarà facile

penetrare nella reggia perché bisogna che il delitto commesso nella reggia

da Clitemnestra sia punito nella reggia con un altro delitto analogo e

bisogna pure che se nella reggia Agamennone era stato attirato con

l’inganno (facendolo percorrere dei movimenti su tessuti di porpora,

un bagno ecc.) anche l’uccisione di Clitemnestra dovrà

promettendogli

avvenire con l’inganno, con la frode. Un assassinio con frode merita di

essere punito con un assassinio con frode. Si collocheranno quindi davanti

al palazzo, che ha le porte chiuse, come se fossero viaggiatori in cerca di

ospitalità perché hanno una notizia da dare. Davanti alla reggia Oreste si

pone fino a quando non si presenta un guardiano per vedere che cosa

voglia questo visitatore, gli dice il visitatore “Ragazzo, avverti i signori di

che vengo da loro perché porto notizie” e poi aggiunge

questa reggia

“venga qui qualcuno della casa che possa decidere sia una donna” e poi

dopo una pausa aggiunge “o meglio se è un uomo” perché il riguardo può

rendere ambigue le parole di un uomo ad una donna mentre tra un uomo e

un altro uomo si può parlare liberamente. E’ proprio questa la ragione.

Come mai Oreste chiede che si chiami qualcuno? Sa che il vero potere in

casa lo detiene Clitemnestra, Egisto è perseguitato da questa nomea di

essere solo il contorno della sua attuale moglie, e perché aggiunge subito

dopo aver detto “venga qualcuno della casa che possa decidere, sia una

donna”quindi qui Oreste si lascia sfuggire la consapevolezza che in quella

casa, la casa reale, una donna può anche comandare (in altre case non è

mai una donna che può comandare, è l’uomo) e poi subito dopo aggiunge

“meglio se è un uomo” come mai, questo ripensamento immediato se non

perché è come se qualcosa inducesse Oreste a procrastinare il momento

in cui dovrà uccidere la madre; preferisce che la prima uccisione riguardi

Egisto perché probabilmente incontrare prima la madre lo turberebbe. Ma

in realtà a morire per prima sarà proprio Clitemnestra, alla quale viene data

notizia di Oreste della morte del vero Oreste che in realtà è il falso Oreste

non morto, il vero Oreste si spaccia per il viaggiatore che non è Oreste che

dà l’annuncio della morte del vero Oreste che non è affatto il vero Oreste

che non è morto.

Oreste è morto, il viaggiatore lo ha saputo da Strofio, che era colui che

aveva ospitato il piccolo Oreste, lo aveva allevato, e ora le sue ceneri sono

raccolte in un urla che Strofio chiede alla madre se vuole che le sia

mandata ad Argo oppure se vuole che la cerimonia funebre sia celebrata

nella foce (min 46: 24).

di Clitemnestra: “ahimè le tue parole sono il colmo della rovina,

Reazione

sono la catastrofe, maledizione di questa casa, con te non c’è

competizione, disponi di tutto quanto mi è caro, era la speranza di guarire

lui per la reggia, (min 46: 58)”. Tutto questo scopriremo che è detto con

ipocrisia da Clitemnestra perché la nutrice, che poi passerà brevemente

per la scena, ci dirà che fingeva tristezza ma dentro di sé nascondeva un

sorriso; era felice perché il grande ostacolo che si doveva frapporre fra lei,

Egisto e la felicità è venuto meno. Morto Oreste il futuro si prospetta

finalmente al riparo dalla violenza per Clitemnestra, la quale però si

conferma, anche in questa seconda tragedia, una donna di grande

carattere: prima di tutto perché dà disposizioni affinché gli ospiti siano

accolti secondo le leggi dell’ospitalità, al viaggiatore che Oreste sotto

mentite spoglie che dice che era imbarazzante per lui portare simili notizie,

Clitemnestra risponde che l’ospitalità va comunque onorata e invita un

servo ad accompagnare nelle stanze degli ospiti il viaggiatore,

aggiungendo qualcosa che ci fa rendere conto che Clitemnestra (min

48:27); da un lato domina la situazione, accoglie gli ospiti come una vera

regina, e aggiunge “portali nella reggia nelle stanze per gli ospiti insieme ai

suoi compagni e il seguito ed esegui, è un ordine e stai attento perché me

ne renderai conto” quest’ordine è un ordine imperioso “se tu non ti comporti

come io ti sto ordinando me ne renderai conto” Clitemnestra è una donna

virile aggiungendo una frase che ci fa capire che qui il regime non è più

quello di Agamennone il quale al suo auriga aveva detto “di questo

parleremo nell’assemblea, decideremo insieme” perché aggiunge invece

Clitemnestra “nel frattempo noi faremo tutto quello che spetta a chi

comanda” informeremo di questo a chi comanda, come se non fosse lei

stessa, “perché non ci mancano gli amici e decideremo quello che c’è da

fare in questa sventura”. Mentre Agamennone avrebbe deciso, se avesse

avuto il tempo di sopravvivere, con l’assemblea, lei invece con chi

comanda e i loro amici decideranno il da farsi; è qualcosa che spiega

(50:03) del coro, e non solo del coro (vedremo) anche della matrice di

Oreste nei confronti dei sovrani, che sono sovrani dispotici oltre che

altezzosi, e anche questo contribuirà a trasformare quelli che dovrebbero

essere spettatori, non solo le Coefore che diventano parte attiva della

vendetta, ma anche la nutrice per esempio, che non avrebbe nessuna

ragione per patteggiare per queste Coefore le quali la informano di

qualcosa, eppure anch’ella fa la sua parte per contribuire a che giustizia sia

fatta. Giunge infatti, incontrano infatti le Coefore, una volta che Oreste e il

suo seguito vengono messi nelle stanze, e fuori dalla reggia, le Coefore

all’esterno, vedono uscire la nutrice Cilissa (potrebbe

sono rimaste appunto

essere il suo nome) la quale è stata mandata dalla regina a chiamare

Egisto perché prenda atto della situazione. Le chiedono (min 51:29)

Clitemnestra fingeva di essere addolorata mentre invece era felice,

piangerà Oreste come se fosse suo figlio, l’affetto più, il vincolo di sangue,

affettivo più importante e di fronte alle Coefore che le chiedono “ ma come

ti ha detto? Di tornare da solo o di tornare con il suo seguito?” dice che

Clitemnestra chiedeva che Egisto tornasse con la sua scorta armata, e le

Coefore dicono, inducono Cilissa a non dire questo, a farlo andare da solo;

e qui le Coefore fanno la loro parte nell’assassinio: se torna da solo sarà

più facile per Oreste arrivare alla conclusione. Le Coefore fanno quindi la

loro parte e la stessa nutrice avendo intuito dalle parole delle Coefore che

in realtà Oreste è tornato, anche lei si guarda bene dal dire a Egisto quello

che gli dovrebbe dire secondo la volontà di Clitemnestra, e infatti Egisto

tornerà da solo.

Prima che Egisto torni da solo, il Coro nuovamente invoca Zeus “ Ora io

ti supplico Zeus, padre dell’Olimpo che in questo caso la fortuna assiste

coloro che (min 53:11 al min 53:14) (Ora son io che ti supplico, Zeus padre

degli Dèi dell’Olimpo, fai che la sorte si compia pei padroni della casa che

fortemente braman che l’ordine venga restaurato)” Ancora una volta

s’invoca Zeus per uccidere due persone. La violenza come atto di giustizia.

La raccomandazione che fanno le Coefore a Oreste vedremo che non sarà

senza ragione “tu fatti coraggio e quando sarà giunto il tempo di agire, a

colei che ti verrà in contro dicendoti figlio, grida forte di tuo padre e porta a

termine la tua sacrosanta vendetta” piena assunzione sul piano morale,

vedremo che sul piano giuridico avranno un cedimento le Coefore, sul

piano morale solidarizzano in pieno e la loro iniquità forse le induce a

presagire quello che sarà il comportamento di Clitemnestra. Qual è? Lo

chiamerà “figlio” “e tu devi rispondere figlio di mio padre” qui Oreste è il

figlio dell’assassina e dell’assassino. All’assassina interessa sottolineare,

ravvivare il rapporto di maternità, ma Oreste che ha già detto “figlio del

padre” non dovrà farsi quindi ammansire.

Aggiungendo le Coefore “il sangue rovinoso portalo nella casa, con quel

sangue si laverà la casa che lo ha inzuppato, non è colpevole questa

uccisione che Apollo comanda” di nuovo questo Dio: se è Apollo a dare

l’ordine non può essere un ordine ingiusto. Di fatto vediamo che torna

Egisto, le Coefore lo inducono ad entrare nella reggia e nel momento che

entra nella reggia, di nuovo invocano “Zeus, Zeus, cosa posso dire

adesso? Dove inizieranno le mie preghiere? Per una volta (min 55:41 al

min 55:47) l’eroico Oreste, sia sua la vittoria”. A questo punto dalla reggia

giunge un urlo “ahi, ahi, ahi” la Corifea si chiede chi sia, e nello stesso

momento esce un servo che ci racconta quello che sta succedendo: il suo

signore Egisto è stato colpito una volta e chiama ancora aiuto (una

seconda volta, lo dice in seguito), aiuto per la terza volta, tre colpi mortali.

Siamo ai 3 momenti dell’uccisione di Agamennone che ha avuto due colpi,

si è afflosciato e poi è stato finito con il terzo colpo: abbiamo la simmetria

necessaria perché la vendetta sia giusta.

alla quale il servo dice una battuta famosa “che

Giunge Clitemnestra

cosa sta succedendo?” “ io dico che i morti uccidono i vivi!” Oreste, di cui

era stata proclamata la morte, sta uccidendo quell’Egisto che è amico

quando ha appreso la morte di Oreste. “I morti uccidono i vivi” Clitemnestra

capisce tutto “ahimè ora capisco le parole d’enigma, d’inganno moriremo

come d’inganno abbiamo ucciso2 e tuttavia non si abbatte, chiede che le

sia data una scure con due lame affilata perché possa difendersi, o meglio,

in quella situazione difendersi vorrebbe dire uccidere Oreste, non aveva

altro modo per difendersi; ma proprio in quel momento Oreste

sopraggiunge “Cerco proprio te” dice Oreste “lui ne ha già avuto

abbastanza” e per la prima volta Clitemnestra si dimostra teneramente

perché piange non Oreste, ma piange il suo amato Egisto “sei

debole

morto carissimo Egisto, tu il mio sostegno” in questo momento Oreste,

indignato ulteriormente per questa proclamazione ulteriore di affetto, ritiene

di soffrire anch’egli, visto che ha tanto amato Egisto, si erano giurati amore

e di stare insieme tutta la vita, ora dovranno stare insieme anche nel corso

della morte. E qui abbiamo la metamorfosi di Clitemnestra che per la sua

grande capacità di donna, ricorre all’ultima arma che le rimane per sfuggire

alla morte “figlio mio abbi rispetto di questo seno su cui tante volte ti

addormentavi e intanto con le labbra succhiavi il dolce latte che ti nutriva”

non è detto nella didascalia, ma da quello che sappiamo e da quello che è

stato detto dopo, sappiamo che in questo momento Clitemnestra si scopre i

seni e mostra ad Oreste quel seno con cui era stato nutrito, scelta che, se

pensiamo che i personaggi erano recitati da uomini, forse non ci turba

particolarmente. E tuttavia questo gesto è un gesto che raggiunge il suo

effetto, quello che Clitemnestra voleva, perché Oreste vedendo il seno che

lo aveva nutrito Oreste entra in crisi.

In realtà aveva deciso di fare questo perché per lui era più giusto, più

(che sarebbe stata un

doveroso sacrificare la figlia che sacrificare l’impresa

impresa vittoriosa); dunque anche in una civiltà nella quale non era

richiesta la responsabilità, la decisione libera e autonoma di fare quello che

viene fatto, e dunque sarebbe sufficiente per attirare su Agamennone

prima e su Oreste poi, la sanzione dovuta a chi uccide una figlia nel caso di

Agamennone, e una madre nel caso di Oreste; nonostante questo (min

0:45) di caricare entrambi i personaggi di una componente (che oggi noi

potremmo dire) di responsabilità; tutto sommato anche (0:56), anche

Oreste non è stato l’esecutore che non poteva fare altro di fronte (min

1:03), ha scelto, ha giudicato delle due strade quale fosse quella più giusta,

e ha ritenuto che la strada giusta fosse l’uccisione della madre, la quale

madre riprende quel tipo di tentativo di ammansire Oreste, una sorta di

circonvenzione di Oreste, scoprendosi improvvisamente madre di colui che

prima era disposto addirittura ad uccidere (min 1:33) sapendo bene che era

stato Oreste a uccidere (1:37) e che era da Oreste che si doveva difendere

con l’arma. Ora gioca l’estrema carta: il rapporto madre-figlio “Io ti ho

nutrito, vuoi tu invecchiare insieme con me? (voglio invecchiare con te)” “

hai ucciso mio padre” “figlio mio, è il destino che è colpevole di tutto

“e il destino ha predisposto anche la tua morte” “figlio mio non devi

questo”

curarti della maledizione di chi ti ha messo al mondo” “mi hai messo al

mondo per gettarmi alla malora, mi hai venduto ignobilmente, io che ero

nato da un padre libero” ancorato alla parola padre; ad ogni figlio

pronunciato dalla madre, risponde una parola padre pronunciata da Oreste.

Vi ricordate cosa abbiamo detto sulle Coefore? Quando (min 3:07) figlio, tu

dici “figlio di mio padre”, quindi lei ti richiama ai doveri di figlio nei confronti

della madre, e tu richiamerai i doveri di figlio nei confronti del padre, il

primo dei quali doveri è vendicare il padre, fare giustizia di chi aveva

giustiziato il padre.

Tentativo estremo di giustificarsi attraverso l’accusa di Clitemnestra che

forse entro certi limiti non era del tutto infondata, anche se qui per la prima

volta nella concitazione, possiamo dire che Clitemnestra si lascia sfuggire

l’argomento che avrebbe dovuto usare, perchè gli dice “non dire della mia

vergogna, dì anche le follie di tuo padre, (min 3: 58) figlio mio è un dolore

aver dovuto (min 4:05)” “figlio mio lo so, ora uccidi tua madre” Ma Oreste

deve stare attento alle cagne della madre, le Erinni, che avrebbero

vendicato la morte della madre tormentando Oreste “e come sfuggirò a

quelle del padre?” se la uccide sarà perseguitato dalle Erinni, dalle cagne,

da queste divinità che sono nauseabonde da vedersi, che emanano odori

pestilenziali e sudano liquidi nauseabondi e così via, e se si risparmia le

Erinni della madre, va in contro alle Erinni del padre; ancora una volta la

scelta tra due tragedie e non la scelta tra l’infelicità e la felicità. Ma perché

qui Clitemnestra si lascia sfuggire l’argomento principale, le follie del padre

? Quali sono le follie del padre? Abbiamo Cassandra, il comportamento a

Troia decisamente violento, le amanti … Non dice quello che avrebbe

dovuto dire, non dice ( itrigenia min 5:24), non pronuncia l’unica parola che

nel momento stesso in cui potrebbe suonare come accusa ad

Agamennone, può suonare anche come giustificazione di quello che lei ha

fatto; questo le sfugge e Oreste, dal canto suo, non pensa minimamente a

(min 5:42). E’ il destino del padre che ha (interpellato min 5:47) per questo,

sorti “ahimè, ho partorito

e qui Clitemnestra coglie il significato finale delle

questa serpe, io l’ho nutrita, davvero la profezia era l’incubo di quel sogno”

chiude Oreste dicendo “Hai ucciso chi non dovevi uccidere e ora devi

sopportare ciò che non dovevi sopportare” Nell’iniziare il funerale, il finale

sta per avere inizio in questa tragedia, il (colore min 6:27) che prima vi

dicevo, cerca di sfuggire alla responsabilità giuridica dopo essersi assunto

la responsabilità morale, perché quando sembra che le cose si agitino si

allontana così non potranno accusarci di aver partecipato a questo gesto.

L’incontro inizia così questa sua lunga (min 6:52) “(piango anche questi

due la morte” min 6: 53) è evidente che qui, come al solito sopperiamo

all’assenza di didascalie con i versi pronunciati dai personaggi, “questi due”

siamo in presenza dei due cadaveri di Clitemnestra e di Egisto, e li

sottolineiamo perché ci serve a dimostrare la perfetta simmetria delle due

esecuzioni. Quella dell’Agamennone (e ricordiamo Agamennone e

riguarda Clitemnestra ed Egisto; c’è

Cassandra), questo è il (min 7:35) che

una perfetta simmetria, la legge fondamentale della vendetta è stata

rispettata: “un uomo cadavere di una donna” aveva detto Cassandra “una

donna cadrà per un uomo” una giusta lezione per lei, la figlia di Zeus, Dike,

aveva attuato il disegno necessario, Dike era stata oltraggiata ma con il

tempo è arrivata e si è fermata; gli usurpatori, la componente politica che

c’è nel coro, sono stati cacciati e deposti.

Torna in scena Oreste che, confermato che abbiamo davanti i due

cadaveri noi spettatori (si apre la porta e si vedono allineati i due cadaveri )

“guardate la coppia di despoti di questa terra, gli assassini di mio padre,

insieme giurarono di dare la morte a mio padre” e qui assistiamo di nuovo,

ad una continua evocazione della figura di padre di Agamennone, questa

scena “ guardate la trappola, la catena che ha mio padre (avviluppò mio

padre)” qui evidentemente è scoperto anche il cadavere di Agamennone

vestito da una rozza tunica, “della colpa di Egisto non parlo (per la fine

d’Egisto c’è la legge che condanna l’adultero a morire)” così ci dice Oreste;

perché non ne parla? Perché la morte di Egisto non è problematica sul

piano etico e sul piano giuridico, era ancora in vigore nell’Atene del 5°

legittimava l’uccisione dell’adultero che fosse stato

secolo, la donna che

sorpreso in adulterio con la propria moglie da parte del marito: Quindi

questo non è un problema, il vero problema, al quale sarà dedicato l’intera

terza parte della trilogia, è l’uccisione di (Clitemnestra dal min 9:45 al min

10:04) ma qui è la donna sacrificata per una donna che sembra aver

ecceduto rispetto al (min 10:13) perché questa donna, sacrificata è la

madre di colui che ha fatto (min 10:20) il vendicatore è anche matricida,

quindi troviamo i due aspetti di uno stesso fatto sui quali poi verterà gran

parte della terza tragedia; Oreste non può negare di aver ucciso la madre,

non può però nemmeno negare di aver fatto quello che ha fatto per

vendicare il padre, quindi si sommano nel suo atto, un aspetto

estremamente ammirevole : ha fatto giustizia a suo padre, il dovere di un

figlio di vendicare il padre, con un aspetto però assolutamente deplorevole:

per farlo ha ucciso la madre. Vedremo, quando leggeremo presto le

Eumenidi, che le due parti che si scontreranno, prima fuori dal processo e

poi anche in sede di processo, definiranno questo atto (che si tratta di

giudicare se sia stato illecito o illecito che Oreste abbia fatto ciò che ha

fatto) in maniera opposta: diranno, prima ancora che cominci il processo in

uno scontro basato all’inizio quasi all’inizio delle Eumenidi, le Erinni, che

Oreste è un matricida, ha ucciso la madre, allora lo rivendicherà

direttamente Apollo dicendo che Oreste ha vendicato il padre; sono due

descrizioni che corrispondono entrambe alla verità. Non è con la bugia che

può essere salvato Oreste, non sarebbe inserito nella funzione edificante

della tragedia, e d’altra parte Oreste va difeso, ma come? Il suo difensore,

non può ricorrere alla menzogna per difenderlo, non può dire che non è

stato Oreste, che non voleva fare quello che ha fatto, però quello deve fare

è mettere in luce le ragioni che possono giustificare il gesto, e la ragione di

Oreste innegabilmente era stata quella di vendicare il padre, ma la parte

Erinni a loro volta, modificheranno l’atto così com’era e cioè un

avversa, le

matricida.

Quindi l’atto è lo stesso, la qualificazione giuridica dell’atto è quella sulla

quale verterà lo scontro fra le due parti e su questo si deciderà la sorte di

Oreste; il quale Oreste in questo momento però, inizia un processo di crisi

personale che è per noi molto interessante, perché in questo modo

vediamo come Eschilo, prima ancora di quello che farà Euripide, leggerà

questo (min 13:31) che fa parte della mitologia greca, della religione greca,

lo interpreterà in una maniera particolarmente interessante per noi, perché

è (min 13:19)

Dice Oreste, intanto per indicare la coppia e quindi continuando con il

disprezzo, e io padre, padre, padre, ho messo per giustizia a morte mia

aggiunge però “Della morte di Egisto non vale la pena di parlare, ha

madre,

avuto la pena che spetta agli adulteri, questa è la legge” e tuttavia poi

aggiunge “ ma lei, che tanto rancore ha concepito contro il suo voto, l’uomo

di cui aveva portato in grembo i figli, somiglia ad una vipera, ad un

serpente (Ma colei che tramò contro il marito quest’atto assurdo, dopo aver

portato nel suo grembo il peso dei suoi figli, peso d’amore e poi di odio, è di

scelleratezza senza pari)” e tuttavia Oreste riconosce che questa donna

era stata oggetto della sua violenza “finché sono in me proclamo ai miei

cari che ho ucciso mia madre per giustizia, aveva ucciso mio padre me lo

aveva detto il profeta Pizio (la profetessa Pizia in realtà) che dovevo fare

quello che ho fatto; mi predisse Apollo che se avessi compiuto questa

impresa, sarei stato libero dalla colpa” di nuovo la rivendicazione

d’innocenza con un ramoscello, perché la purificazione era pur sempre

necessaria anche se non si sentiva colpevole, doveva purificarsi del

sangue versato, cosa che era disposto a fare pregando nel tempio di

Apollo a Delfi, secondo le modalità previste, con un ramoscello di ulivo.

Ora parla il coro “E tuttavia nonostante le (min 15: 43) è stato giusto il tuo

gesto, hai liberato la città di Argo, hai mozzato con un sol colpo la testa

delle due serpi” Oreste dice “che io viva o muoia, mi porterò dietro questa

fama, lascerò questo ricordo: colui che ha ucciso la madre” e mentre dice

questo lo sconvolgimento della sua mente è tale che ci dice “ ma quali

femmine sono mai queste? Sono degli esseri vestiti di nero con le chiome

fatte di fitti serpenti. Non posso più rimanere qua” e il coro dice “quali

visioni ti sconvolgono?” “Non è una visione questa che mi sconvolge, lo

vedo bene, sono le cagne furiose della madre. Voi non le vedete ma io le

vedo.” Oreste vede le cagne furiose della madre, e non sono le divinità, ma

sono la metafora del rimorso, della colpa; ecco perché lui solo vede queste

cagne che lo tormenteranno. Nella, quando leggeremo l’Oreste di Euripide,

noteremo che questo sconvolgimento in realtà, è la sua coscienza. “Voi

non le vedete, ma io le vedo. Mi cacciano, non posso più restare qui”. Si

chiude con un commento brevissimo del coro la tragedia “ (Questa è la

terza tempesta che si abbatte sulla reggia. La prima comincia con la sorte

sventurata dei figli di Tieste, poi la morte del Re, il comandante degli Achei

sgozzato dentro un bagno. Ora la terza: è salvezza o rovina? Quando

di Ate)?”

avranno fine queste vicende, e finalmente placata sarà la collera

Ancora una volta è completamente rimossa una tragedia che non si era

svolta nella casa, ma che aveva contribuito fortemente al compimento della

seconda uccisione, perché così come ci viene rappresentata dalle Coefore,

sembrerebbe che la seconda uccisione sia stata una giusta punizione per

l’antecedente uccisione, che era stata quella dei figli di Tieste; quindi è solo

la vendetta di Egisto che qui viene messa in luce, ma la vendetta di Egisto

l’uccisione di

era stata anche la vendetta di Clitemnestra. Rappresentare

Agamennone come la vendetta, sia pure su colui che non era colpevole

dell’accaduto, perché era solo in padre di Agamennone a sacrificare i figli

di Tieste, ma rappresentarla come punizione per ciò che aveva fatto Atreo,

l’uccisione di Agamennone, significa ignorare la parte per noi più

interessante, l’uccisione, che è il ruolo di Clitemnestra che è colei che sarà

uccisa, e la sua uccisione sarà poi al centro della successiva parte, e l’altra

cosa che dobbiamo sottolineare è che qui appare con ogni chiarezza, la

conseguenza di quella catena di conseguenze che già attraverso Oreste

Eschilo ci aveva indicato, non c’è una giustizia che non sia anche violenza

e non c’è violenza che non sia anche giustizia, quindi tutto fa presagire che

violenza operata in nome della giustizia (l’uccisione della

anche questa

madre) sarà a sua volta il presupposto di un'altra violenza per punire con

un atto di giustizia quello che non doveva essere fatto da Oreste

(l’uccisione della madre). Ed ecco allora il limite come meglio non si poteva

rappresentare, di una civiltà che impernia la sanzione penale sulla vendetta

e cioè su una giustizia privata, la giustizia applicata ai privati che è una

giustizia che risponde a certe esigenze sociali (per esempio quella di

cercare di dissuadere dal compiere atti di violenza attraverso la

consapevolezza che l’atto di violenza comporta poi un altro atto di violenza

che acuisce colui che si era avvantaggiato nel precedente atto di violenza)

alla retribuzione che

e in qualche misura può anche esaudire l’aspirazione

di chi si comporta male abbia in mano, ma non può avere la finalità della

pacificazione; anche tra cittadini che si sono scontrati con atti di violenza

ma se la violenza rimane affidata ad una delle due parti, allora ad un atto di

violenza ne seguirà un altro. La vendetta invece che essere uno strumento

di superamento della violenza, è un moltiplicatore di violenza, perché

comporta che la violenza perpetrata in risposta ad un'altra violenza, esiga

sarà applicata alla violenza. Ecco

una nuova risposta che anch’essa

perché non possiamo ritenere che questa civiltà giuridica sia civiltà

giuridica nella quale definitivamente ci sia umanità, c’è un altra esigenza

che comporta la necessità di superare una civiltà giuridica basata sulla

violenza, sulla vendetta, che non per questo però non è una civiltà

giuridica, è una civiltà giuridica imperfetta, incompiuta, perché lascia

ancora spazio ad un miglioramento, è una civiltà giuridica perché prevede

sanzioni, perchè le sanzioni sono regolamentate giuridicamente, perché

prevede anche dei soggetti che possano attuare queste sanzioni. La

vendetta (se ci pensate) non è applicata al primo che passa o che sente

l’esigenza di affermare la giustizia, ma è applicata a colui che ha davvero

l’atto di violenza, quindi anche questo aspetto rientra nel tentativo di

subito

disciplinare la violenza, non si può per amore di giustizia procedere alla

vendetta che non riguardi (min 24:48), quindi c’è tutto questo, però la

vendetta non chiude il cerchio delle ragioni, ma anzi comporta una catena,

un anello successivo di una catena che non avrà mai fine : “Quando” si

chiede il coro “avrà fine questa furia di Ate? La Dea della rovina. E quindi si

rende necessario il superamento della civiltà giuridica fondata sulla

vendetta. Quello che questa civiltà non conosce è una procedura per

amministrare la giustizia, tanto straordinariamente moderna, come sarà

quella che troveremo nella terza tragedia, dove avremo una disciplina del

processo, una sede di istituti dal contraddittorio alla motivazione, che noi

abbiamo nei pilastri della nostra civiltà giuridica, ma che non era affatto

conosciuta; non c’era il contradditorio, che solo l’abilità, la sensibilità di un

giudice può, poteva avallare, ma qui non c’era la possibilità di replicare alle

tesi dell’avversario, non esisteva l’avvocato … Elementi che invece avremo

nella terza tragedia: il giudice terzo, la procedura disciplinata, il principio del

contraddittorio, la replica, la controparte alla tesi, la motivazione della

sentenza; tutti elementi di straordinaria modernità che ritroveremo nel

corso del processo.

6/03/2017

Si rappresenta una vicenda collocata in un passato atemporale,

indefinito. La si rappresenta per un pubblico dell’Atene del V secolo che

può essere coinvolto nella vicenda, ma solo fino a un certo punto.

Finale Coefore:

• Apparente impazzimento di Oreste, il quale tormentato dalla

consapevolezza di ciò che ha fatto, comincia a sentirsi braccato dalle

Erinni, divinità mostruose con aspetto ripugnante e minacciose di un

futuro affidato alla malasorte, ai tormenti che essi infliggeranno e

tuttavia questo è uno spettacolo che il pubblico stesso sa che non

corrisponde alla realtà effettiva. Solo Oreste vede queste Erinni, non

che riguarda l’animo, la coscienza del

le Coefore. È una punizione

soggetto;

• Quando avrà finire questa furia di Ate?

La terza tragedia deve affrontare questi aspetti e nel farlo, finisce per

fare le vere protagoniste le Erinne, con riferimento alla sua ultima

metamorfosi. Le eumenedi, parola che non compare, sono il risultato di una

metamorfosi, da divinità del terrore a divinità benevoli. Diventono un vero e

proprio personaggio, il protagonista reale. L’entità che è più presente in

scena rispetto a tutti gli altri. Le Erinni sono sempre il punto di riferimento

dell’azione. Nella civiltà della vendetta, noi dovremmo trovarci ad affrontare

questo tema: è stata la vendetta di Oreste giustificata e quindi giusta?

Avremmo la rappresentazione della vendetta come un istituto che serve a

fare giustizia senza ottenere un superamento. La vendetta non è il

definitivo modo per fare giustizia. Da un lato, bisogna che anche Oreste

subisca la punizione per ciò che ha fatto: e questo dimostra che la catena

delle violenze non avrà mai fine, come temeva le Coefore nel finale delle

Coefore stesso; oppure la catena delle violanze si deve chiudere ma

questo significa che una delle vendette rimarrà impunita. Se si vuole porre

la fine della civiltà della vendetta abbiamo la necessità di non sanzionare

l’ultimo vendicatore ovvero Oreste e questo non comporta un problema di

giustizia. Clitennestra ha dovuto rispondere della vendetta che aveva fatto;

e invece Oreste sarà sotratto alle sue responsabilità. La presenza delle

Erinni era la risposta che nella civiltà arcaica si poteva dare a questo.

Anche se non c’era vendetta dell’essere umano, tu sconterai comunque

quello che hai fatto perché compieranno la vendetta le divinità.

Siamo nel momento in cui solo la divinitù puo fare giustizia. E le uniche che

possono farlo sono le Erinni, seguaci di Dike, che devono punire chi si è

macchiato di un atto che deve essere sanzionato.

Le eumeneidi si svolgono all’inizio a Delfi, davanti al tempio di Apollo, dove

la sacerdotessa di Apollo riceve richieste in forma di profezie e da questi

consigli. L’ordine con i quali vengono ricevuti i postulanti è fissato dal

sorteggio. Una parte della tragedia si svolgerà ad Atene, davanti al tempio

di Atene, che ha una sua statua, di Atena. Da tempo immemorabile si

davanti all’apeorogo. Sono processi in cui si

svolgevano i processi

rispecchia una realtà storica. Non svolge più un’altra mansione che gli era

stata affidata che è una funzione non di tipo penale, ma di diritto

costituzionalr. Davanti all’apeorogo, del quale facevano parte i

rappresentanti delle famiglie più illustri e si entrava a far parte sulla base

delle cariche pubbliche. L’arconte finito l’arcontato entrava a far parte di

questo. L’apeorogo aveva finito per monopolizzare il controllo poltiico, si

svolgeva davanti ad esso un redncito.

L’apeorogo era l’ente poi che custodiva le leggi.

Anche le origini storiche dell’apeorogo ci interesserà.

La tragedia viene proposta in un modo che ci sembra voler sposare una

concezione del pantheon ellenico invece che altre; una concenzione alla

quale si fa riferimento all’armonia che regnerebbe tra gli dèi dell’olimpo. Nel

storicità…

tempio sacro ad Apollo ha una sua

Febe è nonna di Febo, Apollo, e da Febe questa signoria del luogo,

capacità profetica è stata data ad Apollo, figlio di Zeus.

Questa evoluzione, sostituzione di una divinità a un’altra nel ruolo di

profetessa a nome di Zeus avviene senza spargimento di sangue.

Da un lato abbiamo visto un’evoluzione attraverso la violenza. Qui invece si

insiste sull’aspetto pacifico di questa trasformazione del potere.

Questo mondo degli dèì al di sopra degli uomini, in realtà ha una sua

di immutabilità. C’è questa evoluzione

storicità. Non è una condizione

anche quando all’inizio di essa non c’è lo scontor. C’è un’evoluzione

pacifica, ma pur sempre un’evoluzione. Nonostante tutto, Apollo non è la

prima dea, non è Tedi né Febe. Apollo parla a nome di Zeus. Apollo

appartiene a una generazione di divinità successiva, tanto a Febe che gli

aveva trasmesso il potere, tanto rispetto a quelllo di Temi ecc. C’è una

successione generaizonale tra le divinità così come nel caso di CHrono e

Zeus, dove però qui era avvennuto con violenza.

I miti greci sono calati nel tempo. Le divinità greche sono immortali a

differenza degli esseri umani. Già in Omero, ma in molte delle opere

letterarie che ci sono pervenute della priam fase della civiltà greca,

vengono cambiati mortali. Dire uomo o mortale sono sinonimi. Gli dèì sono

immortali, ma questo non significa necessariamente eternità, immobilità, se

non per quanto riguarda il futuro. Se parlo di eternità e collego questo

tempo al futuro dico una cosa che non ha senso, però è così. Gli dèì

nascono, come Zeus e questo ci aiuta a capire questo problema del

rapporto tra giusitiza e storicità.

La tragedia è una tragedia nella quale noi assistiamo a un’evoluzione della

civiltà giuridica. Questa stabilità della giustizia esige un adeguamento.

In altri termini, a differenza del nucleo fondamentale della concezione della

giustizia di SOfocole che si impermia sulla giustizia degli dèi in quanto

eterna. Eschilo ci propone un’idea non solo della norma giuridica come

positiva, ma anche una concenzione della giustizia. Ritenere giusto chi ha

ucciso una persona del nostro ghenos, questo non significa che ciò sara

ritenuto giusto in eterno. Anche questo può non essere giusto alla luce di

una nuova sensibilità. Il primo accenno lo vedremo proprio qui.

Zeus non parla direttamente agli esseri umani, ma tramite Apollo che parla

tramite Pizia.

Le Erinni non sono da considerare estranee alla civiltà greca fin dall’inizio.

Davanti al tempio, c’è Oreste il quale si è arrecato per salvarsi dalle Erinni

che gli erano apparsi nel finale delle Coefore, e si era recato lì per

compiere quei riti di purificazione necessari per chi avesse versato del

sangue potesse essere riaccolto tra gli umani. Si era presentato con un

ramoscello d’ulivo avvolto in una candida benda di lana.

Oreste si rivolge ad Apollo.

“Tu sai che non ho compiuto…” chiama in causa Apollo. Quello che lo ha

fatto, lo fatto per ordine di Apollo e quindi sta ad Apollo proteggerlo dalle

conseguenze negative e in più ci dice che “tu sai che non ho commesso

nulla di ingiusto”: prima ipotesi perche ha fatto cio che voleva Apollo,

oppure perche vive sempre nella civiltà della vendetta in cui la vendetta è

giusta. Perché Oreste aveva ritenuto di ubbidire ad Apollo uccidendo

Clitennestre? Eppure, Oreste aveva avuto un attimo di titubanza. Invece,

ora ci dice che non ha commesso nulla di ingiusto: non solo perché lo ha

oridnato Apollo ma anche perché in quel tipo di civiltà doveva fare quel che

ha fatto.

Vedremo che questo saràà uno degli argomenti principali della difesa di

Oreste.

Quello che ha fatto è qualcosa di lecito.

Forse le cose sono meno semplici di quanto appaia ad Oreste, perché

anche Agamennone aveva ubbidito a Zeus. La vendetta di Clitennestra

partirà dal presupposto che non fosse giusto quello che aveva fatto

Agamennone.

Prima di regolare i conti con questi mostri.

Ci accorgiamo che al di là dell’aspetto cronologico. Nel corso della tragedia

vedremo che ripetutamente le Erinni chiameranno Apollo e Atena come

“giovani dèi” ai quali si contrappongono in quanto dee antichissime. Apollo

però può vantare una maggiore potenza, è lui che addormenta queste

divinità. Apollo nel pretendere di fare quello che fa finisce per disconoscere

non semplicemente il diritto delle Erinni… non è soltanto una nuova

che mette in cr…

generazione di divinità, ma è una generazione

Le Erinni non colpiscono una colpa, ma la condotta. È la sanzione meritata

da una condotta che ci fa apparire come una condotta meritevole di

sanzione.

Le Erinni saranno pure odiate dagli dèi olimpici, però fanno comunque

parte del panthon.

Apollo non impedisce alle Erinni di fare quello che teme vogliono fare, cioè

perseguitare e tormentare Oreste? Evindemtente c’è qualcosa che Apollo

da solo non può distruggere. C’è una ripartizione di compiti. Il compito delle

Erinni è quello di vendicare gli invendicati.

Le Erinni appartengono alla stessa generazione di Zeus.

Giunto ad Atene, occorre che Oreste si rechi davanti alla statua di Pallade

e l’abbracci e richieda la protezione di Atena. Già inviare il suo protetto ci fa

intuire che Apollo è sicuro del fatto suo. Atena non potrà non prendere a

cuore le sorti di questo perseguitato dalle Erinni.

Ad Atene troveremo giudici. Giudice e giustiziere non sono la stessa cosa.

Nella civiltà della vendetta non c’è il giudice, ma già il fatto che ad Atene ci

sono giudici, ci prospetta i due aspetti della nuova civiltà che comincerà a

nascere. Ci saranno dei giudici a cui si potranno rivolgere affascinanti

discorsi.

Difesa: Oreste e poi Apollo che interverrà in difesa di Oreste. Entrambe le

parti parlano per convincere una terza parte che è il giudice. Si tratta di un

collegio di giudici: terzietà di un giudice e la possibiltà di coincidere i giudici

attraverso discorsi. Bisogna che conoscano i termini della controversia e

convincere. La figura dell’avvocato non esiste

sarà anche importante poterli

ancora.

Nel frattempo, era apparso Ermete, fratello di Apollo, al quale affida Oreste

perché lo scorti verso Atene.

Come chiama Ermete, Mercurio, Apollo? Fratello in profondità perché figlio

dello stesso padre e quindi dotati dello stesso sangue. Non sono figli della

stessa madre, ma solo del padre. Questo avrà un ruolo importante nel

processo la tesi secondo cui la consaguenità deriva dal padre e non dalla

madre.

Quindi, Apollo ed Ermete hanno lo stesso sangue. In un certo modo, si

comincia afare richiamo la consaguenità e la discendenza dallo stesso

padre sono una stessa cosa. Quindi, il sangue degli esseri umani e la vita

legata al sangue non viene da entrambi i genitori, ma soltanto dal padre. La

vita si trasmette per via patri lineare, secondo questa tesi. Si suppone che

Ermete e Oreste spariscano dalla scena per incominciare il loro lungo

viaggio travagliato e ci appare lo spettro di Clitennestra. Quindi, abbiamo le

Erinni che dormono nel tempio di questo sonno adotto da Apollo. Apollo lì

davanti e non più Ermete e Oreste e a questo punto scompare lo spirito di

Clitennestra. La quale appare nel sonno alle Erinni, fuoribonda perché

stanno dormendo invece di fare la giustizia di colei che ne ha bisogno.

Perché nel mondo dei morti in cui si trova nessuno la prende in

considerazione perché non ha meritato di essere vendicata, che si facesse

giustizia dell’ingiustizia che aveva subito e quindi richiama le Erinni al loro

dovere. Anche in questo caso la sua protesta è una chiamata in causa con

grande ostilità, durezza (ancora una volta Clitennestra virile).

Le Erinni cominciano a svegliarsi e vediamo che lo spettro di clitennestra è

in realtà soltanto apparso in sogno alle Erinni, le quali prendono in atto di

quello che hanno subito, un’offesa da parte di Apollo perché la loro preda è

fuggita impedendo alle Erinni di fare giustizia. “Dalla rete è saltato via”; la

“rete” ne aveva parlato anche Clitennestra.

Come Agamennone aveva steso una rete, Clitennestra ha usato la rete

così come Oreste ha usato l’inganno.

Ancora una volta, si afferma il contrappasso come aspetto necessario della

l’individuare il suo destinatario in

vendetta giusta. La protesta finisce con

Apollo.

Cominciamo a vedere l’unica strategia processuale delle Erinni: per

accusare Oreste non faranno altro che insistere sul fatto che è matricidio:

Oreste ha ucciso la madre e vedremo che alle Erinni sarà sufficiente

dimostrare che Oreste ha ucciso la madre. Se qualcuno ha ucciso la

madre, non c’è possibilità di sottrarlo alle persecuzioni da parte delle Erinni.

Invece, vedremo che non è così, infatti Oreste stesso dichiarerà di uccidere

la madre, ma Oreste indicherà le ragioni del suo gesto. Non limitarsi a

contestare il fatto che Oreste ha ucciso la madre. Come avrebbe potuto

fondarsi l’assoluzione di Oreste sulla menzogna? Sul fatto che non ha

ucciso la madre?

Le Erinni insisteranno sul matricidio.

È ingiusto sottrarre alla giurisdizione delle Erinni colui che invece Apollo

vuole salvare. Le Erinni prescindono dalla colpevolezza.

Accusano Apollo e poi però vogliono punire Oreste. Colpevolizzano Apollo,

però devono vendicarsi su Oreste. La vendetta non è interessata a punire il

colpevole, Oreste non è il vero colpevole, ma è Apollo. E allora perché

vogliono punire chi non è colpevole? Perché qualcuno deve essere punito.

Bisogna punire un gesto che non può rimanere impunito.

Questo scontro tra le Erinni e Apollo lo potremmo leggere come una sorta

di prologo, un’anticipazione del processo di Oreste. Abbiamo due parti che

si scontrano. Come qualificare l’atto di Oreste? Per Apollo è la vendetta

sacrosanta contro Clitennestra. Per le Erinni, matricidio.

Si tratta di vedere le motivazioni. Erinni dicono: ha ucciso la madre. Apollo

dice che: ha ucciso per vendicare.

Per Apollo, contano le intenzioni, le finalità. L’altro aspetto moderno è che

fin da ora il processo verterà non su chi è colpevole o incolpevole, ma sulla

qualificazione da dare al fatto. Anche la tesi di Apollo va sottoposta a

verifica, proprio perché invoca questa vendetta come giustificazione, allora

questa deve essere valutata alla luce delle norme che regolano la vendetta

ossia il contraccambio. Se Oreste uccide la madre, qui salta il

contraccambio. Non è l’uccisione di un uomo qualsiasi, ma l’uccisione della

madre.

Una moglie che uccide il marito non rientra nella giurisdizione delle Erinni.

Altra considerazione di Apollo che accusa le Erinni di appartenere a una

concezione della giustizia inaccettabile. Danno più importanza alla

consagueinità che non ai riti nuziali di Era, i patti di fedeltà suggellati da

Zeus

Apollo sta dicendo: tu ti comporti in modo diverso a seconda dei casi, ma ti

comporti in modo diverso sulla base di una concezione inaccettabile della

giustizia che antepone il vincolo di sangue al vincolo sacro voluto dagli dèi

(il matrimonio). Questa è proprio la posizione presa convintamente da

Apollo, quando accusa le Erinni di essere indegne di appartenere alla

civiltà alla quale appartiene Apollo.

Eschilo ci manda un altro messaggio, storicità della giustizia. Sono dee che

appartengono alla civiltà arcaica; sono dee auctone, che fanno parte della

religione greca. Se ad Apollo appaiono al mondo barbarico, vuol dire che il

mondo nel quale in cui le Erinni svolgevano le loro funzioni non è più quella

dei greci. Al di là di quello che si può pensare, c’è In Eschilo la

consapevolezza del diritto e della giustizia. Ciò che in passato era

giustificato ai greci, non è più giustificato.

Tucidide: i greci erano dei predoni. Tutto è legato all’evoluzione storica.

Eschilo ci fa vedere come bastino pochi anni per vedere che si modifica la

civiltà.

Le Erinni vogliono insistere sul fatto che Oreste è un matricida. Gravi delitti:

offendere un dio, offendere un ospite, mancare di rispetto ai genitori.

Giunge Atena di gran carriera, la quale ha preso possesso gran parte delle

terre di Illio. Atena, dea della sapienza, giunta di fronte ai contendenti fa

domanda “chi siete?”

questa

Qui ci sono creature che sono figlie della madre e non hanno padre.

Se Atene sa chi sono, allora perché chiede chi sono? Qui abbiamo

un’intuizione. Atena deve giudicare ma non può giudicare sulla base delle

sue conoscenze, non può giudicare prima che si svolga il giudizio. Il fatto

da giudicare deve emergere all’interno del giudizio.

Le Erinni non hanno capito la domanda di Atena, la quale era: “non basta il

fatto, bisogna vedere se nel compiere questo fatto, l’accusato era

consapevole di sé.”

7/03/2017

Oreste si reca ad Atene per essere giudicato dai giudici. Nel momento in

cui si reca ad Atene e abbraccia la statua di Pallade (Atena) ci aspettiamo

che ci siano questi giudici ma ancora essi non ci sono ad Atene, almeno

giudici che si occupano di delitti di sangue. l’areopago.

Verrà poi istituito un tribunale per questi delitti, ovvero

Atene è la città di Atena, Atena ha una particolare sintonia con Apollo,

non soltanto per essere figli di Zeus, ma perché sono accomunati dal fatto

che sono entrambi giovani dèi, appartengono alla stessa generazione di

divinità.

Abbiamo qui una serie di fasi processuali distinte che ricordano le fasi

processuali dei giudizi del nostro tempo. C’è una prima fase al di fuori del

giudizio, ma che a noi serve, perché le due parti sono ben delineate:

• che rappresentano l’accusa;

Da una parte, abbiamo le Erinni,

• Dall’altra, l’accusato che è Oreste.

Accusa contro accusato è un nodo difficile da risolvere se non interviene

l’esigenza di un giudice

un terzo a decidere. Diventa evidente che si

collochi al di sopra e al di fuori delle parti. Oreste è convinto delle sue

ragioni così come le Erinni. Si scontrano due parti del processo. Le Erinni

non rappresentano solo una parte privata contro l’altra parte privata (ottica

tipica della civiltà giuridica fondata sulla vendetta); in realtà, qui le Erinni

oltre a chiedere giustizia per Clitennestra, le Erinni hanno già accennato

nel breve scontro che hanno avuto con Apollo, hanno già accennato al loro

compito: sono funzionari pubblici, non solo rappresentanti della parte

privata, giacché hanno il compito specifico non dato loro da Clitennestra,

hanno un dovere (“prerogativa”) facendo riferimento alla

ma loro

ripartizione delle prerogative nella generazione prima dei nuovi dèi.

Oltre alle ragioni di una parte privata di Clitennestra (che chiede giustizia

perché tra i morti è considerata colei che ha ucciso il marito, ma non è

stata vendicata), ma accanto a questo le Erinni hanno da assolvere un

compito: quello di fare giustizia dei delitti di sangue.

Abbiamo avuto una sorta di prova generale di quello che sarà lo scontro,

quando le Erinni e Apollo si fronteggiano a Delfi davanti al tempio di Apollo.

Le Erinni accusano Apollo di aver indotto Oreste a farsi matricida e Apollo

ribatte che gli ha ordinato di vendicare il padre. Sono due distinte

qualificazioni giuridiche dello stesso fatto. Nessuna delle due è una

menzogna. Si tratta di prendere atto della complessità del reato. Apollo lo

rappresenta come vendicatore del padre e meritevole di ammirazione. Non

dicono bugie le due parti, ma danno una rappresentazione parziale della

realtà. Dire bugie in un teatro significava proporre una strada impercorribile

nell’etica della polis. Se una delle parti otteneva ragione sulla base di una

frode processuale, la componente ? della tragedia rischiava di essere

compromessa.

Apollo non dice che Oreste ha ucciso la madre, ma che ha vendicato il

padre. Apollo sostiene che Oreste ha vendicato il padre, ma trascura

di dire dell’uccisione della madre (il difensore non deve dire bugie, ma

deve rappresentare la causa dell’assistito nel modo migliore possibile).

Le Erinni accusano Oreste di aver ucciso la madre, senza dire che

Oreste ha vendicato il padre. Hanno rappresentato la realtà da un

particolare punto di vista.

Abbiamo due punti di vista entrambi legittimi perché corrispondono

chiaramente al punto di vista incarnato dai personaggi che si scontrano.

Oreste ha vendicato il padre, ma per farlo ha ucciso la madre, il delitto più

nefasto per le Erinni.

Si delineano due linee processuali. Se è vero che Oreste ha ucciso la

madre, la condanna di Oreste è inevitabile. Le Erinni non guardano alle

possibili giustificazioni del gesto, perché nella civiltà della vendetta si

guarda all’atto in sé, ovvero la morte di una madre.

Dal punto di vista di Apollo, invece, si introduce una novità e cioè la

giustificazione. Tuttavia, la giustificazione non può farci dimenticare che

anche la vendetta ha le sue leggi. Il discorso di Apollo funziona a

condizione che la vendetta di Oreste sia rimasta nei limiti della liceità, cioè

non abbia violato i limiti del contraccambio, non sia stata sproporzionata.

Da un lato c’è una nuova ottica introdotta da Apollo (giustificazione

dell’atto, le ragioni per cui l’atto è stato compiuto). Le Erinni, fin dal primo

incontro con Apollo, si limiteranno a insistere sul fatto che Oreste è un

matricida, non dicono altro se non questo, non prendono in considerazione

le ragioni.

Se come fa Apollo ci si appella alla vendetta come atto di giustizia che

non può giustificare quello che ha fatto Oreste, questo atto va comunque

rapportato alla legge di contraccambio.

Oreste ha vendicato il padre, ma per fare questo ha ucciso la madre, ma

l’uccisione della madre è il più grave dei delitti. È da ritenere che il principio

di contraccambio sia stato violato.

L’accusa delle Erinni cade per due ragioni. Dicono che non essendoci

stato spargimento di sangue tra consanguinei, questo porta l’atto che è

stato compiuto al di fuori della loro competenza. Apollo utilizzerà questo

per sostenere che tra madre e figlio non c’è consanguineità e

argomento

uccidere la propria madre non è più grave che uccidere il marito. Ma Apollo

nel primo scontro con le Erinni aveva detto un’altra cosa: il tipo di

giustizia incarnato dalle Erinni, sul sangue al posto di sangue, è

degno di quei popoli barbari nei quali si praticano le torture, che i greci

non conoscono più.

“Siete le rappresentanti di una civiltà che non è la nostra, andate là dove

questo tipo di giustizia è accettabile.”

La civiltà greca viene da una civiltà barbara e significa che la giustizia ha

una sua storicità. Ciò che è giusto e ciò che non è giusto non è

immutabile.

Arriva Atena, dai territori che gli sono stati donati dagli Achei dalla vittoria

su Troia.

Atena si precipita ad Atene perché deve prendere in mano la situazione.

La creatura soprannaturale che è Atena, a distanza di chilometri è in grado

di conoscere una situazione che si sta verificando nella sua città. Atena,

dea della sapienza, non sa che è chiamata a occuparsi di una vicenda che

vede confrontarsi Oreste che fugge dalle Erinni e le Erinni che intendono

tormentare Oreste.

Atena sa bene chi sono le Erinni e allora perché chiede chi sono? Qui

abbiamo un’intuizione del fatto che chi giudica dovrebbe giudicare sulla

base delle risultanze processuali, altrimenti non dovrebbe sapere niente

sennò sarebbe informata del pregiudizio. Atena finge di non sapere di che

cosa si tratti. Viene a sapere chi siano le Erinni, anche se sa già chi sono.

E chiederà alle Erinni qual è la loro competenza in materia: altra domanda

tutt’altro che ingenua.

Si sottolinea di nuovo che siamo di fronte al matricidio, argomento forte

delle Erinni. Basta dimostrare che Oreste è matricida per vincere la causa.

Atena, proprio per l’immane gravità del gesto di Oreste (ha ucciso la

madre), chiede:

“Per qualche necessità?”

Ma nella civiltà della vendetta sappiamo che Agamennone deve

rispondere per ciò che ha fatto suo padre, Oreste per ciò che ha fatto. E

invece qui è come se Atena dicesse che gli atti compiuti in stato di

necessità non sono punibili.

Le Erinni, per loro è così lampante la necessità di punire un matricida.

Atena ci sta affermando il principio del contradditorio: le Erinni

rappresentano l’accusa, descrivono un fatto, ma ad Atena non basta la

versione di esse, bisogna sentire anche la controparte. (“… di uno solo odo

la voce”.)

Si preoccupa di garantirsi l’obbedienza alla sentenza da parte

dell’accusa. Poi si tratterà di ottenere la stessa cosa da Oreste.

Siamo agli albori di una civiltà fondata sul processo. Perché il giudice

terzo possa veramente dirimere una controversia bisogna che sia al di

sopra delle parti, non solo in termini di obiettività, imparzialità, ma anche

nel senso anche le due parti si sottometteranno alla sua decisione, perché

altrimenti che senso ha invocare la terzietà del giudice se questo giudice

non avrà l’impegno delle parti di sottostare a quando deciso.

Ed è quello che le Erinni accettano.

“Ripetete a me l’esito del processo.”

Le Erinni si fidano della terzietà di Atena, anche perché sono

convintissime delle loro buone ragioni, nessun giudice potrà disconoscere

che il matricida deve essere punito. Il matricida deve essere punito, deve

essere affidato alla loro competenza di torturatrici dei responsabili dei delitti

di sangue.

Dopodiché, Atena va a interrogare lo straniero, non sui fatti, ma a

interrogarlo sulla sua posizione, su chi sia. Non gli chiede soltanto chi sia e

non gli chiede nemmeno da dove venga, ma gli chiede anche quale sia il

suo ghenos, a quale stirpe, famiglia, appartiene.

“Dimmi qual è il tuo paese, la tua gente e quali sono le tue disgrazie.”

Oreste chiama subito in causa, cioè le parti ricorrono a ogni mezzo di

cercare di ottenere benevolenza. Oreste non si limita a dire che è di Argo e

che il suo ghenos è quello degli atridi di Agamennone, ma dice:

“Tu conosci bene mio padre Agamennone, condottiero dell’armata

navale. Insieme a lui […] una città che non è più una città. La vittoria è

stata ottenuta distruggendo l’avversario.”

Con queste due parole (città non più città) si ripropone il motivo di grave

responsabilità di Agamennone, dell’eccesso di vendetta del quale si è

macchiato Agamennone attirandosi preventivamente la punizione di

Artemide. Con un tentativo abbastanza goffo di accaparrarsi la

benevolenza dei giudici, richiama Atena al fatto che non solo è stata alleata

di Agamennone, ma lei ha trionfato su Ilio. Vediamo come Oreste descrive

brevemente e sinteticamente il fatto. Vedremo che non manca di

goffaggine, è un personaggio che ancora non ha capito ancora lui la nuova

civiltà in cui si viene a collocare. Lui invoca solo le ragioni della vendetta,

non ne invoca altre e non conosce la grandezza della retorica. E,

soprattutto, non conosce ancora la grandezza dell’areopago. Vedremo che

subito dopo la stessa vicenda sarà raccontata ben diversamente da Apollo.

C’è, dunque, un tentativo di ottenere benevolenza e nel diritto non scritto

dell’etica già dal V secolo, cercare di ottenere benevolenza era qualcosa

che non si doveva fare, era offensivo. Invece, Oreste lo fa in maniera goffa.

Oreste descrive così l’accaduto:

“Lui è morto (Agamennone, alleato e protetto di Atena) e non è stata una

bella morte. Tornò a casa, ma mia madre con il cuore nero lo uccise

gettandogli addosso una rete insidiosa. […] Uccisi colei che mi aveva fatto

nascere. Dovevo fare vendetta del mio amatissimo padre.”

Argomenti usati da Oreste:

• Ha fatto vendetta, ha fatto quello che doveva fare e che non poteva

non fare;

• Chiama in causa il Lossia, perché ha fatto vendetta, ma l’ha fatta

perché ha avuta la complicità di Apollo, che lo ha spinto

minacciandolo di chissà quali mali se si fosse sottratto al dovere di

fare vendetta. Quindi, in qualche misura prendendosi una parte di

responsabilità.

A questa affermazione, le Erinni diranno che è così palese che Oreste

merita di essere lasciato in balia di noi.

Il fatto nuovo è che questa fase diventa una specie di istruttoria

giudiziale: Atena ha fatto ricostruire la vicenda ascoltando la descrizione

sia da parte delle Erinni che da Oreste. Dovrebbe giudicare secondo

quanto ci aspetteremo del fatto che Apollo abbia inviato proprio ad Atena il

suo protetto, potrebbe già pronunciare il verdetto, ma non lo fa.

Ci dice due cose interessanti. Ci dice, in primis, che il fatto è troppo

grave perché si possa affidare il giudizio agli uomini. E quindi, noi ci

aspetteremo che in questo modo giustifichi il fatto di avocare a sé il

giudizio. Ma neanche lei è in grado di fare giustizia da sola. Nasce, cioè,

una giustizia che non è solo divina o umana. Non può essere lasciato alla

discrezionalità degli umani, ma nemmeno alle divinità. Non è una giustizia

solo divina o umana, ma è una giustizia umana ma con la garanzia divina

della sua corrispondenza a giustizia. Quindi, nasce l’esigenza di un vero e

proprio processo che sarà celebrato da un giudice collegiale nel quale ci

saranno sia gli uomini che la dea Atena che presiederà. Da un lato,

che l’accusato Oreste è degno di essere giudicato, perché

sottolinea Atena

si è purificato e ha celebrato tutti i riti necessari per poter essere ammesso

al consorzio umano (coloro che si macchiavano di delitti di sangue erano

impuri e quindi era necessario perché potessero addirittura la possibilità di

parlare con gli altri cittadini); e tuttavia, è come se Atena cercasse di

giustificarsi con Oreste, ma non solo con lui, se non pronuncia subito la

sentenza favorevole a Oreste. Perché le Erinni se non usciranno vittoriose,

poi su questa terra faranno cadere il veleno del loro raccolto. Non è facile

allontanarle queste creature. Quindi, Atena riconosce che l’ambito entro il

quale le Erinni accusano Oreste rientrerebbe sotto la loro competenza,

d’altra parte è evidente che vuole fin da ora sottrarre dalle loro grinfie il

protetto del fratello Apollo, ma teme la reazione delle Erinni. Sono divinità

troppo forti per accettare umiliazioni. Agirebbero contro Atena e contro la

città di Atena. Lasciarle umiliate può significare il male che loro potrebbero

fare nei confronti della città di Atene.

Quindi, da un lato terzietà del giudice e, dall’altro, si deve tenere anche

conto delle conseguenze che potrebbero essere negative. Vedremo che

sia le Erinni che Apollo ricorreranno abbondantemente a questa arma.

Apollo prometterà abbondanti cose se Oreste verrà assolto: alleanza con

Argo, il favore per la città. E le Erinni, a loro volta, minacceranno disastri

nel caso venisse dare loro torto.

Implicitamente, quello che possiamo concludere è che nessun giudizio è

davvero privo di conseguenze. La parte sconfitta e la parte vittoriosa non

resteranno immote, prive di reazioni, di fronte alla ragione ottenuta o al

torto ottenuto. Anche di questo il giudice tiene conto e per affrontare meglio

le conseguenze, Atena ricorre a questo nuovo istituto, istituisce un

tribunale. E come lo istituisce? Ce lo dice lei stessa e cioè andrà a

scegliere giudici per questi delitti di sangue e questa istituzione rimarrà

anche per il tempo avvenire. Ma lo fa questo perché non vuole dare un

giudizio immediato, non solo perché troppo grave ma perché non vuole

dare una decisione dettata dall’impulso. Ci vuole un vero e proprio giudizio

fondato razionalmente su elementi oggettivi, da valutare con la dovuta

serenità, la dovuta calma.

La cosa che a noi interesserà sarà che in realtà il giudizio di Atena, dopo

un bel processo, con il principio del contraddittorio ecc., vedremo che il suo

giudizio sarà dettato dall’impulso del cuore.

Atena lascia la scena, si reca altrove per scegliere i giudici. Con i giudici

scelti darà vita a una nuova istituzione, ovvero questo tribunale incaricato

di decidere i delitti di sangue.

“Intanto voi raccogliete testimonianze e prove sulle quali far fondare il

processo.”

Non solo sceglie, ma sceglie i migliori dei cittadini. Di qui, il prestigio

dell’areopago.

Areopago

È inevitabile una brevissima considerazione sull’areopago. Atena lo

fonda. Siamo in una fase storica, poco prima della metà del V secolo a.C.

nella quale in Atene avviene una lunga e anche cruente serie di scontri tra

la parte che dobbiamo definire come la parte conservatrice, nobiliare,

della polis e la parte, invece, progressista, democratica. Da un lato, il

contrasto verte sull’interesse dei ceti dominanti di mantenere l’assetto al

quale essi stessi avevano dato vita. Dall’altra parte, invece, il tentativo è di

infrangere questo monopolio della parte della città tradizionalmente

dominante per aprirla agli altri cittadini.

contendere riguardava anche l’areopago. Il

Di fatto, una delle ragioni del

prevalere della parte democratica aveva portato a una sorta di

svuotamento dell’areopago, nel senso che all’areopago era composto da

elementi di grande prestigio sociale, perché ne facevano parte gli ex

Terminato l’arcontato, entravano a far parte dell’areopago. Questi

arconti.

arconti erano poi di investitura elettiva, erano il risultato di una scelta che

la città operava ed erano appartenenti ai gheni principali ed erano dotati di

un particolare prestigio visto che erano stati scelti per occupare le cariche

pubbliche.

Cosa avviene? Con una delle riforme democratiche in seguito alla quale

le cariche pubbliche venivano assegnate per sorteggio, il massimo della

dell’ex

democrazia. Con questa investitura per sorteggio, il prestigio

arconte che entrava a far parte dell’areopago finiva per svanire. Che

grande prestigio puoi avere se semplicemente sei stato non scelto per i tuoi

meriti, ma semplicemente sorteggiato? Quindi, l’areopago perde prestigio,

ma soprattutto, perde per la spinta democratica guidata da Enfiante (al

quale si era avvicinato il giovane Periclo) aveva perduto l’areopago non

solo il prestigio ma anche alcune delle sue principali competenze. Perché

le competenze che si erano assommate dell’areopago – tribunale criminale

– erano anche di ordine costituzionale. L’areopago

per i delitti di sangue

giudicava del comportamento di coloro che avevano rivestito le cariche

pubbliche, al fine del mandato, potevano chiedere ragioni di come il

mandato era stato esercitato e, prima forse storicamente di tutte le altre

competenze, era il luogo ideale che custodiva le leggi. Tutto ciò faceva

dell’areopago il vero ago della bilancia della polis. Perché gli arconti

dovevano rispondere all’areopago, le leggi, era l’areopago che le custodiva

e diceva quali fossero, e a queste si era aggiunta la competenza a

giudicare dei delitti di maggiore gravità.

L’areopago diventa un ago di bilancia dell’assetto conservatore della

polis, che Enfiante e i suoi attaccano e tendono a demolire. Di fatto,

l’areopago era stato spogliato dalle prerogative più costituzionaliste, e le

erano rimaste le prerogative del tribunale penale.

L’areopago quindi aveva tre funzioni che erano poggiate su un

particolare prestigio dato dal modo in cui si entrava a far parte

dell’areopago.

In sintesi:

• Custodiva le leggi. Per cui, se uno vuole sapere se esiste una

legge, è l’areopago che risponde a questo quesito;

• Giudicava l’operato degli arconti;

• Tribunale per i delitti più gravi.

L’areopago riceveva prestigio dai membri che gli entravano a far parte.

Nel momento in cui, invece che essere eletti liberamente, erano sorteggiati,

il prestigio viene messo fortemente in discussione.

Quindi, abbiamo lo svuotamento del potere che faceva dell’areopago il

vero ago della bilancia. Infine, rimane soltanto l’ultima componente.

Nella terza parte delle Eumenidi assisteremo a un tentativo di riaffermare

l’esigenza dell’unità, di prevenire una lacerazione che nella polis ci può

essere e di rinunciare a ricorrere a mezzi cruenti per sostenere le proprie

ragioni. È difficile non leggere in relazione agli avvenimenti del tempo, che

da Enfiante indignata per l’omicidio

vedeva la parte democratica guidata

politico di Enfiante stesso a opera dei loro avversari. Un tentativo di rivalsa,

estromettendo gli avversari dal potere, che finiva poi per fare dell’areopago

un organo particolarmente difficile da inquadrare. Cioè, l’areopago

continuerà ad essere l’organo che è stato in passato, e questo metteva un

freno alla spinta democratica, oppure l’areopago deve cessare da questo

suo ruolo? Difficile sopprimerlo interamente. Gli può lasciare allora l’ultima

competenza. La posizione di Eschilo avallata da quello che farà dire ad

Atena, è una posizione che si è cercato di capire, e cioè se Eschilo fosse

dalla parte conservatrice come si potrebbe immaginare data la sua

– o, dall’altra parte, che aveva da vendicare

solennità della religione un

delitto politico grave.

In realtà, è molto più probabile che la posizione di Eschilo fosse

perché mediana nel suo appello all’unità, all’armonia e semmai

mediana,

alla necessità di rivolgere la violenza non all’interno della polis, ma

all’esterno, contro altre polis.

Eschilo, in realtà, dietro ad apparente equidistanza, si schiera da parte

nobiliare. Perché insiste sul fatto che l’areopago è stato istituito da Atena.

Quindi, come demolire un organo di origine addirittura divina? Istituito da

Atena, che è la dea di Atene. Tuttavia, a questa tesi di una scelta in senso

conservatore, si oppone l’altra: con quale competenze viene istituito

l’areopago? Quindi, da un lato, l’areopago

Solo per i delitti di sangue. a esistere per l’eternità.

come istituzione antica che doveva continuare

Questa istituzione risale alla notte dei tempi, viene anche circoscritto il suo

potere perché Atena lo istituisce solo a questo fine: per giudicare i delitti di

sangue. Quindi, anche in Eschilo inevitabilmente non possono non

riverberarsi ciò che sta accadendo nella sua epoca (fase lacerata di Atena,

che pochi anni dopo verrà inoltre sconfitta).

A FAVORE DELLA TESI A FAVORE DELLA TESI

CONSERVATRICE DEMOCRATICA

• •

Sceglie i migliori cittadini; Poteri circoscritti a un solo

• Istituito che esiste da tempi ambito;

Richiama all’unità, all’armonia.

antichi, di origine divina •

(istituito da Atena). ‡‡

Atena lascia la scena per scegliere i migliori cittadini e bisogna riempire

questo tempo teatrale in qualche modo. Ed è il Coro qui che occupa questa

scena affermando dei principi, ci conferma l’intenzione che Eschilo riesca a

intuire una serie di tesi che solo con il tempo si affermeranno nella civiltà

giuridica europea.

Dice il Coro:

“Se prevarrà una giustizia a danno della giustizia. E anche le Erinni

concedono che lo scontro tra i due modi di concepire la giustizia. […] Ne

deriveranno sconvolgimenti terribili.”

Abbiamo già visto in Oreste che lo scontro non è tra violenza e giustizia,

ma tra giustizia e giustizia. Due maniere diverse di concepire la giustizia.

Quasi danno per scontato che questa nuova giustizia che si vorrebbe

contrapporre alla vecchia, è una giustizia ingiustizia, che avrà la

conseguenza devastante per la vita dei cittadini. Dopo questo atto, cioè se

Oreste non sarà condannato a pagare il ? del suo gesto inaccettabile, tutto

sarà lecito, molte ferite inferte dagli stessi figli, molto dolore colpirà i

genitori.

Che cosa ci stanno dicendo le Erinni? Che la sanzione penale ha una

funzione di deterrenza, di dissuasione, dal compiere atti ritenuti negativi.

Se si comporta male non è chiamato a rispondere, non è punito per essersi

comportato male, è inevitabile che il male da lui compiuto, dilagherà.

Nessuno si asterrà dall’agire male per timore di una sanzione che non

colpirà più loro come non ha colpito Oreste. Quindi, è dichiarata

esplicitamente la funzione propriamente della sanzione della vendetta

come finalità di deterrente, di prevenzione, di dissuasione. L’altro elemento

è, accanto alla funzione individuata qui nella sanzione penale di deterrenza

(e sarà ribadita presto nell’esigenza che ci sia paura), l’altro elemento che

ci interessa è che se prevarrà questo modo di concepire la giustizia,

dovremmo lasciare impunito. Non è il principio del precedente? Come si

potrebbe poi contravvenire a una decisione così solenne preso da questo

tribunale che assolve Oreste, come si potrebbe in un caso analogo. Con la

presenza di Atena che assolve Oreste, come si potrebbe poi condannare in

un caso analogo?

Quindi, abbiamo necessità di incutere timore per indurre ad astenersi

l’autorità del precedente.

da condotte negative, antisociali e Una volta

che si prenda questa decisione con queste nuove leggi, è certo non si

potrebbe affidare di nuovo al giudice, al suo arbitrio, la risoluzione della

controversia. Il giudice futuro non potrebbe decidere come gli pare, perché

ci sarebbe un precedente. Noi dovremo lasciare impunita qualunque colpa.

Nessuno potrà più invocare Dike e le Erinni. Le due invocazioni di chi

subisce un torto, una lesione, un’offesa, perché passerà il principio per cui

non si risponde dell’ingiustizia fatta. E non rispondere di matricidio significa

non rispondere di nessuna giustizia.

A questo punto, è difficile da due possibili interpretazioni. Non ci sono

didascalie nelle tragedie greche e non ci sono nemmeno i nomi di chi

pronuncia le battute e che si desumono dall’andamento del testo. Qui, c’è

una battuta che pone qualche problema.

Apollo, signore, che cosa ci fai qui?

Chi pronuncia questo? Non sappiamo se questa battuta la pronuncia

Atena o le Erinni.

Atena è tornata, inizia il processo.

Duplice interpretazione:

• Se è Atena a parlare, è semplicemente un chiedere per sapere. Un

modo di porgere la battuta ad Apollo. È la sua una battuta che

tende a fare spazio anche ad Apollo, prima ancora che si conosca

l’accusa. Di quello che è avvenuto, i giudici non sanno ancora

nulla;

• Se, invece, sono le Erinni. È una contestazione, è un invito ad

Apollo ad astenersi da questa lite.

Ricordiamo che nella procedura del tempo l’accusato non si poteva

avvalere di un professionista della difesa che nel corso del processo

L’accusato deve comparire di persona, tutt’al più si può

intervenisse.

avvalere di un olografo, cioè di uno scrittore di discorsi, il quale gli potrà

scrivere quello che egli dirà o leggerà, ma non potrà nel corso del processo

intervenire.

La figura di un soggetto che presumibilmente sarà dalla parte di Oreste

non si giustifica.

Apollo risponde e rivendica tre ragioni per essere lì. Reclama per sé tre

ruoli: • “Sono qui per rendete testimonianza”. Testimonia del

Testimone:

fatto che Oreste si è purificato e può presentarsi in pubblico per

essere giudicato;

• Avvocato, anche se la figura professionale non è ancora

conosciuta;

• dell’accaduto, perché è stato lui a

Complice. Co-responsabile

imporre a Oreste di comportarsi così.

Il fatto che Apollo dica che “ora sta a te, dipende da te” ci farebbe

propendere per l’idea che a rivolgergli la parola in precedenza è stata

Atena. Quindi, l’andamento del processo sarebbe ancora più concordato

tra Atena e Apollo.

Ci interessa la straordinaria novità di questo processo.

“Do inizio a processo. L’accusa cominci a parlare, racconti tutto fin

dall’inizio e spieghi correttamente come sono andati i fatti.”

L’accusa oggi potremmo chiamarla Pubblico Ministero, “pubblico” perché

le Erinni incarnano un principio di giustizia che vanno aldilà della singola

persona, proprio rivendicano una prerogativa, che possiamo chiamare

pubblica. Siamo già fuori dalla giustizia privata, perché l’accusa è

un’accusa pubblica. Non solo perché c’è un giudice terzo, ma c’è anche

un’accusa pubblica e che sia pubblica è dimostrata dal fatto che Atena la

inviti a esporre i fatti che si tratta di giudicare, a fare una datazione

istruttoria. Sulla base di questo, il processo può iniziare.

Le Erinni pur essendo numerose parlando una a una. La Corifea si

rivolge all’accusato per interrogarlo. Nella loro fissità di personaggi di una

giustizia che sta cambiando senza che loro se ne accorgano, interessa loro

ribadire il fatto che Oreste ha ucciso la madre. Subito chiede se Oreste ha

ucciso la madre. L’an domande (se l’hai uccisa) e la

è la prima delle

l’hai uccisa). Oreste risponde che l’ha uccisa

seconda è il quomodo (come

con la spada, che con le sue mani gli ha tagliato la gola. Terza domanda: ti

ha aiutato qualcuno?

Le Erinni dovevano limitarsi alle prime due domande, questa terza

domanda è per loro un azzardo perché dà in mano all’accusato una buona

causa, e cioè chiamare in causa Apollo.

La Corifea chiede se è stato il profeta a spiegare se è stato il profeta a

ordinare di uccidere la madre a Oreste.

Le Erinni irridono la speranza di Oreste di poter trovare giustificazioni. Le

Erinni ribadiscono costantemente che Oreste ha ucciso la madre, voglio

che nei giudici si possa fissare questa azione delittuosa: uccidere la madre

è il peggiore dei crimini.

Per giustificarsi, Oreste dice che la madre aveva compiuto due delitti e la

sua goffaggine risulta evidente: Clitennestra ha ucciso lo sposo e il padre di

Oreste. È una maniera molto banale. Forse, Oreste avrebbe dovuto dire

diversamente. Lui parla di un duplice delitto. Perché inconsapevolmente o

consapevolmente ha capito che qui si tratta di mettere sul piatto della

bilancia la sua condotta e quella di Clitennestra. In qualche misura, vuole

far pesare su Clitennestra una colpa maggiore della sua. Clitennestra ha

ucciso il marito padre di Oreste. Sia pure anche in maniera molto goffa,

cerca anche di discolparsi perché quando le Erinni gli contestano questa

goffa affermazione, Oreste dopo aver fatto ricorso all’argomento di Apollo,

il tentativo di rovesciare sulle Erinni di non essere eque. La goffaggine di

Oreste è evidente allo stesso Oreste che a questo punto capisce di non

essere in grado di fronteggiare l’accusa e chiama in causa Apollo, come

testimone, ma di fatto come avvocato.

Dice infatti Oreste: testimonia tu.

Oreste capisce che i fatti non li può negare, ma pur essendo chiara

l’uccisione della madre, ritiene che lo ha fatto giustamente e chiama Apollo

a giustificare. Qui non si giudica solo oggettivamente di ciò che è stato

fatto, ma anche delle ragioni, delle finalità.

Abbiamo una notevole goffaggine da parte di Oreste, il quale le tenta

tutte, ma evidentemente in maniera poco convincente. Però, della sua

goffaggine, sa che avendo riconosciuta la sua responsabilità dell’uccisione

della madre, non per questo tutto è perduto. Spera con Apollo che si possa

dimostrare che è stato fatto giustamente.

Quindi, passiamo dal giudicare e dal punire in relazione all’atto compiuto,

di chi ha compiuto l’atto.

al giudicare e punire in relazione alla colpevolezza

Se si dimostra che Oreste ha ucciso avendo le sue buone ragioni, si

potrebbe dire che ha ucciso giustamente.

Esordio di Apollo. La captatio benevolentiae era esclusa dalle armi di chi

era chiamato in giudizio. Oreste vi aveva fatto ricorso in termini goffi. Dice

Apollo:

“Parlerò a voi, grande corte istituita da Atena.”

C’è tutta la referenza, l’omaggio a chi dovrà giudicare.

Argomenti di Apollo.

“È stato giusto quello che ha fatto Oreste. Io il profeta non dico il

falso”. Guardiamo l’abilità con cui Apollo fa pesare la sua importanza,

non si limita a dire che dalla mia dimora profetica mai ho dato una parola

che non mi fosse ordinata da Zeus, il padre degli dèi dell’Olimpo. Questo

è quello che è giusto, la volontà di Zeus non può non essere rispettata,

non c’è giuramento o patto che possa prevalere su quello che dice Zeus.

Unico intervento di una certa abilità delle Erinni che gli contestano

questo: Apollo, tu osi nominare Zeus e stai dicendo che il padre

rappresenta per ogni essere umano (o divino) colui che soprattutto deve

essere difeso. Zeus non ha forse così colpito il proprio padre Crono? La

risposta di Apollo è evidente: ma che vuol dire? Una cosa è versare

sangue e uccidere? Una cosa è il legame. È il modo abile, ma per noi

poco convincente, per sfuggire a un’abile interruzione delle Erinni che

accusano Apollo di contraddirsi. Così come Apollo le aveva accusate di

contraddorietà perché perseguitavano Oreste, ma non avevano

perseguitato Clitennestra, qui la contraddizione è l’esaltazione del ruolo

del padre e trascurare il fatto che Zeus si era scagliato contro Crono, la

via d’uscita di Apollo è che non bisogna confondere con l’uccisione con

quello che è semplicemente legame che si può sciogliere. Le Erinni

perdono un colpo perché se la massima delle infamie nei confronti del

proprio padre è ucciderlo, e non si poteva accusare di questo Zeus, resta

il fatto che gli dèi sono immortali. Nel fare quel che ha fatto, togliere di

mezzo, farlo sparire. Fa riferimento al fatto che di Urano e Crono si era

persa la memoria. Un dio come Crono non può esser ucciso, ma può

essere escluso dalla memoria.

Così descrive l’uccisione di Zeus Apollo. Non è la stessa cosa. Come

vedete, qui Apollo tende a dire che il misfatto di Clitennestra è più grave

l’accaduto. “Eroe venerato da

di quello di Oreste. Ma soprattutto descrive

tutti.” Qui abbiamo l’arte retorica al suo apice. Ha finalità vietate dall’etica

della retorica, verte su aspetti irrazionali invece che razionali. Si tratta di

commuovere i giudici. Ricorrere a un’influenza proprio sul cuore dei

giurati e non sulla ragione dei giurati.

8/03/2017

Comincia a parlare Apollo. Si ha il processo che Atena ritiene non possa

essere assegnato soltanto a lei, né soltanto agli uomini. E’ un organo del

quale fa parte anche Atena: umanità e divinità devono integrarsi.

Non sappiamo a chi si rivolga Apollo né Atena. La cosa preferibile

sarebbe da immaginare che Atena nel dirigere il processo dà la parola ad

Apollo. Apollo esordisce con una brevissima, solo accennata forma di

captatius benevolenties (figura retorica che serve a cercare di accaparrarsi

la benevolenza dell’interlocutore, che però era qualcosa da evitare. E

Apollo esordisce rendendo omaggio al grande tribunale insediato da Atena.

La sua prima qualifica è quella di testimone, pronto a esporre i fatti di cui è

a conoscenza; poi, aggiunge due argomenti: vengono ad assisterlo

(avvocato difensore di Oreste) e aggiunge che: si autoaccusa, che suona

come efficace difesa; è un’auto accusa, difesa, il quale quanto complice

non può essere giudicato dal tribunale né da Atena e serve a

ridimensionare il peso della possibile accusa da rivolgere al suo assistito e

cioè a Oreste. Seppur con la complicità di Apollo, che parla a nome di

Zeus, ebbene questo dato di fatto non toglie minimamente nulla alla

vecchia ottica alla responsabilità di Oreste: che lo abbia fatto

spontaneamente, che lo abbia fatto per ordine di Apollo, la sua

responsabilità non dovrebbe essere toccata: si risponde anche quello di cui

non si è fatto. Se Apollo utilizza l’argomento è perché ha in mente un tipo di

responsabilità diversa: non si risponde solo per quello che si è fatto ma

anche delle ragioni. Questo in una nuova ottica processuale. Nella vecchia

ottica, non è così, dove non c’è bisogno di un giudice terzo, è qualcosa di

molto più sbrigativa la vecchia etica processuale.

Prima figura: rendere testimonianza. E’ interessante il fatto che Apollo

venga a dare testimonianza, non perché lo abbia chiamato qualcuno, ma

perché… se ritorniamo all’ottica di Atena che si allontana, ci accorgiamo

che Atena aveva detto alle Erinni e a Oreste che si stavano fronteggiando

davanti al suo simulacro “voi intanto raccogliete testimonianze e altre

prove…”: questo è il processo: si tratta di ricostruire un fatto, le modalità di

questo fatto attraverso testimonianze e altre prove. Quindi, la comparsa di

Apollo come testimone è una presenza giustificata dalla testimonianza che

intende offrire. Quello che scopriremo è che quando Atena motiverà il suo

all’interno del

voto non farà affatto riferimento a qualcosa che è emersa

processo con testimonianze e prove. Dopo aver ricostruito l’accaduto, aver

approfondito i fatti e le finalità, pone un giudizio che non farà riferimento né

a prove né a testimonianze. Apparentemente è qualcosa di sorprendete,

che dimostra che non siamo ancora di fronte a un vero e proprio processo.

Forse, però Eschilo ci dice che per quanto siano necessarie prove e

testimonianze, non sempre la sentenza nasce da prove e testimonianze.

Ciò che accade adesso, è che la Corifea, le Erinni in generale, fanno la

loro relazione dell’accaduto. Atena aveva invitato le Erinni, accusa, a

parlare per prime. Abbiamo anche visto che con una certa goffaggine

Oreste tende a caricare Clitennestra di una doppia responsabilità. Però è

interessante che Oreste tende il bisogno di aggravare la responsabilità di

Clitennestra, si tratta di dimostrare che ciò che ha fatto Oreste non è stato

più grave di ciò che ha fatto Clitennestra. Ma uccidere la madre non è

come uccidere un altro essere umano qualunque. E questo ci fa percepire

fin da ora che la vera questione da acclarare all’interno del processo è se è

stata violata o meno la regola del contraccambio: se la vendetta di Oreste

sia una giusta vendetta per ciò che ha fatto Clitennestra o se sia un

eccesso di vendetta (e quindi debba essere sanzionata in quanto

illegittima).

SI tratta di dimostrare se le Erinni abbiano ragione di pretendere la

punizione di Oreste oppure se egli non sia comportato legittimamente.

Apollo chiama in causa intanto Zeus: si era presentato come testimone,

come difensore e come complice; qui comincia con il terzo ruolo, quello di

complice, un ruolo di complice che tuttavia aveva ordinato quel che aveva

ordinato per ordine di Zeus. Se io ho fatto quel che ho fatto per ordine di

Zeus, e lo stesso Oreste per ordine di Apollo, ritenere che Oreste sia da

condannare, allora va condannato anche Apollo, ma se si mette in

discussione l’operato di Apollo, significa quindi giudicare negativamente

l’operato di Zeus, cosa che non è concepibile.

Seconda argomentazione di Apollo: esordisce nel replicare alle Coefore

dicendo che non è lo stesso: se vale e conta lo stesso uccidere

Agamennone da parte della moglie e uccidere lei da parte del figlio: Apollo

sottolinea la maggiore gravità dell’uccisione di A. da parte di C. Se

l’uccisione di Clitennestra da parte del figlio è meno grave di quello che ha

fatto lei, è evidente che la vendetta di Oreste non è stata eccessiva. Non si

limita a vendicare l’equipollenza. Come fa a convincere i giurati che era più

grave?

L’arte retorica: è l’arte del discorso, il modo per esprimere nel modo

migliore le idee che si vogliono comunicare. E’ un’arte di grande pregio e

Apollo fa sfoggio di questa arte che risulta più interessante se la

confrontiamo con la descrizione di questo stesso fatto che ci era stata

offerta da Oreste quando doveva giudicare Atena (fase istruttoria).

Confrontiamo le due descrizioni. Oreste aveva esposto i fatti nella loro

nullità: lo descrive molto banalmente rispetto a come lo descrive Apollo che

insiste sulle imprese gloriose compiute, sul come lo aveva accolto

Clitennestra, sul bagno e poi sottolinea che era capo dell’armata navale.

Apollo ci sta dicendo che non è la stessa cosa uccidere una donna che non

uccidere un grande eroe carico di gloria, ammirato da tutti; sta descrivendo

le due vittime dei due omicidi in maniera da rimpicciolire al massimo il

valore di Clitennestra. Esalta la grandezza di A. In fondo, ci dice che

uccidere un grande errore è molto più grave di uccidere una donna:

dunque, chi uccide una donna in questo caso non va a trasgredire il

principio del contraccambio. Apollo confessa in pratica quello che non

avrebbe dovuto fare: cercare di suscitare un’indignazione con il ricorso ad

argomentazioni emotivamente efficaci per indurre i giudici a considerare

nel modo più negativo possibile la condotta di Clitennestra.

Quello che aveva fatto Zeus a Urano era il peggiore dei trattamenti. Lo

ha relegato al passato. E tuttavia le Erinni insistono sul matricidio.

Apollo nega che il sangue di Oreste sia lo stesso della madre. Lei lo

partorisce, ma non lo crea. A generare il figlio è solo il seme dell’uomo. Il

figlio non è il prodotto del suo corpo, è solo il luogo che ospita la vita. E

aggiunge che la vita la dà il padre e non la madre. E noi abbiamo un

esempio di questo: Atena era nata dalla testa del padre, secondo altre

versione dal diaframma del padre; non era nata da una madre, ma soltanto

dal padre. L’aveva data alla luce senza nemmeno doverla affidare al

terreno al quale il seme viene affidato. C’è una prova di questo.

Ci potremmo soffermare su questa sorta di arringa difensiva di Apollo

che adopera tre argomenti.

Uno dei ruoli classici della retorica: raccomandava di fare il proprio discorso

secondo delle successioni, ordine omerico o nestoriano: ripropone il modo

in cui Nestore dispone le proprie truppe secondo quanto detto nell’Iliade e

metteva nella prima fila guerrieri particolarmente valorosi, in seconda fila,

guerrieri meno abili e in terza fila guerrieri ancor più meno abili. Qui, non si

può ritrovare questo ordine?

Perché veniva raccomandato questo ordine? L’esperienza insegna che

tanto nei discorsi politici che giudiziari è particolarmente importante la

prima impressione che il discorso suscita in chi ascolta. Se io esordisco

motivando la mia richiesta adducendo argomenti non convincenti, questo si

ripercuoterà sul modo in cui il lettore ascolterà.

Altrettanto importante è l’ultima argomentazione. Se uso

un’argomentazione debole e concludo così, chi mi sta a sentire si porterà

dietro l’ultima impressione di una certa debolezza della tesi. In questo

modo la mia impressione da ascoltatore, la prima argomentazione, avrà

suscitato in senso positivo, e anche se le successive non sono convincenti,

resterà in me questa spinta che sarà avallata dall’ultima argomentazione,

se l’argomento è forte.

Questa è la ragione dell’ordine omerico.

La prima argomentazione di Apollo è che Oreste ha agito per ordine suo,

che a sua volta aveva questo ordine per ordine di Zeus: Oreste in fondo ha

fatto ciò che aveva ordinato Zeus: chi siete voi per mettere in discussione

la sua giustizia? Argomento particolarmente forte.

La seconda argomentazione è quella dell’uccisione dell’eroe che

sarebbe più grave dell’uccisione della donna. Se fosse l’argomento

principale, reggerebbe male all’obiezione che quella era mamma

dell’assassino.

Terza argomentazione: Non solo è più importante il ruolo del padre e

quindi Oreste che si è schierato contro la madre, non ha fatto che rispettare

la gerarchia di valori, ma c’è un’altra argomentazione ancora più

importante: se non è la madre a dare la vita, se non è la madre a trarre dal

suo sangue il sangue del figlio e qui viene messa in discussione la

consanguineità tra madre e figlio. Il padre è consanguineo del figlio, la

madre no. Non viene tratto l’argomento da questo ragionamento che noi

oggi trarremo, (sono anni che molti autori greci sostenevano questa tesi

“scientifica” che aveva una sua portata di verità nuova e in quanto tale

doveva escludere che fosse più grave uccidere la madre che non il padre),

ma l’altro aspetto più importante è che se non c’è la consanguineità tra

figlio e madre allora la competenza delle Erinni viene meno: perché loro

intervengono solo in caso di consanguineità. Loro puniscono i delitti tra

consanguinei. Quindi, viene meno la giurisdizione delle Erinni. Le Erinni nel

pretendere di punire un non consanguineo, eccedono il loro ambito di

competenza. Oggi forse questo è l’altro argomento. Non è tanto il fatto che

Zeus abbia sempre ragione, è il fatto è che se uno agisce per Zeus non

può essere ritenuto responsabile di quello che ha fatto se non c’era

possibilità di resistere. Non poteva opporsi a questa decisione, viene meno

l’imputabilità.

Il terzo argomento è importante dal punto di vista formale. Le Erinni

pretendono una competenza che non hanno. La loro competenza riguarda

solo delitti di sangue e quindi oggi sarebbero questi due argomenti i primi

ad essere invocati. Per ragioni diverse, sono i due argomenti più importanti

per Apollo e sono questi argomenti, secondo i critici, ad essere decisivi.

(È chiaro che questi discorsi si rivolgono agli altri, ma i veri spettatori

sono il pubblico, che giudica, che non avvallerebbe tanto facilmente uno

scioglimento di un nodo drammatico se non ne condividesse i valori).

Bisogna che il pubblico condivida certe idee e per convincere i giudici

Apollo utilizza proprio il caso di Atena.

La tesi scinetifica è avvalorata con un esempio tratto dal repertorio

leggendario della religione greca: Atena figlia del solo padre. Se è vero

questo, allora le Erinni sono solo figlie della madre, che non hanno

conosciuto un padre. Accantoniamo questo e sottolineammo che secondo

la quasi totalità della critica l’argomento decisivo risulterà proprio questo:

cioè la negazione che ci sia consanguineità tra il figlio e la madre e quindi

l’affermazione che uccidere la madre non è più grave di uccidere il proprio

marito. Atena accoglie questa tesi e perciò dà ragione ad Apollo e

cercheremo di dimostrare che non può essere inteso in questo modo.

Proseguiamo e vediamo che al di là di questo invito. Apollo aggiunge

qualcosa che evidentemente nel realismo di Eschilo ha evidentemente un

suo significato simbolico. Apollo conclude il suo discorso promettendo un

bene a Pallade e ai giudici.

Sono gli anni che precedono il divampare del Peloponneso, si stanno

consolidando gli schieramenti verso lo scontro rappresentati da Atene da

una parte e Sparta dall’altra. In questo periodo, Argo si schiera dalla parte

di Atene. In questo modo, c’è un piccolo omaggio che Eschilo rivolge,

ricercando l’origine il rapporto di alleanza tra Argo e Atene: Apollo offre

questa alleanza ad Atene se non giudicheranno ingiustamente Oreste.

Quando conclude il suo discorso, interviene Atena la quale rivolge questa

parola alle parti presenti. Prima di votare, invitando i giudici a votare

secondo quello che ritengono giusto. Si rivolge alle parti: invita le parti a

replicare se hanno repliche da muovere. Eschilo che non conosce il

principio del contradditorio, non lo trascura: Atena chiede alle parti se

hanno qualcosa da aggiungere. Nessuno ha impedito alle Erinni di

replicare. Il loro unico argomento lo avevano usato a sufficienza. Le due

parti hanno esposto le tesi, è il tempo di giudicare.

Prima di procedere alla votazione vera e propria Atene dice qualcosa.

C’è un’esaltazione dell’areopago. Ricordiamoci che se, da un lato, si

ripropone la derivazione dalla volontà di Atena dell’areopago, istituito da lei

stessa, dall’altra questo organo è istituito per giudicare un delitto di sangue.

Quando dicevamo che la posizione di Eschilo è mediana perché è vero che

difende l’areopago, il suo prestigio come volontà divina, ma è anche vero

che lo ridimensiona la competenza dell’areopago ai soli delitti. È un organo

non di giustizia costituzionale, o di giudizio del comportamento di coloro

che hanno esercitato cariche di governo, ma è un tribunale penale. E nel

dire questo, aggiunge qualcosa che può sembrare fuori luogo, ma che non

è così. Nell’esaltare il ruolo che dovrà avere l’areopago, Atena aggiunge:

“Né anarchia né dispotismo. Questa è la norma che indico ai cittadini e

che raccomando loro di osservare. Vi ordino di non cacciare fuori dalla città

il potere del terrore, chi può stare nel giusto se non ha niente da temere?”

Così, fonda questo tribunale e invita ad alzarsi per votare. Abbiamo

quindi due affermazioni apparentemente forzatamente inserite in questa

parte del processo: né anarchia né dispotismo. Questa prima

raccomandazione la possiamo ricondurre: il bene sta nel mezzo: non è

giusto né essere assoggettati a un potere dispotico né rinunciare a ogni

forma di potere per dare mano libera all’anarchia, all’assoluta sfrenatezza

dei comportamenti dei cittadini.

Seconda raccomandazione è di ordine giuridico. L’importanza della

paura. Sono due tesi politico-giuridiche che hanno chiaramente un

significato nel tempo anche in relazione che sta attraversando la città.

Sono due tesi però che ci ricordano in maniera singolare qualcosa che era

stato detto proprio dalle Erinni nell’intervallo di tempo necessario per

consentire ad Atena di tornare dopo aver scelto i migliori cittadini.

Avevano, infatti, detto le Erinni al verso 520:

“C’è un momento in cui è bene che ci sia il terrore, che la paura sia a

guardia dei pensieri. Giova alla saggezza il dolore. Se non coltiva alcun

terrore nel cuore, chi mai potrà invocare Dike, la giustizia. Né l’anarchia ma

padrone.”

neppure la piena sudditanza al

Atene sta riproponendo con parole diverse quello che era per così dire il

delle Erinni. 1) L’importanza della colpa: in una

manifesto giuridico-politico

comunità è importante che i singoli abbiano paura di dover rispondere del

proprio comportamento, senza la paura chi si asterrà dal compiere il male?

È la paura che costringe a controllare le proprie azioni e a rispettare gli altri

per paura delle conseguenze di un comportamento illegittimo; 2) Non va

bene né l’anarchia – l’assenza totale di potere – né l’assoggettamento

– il dispotismo. La soluzione sta nell’avere un

totale a un unico padrone

potere che non sia uno stra potere e che si goda anche di una libertà che

non sia un’anarchia, un minimo di autonomia ma non un eccesso.

Perché Eschilo mette in bocca ad Atena preoccupazioni che sono di fatto

delle Erinni? Possiamo ipotizzare due spiegazioni:

• Le Erinni saranno sconfitte, avranno torto, si sentiranno umiliate,

reagiranno con indignazione, minacceranno vendetta contro

l’ingiustizia subita. Quello che Atena intuisce fin da ora è che non si

può umiliare la parte sconfitta negando le sue ragioni quando

queste siano in buona ragione. Non è detto che se qualcuno

ottiene un risultato negativo sia esso stesso un simbolo di

negatività. Ci possono essere anche buone ragioni anche nelle

ragioni altrui, e questa soluzione può consentire l’unità della polis.

Se negli scontri che ci sono nella polis, ogni volta la parte sconfitta

viene umiliata, si negano interamente le sue ragioni anche quando

queste possono essere buone ragioni. La polis andrà incontro a

continui scontri. Cerchiamo di recuperare il buono nell’esito di colui

che sarà sconfitto. Lo scontro tra i seguaci di Enfiante che avevano

subito l’uccisione della propria guida e la parte aristocratica,

attenzione chi vince non può pretendere di azzerare le ragioni altrui

perché una parte della città non potrà non essere considerata

anch’essa parte del nuovo equilibrio della città e può avere due

ragioni;

• È bene che ci sia il terrore, dicevano le Erinni. In questo,

riproponendo uno dei principali temi conduttori della trilogia che

abbiamo già trovato nell’Agamennone, e cioè l’importanza della

sofferenza per la conoscenza. La sofferenza è lo strumento della

conoscenza. Si impara attraverso il dolore. Questo ci viene

riproposto negli stessi termini, quando ci si dice “fa bene alla

saggezza il dolore”. La conoscenza attraverso il dolore. Se lo

caliamo nella tragedia, la sofferenza non è altro che la

giustificazione della sanzione penale. Soltanto attraverso la

sofferenza patita mediante la sanzione da chi ha agito in maniera

illecita, soltanto così si potrà capire che cosa è giusto e cosa no.

Importanza della sanzione intesa come sofferenza.

Allora, Atena si sta preparando a motivare il suo voto favorevole nei

confronti di Oreste, che sarà decisivo perché Oreste sia assolto. Si tratterà

di vedere se le Erinni avevano o meno la competenza di perseguitare

Oreste. Atena non sta dicendo che le sanzioni penali non sono utili nella

polis, anche questa è un’argomentazione della parte che sarà sconfitta. Ma

la parte che sarà sconfitta non deve interpretare il fatto che la sua maniera

di concepire la giustizia sia messa da parte, non sia utilizzata, come rifiuto

dello strumento sofferenza-terrore. Soltanto Atena, che crede anche lei

all’importanza della deterrenza, della sanzione penale, supererà la

vendetta, ma non supera l’idea della sanzione educativa come strumento di

conoscenza. Perché non c’è solo la vendetta che può fare paura, ma

anche la sanzione penale irrogata da un giudice può fare paura. Il limite

delle Erinni ancora una volta è non aver capito che il superamento di una

certa civiltà giuridica, non è il rifiuto di ogni civiltà giuridica. La civiltà

giuridica si può evolvere senza però rinunciare a strumenti che sono propri

del diritto. In particolare, la sanzione afflittiva. È solo che il tipo di sanzione

cambierà, l’organo che deve decidere la sanzione viene creato e a

impartire la sanzione non è una parte privata, ma sarà una parte pubblica.

Come non sarebbe giusto pensare che il delitto nasca con questo

processo, anche la vendetta è diritto, così come sarebbe ingiusto pensare

che con il delitto finisca la civiltà giuridica fondata sulla vendetta. Il diritto si

trasforma, mantenendo qualcosa però che lo caratterizza e cioè

l’utilizzazione del terrore come strumento per ottenere comportamenti che

consentano una convivenza meno drammatica, caotica.

E quindi, abbiamo qui visto che prima ancora di schierarsi, Atena in un

preoccupazioni (dell’anarchia e

certo modo tranquillizza le Erinni. Le vostre

né del dispotismo; che si possa rinunciare alla paura come strumento per

controllare il comportamento dei cittadini) sono tutte e due preoccupazioni

che non hanno ragion d’essere. Io, che rappresento le nuove divinità,

condivido questo principio: della moderazione nell’esercizio del potere,

nell’autonomia controllata dei cittadini, e condivido anche questo credo

dell’efficacia orientativa per non dire dissuasiva della sanzione.

Quindi, sta per cominciare una nuova civiltà giuridica. Non siamo affatto

alla perdita di una visione tragica del diritto, ma gli uomini hanno bisogno

anche in questo nuovo mondo della paura, soltanto che la paura sarà

disciplinata diversamente.

Il tribunale viene così invitato a pronunciarsi. C’è un’ultima schermaglia

tra le Erinni e Apollo che si traduce in una minaccia e promesse, cioè

tentativi di condizionare i voti nel momento stesso in cui giudici devono

votare secondo coscienza.

Dopo questo, ci interessa una ribadita contrapposizione tra vecchie e

nuove divinità.

Sottraendo Oreste alle Erinni, hai sovvertito gli antichi ordinamenti.

Il diritto che affonda le radici nella tradizione (vendetta come strumento di

giustizia) di cui si fanno rappresentanti le Erinni e il diritto di cui si fa

portavoce Apollo che umilia i vecchi ordinamenti, che li sovverte.

Tu, giovane dio […]

Si vede spesso il contrasto tra i nuovi e i vecchi dèi. In altri termini, della

concezione del diritto della quale Apollo e poi anche Atena si faranno

portavoce e del diritto di cui si fanno rappresentanti le Erinni. Abbiamo una

storicità del diritto. Che il diritto sia qualcosa di immutabile ed eterno lo

potrà credere solo Antigone, perché Sofocle non ha questa sensibilità che

rispetto all’Antigone sono circa quattordici/quindici anni di differenza.

Atena dice che gli spetta l’ultima decisione e dice che voterà in favore di

Oreste. Ora, Atena non si limiterà a dichiarare il suo voto, ma avvertirà un

bisogno, e cioè il bisogno di motivare. Non basta dire che ha deciso così,

ma bisogna anche spiegare perché si è deciso così. Per molti e molti secoli

non ci sarà spazio nella civiltà giuridica occidentale per la motivazione

come fondamento indispensabile della decisione.

Il dispositivo ha bisogno di essere giustificato perché è solo così che si

potrà controllare la corrispondenza a giustizia. E qual è la motivazione di

Atena?

Io aggiungo in favore di Oreste il mio voto.

Vedremo che il risultato sarà di parità. C’è un problema, ovvero se il voto

di Atena abbia fatto pendere di fronte a una parità tra i giudici, cioè si è

aggiunto oppure se è con il voto di Atena che si raggiunge la parità, e

quindi essendo il voto di Atena il volto del presidente del collegio, per il

principio per cui si deve tendere a una soluzione, diventa decisivo.

Per quanto riguarda la motivazione dice: pag. 276.

Dovrebbe aggiungersi a una parità già conclusa perché altrimenti

sarebbe tanto più decisivo. Atena non solo interverrebbe in una situazione

che sarebbe favorevole alle Erinni anziché a Oreste, ma addirittura farebbe

prevalere doppiamente questo suo intervento, finirebbe per il decidere

lei, ma lei stessa aveva detto che non poteva decidere da sola. Sul piano

giuridico, sembrerebbe che fosse la divinità a decidere. In queste parole di

Atena vediamo l’accoglimento di una delle ragioni avanzate da Apollo e

cioè il rapporto con il padre. La vita la dà il padre. Atena parla di se stessa.

Non sta dicendo che sempre la vita è trasmessa dal padre e non dalla

madre, anzi fa riferimento alla sua eccezionalità: lei è solo dalla parte

maschile, perché lei non ha avuto una madre, è stata generata solo dal

padre. Ma questo solo Atena. Attenzione: oserei dire che qui Atena non sta

accogliendo la terza argomentazione di cui tutti parlano, e cioè il fatto che

ho l’impressione che Atena dicendo che è

prevale il rapporto figlio-padre,

e che non può dare un peso maggiore all’uccisione del

dalla parte maschile

marito, ho l’impressione che stia accogliendo la seconda motivazione e

cioè quella che faceva riferimento alla disparità all’uccisione del grande

eroe e l’uccisione di una donna. È un’argomentazione debole.

Ci dice che di fatto l’eccezionalità della situazione nella quale si trova a

vivere Atena condiziona il suo voto. Quindi, Atena in base a che cosa ha

deciso? Lei aveva invitato le parti a munirsi di testimonianze e di prove, ma

quali di queste inducono Atena a decidere come ha deciso. Se ci confessa

che lei si sente sempre dalla parte degli uomini, non è questo qualcosa che

gli è stato rivelato nel corso del processo, ma ci dice che giudica così in

base a un pregiudizio, qualcosa che aveva in sé, è la sua esperienza

personale che la portano ad essere dalla parte del padre. E allora,

dov’è l’importanza di questa messinscena? L’araldo che usa la tromba, la

pubblica accusa e così via. Questo non lascia traccia, se è vero che Atena

giudica in base alla sua esperienza. Qualcosa che mette in crisi il nostro

modo di concepire il processo.

Non si può giudicare il fatto sul quale si è chiamati a pronunciarsi sulla

base dei sentimenti, e tuttavia Atena giudica così.

Domanda: è una forma di carenza che tradisce l’incapacità di Eschilo di

essere perfettamente coerente con il modo di concepire il processo?

Oppure, anticipa della nostra civiltà giuridica? In fondo, Eschilo ci dice che

chi giudica non può mai spogliarsi della sua personalità, non può uscire da

se stesso.

13/03/2017

Questi argomenti si affacciano in più di un’opera. Elettra affronta i temi

che noi abbiamo già visto nelle Coefore, e l’Oreste che affronta il processo

ad Oreste, con delle differenze interessanti sia perché l’autore è diverso,

sia anche perché i tempi sono mutati, la sensibilità del tempo è mutata, e

si ripercuote sull’andamento del processo.

tutto questo

Eumenidi: abbiamo interrotto quando viene emanata la sentenza.

Abbiamo già messo in luce il fatto che già in precedenza Atena, della quale

noi sospettiamo un qualche pregiudizio positivo a favore di Oreste, in fondo

la ragione per cui Oreste viene inviato ad Atene è proprio questo: per

contare su Atena; nonostante questo, ha dato prova di una sorta di

notevole apertura perché ha fatto proprie due grandi idee guida, una più

morale, l’altra più giuridica già manifestate dalle Erinni; le quali avevano

fatto appello all’importanza della paura, del terrore; è bene che sia questa

paura della sanzione, è proprio la principale delle cause della

giustificazione della pena. Un principio giuridico comprensibilissimo. L’altro

principio o idea enunciata dalle Erinni è: è bene che non ci sia una totale

soggezione al dispotismo, che ci sia un potere al quale tutti debbano

inchinarsi, ma non è bene neanche l’assoluta anarchia. Non è bene che ci

sia un dispotismo opprimente ma nemmeno anarchia. Tutti questi principi

vengono riproposti da Atena. Abbiamo due spiegazioni possibili perché le

riprende:

• Qui c’è, nella seconda parte della tragedia, un chiaro messaggio.

Sappiamo che tra le funzioni, prima ancora di finalità, dello spettacolo

teatrale è anche quello di insegnamento, purificazione dalle passioni

e quindi di guida per una maggiore integrazione nella polis. In fondo,

si tratta di spettacoli politici. C’è anche una spesa della quale si fa

carico la polis. È importante che questi spettacoli siano visti. Il primo

messaggio è questo: agli ateniesi: guardate, cerchiamo di trovare

soluzioni che valgono nella nostra civiltà, non bisogna puntare alle

due organizzazioni estreme. Di fronte allo scontro tra i conservatori e

i progressisti (prima e dopo la metà del V secolo), queste due

posizioni devono trovare un punto di incontro. La parte destinata a

vincere (i democratici) non deve disconoscere l’eventuale parte

positiva che ci può essere nei principi dei suoi avversari. Abbiamo

messo con maggiore evidenza che anche le Erinni, legate a una

civiltà discutibile, che hanno un aspetto ripugnante, anche da quella

parte possono venire delle idee che non devono essere respinte solo

perché sono di parte diversa alla nostra. E’ un invito alla

concordanza. Però c’è qualcosa che va aldilà dell’immediato, c’è

qualcosa che ha a che fare con civiltà giuridiche diverse dalla nostra:

quella che si ritiene che in caso di controversia non è giusto dare

tutte le ragioni a una parte, perché anche la parte soccombente avrà

qualche ragione. Deve essere risolta sì nel segno di quella che è

giustizia, ma senza che questo debba comportare umiliazione per la

parte soccombente;

• Altro messaggio è il fatto della paura. Le Erinni avevano detto che è

bene la paura, è un bene il terrore, perché è proprio la paura delle

conseguenze negative che possono venire da azioni malvagie che

indurranno i cittadini ad astenersi da queste azioni. Il fatto che Atena

accetti questo principio significa che l’abbandono della vendetta

come strumento per incutere terrore, per dissuadere da

comportamenti negativi, non significa l’abbandono del principio che i

comportamenti negativi devono essere scoraggiati; vorrà dire che

questa paura che in passato era dovuta alla vendetta, può essere

fatta propria da altro soggetto che è l’areopago, che giudicherà delle

azioni che hanno suscitato danno, offesa, ingiuria, morte; e il fatto

che giudicheranno non significa che la conseguenza non possa

essere ugualmente spiacevole. Quindi, dire no alla civiltà della

vendetta non significa dire no alla sanzione penale. Non si rinuncia a

orientare i comportamenti facendo leva anche sulla capacità

deterrente, quindi sulla funzione generale preventiva della sanzione.

Vediamo come Atena motiva il voto che si accinge a dare. Intanto, fa

votare prima i singoli giudici e poi aggiungerà il suo voto, dicendo che

diventerà un principio canonico non solo del diritto greco ma anche romano

e ancora oggi lo abbiamo: il principio secondo il quale a parità di voti,

prevale la parte nella quale uno dei voti è stato dato da chi presiede il

collegio. Inoltre, quando non c’è la certezza che qualcuno debba essere

condannato, prevalga l’indulgenza: è preferibile non condannare il

colpevole che non condannare l’innocente.

Atena richiama al fatto che aldilà della sentenza, che può pervenire a

determinate conclusioni, non si deve necessariamente ignorare le

conseguenze che essa può avere. Si tratta di una cosa inaccettabile da un

certo punto di vista. Fiat ius iustia… purché sia fatta giustizia può anche

cascare il mondo, ma non si può non fare giustizia per timore delle

conseguenze. Dobbiamo tenere conto però anche degli effetti, sebbene

questi non possano condizionare la nostra decisione.

Abbiamo visto quali sono le ragioni dichiarate da Atena. Non abbiamo

però sottolineato la novità: la motivazione non tanto della sentenza in

generale, ma del voto che pronuncia Atena che è il voto decisivo, perché

sarà il suo voto che farà pendere il piatto della bilancia a favore di Oreste.

Qui Atena, e quindi la sentenza, accetta una delle argomentazioni usate da

Apollo, e in particolare dalla terza quando cioè Apollo al mero fine di

sottolineare che l’atto imputato a Oreste non era più grave dell’atto che

Oreste doveva punire (non essendoci rapporto di consanguineità); dietro

questo c’è anche qualcosa che Apollo non valorizza: questa era la maniera

per contestare la competenza delle Erinni ad occuparsi di questo. Se le

Erinni hanno giurisdizione per i diritti di sangue, e se non c’è

consanguineità esse non possono intervenire. Qui però non rileva, però

rileva la ragione perché Atena decide in un senso anziché un altro. Atena è

la prova che non c’è bisogno della madre per trasmettere la vita, Atena non

ha madre, è nata dal solo padre e quindi è la riprova che non è attraverso

l’incontro del seme paterno, non sono questi due sangui che diventano uno

solo.

Viene fuori che tutto questo processo in realtà verte sulla maggiore o

minore gravità dell’uccisione della madre da parte di Oreste, rispetto

all’uccisione di Agamennone da parte di Clitennestra. E questo significa

che questo soggetto che sancirà la fine della civiltà di vendetta: rivendica a

un organo terzo la competenza sull’argomento, dichiara che le Erinni non

possono prendere di imporre le loro leggi. La grandezza di Eschilo è che la

fine della società della vendetta avviene rispettando le norme della società

imperniata sulla vendetta. La ragione per cui Oreste viene assolto (il diritto

cambia, la civiltà della vendetta non è più tale). I presupposto per un certo

tipo di sanzione penale affidato al privato sono venuti meno? Noi questo lo

trarremo proprio dall’esito di questo processo nel quale metà dei giudici

voteranno contro Oreste, metà a favore di Oreste. C’è una parte notevole

che non si riconosce più nelle leggi della civiltà della vendetta e questo fa

sì che essa possa essere superata. Eschilo: affida alle norme che regolano

la vendetta il superamento della società della vendetta. Atena stessa

rispetta tali norme, perché quello che viene accolto è il principio della non

sproporzione tra quello che ha fatto Oreste e quello che aveva fatto

Clitennestra: non è stata violata la regola del contraccambio; che sarebbe

stato così se l’atto di Oreste fosse stato giudicato più grave di quello di

Clitennestra. L’atto di Oreste non è da giudicare che merita la sanzione

della vendetta da parte delle Erinni. Questo non vuol dire che la civiltà della

vendetta possa continuare. Non tanto in base al principio della

maggiore/minore gravità, ma questi uomini non ritengono accettabile che

Oreste sia punito per la loro sensibilità. E questo si scontra con l’altra metà

della società che è ancora legata alla società della vendetta, se i giudici si

dividono in due metà è proprio il fatto che non può essere l’argomento della

consanguineità perché altrimenti ci sarebbe stato un voto unanime.

Anche questo è segno di mirabile capacità eschilea di rappresentare

l’evoluzione del diritto. CI rappresenta un diritto in movimento. Il diritto che

nell’Agamennone era il diritto della vendetta; nelle Coefore è anche il diritto

della vendetta; qui è un diritto che non fa più leva solo sulla vendetta,

perché non fa più leva sull’importanza fondamentale del ghenos. Ma se è

così non dobbiamo pensare che la mentalità dei cittadini della polis cambi

da un giorno all’altro, ma il cambiamento di sensibilità è uno sviluppo che

avviene nel tempo. Quando c’è una metà dei cittadini con una nuova

sensibilità, c’è ancora una parte della società che vuole condannare

Oreste.

Una lunga discussione ha accompagnato le Eumenidi in relazione al

fatto che con il voto di Atena sia stata deliberata la non punibilità di Oreste.

Il voto di Atena interviene e porta in parità quello che poteva essere un

esito nel quale il 50% era per la condanna e il 49% no? O il voto di Atena si

aggiunge? Non sarebbe un argomento di particolare rilevanza, se non per il

regista che deve decidere quanti giudici fare entrare in scena. Se il numero

dei giudici è pari, si dividono in due metà e quindi il voto di Atena è decisivo

perché fa sì che quel 50% sia il 50% + 1. Sarebbe preferibile ipotizzare che

quel voto di Atena sia il 50% + 1; cioè sarebbe preferibile ipotizzare che le

parti dei giudici siano uguali: sei contro sei. Questo per due ragioni: se

Atena con il suo voto avesse avuto un doppio peso (portato in parità il

verdetto e facendo pendere a favore) avremo questa singolarità che la

stessa Atena che nell’istituire l’areopago Atena aveva detto: era necessario

un incontro tra giustizia divina e umana, e riteneva che non fosse lecito

decidere dell’esito di questo giudizio. E allora è chiaro che se il numero dei

giudici che si schierano per una tesi, e i giudici per un’altra, il voto di Atena

è sì determinante ma solo per risolvere l’impasse. Se invece avessimo un

voto a favore di Oreste, e se con il suo voto non solo riequilibra il voto ma

assolve Oreste, essa si sarebbe contraddetta; si sarebbe assunto un

compito contradditorio con quello che aveva detto. E poi c’è un’altra

ragione: questo significherebbe che l’evoluzione della giustizia che porterà

a quella che secondo le Erinni era la condanna sicura per Oreste (Oreste è

un matricida), e invece in questo modo noi avremmo che una minoranza,

seppur ristretta, determinerebbe un cambiamento della civiltà giuridica per

l’intervento decisivo della divinità e allora sarebbe ancora questa a

decidere e non la polis, come invece si tende a dimostrare. E anche per

questo sarebbe preferibile che il voto di Atena si aggiungesse a una parità

di voti e non tanto decisivo da sovvertire quello che gli uomini avrebbero

deciso.

La cosa che ci interessa è perché Atena vota a favore di Oreste. Atena

accetta l’argomento della non consanguineità (e quindi l’esaltazione del

principio patrilineare dell’esistenza) e in questo modo abbiamo una presa di

atto della sostituzione di una società ormai matura, matriarcale, a un

ordinamento nettamente patriarcale in cui è la discendenza dal padre che

si impone come decisiva. In questo senso, potremmo trovare un

quando nell’affidare

determinato argomento. Un elemento lo abbiamo

Oreste a Hermes perché lo scorti verso Atene, Apollo lo aveva chiamato

“fratello” e qui abbiamo un fratello vero e proprio perché dello stesso

sangue. I due sono figli dello stesso padre, ma non della stessa madre. Se

basta essere figli del padre per avere dello stesso sangue si anticipa quello

che poi Apollo dirà.

Ci interessa molto di più la motivazione di Atena.

Tutto dal padre io mi sento, io sono. Perciò, non posso dare maggiore

peso alla morte di una donna che uccise il suo uomo.

La vittoria sarà di Oreste perché Atena non ha una madre. Dice che lei è

tutta del padre. Se la motivazione di Atena nascesse dall’accoglimento

della tesi di Apollo secondo la quale la vita viene trasmessa soltanto dal

padre… forse Atena non avrebbe dovuto esprimersi così. Avrebbe dovuto

dire che ogni essere è figlio del padre, ma dice di mio padre.

Nel pantheon greco Atena è un’eccezione. Il fatto che si sottolinei

sempre che Atena è nata dal padre tende a sottolineare l’eccezionalità di

Atena e lei stessa nel dire questo sottolinea la sua eccezionalità; chiunque

deve dare meno peso all’uccisione di una donna rispetto al peso

dell’uccisione di un uomo. Lei non dice questo, dice che lei è frutto del

padre, lei si sente vicina al mondo maschile. Ci sono in realtà situazioni

non solo nell’Olimpo ma anche nel mondo umano: le donne si sentono tutte

dalla parte del padre. In realtà, l’elemento su cui ci dovremmo soffermare è

il fatto che: abbiamo una situazione in cui decisivo è il peso da dare

all’uccisione della madre da parte del figlio e l’uccisione del marito da parte

della sposa. Condannare Oreste significherebbe dare un peso minore a

quello che si dà l’uccisione di una donna da parte di un altro uomo. Qual è

quella che potremmo considerare la vera motivazione di Atena, in relazione

alle tre argomentazioni di Apollo? Abbiamo parlato dell’ordine nestoriano

nel quale potremmo collocare le tre argomentazioni di Apollo. Eschilo era

informato degli sviluppi che stava avendo la nascente arte retorica. Il primo

argomento era che: Oreste aveva fatto quello che aveva fatto per ordine e

con la complicità di Apollo, il quale quando parlava per conto di Zeus

(argomentazione forte: non si può dire che Zeus è ingiusto) e quindi non si

può accusare Oreste di aver fatto quel che ha fatto per ordine di Zeus; ma

qui Atena ad esso non fa riferimento. Invece, fa riferimento al terzo

argomento: mancanza di consanguineità. Atena è l’unica che ha solo il

padre e si sente tutta dalla parte maschile e lei non può dare più peso

della donna che uccise il suo uomo.

all’uccisione

L’ipotesi più attendibile è questa: certo, lei stessa Atena ce lo dice: che

non si può dare maggiore importanza all’uccisione di una donna; è proprio

l’eccezionalità di Atena che avverte come molto più grave uccidere un

grande eroe, un uomo, che non uccidere una donna come ha fatto Oreste.

Non è la terza argomentazione, ma è la seconda. L’argomento sicuramente

più forte era la mancanza di autonomia di Oreste, ma di questo Atena non

parla; l’altro argomento era la mancanza di competenza per le Erinni; non è

né il primo né il terzo argomento in realtà, ma il secondo che era quello che

ci era parso l’argomento più debole ovvero che è più grave uccidere un

uomo che una donna. Noi accetteremo gli altri due argomenti, ma non il

secondo. Se chi deve difendere una certa causa si limitasse a usare solo

gli argomenti efficaci e rinunciando a quelli deboli, si preclude una

possibilità di convinzione dell’altro che potrebbe invece essere assai più

importante degli altri argomenti. I due argomenti che poi sono importanti, si

rilevano meno importanti dell’argomento che dovrebbe essere più debole.

Eppure, Atena accetta il secondo argomento. Non si deve mai rinunciare a

un argomento considerato debole perché potrebbe essere

controproducente. Detto questo, Atena nel lasciare il luogo nel cui è

presente la sua statua, che abbracciava Oreste e dove erano presenti le

Erinni, aveva detto che “voi intanto raccogliete testimonianze e altre prove

sulle quali poggiare un verdetto ben fondato”. Vediamo questa motivazione

testimonianze faceva riferimento. Non c’è nessuna prova o

a quali prove e

testimonianza sulla quale Atena possa far poggiare il verdetto che è

pronunciato perché non fa riferimento in questo verdetto a quello che

hanno detto i testimoni. Nessuna testimonianza convince Atena, nessuna

prova porta Atena a ritenere che sia più grave il delitto in cui si uccide un

uomo. E’ decisivo non ciò che Atena viene a sapere nel corso del

processo, ma ciò che Atena è: il fatto che si sente solo figlia di Zeus. Qui,

quello che possiamo dire è che è quasi deludente questo risultato perché

dopo questo bel processo, che ha tutto quello che ha il processo moderno

(giudice terzo, il contradditorio, motivazione sentenza), tutto questo non ci

interessa più se tutto si basa sulla simpatia di Atena. Eschilo ha sciupato

questa miniera di pietre preziose. Ma forse no: aldilà delle prove e

testimonianze, si dà importanza alla sfera personale del giudice. Se la

verità deve emergere in sede processuale, la personalità del giudice

precede il processo e di questo non si può tenere conto perché il giudice è

pur sempre un essere umano. Se il tutto verte sulla maggiore o minore

indignazione che suscita l’uccisione di Agamennone o quella di

Clitennestra, questo non dipende dalle prove, dai testimoni, ma da quello

che uno sente.

Apollo ora sparisce. Oreste si congeda per la buona sorte, promettendo

la sua alleanza e amicizia della sua Argo con Atene. Le Erinni esplodono in

tutta la loro indignazione e si sentono vittime di un’ingiustizia e minacciano

a quello che avevano detto: vittime di un’ingiustizia

di dare seguito

sentenza, spogliate di prerogative che le erano state attribuite fin

dall’antichità, che si sono previste privata da questa prerogativa da giovani

Quindi, dall’altro emano una serie di minacce e dall’altra lamentano il

dèi.

sopruso di cui sono state vittime. Anche Atene fa parte dei nuovi dèi che

hanno calpestato le vecchie leggi. Non nasce qui il diritto, il diritto c’era, le

antiche leggi assegnavano alle Erinni il compito di punire certi delitti. Ma le

Erinni sono una metafora: sono la civiltà della vendetta che è stata violata.

“Veleno contro veleno in cambio di questo dolore”: si riafferma un principio

di giustizia fondamentale: esse ripropongono di nuovo il contraccambio.

“Voi mi avete umiliata, io vi umilierò” il tutto in nome di Dike. La loro

giustizia è diversa da quella che questi nuovi dèi vogliono incarnare. E qui

Atena cambia registro e Atena si affida a Peto(?), la dea del convincimento,

della ragione, e cerca di ammansire le Erinni con un discorso razionale. Il

verdetto è anzitutto è alla pari.

Ci interessa che Atena sottolinea che ancora su metà dei cittadini le

Erinni fanno ancora presa. Se Oreste è stato assolto, non è disonore per

l’aveva così

voi. La prima argomentazione che ripropone Atena non

percepita, soltanto che non l’aveva utilizzata. L’argomentazione la usa per

convincere le Erinni che è Zeus che ha disposto in questo modo. Le Erinni

ripetono nuovamente quel che avevano detto prima.

Atena passa ora alle promesse: promette grandi favori, onori se le Erinni

accetteranno di lasciar perdere le persecuzioni ad Atene. E insisterà sul

fatto che esse debbano rinunciare alla vendetta su Atene. C’è una

esaltazione dell’armonia sociale, della pace. Qui c’è ancora l’Atena

imperialista, è al massimo della sua fioritura. E quello che Atena chiede in

nome di Atene non è la rinuncia alla guerra, ma la rivendicazione di una

violenza che si trova all’esterno.

A noi interessa quello che Atena dirà al suo pubblico. Atena dice che

questa trasformazione delle Erinni in benevole sarà sì un modo per

continuare a punire attraverso una sorte poco gratificante coloro che si

comportano male, ma sarà anche una garanzia di felicità per chi ben si

comporta. Il diritto abbandonata la sua fase in cui la violenza, la vendetta

invocava i popoli, non è più quel diritto; il diritto diventa di qualcosa di più

ampio. Queste Erinni saranno la garanzia, ma anche il premio di chi si

comporta bene. Ognuno avrà quel che merita. Era il principio su cui era

fondata anche la vendetta (il male per il male), ma non è solo questo il

diritto. Il contraccambio presuppone che se al male bisogna corrispondere

con il male, al bene si deve rispondere con il bene. L’unica trilogia

pervenutaci è una trilogia legata o continua, è la stessa vicenda che si

svolge in tre tragedie e si conclude con un lieto fine. Perché perfino la parte

sconfitta viene ad essere gratificata. Il rischio del diritto è creare

umiliazione: no, anche la parte sconfitta viene apprezzata. Il riferimento a

Zeus: forse voi avete ragione, ma è stato Zeus a volere quello che è

accaduto.

Quindi, in questa trilogia legata abbiamo visto una civiltà imperniata sulla

vendetta nel suo pieno fulgore. C’è quindi vendetta e c’è un’altra

componente e cioè il ghenos. Queste uccisioni sono legate al ghenos e la

civiltà giuridica di una società basata sul ghenos, il superamento del

vincolo di sangue accompagnerà il superamento della civiltà della vendetta.

Qualche accenno alla crisi del ghenos c’è. Pensiamo a Oreste la cui

falsa morte non turba la madre, che negli occhi nasconde un sorriso, e

turba invece la sua nutrice che lo aveva allevato. È strano che la persona

alla quale Oreste chieda consiglio sia Pilade, che è soprattutto un amico di

Oreste. Quindi, è la civiltà del ghenos che affida la vendetta alla giustizia

penale, ma è una civiltà in cui questo assolutismo del rapporto di ghenos

nell’Atene del V secolo non è più sentito come tale da essere più forte di

altri legami.

Qual è l’elemento che noi stiamo vedendo in azione e che poi entra in

crisi? L’istituto giuridico, la vendetta, ha le sue regole: la punizione spetta

agli appartenenti al ghenos, che si può attuare non necessariamente del

solo autore, ma di un membro qualunque del ghenos (Agamennone viene

ucciso da Egisto perché deve scontare ciò che ha fatto il padre); ma questo

rapporto di ghenos non può essere anteposto al rapporto con la polis.

Agamennone che ama la figlia, che soffre nel profondo di quello che è

costretto a fare, sceglie pur sempre la polis. La vendetta è tuttavia è un

istituto giuridico anche perché è regolata dal principio del contraccambio,

della proporzionalità, che essa sia importante lo vediamo subito all’inizio:

perché Agamennone deve uccidere la figlia? Perché la sa armata andrà

contro a una situazione turpe come fanno le aquile che si nutrono dei

piccoli, faranno qualcosa di eccessivo che faranno per ordine di Zeus.

Artemide non può chiedere a Zeus di quello che ha fatto, eppure

Agamennone ha fatto quel che ha fatto per conto di Zeus. Anche la sorte di

Agamennone è segnata perché dovrà pagare quel che ha fatto.

Clitennestra può chiedere conto di quello che ha fatto, di nuovo il

contraccambio: Efiginia è uccisa con l’inganno, così Clitennestra uccide lui

con l’inganno così come Oreste nei confronti di Clitennestra. Però manca

una cosa alla civiltà giuridica della vendetta? Ci sono dei limiti.

• Il giustiziere, sia egli Clitennestra sia Oreste, ma il giustiziere,

colui che è chiamato per conto della polis a chiamare giustizia oltre a

risarcire se stesso della privazione subita, il giustiziere è un essere

umano, una parte in causa e quindi è difficile che si agisca

esclusivamente per giustizia, perché c’è tutta una serie di interessi

che in qualche modo possano inquinare la purezza dell’atto di

giustizia. Clitennestra non può dimenticare che A. oltre a uccidere la

figlia, non può dimenticare che A. è stato delizia delle Criseide, lo

stesso per le altre schiave; non solo, è un’umiliazione per lei: questa

principessa troiana. Ragioni di ostilità che si aggiungono alla giustizia

di Agamennone. C’è poi anche la sua aspirazione al potere.

L’uccisione di A. è un modo per sbarazzarsi di un personaggio. E’ un

modo per appropriarsi dei beni di A. e di poter governare. Questo può

per Oreste: non c’è solo

inquinare la giustizia privata. Lo stesso

volontà di fare giustizia, ma anche volontà di riappropriarsi della sua

reggia, poter riconquistare il potere; e lo stesso per Elettra, che viene

considerata come una schiava. Una serie di elementi che fanno sì

che la vendetta come giustizia privata abbiano dei margini che

possono inquinare la giustizia;

• Distruzione di Troia è la vendetta degli Atridi per l’offesa patita

dal loro ghenos quando Paride ha portato con sé Elena. Per

compiere questo, è necessario sacrificare Efiginia, e questo comporta

dovere per Clitennestra di uccidere A. e l’uccisione di A. porta il

dovere a Oreste di vendicare il padre. Da un lato le parole di Oreste

(“Violenza contro violenza, giustizia contro giustizia”), si accinge a

dare alla madre quel che le spetta e dice questo. Abbiamo trovato

pochi versi prima in Elettra parole un po’ diverse e sembrava che per

lei si stesse per fare giustizia che nasceva dall’ingiustizia compiuta da

Clitennestra. Le parole di Oreste non dice questo: dice che anche la

giustizia di Clitennestra è giustizia, una diversa giustizia. Abbiamo

una catena senza fine: se io per fare giustizia devo ricorrere alla

violenza, chi subisce la mia violenza riterrà di dover fare giustizia. Se

la gravità dell’atto si giudica dal danno compiuto, il fatto che qualcuno

agisca per fare giustizia conta assai poco. Chi ha subito vendetta si

vendicherà a sua volta. Non si sofferma sulle giustificazioni che ha

fatto colui che ha compiuto vendetta. Pensiamo a Clitennestra: ma

questi suoi figli è possibile che non ricordino la sua motivazione,

ovvero vendicare la figlia? Eppure, sarebbe bastato questo a

dichiarare lecita la vendetta, ma siccome si guarda al danno subito, si

fa riferimento solo a quello che ha fatto Clitennestra. Il limite

vendetta è che non assolve una delle ragioni d’essere

principale della

del diritto: cioè alla difesa della pace sociale. E’ quello che sottolinea

Atena nel finale delle Eumenidi. Invece la violenza della vendetta

richiama altra violenza, la violenza invece che essere una fine della

violenza, diventa una sorta di moltiplicatore. Se la giustizia è

vendetta, ogni vendetta esigerà a sua volta un’altra vendetta e questa

catena non finisce più. Ed ecco che nel finale, l’interruzione di questa

catena imposta da Atena, che indirizzerà la violenza delle Erinni

all’esterno. Questa stessa tematica viene poi affrontata da Euripide

con molte variazioni.

14/03/2017 EURIPIDE

Elettra e Oreste

Il processo seguito ha delle modalità tecniche: prima parla l’accusa, poi

dovrebbe parlare l’accusato che non ce la fa a parlare e parla Apollo, che si

giustifica come complice, testimone e difensore. Assume tre ruoli

formalmente inseriti nella dialettica processuale e di questi tre finisce per

dominare il ruolo del difensore. Se si interpreta la motivazione di Atena

come qualcosa che non a che fare con la terza motivazione (che potrebbe

rifiutare le competenze alle Erinni: e anche questo è un elemento formale).

Le Erinni sono la metafora del pentimento, del rimorso. Potrebbero agire

indipendentemente dall’autorizzazione di Atena, però l’altro elemento dove

non c’è formalismo è quando Atena prima chiede alle Erinni e poi a Oreste

se sono disposti ad accettare il verdetto. Anche questo è interessante.

Nell’Aiace c’è l’accettazione di un’autorità superiore che deve dare un

giudizio, la decisione data dalla commissione incaricata, non è gradita a

una delle parti. Rifiutare il contenuto di un giudizio dopo che si è accettato il

giudizio è una delle più brutte sciagure che può capitare alla civiltà

giuridica. Se io accolgo il verdetto solo se favorevole, non ha senso

sottoporsi al processo. E Atena ha questa intuizione e si accerta che l’esito

sia accolto. Le Erinni alla fine accettano la sentenza, non pretendono di

perseguitare ugualmente Oreste. Intanto, si può avere processo in quanto

le parti si spoglino di ogni possibile rivendicazione e si assoggettino a chi

giudica. Forse poi questi elementi che sembrano smentiti dalla decisione di

Atena; e questa sì è una decisione anti formalista. Vedremo come un

processo non tecnico come questo sarà quello a cui viene sottoposto

nell’Oreste di Euripide lo stesso Oreste: qui avremo un processo politico

che si svolge di fronte a una polis e inoltre le argomentazioni adoperate

sono considerazioni di vario genere, spesso irrazionali, legate a scelte

pratiche, politiche, con le quali è difficile confrontarsi. IN questo processo

non prevale chi adduce più prove, ma prevale la parte che convince meglio

che lo convince con una serie di elementi non giuridici.

La violenza subita da Efiginia e la giusta azione di Clitennestra viene

lasciata nell’ombra e questo consente ai suoi figli di uccidere la madre

senza particolari problemi. Ci si vendica non solo per compiere un atto di

giustizia, ma perché c’è una serie di ragioni.

C’è un formalismo necessario in termini di garantismo processuale.

Abbiamo sottolineato che non nasce il diritto con il processo nelle

Eumenidi. Perché la civiltà giuridica che procede il processo è una civiltà

giuridica: che si basa sul ghenos e sulla giustizia privata attribuita ai

membri del ghenos, i quali possono rivalersi su chi ha provocato loro un

danno anche indipendentemente dalla responsabilità personale, ma in

base a quella oggettiva. La vendetta presuppone: degli appartenenti al

ghenos, chiunque si può vendicare. Il soggetto passivo della vendetta è

chiunque appartenga all’altro ghenos al quale apparteneva chi ha subito il

danno. Ci sono vendette legittime e illegittime. La vendetta è legittima, ma

se tu eccedi, passi dalla parte del torto. Agamennone verrà punito perché

la sua vendetta andrà oltre. La vendetta può essere quindi legittima o

illegittima, si basa sul contraccambio: se è rispettato, allora la vendetta è

legittima. –

La vendetta ha una finalità general preventiva. La vendetta ha la

funzione di dissuadere dal compiere da atti violenti e questa non è una

motivazione riconducibile alla morale. Una giustizia che fa riferimento alle

conseguenze della sanzione non è più una sanzione morale, ma del diritto.

Appare nel discorso di Apollo, la vendetta che le Erinni vogliono

compiere, il loro tipo di giustizia viene definito come qualcosa di barbarico.

Le Erinni sono divinità autoctone, di una fase della civiltà ellenica ancora

arcaica. Come fa Apollo a squalificare la giustizia delle Erinni e quindi a

ritenere che si tratti di principi di giustizia inaccettabile se alle origini c’è un

sacrificio umano? Il sacrificio di Efiginia si inscrive in un tipo di civiltà nella

quale si ritiene che le divinità possano essere ammansite, possano

ringraziare per i benefici ricevuti. Come nella Bibbia (Abramo e Isacco),

anche qui Efiginia nel momento in cui sta per essere sacrificata verrà

sostituita da un capriolo, secondo altre versioni. Diventerà sacrificio di un

animale in sostituzione del sacrificio umano. Se io mi devo privare per

ottenere benevolenza divina di ciò che più è caro, ebbene la cosa più cara

è l’essere umano.

I nuovi dèi hanno criteri diversi del tipo di giustizia e tendono a escludere

il passato della civiltà ellenica. Dunque, la vendetta è un istituto giuridico,

regolato giuridicamente, che ha finalità tipiche della sanzione penale e

tuttavia questa vendetta appare inaccettabile come criterio di giustizia per

queste ragioni e perché non dà garanzie di essere atto di giustizia

affidabile. Se incaricato di fare giustizia è colui che ha subito un danno,

ebbene questo essere umano potrebbe essere animato anche da altre

motivazioni oltre a fare giustizia (vedi Clitennestra: desiderio di potere,

gelosia per ciò che ha fatto Agamennone ecc. Ed Egisto oltre a voler fare

giustizia, ha questa ambizione del potere.) Può una civiltà giuridica

appagarsi si questo quando esse vengono sentite inaccettabili? Stiamo

assistendo a una storicizzazione del diritto e della giustizia: non è vero che

ciò che è considerato giusto ora dovrà essere considerato anche nei secoli

dei secoli giusto. Perché il diritto e la giustizia sono legate a una certa fase.

Quindi, il fatto che nella civiltà arcaica la vendetta era accolta come giusta,

non è detto che sarà sempre così. E’ la grandezza di Eschilo. Al contrario,

nell’Antigone di Sofocle si sostiene che le leggi non scritte, che a differenza

di quelle scritte hanno una data di nascita, le leggi non scritte non se ne

conosce la data di nascita e quindi le consideriamo come se esistessero da

sempre.

Eschilo ci ha fatto vedere che si passa da una generazione di divinità a

un’altra. Le Erinni sono le antichissime divinità, i nuovi dèi sono anch’essi

dèi ma trovano ingiusto il modo di concepire la giustizia da parte delle

Erinni. Ecco questo ci aiuta a capire come nell’arco di una trilogia, di una

giornata, ci viene metaforicamente descritto un lungo cammino di una

non nasce nel processo. C’è poi la consapevolezza di

civiltà giuridica che

un altro limite: mentre la vendetta riesce a punire, forse anche a

dissuadere, tuttavia non assolve alla funzione di porre fine alla violenza, di

controllarla. Ogni vendetta appare a chi la subisce come ingiusta e se

vendetta chiama vendetta la catena non si arresterà mai e quindi è

necessario andare oltre questa civiltà. Qual è l’altro aspetto per noi

particolarmente significativo proprio nelle Coefore?

È singolare che a pochi versi di distanza quello che per Elettra è la

giustizia che nasce da ingiustizia (Clitennestra ha compiuto un atto

ingiusto) e a pochi versi dopo però Oreste, che è un personaggio

abbastanza scialbo nella trilogia, dirà nel preannunciare quello che si sta

per verificare dirà: violenza contro violenza, giustizia contro giustizia.

Quello che ci dice Eschilo è che anche quello di Clitennestra era una forma

di giustizia, e anche quella di Clitennestra e Oreste è una forma di violenza.

C’è la consapevolezza che ognuno ha le sue ragioni, la sua giustizia da

E’ l’altro limite della civiltà della vendetta: ci vuole un giudice

perseguire.

terzo che si ponga al di sopra delle parti. Come avviene il processo? Non

dovremmo dimenticare che ancora nel V secolo di Atene, ma anche in

non esiste la figura dell’avvocato difensore. Ma qui invece

quelli successivi,

abbiamo l’assistenza tecnica dell’avvocato, sarà lo stesso Oreste a dire

“Apollo, aiutami tu”.

Retorica: arte di convincere, la capacità di rappresentare ciò che è

avvenuto in maniera fedele. In un teatro con finalità educative, non sarebbe

concepibile che avesse vittoria chi dice bugie. Il retore ha questo compito di

convincere e per farlo deve argomentare razionalmente come fa Apollo.

Apollo segue un ordine nestoriano: 1) Apollo ha ordinato Oreste di fare

quel che ha fatto in nome e per conto di Zeus; 2) tutto sommato non si può

ritenere che l’uccisione di un grande eroe sia meno grave dell’uccisione di

una donna qualunque (omettendo di sottolineare che si trattava del figlio

donna); 3) non c’è rapporto di consanguineità tra madre e

che ha ucciso la

figli: quindi, non è più grave di uccidere la madre di quanto non sia uccidere

un qualsiasi altro uomo.

Se c’è un argomento particolarmente forte, se c’è n’è un altro alla fine,

perché mettere anche un argomento meno debole, quale è il secondo?

Oreste ha agito in uno stato di necessità: però questo argomento Atena

non lo adopera e avrebbe potuto utilizzare allora il terzo: mancanza di

consanguineità: le Erinni hanno detto fino alla noia che puniscono soltanto i

delitti di sangue, quindi se non c’è consanguineità tra Oreste e Clitennestra

essere non hanno giurisdizione. Mancava l’imputabilità di Oreste e manca

la competenza dell’accusa. Invece, Atena non considera né l’una né l’altra

causa, ma di fatto ci dice che lei si sente molto più vicina al maschile che al

femminile e non può considerare più grave l’uccisione di una donna che ha

ucciso il proprio sposo dell’uomo che ha ucciso la donna. Uccidere una

donna è meno grave di uccidere un uomo. Non si può prevedere prima

quali di questi argomenti funzioneranno meglio perché il fatto che certi

argomenti funzionano meglio degli altri dipende molto anche dalla

personalità di chi questi argomenti è chiamato a valutare. Per Atena

l’argomento più debole diviene il più forte e qui Eschilo sembra quasi

contraddirsi: prima ha impostato magnificamente questo primo processo

simile a quelli del nostro tempo facendo dire ad Atena di procurare prove e

testimonianze, e invece la sentenza di Atena non poggia né su una prova

né su una testimonianza, ma poggia esclusivamente sulla personalità di

Atena, su quello che Atena è, sui suoi sentimenti. Sembrerebbe una

caduta: come allora questo formalismo, questi processi non serve a nulla?

È un suo limite? O forse ci vuole dire che quello che è decisivo è la

personalità del giudice. Nessun giudizio può prescindere dal pregiudizio, da

quello che il giudice è prima di sentire le argomentazioni e la civiltà tende a

limitare al massimo il suo arbitrio, e tuttavia difficilmente il giudice potrà

spogliarsi per intero della sua personalità.

A questo segue l’indignazione delle Erinni, che si sentono vittime di una

grave ingiustizia da parte delle nuove divinità che le hanno spogliate delle

loro prerogative e cioè avere giurisdizione sui delitti di sangue. Atena

potrebbe risolvere la questione con i fulmini del padre (dato che la chiavi),

ma non lo fa preferendo cercando di convincere le Erinni e ringrazierà la

dea della persuasione. Nega intanto che Le Erinni siano state umiliate,

perché in fondo avevano avuto nel processo metà dei voti a favore della

loro tesi; poi era stato il volere di Zeus di far prevalere Oreste. Come mai

Atena dice ora questo, e nella sua motivazione non ha parlato di Zeus?

Forse questa non è la vera motivazione, e tuttavia forse Atena percepisce

che le Erinni hanno la loro parte di ragione.

Parità dei voti ci dimostra che il diritto e la giustizia non cambia dall’oggi

al domani: mutano nel tempo con contrasti. Una società si può dilaniare a

lungo su ciò che è giusto e ingiusto. Ci interessa però che le Erinni non si

fanno convincere da questa tesi, sono furibonde, vogliono punire Atene. In

un momento in cui la città è dilaniata da uno scontro tra progressisti e

conservatori, il messaggio della tragedia vuole essere questo: non ci si

deve dilaniare, bisogna che la violenza non sia definitivamente soppressa.

Atene è pur sempre la capitale di un impero militare, navale. All’interno ci

deve essere armonia, e all’esterno con questa armonia interna, si può

All’interno della polis ci deve essere armonia,

affrontare il nemico.

solidarietà, per affrontare al meglio i nemici esterni.

Atena offre poi loro di diventare le divinità protettrici della città di Atene:

le Erinni stesse diventeranno benevoli perché non solo dovranno

il male, ma dovranno anche premiare il bene. C’è una nuova

sanzionare

configurazione del diritto: non si deve soltanto punire i malvagi, ma si

devono tutelare anche i buoni, coloro che meritano un premio. Quindi, un

diritto che si evolve non solo per quanto riguarda gli strumenti penalistici.

Inoltre, si deve far riferimento a un criterio giuridico che faccia riferimento

alle intenzioni: altra novità rispetto alla civiltà della vendetta.

Cambia questa civiltà con le divinità nuove. Questo vecchio e nuovo,

mirabile modo che ha trovato Eschilo… a cosa fa riferimento

questo

Eschilo per spiegare la mutazione del diritto? Fa riferimento alla

generazione degli dei. Religione: Cristo, nuova generazione, vi è stato

detto che… e io vi dico che…


PAGINE

290

PESO

1.24 MB

AUTORE

NalV

PUBBLICATO

3 mesi fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti presi in maniera precisa a lezione. La materia trattata si inserisce nell'ambito della Filosofia del diritto. Durante il corso sono stati letti ed esaminati vari testi, ossia l'Orestea di Eschilo, l'Oreste e l'Elettra di Euripide, l'Aiace e l'Antigone di Sofocle e, infine, l'opera teatrale "Il Mercante di Venezia". Sono stati così analizzati i valori/principi espressi da ogni dimensione storico-sociale a cui le opere suddette fanno riferimento. Negli appunti sono presenti anche parti del testo su cui il professore si è maggiormente soffermato, fondamentale per capire su cosa occorre effettivamente prepararsi per l'esame orale. Questi appunti mi hanno consentito un'ottima preparazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PISA, LIVORNO)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher NalV di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto e letteratura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Ripepe Eugenio.

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