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Riassunto esame Diritto, prof. Teodoro, libro consigliato Diritto dell'informazione e della comunicazione, Caretti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto Pubblico, Dell'informazione e Della Comunicazione, basato su appunti personali e studio autonomo del capitolo 1, 2, 3 del testo consigliato dal docente "Diritto dell'informazione e della comunicazione" di Caretti, Paolo, su: libertà di stampa, Stato liberale, l’Editto sulla stampa del 1848, l’istituzione dell’Ordine, legislazione... Vedi di più

Esame di Diritto pubblico, dell’informazione e della comunicazione docente Prof. G. Teodoro

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ESTRATTO DOCUMENTO

Diritto dell’Informazione DIRITTO AD INFORMARE

DIRITTO AD ESSERE INFORMATI

I LIMITI ALLA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

LIMITI ESPLICITI LIMITI IMPLICITI

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ART. 21 E ART. 15 COST. DIFFERENZE

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Diritto dell’Informazione

5. L’ATTUAZIONE DEL DETTATO COSTITUZIONALE: LA LEGGE N.47 DEL 1948

Quella che doveva diventare la legge n. 47 del 1948 nasce da un disegno di legge governativo assai

complesso e articolato ma la ristrettezza del tempo consentirà all’assemblea di approvare solo uno

stralcio dell’originario disegno di legge.

Rimangono esclusi, tra l’altro, sia il tema della responsabilità per i reati a mezzo stampa e la loro riforma,

sia quello della definizione delle modalità di pubblicizzazione delle fonti di finanziamento delle imprese

editoriali.

La vera novità sta nell’ abolizione della autorizzazione prefettizia e la sua sostituzione con un semplice

obbligo di registrazione delle testate presso l’autorità giudiziaria. Due anni più tardi il legislatore

intervenne con una modifica del testo originale dell’art. 57 c. p. nella quale si esplicita la configurazione

della responsabilità del direttore come responsabilità per omissione di controllo e si prevede nei suoi

confronti una riduzione, fino ad un terzo, della pena prevista per l’autore dello scritto.

Per ciò che riguarda i reati a mezzo stampa, la legge n. 47 non riuscì a ribaltare la scelta operata con il

codice penale del 1930, riconducendo la disciplina di questa materia ad una legge speciale secondo

quanto previsto dallo stesso art. 21 Cost.

6. I RESIDUI POTERI DI INTERVENTO PREVENTIVO DELL’AUTORITÀ DI

PUBBLICA SICUREZZA E I REATI A MEZZO STAMPA AL VAGLIO DELLA CORTE

COSTITUZIONALE

Con le modifiche introdotte dalla legge n. 47 del 1948 rimaneva sostanzialmente inalterata la legislazione

di pubblica sicurezza così come la disciplina codicistica dei reati a mezzo stampa.

Su entrambi questi fronti l’azione riformatrice del parlamento si rivelerà assolutamente carente e le

uniche novità si devono ad importanti sentenze della Corte costituzionale.

Con sentenza n. 49 del 1971 veniva vietato il sequestro di stampati che pubblicizzavano metodi

anticoncezionali.

In seguito ad altra importante sentenza, la n. 1 del 1956, venivano eliminate le licenze di polizia relative

all’affissione degli stampati mentre rimane tuttora in vigore l’istituto dell’autorizzazione all’esercizio

dell’arte tipografica da parte del questore.

Per ciò che riguarda i reati a mezzo stampa le novità sono ancora meno significative, essendo risultata

particolarmente prudente anche l’azione del giudice costituzionale. Si è finito così per legittimare una

serie di interventi repressivi, che almeno potenzialmente possono rivolgersi contro manifestazioni del

pensiero anche fortemente critiche dell’ordine costituito. Hanno avuto un peso decisivo, invece, quelle

opinioni dottrinali che tendono ad individuare dei limiti impliciti, ancorati, ad esempio, alla distinzione

tra manifestazioni del pensiero per così dire «pure» e manifestazioni del pensiero dirette soprattutto a

provocare un’azione e concludono nel senso di escludere le seconde dalla disciplina di cui all’art. 21:

un’operazione del tutto arbitraria.

La disciplina dei reati a mezzo stampa resta comunque terreno che attende ancora l’avvio di un’opera

realmente riformatrice che stenta ancora a trovare posto nelle priorità dell’agenda del nostro legislatore.

7. LA RIFORMA DELLA DISCIPLINA DELL’ORDINE E DELL’ALBO DEI

GIORNALISTI.

Con la legge n. 69 del 1963 si è proceduto alla completa riforma della precedente legislazione fascista

relativa all’Ordine a all’Albo dei giornalisti che non poteva certamente reggere al confronto con il dettato

costituzionale.

La legge prevede che tutte le attività connesse alla tenuta dell’Albo siano affidate all’Ordine dei

giornalisti, attraverso i consigli regionali e nazionale, che decidono in merito alle iscrizioni e alle

cancellazioni, ed esercitano il potere disciplinare nei confronti dei loro iscritti. Scompare ogni criterio

selettivo non strettamente ancorato ai profili professionali.

Un primo e più radicale motivo di critica ha investito la stessa introduzione di un meccanismo di iscrizione

obbligatoria all’Albo per coloro che intendano esercitare la professione giornalistica. A questi dubbi di

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Diritto dell’Informazione

legittimità costituzionale ha risposto, rigettandoli, la Corte costituzionale con una importante sentenza, la

n. 11 del 1968, nella quale ha affermato doversi ritenere che la legge impugnata, in quanto diretta a

disciplinare solo i profili legati ad una specifica attività professionale, avrebbe potuta considerarsi lesiva

del principio della libertà di stampa solo nell’ipotesi in cui avesse disposto il divieto per soggetti diversi

dai giornalisti iscritti all’Albo di manifestare liberamente il proprio pensiero attraverso la stampa

periodica.

8. DIRITTI E DOVERI DEI GIORNALISTI

I diritti consistono essenzialmente nella insopprimibile libertà di informazione e di critica «limitata

dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui».

I doveri si riferiscono

• all’obbligo inderogabile di rispettare la verità sostanziale dei fatti, «osservati sempre i doveri

dalla lealtà e dalla buona fede»,

• all’ obbligo di rettificare le notizie che risultino inesatte e di riparare agli eventuali errori,

• all’obbligo di rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie «quando ciò sia richiesto

dal carattere fiduciario di esse».

Di queste disposizioni solo l’obbligo di rettifica ha trovato ulteriori e concreti svolgimenti normativi (anzi

ancor prima della legge n. 69 con la legge n. 47 del 1948 e successivamente con la legge n. 416 del 1981).

La restante parte dei diritti e dei doveri non solo non ha trovato ulteriori sviluppi ma è entrata spesso in

collisione con altre disposizioni legislative.

Si pensi alla contraddizione, tuttora non sanata, tra quanto disposto dall’art. 2 della L. n. 69, in ordine

all’obbligo dei giornalisti di rispettare “il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia

richiesto dal carattere fiduciario di esse” e il mancato adeguamento a tale previsione della disciplina

codicistica del diritto di opporre il segreto davanti al giudice. Contraddizione sanata solo in parte dall’art.

200 del nuovo c.p. che riconosce anche ai giornalisti professionisti (esclusi quindi praticanti e

pubblicisti!) di poter non rivelare la fonte di notizie salvo che “se le notizie sono indispensabili ai fini della

prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo l’identificazione della

fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte di informazione”.

9. ATTIVITÀ GIORNALISTICA E TUTELA DELLA “PRIVACY”

Oggetto della legge n. 675 del 1996 è la raccolta e il trattamento dei dati personali (relative a persone

fisiche, giuridiche, associazioni) effettuati da qualunque soggetto sul territorio nazionale.

Per ciò che attiene alla raccolta e al trattamento effettuato da soggetti privati, la tutela si realizza

essenzialmente attraverso tre strumenti:

1) l’imposizione a carico del soggetto che realizza le dette attività di raccolta e trattamento dei dati

personali di una serie di obblighi che vanno dall’informazione agli interessati, alla richiesta di un

apposito consenso per le ulteriori attività di comunicazione e diffusione dei dati raccolti e

trattati;

2) La costituzione di una serie di diritti in capo a coloro che sono oggetto delle attività suddette,

che vanno dal diritto di accesso ai propri dati, al diritto di controllo e di rettifica, al diritto di

opporsi per motivi legittimi al trattamento dei dati stessi;

3) l’istituzione di una apposita Autorità di garanzia con compiti di intervento volti a far cessare

comportamenti contrari alla legge, anche su ricorso dei diretti interessati.

Al fine di ridurre l’impatto delle nuove regole sull’esercizio dell’attività giornalistica la legge prevede

l’adozione di uno speciale “codice deontologico” da approvarsi da parte dell’Ordine dei giornalisti in

collaborazione con l’Autorità garante. Nel codice, che vede la luce solo nel 1998, è affermato il principio

generale in base al quale l’attività giornalistica, in virtù dell’art. 21 della Costituzione, non può essere

soggetta ad alcuna forma di autorizzazione.

Il codice, stabilito un generale divieto di coinvolgere nella descrizione dei fatti i congiunti o altri soggetti

diversi, afferma che la diffusione di una notizia di rilevante interesse pubblico e sociale non può

incontrare limitazioni nella tutela della sfera privata delle persone, precisandosi altresì che il rispetto

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Diritto dell’Informazione

della vita privata delle persone note o che esercitano pubbliche funzioni si arresta sulla soglia di ciò che

ha rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica. Il codice, inoltre, contiene importanti disposizioni

relative ai minori, cui giustamente si accorda una tutela privilegiata.

Infine, prevede che le sue disposizioni si applichino non solo ai giornalisti professionisti, ma a tutti coloro

che anche occasionalmente esercitano attività pubblicistica.

10. GLI INTERVENTI SUI MEZZI (LE IMPRESE EDITORIALI): IL SOSTEGNO

ECONOMICO ALLA STAMPA

Il versante sul quale l’atteggiamento dello Stato ha conosciuto una profonda e radicale trasformazione è

quello degli interventi sulle condizioni economiche nelle quali operano le imprese editoriali. Le novità si

faranno tuttavia attendere a lungo, giacché i primi provvedimenti in questo campo si collocano a pieno nel

solco degli istituti ereditati dalla legislazione fascista.

Si aggiungono poi le forme di sostegno indirette rappresentate da agevolazioni fiscali e riduzioni tariffarie.

Solo con la legge n. 1063 del 1971 si assiste per la prima volta all’introduzione di tre importanti

integrazioni al sistema di sostegno economico alla stampa sino ad allora vigente:

• si prevedono contributi straordinari, finanziati direttamente dal bilancio dello stato,

• si fissa poi un criterio selettivo vincolante per l’assegnazione di tale contributo straordinario,

rappresentato dal livello quantitativo di carta utilizzato dalle imprese nell’anno precedente, da

applicarsi in modo inversamente proporzionale al livello delle tirature delle singole testate.

• si stabilisce che le imprese editoriali possano accedere a forme di credito agevolato.

Ma è con la legge n. 416 del 1981, successivamente modificata dalla legge n. 67 del 1987, nonché dalla

più recente legge n. 250 del 1990, che la disciplina della materia in esame compie un decisivo salto di

qualità.

La linea di fondo che tale normativa persegue è rappresentata dal tentativo di ridefinire l’intervento di

sostegno statale, abbandonando progressivamente la strada del sostegno diretto, di natura

sostanzialmente assistenziale, a favore di un intervento di sostegno soprattutto indiretto e mirato a

favorire il processo di modernizzazione tecnologica in atto nel settore editoriale.

Le legge del 1981 prevede un fondo, istituito presso la Presidenza del Consiglio, per contributi in conto

interesse destinati non solo alla stampa quotidiana e periodica e alle agenzie di stampa, ma anche alle

imprese distributrici. Sono previste anche forme di agevolazioni concernenti le tariffe telefoniche,

telegrafiche, postali e dei trasporti.

Su questo impianto normativo le novità introdotte dalla legislazione successiva hanno interessato

soprattutto due aspetti:

• la progressiva restrizione dei contributi diretti

• e la contestuale ulteriore accentuazione dell’incidenza delle forme di contribuzione indiretta.

L’area dei possibili destinatari di interventi di sostegno economico diretto si restringe, con la legge n. 67

del 1987 e n. 250 del 1990, fino a comprendere solo alcune particolari categorie di imprese editrici:

cooperative giornalistiche, giornali di partito, ecc.

Per quanto riguarda invece i contributi indiretti aumenta il loro importo globale e i destinatari.

Si procede infine all’ abolizione del meccanismo del prezzo amministrato. Vale la pena, infine,

ricordare che l’art. 5 della Legge 67 del 1987 stabilisce l’obbligo per le amministrazioni statali e gli enti

pubblici non territoriali di destinare alla pubblicità su quotidiani e periodici almeno il 50% delle spese

complessivamente sostenute per pubblicità.

Di recente, infine, si è assistito al moltiplicarsi di interventi analoghi promossi dalle Regioni. Alla base di

questo fenomeno sta una svolta importante che si è determinata sul piano dell’interpretazione

costituzionale del ruolo delle autonomie regionali in questo settore.

La sentenza della Corte costituzionale n. 348 del 1990 segna un punto di svolta importante: la Corte

abbandona per la prima volta la definizione dell’informazione come “materia” per affermarne invece la

natura di precondizione, di presupposto per il corretto esercizio di funzioni politiche da parte dei soggetti

che ne sono istituzionalmente investiti. 10

Diritto dell’Informazione

11. LE NUOVE NORME IN MATERIA DI VENDITA DI QUOTIDIANI E PERIODICI

Dopo una lunga fase di gestazione, con la legge 108 del 1999 si è arrivati alla disciplina di quel delicato

aspetto della libertà di stampa, rappresentato dalle regole sulla vendita di quotidiani e periodici.

Il regime, basato esclusivamente su una rete di rivendite fisse autorizzate, determinava una strozzatura

nel processo di distribuzione, cui si imputava gran parte delle cause di un tasso di vendita di quotidiani e

periodici particolarmente basso rispetto alla media degli altri paesi europei.

Già la legge 416 del 1981, all’art. 14, dettava una serie di disposizioni volte a razionalizzare il rilascio

delle autorizzazioni concernenti i punti fissi di vendita, con l’espresso obiettivo «di incrementare la

diffusione e di realizzare l’economica gestione», ma è appunto con la legge 108 del 1999 che si avvia il

superamento del sistema precedente attraverso la sperimentazione, della durata di 18 mesi, cui possono

partecipare esercizi commerciali espressamente indicati sull’intero territorio nazionale per giungere infine

ad un sistema misto.

12. LE NORME ANTICONCENTRAZIONISTICHE

Le vicende dell’editoria italiana, dove fin dagli inizi degli anni ’70 si verificano fenomeni di

concentrazione negli assetti proprietari, sono alla base dell’intervento diretto a disciplinare il mercato

dell’informazione stampata attraverso la predisposizione di una specifica normativa.

Nasce così il concetto di posizione dominante che definisce, in altre parole, il grado minimo di

pluralismo che va comunque salvaguardato.

Prende vita una legislazione che costituisce il primo serio tentativo di conciliare due interessi entrambi

costituzionalmente protetti: quello della libera iniziativa economica (art. 41 Cost.) e quello della libera

manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).

Per la definizione di “posizione dominante”, ossia della soglia che, se raggiunta, fa scattare i meccanismi

sanzionatori previsti dalla legge, è necessario riferirsi a quanto disposto dall’art. 3 della più volte citata

legge n. 67 del 1987. Un complesso sistema di limiti antioligopolistici è in grado di assicurare il

perseguimento degli obiettivi in vista dei quali è stato costituito, in quanto si riescano a colpire i fenomeni

di concentrazione più o meno occulta. Di qui la particolare attenzione dedicata dal legislatore,

soprattutto quello del 1987, alle nozioni di controllo e collegamento (art. 2359 c.c.).

Alla predisposizione di un siffatto sistema di limiti si accompagna:

• la previsione di tutta una serie di obblighi di trasparenza a carico delle imprese editrici;

• l’individuazione di appositi organi incaricati del compito di assicurare la corretta applicazione

della legge;

• la definizione, infine, di uno specifico sistema sanzionatorio.

Quanto al primo punto (obbligo di trasparenza) essi consistono non solo nell’obbligo di iscrizione al

Registro nazionale della stampa (ora Registro degli operatori della comunicazione secondo quanto previsto

dall’art. 1 della legge n. 249 del 1997) ma anche dall’obbligo di depositare annualmente presso il Registro

il proprio bilancio annuale, nonché nell’obbligo di comunicare ogni trasferimento, a qualsiasi titolo, di

azioni, partecipazioni o quote di proprietà di imprese editrici di quotidiani, quando il trasferimento

interessi una quota superiore al 10% del capitale sociale o della proprietà.

Obblighi e limiti analoghi a quelli riferiti alle imprese editoriali sono previsti dalla legge anche nei

confronti delle concessionarie di pubblicità. Con riferimento ad esse la legge stabilisce non solo l’obbligo

di fornire tutti i dati relativi agli assetti e alle vicende aziendali, ma prevede anche una apposita

normativa anticoncentrazionistica.

Per ciò che attiene l’individuazione degli organi cui affidare il compito di assicurare la corretta

applicazione della nuova disciplina antitrust si è inaugurata con la legge 416 del 1981 una nuova e

originale soluzione, ossia quella di individuare tale organo in un’autorità dotata di particolare autonomia

(un Garante) nei confronti non solo degli interessi di settori, ma anche di Governo.

Se ha trovato subito una soluzione soddisfacente il problema di assicurare una piena autonomia alla nuova

autorità molto più difficile e laboriosa è stata la definizione dei poteri da riconoscere a tali organismo.

Poteri assai evanescenti nella 416/81, più incisivi nella 67/87 e con una configurazione più precisa, sulla

carta, solo con la 223/90, ovvero la riforma del sistema radiotelevisivo e più ancora con la 249/97 che

istituisce l’Autorità di garanzia nella comunicazioni. 11

Diritto dell’Informazione

Nel sistema previsto dalla 416/81, il garante appare soprattutto come mero destinatario di informazioni

che gli provengono, per espressi obblighi di legge, da altri organi pubblici o che egli stesso poteva

acquisire sulla base di apposita richiesta. Non si prevedeva alcun diretto potere ispettivo ai fini della

verifica della veridicità delle informazioni così raccolte; tutto ciò che era consentito al Garante era di

rivolgersi alla magistratura per far svolgere indagini.

Qualche novità di rilievo è contenuta nella legge n. 67 del 1987 che introduce fra i poteri del Garante

quello di intervenire direttamente, nel caso in cui si raggiunga la soglia costituente posizione dominante,

fornendo al Parlamento la relativa informazione e fissando il termine entro il quale il soggetto dominante

doveva porre in essere atti necessari al venir meno di questa posizione. Scaduto tale termine, il Garante

adiva al giudice.

La legge n. 223 del 1990 costituisce un ulteriore passo in avanti.

Tra le novità di maggior rilievo vi è:

• il trasferimento dal Servizio dell’editoria al garante della tenuta del registro della stampa,

• il rafforzamento dell’apparato di supporto all’azione del Garante,

• l’estensione degli interventi dello stesso ai processi di concentrazione incrociata stampa-

televisione, con la previsione, in questo caso, di autonomi poteri sanzionatori di carattere

amministrativo.

Il consolidamento del ruolo del Garante che si è avuto negli ultimi anni ha introdotto una variante di

notevole rilievo nel modello di “governo” del settore della stampa e comportato una riduzione del ruolo

della Presidenza (che resta comunque significativo). Tale ruolo è esercitato soprattutto attraverso il

Dipartimento per l’informazione e l’editoria, previsto dalla legge n. 400 del 1988 e organizzato dal

d.p.c.m. del 18 gennaio 2001, che realizza essenzialmente il sostegno economico dello Stato alla stampa.

Quanto, infine, al terzo profilo (quello sanzionatorio), ciò che va sottolineato è che l’eventuale violazione

dei limiti di soglia fissati dalla legge e dagli obblighi di trasparenza ad essi connessi comporta anche la

sospensione o perdita degli aiuti economici da parte dei soggetti in posizione dominante beneficiari ovvero

da parte dei soggetti inadempienti agli obblighi di trasparenza, cui si aggiungono anche sanzioni di

carattere penale.

13. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L’analisi degli elementi che hanno caratterizzato lo sviluppo della legislazione in materia di stampa, nel

secondo dopoguerra, mette in evidenza un primo dato fondamentale: un radicale mutamento nella

gerarchia dei problemi che il rapporto autorità-libertà pone in questo delicato settore.

Il versante sul quale oggi ci si imbatte è quello della difficile conciliazione tra esercizio della libertà di

stampa ed esercizio della libertà di iniziativa economica, la difficile ma necessaria conciliazione tra il

disposto dell’art. 21 e dell’art. 41 della Costituzione.

I pericoli per una libera stampa non vengono più oggi, o non vengono più solo, da possibili indebite

interferenze da parte dei poteri pubblici sul contenuto dell’informazione stampata, ma vengono, in misura

assai più significativa, dai processi economici in atto in un settore in straordinaria espansione e che hanno

come protagonisti principali le stesse imprese produttrici di informazione, cioè gli stessi soggetti titolari

della libertà in esame. E, in nome dell’interesse all’informazione di tutti i cittadini, viene costituendosi un

diverso ruolo dello Stato, in tutto analogo a quello che svolge in relazione ad altri interessi generali

costituzionalmente protetti.

Un interesse così rilevante da far assumere all’attività di stampa la natura di servizio pubblico oggettivo

o di pubblico interesse, come non solo la dottrina, ma anche la Corte costituzionale ha avuto in più di una

occasione modo di affermare.

Nonostante i passi significativi che il legislatore ha compiuto su questo terreno, siamo ancora lontani da

uno statuto speciale delle imprese che operano nel campo dell’informazione stampata.

Un secondo dato rilevante, che emerge dall’esame degli sviluppi della legislazione nel settore

considerato, è rappresentato dal permanere a tutt’oggi di un notevole impegno economico dello Stato a

sostegno dell’informazione stampata, impegno che è venuto stutturandosi nel tempo e che non solo non

trova riscontro in Europa, ma presenta numerosi elementi di ambiguità.

Più in generale, l’intero sistema del sostegno economico alla stampa finisce per perpetuare l’ambiguità di

fondo che da sempre contraddistingue i rapporti tra informazione stampata e pubblici poteri. Vi è dunque

l’esigenza di una riqualificazione del ruolo dello Stato che restituisca alle tanto invocate, ma in realtà

12

Diritto dell’Informazione

temute, regole del mercato le iniziative editoriali la cui natura e consistenza non giustificano affatto

interventi di sostegno economico e punti invece ad indirizzare in maniera più selettiva il proprio

intervento verso le iniziative in condizioni più precarie, o verso quelle aree geografiche nelle quali più

basso si presenta il livello di pluralismo informativo. 13

Diritto dell’Informazione

Capitolo 2 - RADIOTELEVISIONE

1. SISTEMA RADIOTELEVISIVO E FORMA DI STATO

2. ELEMENTI COMUNI NELL'ESPERIENZA DEI PAESI EUROPEI IN MATERIA DI

INFORMAZIONE RADIOTELEVISIVA

2.1. IL PERIODO TRA LE DUE GUERRE MONDIALI

Se si guarda ad un'esperienza che copre ormai poco meno di un secolo non è difficile individuare in

essa una linea di sviluppo comune, che ha conosciuto tre fasi distinte:

la fase della introduzione di forme di monopolio pubblico;

1. la fase della riforma del regime pubblicistico;

2. la fase della introduzione di un sistema misto, in parte pubblico e in parte privato.

3.

La prima fase è quella che caratterizza la disciplina del sistema radiotelevisivo tra le due guerre. La

scelta a favore di un regime pubblicistico nasce all'origine da ragioni di ordine sia tecnico, che legate

alla particolare natura del mezzo. Tuttavia, per l’affermazione del monopolio pubblico, resta decisivo

il fattore di ordine politico legato alla scoperta dell'efficacia del nuovo mezzo quale strumento per la

conquista e il consolidamento del consenso sociale a favore degli assetti politici costituiti.

2.2. LE INNOVAZIONI INTRODOTTE DALLA LEGISLAZIONE TRA GLI ANNI '60 E '70

L'abbandono del modello pubblicistico, così come ereditato dal passato, doveva rivelarsi tutt'altro che

agevole, risultando una delle maggiori difficoltà quella rappresentata dall'assenza nelle

Costituzioni di questo periodo di una espressa disciplina del mezzo radiotelevisivo. Di qui lo

sviluppo di un ampio dibattito che si incentrava, da un lato, sulle caratteristiche tecniche del mezzo

stesso (che utilizza risorse, le frequenze via etere, non illimitate), dall'altro, sul suo impatto sociale,

da valutare in termini di incidenza sulla informazione e sulla formazione culturale e politica dei

cittadini.

Si assiste così all’introduzione di una serie di correttivi e di adattamenti che si muovono

essenzialmente su tre piani diversi:

il riequilibro del ruolo svolto in questo settore rispettivamente da Governo e

1. Parlamento;

la definizione di un più stretto rapporto tra strutture radiotelevisive e autonomie

2. locali;

3) l’introduzione di forme di partecipazione dei gruppi sociali alla gestione ed

3. utilizzazione del mezzo (programmi dell’accesso).

2.3. LE LEGGI DELLA «TERZA GENERAZIONE» E IL SUPERAMENTO DEL MONOPOLIO

PUBBLICO RADIOTELEVISIVO

Con l'inizio degli anni '80, prende avvio la terza fase dell'evoluzione dei sistemi radiotelevisivi

europei, si tratta di quella che potremmo definire la legislazione della «terza generazione» chiamata a

fronteggiare una realtà assai complessa ed articolata: dall'accelerazione delle innovazioni

tecnologiche (reti via cavo, satelliti da punto a punto e poi a televisione diretta e così via), che

conducono verso il superamento della limitatezza «oggettiva» del mezzo, alla crescente pressione

esercitata dal mondo imprenditoriale e pubblicitario per una liberalizzazione e privatizzazione

dell'attività radiotelevisiva, alle esigenze di equilibrio generale del sistema dell'informazione, ormai

sempre più difficilmente scomponibile (e regolabile) per comparti separati.

Nasce così un sistema radiotelevisivo «misto» pubblico-privato, nel quale il soggetto pubblico

tende a mantenere una posizione di preminenza, a volte legislativamente sancita, ma i cui equilibri

appaiono spesso precari e destinati ad ulteriori inevitabili assestamenti.

Anche la legislazione della «terza generazione» non sembra affatto destinata a rappresentare un

punto d'arrivo definitivo; al contrario, le incertezze che percorrono la disciplina degli attuali sistemi

radiotelevisivi «misti» inducono a ritenere che essa non rappresenti altro che una tappa importante,

ma ancora intermedia di quella evoluzione. 1

Diritto dell’Informazione

3. IL CASO ITALIANO: LA DISCIPLINA DELLA RADIOFONIA DURANTE IL PERIODO FASCISTA

IL MONOPOLIO STATALE

L E

G G E N

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• CONCESSIONE ALLA URI

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2 7

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• CONCESSIONE ALLA EIAR (IRI)

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. 4 2 8 1 9

4 7

• POTERI AL PARLAMENTO

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R

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. 1 8 0 D E

L 1 9 5

2

• CONCESSIONE ALLA RAI (IRI)

In questo processo evolutivo si inseriscono, in modo del tutto coerente, anche le vicende del sistema

radiotelevisivo italiano.

Un vero e proprio intervento organico nel campo della radiofonia si ha, in Italia, solo con l'avvento del

regime fascista, in sintonia con un indirizzo generale volto ad estendere il controllo dei pubblici poteri

sull'intero sistema dell'informazione mentre nel periodo immediatamente precedente, l'attenzione del

legislatore verso i problemi relativi ad un settore che ancora non era uscito da una prima fase di

sperimentazione era stata modesta.

Con una prima serie di interventi del 1924 si procedeva al rilascio di una concessione in esclusiva ad

un'unica società, l'Unione radiofonica italiana (URI). Ma è tre anni più tardi, nel 1927, che il settore della

radiofonia assume il suo assetto definitivo, quando si porta a compimento il processo di

pubblicizzazione della concessionaria: divenuta proprietà della SIP, essa assume il nome di Ente

italiano per le audizioni radio-foniche (EIAR).

Gli interventi successivi non fanno che completare questo assetto: nel 1935 si procede ad una

razionalizzazione delle diverse competenze in materia ripartite tra vari organi governativi e l'anno

successivo, sulla base di una legge di delegazione del Parlamento (legge n. 336 del 1933), viene varato

il codice postale (r.d. n. 645 del 1936), che come vedremo sarà destinato a sopravvivere a lungo alla

caduta del regime fascista.

4. L'ASSETTO DEL SETTORE DURANTE IL PERIODO COSTITUZIONALE PROVVISORIO E

NELL'IMMEDIATO SECONDO DOPOGUERRA

Il regime giuridico continuava a far perno sulla riserva allo Stato dei servizi di radio e telecomunicazione,

cosi come definita dal codice postale del 1936, ribadito poi da un decreto del 1947, e sul modello di

concessione del servizio in esclusiva ad una società a capitale in prevalenza pubblico.

Un ruolo assolutamente centrale veniva riservato al Ministero delle Poste e telecomunicazioni, cui

spettava:

• vigilanza generale sugli impianti,

• l'approvazione dello statuto della concessionaria, 2

Diritto dell’Informazione

• il controllo contabile sulla gestione della stessa,

• la nomina del Presidente e dell'amministratore delegato della concessionaria.

Presso il Ministero di settore, veniva inoltre creato un apposito Comitato per la definizione delle direttive

di massima culturali, artistiche ed educative cui avrebbe dovuto uniformarsi l'attività di diffusione dei

programmi, che esprimeva un parere sul piano triennale della programmazione che la concessionaria era

tenuta a presentare per l'approvazione al ministro.

Il secondo obiettivo perseguito dal decreto del 1947, e in ciò sta la sua vera novità rispetto al passato,

era quello di coinvolgere nel governo del settore radiotelevisivo anche il Parlamento con l'istituzione di

una commissione parlamentare di vigilanza, cui veniva affidato il compito di assicurare l'imparzialità

politica e l'obiettività dell'informazione trasmessa dalla concessionaria.

Questo quadro normativo non cambia, ma anzi riceve una puntuale ed articolata conferma con la nuova

concessione del servizio alla rai del 1952, che precede di due anni l'inizio delle trasmissioni televisive.

Non doveva tuttavia passare molto tempo perché questa operazione di mera cosmesi della disciplina

ereditata dal fascismo mostrasse tutti i suoi limiti a fronte dei nuovi principi costituzionali e, più

precisamente, con quella affermazione contenuta nell’art. 21, Cost.

5. IL RUOLO DELLA CORTE COSTITUZIONALE: DALLA CONFERMA DELLA LEGITTIMITÀ DEL

MONOPOLIO PUBBLICO ALLA RIFORMA DEL 1975

CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 59 DEL 1960

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I S O R

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G G E

T

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Nel 1960, con la sentenza n. 59, si arriva così alla prima pronuncia della Corte in tema di legittimità

costituzionale del modello pubblicistico di esercizio dell'attività radiotelevisiva. Una pronuncia di grande

rilievo perché in essa si coglie immediatamente quale ruolo decisivo la Corte intenda assumere in questa

difficile opera di ridefinizione.

Chiamata a decidere circa i dubbi di legittimità costituzionale della riserva allo Stato del servizio di radio e

telediffusione, sancita dall'art. 1 del vecchio codice postale del 1936, la Corte arriva ad una decisione di

rigetto che poggia su tre ordini di motivazioni, tra loro strettamente collegati:

1) trattandosi di un mezzo di comunicazione che si avvale di una risorsa (le bande di frequenza)

oggettivamente limitata, esso non poteva a priori essere parificato agli altri mezzi di

comunicazione;

2) affinché un regime differenziato per il mezzo radiotelevisivo fosse coerente con le garanzie

costituzionalmente previste, dovesse essere comunque evitato il rischio del formarsi di

situazioni di monopolio od oligopolio privato, contrarie al principio del necessario pluralismo

informativo che la Costituzione impone di rispettare;

3) la soluzione di assoggettare il settore ad un regime di monopolio pubblico, pur non

rappresentando una soluzione costituzionalmente obbligata, doveva ritenersi una soluzione

consentita, alla luce del combinato disposto degli artt. 21 e 43 Cost.: il regime pubblicistico

doveva cioè considerarsi quello che meglio di ogni altro assolveva al compito di assicurare il

tasso di pluralismo necessario. Più in particolare, essa affermò che una disciplina

pubblicistica avrebbe dovuto prevedere la possibilità di un accesso al mezzo da parte di tutte le

diverse correnti culturali e politiche, nonché un ridimensionamento del ruolo del Governo a

tutto favore del Parlamento.

Da questa sentenza del 1960 doveva passare oltre un decennio prima che la Corte intervenisse ancora

due pronunce del 1974 con le sentenze 225 e 226.

3

Diritto dell’Informazione CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 225 DEL 1974

I L L E

G I T

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• INGRESSO DEI SOGGETTI PRIVATI IN BASE AD UN REGIME AUTORIZZATORIO

SENTENZA N. 226 DEL 1974

I L L E

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L E

V I S I

V I V I A C A

V O

• INGRESSO DEI SOGGETTI PRIVATI AL SOLO LIVELLO LOCALE

Mentre con la sentenza n. 225 viene dichiarata costituzionalmente illegittima la riserva allo Stato

dell'attività di ritrasmissione di programmi di emittenti estere e se ne ammette l'esercizio anche

da parte di soggetti privati, con la sentenza n. 226, dichiarandosi l'illegittimità costituzionale della

riserva statale nel settore dei servizi radiotelevisivi via cavo se ne consente l'ingresso alle

iniziative private (previa introduzione di un apposito regime autorizzatorio), sia pure con riferimento al

solo livello locale, mentre viene fatta salva la relativa riserva per ciò che attiene il livello nazionale.

Ad orientare la Corte in questa direzione è la considerazione dell'inesistenza di possibili attentati al

pluralismo informativo (mera ritrasmissione di programmi esteri); nel secondo caso, in ragione della

natura del mezzo tecnico, il cavo appunto, suscettibile di garantire una sua utilizzazione illimitata e

comunque tale da fare salvo il principio pluralistico.

Sotto il secondo profilo, la Corte riprende le indicazioni già fornite con la sentenza n. 59 del 1960 per

ribadire, questa volta in maniera assai più puntuale, le condizioni che il legislatore avrebbe dovuto

sollecitamente soddisfare in sede di riforma della disciplina del monopolio pubblico:

1) sottrazione degli organi di vertice della concessionaria del servizio all'influenza esclusiva o

prevalente dell'Esecutivo;

2) necessaria garanzia dell'imparzialità e completezza dell'informazione, nel rispetto di tutte

le tendenze culturali e politiche;

3) necessario coinvolgimento del Parlamento nella definizione delle direttive generali, nonché

nell'esercizio del controllo circa la loro effettiva applicazione;

4) necessaria tutela dell'autonomia professionale degli operatori dell'informazione all'interno

della concessionaria;

5) necessaria predisposizione di limiti quantitativi alla pubblicità commerciale, a tutela della

possibilità di sviluppo di altri mezzi di informazione ed in particolare dell'informazione stampata;

6) necessaria disciplina del diritto di accesso al mezzo radiotelevisivo;

7) necessaria disciplina del diritto di rettifica.

Si tratta di quelli che verranno chiamati i «sette comandamenti» della Corte costituzionale.

6. LA LEGGE DI RIFORMA N. 103 DEL 1975 E LA SUA RAPIDA OBSOLESCENZA 4

Diritto dell’Informazione LA LEGGE DI RIFORMA N.103 DEL 1975

C O N

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L E

• ESCLUSA L’ATTIVITA’ DIRETTA ALLA RITRASMISSIONE DEI PROGRAMMI DELLE

EMITTENTI STRANIERE

• ESCLUSO IL SETTORE DEI SERVIZI RADIOTELEVISIVI VIA CAVO IN AMBITO

LOCALE

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La legge di riforma del monopolio pubblico che il Parlamento finalmente vara nel 1975 si muove lungo le

linee tracciate dalla Corte nelle pronunce da ultimo ricordate.

Definita la radiodiffusione circolare, nel quadro di quanto disposto dall' art. 43 Cost., se ne afferma la

riserva allo Stato e la conseguente sottrazione alla libera disponibilità dei privati (art. 1). Tale riserva non

si estende, tuttavia, né all'attività diretta alla gestione di impianti ripetitori di programmi stranieri e

nazionali, né all'installazione e all'esercizio di impianti di diffusione via cavo, a livello locale (art. 2).

Con riferimento alla gestione dei ripetitori di programmi esteri e di quelli nazionali, la legge

prevede (artt. 38 ss.) il rilascio di un'apposita autorizzazione.

Anche per l'attività radiotelevisiva via cavo, a livello locale, la legge introduce un regime

autorizzatorio (artt. 24 ss.).

In secondo luogo, l'ossequio ai «comandamenti» della Corte, nasce la Commissione bicamerale per

l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (artt. 4 ss.).

Un nuovo assetto assumono il rapporto tra gli organi interni della concessionaria e che vede il Presidente

e il Direttore generale esercitare le loro funzioni (il primo come responsabile della rispondenza della

gestione aziendale agli indirizzi generali fissati dalla Commissione bicamerale di vigilanza, il secondo

come responsabile dell'attuazione dei deliberati del Consiglio).

Terzo profilo importante toccato dalla legge di riforma, quello dell'inserimento delle Regioni nel quadro

del nuovo sistema.

Accanto al canone, resta confermata l'entrata derivante dalla pubblicità commerciale, ma con un

doppio limite:

• il primo, legato ad una soglia massima non valicabile dall'indice di affollamento (5%),

• il secondo, di ordine finanziario, determinato da una soglia massima di introiti pubblicitari, da

determinarsi ogni anno da parte della Commissione bicamerale.

Ma, ad un solo anno di distanza dall'approvazione della legge di riforma n. 103, è di nuovo il giudice

costituzionale a determinare una svolta nell'evoluzione del sistema radiotelevisivo. La Corte fa propria la

tesi sostenuta dai ricorrenti, volta a sostenere l'esistenza, a livello locale, di una disponibilità di frequenze

utilizzabili sufficiente a scongiurare il formarsi di monopoli con possibili conseguenze negative sul

pluralismo informativo.

Di qui l'apertura alle iniziative private dell'esercizio dell'attività radiotelevisiva via etere, a livello locale, in

analogia alla radiodiffusione via cavo. 5

Diritto dell’Informazione CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 202 DEL 1976

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I

Ciò che preme sottolineare di questa sentenza, davvero storica, è che segna una svolta netta

nell'itinerario logico sino ad allora seguito dai giudici costituzionali. Nella sentenza n. 202 lo stretto nesso

tra i due elementi (limitatezza delle frequenze e ruolo essenziale del sistema radiotelevisivo) appare

irrimediabilmente spezzato: ciò che assume rilievo decisivo nell'orientare la Corte è la sola motivazione di

ordine tecnico, sganciata da ogni riferimento all'altro tipo di valutazione.

È sufficiente per la Corte accedere alla tesi dell'aumento delle disponibilità tecniche di trasmissione a

livello locale (pur nella loro perdurante limitatezza) per ritenere di per sé, e per ciò solo, soddisfatte le

esigenze connesse al pluralismo informativo. Una conclusione che finisce per rendere ambigua la

nozione di attività radiotelevisiva: si appanna la nozione di servizio pubblico essenziale; le ragioni del

servizio pubblico paiono ricondotte alla sola attività svolta dall'emittente pubblica, là dove, per il settore

privato lo stesso tipo di attività pare attratto nell'ambito della libertà di iniziativa economica e delle sue

regole, quasi che il livello nazionale o locale di esercizio della medesima attività possa determinarne un

mutamento di natura quanto ai riflessi sociali che essa produce.

Si tratta, come vedremo, di un elemento di ambiguità che peserà a lungo non solo sugli sviluppi

successivi della giurisprudenza costituzionale in materia, ma anche sull'operato del legislatore.

7. IL LENTO CAMMINO VERSO LA DISCIPLINA DEL SISTEMA «MISTO» PUBBLICO E

PRIVATO: DALLA NORMATIVA TRANSITORIA DELLA LEGGE N. 10 DEL 1985 ALLA

SENTENZA N. 826 DEL 1988 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

La ricordata sentenza n. 202 del 1976 apre un lungo periodo, destinato a chiudersi solo con

l'approvazione della legge n. 223 del 1990, caratterizzato, da un lato, dai tentativi numerosi del

Parlamento di arrivare alla definizione del nuovo assetto del sistema radiotelevisivo imposto dalla

pronuncia della Corte, dall'altro, dallo sviluppo sempre più consistente e tumultuoso di iniziative private a

livello locale.

Nel perdurare della latitanza del legislatore, il settore privato, si avvia sempre più verso la concentrazione

(una grande emittente, rispetto alla quale le altre svolgono sostanzialmente la funzione di semplici

terminali per la diffusione dei programmi). Questo alimenta la spinta alla polarizzazione della risorsa

pubblicitaria attorno alle iniziative private di maggiore consistenza e si realizza attraverso varie forme di

interconnessione funzionale, fino alla messa in onda in contemporanea di programmi preregistrati,

superando così, di fatto, l'ambito locale cui la Corte aveva ancorato il «diritto» dei privati all'esercizio

dell'attività radiotelevisiva. 6

Diritto dell’Informazione DAL 1981 AL 1985

S I S T

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L E CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 148 DEL 1981

IL GIUDIZIO DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE

L E

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• CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 148 DEL 1981

LA PREFIGURAZIONE DELLA NUOVA LEGGE

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L I

Con la sentenza n. 148 del 1981 la Corte avverte chiaramente che una maggiore disponibilità tecnica

del mezzo non può considerarsi condizione di per sé sufficiente a garantire il pluralismo informativo, ma

c’è bisogno di una disciplina del «mercato» dell'informazione radiotelevisiva tale da eliminare ogni rischio

del formarsi di situazioni di monopolio od oligopolio privato.

All'elemento di ordine tecnico, la Corte aggiunge ora un elemento di ordine economico, ma ciò accentua

l'ambiguità, già a suo tempo segnalata, circa il modo d'intendere la natura dell'attività radiotelevisiva. La

sentenza n. 148 del 1981 rappresenta un'ulteriore tappa nella discontinuità aperta dalla sentenza n. 202

del 1976, di cui la pronuncia del 1981 costituisce in qualche misura il logico sviluppo. 7

Diritto dell’Informazione

Questo nuovo intervento della Corte determina un completo mutamento di prospettiva per il legislatore:

se fino ad allora il legislatore si era mosso nell'ottica di una «concorrenza» pubblico-privato (al polo

pubblico = servizio radiotelevisivo di livello nazionale, polo privato = l'ingresso al solo livello locale, in

seguito il nuovo sistema «misto» comincia a delinearsi come sistema a concorrenza generalizzata.

Inizia da questo momento una sorta di gara più o meno sotterranea, indiretta e impari tra il legislatore da

una parte e le maggiori emittenti private dall'altra.

LEGGE N. 10 DEL 1985

DISCIPLINA PONTE

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• LA DISCIPLINA ANTITRUST E SULLA TRASPARENZA DEGLI ASSETTI SOCIETARI

• LA DISCIPLINA SULLA PUBBLICITA’ NAZIONALE E LOCALE

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Il Governo decide di intervenire con una disciplina transitoria (il d.l. n. 807 del 1984, convertiro nella

legge n. 10 del 1985, altrimenti detto dl Berlusconi), che avrebbe dovuto restare in vigore per non più

di sei mesi e verrà sostituita solo nell'agosto del 1990.

Come contropartita a questa legittimazione «transitoria» si estendono alle emittenti private alcuni

obblighi, analoghi a quelli gravanti sull'emittente pubblica. Ma il d.l. n. 807 del 1984 non rappresenta

soltanto una testimonianza evidente di un ormai acquisito mutamento di prospettiva, ma anche delle

difficoltà che il legislatore si trova ad affrontare nella definizione di un nuovo quadro normativo di

riferimento.

L'analisi della legge riflette tutta l'ambiguità e l’incertezza del legislatore, un'incertezza che, come

vedremo meglio più avanti, non verrà dissipata nemmeno dalla legge di riforma del 1990, lasciando

aperti numerosi interrogativi di non facile risoluzione. L'incapacità del legislatore di superare in tempi

ragionevoli le difficoltà, sono alla base di un nuovo importante intervento della Corte, che contribuisce in

maniera decisiva ad accelerare il dibattito parlamentare su quella che diventerà la legge n. 223 del 1990.

8

Diritto dell’Informazione CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 826 DEL 1988

LA CD “ASSOLUZIONE INCONDIZIONATA”

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CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 826 DEL 1988

IL PRINCIPIO DEL PLURALISMO

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CULTURALI, POLITICHE, SOCIALI,…

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• PRESENZA ATTIVA DEL MAGGIOR NUMERO POSSIBILE DI FONTI

CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 826 DEL 1988

I MONITI DELLA CORTE COSTITUZIONALE

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• FREQUENZE

• PUBBLICITA’ 9

Diritto dell’Informazione

Si tratta, come è noto, della sentenza n. 826 del 1988, una sorta di summa dell'intera giurisprudenza

della Corte in materia di informazione radiotelevisiva e, insieme, uno dei tentativi più arditi di

condizionare l'operato e i tempi del legislatore.

La corte decide per una sorta di «assoluzione condizionata» di una disciplina di legge ordinaria,

ritenuta in sé incostituzionale, ma provvisoriamente assolvibile in ragione proprio della sua transitorietà.

Tre sono le accezioni che la Corte individua:

1) quella di pluralismo esterno, inteso quale presenza attiva del maggior numero possibile di

fonti;

2) quella di pluralismo interno, maggior numero possibile di opinioni, tendenze politiche,

ideologiche e culturali;

3) pluralismo inteso quale possibilità di scelta tra una molteplicità di fonti informative.

Si tratta dei diversi ruoli che emittenza privata ed emittenza pubblica sono chiamate

rispettivamente a svolgere: la prima legata al pluralismo esterno; la seconda al pluralismo interno.

La Corte ricava alcuni importanti corollari applicativi, che possono riassumersi in cinque punti:

1) la necessità di una disciplina dei flussi di risorse finanziarie, tale da garantirne una

distribuzione equilibrata tra i diversi settori in cui esso si articola;

2) l'esigenza di una disciplina della pubblicità radiotelevisiva a tutela dell'utente-consumatore;

3) ribadisce l'esigenza della introduzione di una normativa antitrust;

4) l'affermazione della necessaria tutela delle emittenti locali;

5) la sollecitazione rivolta al legislatore ad immaginare soluzioni di prospettiva che tengano conto

degli sviluppi tecnologici in atto.

8. LA NECESSARIA ATTUAZIONE DELLA NORMATIVA COMUNITARIA IN MATERIA DI

PUBBLICITÀ TELEVISIVA

Un altro stimolo nella stessa direzione viene dalla direttiva del Consiglio del 3 ottobre 1989, n. 552,

dedicata al «coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli

Stati membri concernenti l'esercizio delle attività televisive».

Il cuore della direttiva è rappresentato dalle disposizioni relative alla pubblicità commerciale e ne

affronta quattro diversi profili:

• contenuto,

• modalità di trasmissione (riconoscibilità del messaggio pubblicitario e divieto della pubblicità

subliminale, gli spot tra e non nelle trasmissioni),

• indice di affollamento,

• sponsorizzazioni (limitare le sponsorizzazioni al «mecenatismo d'impresa».

Con la direttiva, 89/552/CEE siamo di fronte ad una serie di disposizioni per una disciplina comune della

pubblicità commerciale, con riflessi immediati sugli equilibri complessivi del settore dell'informazione. Un

tentativo concepito in termini sufficientemente puntuali e tali da produrre conseguenze di grande rilievo

soprattutto in quegli ordinamenti, come quello italiano, nei quali meno attenta e sollecita era stata, sino

ad allora, l'azione del legislatore.

9. LA LEGGE 6 AGOSTO 1990, N. 223 SULLA NUOVA DISCIPLINA DEL SISTEMA

RADIOTELEVISIVO «MISTO» PUBBLICO E PRIVATO 10

Diritto dell’Informazione LEGGE N. 223 DEL 1990

QUADRO DI PRINCIPI COMUNI VALIDI PER IL SETTORE PUBBLICO E PRIVATO

REGOLAMENTAZIONE DEL REGIME CONCESSORIO

INTRODUZIONE DELLA DISCIPLINA ANTITRUST

DISCIPLINA DELLA PUBBLICITÀ RADIOTELEVISIVA.

MECCANISMI DI GARANZIA PER LA CORRETTA APPLICAZIONE DELLA LEGGE

La nuova disciplina avrebbe dovuto risolvere le complesse questioni legate al difficile contemperamento

tra libertà di informare e libertà di iniziativa economica, con la necessaria garanzia del pluralismo

quantitativo e qualitativo delle fonti.

Solo con l’approvazione della legge n. 223 del 1990 si arriva ad una disciplina del sistema

radiotelevisivo misto pubblico-privato.

L'impianto della legge ruota attorno a cinque assi portanti:

1. I principi comuni.

2. Il regime concessorio.

3. La normativa antitrust

4. La disciplina della pubblicità radiotelevisiva.

5. Gli strumenti di garanzia di una fedele applicazione della legge.

I PRINCIPI COMUNI. LEGGE 223 DEL 1990

PRINCIPI COMUNI

ATTIVITA’ DI PREMINENTE INTERESSE GENERALE

CONCORSO DI SOGGETTI PUBBLICI E PRIVATI

PRINCIPI FONDAMENTALI

REGOLAMENTAZIONE DELLA PUBBLICITÀ RADIOTELEVISIVA

• Pluralismo

• Obiettivita’

• Completezza

• Imparzialità

CONCESSIONE DEL SERVIZIO PUBBLICO

L'attività diretta alla diffusione di programmi radiofonici e televisivi è attività di «preminente interesse

generale», e «i principi fondamentali del sistema radiotelevisivo, che si realizzano con il concorso di

soggetti pubblici e privati» (art. 1). 11

Diritto dell’Informazione

Proprio nell’assoggettare ad una serie di principi comuni l'attività radiotelevisiva, la legge contiene un

elemento di forte ambiguità: mentre, infatti, l'impostazione unitaria dell’art. 1 sembrerebbe consentire la

previsione di limiti comuni all'uno e all'altro settore, la scissione cui pare alludere l’art. 2 sembrerebbe

poter giustificare un regime di limiti differenziato, nel quale il rispetto dei c.d. principi comuni venga in

realtà affidato soltanto, o prevalentemente, alla concessionaria pubblica. Si tratta di un elemento di

ambiguità che peserà in modo non indifferente su alcuni contenuti di rilievo della legge.

IL REGIME CONCESSORIO. LEGGE 223 DEL 1990

IL REGIME CONCESSORIO

PIANO DI RIPARTIZIONE DELLE FREQUENZE

PIANO DI ASSEGNAZIONE DELLE FREQUENZE

ORGANI TITOLARI DEL POTERE DI RILASCIARE SOSPENDERE REVOCARE LE

CONCESSIONI

CRITERI IN BASE AI QUALI IL POTERE VIENE ESERCITATO

DEFINIZIONE DEI REQUISITI DEI RICHIEDENTI

CONTENUTO DELLA CONCESSIONE

• Obblighi comuni

• Obblighi diversi

La disciplina del regime concessorio, intesa come individuazione dell'organo titolare del potere di

rilasciare, sospendere o revocare la concessione, dei criteri per l'esercizio di tale potere, nonché come

definizione dei requisiti dei richiedenti e del contenuto della concessione, ha la sua premessa

fondamentale in due atti di pianificazione:

• il piano nazionale di ripartizione (che provvede a ripartire le bande di frequenza utilizzabili tra

i diversi servizi di telecomunicazione)

• il piano di assegnazione delle frequenze (che provvede ad assegnare le bande di frequenza

tra i vari bacini di utenza, nei quali viene diviso il territorio nazionale per la radiodiffusione).

L'approvazione del piano di ripartizione delle frequenze spetta, oggi, al ministro delle Comunicazioni su

parere dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, mentre il piano di assegnazione è approvato da

quest'ultima.

Questa attività di pianificazione non si esaurisce affatto in un'operazione esclusivamente tecnica, ma

incide profondamente sul numero complessivo delle emittenti teoricamente attivabili, ossia sul tasso di

«pluralismo esterno» presente nel settore radiotelevisivo.

L'art. 16 si occupa della definizione dei criteri cui ancorare il rilascio delle concessioni. Essi poggiano

essenzialmente sulla potenzialità economica delle diverse iniziative, sulla natura dei progetti tecnici

presentati, sulla qualità della programmazione prevista, nonché sulla base della qualità e della quantità

della programmazione prodotta, degli assetti aziendali e degli indici di ascolto.

Se la disciplina delle fasi essenziali del procedimento relativo al rilascio della concessione è riassunta

unitariamente nelle disposizioni dell'art. 16, altrettanto non può dirsi per quella relativa agli obblighi che

la legge prevede a carico dei concessionari, solo alcuni dei quali sono contenuti in quanto disposto

dall'art. 20.

Gli obblighi comuni attengano essenzialmente a due profili: 12

Diritto dell’Informazione

• quello relativo alla gestione dell'impresa

• quello relativo al contenuto dei programmi.

Tra gli obblighi relativi alla gestione d’impresa si possono far rientrare:

• iscrizione nel Registro nazionale delle imprese radiotelevisive;

• comunicazione dei trasferimenti di proprietà;

• promuovere azioni dirette a realizzare condizioni di «pari opportunità» nei rapporti di lavoro;

• trasmettere lo stesso programma in tutta l'area geografica per cui è rilasciata la concessione;

• di rispettare le leggi e le convenzioni internazionali in materia di telecomunicazioni e di tutela del

diritto d'autore;

• di rispettare determinate modalità di trasmissione dei messaggi pubblicitari, nonché i limiti in

materia di sponsorizzazioni;

• di rispettare i limiti massimi di affollamento pubblicitario;

• obbligo relativo alla trasmissione gratuita di brevi comunicati per conto di vari organi pubblici;

• di rispettare i limiti previsti in ordine alla trasmissione di opere cinematografiche;

• di rispettare il diritto di rettifica.

Tra gli obblighi relativi al contenuto dei programmi, si possono far rientrare;

• l'obbligo di non trasmettere messaggi subliminali;

• di non nuocere allo sviluppo psichico e morale dei minori;

• di rispettare il divieto di trasmettere messaggi pubblicitari che possano ledere valori di rilievo

costituzionale, nonché di rispettare il divieto di trasmettere messaggi pubblicitari relativi a certi

prodotti.

Si aggiungono poi quelli specifici posti a carico della concessionaria pubblica:

• trasmissione dei messaggi di «utilità sociale»,

• e quello, previsto come transitorio, di rispettare un «tetto» massimo negli introiti pubblicitari

annuali)

e dei concessionari privati:

• prestare una cauzione e pagare un canone per l'esercizio della concessione,

• rispettare un livello minimo di ore di trasmissione

• riservare una parte della programmazione a programmi di informazione.

LA NORMATIVA ANTITRUST

Il «cuore» della legge n. 223 è rappresentato dalla normativa diretta a contenere i fenomeni di

concentrazione in atto, al fine di assicurare un sufficiente tasso di pluralismo.

Tale disciplina tocca tre diversi aspetti del fenomeno delle concentrazioni:

• il primo, relativo ai rapporti tra le emittenti radiotelevisive;

• il secondo, relativo ai rapporti tra emittenti radiotelevisive e stampa;

• infine, il terzo, relativo ai rapporti tra emittenti radiotelevisive e concessionarie di pubblicità. 13

Diritto dell’Informazione LEGGE 223 DEL 1990

NORMATIVA ANTITRUST

RAPPORTI TRA EMITTENTI RADIOTELEVISIVE

RAPPORTI TRA EMITTENTI RADIOTELEVISIVE E STAMPA

RAPPORTI TRA EMITTENTI RADIOTELEVISIVE E CONCESSIONARIE DI PUBBLICITA’

Circa il primo profilo, la legge si preoccupa di stabilire il numero massimo di concessioni rilasciabili ad uno

stesso soggetto, distinguendo il livello nazionale dal livello locale.

Quanto al profilo relativo ai rapporti tra emittenti radiotelevisive e stampa, la legge, abbandona la c.d.

«opzione zero», e adotta una linea più flessibile.

Infine, per ciò che attiene ai rapporti tra emittenti e concessionarie di pubblicità, la legge prevede che

queste ultime non possano raccogliere pubblicità per più di tre reti televisive nazionali, per più di due reti

nazionali e tre locali ovvero per più di una rete nazionale e sei locali, comprese quelle di cui sono titolari i

soggetti controllanti o collegati.

Ogni ulteriore attività di raccolta pubblicitaria deve essere indirizzata verso mezzi di comunicazione e

in ogni caso non può superare il 2% del totale degli investimenti pubblicitari complessivi dell'anno

precedente. RAPPORTI TRA EMITTENTI TELEVISIVE

LIVELLO NAZIONALE

• Soglia massima del 25% delle reti previste dal piano di assegnazione delle

frequenze

• Soglia massima di 3 concessioni

LOCALE

• Soglia massima di 1 concessione per bacino di utenza

• Soglia massima di 3 concessioni per bacini di utenza diversi

• Divieto di concessione di livello nazionale + concessione di livello locale

ALLA TITOLARITA’ DI UNA CONCESSIONE È EQUIPARATO IL CONTROLLO O IL

COLLEGAMENTO CON SOCIETÀ TITOLARE DI UNA CONCESSIONE 14


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luca d.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Pubblico, Dell'informazione e Della Comunicazione, basato su appunti personali e studio autonomo del capitolo 1, 2, 3 del testo consigliato dal docente "Diritto dell'informazione e della comunicazione" di Caretti, Paolo, su: libertà di stampa, Stato liberale, l’Editto sulla stampa del 1848, l’istituzione dell’Ordine, legislazione di pubblica sicurezza, l’Ente nazionale cellulosa e carta, libertà negativa della manifestazione del pensiero.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico, dell’informazione e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Teodoro Giovanni.

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