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Diritto delle imprese Appunti scolastici Premium

Appunti di diritto delle imprese basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Abriani dell’università degli Studi di Firenze - Unifi, facoltà di economia, Corso di laurea in economia aziendale. Scarica il file in formato PDF! voto preso: 25

Esame di Diritto delle imprese docente Prof. N. Abriani

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riconosciuta, oltre che alle società commerciali, a chiunque esercitasse per professione abituale atti

di commercio in senso oggettivo, quelli cioè dalla legge qualificati come commerciali. Inoltre,

l'applicazione della disciplina sostanziale e processuale degli atti e dei rapporti commerciali, finisce

per trovare applicazione non soltanto a quelli compiuti dai commercianti, ma a tutti gli atti di

commercio in senso oggettivo, da chiunque compiuti. Il diritto commerciale vede pertanto

modificarsi non solo la struttura, ma anche la configurazione e lo statuto speciale, riservato a chi era

in possesso della relativa qualifica. Da diritto dei commercianti, il diritto commerciale diviene

diritto del commercio, cioè degli atti di commercio. In questo contesto, la nozione di atto di

commercio in senso oggettivo assumeva rilevanza sia in quanto assoggettato alla disciplina

commerciale degli atti, sia in quanto condizione dell'acquisto della qualità di commerciante. La

possibilità di considerare il diritto commerciale in termini di autonomo sistema, dotato cioè di un

proprio sistema di fonti, viene meno nel 1942, a seguito dell'unificazione del diritto privato in un

sistema unitario, regolato da un unico codice, il codice civile, contenente tutto ciò che concerne il

diritto commerciale, fatta eccezione per il commercio marittimo, le cui norme confluiscono nel

codice della navigazione (fonte primaria del sistema della navigazione, sia navale che aerea), e per

il fallimento, che fa riferimento alla legge fallimentare, che non si configura però come un sistema

autonomo rispetto al diritto privato. Essa forma un sistema unitario con il codice civile. Talune

rilevanti regole, originariamente applicabili alla sola materia del commercio, finiscono per assumere

una portata generale, estesa a tutti i rapporti tra privati, assistendosi a quella che è stata chiamata la

commercializzazione del diritto privato. Si pensi: alla regola secondo la quale tutti i debiti

pecuniari liquidi ed esigibili producono interessi di pieno diritto, che nel sistema precedente era

applicabile ai soli crediti commerciali; alla presunzione di solidarietà tra i condebitori, che nel

sistema precedente, risultava applicabile ai soli debiti commerciali e non a quelli civili; alla validità

della vendita di cosa altrui, attualmente affermata in via generale e che in precedenza risultava

prevista solo per la vendita commerciale; alla presunzione di onerosità del mandato, prevista per

ogni tipo di mandato e che in precedenza vigeva per il solo mandato commerciale. Il codice civile

del 1942, contiene una serie di norme corrispondenti a quelle che componevano l'originario statuto

del commerciante, ma che adesso sono riferite all'imprenditore commerciale, e cioè a colui che

esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello

scambio di beni o servizi. La sostituzione della figura del commerciante con quella

dell'imprenditore, rappresenta l'espressione dell'evoluzione del sistema economico segnata della

progressiva perdita di centralità del fenomeno del commercio, inteso nel senso stretto di

intermediazione negli scambi, e del parallelo acquisto di una posizione di crescente rilevanza di una

specifica modalità di produzione, cioè quella seriale e automatizzata. È, in conclusione, l'impresa a

rappresentare l'autentico oggetto di quella parte del diritto privato che si è soliti continuare a

designare come diritto commerciale, il quale si configura ora come diritto delle imprese.

La Costituzione, in tale contesto, muove dalla netta affermazione del principio della libertà

d'impresa e ribadisce che il nostro sistema è improntato ai principi teorizzati dal pensiero economico

di stampo liberale. Principi in cui si auspica che le imprese operino in un regime di concorrenza,

nella convinzione che un sistema basato sulla concorrenza sia quello che meglio è in grado di

soddisfare anche istanze di benessere collettivo. La Costituzione fatica tuttavia a riconoscere del

tutto il primato del mercato concorrenziale. Ne è conferma l'art. 41 Cost., il quale, mentre al primo

comma, riconosce il diritto di ogni consociato di esercitare liberamente l'iniziativa economica, ai

commi successivi apre la strada a sue possibili e significative limitazioni, legittimando così ancora

la prospettiva di un accentuato intervento pubblico nell'economia. Significativo è soprattutto il terzo

comma, il quale consente allo Stato di prevedere interventi in funzione di controllo e indirizzo delle

attività economiche private. Molto importante è anche l'art. 43 Cost., il quale ammette che lo Stato

si può riservare l'esercizio delle attività di preminente interesse generale, riflettendo dunque la

convinzione che non tutto può essere lasciato al dispiegarsi della concorrenza. Il sistema che ne

risultava si è venuto però progressivamente modificando a partire dalla fine degli anni cinquanta per

effetto del processo di integrazione europea. Tale processo aveva come primario obiettivo, quello di

favorire lo scambio e la circolazione dei prodotti, ampliandosi poi, in seguito, in quanto affiancò a

tali obiettivi, quello della creazione di una più stringente unione di tipo monetario e politico. Le

conseguenze principali che il processo di integrazione europea ha avuto sul nostro diritto delle

imprese sono:

• una progressiva erosione della sovranità statale, rispetto alla produzione di norme giuridiche

destinate a disciplinare l'esercizio delle attività economiche e a risolvere i conflitti che il loro

svolgimento nel mercato determina: la necessità di garantire un'omogenea realizzazione delle

libertà riconosciute dal Trattato, ha reso necessario uniformare la legislazione dei diversi Stati

membri in punto di disciplina delle operazioni di investimento, delle forme di organizzazione

di impresa e delle sue condizioni di esercizio, di definizione delle regole condotta sul mercato,

di disciplina delle relazioni contrattuali e dei rimedi e delle tutele esperibili dalle parti

contraenti;

• il tramonto della concezione per cui le ragioni di interesse generale possono giustificare

l'imposizione di limiti e controlli al dispiegarsi della libera iniziativa in campo economico. La

prospettiva posta al centro è quella del primato del mercato, vale a dire l'idea che è unicamente

l'esistenza di un sistema aperto alla concorrenza che consente di raggiungere la

massimizzazione sia dell'interesse individuale sia del benessere collettivo. Tale impostazione

ha condotto così a ridurre le forme di intervento pubblico nell'economia di matrice dirigistica e

corporativa; si pensi, in tale direzione al fenomeno delle privatizzazioni che ha interessato

quasi tutte le imprese pubbliche. Si pensi inoltre alla progressiva accentuazione dei vincoli e

dei limiti di natura amministrativa all'esercizio dell'iniziativa privata, così come alla natura

oramai affatto eccezionale dei meccanismi di autorizzazione al loro svolgimento; alla

scomparsa delle misure volte a garantire forme di sostegno pubblico alle imprese;

all'abolizione dei monopoli legali anche per le attività volte all'erogazione dei servizi

essenziali;

• la tutela e la promozione della concorrenza. In questo caso, il primato del mercato e

l'arretramento dell'intervento pubblico non significano che l'esercizio delle attività economiche

debba essere lasciato all'incondizionata sfera di libertà delle imprese. Il riconoscimento del

ruolo centrale del mercato nell'economia contemporanea implica che il legislatore non possa

evidentemente astenersi dall'intervenire al fine di contenere il rischio che la libera iniziativa vi

si esprima in forme tali da non condurre ai risultati ottimali attesi. Ebbene tale livello si

identifica con quello degli interventi volti a garantire che il mercato si conservi come una

struttura aperta alla concorrenza. Tale obiettivo viene realizzato, in primo luogo, con la

previsione di norme repressive di quelle condotte imprenditoriali che sono in grado di impedire

il dispiegarsi di un effettivo gioco concorrenziale (le cosiddette norme antitrust). In secondo

luogo, l'esigenza in esame è soddisfatta affidando a autorità pubbliche di elevata competenza

tecnica, ma indipendenti dal potere politico, una funzione di regolazione. Tale potere di

regolazione è tuttavia circoscritto all'adozione di misure che servano a ridurre il rischio di

condotte abusive da parte delle imprese dotate di significativo potere economico, limitandosi a

creare le condizioni affinchè possa dispiegarsi una concorrenza effettiva.

Il processo di integrazione europea è il fattore che con maggiore evidenza ha condizionato il modo

d'essere del sistema del diritto delle imprese attuale. Tuttavia, ad esso se ne può affiancare almeno

un altro, che è espressione del medesimo tipo di mutamento, solo declinato in una prospettiva

qualitativamente diversa: il fenomeno della cosiddetta globalizzazione dell'economia. La crescita

esponenziale del progresso tecnico e soprattutto lo sviluppo delle tecnologie dell'informazione,

concorrono a ridurre per le imprese alcuni di costi, chiamati costi di transazione, e in tal modo

offrono nuove molteplici possibilità di organizzazione.

La dimensione globale dei mercati è tra i fattori che hanno reso sempre più complesso il sistema

delle fonti di produzione normativa del diritto delle imprese. Ciascun Stato nazionale, è chiamato a

misurarsi non solo con altri sistemi giuridici, ma anche con poteri privati, in grado di esercitare

funzioni regolatorie al di fuori dei circuiti di controllo democratico. Risulta perciò evidente la

crescente difficoltà delle fonti tradizionali di regole oggettive di tenere il passo con dinamiche

economiche in rapida evoluzione, che sovente sono in grado di generare da sé il quadro giuridico

appropriato a garantirne l'ordinato svolgimento. La necessità di adeguarsi alle mutevoli esigenze

giuridiche dei traffici economici e finanziari, richiede un'accentuata flessibilità in punto di

formazione del diritto; flessibilità che rischia di entrare in conflitto con la tendenziale rigidità del

sistema delle fonti. Su tali esigenze di flessibilità si innestano oggi nuovi fattori di complessità, di

cui occorre valutare attentamente l'impatto sul sistema delle fonti. Viene in rilievo, il fenomeno di

produzione di norme sovranazionali, che in molti casi mette in crisi il modello stesso di

ordinamento a sovranità statuale, divenendo necessario soddisfare le rinnovate istanze di uniformità

e dell'intero corpus speciale del diritto commerciale. Tutto ciò conduce, dunque, all'affermazione di

un sistema di fonti transnazionali delle regole e dei traffici, le cui disposizioni sempre più spesso

sono ritenute direttamente azionabili dinanzi alle giurisdizioni nazionali. A ciò va inoltre aggiunto

che il fenomeno della produzione di regole sovranazionali che riguardano l'impresa e la sua attività

si sta progressivamente diffondendo anche in tutto il mondo delle organizzazioni e degli organismi

tecnici internazionali, oltreché nel sistema delle fonti private. Ne deriva una cospicua produzione

della soft law: cioè di raccomandazioni, indirizzi e altre regole, la cui cogenza è dapprima affidata a

sanzioni principalmente politiche, sociali e reputazionali, ma che poi vengono progressivamente

recepite dai trattati internazionali. Un altro fattore che condiziona la produzione delle norme che

individuano il corpus del diritto delle imprese, è rappresentato dall'incidenza del mezzo tecnologico

e, più precisamente, dall'information and communication technology sui mercati e sui traffici e più

in generale sull'attività e l'organizzazione dell'impresa. Le prassi e i protocolli elettronici già

ampiamente in uso nei diversi segmenti del mercato finanziario e la diffusione del commercio

elettronico, stanno portando all'affermazione di un diritto commerciale fatto di regole

universalmente uniformi, applicabili in un cyberspace non territoriale.

La varietà dei profili dell'impresa che occorre regolare, la costante e rapida evoluzione dell'impresa

e della sua disciplina, nonchè la complessità del sistema delle fonti normative, contribuiscono a

privare il diritto dell'impresa di una organicità formale. Esso si presenta invece in una prospettiva

sostanziale, muovendo cioè dall'impresa e dalle sue esigenze. In tale contesto, la stessa ricchezza dei

modelli organizzativi a disposizione di coloro che si propongono di svolgere un'attività

imprenditoriale si giustifica proprio alla luce dell'obiettivo di favorire l'accesso senza ostacoli al

mercato a ogni tipo di operatore, in modo da dare compiuta attuazione al principio costituzionale

della libertà di iniziativa economica. In questa prospettiva è apparso necessario esaminare in primo

luogo la disciplina della concorrenza, nella duplice accezione di complesso di norme destinate ad

assicurare, da un lato, il carattere concorrenziale del mercato e, dall'altro, il rispetto di una

fondamentale istanza di correttezza. Sempre alla luce del mercato, e delle sue concrete

caratteristiche, si comprende il significato della disciplina dedicata alla contrattazione dell'impresa:

in un mercato ideale, perfettamente trasparente e concorrenziale, caratterizzato da un'infinità di

imprese e di clienti tutti in possesso delle informazioni necessarie a operare le migliori scelte nel

loro interesse, non vi sarebbe infatti bisogno di alcuno specifico intervento normativo, dal momento

che ognuno sarebbe in grado di tutelare adeguatamente i propri interessi. Nell'ambito dei rapporti

contrattuali, una specifica rilevanza assumono quelli diretti al finanziamento dell'impresa: la fase

della raccolta dei capitali necessari a finanziare le iniziative imprenditoriali, e prima ancora

l'organizzazione del sistema finanziario teso ad assicurare che sul mercato siano sempre disponibili

capitali in misura sufficiente a garantire la necessaria provvista per le iniziative meritevoli,

rappresentano uno degli snodi essenziali del funzionamento di un efficiente sistema economico. La

dimensione finanziaria dell'impresa presenta del resto peculiarità che giustificano lo sviluppo di

specifiche operazioni di finanziamento che richiedono la predisposizione di schemi contrattuali

variegati e comunque più sofisticati di quello rappresentato dal mutuo. Spostando l'attenzione dal

mercato e dai rapporti contrattuali, alla struttura interna che caratterizza ciascuna impresa, si deve

notare come, rappresentando l'impresa come la cellula base del sistema economico, la sua

sopravvivenza e la sua crescita costituiscano un obiettivo essenziale dello stesso ordinamento. La

funzionalità dell'impresa dipende, in primo luogo, dall'efficienza dell'organizzazione delle

competenze e dei poteri dei soggetti che compongono la struttura dell'impresa, con particolare

riguardo all'insieme di regole e procedure relative all'amministrazione dell'impresa e

all'espletamento di una costante attività di controllo della stessa. Le esigenze del mercato si colgono

con particolare chiarezza anche nella disciplina del complesso dei beni organizzati dall'imprenditore

per l'esercizio della sua attività, vale a dire dell'azienda. Di essa l'ordinamento regola non tanto la

formazione, quanto la circolazione, al fine di favorire lo sviluppo di un mercato delle stesse

imprese, in modo da permettere l'allocazione più efficiente. L'organizzazione dell'impresa richiede,

inoltre, la costante documentazione della relativa attività, vale a dire la tenuta di una regolare

contabilità, in modo da agevolare lo svolgimento delle funzioni di controllo e di verificare anche a

posteriori il rispetto delle regole, come pure di offrire al mercato le informazioni necessarie a

ricostruire l'effettiva situazione dell'impresa. In generale, l'esigenza di trasparenza, che giustifica la

predisposizione di un complesso sistema di pubblicità legale, si avvale di uno specifico strumento,

il registro delle imprese, destinato a mettere i terzi in condizione di venire a conoscenza delle più

rilevanti vicende che riguardano l'impresa, che è imposto alle imprese stesse. Le esigenze di tutela

dei terzi, divengono particolarmente rilevanti nell'eventualità di una crisi dell'impresa, la disciplina

della quale, da un lato favorisce il buon esito di soluzioni concordate con i creditori e, dall'altro lato,

risulta sempre più orientata verso la salvaguardia del valore residuo ancora esistente, al fine di

massimizzare la soddisfazione dei creditori e di assicurare la conservazione del patrimonio

produttivo. Alcuni mercati, poi, richiedono regole e controlli particolari, in modo da realizzare

esigenze che le forze del mercato da sole non sono in grado di realizzare: si tratta dei cosiddetti

mercati regolamentati. Si pensi, a tal riguardo, al mercato finanziario, nel quale si fa ricorso al

risparmio del pubblico in modo da convogliarlo verso le imprese più meritevoli. O ancora si pensi al

mercato bancario, funzionale ad assicurare alle imprese il sostegno finanziario di cui hanno bisogno

attraverso la raccolta del pubblico risparmio, e al mercato assicurativo, nel quale operano imprese

che svolgono l'essenziale funzione di coprire tutti i rischi che le imprese introducono nel sistema.

Diverse sono invece le necessità che giustificano la regolazione dei mercati dei servizi di pubblica

utilità; l'intervento della legge si rende necessario al fine da un lato di aprire il mercato ad un

numero crescente di operatori, in modo da garantire l'accesso di chiunque intenda investire nel

settore, e dall'altro d assicurare la creazione e il mantenimento del carattere suo concorrenziale e di

evitare che i consumatori subiscano le conseguenze di consolidare posizioni di potere di mercato.

Sezione II - Nozioni e categorie di imprese

Lo svolgimento delle attività economiche, si realizza per il tramite delle organizzazioni di fattori

produttivi, lavoro e capitale, comunemente denominate imprese (o aziende). Occorre dunque,

esaminare quale rilevanza assuma sul piano giuridico il fenomeno economico-imprenditoriale,

ovvero quali nozioni giuridiche ad esso corrispondano e quali termini vengano a tal fine utilizzati.

Si deve precisare in primo luogo che l'impresa non è definita in quanto tale da alcuna norma del

codice civile o delle altre leggi che ne forniscono una disciplina. L'ordinamento si limita a prendere

in considerazione e a regolare i singoli profili dell'impresa, ciascuno dei quali non esaurisce e non

coincide con il fenomeno economico nel suo complesso. L'impresa può così coincidere di volta in

volta, con diversi profili, rappresentando: la struttura organizzativa; l'attività economica, esercitata

da quest'ultima; il complesso di beni strumentali, mediante i quali l'organizzazione svolge la propria

attività; il soggetto che è titolare dei rapporti giuridici derivanti dal suo esercizio. A tali diversi

profili non corrisponde sempre una specifica terminologia, in quanto anche la legge utilizza il

termine impresa in modo promiscuo. In alcuni casi, invece, la legge si avvale di termini appositi,

che individuano unicamente l'uno o l'altro profilo. Così dicasi per il complesso di beni strumentali,

che viene individuato con il termine azienda, e per il soggetto, che viene definito imprenditore. La

legge, poi, per distinguere le diverse categorie di imprese, definisce diverse categorie di

imprenditori (tale impostazione è dovuta in quanto vi è la necessità di individuare un soggetto che

sia il destinatario della disciplina giuridica). Alla qualificazione dell'imprenditore, l'ordinamento

provvede con una norma di carattere generale contenuta nell'art. 2082, ai sensi del quale è

imprenditore chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della

produzione o dello scambio di beni o di servizi. Problema significativo è dare significato alla

locuzione "chi esercita", in sè non decisiva per stabilire a chi vada attribuita la qualifica di

imprenditore. Tale obiettivo concerne sia la selezione dei soggetti che devono essere individuati

come destinatari delle discipline d'impresa, sia la delimitazione temporale entro cui la qualificazione

di imprenditore possa e debba essere attribuita al soggetto così selezionato. Si tratta perciò di

determinare l'ambito di applicazione della disciplina delle imprese, sotto il profilo sia soggettivo che

temporale. Oltre a definire generalmente l'imprenditore, la legge individua inoltre diverse categorie

di imprenditori, distinguendo gli imprenditori commerciali da quelli agricoli, gli imprenditori

piccoli da quelli non piccoli. Ciò fa si che le distinzioni ora fatte per gli imprenditori, ricadano

anche di conseguenza sulle imprese e sulle strutture organizzative, potendo definire così un'impresa

commerciale o agricola ed un'impresa piccola o non piccola.

L'art. 2082 c.c. richiede, affinchè si configuri un'impresa, lo svolgimento di un'attività che presenti

una pluralità di caratteristiche, le quali si considerano elementi essenziali, necessari e sufficienti, che

pretendono:

• che sia esercitata un'attività e non solo singoli atti. L'attività è intesa come pluralità di atti tra

loro funzionalmente collegati e finalizzati al perseguimento di un determinato obiettivo. Non

costituisce un'attività il compimento di singoli atti, che siano tra loro separati e autonomi, vuoi

dal punto di vista temporale, vuoi dal punto di vista funzionale.

• che l'attività abbia ad oggetto la produzione e lo scambio di beni o servizi. Sono da

considerarsi incluse in tale amplissima nozione tutte le attività economiche in senso lato. In

questa larga accezione, la connotazione dell'attività d'impresa viene detta produttiva e include

anche le attività che caratterizzano le imprese di investimento, che utilizzano capitali propri o

altrui per acquistare e vendere azioni e altri strumenti finanziari, e le imprese holding, che

svolgono attività di assunzione e gestione di partecipazione in altre imprese. Non presentano

invece connotati dell'attività produttiva le attività di mero godimento di beni e diritti, senza

produzione di nuovi beni e servizi e quindi senza creazione di nuova ricchezza. Inoltre, si deve

ritenere che la produzione di beni o servizi dia luogo ad un fenomeno di impresa solo quando i

prodotti siano destinati al mercato; ne segue che non si può annoverare nella nozione di

impresa le ipotesi di autoproduzione.

• che l'attività sia svolta con criteri economici. Il carattere dell'economicità riguarda le modalità

d'esercizio dell'attività, che deve avvenire secondo criteri tali da tendere alla copertura dei costi

coi ricavi. In tal modo, non rientrano nella nozione di impresa le imprese di erogazione, le

quali producono sì beni e servizi destinati a terzi, ma li forniscono a titolo gratuito. Il requisito

dell'economicità non richiede la presenza di uno scopo di lucro, bensì la sola copertura dei

costi con i ricavi dell'attività.

• che l'attività sia svolta in modo professionale. Tale requisito rappresenta una caratteristica

dell'attività produttiva, risolvendosi in una ulteriore modalità di esercizio e cioè nella sua

stabilità. La professionalità comunque non richiede che l'attività sia continuativa, potendo

definirsi professionale anche un'attività stagionale.

• che l'attività sia organizzata, cioè che non consista solo nel lavoro personale di un soggetto,

ma sia svolta tramite l'organizzazione di fattori produttivi ulteriori e diversi, quali il capitale e

il lavoro altrui. Si perviene così alla distinzione tra impresa e lavoro autonomo.

Tra gli elementi e i requisiti della nozione di impresa non viene annoverato quello della liceità

dell'attività economica esercitata. Ciò vale in ogni ipotesi in cui lo svolgimento dell'attività

d'impresa si ponga in violazione di norme imperative, tanto nei casi in cui l'attività economica sia in

sè lecita ma venga esercitata senza le prescritte autorizzazioni o al di fuori dai limiti consentiti dalla

legge, quanto nei casi in cui l'attività economica sia in sè illecita. All'interno delle attività che

presentano caratteristiche idonee alla configurazione della nozione di impresa, ve ne sono alcune

che non comportano la qualifica di imprenditore in capo ai soggetti che le esercitano: si tratta delle

professioni intellettuali, le quali consistono in prestazioni d'opera intellettuale, per alcune delle quali

la legge richiede l'iscrizione in appositi albi e la sussistenza di determinati requisiti. Tale esclusione

viene presunta dall'art. 2238 c.c., in base al quale le norme sulle imprese si applicano solo se

l'esercizio della professione costituisce elemento di un'attività organizzata in forma d'impresa.

Quest'ultima attività rappresenta qualcosa di diverso e ulteriore rispetto all'esercizio della

professione intellettuale, non essendo sufficiente, per configurare un'impresa, la circostanza che la

professione sia svolta con modalità organizzative e impiego di fattori produttivi tali da equipararle

in tutto e per tutto ad un'impresa di servizi.

Si possono individuare poi, diverse categorie di imprese, in base a diverse chiavi di lettura: vuoi in

dipendenza della tipologia di attività svolta, a seconda che essa sia agricola o commerciale; vuoi in

dipendenza delle dimensione dell'impresa, vuoi ancora in dipendenza della forma organizzativa

dell'impresa. Tale differenziazione ha lo scopo di diversificare l'applicazione delle norme che

compongono lo statuto delle imprese, rimanendo comunque principale la disciplina commerciale.

Analizziamo adesso l'impresa, dal punto di vista della tipologia di attività svolta. Nello specifico,

l'impresa agricola consiste (art. 2135) nell'esercizio di una delle seguenti attività:

• coltivazione del fondo;

• selvicoltura;

• allevamento di animali.

Sono quindi incluse tutte quelle attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico, sia

esso vegetale o animale. Tali attività ora elencate, sono individuate come attività principali; ci sono

poi alcune attività commerciali, che vengono considerate agricole per connessione dalla legge, e che

per tale motivo sono considerate attività connesse, che danno allo stesso modo la qualifica di

impresa agricola e sono:

• quelle dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e

valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti dalla coltivazione del fondo o del

bosco o dall'allevamento di animali;

• quelle dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature

o risorse dell'azienda, normalmente impiegate nell'attività agricola esercita.

Tale possibilità di poter considerare le attività commerciali come agricoli, presuppone la

connessione con una delle attività principali, sia dal punto di vista soggettivo che dal punto di vista

oggettivo. La connessione soggettiva si considera sussistente anche in mancanza di un'identità

formale tra i soggetti che esercitano i due tipi di attività, quando l'attività connessa è svolta da parte

di cooperative di imprenditori agricoli e di loro consorzi, a condizione che per lo svolgimento delle

attività connesse utilizzino prevalentemente prodotti dei soci. La nozione di impresa commerciale,

invece, non è definita in termini generali, ma è desumibile dall'elenco di attività che comportano

l'obbligo di iscrizione nel registro delle imprese (ai sensi dell'art. 2195). L'elenco delle attività che

possono quindi definirsi commerciali comprende:

• le attività industriali dirette alla produzione di beni o di servizi;

• le attività intermediarie nella circolazione dei beni;

• le attività di trasporto;

• le attività bancarie e assicurative;

• le attività ausiliarie delle precedenti.

Si è comunque soliti pensare che tale elenco vada ad integrare l'intera area della nozione generale di

impresa, per la parte non coperta della nozione di impresa agricola.

Il secondo criterio qualificante un'impresa è quello delle dimensioni. La legge individua perciò, in

tale direzione, la categoria della piccola impresa. Le imprese che non rientrano in tale categoria, si

annoverano tra le imprese non piccole. Per la legge (art. 2083), sono piccoli imprenditori i

coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un'attività

professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia. Le

singole figure del coltivatore diretto, dell'artigiano e del piccolo imprenditore non sono ben definite

nel codice civile, ma trovano svariate definizioni legislative al suo esterno, dettate al fine di

applicare norme di altra natura, prevalentemente fiscale, previdenziale e lavoristica. È artigiana

l'impresa che ha per scopo prevalente, lo svolgimento di un'attività di produzione di beni o di

prestazioni di servizi, escluse le attività agricole e le attività di prestazione di servizi commerciali, di

intermediazione nella circolazione dei beni o ausiliarie di queste ultime, di somministrazione al

pubblico di alimenti e bevande. Il requisito dimensionale di tutte le piccole imprese, in generale,

risiede nella prevalenza del lavoro personale e familiare rispetto agli altri fattori produttivi

organizzati nell'esercizio dell'attività economica. In tale maniera, a prescindere dall'attività svolta,

sarà configurabile una piccola impresa allorchè la rilevanza del lavoro personale e familiare sia

superiore a quella del lavoro altrui e dei capitali utilizzati. La piccola impresa si può inoltre

distinguere dalla categoria del lavoratore autonomo, il quale si presenta quando il lavoro viene

svolto unicamente con gli strumenti del mestiere, senza prestazione d'opera da parte di terzi. Infine,

possiamo individuare la microimpresa, riferendoci ad ogni ipotesi di esercizio di un'attività

economica artigianale, o di altre attività a titolo individuale o familiare.

Dal punto di vista della forma organizzativa, è possibile suddividere tutte le imprese, a prescindere

dalla loro attività e dalla loro dimensione, in base al modello organizzativo che viene adottato per

l'esercizio dell'attività economica. All'interno della nozione generale, desumibile dall'art. 2082,

assume particolare rilevanza la categoria dell'impresa commerciale non piccola. A questa categoria

di imprese è dedicato un ulteriore insieme di norme, che può essere convenzionalmente denominato

statuto dell'impresa commerciale, che si applica a tutte le imprese annoverabili in tale categoria, a

prescindere dalla loro forma organizzativa. Si tratta delle discipline in tema di pubblicità legale e

registro delle imprese, di rappresentanza commerciale, di scritture contabili e bilancio, nonchè di

fallimento e procedure concorsuali. In questo modo, si presentano asimmetrie, in quanto ci sono

alcune disposizioni dello statuto dell'impresa commerciale che si applicano a imprese non

qualificabili come tali (vuoi per amplificazione del legislatore o per rilevanza della forma

organizzativa); per altro verso, alcune norme dello statuto dell'impresa commerciale non sono

applicabili nei confronti di imprese che invece rientrerebbero in tale categoria. La disciplina del

registro delle imprese risulta applicabile alle seguenti fattispecie (anche qualora esse non siano

qualificabili come imprese commerciali non piccole):

• tutte le società, diverse dalla società semplice;

• tutte le imprese agricole, sia piccole che non piccole anche in forma di società semplice;

• le piccole imprese;

• le società semplici.

Le imprese pubbliche sono invece escluse da tale disciplina, allorché esse non esercitino in via

esclusiva o principale un'attività commerciale. La disciplina delle scritture contabili e del bilancio

viene estesa, invece, a prescindere dalla tipologia dell'attività e dalle dimensioni dell'organizzazione

aziendale:

• a tutte le società, diverse dalla società semplice;

• a tutte le imprese che assumono la qualifica di imprese sociali.

Infine, la disciplina del fallimento, non trova applicazione nei confronti dell'imprese pubbliche

(l'esclusione vale per ogni ipotesi di impresa pubblica, mentre non opera per le società a

partecipazione pubblica, le quali sono assoggettate a tutti gli effetti alle procedure concorsuali).

Costituiscono parte integrante del diritto delle imprese, quelle disposizioni applicabili alle figure di

origine comunitaria del professionista e del produttore. Per professionista si intende la persona

fisica o giuridica che agisce nell'esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale,

artigianale o professionale; per produttore si intende invece il fabbricante del bene o il fornitore del

servizio, nonchè l'importatore del bene o del servizio nel territorio dell'UE. Infine, possiamo dire

che alla disciplina generale delle imprese, si aggiungono alcune discipline speciali delle imprese,

rivolte tipicamente alle imprese che operano nei mercati regolati, quali i mercati finanziari, il

mercato bancario e il mercato assicurativo.

Occorre adesso, da un lato individuare il momento di inizio e di cessazione dell'impresa, al fine

della delimitazione temporale dell'applicazione della relativa disciplina; dall'altro lato, invece, si

devono analizzare i criteri che consentono di individuare il soggetto giuridico che assume la

qualifica di imprenditore. Per quanto riguarda l'ambito temporale di applicazione della disciplina

delle imprese, si deve ritenere che valgano due criteri diversi, a seconda che l'impresa sia o meno

organizzata mediante un modello tipicamente destinato al suo esercizio, a seconda, cioè, che si

tratti: di società, consorzi con attività esterna o centri pubblici economici; o di persone fisiche,

associazioni, fondazioni o enti pubblici non economici. Quanto all'inizio dell'impresa, per le persone

fisiche non può che farsi riferimento all'inizio effettivo dell'attività d'impresa. Per inizio effettivo

dell'esercizio dell'attività d'impresa si deve intendere l'inizio degli atti diretti a creare

l'organizzazione dell'impresa, senza che debba attendersi l'inizio degli atti dell'organizzazione, volti

alla produzione o allo scambio di beni o sevizi. Invece, per le società, si deve ritenere che il

momento iniziale di applicazione della disciplina coincida con la loro costituzione. Per quanto

riguarda la cessazione, vige, nel caso delle persone fisiche e degli altri soggetti, privati o pubblici,

non destinati all'esercizio di attività d'impresa, il criterio dell'effettivo esercizio. Meno agevole è,

però, l'individuazione esatta del momento in cui si verifica la cessazione dell'impresa, qualora uno

dei suoi soggetti decida di terminare l'attività e di procedere alla liquidazione della propria azienda.

La fine dell'impresa coincide in questo caso con l'ultimazione della liquidazione, mediante la totale

disgregazione del patrimonio aziendale. Per quanto riguarda le società e gli altri soggetti, privati o

pubblici, destinati all'esercizio di attività d'impresa, si deve ritenere applicabile il criterio temporale

basato sull'esistenza dell'ente: solo con la sua cessazione termina l'applicazione della relativa

disciplina. In linea di principio, al verificarsi della cessazione dell'impresa viene meno anche la

qualifica di imprenditore in capo al suo titolare. Tuttavia, eccezionalmente, ciò non avviene a causa

dell'assoggettamento al fallimento o ad altre procedure concorsuali, che perdurano per un periodo

successivo rispetto alla cessazione della qualifica di imprenditore, al fine di evitare che l'improvvisa

interruzione dell'attività comporti l'immediata sottrazione al fallimento e alle relative conseguenze.

Con riferimento, invece, al problema dell'individuazione del soggetto giuridico che assume la

qualifica di imprenditore, vige il principio della spendita del nome, in base al quale è imprenditore il

soggetto giuridico nel nome del quale viene esercitata l'attività d'impresa. In base a tale criterio, nel

caso del minore che eredita un'azienda al cui esercizio provvedono i genitori quali rappresentanti

legali, l'imprenditore è comunque il minore e non i genitori che esercitano l'impresa in suo nome.

Del pari, nel caso di un soggetto che deleghi interamente la gestione dell'impresa ad un institore,

l'imprenditore è il rappresentato e non il suo rappresentante. Nel caso di impresa in forma societaria,

la qualifica di imprenditore non viene assunta nè dai soci nel cui interesse ultimo viene esercitata

l'attività, nè dall'amministratore che la gestisce, bensì dalla società stessa, quale soggetto giuridico

autonomo, nel cui nome vengono compiuti tutti gli atti di impresa. Si è però affermato, che oltre al

criterio della spendita del nome, la qualità di imprenditore sia attribuibile anche a colui nel cui

interesse esclusivo viene svolta l'attività tramite un prestanome (teoria dell'imprenditore occulto).

Di conseguenza, qualora un soggetto si avvalga di un mero prestanome per esercitare indirettamente

una propria attività d'impresa, la qualifica di imprenditore verrebbe assunta, oltre che dal

prestanome, anche dal dominus occulto. Secondo un diversa teoria, invece, si è altresì sostenuto che

nell'ipotesi di esercizio dell'impresa per mezzo di un prestanome, sussisterebbe comunque la

responsabilità d'impresa in capo anche al soggetto che agisce sotto nome altrui. Il dominus occulto,

non assumerebbe la qualifica di imprenditore, ma sarebbe comunque responsabile per tutti i debiti

dell'impresa e verrebbe assoggettato al fallimento in caso di insolvenza. Il principale argomento a

sostegno della prima teoria consiste nell'applicazione analogica delle norme in tema di estensione

del fallimento ai soci occulti di una società con partecipazioni a responsabilità illimitata.

SEZIONE III - Modelli organizzativi delle imprese

Le imprese si differenziano tra loro anche per il modello organizzativo adottato per l'esercizio

dell'attività economica. Esso può essere definito come la forma giuridica che viene adottata per

regolare l'organizzazione imprenditoriale ed è anch'esso caratterizzato in linea di principio da un

principio di libertà. Si possono presentare diverse classificazione dei modelli organizzativi, a

seconda della chiave di lettura utilizzata. Una prima divisione, è tra le imprese individuali e le

imprese collettive: le prime sono quelle direttamente riferibili a una persona fisica; mentre le

seconde sono tutte quelle riferibili ad un ente di diversa natura. Tutte le imprese collettive, a

differenza di quelle individuali, presuppongono un atto di destinazione di beni e risorse idoneo a

separare le vicende dell’impresa da quelle di chi ha assunto l’iniziativa, dando così vita proprio alla

costituzione di un ente autonomo. È anche però, che oggi con il termine impresa collettiva si tende

ad indicare tutte quelle forme d’imprese diverse da quella individuale. Le imprese individuali,

rappresentano quindi la forma organizzativa più semplice, che si presenta con caratteristiche

costanti, salva l’eventualità di alcune minime ed eventuali varianti organizzative; mentre le imprese

collettive sono classificabili in diverse tipologie. Esse si possono distinguere in base alla natura

privata o pubblica del modello organizzativo, individuandosi così le imprese private e le imprese

pubbliche. Nell’ambito delle prime, spiccano per rilevanza e numerosità le imprese societarie, a

fianco delle quali si collocano le imprese non societarie (come consorzi, gruppi europei,

associazioni e fondazioni). Le imprese pubbliche, invece, si distinguono in imprese-organo e

imprese-ente, a seconda delle caratteristiche dell’ente pubblico che esercita l’attività economica.

L’impresa può poi essere strutturata mediante la combinazione e l’aggregazione di diversi modelli

organizzativi, dando vita all’impresa di gruppo. I modelli organizzativi adottati dalle imprese che

operano nel nostro Paese, possono distinguersi a seconda che la relativa forma giuridica sia

assoggettata al diritto italiano, piuttosto che al diritto di un altro Stato o direttamente al diritto

dell’UE. Va inoltre detto che la disciplina interna di alcuni modelli organizzativi prescinde di regola

dalla circostanza che essi assumano la qualifica di imprenditori. Di conseguenza, non rientrano nel

diritto delle imprese le norme sulle persone giuridiche private e sulle persone fisiche, né quelle sugli

enti pubblici in quanto tali. Diversamente, invece, avviene per quei modelli organizzativi per loro

natura volti all’esercizio dell’attività d’impresa, la cui disciplina è a tutti gli effetti disciplina

dell’organizzazione delle imprese. È inoltre vero che, determinate disposizioni normative dettate in

tema di società assumono rilevanza generale, in quanto vengono estese a tutte le imprese, a

prescindere dalla loro forma giuridica: ciò avviene, ad esempio, per una parte della disciplina del

bilancio. In linea di principio, la scelta del modello organizzativo da adottare per l’esercizio di

un’attività d’impresa è libera, in quanto lasciata dall’ordinamento giuridico alle discrezione del o dei

soggetti che assumono l’iniziativa economica. È anche vero, però, che per quanto riguarda le

imprese private, la scelta della forma giuridica non è priva di conseguenze, né del tutto libera in

ogni circostanza. Dall’adozione del modello organizzativo, infatti, dipendono importanti effetti su

diversi piani, con particolare riguardo: alla responsabilità per le obbligazioni contratte nell’esercizio

dell’impresa; alla destinazione dei risultati; alle regole relative alla gestione e alla rappresentanza

dell’impresa; al suo finanziamento e al suo assetto organizzativo. È inoltre vietata, la possibilità di

dar vita a modelli atipici e ciò in special modo nell’ambito delle diverse figure di società ,

caratterizzate dal principio di tipicità. Né, d’altronde, è sempre consentita l’adozione di tutti i

modelli organizzativi per lo svolgimento di qualsiasi attività economica: si pensi, ad esempio, alle

società semplici che non possono svolgere attività commerciali. Ad eccezione di tali limiti, non solo

vi è libertà nella scelta del modello organizzativo, bensì anche nella decisione di modificare il

modello prescelto oppure anche di cambiarlo, passando da uno all’altro. Tale tendenziale libertà di

passaggio da un modello all’altro, è significativamente testimoniata dalla disciplina della

trasformazione di società, con la quale si ammette la facoltà di effettuare trasformazioni eterogenee

da e in società di capitali, anche con forme giuridiche ben diverse, quali le associazioni, le

fondazioni, i consorzi e le comunioni d’azienda.

Per impresa individuale, si intende l’impresa direttamente riferibile ad una persona fisica. Si tratta

della più semplice tra le forme organizzative che possono essere adottate per l’esercizio di

un’attività economica e svolge pertanto un ruolo marginale nel quadro della disciplina delle

imprese: essa è infatti assoggettata alle norme dello statuto generale delle imprese, ma non è

destinataria di particolari norme concernenti il modello organizzativo dell’impresa. Per l’esercizio di

un’attività d’impresa da parte di una persona fisica, si applicano le disposizioni generali in tema di

capacità giuridica e di capacità di agire. Dunque, ogni cittadino italiano maggiorenne può

esercitare attività d’impresa e assumere conseguentemente la qualifica di imprenditore. Ciò vale

anche per tuti i cittadini dell’UE, nonché per tutte le persone fisiche di diversa cittadinanza, purchè

regolarmente soggiornanti in Italia. Per le persone fisiche straniere extraeuropee non regolarmente

soggiornanti in Italia, vale il principio di reciprocità, per il quale lo straniero è ammesso a godere

dei diritti civili a condizione e nei limiti in cui essi siano attribuiti ai cittadini italiani nello Stato di

provenienza dello straniero. La disciplina generale della capacità delle persone fisiche trova

applicazione anche per quanto riguarda la situazione degli incapaci. Per l’esercizio di imprese non

commerciali, vigono senza deroga alcuna le disposizioni dettate per il compimento di qualsiasi altro

atto o attività in nome e per conto dell’incapace. Vigono invece, norme speciali, che derogano i

principi generali ora richiamati, per quanto riguarda l’esercizio di imprese commerciali, in nome e

per conto di un incapace di agire. Sono disposte essenzialmente due deroghe al sistema ordinario:

• l’inizio di un’impresa commerciale in nome e per conto di un incapace è sempre vietato

mentre è consentita la continuazione di un’impresa già avviata;

• l’autorizzazione giudiziale alla continuazione di un’impresa commerciale consente

l’esecuzione, da parte del rappresentante legale, di tutti gli atti rientranti nell’esercizio

dell’impresa, senza che sia necessaria un’autorizzazione per ciascuno di essi.

L’impresa individuale, poi, può dar vita ad un particolare modello organizzativo allorché vi sia la

collaborazione di uno o più familiari della persona fisica nel cui nome viene esercitata l’impresa.

Ciò avviene a condizione che la collaborazione del familiare non sia regolata nell’ambito di un

diverso rapporto giuridico. La figura dell’impresa familiare è pertanto una figura residuale, che

non incide sulla natura individuale dell’impresa, bensì dispone alcune tutele a favore dei familiari

che collaborano con l’imprenditore, senza essersi preventivamente accordati sulla qualificazione e

sulla disciplina del loro rapporto. Tale disciplina consiste nell’attribuzione, ai familiari collaboratori,

di alcuni diritti di partecipazione all’impresa individuale, attinenti sia il profilo patrimoniale sia

quello gestorio. Dal punto di vista patrimoniale, essi hanno diritto al mantenimento secondo la

condizione della famiglia ed inoltre partecipano agli utili; dal punto di vista amministrativo, i

familiari partecipano alle decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi, nonché a

quelle concernenti l’amministrazione straordinaria. Si tratta in ogni caso di diritti a rilevanza

interna, che esplicano effetti nei rapporti tra l’imprenditore e i suoi familiari. Sempre nell’ambito del

diritto di famiglia, si configura l’impresa coniugale: si tratta di un particolare modello

organizzativo, che si verifica in ordine alle aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il

matrimonio, qualora tra i coniugi viga il regime della comunione legale. Si realizza, in tal caso, una

comunione d’impresa, che concerne sia la titolarità dei beni aziendali, sia la gestione dell’attività

d’impresa. Nel registro delle imprese, tali imprese coniugali, vengono iscritte quali imprese

individuali di uno dei due coniugi, non sussistendo la possibilità di imputare la medesima impresa a

due diversi soggetti. L’elemento di differenziazione con l’impresa individuale, sta nel fatto che,

l’impresa coniugale, non fa capo ad una sola persona fisica, bensì a due persone fisiche.

Nell’ambito dei modelli organizzativi di diritto privato, hanno un ruolo centrale le imprese

societarie, sia in quanto rappresentano la forma giuridica appositamente prevista dal legislatore per

l’esercizio dell’attività economica, sia per la loro presenza concreta nel sistema economico. In tale

contesto è doveroso esaminare le nozioni di impresa e società. La società è considerata come il

soggetto giuridico che assume la titolarità dei rapporti che si vengono a creare nell’esercizio

dell’attività imprenditoriale. In questo senso, è la società il soggetto titolare dell’azienda e dei beni

che la compongono, nonché il soggetto nel nome del quale viene esercitata l’attività che consente di

configurare la nozione di impresa e che pertanto assume la qualifica di imprenditore. Se dunque è

vero che l’impresa non è solo e tanto l’attività esercitata dall’imprenditore, quanto l’organizzazione

produttiva, la società costituisce allora una forma giuridica di tale organizzazione, ossia una

disciplina giuridica dell’impresa, volta a regolare sia i profili patrimoniali sia i profili organizzativi e

di governo dell’impresa. È anche vero però, che non si possono escludere i casi di società senza

impresa, nei quali cioè, non sussistente una correlazione tra le due figure, come nei casi di: società

tra professionisti; società semplici di gestione, le quali avrebbero ad oggetto un’attività di gestione

dinamica di beni mobili e immobili o di partecipazioni sociali, con modalità tali da non dar luogo né

ad un’attività di mero godimento né ad un’attività commerciale. Con l’art. 2247 si può inoltre

precisare che con il contratto di società, due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio

in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili. Tale norma è ora riferita solo al

contratto di società e dunque non esaurisce la nozione generale di società. In definitiva, possiamo

affermare che la società è caratterizzata da tre elementi (individuati nell’art. 2247):

• i conferimenti, di beni o servizi, effettuati dai soci. Essi sono le prestazioni patrimoniali

eseguite o promesse dai soci a favore della società, destinate a costituire il nucleo originale

del patrimonio sociale;

• l’esercizio in comune di un’attività economica, consistente nella produzione o nello

scambio di beni o servizi. Nel concetto di attività economica non può farsi rientrare quella

consistente nel mero godimento di un bene. Anche la contitolarità di un’azienda, senza

l’esercizio in comune dell’attività, difetta dall’attività economica che accomuna tutte le

operazioni societarie;

• lo scopo di dividere gli utili dell’attività stessa. A seconda del modo di realizzare tale

vantaggio economico e di dividerlo tra i soci, si distingue lo scopo speculativo dallo scopo

mutualistico.

Il codice civile, poi, contempla diversi modelli di organizzazione interna ed esterna dell’operazione

societaria, denominati tipi di società, che sono: la s.s., la s.n.c., la s.p.a., la s.a.p.a., la s.r.l. e la soc.

coop. Tali tipi sociali possono essere distinti, da un primo punto di vista, a seconda delle

caratteristiche dello scopo che esse sono dirette a realizzare, a seconda che si tratti di tipi di società

lucrative o di società mutualistiche. Le prime sono caratterizzate dallo scopo di lucro in senso

stretto e perciò, in tale categoria, rientrano tutti i tipi sopra citati, ad eccezione delle soc. coop., le

quali vanno invece annoverate nella categoria delle società mutualistiche. Può poi esser fatta

un’ulteriore distinzione, relativa non già allo scopo della società, ma alle caratteristiche della attività

che esse possono esercitare al fine di realizzarlo. A tal riguardo si distinguono, l’art. 2249 preclude

l’esercizio di attività commerciali alla società semplice, mentre permette alle altre società di

esercitare attività sia commerciali che non. Sulla base di tale norma, la s.s. è detta società non

commerciale, mentre tutti gli altri tipi di società lucrative sono definite società commerciali (che

possono essere utilizzate anche per l’esercizio di attività non commerciali). Nell’ambito delle

società lucrative, poi, si è soliti distinguere tra la categoria delle società di persone, tra cui si

annoverano la s.s., la s.n.c. e la s.a.s., e quella delle società di capitali, tra le quali rientrano la

s.p.a., la s.a.p.a. e la s.r.l. Le società di persone si caratterizzano per il rilievo centrale della persona

del socio nella configurazione dei profili più significativi della loro disciplina, concernenti in

particolare la responsabilità per le obbligazioni sociali, la partecipazione sociale e l’amministrazione

della società. Le società di capitali, invece, si differenziano dalle prime per alcuni tratti riguardanti

la disciplina del capitale, delle partecipazioni sociali e dell’autonomia patrimoniale della società

rispetto ai soci e ai terzi. Sotto il profilo del regime di responsabilità per le obbligazioni sociali, i tipi

sociali sono tradizionalmente suddivisi tra società a responsabilità illimitata e società a

responsabilità limitata. Le prime sarebbero caratterizzate dal fatto che per le obbligazioni della

società rispondono, oltre alla società stessa con il suo intero patrimonio, anche i soci con il loro

patrimonio personale; mentre nelle seconde, i creditori sociali, anche in caso di insufficienza del

patrimonio sociale, non possono aggredire il patrimonio dei soci per soddisfare il loro credito verso

la società. In questa prospettiva, le società di persone vanno annoverate nella prima categoria,

mentre della seconda categoria fanno parte le società di capitali e le società cooperative. Infine

possiamo dire che le società, seppure traggano anch’esse origine da un atto di autonomia negoziale,

sono sottoposte ad un regime di tipicità, in base al quale i soci possono scegliere, tra i tipi sociali

predisposti dalla legge, quello più adatto alle loro esigenze, ma non possono configurare tipi sociali

diversi da quelli legali. La tipicità della società rappresenta quindi un’eccezione al principio

dell’atipicità del contratto. Tale principio di tipicità, si risolve quindi nell’imposizione di un numero

chiuso di tipi sociali, ma non elimina ogni spazio di manovra dell’autonomia negoziale. Essa viene

infatti lasciata libera in una triplice direzione:

• per un verso, i soci hanno facoltà di scegliere il tipo sociale che meglio si addice alla

soddisfazione dei loro interessi;

• per altro verso, la legge non impedisce la modifica dei tipi legali, mediante l’adozione di

clausole atipiche;

• infine, viene lasciata ampia facoltà di migrare da un tipo all’altro, mediante l’istituto della

trasformazione.

Tra le imprese collettive non societarie, si annoverano:

• il consorzio, ovvero il contratto con il quale più imprenditori istituiscono un’organizzazione

comune per la disciplina o per lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese.

Dunque, il consorzio è un contratto plurilaterale di natura associativa diretta che contiene il

regolamento di un’attività diretta alla produzione di risultati riferibili al gruppo dei

consorziati. Il consorzio può perseguire essenzialmente due funzioni: la disciplina della

concorrenza tra le imprese consorziate; la cooperazione nello svolgimento di alcune fasi

dell’attività di impresa. In entrambe le prospettive, l’istituto è funzionale alla

massimizzazione di profitti delle imprese consorziate e riveste pertanto causa mutualistica.

Viene creato quindi un vincolo associativo, attraverso il quale le imprese consorziate

acquisiscono determinati benefici, proporzionali all’uso che essi fanno dello strumento

consortile. Il consorzio è quindi un organismo strumentale all’attività e allo sviluppo

operativo delle imprese, non un acquisitore in quanto tale di profitti. Per quanto riguarda la

forma, il contratto di consorzio deve essere redatto per iscritto a pena di nullità. Il contratto

deve poi contenere l’indicazione: dell’oggetto (ovvero la fase dell’attività d’impresa che

viene disciplinata); della durata (se mancante stabilita dalla legge in dieci anni); degli

obblighi assunti dai consorziati; dei compiti e dei poteri degli organi consortili; delle

condizioni di ammissione di nuove imprese consorziate; dei casi di recesso ed esclusione,

nonché delle eventuali cause di scioglimento. Non sempre però, il contratto di consorzio dà

vita ad un soggetto distinto dalle imprese consorziate: ciò dipende dalla circostanza che il

consorzio può essere ad attività interna o anche esterna. Nel caso di consorzio con attività

interna, il consorzio stesso si limita ad essere un contratto in forza del quale le imprese

consorziate disciplinano e coordinano le proprie attività economiche. Tale tipo di consorzio si

esaurisce, pertanto, nel rapporto interno tra le imprese consorziate. Nel consorzio con

attività esterna, invece, il consorzio stesso svolge un’attività d’impresa, operando con terzi,

stipulando contratti e assumendo obbligazioni, attraverso un ufficio a tal fine istituito. Viene

dunque creata un’autonoma impresa, alla quale è riconosciuta un’autonomia patrimoniale. In

questo caso, in considerazione del rapporto con i terzi, la legge richiede che il consorzio sia

posto a conoscenza dei terzi per mezzo dell’iscrizione nel registro delle imprese del luogo

ove ha sede l’organo consortile di gestione; anche la stessa situazione patrimoniale deve

essere resa pubblica. Il consorzio, oltre ad essere un centro di produzione dell’attività

conoscibile al suo esterno, è altresì centro di imputazione delle responsabilità per le

obbligazioni consortili. Delle obbligazioni assunte in nome del consorzio dalle persone che

ne hanno la rappresentanza, risponde in primo luogo il consorzio, con il proprio patrimonio,

detto fondo consortile, destinato a rimanere indiviso fino al termine della durata del

consorzio. Tale fondo è insensibile alle obbligazioni contratte in proprio dai consorziati, i cui

creditori non possono far valere le loro ragioni su di esso. Per tutte le obbligazioni assunte in

nome del consorzio, risponde solo il consorzio con il proprio patrimonio: la partecipazione

delle imprese consorziate può quindi essere definita a responsabilità limitata, nel senso che

esse rispondono solo nei limiti degli apporti che si sono obbligate ad effettuare a favore del

consorzio. I consorzi con attività esterna, poi, possono a loro volta avvalersi, quale forma

giuridica con la quale esercitare la propria attività economica, di uno dei modelli delle società

commerciali, dando così vita ad una società consortile. Ciò significa che l’ordinamento

consente di adottare i modelli sociali lucrativi, per il perseguimento delle finalità

mutualistiche proprie del consorzio. La società consortile, in definitiva, è sottoposta ad una

disciplina mista, ritenendosi ad essa applicabili anche ulteriori norme tipiche del consorzio,

quali l’ammissione di nuovi soci, il recesso e l’esclusione del singolo consorziato.

• il gruppo europeo di interesse economico (Geie), è un’altra figura associativa, avente ad

oggetto lo svolgimento in comune di un’attività economica, con finalità mutualistiche

nell’interesse dei membri che vi partecipano. Si tratta di un istituto introdotto dal legislatore

comunitario per agevolare la cooperazione transnazionale tra imprese e operatori economici

appartenenti a diversi Stati membri dell’UE. Tale agevolazione avviene attraverso lo

svolgimento di un’iniziativa che, affiancandosi a quella dei singoli partecipanti, ha natura

ausiliaria e si sostanzia in una forma di collaborazione non sostitutiva. A differenza del

consorzio, quindi, l’attività economica svolta dal Geie non ha necessariamente natura

imprenditoriale, potendo consistere anche nell’esercizio in comune di una professione

intellettuale. Vi sono poi altri profili, sotto i quali la Geie si differenzia dal consorzio, che

sono: il regime della responsabilità, prevedendosi la responsabilità solidale e illimitata di

tutti i membri del Geie per ogni obbligazione da questo assunta; l’efficacia costitutiva

dell’iscrizione dell’atto costitutivo nel registro delle imprese; la maggiore rigidità della

struttura organizzativa, con riferimento alla quale si prevede un’assemblea dei membri ed un

organo amministrativo; peculiari regole in tema di rappresentanza volte a tutelare i terzi,

circoscrivendo la possibilità di opporre agli stessi eventuali limitazioni contrattuali; il

riconoscimento a ciascun membro di un diritto individuale di informazione e di controllo

sulla gestione del gruppo.

• le associazioni e le fondazioni, usate anch’esse per esercitare l’attività di impresa. Nel caso

in cui tali enti esercitino professionalmente un’attività economica organizzata diretta alla

produzione o allo scambio di beni o servizi, sarà loro applicabile la relativa disciplina: e

dunque, tanto lo statuto generale dell’impresa, quanto lo statuto dell’impresa commerciale.

Ai fini dell’applicazione della disciplina dell’impresa, sono prive di rilievo la funzione

sociale e la destinazione del risultato dell’attività d’impresa esercitata dall’ente, che semmai

incidono sulla qualificazione del modello organizzativo. Resta, dunque, priva di rilievo la

circostanza che l’attività d’impresa presenti carattere accessorio rispetto all’attività principale

dell’ente, oppure ne costituisca l’oggetto principale o esclusivo. In entrambi i casi, infatti, lo

svolgimento dell’attività fa assumere la veste di imprenditore all’ente e implica l’osservanza

delle regole in tema di pubblicità e la tenuta di scritture contabili. Le associazioni e le

fondazione che esercitano attività d’impresa commerciale sono altresì soggette, in caso di

crisi o di insolvenza, alle procedure concorsuali. Il unico di s.p.a. o s.r.l. non fallisce neppure

nell’ipotesi in cui sia divenuto responsabile delle obbligazioni sorte durante il periodo di

unipersonalità. Solo il fallimento delle società indicate nell’art. 147 l.fall. comporta il

fallimento dei soci illimitatamente responsabili per le relative obbligazioni.

Tutti i modelli sin ora esaminati, possono assumere una configurazione diversa, pur mantenendo la

loro natura, allorché siano adottati per l’esercizio di un’attività d’impresa nel settore non profit e a

condizione che presentino determinati requisiti. In tali circostanze, i diversi modelli organizzativi

acquisiscono la qualifica aggiuntiva di impresa sociale. Al fine della qualificazione dell’impresa

sociale, è necessario il concorso di due requisiti:

• lo svolgimento di un’attività di utilità sociale, che può dipendere o dall’oggetto dell’attività

o dalle modalità con cui essa è esercitata. Nel primo senso occorre che l’impresa eserciti in

via stabile e principale un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello

scambio di beni o servizi di utilità sociale. Nel secondo caso, il requisito dell’utilità sociale è

soddisfatto a prescindere dall’oggetto dell’attività, qualora essa sia esercitata in modo tale da

favorire l’inserimento di lavoratori svantaggiati o disabili.

• l’assenza di uno scopo egoistico, deve essere cioè esclusa ogni forma di autodestinazione dei

risultati della gestione. Per tale ragione sono escluse dal novero delle imprese sociali, le

organizzazioni che erogano beni e servizi esclusivamente a favore dei propri soci, associati o

partecipi.

Le imprese sociali, devono inoltre sempre costituirsi per atto pubblico, iscriversi in un’apposita

sezione del registro delle imprese e redigere le scritture contabili. Inoltre, nelle imprese sociali di

maggiori dimensioni, il controllo sulla gestione è riservato ad uno o più sindaci, chiamati anche a

verificare l’osservanza delle finalità sociali dell’impresa e la corretta tenuta della contabilità, salvo

che quest’ultima funzione sia affidata ad un revisore esterno. Tra le altre regole speciali che

connotano le imprese sociali, meritano di essere ricordate, infine la soggezione alla vigilanza del

Ministero del lavoro, nonché l’esenzione dal fallimento e l’assoggettamento a liquidazione coatta

amministrativa.

A fianco delle imprese private, il nostro ordinamento registra da tempo la compresenza di numerose

imprese pubbliche. È infatti previsto dalla legge (art. 43 Cost.), che, a fini di utilità generale, essa

stessa possa riservare o trasferire allo Stato o ad altri enti pubblici, le imprese relative a servizi

pubblici essenziali o a fonti d’energia o a situazioni di monopolio con carattere di preminente

interesse generale. Anche al di fuori di tali settori, l’attività d’impresa dello Stato e degli enti

pubblici territoriali ha assunto dimensioni rilevanti, riconducibili essenzialmente a tre modelli:

• l’impresa-organo, in questo caso l’impresa è esercitata direttamente dallo Stato, dalle

regioni o da altro ente pubblico territoriale, avvalendosi di proprie strutture organizzative che

non si configurano come soggetti autonomi sotto il profilo giuridico. Si tratta di un modello il

quale risulta, allo stato attuale, quasi del tutto assente nel nostro ordinamento;

• l’impresa-ente, in questo caso lo Stato o altri enti pubblici territoriali possono costituire veri

e propri enti di diritto pubblico, dotati perciò di distinta soggettività, per l’esercizio di una

specifica attività d’impresa. Si tratta quindi di enti pubblici economici. Con riferimento a tale

modello si è tuttavia assistito ad un suo graduale abbandono, talora mediante la liquidazione

di tali imprese, talora mediante la loro trasformazione, in s.p.a. a partecipazione pubblica;

• la società a partecipazione pubblica, in questo caso la struttura organizzativa adottata si

presenta come un’impresa societaria di natura privata cui sono pienamente applicabili tanto

le regole organizzative proprie del tipo adottato, quanto la disciplina dello statuto delle

imprese e delle imprese commerciali.

Lo statuto generale delle imprese trova applicazione anche nei confronti degli enti pubblici

economici, i quali sono tuttavia sottoposti, in caso d’insolvenza, alla liquidazione coatta

amministrativa e non al fallimento né alle altre procedure concorsuali minori. Dal fallimento sono

pertanto a maggior ragione esonerati gli enti pubblici titolari di imprese-organo. A differenza degli

enti pubblici economici, essi sono altresì implicitamente esentati dall’obbligo d’iscrizione nel

registro delle imprese. Anche gli enti pubblici che esercitano attività commerciale in via accessoria

attraverso imprese-organo restano invece soggetti alla restante disciplina dell’impresa commerciale.

Tanto le imprese private quanto le imprese pubbliche possono dar vita a gruppi di imprese. In

questo specifico caso l’attività economica viene esercitata attraverso distinte società coordinate e

dirette da un unico vertice. I gruppi di imprese costituiscono pertanto una combinazione di modelli

organizzativi caratterizzata dalla circostanza che tutte le imprese del gruppo sono soggette ad una

direzione unitaria, che conferisce alla loro aggregazione una connotazione strutturale e

tendenzialmente duratura. La direzione unitaria impressa dall’ente capogruppo (holding) ai soggetti

da esso controllati fa sì che quest’ultimi perdono indipendenza economica e discrezionalità

operativa. Il gruppo può nascere sia dal controllo di un’impresa su altre, basato essenzialmente sul

possesso, diretto o indiretto di una partecipazione di controllo da parte di una società (controllante)

in numerose altre società (controllate), sia dall’assoggettamento di più imprese a una direzione

unitaria senza che l’una prevalga sull’altra (gruppo paritetico). Nella prima ipotesi, il gruppo tende

ad assumere forma piramidale. Nel nostro ordinamento, restano fermo poi il principio cardine della

distinta soggettività delle società del gruppo: non esiste dunque l’ente o persona giuridica gruppo, il

quale non costituisce un centro autonomo di imputazione di rapporti giuridici e patrimoniali. Istituto

fondamentale in questo contesto, è il bilancio consolidato del gruppo, il quale mira ad una

rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica del gruppo nel suo

insieme, attraverso l’eliminazione delle operazioni intercorse fra le società a esso appartenenti. In

questo quadro s’iscrive anche il sempre più diffuso riconoscimento dottrinale e giurisprudenziale del

marchio di gruppo, che si tende ad ammettere possa essere registrato da un’impresa del gruppo e

usato da altre o fatto valere dalla capogruppo anche se intestato a società figlie o ancora utilizzato da

queste e non dalla controllante intestataria. In conclusione, possiamo dire che la legge ha escluso dal

novero dei soggetti cui si applicano le norme derivanti dall’esercizio dell’attività di direzione e

coordinamento, da un lato, le persone fisiche, e, dall’altro lato, lo Stato. In definitiva, per enti al

vertice di un gruppo di società si intendono i soggetti giuridici collettivi, diversi dallo Stato, che

detengono la partecipazione sociale nell’ambito della propria attività imprenditoriale o per finalità di

natura economica.

A differenza del gruppo di imprese, vi sono altre forme di aggregazioni, che non fanno venire meno

l’indipendenza decisionale delle imprese aggregate e che d’altronde non danno nemmeno luogo ad

autonomi modelli organizzativi di imprese. Le principali aggregazioni tra imprese sono:

• il contratto di rete, con il quale più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere,

individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività

sul mercato e a tal fine si obbligano a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti

all’esercizio delle proprie imprese o a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura

industriale, commerciale, tecnica o tecnologica. Si tratta di uno strumento pensato in

particolare per le piccole e medie imprese, con l’obiettivo di consentire loro di coagularsi

intorno ad un programma comune. Il contratto di rete assume due configurazioni diverse a

seconda che sia o meno prevista l’istituzione di un fondo patrimoniale comune e di un organo

comune destinato a svolgere un’attività, anche commerciale, con i terzi. Nel primo caso, il

contratto di rete non dà vita ad un nuovo soggetto giuridico, rimanendo le imprese aderenti

distinte e indipendenti, seppur coordinate e integrate fra loro. Nel secondo caso, invece, la

legge dispone che per le obbligazioni contratte dall’organo comune in relazione al

programma di rete, i terzi possono far valere i loro diritti esclusivamente sul fondo comune,

con ciò attribuendo autonomia patrimoniale e soggettività giuridica alla rete, che solo in

questa eventualità deve essere dotata di una denominazione e di una sede. Sotto il profilo

funzionale, il contratto è dichiaratamente diretto a rafforzare la capacità innovativa e la

competitività sul mercato delle imprese contraenti. In questa prospettiva, si impone alle parti

di concordare e di indicare nel contratto le modalità per misurare l’avanzamento verso gli

obiettivi sopra indicati. La legge richiede poi l’indicazione nel contratto, oltre alle imprese

aderenti alla rete, degli obiettivi strategici di innovazione e di innalzamento della capacità

innovativa e della competitività sul mercato, nonché di un programma di rete, che contenga

l’enunciazione dei diritti e degli obblighi assunti da ciascuna impresa partecipante e le

modalità di realizzazione dello scopo comune. Il contratto deve altresì determinare la durata

e le regole per l’assunzione delle decisioni. Esso è inoltre soggetto a iscrizione nel registro

delle imprese e a tal fine deve rivestire la forma di atto pubblico o di scrittura privata

autenticata o sottoscritta digitalmente. Nel caso in cui il contratto di rete abbia attività

interna, esse deve essere iscritto nel registro delle imprese dei luoghi dove ha sede ciascuna

delle imprese partecipanti. Nel caso in cui, invece, il contratto di rete abbia attività esterna,

la rete può iscriversi nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione

è stabilita la sua sede.

• l’associazione temporanea d’imprese, risponde all’esigenza di più imprese di raccordarsi

operativamente tra di loro per eseguire insieme una prestazione complessa di natura

tecnologica o industriale. Tale istituto non dà vita ad un autonomo soggetto cui fa capo

l’esercizio dell’attività d’impresa. L’associazione temporanea è finalizzata ad un affare

specifico e delimitato, sia oggettivamente che temporalmente. L’associazione temporanea

d’imprese può assumere due configurazioni, a seconda che le imprese: 1. assumano

congiuntamente e solidalmente nei confronti dell’ente appaltante l’esecuzione dell’intera

opera di lavoro; 2. conferiscano mandato collettivo ad una di esse, di esprimere l’offerta per

concorrere alla gara di aggiudicazione dell’opera anche per conto delle mandanti, le quali

saranno chiamate a rispondere nei confronti dell’ente appaltante soltanto per i lavori o le

opere di loro pertinenza. Tale istituto ha dunque per sua natura, carattere occasionale e non

determina un rapporto stabile fra le imprese riunite, ognuna delle quali conserva la propria

autonomia ai fini della gestione e degli adempimenti relativi.

• la joint venture, è una figura di aggregazione di imprese che non corrisponde al nostro

ordinamento ad una specifica nozione giuridica (essendo di derivazione anglosassone). Tale

figura può comunque essere ricondotta a due ipotesi generali: l’incorporated joint venture,

dove viene costituita una società veicolo, distinta dai partner, soggetta alle regole che la

governano in base alla disciplina nazionale del Paese ospitante, le quali vengono adattate e

piegate alla realizzazione degli obiettivi di coordinamento e collegamento tra imprese in cui

sta la ragion d’essere della joint venture e rispetto ai quali la veste societaria si pone in

termini strumentali; e la unincorporated joint venture, nella quale manca qualsiasi

organizzazione societaria, trovandosi di fronte ad una combinazione puramente contrattuale

nella quale si esaurisce la disciplina tra le imprese partecipanti e in cui risaltano tuttora quei

caratteri di occasionalità della cooperazione tra imprese che erano propri all’origine

dell’istituto.

• l’associazione in partecipazione, con tale contratto l’associazione attribuisce all’associato

una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un

determinato apporto. Il ruolo dell’associante è pertanto svolto in linea di principio da

un’impresa, mentre l’associato può non essere un’impresa e d’altronde non assume tale

qualifica in forza del contratto di associazione in partecipazione. Questa fora di aggregazione

mantiene una mera rilevanza interna e non dà luogo ad un ente distinto dall’impresa

associante e dall’associato. Questo istituto rappresenta essenzialmente una forma di

partecipazione ai risultati di un’impresa, senza che vi sia alcun esercizio in comune della

relativa attività economica, che rimane nella sfera dell’impresa associante.

CAPITOLO II – L’attività

SEZIONE I – Il sistema della disciplina della concorrenza

Le regole in materia di concorrenza riguardano essenzialmente la dimensione privatistica dei

rapporti commerciali. Tale disciplina si propone di regolare la competizione in modo da garantire il

rispetto dei principi di correttezza e lealtà. Successivamente, la concorrenza è stata percepita dal

legislatore nazionale come necessario oggetto di una tutela che prescinde dall’immediato interesse

dei singoli soggetti coinvolti nel rapporto concorrenziale, in quanto ineludibile fattore di crescita e

di sviluppo dell’intero sistema economico. Assume così un ruolo essenziale la preoccupazione di

garantire la concorrenzialità dei mercati, attraverso il contrasto ai monopoli e agli accordi tra

imprese in grado di disattivare quel meccanismo virtuoso che solo può garantire la selezione delle

migliori opportunità, a vantaggio di tutti i consociati. La tutela della concorrenza è dunque articolata

su due sistemi di norme complementari: il primo, posto a tutela di tutti i protagonisti del mercato,

contenuto nella cosiddetta legge antitrust; il secondo, con natura privatistica, che attiene più

specificatamente alla correttezza dei rapporti concorrenziali fra le imprese.

La disciplina antitrust trae origine dall’ordinamento comunitario e dall’esigenza di creare un

mercato unico in ambito europeo. Il sistema normativo è dunque costituito da quelle norme

comunitarie che hanno ad oggetto:

• le intese restrittive della concorrenza;

• gli abusi di posizione dominante;

• le operazioni di concentrazione tra imprese.

A tali norme si affiancano poi quelle nazionali, che in Italia sono state introdotte dalla legge

antitrust. Il diritto comunitario si applica alle intese e agli abusi di posizione dominante che siano

idonei a pregiudicare il commercio fra Stati membri e alle concentrazioni che superano determinate

soglie dimensionali. Il diritto nazionale ha invece un ambito di applicazione residuale, nel quale

rientrano soltanto le fattispecie che non sono disciplinate dalle norme comunitarie. In questo

contesto, la legge italiana dispone che l’interpretazione delle norme nazionali deve essere effettuata

in base ai principi dell’ordinamento comunitario in materia di disciplina della concorrenza.

Comunque, il prevalente obiettivo perseguito dagli ordinamenti, mediante l’adozione di una

normativa antitrust, è quello di facilitare lo sviluppo della concorrenza e prevenire la formazione dei

monopoli. La concezione tradizionale considera che ogni pratica che ha un impatto negativo

sull’efficienza del sistema, sia essa relativa alla allocazione delle risorse, sia essa relativa alla

redistribuzione delle stesse, debba essere sanzionata dal diritto antitrust. Seconda una seconda

concezione, invece, soltanto le pratiche che hanno un effetto negativo sulla efficienza allocativa del

sistema meritano di essere sanzionate, mentre quelle che hanno meri effetti redistributivi dovrebbero

essere sempre consentite in quanto sostanzialmente neutre per il sistema nel suo complesso. In

termini pratici ciò significa che per entrambe le impostazioni teoriche, le pratiche che portano ad

una ridotta produzione di ricchezza (effetti allocativi) devono essere sanzionate; invece, per quanto

riguarda gli effetti redistributivi, vale a dire quando la ricchezza non cambia ma cambia il

destinatario finale (attraverso, di solito, un trasferimento di ricchezza dai consumatori alle tasche

dell’impresa), le due impostazioni divergono.

Le intese sono definite dalla legge antitrust come gli accordi e/o le pratiche concordate tra imprese,

nonché le deliberazioni di consorzi, associazioni di imprese e altri organismi similari. In generale, si

possono definire intese, tutte le forme di cooperazione tra le imprese, siano esse il frutto di un

accordo, di una pratica in essere fra le parti, di una comune decisione di un organismo di

coordinamento quale un consorzio o un’associazione di imprese. Il concetto di accordo

ricomprende ogni genere di comune intendimento di due o più imprese, sia esso consacrato in un

contratto, o in un semplice accordo che pure non costituisce tecnicamente un contratto. Non importa

se esso è orale o scritto, se è espresso, tacito o stipulato per comportamenti concludenti: non è

quindi essenziale e prevista una determinata forma. La pratica concordata, invece, secondo

l’interpretazione della Corte di giustizia, è una nozione ampia e flessibile, volta a coprire qualsiasi

comportamento coordinato di due o più imprese nella consapevolezza che esso altera la

concorrenza. Gli elementi costitutivi sono l’esistenza di un contratto tra le imprese e la conseguente

alterazione del loro comportamento sul mercato. Il più delle volte, il contratto tra le parti si risolve

in uno scambio di informazioni, in grado di orientare le strategie concorrenziali delle imprese

coinvolte. Solitamente questo elemento è l’unico che consente di distinguere la pratica concordata

(illegittima) dai comportamenti paralleli (legittimi), nei quali i comportamenti sono unilaterali e

dovuti alla particolare condizione strutturale del mercato. Anche per quanto riguarda le decisioni di

associazioni di imprese la norma comunitaria europea e la norma italiana sono equivalenti. Sono

considerate intese tutte le decisioni di associazioni di imprese, che determinano un allineamento di

comportamenti concorrenziali. La legge antitrust, stabilisce poi, che sono vietate le intese tra

imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera

consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante.

Un’intesa è vitata sia quando abbia per oggetto una restrizione concorrenziale senza sortire alcune

effetto, sia quando, pur avendo un oggetto del tutto diverso, nella sua applicazione si determini

l’effetto restrittivo. Le intese vengono classificate poi in intese orizzontali e intese verticali in

funzione della partecipazione al disegno di imprese operanti allo stesso livello della filiera

produttiva, oppure di imprese operanti a livelli diversi della filiera. Mentre la natura

anticoncorrenziale delle prime è facilmente percepibile, per le seconde l’analisi è più articolata. In

particolare, le intese verticali possono rientrare nell’ambito del divieto tutte le volte in cui

determinino un effetto di chiusura del mercato nel suo complesso, tanto da rendere difficoltoso

l’accesso allo stesso mercato da parte di più concorrenti. Sono considerate pericolose e perciò fate

rientrare nell’area del divieto tutte le intese inequivocabilmente anticoncorrenziali come: i cartelli

di prezzo (dove due o più imprese fissano congiuntamente i prezzi da praticare al mercato), la

divisione dei mercati (ovvero pratiche mediante le quali le imprese si spartiscono i mercati nei quali

ciascuna di esse andrà ad operare), le restrizioni quantitative della produzione, etc. Al contrario, tute

le volte che l’oggetto sia diverso dal comportamento concorrenziale, l’analisi richiederà una più

accurata verifica degli effetti che l’intesa ha o può avere sul mercato. Affinché l’intesa sia da

considerarsi vietata, è sufficiente che l’effetto anticoncorrenziale sia anche solo potenziale, e non già

prodotto. Un effetto potenziale è considerato sussistente tutte le volte in cui l’intesa abbia o possa

avere un impatto apprezzabile anche soltanto su uno degli elementi strutturali di funzionamento del

mercato quali i prezzi, la produzione, l’innovazione, lo sviluppo tecnologico o la libertà di scelta dei

consumatori finali. Inoltre, la norma comunitaria e quella italiana contengono un elenco di ipotesi di

intese certamente vietate, tra le quali rientrano:

• la fissazione diretta o indiretta dei prezzi di acquisto o di vendita ovvero di altre condizioni

contrattuali;

• la creazione di vincoli o limitazione della produzione, dell’accesso al mercato, degli

investimenti, dello sviluppo tecnico o del progresso tecnologico;

• la ripartizione dei mercati o delle fonti di approvvigionamento;

• l’applicazione di condizioni diverse per prestazioni equivalenti;

• il subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di

prestazioni supplementari che per loro natura non hanno alcun rapporto con l’oggetto dei

contratti stessi.

Le intese vietate sono considerate nulle ad ogni effetto. Inoltre, sebbene le intese siano prive di

efficacia giuridica, le imprese che vi hanno preso parte sono assoggettate a un articolato sistema di

sanzioni pecuniarie amministrative e all’obbligo di risarcire il danno che avessero eventualmente

causato a terzi. Vi sono infine, alcune intese vietate in astratto, che possono però sfuggire al divieto

in presenza di quattro condizioni, due positive e due negative. Deve essere dimostrato, in positivo:

• che le intese contribuiscono a migliorare la produzione o la distribuzione di prodotti o a

promuovere il progresso tecnico o economico;

• che le intese riservano agli utilizzatori una congrua parte dell’utile che deriva alle parti;

in negativo:

• che le intese non contengano restrizioni concorrenziali che non siano indispensabili per

l’ottenimento dei benefici;

• che le intese non consentano alle parti di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale

dei prodotti oggetto dell’accordo.

La norma comunitaria ed italiana prevedono un’ulteriore fattispecie vietata, costituita dall’abuso di

posizione dominante: è vietato l’abuso da parte di una o più imprese di una posizione dominante

all’interno del mercato nazionale o di una sua parte rilevante. Quindi, ad essere vietata, non è la

costituzione o la detenzione di una posizione dominante, ma il suo sfruttamento abusivo. Il che

significa che non è vietato acquisire una posizione di assoluto dominio, purchè ciò rappresenti il

frutto della corretta competizione e del successo dell’impresa sul mercato, non già la conseguenza di

intese o concentrazioni tra imprese. Una volta acquisita una posizione dominante, è in ogni caso

vietato il suo sfruttamento abusivo. La Corte di giustizia ha chiarito che la posizione dominante è

una posizione di potenza economica grazie alla quale l’impresa che la detiene è in grado di

ostacolare la persistenza di una concorrenza effettiva sul mercato in questione e ha la possibilità di

tenere comportamenti alquanto indipendenti. Per capire se un’impresa si trova in posizione

dominante, va analizzato il cosiddetto mercato rilevante, il quale deve essere determinato sia dal

punto di vista territoriale, sia dal punto di vista merceologico. Si tratta di individuare, quindi, un

ambito nel quale esista una relazione di sostituibilità tra i prodotti e i servizi ivi offerti, tanto da

poterlo considerare come un unico mercato. Sotto il profilo territoriale, tale relazione viene

accertata considerando, da un lato, le caratteristiche del prodotto, dall’altro, le abitudini dei

consumatori e le tecniche di distribuzione adottate dalle imprese. Sotto il profilo merceologico, si

tratta invece di indagare sulla funzione che i prodotti e i servizi offerti dall’impresa specificamente

assolvono in relazione alle esigenze e ai gusti dei consumatori. Il mercato rilevante si estende inoltre

fino a comprendere i concorrenti potenziali, ovvero le imprese che, pur non essendo presenti sul

mercato del prodotto, vi possono agevolmente entrare. Una volta individuato il mercato rilevante,

sarà possibile stabilire la quota di mercato detenuta dall’impresa e valutarne concretamente la

rilevanza. La Corte di giustizia ha stabilito che:

• una quota nell’ordine dell’80% è sufficiente d per sé ad attribuire al suo detentore una

posizione dominante;

• quote intermedie fra il 40-75% possono essere un serio indizio di dominanza;

• quote sotto il 30% difficilmente possono determinare un potere di mercato così significativo

da attribuire al suo titolare quell’indipendenza di comportamenti che caratterizza la

condizione del dominante.

Tra gli indicatori aggiuntivi che possono contribuire a configurare la posizione dominante, va in

primo luogo considerata la stabilità della quota di mercato: quanto più essa è in grado di rimanere

invariata nel tempo, tanto più essa risulta rilevante, dimostrandosi che l’impresa è sostanzialmente

insensibile agli effetti della concorrenza. Ad essa si affiancano poi le barriere d’ingresso, che

costituiscono un ostacolo per le imprese che volessero accedere al mercato: più elevate sono le

barriere, più salda sarà la posizione del dominante. La misurazione della barriera deve essere

operata considerando gli investimenti richiesti per il suo superamento, in relazione alla redditività

attesa dalla futura attività. Infine, per quanto riguarda l’abuso, la norma non fornisce specifiche

indicazioni, fornendo solo un elenco dei comportamenti vietati. Così è previsto che l’impresa

dominante non possa:

• imporre direttamente o indirettamente prezzi di acquisto, di vendita o altre condizioni

contrattuali ingiustificatamente gravose;

• impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al mercato, lo sviluppo tecnico o il

progresso tecnologico, a danno dei consumatori;

• applicare nei rapporti commerciali con altri contraenti condizioni oggettivamente diverse

prestazioni equivalenti, così da determinare per essi ingiustificati svantaggi nella

concorrenza;

• subordinare la conclusione dei contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di

prestazioni supplementari che non abbiano alcuna connessione con l’oggetto dei contratti

stessi.

Tutte le volte che l’impresa in posizione dominante pone in essere strategie di questo tipo, incorre in

una violazione della norma, che può comportare l’irrogazione da parte dell’autorità di controllo di

pesanti sanzioni pecuniarie amministrative e l’obbligo di risarcire il danno ai terzi eventualmente

danneggiati.

Le concentrazioni sono forme di integrazione fra imprese che prima dell’operazione erano tra loro

indipendenti. L’effetto potenzialmente anticoncorrenziale sta nel fatto che viene meno almeno uno

degli operatori del mercato, oppure rimanendo gli stessi operatori, se ne modificano le quote di

mercato. L’integrazione da un lato rafforza l’impresa risultante e, dall’altro lato, fa venire meno la

pressione concorrenziale che la presenza di un maggior numero di imprese assicurava sul mercato.

La legge antitrust stabilisce che un’operazione di concentrazione si realizza:

• quando due o più imprese procedono a fusione;

• quando uno o più soggetti in posizione di controllo di almeno un’impresa o una o più

imprese acquisiscono direttamente o indirettamente, il controllo dell’insieme o di parti di una

o più imprese;

• quando due o più imprese procedono, attraverso la costituzione di una nuova società, alla

costituzione di un’impresa comune.

Di grande rilevanza ai fini del realizzarsi della fattispecie, è la nozione di controllo, la quale viene

estesa, dalla legge antitrust, ad ogni forma di diritto, di contratto o di altro rapporto giuridico che

conferisce al suo titolare la possibilità di esercitare un’influenza determinante sulle attività di

un’impresa. Ne risulta che l’acquisto del controllo idoneo ad assicurare tale influenza determinante

può avvenire sia attraverso l’acquisto di partecipazioni sociali laddove l’impresa sia costituita in

forma societaria, sia attraverso contratti che trasferiscano la proprietà di elementi del patrimonio di

un’impresa, tra cui il contratto di trasferimento d’azienda o di ramo d’azienda. È anche vero però,

che non tutte le concentrazioni sono vietate, ma lo sono soltanto quelle che comportano la

costituzione o il rafforzamento di una posizione dominante sul mercato nazionale in modo da

eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza. Inoltre, mentre la norma italiana

pone come elemento fondante del divieto di concentrazione, la costituzione o il rafforzamento di

una posizione dominante, la norma comunitaria sembra prescinderne, potendo risultare sufficiente

per la dichiarazione di incompatibilità anche sola che la concentrazione ostacoli in modo

significativo una concorrenza effettiva, senza che debba necessariamente comportare la costituzione

di una posizione dominante. Per questo motivo, la parte che intende acquisire il controllo di un’altra

impresa deve preventivamente notificare l’operazione alla competente autorità di controllo, qualora

l’operazione di concentrazione superi determinate soglie dimensionali, basate sul fatturato delle

imprese interessate. Così le concentrazioni di dimensione comunitaria dovranno essere notificate

alla Commissione UE, mentre quelle di dimensione nazionale, alla AGCM. Le autorità valutano

l’operazione e possono:

• vietarla, quando crea un serio ostacolo alla concorrenza;

• autorizzarla con condizioni, quando viene ritenuto necessario correggere alcuni effetti

distorsivi che l’operazione potrebbe determinare;

• autorizzarla, quando non rafforza o costituisce una posizione dominante, né comporta un

ostacolo significativo alla concorrenza effettiva.

Le autorità di controllo sono: per l’applicazione della disciplina comunitaria, la Commissione UE

e, per l’applicazione della disciplina nazionale, l’Autorità Garante della Concorrenza e del

Mercato (AGCM). L’AGCM è un organo collegiale a maggioranza, costituito da un Presidente e

due membri, nominati congiuntamente dai Presidenti della Camera e del Senato. Essa viene

considerata una delle autorità indipendenti, nel senso che è autonoma rispetto ai poteri dello Stato.

Oltre che alla tutela della concorrenza, l'AGCM è preposta a diverse altre funzioni a protezione dei

consumatori tra cui la repressione delle pratiche commerciali scorrette e della pubblicità

ingannevole, nonchè il controllo preventivo delle condizioni generali di contratto. L'AGCM è dotata

di diverse tipologie di poteri, ovvero:

• poteri decisori, sui casi oggetto di procedimento da parte della stessa Autorità;

• poteri sanzionatori, in merito alle eventuali violazioni accertate;

• poteri inibitori di pratiche anticompetitive;

• poteri cautelari, a protezione del meccanismo concorrenziale;

• poteri consultivi, in merito alle nuovi leggi;

• poteri di segnalazione sui profili di eventuale incompatibilità delle leggi esistenti con il

mercato.

Nell'UE e i Italia, il ruolo delle autorità di controllo è quello di avviare un procedimento

amministrativo in presenza del sospetto di una violazione, all'esito del quale, se accerta la

violazione, ordina la cessazione dei comportamenti illeciti e sanziona le imprese responsabili. Al

procedimento amministrativo instaurato dall'autorità, possono partecipare tutte le parti a cui

l'autorità ha notificato il provvedimento di avvio del procedimento nonché i soggetti che possono

essere stati danneggiati direttamente dalla violazione che forma oggetto del procedimento. Le parti

hanno diritto di chiedere di essere sentite in un'udienza finale, innanzi all'autorità, nella quale

l'ufficio riassume la propria posizione accusatoria e i difensori delle parti sviluppano tutte le loro

difese. Al termine dell'udienza finale, l'autorità dichiara chiuso il procedimento e nei giorni

successivi adotta il provvedimento finale che viene comunicato alle parti. Una norma di

coordinamento con il sistema di enforcement comunitario, ha introdotto nella legge antitrust anche

gli impegni. Si tratta della possibilità che i procedimenti istruttori in tema di intese e abusi di

posizione dominante si chiudano senza accertamento dell'infrazione, qualora le parti presentino

impegni in grado di far venir meno i profili anticoncorrenziali oggetto dell'istruttoria. Le autorità di

controllo hanno la possibilità di comminare pesanti sanzioni agli autori degli illeciti. Nel caso di

violazione delle regole sulle intese e sugli abusi di posizione dominante l'autorità ordina la

cessazione dell'illecito e in funzione della durata e della gravità dell'illecito può applicare una

sanzione pecuniaria amministrativa fino al 10% del fatturato delle imprese responsabili. Vi sono poi

sanzioni, per il rifiuto di fornire la documentazione richiesta, sanzioni per la violazione di un

provvedimento cautelare, sanzioni per la violazione degli obblighi assunti nei confronti dell'autorità.

La natura di tutte queste sanzioni è amministrativa e dunque, tutti i destinatari delle sanzioni sono le

imprese che hanno violato la disciplina. Tuttavia, nel mondo non mancano ordinamenti nei quali la

violazione della disciplina antitrust è sanzionata nei casi più gravi anche con sanzioni penali. Le

norme antitrust, inoltre, possono essere attivate innanzi ai giudici ordinari anche da chiunque vi

abbia interesse per ottenere una declaratoria di nullità e se del caso per ottenere il risarcimento del

danno. I soggetti legittimati ad agire sono sia i concorrenti, sia i consumatori, i quali possono agire

per ottenere la tutela risarcitoria in caso di violazioni della disciplina antitrust. Non è però chiaro se

possa agire in giudizio il consumatore che non ha acquisito un certo bene o servizio a causa del

prezzo eccessivo praticato da un'impresa dominante o da imprese associate in un cartello. Inoltre, un

ulteriore ostacolo che potrebbe far desistere il singolo consumatore dall'intraprendere una costosa

azione giudiziaria è costituito dal modesto ammontare del danno individualmente subito. A questo

inconveniente ha posto rimedio l'ordinamento, introducendo l'azione di classe, mediante la quale

una pluralità di consumatori titolari di un interesse omogeneo può esercitare un'unica azione per il

risarcimento del danno prodotto dai comportamenti concorrenziali.

Oltre alle disposizioni che regolano i comportamenti delle imprese con l'obiettivo primario di

assicurare un sufficiente grado di concorrenzialità del mercato, la concorrenza è oggetto di una

disciplina di natura privatistica, destinata a regolare i rapporti tra imprese allo scopo di evitare che la

competizione commerciale degeneri in condotte ingiustamente lesive dell'altrui libertà di iniziativa

economica. Le disposizioni del codice civile in materia di concorrenza sleale, individuano alcune

fattispecie di concorrenza sleale, quali gli atti idonei a creare confusione con i prodotti e con le

attività di un concorrente, nonchè gli atti volti a screditare l'altrui impresa o ad appropriarsi dei pregi

dei prodotti e dell'attività del concorrente, ma prevedono altresì una clausola generale di chiusura

che estende la responsabilità a chiunque si avvalga di qualsiasi altro mezzo contrario alla correttezza

professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda. La disciplina civilistica prevede inoltre

specifici limiti legali alla concorrenza, giustificati dall'esigenza di fornire protezione all'impresa di

fronte alle possibili iniziative concorrenziali di alcuni soggetti che sono gravati di uno speciale

dovere di fedeltà o di protezione nei suoi confronti. Prevede altresì alcune regole in materia di limiti

contrattuali alla concorrenza, nonchè l'obbligo di contrattare del monopolista, regole destinate

peraltro a trovare nuovi sviluppi e implicazioni con l'avvento della disciplina antitrust. Questo

insieme di disposizioni consente di proteggere l'avviamento dell'impresa, cioè quel complesso di

fattori che alimentano la sua capacità di attrarre nuova clientela e di conservare quella acquisita.

Tale protezione è tuttavia assicurata soltanto contro le azioni concorrenziali illecite. L'evoluzione

del sistema normativo ha progressivamente posto in posizione preminente i principi di libertà di

concorrenza nonchè la tutela dei consumatori, chiedendo all'interprete di ricercare un nuovo

equilibrio tra la tutela dell'avviamento dell'impresa e i valori ora emergenti dal sistema. La legge,

inoltre, stabilisce che chi esercita un'impresa in condizione di monopolio legale ha l'obbligo di

contrattare con chiunque richieda le prestazioni che formano oggetto dell'impresa osservando la

parità di trattamento. Tale disposizione sancisce il diritto dell'aspirante controparte contrattuale del

monopolista alla stipulazione del contratto con quest'ultimo e la possibilità di chiederne l'esecuzione

in forma specifica. Il rifiuto di contrattare e le pratiche discriminatorie sono oggetto di specifica

repressione a opera della disciplina antitrust nelle norme in tema di abuso di posizione dominante.

La tutela della concorrenza sleale può trovare applicazione solo per soggetti che siano tra loro in un

rapporto di concorrenza. Deve trattarsi di operatori che offrono sul mercato beni o prodotti idonei a

soddisfare le medesime esigenze e come tali destinati alla stessa clientela. Soltanto in una simile

situazione l'atto concorrenziale dell'uno può avere come finalità ed effetto l'erosione della quota di

mercato detenuta dall'altro. Il rapporto di concorrenza, in pratica, sussiste quando danneggiante e

danneggiato operino sul mercato dello stesso prodotto o di prodotti fungibili e nello stesso perimetro

territoriale. Perchè risulti applicabile la disciplina della concorrenza sleale, il soggetto che invoca la

tutela non deve necessariamente trovarsi in un rapporto di concorrenza attuale con colui al quale

viene contestato l'illecito. Si ritiene che la disciplina in esame offra protezione anche al concorrente

potenziale, e cioè a colui che, pur non essendo ancora presente nel mercato in cui opera l'impresa

cui l'illecito viene contestato, vi possa agevolmente entrare. La disciplina in materia di concorrenza

sleale trova applicazione ove i soggetti coinvolti svolgano attività imprenditoriale. Ci si è chiesti

tuttavia se si possano ammettere alla tutela anche operatori economici privi di alcune delle

caratteristiche richieste dalla legge. In questa prospettiva, gli interpreti hanno concesso la tutela

dall'illecito concorrenziale in un ambito soggettivo più ampio, in particolare ammettendola anche

per i gestori di attività o per gli enti pubblici non economici. Sono qualificabili come atti di

concorrenza sleale, oltre a quelli posti in essere da soggetti operanti all'interno dell'organizzazione

imprenditoriale, anche quelli compiuti da soggetti che non hanno rapporti formali con l'impresa e

pertanto non agiscono in virtù di un mandato espresso, di una posizione organica all'interno

dell'organizzazione o di un potere rappresentativo effettivamente conferito. La tutela nei confronti

degli atti di concorrenza sleale può essere fatta valere, oltre che dall'impresa concorrente, dalle

associazioni professionali o dagli enti che rappresentino gli interessi di una intera categoria

professionale. Di fronte all'illecito concorrenziale, la legge concede sia una tutela di tipo inibitorio

che una tutela di tipo risarcitorio. Dunque, è consentito, in primo luogo, all'attore di richiedere che

il giudici pronunci l'inibitoria del comportamento illecito. Questo tipo di tutela è ammesso quando

l'illecito sia ancora in atto e serve a impedirne la continuazione. In secondo luogo, può essere

richiesto il risarcimento nei casi in cui l'illecito abbia prodotto un danno, a condizione che sia stato

compiuto con dolo o colpa. La disciplina speciale favorisce, però, la prova dello stato psicologico

dell'autore dell'illecito, stabilendo che, accertato l'atto illecito, la colpa si presume.

Per essere qualificato come atto di concorrenza sleale, occorre che esso sia in grado di pregiudicare

effettivamente l'interesse protetti. La legge richiede infatti che gli atti compiuti con ogni altro mezzo

non conforme ai principi di correttezza professionale, siano altresì idonei a danneggiare l'altrui

azienda. Gli atti illeciti devono dimostrarsi idonei a danneggiare l'altrui azienda; tuttavia

l'interpretazione sistematica della disciplina induce a ritenere comprese nell'oggetto del danno

potenziale tutte le componenti dell'impresa da cui in qualche modo dipende il risultato economico

della sua attività. La prima tipologia di fattispecie rilevanti come atti di concorrenza sleale ai sensi

del codice civile consiste negli atti idonei a creare confusione sui prodotti o sull'attività del

concorrente: si parla cioè, dei cosiddetti atti confusori. Vi sono due ipotesi di tali atti: una

rappresentata dall'uso di nomi o segni distintivi altrui e dall'imitazione servile dell'altrui prodotto, e

un'altra riferita a tutti gli atti compiuti con qualsiasi altro mezzo, che siano idonei a creare

confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente. Assume rilevanza la confusione

provocata presso i consumatori e gli utenti con riguardo alla provenienza del prodotto o del servizio,

dal momento che l'obiettivo tipico dell'atto di concorrenza sleale è quello di procurare uno

sviamento di clientela attraverso l'inganno sulla riferibilità di un certo prodotto o servizio ad un dato

offerente. Perchè gli atti in questione possano essere considerati illeciti si richiede che essi siano

idonei a creare confusione. Sono segni distintivi, invece, tutti quegli elementi che connotano un

prodotto o un servizio quali sono i segni grafici o anche gli elementi cromatici, la confezione, o il

contenitore del prodotto. Possono avere tutela solo elementi fattuali che possono essere percepiti dal

pubblico come elementi che denotano la provenienza di un prodotto o servizio da una certa impresa.

Si ritiene pertanto che la capacità distintiva sussista tipicamente nei segni di fantasia, o comunque

nei segni privi di qualsiasi attinenza all'aspetto o alla sostanza del prodotto. La tutela è perciò offerta

solo per i segni distintivi legittimamente usati e pertanto solo ai primi utilizzatori di un segno

distintivo. La legge fa salva poi, l'applicazione delle disposizioni che concernono la tutela dei segni

distintivi. Si tratta di quei segni distintivi come il marchio, la ditta e l'insegna per i quali è prevista

una speciale protezione. Il marchio registrato è protetto dalla contraffazione solo se l'uso dello

stesso marchio, da parte di un terzo, crea un rischio di confusione del pubblico, o un rischio di

associazione tra i due segni. La protezione opera per tutti i prodotti per i quali il marchio è stato

registrato e per i prodotti a questi merceologicamente affini. Se il marchio registrato gode di

rinomanza, opera una tutela più forte. La seconda fattispecie di concorrenza sleale, è rappresentata

dall'imitazione servile, che consiste nella riproduzione dell'aspetto esteriore di un prodotto in

termini di stretta aderenza all'originale. Anche la forma protetta dall'imitazione altrui deve

presentare un carattere distintivo. Non deve consistere in una forma comune nè in una forma

necessaria del prodotto. Se la forma del prodotto è una forma utile, essa può essere oggetto di

brevetto per invenzione o per modello di utilità. La tutela offerta dalla disciplina contrattuale

assicura all'inventore il diritto di sfruttamento esclusivo dei risultati della sua attività inventiva per

un certo lasso di tempo e rappresenta pertanto una tutela assoluta di un diritto di proprietà

intellettuale. Ne deriva che, per le forme brevettate, la tutela della concorrenza sleale deve ritenersi

esclusa e deve essere ammessa la loro libera imitazione dopo la scadenza del brevetto. Anche gli

aspetti esteriori di un prodotto possono essere oggetto di registrazione per disegno o modello

ornamentale laddove tali disegni o modelli siano dotati di novità e di carattere individuale, cioè

dell'attitudine a essere percepiti come esclusivi e originali. Ove le caratteristiche estetiche del

prodotto abbiano una specifica capacità distintiva, si applicherà anche la disciplina che tutela

dall'imitazione servile. Inoltre, compie atti di concorrenza sleale, anche chi diffonde notizie e


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.dimattia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto delle imprese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Abriani Niccolò.

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