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È considerata attività agricola anche quella in cui manca la connessione soggettiva: in cui non è lo stesso

titolare di una attività agricola essenziale a svolgere una attività di manipolazione trasformazione e

commercializzazione dei prodotti che provengono prevalentemente dall’attività agricola essenziale. Ad

esempio una cooperativa che produce olio utilizzando olive prodotte dai soci.

Non è invece considerata attività agricola l’attività in cui manca la connessione oggettiva, cioè in cui un

soggetto svolge attività agricola di manipolazione e commercializzazione di un prodotto che non proviene

prevalentemente da una sua attività agricola essenziale ma bensì da prodotti acquistati sul mercato.

È considerata connessa la produzione di servizi che viene ottenuta utilizzando le strutture impiegate nello

svolgimento dell’attività agricola essenziale. Esse rappresentano l’organizzazione che utilizzo nell’attività

agricola essenziale.

Queste strutture non vengono utilizzate per ottenere prodotti ma per ottenere servizi e quindi viene svolta

una attività agricola per connessione. I servizi sono ad esempio attività di agriturismo.

Mentre in passato la trasformazione era tollerata come attività agricola nella misura in cui si mantenesse

come secondaria, oggi invece una cosa di questo tipo non è necessaria. È connessa quando uso materie

prime per prodotti diversi.

L’aggiunta del secondo e del terzo comma ha provocato dal punto di vista pratico un ampliamento dei

fenomeni qualificati come impresa agricola comprendendovi anche dei fenomeni nei quali le esigenze di

investimento e quindi di dotare un’impresa di un’organizzazione e di un finanziamento sono esigenze più

ampie di quelle originarie del 2135. Questo crea un problema perché il credito alla produzione non è più un

credito che si autotutela. Non può più contare sulla garanzia che ha acceso sul fondo, ma è un credito non

diverso dal credito proprio delle altre produzioni. Quando il mercato quindi assorbe la produzione da

all’impresa le risorse.

L’allargamento della nozione dell’impresa agricola del 2001 non è stata accompagnata da un ampliamento

della disciplina a cui si assoggetta l’impresa agricola. In realtà vedremo che cambia solo la regola di

pubblicità. Oggi l’obbligo pubblicitario previsto per l’impresa è stato esteso parzialmente anche per

l’agricola, mentre non è assoggettata in caso di crisi come l’impresa normale.

Impresa commerciale

Quando il finanziamento è soddisfatto attraverso il credito (scommette sul buon andamento del mercato).

In questa logica l’impresa commerciale deve essere assoggettata a pieno alla disciplina dell’impresa.

La nozione di impresa commerciale non è prevista dal nostro ordinamento. La troviamo guardando

dall’articolo 2195 Codice Civile. Questa norma stabilisce una regola di comportamento (pubblicità). Dispone

l’obbligo nel registro delle imprese però si riferisce a dei fenomeni che sono qualificati come imprese

commerciali.

2195: non è una norma definitoria ma bensì una norma di disciplina, quindi una norma che contiene un

primo precetto comportamentale che è l’obbligo di pubblicità per chi pone in essere un comportamento

che si sostanzia in una delle seguenti attività:

1. Attività industriale diretta alla produzione di beni e servizi (commerciale quando si qualifica come

industriale);

2. Attività intermediaria di circolazione di beni e servizi;

3. Attività di trasporto per terra, per acqua o per aria

4. Attività bancaria o assicurativa;

5. Attività ausiliarie alle attività precedenti.

La nozione di impresa commerciale può limitarsi a guardare il punto 1 e 2 della norma. I punti 3 4 5 sono

specificazioni rispetto alla circolazione di beni e servizi ecc. attività di trasporto: produzione di servizi,

quindi già rientra nel punto 1, così anche come la attività bancaria.

Attività ausiliarie alle precedenti: attività di pubblicità, manutenzione, di mediazione (funge da tramite tra

un acquirente e un venditore). Per comprendere l’attività commerciale devo guardare produzione di beni e

servizi quando è industriale e quando circolazione di beni è intermediaria.

Cosa significano?

Industriale: non ci sono qualifiche intese in senso univoco. Due interpretazioni:

Quando è un’attività che da luogo alla trasformazione di materie prime in prodotto finito

- Quando la produzione è effettuata in serie.

-

Il concetto di industriale è inteso in senso storico.

Intermediario: circolazione intermediaria quando

Quella attività che si origina da un acquisto con una conseguente vendita.

- Tutto quello che è produzione non agricola.

-

Quindi l’impresa commerciale è una attività di produzione di beni e servizi che si qualifica come industriale

e/o attività di circolazione di beni e servizi che si qualifica come intermediaria.

I tratti identificativi di una impresa commerciale sono racchiusi nei requisiti di industrialità e di

intermediarietà. L’interpretazione di questi due requisiti è stata a lungo controversa e sono state avanzate

due differenti opzioni interpretative.

a) Nella prima interpretazione consideriamo i due requisiti in un’accezione strettamente letterale.

Industrialità: processo produttivo della rivoluzione industriale. Quindi è industriale solo se l’attività

è automatizzata o si sostanzia in trasformazione fisico-tecnica della materia.

Intermediarietà: attività classicamente commerciali di acquisto all’ingrosso e di rivendita al

dettaglio.

Secondo questa interpretazione possono quindi esistere dei fenomeni che non sono qualificabili

come impresa agricola ma nemmeno come impresa commerciale: essi sono definiti come impresa

civile. Sono considerati come imprese civili:

Le imprese artigiane, in quanti non sono interamente automatizzate;

o Le imprese primarie e le imprese di pubblici spettacoli: in quanto non da luogo ad una

o trasformazione fisico-tecnica della materia ma si limita a sfruttare risorse che si trovano in

natura o risorse che rientrano in attività umane;

Le imprese finanziarie: sul presupposto che facciano circolare denaro non in modo

o intermediario ma si limitano a raccogliere risparmio da collocare in opportune situazioni di

investimento o a concedere credito utilizzando denaro appartenente al patrimonio

personale del titolare;

Agenzie matrimoniali, di collocamento, o il mediatore di prodotti agricoli, sul presupposto

o che si tratti di attività ausiliarie ed iniziatiche che non rientrano nell’elenco dell’articolo

2195.

Il problema che sorge in questo caso è quello della disciplina applicabile. Le imprese civili sarebbero

assoggettate al diritto commerciale in modo parziale e frammentario, ma mancano valide ragioni

che giustifichino una simile differenza normativa.

b) L’opinione prevalente è invece quella di interpretare i due requisiti appena menzionati, in

particolare attribuendo al primo significato di “non agricolo” ed al secondo significato di “scambio”.

In questa ottica si ha una nozione di impresa commerciale come residuale, cioè “diversa dalle

precedenti” (cioè diversa da quelle agli articoli 2082, 2135 e 2083). Atteso che si configura nozione

in grado di assorbire tutti i fenomeni imprenditoriali che, in ragione della loro natura, non possono

qualificarsi come agricoli. Secondo questa interpretazione non possono esserci fenomeni

imprenditoriali che non siano riconducibili ad una impresa agricola o ad una commerciale.

Casi dai temi d’esame: 8 giugno 2009

Il signor Morello ha un grosso appezzamento di terreno nel cuore della Toscana, che da tempo ha adibito a

vigneto, dal quale riesce ad ottenere uva di grande qualità. L’uva prodotta non viene venduta nel mercato

ortofrutticolo, bensì viene utilizzata, assieme ad altra uva della medesima qualità acquistata da altri

produttori della zona, per la produzione di un vino molto pregiato. Il vino viene venduto sul mercato

nazionale e straniero.

Con l’avanzare dell’età Morello non riesce più a curare adeguatamente la sua attività. Decide allora di farsi

da parte e affidare l’attività ai suoi due figli, Bruno e Niccolò. Questi ultimi, in un primo momento, si

limitano a rimpiazzare il padre nella prosecuzione dell’iniziativa; in un secondo momento s’interrogano

sulla forma giuridica da attribuire all’iniziativa e, su suggerimento di un loro amico esperto di diritto

dell’impresa, decidono per la società a responsabilità limitata.

Dopo diversi anni, tra i due fratelli si verificano una serie di incomprensioni. Sicché, uno di loro, Bruno,

decide di vendere la sua partecipazione nella società. Tuttavia, nei confronti di tutti i potenziali acquirenti

che Bruno è riuscito a trovare, Niccolò non manifesta il suo gradimento.

Ciò premesso, si risponda, con adeguata motivazione, alle seguenti domande:

1. Il signor Morello esercita un’impresa? e, nell’affermativa, che tipo di impresa?

2. Bruno e Niccolò danno vita ad una società? e, nell’affermativa, che tipo di società?

Si è un’attività di impresa! Vuole di più il procedimento logico che la conclusione in se!! Produco beni che

prima non cerano però questa attività produttiva è qualificata nel triplice senso: professionale,

organizzazione (terreno e mezzi) e l’economicità. Si tratta quindi di un’impresa. Dobbiamo dire che tipo di

impresa è.. questo è importante ai fini delle regole che governano l’attività. Bisogna classificare l’impresa

perché normativamente è rilevante, quindi ha conseguenze normative. È un’attività agricola perché devo

guardare il fenomeno nel suo complesso: produco sia uva che vino, quindi guardo tutti i fenomeni nel suo

insieme. Non posso limitarmi a dire che è agricola perché cura il ciclo biologico perché non si limita a

questo. Insieme a questo produce anche un prodotto destinato al mercato. Quindi cosa devo guardare? Vi

è la coltivazione del fondo. Oltre alla coltivazione dell’uva c’è anche quella del vino. Non si limita al ciclo

biologico. Posso ancora avere attività agricola. La sola produzione del vino non è attività agricola, però il

discorso deve essere guardato nell’insieme il fenomeno. L’attività va fatta nel fenomeno nel suo insieme.

Se producessi solo vino non sarebbe agricola ma commerciale. La combinazione tra la de cose può

mantenere l’attività intera agricola a condizione che. Nel rispondere dico: potrebbe essere agricola, in

questo caso potrebbe esserlo per connessione però al ricorrere della condizione necessaria ai fini della

qualificazione è che l’uva utilizzata nella produzione di vino provenga per la maggior parte dall’attività

agricola essenziale. perché se invece il soggetto coltiva uva ma acquista altra ma quella che acquista è la

maggior parte dal mercato manca la condizione che utilizza in prevalenza prodotti che vengono dall’attività

agricola essenziale, quindi non è un’attività agricola per connessione quindi è una attività commerciale- la

soluzione quindi dipende da quanta uva utilizzo per lo svolgimento del processo produttivo.

La classificazione non è irrilevante perché se agricola sono regole inferiori rispetto all’ipotesi di impresa

commerciale che è disciplinata in tutto e per tutto dal diritto dell’impresa.

Casi dai temi d’esame: 7 luglio 2006

Il signor Giovanni Arena alleva polli in batteria, per poi rivenderli ai grossisti di carne della sua zona.

In seguito ad una brusca contrazione della domanda di carne di pollo, Arena decide di unire la sua attività

con l’attività di compravendita all’ingrosso di carni del signor Carlo Amburghese. In particolare, i due signori

stabiliscono di produrre all’interno la carne di pollo e di acquistare sul mercato gli altri tipi di carne, il tutto

per poi essere venduto. Peraltro, la carne di pollo rappresenta solo una minima parte di tutta la carne

complessivamente commerciata dai due signori.

Ciò premesso, si risponda, con adeguata motivazione, alle seguenti domande:

1. Come si qualifica l’attività del sig. Arena? e quella che deriva dall’unione di quest’ultima con quella del

sig. Amburghese?

La prima questione non da problemi: è attività di impresa, per i motivi che vanno detti. È agricola. Attività

agricola essenziale (allevamento di animali caratterizzato dalla cura di un ciclo biologico animale).

I problemi sorgono quando le due attività si uniscono. Prende il nome di società (lo vedremo più avanti)-

caio (il secondo<) volge compravendita all’ingrosso di carni (è la sua attività) e vende al dettaglio le carni. La

domanda in questo caso riguarda la qualificazione dell’attività che risulta dall’unione delle due iniztive-

poducono la carne di pollo e acquistano il resto. Bisogna capire come si qualifica la attività risultante. È di

imrpesa ma di che tipo? Agricola? No! Perché solo il pollo viene prodotto all’interno (wuersta è attività

agricola essenziale) invece le altri tipi di carne sono acquiwstati sul mercato però il caso mi dice che il pollo

è merginale e secondaria rispetto a tutta la carne venduta dai due soggetti. Provenientdo quindi in minima

parte, l’attività complessivamente svolta non è agricoa. Perché non c’è un elemento di connessione.

Acquisto dal mercato quello che rivendo e non ottengo questo prodotto dallo svolgimento dell’attività

agricola essenziale. La attività di tizio è agricola ma cessa di esserlo quando questa iniziativa è unita con

quella del secondo soggetto che invece è prevalenmtemente incentrata sulla compravendita di carni.

Caso: non è un tema d’esame!

C’è un soggetto che coltiva il proprio fondo con agrumi, e per promuovere la sua attività apre con la moglie

un laboratorio dove si producono e vendono magliette con i colori degli agrumi ed il logo del produttore

degli agrumi. L’iniziativa promozionale ha successo. In qualche anno diventa importante, c’è una crescita di

produzione con decine di dipendenti, però successivamente si verifica un incendio che impedisce alla

produzione di andare aventi. Ci sono dei crediti che devono essere pagati. Ad esempio i crediti da lavoro, da

materie prime, tessuti. Non possono essere pagati perché si verifica un incendio. (non crediti ma debiti). Se

i creditori insoddisfatti chiedono al tribunale l’apertura del fallimento. Qual è la probabilità che accolga

questa richiesta? È possibile aprire il fallimento?

Non sarà soggetta ad attività agricola. È di impressa. Come faccio a qualificarla? Devo guardare ai fini della

qualificazione l’attività principale quindi la prima all’inizio è la produzione dei capi di abbigliamento è solo

secondaria e di promozione.

Bisogna guardare l’attività principale in questo caso l’attività principale è la produzione di agrumi mentre

quella di laboratorio è solo di promozione.

Come qualifico l’attività nel suo complesso?

Per effetto dell’incendio ci sono dei crediti (debiti) inadempiuti. Uno di loro vuole attivare la procedura

fallimentare ma è possibile farlo?

All’inizio ho coltivazione di agrumi e produzione di abbigliamento. Ho attività agricola: l’abbigliamento è

solo strumentale. Nel complesso sta svolgendo attività agricola? Oppure sta facendo altro? In questo caso

la produzione dei capi di abbigliamento è agricola? No ovvio. Può essere attività connessa? Non è connessa

perché non c’entra strettamente con la produzione di agrumi. Perché non è trasformazione, manipolazione

di agrumi o commercializzazione degli stessi. Non faccio produzione di beni utilizzando le strutture

dell’attività agricola essenziale. Quindi mancano i presupposto perché un attività ulteriore può essere

considerata connessa.

Cosa ho quindi? Di fatto ho due imprese. Manca il presupposto per la connessione per le due attività. È

chiaro quindi che devono essere considerate in maniera distinta. Da un lato è un’impresa agricola. Dall’altro

non è agricola ma di produzione di beni, quindi commerciale. Lw due attività rimangono anche

successivamente quando il soggetto decide di sfruttare il successo dei prodotti di abbigliamento quando

crea una fabbrica con i dipendenti. Ho un soggetto che è titolare di due diverse iniziative: una agricola e una

commerciale. Rispondiamo al caso.

il fallimento può essere ottenuto, perché se il creditore è un creditore della seconda impresa. Solo se è

della seconda.

Agire fallimento: si commerciale no agricola

2. se ad essere inadempiuto è un creditore della attività di coltivazione di agrumi?? Quindi uno che ha

lavorato come produttore nell’agrumeto. Questo non viene pagato per la propria prestazione lavorativa.

Può chiedere l’apertura della procedura concorsuale di fallimento?? No. Perché si tratta di impresa agricola

che non è assoggettata al diritto di impresa.

La cosa da sottolineare è l’ipotesi non infrequente. Ci sono due attività distinte che fanno capo allo stesso

soggetto. Quindi può comunque chiedere il fallimento.- si perché le attività distinte fanno capo allo stesso

soggetto. In questo caso le due attività distinte sono distinte dal punto di vista organizzativo, la distinzione

si rileva solo sul piano organizzativo: quindi posso avere due o più imprese la cui distinzione riguarda solo

che ho dei mezzi e del lavoro utilizzato per una attività(organizzazione) e fattori produttivi utilizzati per

l’attività B. ho un’organizzazione (azienda) utilizzata per l’attività A e una per l’attività B. la distinzione è

solo organizzativa. Di chi sono le aziende? Sempre dello stesso soggetto quindi le due aziende costituiscono

lo stesso medesimo patrimonio del soggetto titolare. Un creditore può chiedere l’adempimento con tutto il

patrimonio che risponde con tutto il suo bene . norma che stabilisce il principio secondo cui il debitore

risponde con tutto il suo patrimonio per tutti i suoi crediti 2740. Unità delle garanzia patrimoniale. Se il

creditore è della attività agricola ha diritto di rifarsi su tutto il patrimonio del suo debitore. Quindi l’unità

del patrimonio consente ai creditori di chiedere l’apertura del fallimento quando il creditore esercita un

impresa commerciale. Se le attività sarebbero entrambe agricole non si potrebbe aprire il fallimento.

Impresa piccola

Articolo 2083 Codice Civile: Sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli

commercianti e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro

proprio e dei componenti della famiglia.

L’articolo 2083 quindi definisce la piccola impresa come un’attività professionale organizzata

prevalentemente con il lavoro del titolare e dei componenti della famiglia di quest’ultimo. Quindi si basa sul

lavoro proprio o dei propri famigliari.

Una piccola impresa presenta quindi esigenze di investimento che attengono a fattori produttivi secondari,

cioè a fattori produttivi diversi dal lavoro del titolare e dei componenti della sua famiglia. Si tratta perciò di

esigenze finanziarie non significative.

Possiamo definire la piccola impresa come un fenomeno produttivo nel quale il lavoro del titolare e dei

componenti della sua famiglia è un fattore produttivo necessario ma non sufficiente, nel senso che non è

l’unico fattore produttivo impiegato nel processo ma deve essere affiancato da altri fattori come ad

esempio il lavoro altrui oppure il capitale. Il lavoro autonomo è invece un lavoro in cui il lavoro del titolare

(e solo del titolare) è necessario e sufficiente, nel senso che è l’unico fattore produttivo impiegato nel

relativo processo anche se con l’ausilio di altri elementi come possono essere il cacciavite, il telefono ecc…

Si ritiene che la prevalenza del lavoro del titolare e dei suo famigliari non vada verificata in senso

quantitativo, cioè verificando che il lavoro di questi soggetti valga di più di quello degli altri fattori

produttivi (lavoro altrui e capitale) ma in senso qualitativo, e quindi verificando che il lavoro del titolare e

dei suoi famigliari costituisca il fattore essenziale e imprescindibile nel processo produttivo sottostante. Il

loro lavoro non può quindi essere sostituito dall’organizzazione ed è per questo una fattore infungibile

rispetto all’organizzazione stessa.

Esempi pagina 56 libro 1 cetra

La piccola impresa e la legge fallimentare

Al criterio di prevalenza va affiancato il criterio quantitativo, che deve essere più immediato ed oggettivo.

articolo 1 comma 2 della legge fallimentare: esclude l’apertura delle procedure concorsuali di fallimento e

di concordato preventivo nei confronti di titolari delle imprese che si attestino al di sotto di tre parametri;

due di carattere patrimoniale ed uno di carattere reddituale; essi sono:

1. L’esposizione debitoria complessiva sussistente al momento dell’apertura della procedura

concorsuale non superiore a 500mila euro.

2. L’attivo patrimoniale nei tre esercizi precedenti non superiore per ogni esercizio a 300mila euro.

3. I ricavi lordi nei tre esercizi precedenti non superiori per ogni esercizio a 200mila euro.

È importante capire se questi criteri sono alternativi o complementari all’articolo 2083 del Codice Civile. Se

l’impresa dimostra e soddisfa l’esistenza congiunta di questi tre requisiti si ritiene che la norma fallimentare

stabilisca una presunzione di piccolezza dell’impresa. A prescindere dal fatto che la prevalenza spiegata

prima ci sia oppure no, si presume che l’impresa sia piccola. S i ritiene in questo caso che la presunzione

non sia ribaltabile ed è quindi definita assoluta, non è quindi ammessa prova contraria e l’impresa non è

assoggettabile alla procedura fallimentare.

È presente una presunzione di piccolezza: si presume che una impresa sia piccole quando si attesta al di

sotto dei tre parametri prima elencati. Ne consegue che sia presente anche una presunzione di grandezza,

nel senso che si presume non piccola l’impresa che supera anche solo uno di questi parametri. Resta da

chiarire se le presunzioni sono assolute o relative. L’opinione unanime riconosce il criterio di piccolezza,

mentre per quanto riguarda quella di grandezza ci sono opinioni discordanti: alcuni ritengono che sia

grande l’impresa che superi anche solo uno di questi parametri, altri invece ritengono che questa norma e

l’articolo 2083 siano da ritenere complementari nel caso in cui vengano superati i limiti della legge

fallimentare, in questo caso vi è un trait d’union tra le due norme.

Casi dai temi d’esame: 22 giugno 2006

Il sig. Gerardo è titolare di un’impresa di confezionamento di abiti maschili su misura, regolarmente iscritta

nell’albo delle imprese artigiane ai sensi dell’art. 5 l. 8 agosto 1985, n. 443, nella quale impiega,

complessivamente, tra lavoratori subordinati e semplici apprendisti, 30 dipendenti. Gerardo si fida molto di

alcuni suoi collaboratori, tanto che, spesso, affida ad essi il compito di curare l’intero processo di

manifattura commissionato dai clienti. Tuttavia, un bel giorno si presenta in Atelier un signore inglese, Mr.

Orwell, che, accolto da un collaboratore di Gerardo, chiede espressamente del sig. Gerardo, al quale

commissiona la confezione di tre vestiti confidando sul fatto che sia proprio lui, Gerardo, a curare

personalmente l’intero processo di manifattura.

Sebbene quest’ultimo ordinativo non sia stato ancora portato a termine, improvvisamente, Gerardo decide

di accettare un’allettantissima proposta di acquisto dell’Atelier fattagli dal sig. Lampardo, il quale, dopo

aver concluso quest’operazione, decide di proseguire l’attività di Gerardo costituendo, però, una s.r.l.

unipersonale, nella quale intende apportare, a titolo di conferimento, l’Atelier appena acquistato.

Ciò premesso, si risponda, con adeguata motivazione, alle seguenti domande:

1. L’impresa del sig. Gerardo, in quanto impresa artigiana, è necessariamente una piccola impresa?

Artigiana perché gli abiti sono su misura. Legge 445 del 1985. Ancora in vigore che disciplina il fenomeno

delle imprese artigiane. Articolo 2083 Codice Civile: sono imprenditori anche gli artigiani. Guardando il

fenomeno al quale di fa riferimento al caso. Abbiamo una attività produttiva con 30 dipendenti abbiamo

che questi si prendono cura dell’intero processo produttivo. Conclusioni che posso trarre: sembra che sia

un’impresa perché l’artigiano è una figura particolare della piccola impresa. Però l’articolo dice anche che il

lavoro prevalente è quello del titolare. Il conetto di prevalenza è rispettato? Il fatto che venga richiesto il

requisito della prevalenza deve essere verificato ogni volta per vedere se sono davanti ad una piccola

impresa oppure no. Non basta quindi la qualifica formale ma bisogna andare oltre per vedere il darto

sostanziale e quindi veder se il requisito della prevalenza è soddisfatto oppure no. In questo caso è in senso

negativo perché tizio da ai dipendenti il compito di seguire in tutto e per tutto il cliente. Una parte

dell’organizzazione è quindi in grado di iniziare e completare il processo produttivo. Significa che

l’organizzazione è fungibile (può sostituire l’attività esecutiva del titolare) e quindi di fatto è autonoma

rispetto al lavoro del titolare. Questo permette di escludere che l’attività produttiva sia qualificata come

piccola impresa.

Il processo produttivo si completa anche a prescindere dal titolare della iniziativa considerata. Un caso di

questo tipo non una piccola impresa

Il 2083 dice che la piccola impresa è artigiano e che è svolta maggiormente dal titolare. È soddisfatto il

principio della prevalenza? Sembra di si perché la sua attività non è sostituita da dipendenti o da

macchinari. L’organizzazione non sostituisce l’attività esecutiva del soggetto, che è infungibile rispetto

all’organizzazione. è condizione necessaria ma non sufficiente per iniziare e completare il processo

produttivo. L’attività non si conclude senza l’intervento diretto del personale. L’attività considerata è quindi

una piccola impresa.

Rapporto che intercorre tra piccola impresa e impresa artigiana. 2083 è piccola impresa l’artigiana. Legge

445 del 1985. Artigiana: impresa che produce beni e servizi anche manuale ma in via prevalente. Richiama il

concetto di prevalenza che usato dalla norma del codice sulla piccola impresa. Una impresa artigiana è

sempre una piccola impresa? No! Una piccola impresa può essere artigiana ma non vale il viceversa. Una

impresa artigiana potrebbe non essere una piccola impresa. Il profilo discriminante tra i due concetti è la

prevalenza dato dal codice che appunto è da intendersi nel senso che abbiamo visto. Il concetto di

prevalenza contenuto nella legge quadro sull’artigianato è un concetto diverso, significa altro. La

prevalenza dell’articolo 2083 Codice Civile è diverso dal concetto della lett 445 del 1985 articolo 2. Questa

consente fino a 40 dipendenti. nel caso di numero elevato di dipendenti è possibile che essi riescano a

svolgere per intero il processo produttivo. Rappresentano l’organizzazione che da sola è autonoma rispetto

al processo produttivo. Quindi lo svolgimento del processo produttivo può prescindere dall’intervento del

titolare. Il lavoro dell’artigiano nella sua impresa deve essere non sostituibile e principale.

Impresa artigiana

Legge 443/1985 – legge quadro dell’artigiano.

L’impresa artigiana è una attività di produzione di beni, anche semilavorati, o di prestazione di servizi, con

l’eccezione delle produzioni agricole, dei servizi commerciali e di intermediazione e della somministrazione

al pubblico di alimenti e bevande. È poi un’attività produttiva nella quale il titolare o, nel caso in cui

l’impresa assuma la forma di società commerciale, la maggioranza dei soci, svolge in misura prevalente il

proprio lavoro all’interno del processo produttivo.

Un’impresa artigiana NON è sempre una piccola impresa. Una piccola impresa può essere un’impresa

artigiana, ma una impresa artigiana può non essere una piccola impresa.

Enti pubblici e impresa pubblica

L’impresa pubblica fa riferimento ad un fenomeno produttivo imprenditoriale di natura commerciale

esercitato da o riconducibile ad un soggetto di diritto pubblico (quindi un ente pubblico).

Gli enti pubblici sono enti di diritto pubblico. Possono esercitare qualunque attività produttiva, anche

quella che si distingue come impresa. Ci sono ripercussioni sul piano della disciplina applicabile.

Un servizio è pubblico si distingue per il carattere generale del bene del servizio che viene prodotto

presenta una utenza quanto meno potenziale di carattere generale. Può essere chiunque ad usarlo. Deve

avere il carattere di universalità: deve essere reso accessibile o potenzialmente tale ad un numero alto non

limitato di soggetti.

Gli enti pubblici si distinguono in due categorie:

Enti pubblici economici: l’iniziativa svolta dall’ente pubblico in via esclusiva o principale quando

- svolge una attività economia qualificabile come impresa. È quindi un ente che si prefigge di

perseguire un fine istituzionale attraverso una attività commerciale.

Gli enti pubblici economici non sono più tanto diffusi. In passato lo erano fortemente e c’erano in

ogni settore del sistema economico. Ad esempio la banca nazionale del lavoro in passato era un ente

pubblico economico, così come anche ferrovie dello stato, Alitalia, Telecom… Queste imprese hanno

poi subito un processo di privatizzazione: significa che questi enti pubblici hanno cambiato la veste

giuridica modificando la veste da pubblica a privata. Siamo passati da una forma giuridica di diritto

pubblico in forma giuridica di diritto privato. Sono quindi diventate delle società. Il fenomeno delle

privatizzazioni ha interessato questo tipo di enti. Lo stato è uscito dal sistema economico realizzando

una privatizzazione.

È cambiata solo la veste giuridica ma è diventata una forma giuridica di diritto privato e quindi una

società. In questo stadio si parla di privatizzazione formale. È successo ad esempio in ferrovie dello

stato, che è una società per azioni che nasce dal precedente ente pubblico ma la forma giuridica e

quindi il soggetto di diritto è di diritto privato, mentre il soggetto economico di questa società resta

di diritto pubblico. Questo significa che il soggetto che controlla la società che fuoriesce dalla

privatizzazione è di diritto pubblico. È privata in senso formale perché il controllo all’interno

dell’azienda (maggioranza delle azioni) è ancora un soggetto di diritto pubblico.

Nel caso di BNL, Telecom… si ha avuto una privatizzazione sia formale che sostanziale. Significa che il

controllo della società nascente da privatizzazione è stato ceduto, trasferito sul mercato. Di fatto non

ho solo un soggetto giuridico privato ma anche un soggetto economico privato. È diverso dal vecchio

controllore che era lo stato. In particolare in BNL di diritto straniero (francese), Telecom è italiano. In

entrambe le ipotesi c’è stato un trasferimento del potere di controllo. In BNL e in Telecom si è

seguita la via dell’offerta pubblica di vendita, anche come Enel. Vuol dire che lo stato che era

azionista di controllo e in molti casi unico azionista ha preso le azioni e in particolare quelle

necessarie per esercitare il controllo e ha fatto una offerta pubblica di vendita: si è rivolta a l mercato

facendo un annuncio di vendita generalizzata delle azioni e ne ha stabilito le condizioni e chi voleva

poteva comprarle. È stata una sorta di vendita collettiva. In maniera indifferenziata lo stato si è

rivolto al mercato. Il controllo è passato dallo stato a tanti soggetti. Non è solo l’unico modo. Alla

offerta pubblica di vendita si aggiunge una altra tecnica: la vendita diretta o con trattativa privata: lo

stato non fa una offerta al pubblico ma si è rivolta a uno o più acquirenti. Ad esempio è accaduto per

Alitalia.Il più importante ente pubblico economico è l’ente monopoli di stato. Si sta parlando di

privatizzazione ma per ora non è ancora iniziata nemmeno quella sostanziale.

Enti pubblici non economici: sono enti che realizzano molteplici fini istituzionali attraverso un’azione

- che si articola in diverse iniziative, anche produttive, che tipicamente non presentano i caratteri

dell’impresa (soprattutto manca il requisito dell’economicità) ma che talvolta possono essere vere e

proprie imprese. L’impresa non è esclusiva né principale. È secondaria, oppure è una tra le diverse

iniziativa che l’ente pubblico può svolgere. Sono enti pubblici non economici ad esempio i comuni, le

regioni…

Distinguiamo tra:

Servizi a rilevanza economica: possono essere erogati a condizioni che consentono di

o conseguire un margine di profitto e per i quali è possibile immaginare un mercato

concorrenziale di riferimento. (ad esempio luce, gas, acqua…). La loro gestione può essere

effettuata direttamente dall'ente pubblico locale ma deve essere affidata ad una società di

capitali a partecipazione pubblica con la quale intercorre una relazione intensa. Vengono

definite società in house providing.

Servizi privi di rilevanza economica: servizi che non si prestano ad essere erogati a

o condizioni che consentono di conseguire un margine di profitto e per i quali quindi non è

immaginabile un mercato concorrenziale di riferimento (ad esempio i servizi sociali). La

gestione è lasciata alla discrezionalità dell'ente pubblico e questo può affidarla ad una

società in house oppure ad una autonomia funzionale con soggettività giuridica (azienda

speciale) o priva di soggettività giuridica (istituzione), oppure può essere esercitata in

economia.

Esempio. Ente pubblico: attibuisce alle riserve un vincolo di destinazione però esse non

costituiscono un nuovo soggetto ma rimanfono all0intermo (come se nascessa un organo) il

soggetto di diritto che opera per l’organo è l’ente pubblico che ha creato questa istituzione.

Ad esempio c’è un comune che vuole gestire un circolo ricreativo per anziani chiedendo agli

utenti un prezzo per acquistare i servizi pari a 100 e li paga 100. Svolge un servizio pubblico

non economico in questo caso può servire due vie: individuare delle risorse, fattori

produttivi, che possono essere capitale o personale. Queste possono essere conferite in

una azienda speciale, cioè viene creato un nuovo soggetto del diritto; oppure può

mantenere all’interno la gestione di questo circolo creativo: utilizza le stesse risorse ma non

vengono conferite all’esterno per creare un nuovo soggetto ma rimangono all’uinteno. Si

crea solo un vincolo di destinazione funzionale.

Altre iniziative imprenditoriali non qualificabili come servizi pubblici: ad esempio le case

o da gioco comunali. La loro gestione può essere di una società in mano pubblica o

dell'autonomia funzionale con o senza soggettività giuridica.

Quindi in sostanza l'impresa pubblica può presentarsi nella forma della società pubblica (impresa-società),

dell'ente pubblico economico (impresa-ente) o all'interno di un contesto organizzativo di un ente pubblico

non economico (impresa-organo).

Implicazioni sul piano disciplinare:

Nel caso in cui l'impresa assuma la forma giuridica di diritto privato (la società), l'applicazione della

o disciplina non è diversa da quella di qualsiasi altra società.

Nel caso in cui l'impresa assuma la forma giuridica di diritto pubblico, quindi l'ente pubblico, vi sono

o alcune regole differenti. Gli enti pubblici economici soggetti all'obbligo di iscrizione nel registro

delle imprese. Qualunque ente pubblico, economico e non, è escluso dalle procedure di fallimento

e di concordato preventivo. Leggendo in maniera combinata gli articoli:

▪ 2221 Codice Civile: Gli imprenditori che esercitano un'attività commerciale [2195], esclusi gli

enti pubblici e i piccoli imprenditori [2083], sono soggetti, in caso di insolvenza (1), alle

procedure del fallimento e del concordato preventivo (2), salve le disposizioni delle leggi

speciali

Bisogna distinguere a seconda che si tratti di ente pubblico economico o non economico.

Per gli enti pubblici economici in caso di insolvenza trova applicazione una procedura

concorsuale che si chiama liquidazione coatta amministrativa. Essa è il corrispondente del

fallimento ma di differenzia per il fatto che la coatta è retta da una attività amministrativa e

non fa una giudiziaria come il fallimento.

Per gli enti pubblici non economici insolvenza risota e superata con degli istituti particolari

di diritto pubblico interno o internazionale: in caso di insolvenza dello stato interviene il

FMI, di un ente locale enti di intervento di caratteri interni.

▪ 2201 Codice Civile: Gli enti pubblici (1) che hanno per oggetto esclusivo o principale

un'attività commerciale [c.p.c. 409 n. 4] sono soggetti all'obbligo dell'iscrizione nel registro

delle imprese [2188]

L'obbligo di iscrizione nel registro delle imprese vale solo per gli enti pubblici economici. La

ragione è che il registro delle imprese è retto dalla Camera di commercio e prima di

procedere all'iscrizione essa esercita un controllo. L’esenzione si giustifica perché si vuole

evitare che un ente pubblico non economico si assoggetti a un altro ente pubblico di

dimenaione inferiore.

▪ 2093 Codice Civile: Le disposizioni di questo libro si applicano agli enti pubblici inquadrati

(1)

nelle associazioni professionali . Agli enti pubblici non inquadrati si applicano le disposizioni

(2)

di questo libro, limitatamente alle imprese da essi esercitate [2201] . Sono salve le diverse

disposizioni della legge [2221; l.f. 1, 195].

Si è posto il problema dell'analogia con riferimetno ad enti privati non societari. In particolare si è posto il

problema con riferimento alle associazioni o alle fondazioni che svolgono attività di impresa. Non è

possibile applicare la disciplina come previsto per l’ente pubblico se si accetta il carattere eccezionale della

norma perché non può essere applicata in via analogica.

Casi dai temi d’esame: 3 luglio 2012

Il comune di Vattelapesca gestisce un servizio di asilo nido e di scuola dell’infanzia, al quale ha destinato un

immobile e due dipendenti con qualifica di insegnanti specializzati per questo tipo di istruzione. I costi

mensili per la produzione del servizio ammontano a 300 euro per bambino mentre la retta mensile è fissata

in 400 euro per bambino. Il servizio ha una capacità produttiva complessiva pari a 50 bambini per anno che

tuttavia non riesce a soddisfare la domanda che si attesta attorno i 70-80 bambini per anno.

Sicché, il comune decide di costituire una società a responsabilità limitata con un socio privato, il sig. Mevio,

per la gestione di un analogo servizio. A tal fine, il comune conferisce un immobile da adibire a sede della

scuola, che viene valutato 100.000 euro; il privato conferisce contanti per 200.000 euro. L’atto costitutivo

della società stabilisce tra l’altro che:

a) Tizio è amministratore unico, il quale deve farsi autorizzare dai soci per la stipula di contratti di

importo superiore a 100.000 euro;

b) Caio è direttore generale, il quale deve farsi autorizzare da Tizio per la stipula di contratti di

importo superiore a 50.000 euro;

c) Sempronio è direttore del personale, il quale deve farsi autorizzare da Caio per la stipula di

contratti di lavoro di durata superiore all’anno scolastico.

Ciò premesso, si risponda, con adeguata motivazione, alle seguenti domande:

1. La gestione del servizio descritta nel testo è un’impresa? nel caso di risposta affermativa, che forma

giuridica può rivestire? e quali sono le conseguenze sulla disciplina applicabile a seconda della

forma giuridica prescelta?

È produttiva, produce un servizio (istruzione, assistenza) è professionale ed organizzata. È economica

perché ha costi 300 e ricavi 400, quindi addirittura è lucrativa. È una impresa non commerciale (2195). Il

problema è adesso comprendere quale forma giuridica può assumere l’impresa esercitata dall’ente

pubblico. Si tratta di un ente pubblico.

È un servizio pubblico: è economico perché è fissato nella prospettiva di avere un margine di profitto. Ci

sono conseguenze sul piano della forma giuridica utilizzabile. Nel caso in cui il servizio pubblico sia anche

economico. Sono servizi pubblici di carattere economico perché il prezzo di vendita del servizio è fissato per

consentire un margine di profitto. Con riferimento a questi servizi, la forma giuridica è di diritto privato.

Non possono essere gestiti in prima persona dall’ente pubblico ma questo deve usarne una privata e in

particolare una società. (?) la società è in mano pubblica. È privata solo formalmente. È una società

partecipata interamente da parte di un ente pubblico. Può essere un singolo o più enti pubblici. Caso in cui

c’è la produzione di energia elettrica effettuata da parte di due o più comuni.

La ragione per la quale si richiede che la gestione di questi servizi sia affidata a una società partecipata dal

pubblico, si vuole incentivare il pubblico a cedere il controllo della società. Questo passaggio alla società in

mano pubblica è un passaggi oche non dovrebbe essere fine a se stesso ma dovrebbe essere finalizzato a

cedere il controllo della società direttamente al mercato. Esistono delle leggi che vengono propagate che

stabiliscono termini massimi per enti pubblici per avere delle partecipazioni in società di questo tipo. Ad

esempio entro il 2015 gli enti pubblici interessati dovranno vendere la partecipazione nelle società in

house.

Tema d’esame del 18 luglio 2013: riguarda una impresa pubblica sebbene nella forma della società pubblica

in cui si trattava dell’applicazione dell’impresa, in particolare della concorrenza. Trova applicazione perché

tutto il resto della disciplina trova applicazione tranne i due detti. Seconda consa da dire è che in quanto

norme eccezionali devono essere applicate solo con riferimento al caso specifico regolato e non in via

analogica. Una norma particolare non può essere applicata per casi analoghi ma solo per il caso specifico.

Impresa privata

L'impresa privata è un fenomeno produttivo imprenditoriale, che assume la forma giuridica diritto privato.

L’impresa in forma privata è tale quando è gestita da persone fisiche, enti privati o enti di altro tipo.

▪ Persona fisica (impresa individuale)

▪ Società (impresa societaria)

▪ Ente privato non societario (impresa collettiva non societaria)

Nel caso di persona fisica e quindi quando l'impresa assume una forma individuale, l’unica differenza

applicabile riguarda solo se piccola impresa è piccola oppure no, si guarda quindi la dimensione.

Nel caso di società si attua la stessa distinzione. Se l’impresa societaria è una piccola impresa è esonerata

dal diritto di impresa viceversa in caso contrario. Il problema è solo capire se il lavoro del titolare è

prevalente. Nella impresa societaria trovano rilievo le società di forma commerciale. Esse sono tutte le

società pensate, disciplinate, immaginate nella prospettiva di dare forma giuridica ad una impresa

commerciale (snc, sas, srl, spa) Sono state disciplinate sia in sede di Codice Civile sia in forma di diritto

societario per dare forma giuridica. Nel loro interno hanno regole mutuate dalla disciplina di impresa. La

disciplina della società presenta regole proprie dell’attività esercitata. Ad esempio tutto le società

commerciali hanno obbligo di iscrizione nel registro delle imprese, e di tenuta delle scritture contabili.

Conseguenza pratica: se uso una Spa, Srl, Snc..., per fare attività di diverso tipo, ad esempio agricola, o non

di impresa, in quanto utilizzo la forma commerciale devo adempiere all’obbligo di pubblicità e

documentazione., non perché faccio un’impresa ma perché sto usando la forma commerciale. Essa impone

regole nella disciplina di impresa proprio perché deve essere usata per lo svolgimento dell’impresa.

Nel caso di enti privati non societari distinguiamo tra: gruppo europeo di interesse economico, consorzio

tra imprenditori con attività esterna, rete di impresa, associazione...).

Il gruppo europeo di interesse economico ha matrice comunitaria. Essa è una struttura che consente a due

o più soggetti di collaborare tra loro e di svolgere in comune qualcosa che potrebbe essere utile e uno o

all’altro. Servono per attuare forme di collaborazione tra imprese. Il GEIE si caratterizza per un elemento di

internazionalità: almeno uno dei membri del GEIE deve appartenere ad un ordinamento diverso da quello

degli altri. Vengono accentrate nel GEIE e quindi ogni impresa svolge in maniera decentrata.

Equivalente interno del GEIE è il consorzio tra imprenditori con attività esterna. Esso ha lo stesso profilo

funzionale del GEIE: svolgere in comune una o più fasi del processo

La rete di impresa è dotata di soggettività giuridica; se non l’ha non è un ente. Ha molto di più del

consorzio. Due o più imprese usano la rete per mettere in comune conoscenze per svolgere più fasi, attività

di collaborazione.

Infine troviamo le strutture di diritto privato classico: associazioni o fondazioni.

Problema professionalità individuali.

Imputazione dell'impresa

Problema della imputazione dell’impresa: riguarda il soggetto al quale l’impresa può essere giuridicamente

riferita. Il soggetto giuridico è l’imprenditore: egli è il referente soggettivo dell’impresa e deve adempiere a

tutti gli obblighi.

Il referente soggettivo dell'impresa è colui il quale è tenuto ad adempiere ai diversi obblighi

comportamentali in cui la disciplina dell'impresa si scompone. Quindi l'imprenditore in senso giuridico. La

disciplina dell’impresa non stabilisce un criterio che permette di individuare il referente soggettivo, manca

la norma che lo stabilisce in maniera inequivoca. Per questo motivo vengono usate due tecniche: una è

formalista, o basata sulla spendita del nome, secondo la quale è imprenditore colui che svolge l'impresa a

suo nome, la seconda è più sostanzialista e basata sull’interesse perseguito nello svolgimento dell’impresa,

secondo la quale è imprenditore colui nel cui interesse l'impresa è svolta.

C’è solo una ipotesi in cui tutti sono d’accordo: quando l'elemento formale e quello sostanziale convergono

in capo allo stesso soggetto (se svolgo una impresa a mio nome e per un mio interesse sono per forza io

l’imprenditore: se svolgo una attività di impresa a nome e per interesse di un altro in questo caso

l’imprenditore è lui perché non devo guardare chi svolge l’impresa ma la convergenza dei due elementi in

capo a una certa figura soggettiva).

È frequente che l’impresa sia svolta nel nome e nell’interesse di un altro soggetto. L’imprenditore non è

quello che svolge materialmente ma colui sul quale convergono gli elementi. Colui che svolge l'attività si

chiama insitore.

L'impresa dell'incapace

La scissione potrebbe avvenire anche in un altro caso: nel caso dell’impresa dell’incapace, cioè priva di

capacità di agire come il minorenne o l’interdetto o ancora un inabilitato. L'incapace non può curare i

propri interessi patrimoniali e necessita di un rappresentante legale. Distinguiamo gli incapaci in:

Incapaci totali (minori o interdetti): Non possono né gestire il patrimonio né compiere atti di

o disposizione. Gli atti di ordinaria amministrazione sono affidati al tutore, così come quelli di

straordinaria previa autorizzazione del giudice tutelare.

Incapaci parziali (inabilitati): possono compiere atti di ordinaria amministrazione ma non di

o straordinaria

Per quanto riguarda l'impresa, nel caso di incapacità non è possibile iniziare una attività di impresa ma è

possibile continuarla (ad esempio nel caso di donazione) se c'è l'autorizzazione del tribunale. Se questo si

verifica, in caso di incapacità totale l'impresa viene gestita dal tutore, nel caso di incapacità parziale

l'impresa può essere affidata allo stesso incapace con l'assistenza del curatore.

Casi problematici di imputazione

Sono i casi in cui l'elemento formale della spendita del nome e l'elemento sostanziale dell'interesse

perseguito fanno capo a due soggetti diversi. Ad esempio nel caso in cui Tizio esercita un'impresa in nome e

per conto di Caio. Il criterio da utilizzare in questo caso è controverso.

Criterio formalista (della spendita del nome): secondo questo criterio l'impresa di imputa al soggetto il cui

nome viene speso nello svolgimento della stessa. A fronte della mancanza nell'ordinamento di un criterio di

imputazione, si può porre rimedio attraverso il ricorso al criterio previsto dall'ordinamento per imputazione

degli atti giuridici.

Articolo 1705 Codice Civile: Il mandatario che agisce in proprio nome acquista i diritti e assume gli

obblighi derivanti dagli atti compiuti con i terzi, anche se questi hanno avuto conoscenza del mandato

(1). I terzi non hanno alcun rapporto col mandante. Tuttavia il mandante, sostituendosi al mandatario,

può esercitare i diritti di credito derivanti dall'esecuzione del mandato (2), salvo che ciò possa

pregiudicare i diritti attribuiti al mandatario dalle disposizioni degli articoli che seguono [1721

Il mandatario che esegue atti giuridici per conto del mandante è soggetto alla disciplina e agli atti giuridici,

anche se si è a conoscenza che lo ha fatto per conto di un altro soggetto.

Questo criterio può portare a delle forme di abuso. Ad esempio nel caso in cui chi svolge l’impresa per

proprio conto è un nullatenente, cioè non ha niente non ha molto da perdere nel casi in cui l’iniziativa non

vada a buon fine e si presti a fungere da prestanome allo svolgimento di un’impresa per conto di un altro

soggetto che ha interesse a non esporre il suo patrimonio al rischio di impresa. In questo caso l’azione dei

creditori in caso di insolvenza resterebbe fine a sé stessa. I creditori dovrebbero vantare nei confronti del

dominus qualche forma di garanzia diretta, ma ottenerla non è semplice per i creditori deboli (lavoratori e

fornitori deboli) ma spesso non lo è nemmeno per quelli forti (banche e fornitori forti).

Nel caso in cui l’atto di intestazione sia sospetto, esso può essere oggetto di azione revocatoria

articolo 2901 Codice Civile: Il creditore, anche se il credito è soggetto a condizione o a termine, può

domandare [2652 n. 5] che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del

patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni [524, 1113], quando concorrono le

seguenti condizioni: 1) che il debitore conoscesse il pregiudizio che l'atto arrecava alle ragioni del

creditore o, trattandosi di atto anteriore al sorgere del credito, l'atto fosse dolosamente preordinato al

fine di pregiudicarne il soddisfacimento; 2) che, inoltre, trattandosi di atto a titolo oneroso, il terzo fosse

consapevole del pregiudizio e, nel caso di atto anteriore al sorgere del credito, fosse partecipe della

dolosa preordinazione (1). Agli effetti della presente norma, le prestazioni di garanzia, anche per debiti

altrui, sono considerate atti a titolo oneroso, quando sono contestuali al credito garantito (2). Non è

soggetto a revoca l'adempimentodi un debito scaduto [1183, 1186; l.f. 67] (3). L'inefficacia dell'atto non

pregiudica i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi di buona fede, salvi gli effetti della trascrizione

della domanda di revocazione [2652 n. 5, 2690; l.f. 64 ss.]

Si può avere azione revocatoria su un atto se sono presenti:

Danno arrecato: riduzione del patrimonio del creditore;

- Dolo: intenzione del debitore di ledere il creditore;

- Malafede: il terzo che ha beneficiato dell’atto era a conoscenza della commissione del

- danno; questo deve essere verificato dai creditori ma non è semplice.

La giurisprudenza, per risolvere il problema ha elaborato la tecnica dell’impresa fiancheggiante: se si ha una

impresa e un prestanome e se si riesce a dimostrare che il dominus ha tenuto un comportamento verso il

prestanome che può essere considerato come impresa (attività produttiva triplicemente qualificata) (come

ad esempio ha dato istruzioni, risorse…) allora si dimostra che l’attività del dominus è una attività

fiancheggiatrice che affianca l’attività del prestanome. Quindi anche in questo caso il dominus, essendo

considerato un imprenditore, è soggetto al fallimento.

La dimostrazione dei tre punti di cui sopra, può essere fatta sulla base di presunzioni assolute o relative:

Assolute: il creditore non deve dimostrare niente se non che un bene è uscito dalla sfera

- giuridica di un soggetto. L’atto in questo caso è automaticamente revocato.

Relative: chi subisce l’azione ha l’onere della prova.

-

La dimostrazione è resa ancora più complessa dal fatto che se ad esempio nelle sentenze di primo e

secondo grado di accerta l’esistenza di una impresa fiancheggiante, ma in terzo grado la sentenza viene

ribaltata, il fallimento è revocato.

Criterio dell'interesse perseguito (o sostanzialista): secondo queste teorie l’impresa deve imputarsi

secondo un criterio che si riferisca al fenomeno in quanto tale e non alle singole frazioni in cui lo stesso si

scompone. Tra queste teorie, la più importante è quella dell’imprenditore occulto: essi si basa sul

presupposto secondo il quale c'è una relazione biunivoca tra potere e rischio. Il dominus di un'iniziativa

imprenditoriale deve essere responsabile delle obbligazioni sorte nel corso dello svolgimento di un'impresa

per suo conto da parte di un prestanome. Il dominus non solo è responsabile per le obbligazioni ma

acquista anche la qualifica di imprenditore, quindi è assoggettato alla disciplina di impresa è in caso di

insolvenza anche alle procedure concorsuali.

Questo trova riscontro normativo nell’articolo 147 della legge fallimentare, secondo il quale sarebbe

possibile cogliere il principio generale secondo cui l’impresa si imputa a prescindere dal nome speso nell

svolgimento della stessa ma in funzione di un interesse perseguito.

Esempi: In una società ci sono tre soci A, B e C, i primi due sono palesi e il terzo è occulto. Nel caso in cui la

- società fallisca e si scopre l’esistenza di C, il fallimento viene esteso anche a lui.

Ci sono due società, A e B, se si scopre che B è il dominus di A, allora il fallimento di A provoca il

- fallimento della società B.

Casi dai temi d’esame: 16 settembre 2013

Caio, dotato di un patrimonio insufficiente per l’esercizio di un’attività di impresa, svolge attività di

commercio all’ingrosso di integratori alimentari in nome proprio ma nell’interesse di Mevio e Tizio, i quali

hanno pattuito, tra loro e con Caio, di: (i) compartecipare alle scelte di gestione dell’impresa di Caio, che

verranno assunte di comune accordo; (ii) fornire a Caio le risorse finanziarie per lo svolgimento della

suddetta attività di impresa e (iii) dividersi in parti uguali gli utili eventualmente derivanti da tale attività.

Caio, Mevio e Tizio iniziano ad eseguire il suddetto patto, con l’intesa tuttavia di tenerlo segreto e di non

esteriorizzarlo a terzi.

Sempronio decide di costituire una società in nome collettivo con Filano per svolgere una attività

commerciale ma l’atto costitutivo della s.n.c. non viene iscritto nel registro delle imprese. Sempronio e

Filano pattuiscono che: (i) per le perdite della società Sempronio risponderà per il 30%, mentre Filano

risponderà per il 70%; (ii) al fine di garantire un ingente finanziamento concesso dalla banca Delta alla

s.n.c., Sempronio rilascerà alla banca Delta una fideiussione. Trascorsi alcuni anni dalla costituzione della

s.n.c., Sempronio riceve dai creditori della s.n.c. (tra i quali la banca Delta) la richiesta di pagamento dei

crediti da essi vantati verso la società.

Risolti i problemi con i creditori sociali, la s.n.c. viene trasformata in una s.r.l. di cui Sempronio viene

nominato amministratore unico. Sempronio stipula, in nome della società, una serie di contratti di

consulenza con una società di consulenza di cui sua moglie è socio unico.

1. A chi è imputabile l’attività di impresa svolta in nome di Caio? Chi risponde dei debiti derivanti dallo

svolgimento di tale attività di impresa

al di fuori dell’ipotesi di fallimento? Nel caso in cui l’impresa di Caio sia insolvente, nei confronti di

quali soggetti può essere dichiarato il fallimento?

Illustrare la teoria dell’imprenditore occulto e quindi sull’articolo 147 della legge fallimentare che fa

espresso riferimento al fallimento della società occulta. È una figura che viene individuata dal 5 comma

legge fallimentare. Una volta accertato il patto le conseguenze sono estese anche ai soci occulti e quindi

anche alla società. È necessario verificare che il patto sia qualificabile come società.

Il caso dice che ili patto riguarda o stabilisce la compartecipazione sulla gestione, sulla fornitura delle

risorse finanziarie, sulla ripartizione degli utili. C’è un elemento di decisione comune sui fatti gestori e uno

patrimoniale sull’apporto di risorse patrimoniali e infine una clausola del patto per la ripartizione degli

eventuali utili. Richiamano l’articolo 2247 del Codice Civile che definisce il fenomeno di società. Esso

stabilisce che si ha una società quando due o più soggetti svolgono in comune una attività economica e

apportano conferimenti con lo scopo di ripartire gli utili, in questo caso questi elementi ricorrono.

Il caso però non diceva se caio partecipa alle decisioni di gestione o se era un semplice esecutore, se le

risorse fornite erano date da medio e tizio o anche da caio e se i risultati utili erano ripartiti da medio e tizio

o anche da caio.

Nel caso di patto a 3, quindi caio tizio e medio, in cui tutti e tre partecipano alla gestione ai conferimenti e

ai risultati, l’impresa è imputata alla società costituita dai tre soggetti.

Il 5 comma della norma fallimentare stabilisce che, nel caso in cui si scopra questo patto (che si capisce con

elementi indiziari), li fallimento di caio si estende anche sui soci occulti e quindi anche sulla società.

Prescinde quindi dall’elemento formale. Il problema riguarda il caso in cui il patto stipulato si atra Mevio e

tizio, mentre caio è un semplice esecutore

Vi è una controversia: alcuno dicono che le cose devono essere trattate diversamente. Questa conclusione

è inappagante perché significa che la conseguenza è quella di trattare in maniera diversa due casi identici

dal punto di vista di come si presentano sul mercato e nei confronti dei terzi, la differenza tra i due casi è

che mentre nel primo caio fa un impresa anche sua oltre che di altri, nel secondo caso è solo di altri, però

sul mercato è identica. Cambia il tipo di contratto che i soggetti hanno stipulato. Nel primo caso siamo di

fronte ad una, società nel secondo ad un mandato collettivo perché ci sono più mandanti che danno in

carico ad un mandatario l’esecuzione di un determinato affare.

L’essenza del contratto non è conosciuta da nessuno oltre ai soggetti interessati alla vicenda. Non è quindi

corretto trattare diversamente gli interessi esterni a seconda di come cambia l’interno. In altri termini

stiamo guardando una disciplina oggettiva, che guarda come un certo fenomeno si realizza nei confronti del

mercato. Quindi il 5 comma legge 147 può essere considerata una norma di principio e non come alcuni

ritengono una norma eccezionale (e quindi solo per il caso per i l quale è espressamente prevista) mentre

se è di principio può essere applicata per analogia.

Chi risponde per i debiti al di fuori del fallimento?

Risponde caio perché essendo il prestanome è lui che risponde per gli atti compiuti quindi i singoli atti che

possono generare debiti sono imputati nella sfera giuridica il cui nome è speso.

Inizio dell’impresa

Per identificare l’inizio di una attività di impresa dobbiamo utilizzare il criterio dell’effettività rispetto alla

sussistenza del fenomeno che è l’impresa stessa. Quindi il momento in cui l’impresa inizia è quando nei fatti

c’è un fenomeno produttivo che può essere qualificato come impresa. Questo principio di effettività è

assoluto, non subisce eccezioni e riguarda l’impresa in quanto tale, quindi prescinde dalla forma giuridica

che l’impresa assume, vale quindi sia per l’impresa individuale che per una collettiva in particolare una

società.

Non posso dire che un’impresa è iniziata quando ho costituito una società. La costituzione è un momento

antecedente all’inizio dell’impresa e prescinde da qualunque adempimento come ad esempio l’iscrizione al

registro delle imprese o la licenza per lo svolgimento di specifiche attività.

Non è però chiaro se l’impresa si ha sin dalla fare si organizzazione, cioè dall’approntamento dei fattori

produttivi o alla fine di questa frase, in coincidenza alla attività produttiva. C’è quindi qualcuno distingue tra

attività di organizzazione e attività dell’organizzazione. È una distinzione difficile da applicare ai casi pratici.

Gli atti costituiscono la fase prodonica: costituisco l’apparato produttivo necessario per lo svolgimento

dell’attività d’impresa. Per qualcuno non inizia l’impresa perché ci si sta limitando solo all’organizzazione.

In concreto come faccio a dire che sto facendo organizzazione o che la sto usando per svolgere attività? Ad

esempio stipulo un finanziamento bancario (ad esempio un mutuo), assumo dipendenti (…): sono atti di

organizzazione o dell’organizzazione? Non è sempre facile distinguere i momenti e quindi non è ricorrente

dal punto di vista pratico. Si tende a considerare attività di impresa anche quella finalizzata a preparare

l’apparato organizzativo, quindi si tende a considerare attività di impresa anche quella di organizzazione.

questo a condizione che gli atti di organizzazione facciano capire in modo inequivocabile che si sta creando

un apparato produttivo da utilizzare nello svolgimento dell’attività di impresa. Deve quindi emergere che

l’intento è quello di creare un apparato produttivo per lo svolgimento di una attività di produzione.

Fine dell’impresa

Anche per la fine dell’impresa si applica il criterio di effettività: bisogna guardare se effettivamente l’attività

è cessata oppure no. La fine dell’impresa viene identificata nel momento in cui nella realtà concreta viene

meno il fenomeno produttivo qualificabile come impresa, senza che possano avere rilievo gli eventuali

adempimenti formali obbligatori.

Per quanto riguarda la fine dell’impresa è escluso che per il venir meno della stessa occorra attendere la

fine della disgregazione, cioè la liquidazione. Essa è la fase nella quale si monetizzano tutti i beni costituenti

il complesso aziendale e si risolvono tutti i rapporti sia creditori che debitori. Un impresa finisce anche

senza liquidare l’apparato produttivo che ha usato e quindi non è una fase obbligatoria, se non nel caso

degli enti.

Vi è però un eccezione con riferimento ad uno degli istituti nei quali si scompone la disciplina dell’impresa:

le procedure concorsuali.

Articolo 10 legge fallimentare: Gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti

entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l'insolvenza si è manifestata

anteriormente alla medesima o entro l'anno successivo.

La fine dell’impresa non comporta il venir meno della possibilità di aprire una procedura concorsuale.

Questa possibilità è concessa ancora per un anno dopo la cessazione, a condizione che lo stato di

insolvenza sia antecedente alla cessazione dell’iniziativa o si sia verificato nell’anno successivo. La ragione

del prolungamento è quella di voler evirare che la fine dell’impresa sia un escamotage per sfuggire

all’applicazione delle procedure concorsuali. Il problema è capire quando decorre l’anno e quindi come

calcolare qual è il giorno dal quale decorre del quale inizia ad essere conteggiato l’anno. Bisognerebbe

guardare il dato oggettivo del momento della cessazione dell’impresa, però l’articolo 10 a riguardo

stabilisce che la decorrenza dell’anno ai fini della possibilità di dichiarazione di fallimento viene computata

dal momento della cancellazione dell’impresa dal registro delle imprese.

Questa formalità fa emergere una questione: nell’ipotesi in cui l’impresa non abbia formalizzato l’iscrizione

al registro delle imprese (non si è iscritta) cosa succede? In questo caso le risposte che si danno dal punto di

vista pratico sono due:

Si sopperisce alla mancanza ritornando all’originario criterio di effettività. Diviene quindi necessario

- provare in concreto quando è terminata l’attività di impresa.

Il termine dell’anno non inizia a decorrere e quindi sono potenzialmente sempre fallibili.

-

Questa seconda posizione che è più forte e sanzionatoria è da preferire. Essa trova riscontro nel

secondo comma dell’articolo 10 della legge fallimentare:In caso di impresa individuale o di

cancellazione di ufficio degli imprenditori collettivi, è fatta salva la facoltà per il creditore o per il

pubblico ministero di dimostrare il momento dell'effettiva cessazione dell'attività da cui decorre

il termine del primo comma.

Il pubblico ministero è un magistrato, come se fosse “l’avvocato dello stato”, e può aprire le procedure

concorsuali perché le esse in alcuni casi possono essere aperte anche d’ufficio, in via automatica La ragione

è che nell’ambito del diritto fallimentare c’è una parte a rilevanza penale. È possibile che siano stati

commessi reati in prossimità di insolvenza, ad esempio banca rotta, banca rotta documentale… Tutti questi

reati possono essere perseguiti solo se si è aperto il fallimento di un soggetto.

Per questi reati il fallimento è una condizione oggettiva di punibilità. Se il soggetto non fallisce non può

essere condannato per bancarotta, per ricorso abusivo al credito…

Il creditore ha la possibilità di far prevalere la sostanza sulla forma, cioè la cessazione sulla cancellazione.

Un creditore che agisce in questo senso dimostra che l’attività d’impresa è effettivamente cessata dopo la

cancellazione, quindi l’impresa ha proseguito oltre la cancellazione e può far decorrere il termine dell’anno

oltre la cancellazione spostandolo in avanti.

La norma esclude questa possibilità di dimostrare l’effettiva cessazione, che è consentita al creditore o al

pubblico magistrato, all’impresa o all’imprenditore individuale. Non possono perché essi avrebbero un

interesse opposto, cioè quello di dimostrare che l’impresa è cessata prima della cancellazione. Può

dimostrare il dato formale ma non quello effettivo.

Questa norma è vista a presidio dell’obbligo pubblicitario quindi per indurre l’impresa ad adempiere. Di

fatto l’obbligo pubblicitario è diventato il primo degli obblighi al quale l’impresa può sottostare. La richiesta

di partita iva e richiesta di apertura di provvidenziale non possono essere fatti se non si è iscritti al registro

delle imprese. Pubblicità commerciale

Obbligo di pubblicità è finalizzato ad assicurare un minimo di trasparenza informativa. Si tratta di un

obbligo pubblicitario minimo per contempera due diverse esigenze: quella dell’imprenditore, il quale può

contare sulla certezza che alcune informazioni siano considerate conosciute dai terzi con i quali entra in

contatto, e quella dei terzi, che possono fruire concretamente di alcune informazioni inerenti all’impresa.

Vi è il principio di tipicità: le informazioni da sottoporre a pubblicità sono soltanto quelle per le quali la

legge impone obbligo pubblicitario; esse devono essere fornite tutte.

A questo obbligo si adempie con l’iscrizione al registro delle imprese che si trova presso le camere di

commercio. Il registro delle imprese è un “contenitore informatico” di dati, una banca dati con dati relativi

alle imprese.

Il registro delle imprese è gestito dal conservatore del registro delle imprese, che ha il compito di

assicurarne la corretta gestione. Vi è poi il giudice del registro. Egli è un giudice del tribunale delegato al

registro delle imprese. [Il tribunale non è il palazzo di giustizia ma un collegio di tre giudici. Tra di essi c’è un

presidente e due giudici. Il presidente del tribunale delega uno dei due giudici a compiere delle funzioni. Ad

esempio il presidente del tribunale fallimentare delega uno dei due giudici ad essere il giudice delegato del

fallimento, oppure, come nel nostro esempio, il tribunale civile delega ad essere il giudice del registro]. Il

giudice del registro sorveglia e controlla che il modo con cui il registro stesso è gestito dal conservatore, e

oltre a queste ha poi un’altra funzione: costituisce il giudice di primo grado delle controversie che hanno a

che fare con questioni del registro delle imprese. Il secondo grado è il tribunale di cui il giudice fa parte.

Il registro delle imprese si articola in due sezioni: sezione ordinaria e sezione straordinaria.

A. Sezione ordinaria.

È destinata ad accogliere:

a. le imprese commerciali non piccole,

b. le forme giuridiche commerciali (le società commerciali)

c. le altre forme giuridiche per le quali il codice civile prevede un obbligo di iscrizione nel

registro delle imprese;

d. il gruppo europeo di interesse economico

e. la rete di impresa con fondo europeo.

Si iscrivono in quanto forme commerciali a prescindere dallo svolgere una attività commerciale.

Devono iscriversi anche sedi secondarie di attività estere.

Le informazioni che tutti questi soggetti devono dare al mercato sono quelle relative agli elementi

dell’assetto organizzativo strutturale dell’impresa che sono definite dall’articolo 2196 (articoli per

pubblicità sono 2188 fino a 2202 del Codice Civile + altre leggi speciali in particolare una

disposizione recente: su internet, decreto ministeriale 3663 del 2013 e la recente circolare 3668 del

2014 perché queste disposizioni hanno sostituito con decorrenza 1 aprile i modelli che in concreto

devono essere usati dalle imprese per iscriversi nel registro delle imprese). Sono oggetto di

pubblicità quindi le generalità del titolare dell’impresa, quindi il nome del titolare, la ditta (è un

segno distintivo dell’impresa: è il nome commerciale, quello che l’impresa usa all’interno del

mercato), oggetto dell’impresa, sede dell’impresa e gli eventuali insitori e procuratori dell’impresa.

Tutte queste informazioni devono risultare all’interno del modulo e anche all’interno dell’atto

costitutivo della società. Non sono le uniche ma se ne aggiungono altre.

Se un’impresa ha una sede secondaria che non coincide con il luogo del registro dell’imprese, deve

iscrivere la sede non solo nel registro delle imprese nel quale essa stessa è iscritta ma deve anche

essere indicato nel registro delle imprese competente per la sede secondaria.

Altre informazioni aggiuntive sono ad esempio l’indirizzo di posta elettronica certificata e

l’autorizzazione alla continuazione dell’impresa per incapaci, ecc…

L’iscrizione avviene su presentazione di domanda del diretto interessato entro trenta giorni

dall’inizio dell’impresa o dal verificarsi del fatto o dell’atto oggetto di pubblicità, come ad esempio

l’istituzione di una sede secondaria, la modificarsi di atti già pubblicati…

Normalmente l’iscrizione è subordinata ad un controllo da parte dell’ufficio del registro delle

imprese prima della scrittura per accertare la sussistenza delle condizioni previste dalla legge. è

quindi un controllo che verifica in primo luogo il rispetto del principio di tipicità ed in secondo luogo

la regolarità formale dell’iscrizione. è aperto un dibattito sulla possibilità che il controllo debba

essere anche sostanziale, ad esempio con la verifica dell’autenticità delle firme.

Se l’iscrizione avviene senza che ricorrano le condizioni, come la tipicità, è possibile porre rimedio

tramite la cancellazione d’ufficio, che è coordinata del giudice del registro con decreto, sentito

l’interessato (articolo 2191 Codice Civile: Se un'iscrizione è avvenuta senza che esistano le

condizioni richieste dalla legge, il giudice del registro, sentito l'interessato (1), ne ordina con

decreto la cancellazione).

Con questo metodo il giudice del registro pone rimedio ad un eventuale rimedio commesso in sede

di iscrizione. Questo tipo di cancellazione è diversa da un’altra cancellazione d’ufficio che è invece

stabilita per far venir meno una iscrizione avvenuta regolarmente, ma con riferimento alla quale

sono venute meno le condizioni di permanenza. Questo secondo tipo di cancellazione può essere

disposta per imprese e società per le quali si ha una presunzione di inattività secondo una sorta di

logica di “pulizia”.

Effetti dell’iscrizione:

Efficacia dichiarativa, in forza della quale vi è una presunzione di conoscenza del fatto o

- dell’atto per il quale la legge prevede l’obbligo di pubblicità. Le informazioni si considerano

quindi conosciute senza bisogno di accertare che lo siano anche in concreto. Ad esempio dopo

l’iscrizione del trasferimento della sede, ogni dichiarazione inviata presso la vecchia sede

rimane inidoneo a produrre i propri effetti in quanto non indirizzata correttamente al suo

destinatario. Inizialmente questa presunzione era assoluta sin da subito, successivamente

invece il è divenuta relativa per i primi 15 giorni di iscrizione con riferimento ai fatti o agli atti

delle società di capitali, per consentire ai terzi in questo lasso di tempo di superare la

presunzione di conoscenza; dopo il quindicesimo giorno diventa comunque assoluta.

Al contrario, nell’ipotesi in cui l’iscrizione obbligatoria sia stata omessa, si verifica una

presunzione di ignoranza dei fatti o degli attiche avrebbero dovuto essere iscritti; quindi nello

stesso caso prima considerato del trasferimento della sede dell’impresa. Se non viene iscritto il

trasferimento, tutte le dichiarazioni recettizie inviate dai terzi presso la vecchia sede

producono i propri effetti. Questa presunzione è sempre relativa: può essere superata se

l’imprenditore dimostra che nonostante l’omissione della pubblicità il fatto o l’atto da

pubblicare era conosciuto (e non solo conoscibile) da parte del terzo.

Efficacia normativa: talvolta l’obbligo pubblicitario costituisce la condizione per rendere

- applicabile una certa disciplina o un certo regime giudico. Ad esempio l’iscrizione di una

società commerciale di persone (snc, sas) rappresenta una condizione per rendere applicabile

alla società la disciplina della società regolare (snc e sas); mentre in difetto dell’iscrizione, la

disciplina che si applica alla società (collettiva, o in accomandita) è differente, ed è quella della

società irregolare (sempre collettiva o in accomandita).

La differenza tra società regolare e irregolare si capisce nelle diverse modalità in cui si coglie:

 Il beneficio di esclusione (beneficio di cui godono i soci quando vengono aggrediti dai

creditori sociali. I soci nelle società di persone sono invece responsabili dei debiti della

società con il proprio patrimonio);

 Il trattamento del creditore particolare del socio (il creditore personale del socio

potrebbe avere un interesse nel fatto che la partecipazione del socio nella società

venga liquidata. Questa richiesta non può essere effettuata dal creditore personale del

socio in una società regolare, mentre se è irregolare può essere fatta la richiesta);

 Rappresentanza (potere gegistro, quindi il potere di spendere il nome della società

stipulando contratti e vincolando quindi la società stessa. Normalmente questo potere

spetta agli amministratori.)

Efficacia costitutiva: è tradizionalmente riconosciuta all’iscrizione delle società di capitali e ad

- alcune decisioni sociali di queste società (ad esempio modifiche all’atto costitutivo). L’atto

produce effetto solo con l’iscrizione, che per questo ha un’efficacia che è detta costitutiva.

B. Sezione speciale.

Le sezioni speciali sono state previste con l’obiettivo di razionalizzare le diverse forme di pubblicità

gestite prima dell’istituzione del registro delle imprese e di preservare la funzione originaria del

registro delle imprese come strumento di pubblicità legale. Le sezioni hanno anche l’obiettivo di far

confluire le imprese e le forme giuridiche che non potevano essere iscritte nella sezione ordinaria in

quanto diverse da quelle previste.

Inizialmente erano previste molte sezioni ad hoc, che sono poi state raggruppate in un’unica

sezione, nella quale devono prendere iscrizione:

Titolari di imprese agricole;

- Titolari di imprese piccole

- Società semplici;

- Annotazione dei titolari di imprese artigiane e i loro consorzi. Non è chiaro quale sia la

- differenza che intercorre tra iscrizione ed annotazione.

Nel corso degli anni sono state istituite altre 5 sezioni speciali “sezioni apposite”:

1. Società tra professionisti;

2. Società ed enti di gruppo;

3. Imprese sociali;

4. Spa scritte in un’altra lingua europea;

5. Imprese start-up innovative.

Nella sezione speciale l’iscrizione produce l’effetto di pubblicità notizia, cioè la mera conoscibilità di fatto

delle informazioni rese disponibili senza presunzioni di conoscenza ed ignoranza. C’è una eccezione: le

iscrizioni relative alle imprese agricole alle quali è associata l’efficacia dichiarativa dell’articolo 2193 Codice

Civile: I fatti dei quali la legge prescrive l'iscrizione, se non sono stati iscritti, non possono essere opposti

ai terzi da chi è obbligato a richiederne l'iscrizione, a meno che questi provi che i terzi ne abbiano avuto

conoscenza [2207, 2298, 2300, 2384] (2). L'ignoranza dei fatti dei quali la legge prescrive l'iscrizione non

può essere opposta dai terzi dal momento in cui l'iscrizione è avvenuta (3). Sono salve le disposizioni

particolari della legge.. La pubblicità in questo caso produce effetto dichiarativo.

Il deposito e l’indicazione negli atti e nella corrispondenza

Il deposito è una tecnica attraverso cui si rende conoscibile una certa informazione nei confronti di terzi.

Esso è prescritto per alcuni atti per i quali non sarebbe pensabile o sensato prevedere l’iscrizione e gli

effetti ad essa associata. Ad esempio parliamo di deposito per il bilancio di esercizio per le società di capitali

e per le cooperative.

La pubblicità di impresa si completa infine con il dovere di indicare negli atti e nella corrispondenza il

registro delle imprese in cui si è presa iscrizione e il numero di iscrizione. Per le società di capitali tale

indicazione deve essere indicata anche nel sito internet.

Organizzazione e circolazione dell’impresa

Ci sono tre aspetti che riguardano l’organizzazione: documentazione, profilo delle persone, profilo dei

mezzi.

Documentazione

Si tratta dell’obbligo di dare rappresentazione scritta dei diversi accadimenti relativi allo svolgimento

dell’attività di impresa, che viene svolto attraverso l’obbligo di tenuta delle scritture contabili. Sono

assoggettate a questo obbligo le imprese commerciali non piccole e le società commerciali.

Non è stabilito in maniera analitica quale sia la consistenza dell’obbligo di tenuta delle scritture contabili,

ma stabilisce un criterio per determinarlo: devono essere tenute le scritture contabili che sono richieste

dalla natura e dalla dimensione dell’impresa. Ci sono comunque due scritture contabili minime:

Libro giornale: è la scrittura contabile nella quale vanno indicate giorno per giorno tutte le

- operazioni relative all’esercizio dell’impresa, secondo l’ordine con il quale si susseguono. Ha quindi

un criterio cronologico. Questo comunque non significa che vada aggiornato con cadenza

quotidiana, ma può essere fatto secondo una tempistica scelta dall’imprenditore. Vanno rilevati i

fatti di gestione nel loro profilo patrimoniale e reddituale.

Libro degli inventari: è la scrittura contabile nella quale vanno indicate e valutate le attività e le

- passività relative all’impresa, nonché le attività e le passività estranee alla stessa. È una scrittura

che va tenuta secondo un criterio sistematico. Gli elementi da cui è costituito il libro degli inventari

devono essere indicati e valutati. Essi devono cioè essere riportati in forma descrittiva e poi nel

caso in cui si prestino ad essere valutati, anche attraverso la loro valutazione. L’inventario deve

essere redatto all’inizio dell’impresa (inventario iniziale) e poi con cadenza annuale (inventario

annuale). L’inventario annuale si chiude con il bilancio d’esercizio.

Il bilancio d’esercizio: è il conto dei profitti e delle perdite, ed è formato da tre documenti:

Stato patrimoniale: contiene elementi attivi e passivi;

- Conto economico: contiene costi e ricavi, determina l’utile o la perdita;

- Nota integrativa: documento di tipo descrittivo.

-

Nell’ordinamento giuridico italiano, a differenza di altri ordinamenti, manca una disciplina giudica generale

sul bilancio d’esercizio. Essa è prevista solo nel diritto delle società per azione negli articoli 2423 e seguenti.

Questa disciplina è poi richiamata anche per le società di capitali e per le cooperative. Resta invece aperta

la questione su quale disciplina debba applicarsi al bilancio d’esercizio delle imprese che assumono una

forma giuridica diversa, come ad esempio le società di persone, gli enti non societari…

Formalità di tenuta delle scritture contabili

Si tratta di regole desuete in quanto la tenuta contabile attualmente è informatizzata.

Le formalità possono essere definite:

Intrinseche: che specificano che le scritture contabili devono essere tenute secondo norme di

- ordinata contabilità (senza abrasioni, cancellature, trasporti in margine…).

Estrinseche: numerazione, bollatura, vidimazione, alcune delle quali devono essere assolte anche

- nel caso tenuta informatica.

Le scritture contabili automatizzate richiedono che ogni tre mesi venga apposta una marcatura temporale.

essa è un file che impedisce di modificare le scritture precedentemente create.

Conservazione delle scritture contabili e uso come mezzi di prova

Le scritture contabili devono essere conservate, insieme alla corrispondenza ed alle fatture spedite e

ricevute, per dieci anni. La conservazione può avvenire anche tramite supporti di immagine, a condizione

che le registrazioni o i documenti possano essere messi a disposizione in ogni momento.

Il bilancio non è assoggettato alla disciplina delle scritture contabili e non può essere usato come mezzo di

prova. Le scritture assolvono la funzione di mezzi di prova relativamente all’esistenza di obbligazioni e

diritti. Esse fanno prova soltanto contro l’imprenditore. La ragione è duplice: prima di tutto le scritture

contabili sono tenute dall’imprenditore stesso, il quale potrebbe riportarvi una versione dei fatti non

veritiera ma a sé favorevole, seconda cosa sono tenute solo dall’imprenditore commerciale, quindi

potrebbero profilare una disparità nei mezzi di prova tra questi e chi non è assoggettato ad un obbligo

analogo. L’unico caso in cui possano essere usate come prova a favore dell’imprenditore è che siano state

osservate le formalità di tenuta e che la controversia riguardi rapporti tra imprenditori e inerenti alle loro

imprese. In caso contrario servono solo da indizio.

Le scritture contabili possono essere prodotte in giudizio attraverso l’esibizione o la comunicazione. Con la

prima il giudice ordina l’estrazione delle registrazioni o di singole scritture contabili che concernono la

controversia in corso, con la seconda il giudica ordina la produzione integrale delle scritture contabili.

Profilo personale

I collaboratori dell’impresa possono essere:

Esterni: soggetti estranei all’organizzazione di impresa. Essi sono a loro volta delle imprese, possono

- essere ad esempio il concessionario, il mediatore…


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
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