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Riassunto esame Diritto dell'informazione e della comunicazione, prof. Magnani, libro consigliato Diritto dell'informazione e della comunicazione, Caretti

Riassunto per l'esame di Diritto dell'informazione e della comunicazione, basato sullo studio autonomo del libro consigliato dal prof. Magnani: "Diritto dell'informazione e della comunicazione", Caretti. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Scienze della comunicazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Diritto dell'informazione e della comunicazione docente Prof. C. Magnani

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ricercarle). Allo stesso modo l’articolo 5 della Legge fondamentale tedesca del

1949 garantisce il “diritto di informarsi, senza essere impedito, da fonti

accessibili a tutti”.

L’Unione europea, infatti, nel 1° comma dell’articolo 11 della Carta di Nizza

contempla il profilo attivo e passivo della libertà di manifestazione del pensiero,

e nel 2° comma precisa che “la libertà dei media e il loro pluralismo sono

rispettati”.

La Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà

fondamentali (o “C.e.d.u.”, firmata a Roma, nel 1950),

• nel paragrafo 1 dell’articolo 10 garantisce la libertà di opinione, nonché la

“libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee” senza possibilità di

ingerenza da parte delle autorità pubbliche.

• Nel paragrafo 2, tuttavia, si afferma che l’esercizio di queste libertà comporta

una responsabilità e che, pertanto, esse possono essere sottoposte a

condizioni o sanzioni che il singolo Stato membro ritiene necessarie per

garantire l’integrità territoriale, la pubblica sicurezza, la protezione della

morale e dei diritti altrui, nonché l’imparzialità del potere giudiziario, di una

società democratica. Tale articolo, inoltre, valorizza l’importanza della libertà

di ricevere un’informazione pluralistica, non condizionata dalla presenza di

posizioni dominanti, lasciando, quindi, al sistema di protezione giurisdizionale

della Corte europea dei diritti dell’uomo (con sede a Strasburgo), ossia al

Giudice della Convenzione, il compito di valutare se le limitazioni imposte

dalle autorità nazionali siano compatibili con tali principi.

Dal 2004, sono, ad esempio, considerate ragioni legittime delle restrizioni della

libertà d’espressione quelle strumentali “alla tutela del consumatore” e alla

“lealtà dei rapporti commerciali”.

La stessa Corte europea ha, inoltre, sviluppato una disciplina che garantisce il

diritto del pubblico dei lettori a ricevere informazioni sui comportamenti dei

soggetti titolari di funzioni pubbliche che possano suscitare motivi di

preoccupazione, consentendo agli organi di informazione il diritto di utilizzare la

provocazione, ossia un certo grado di esagerazione, e tutelando il dissenso

politico e culturale attraverso la possibilità di esprimere idee critiche sgradite

che “urtano, scioccano o inquietano”, purché, come stabilito nel 1999, ciò

avvenga nel rispetto della deontologia professionale. Anche nei confronti

dell’homo publicus, infatti, la Corte ammette che la critica politica possa avere

una particolare virulenza o provocazione, in virtù del fatto che sanzioni di

particolare entità possono produrre effetti dissuasivi sull’informazione, in quanto

le cifre che lo Stato può condannare a risarcire possono inibire la prosecuzione

dell’attività. Infatti, in seguito ad una sentenza di condanna ad una pena

detentiva di 5 mesi per diffamazione, attribuita al direttore di un periodico

dell’isola di Chio, che aveva accusato di comportamenti scorretti un politico

locale, la Corte ha affermato che “una sanzione detentiva inflitta per un reato a

mezzo stampa non è compatibile con la libertà di espressione giornalistica,

garantita dall’art. 10 della Convenzione, se non in circostanze eccezionali”.

Capitolo 2: Stampa

L’articolo 28 dello Statuto Albertino del 1848 recitava: “La stampa sarà libera,

ma una legge ne reprime gli abusi”, riservando al legislatore la definizione di

“abuso”, sebbene in assenza di un sistema di controllo sulla legittimità

costituzionale delle leggi, tale riserva si tradurrà in una delega a favore della

maggioranza parlamentare, frutto di una legislazione elettorale fortemente

censitaria. L’unica forma di intervento preventivo consentita è disposta dal 2°

comma, nel quale si afferma che la stampa religiosa deve essere soggetta al

preventivo permesso del Vescovo.

Successivamente, l’Editto sulla stampa, ossia il regio decreto 695 del 1848,

concesso motu proprio dal sovrano, in vista delle elezioni per la Camera dei

deputati, contemplerà ipotesi di reato a mezzo stampa volte a limitare lesioni di

• interessi pubblici, ossia i reati contro

o lo Stato (tra cui la rivelazione di segreti di Stato, la contestazione

dell’autorità costituzionale del re e delle Camere, l’adesione scritta a forme

di governo diverse da quella monarchico-costituzionale, l’offesa alla

persona del Re, a sovrani e capi di Governo stranieri o membri del corpo

diplomatico)

o e i valori fondanti della società borghese (come nel caso delle offese contro

i culti, il buon costume, la morale e l’ordine pubblico, l’inviolabilità del

diritto di proprietà, della santità del giuramento e dell’ordinamento della

famiglia, ma anche l’apologia di reato e l’incitamento all’odio tra classi

sociali).

• Tuttavia, dall’Editto erano anche definiti alcuni reati a mezzo stampa lesivi di

interessi privati, come ingiuria e diffamazione. Esse erano, tuttavia, affidate

ad un ridotto apparato sanzionatorio, data l’abolizione dei minimi e

l’abbassamento dei massimi di pena detentiva previsti, contrapposta

all’aumento dell’importo delle pene pecuniarie e alla sospensione della

pubblicazione. Tali sanzioni erano stabilite ed erogate dal magistrato di

appello (il quale poteva sequestrare gli stampati per esigenze processuali),

affiancato dai giudici del fatto (una giuria popolare).

Esso prescriveva,

• per la stampa comune (aperiodica, es.: i libri), l’obbligo di deposito dello

stampato (una copia presso l’autorità giudiziaria ed una presso la biblioteca

Universitaria del circondario).

• Per la stampa periodica (giornali, riviste, ecc.), invece, vigeva l’obbligo di

comunicazione alla segreteria di Stato per gli affari interni dell’inizio delle

pubblicazioni, indicando la natura della pubblicazione, il nome della tipografia

presso cui avveniva la stampa ed i nomi del proprietario e del gerente

responsabile, soggetto direttamente coinvolto nella gestione del giornale (ma

non contemporaneamente eletto alla Camera dei deputati, a causa

dell’immunità parlamentare) nominato centro di imputazione della

responsabilità per gli eventuali reati a mezzo stampa, e chiamato, quindi a

rispondere del contenuto di articoli anonimi o regolarmente firmati (in tal

caso, a titolo di complicità). L’articolo 43, inoltre, imponeva al gerente

l’obbligo di rettifica, che garantisce il diritto delle persone a tutelarsi di fronte

alla diffusione di notizie giornalistiche che le riguardino, considerate non

veritiere o lesive della propria dignità e reputazione, con la concessione di

uno spazio dello stesso rilievo tipografico delle notizie contestate (entro 2

giorni, per i quotidiani, e non oltre il 2° numero successivo alla settimana in

cui è pervenuta la richiesta, per la stampa periodica).

La comunicazione alla segreteria di Stato dell’avvio della pubblicazione periodica

era, tuttavia, spesso interpretata in chiave autorizzatoria: nel 1859, con i TUPS

(Testi unici di pubblica sicurezza), infatti, furono istituite la licenza di polizia per

l’esercizio dell’arte tipografica (concedibile solo a persone “oneste e probe”, con

maturità classica) e la licenza di polizia per l’affissione degli stampati.

Il governo Pelloux mise a punto un disegno di legge che prevedeva l’attribuzione

al giudice di un potere di intervento di natura censoria, ma tale proposta fu

osteggiata in Parlamento dai deputati della sinistra. Ciò spinse il Governo a

trasformare il disegno di legge in un decreto legge (strumento riconosciuto allo

Statuto ma da tempo entrato nella prassi dell’Esecutivo), seguito, tuttavia, da

una sentenza della Corte di Cassazione che lo dichiarò inesistente.

Nel periodo giolittiano, maggiore stabilità permise di approvare la disciplina

garantista della legge 278 del 1906 sul sequestro degli stampati,

• consentiti solo successivamente alla sentenza di condanna,

• con possibilità di sequestro preventivo solo per stampati che violassero il

limite del buon costume e per coloro che non avessero adempiuto agli

obblighi di deposito.

All’inizio della Prima guerra mondiale, tuttavia, la legge 83 del 1915 vietò la

pubblicazione di notizie di carattere militare, con possibilità dei responsabili delle

pubblicazioni di sottoporre preventivamente il contenuto degli stampati al

Prefetto.

A causa dell’autoritario regime fascista, la disciplina repressiva dei possibili

abusi nell’esercizio della libertà d’espressione si trasforma gradualmente in una

disciplina preventiva restrittiva, che considera le attività di comunicazione come

mezzi funzionali alla difesa e al rafforzamento del potere costituito. Dal 1923, ad

esempio, il diritto del Prefetto di negare il riconoscimento della nomina del

gerente responsabile (revocabile in caso di commissione di 2 diffide) aveva

spesso portato alla paralisi della pubblicazione del periodico, e a successive

accuse di stampa clandestina. Nel 1925, infatti, la figura del gerente venne

sostituita con quella del direttore responsabile, la cui nomina spettava al

Procuratore Generale presso la Corte d’Appello.

Sempre nel 1925, il regime presentò l’istituzione dell’Ordine e dell’Albo dei

giornalisti come una risposta all’”antica aspirazione espressa dalla classe

giornalistica” che ne accresceva il prestigio professionale, sebbene esso fosse in

realtà un meccanismo di selezione politica.

L’Albo era comporto di 3 elenchi: quello dei praticanti (i cui iscritti esercitavano

l’attività giornalistica da meno di 18 mesi o non avevano ancora compiuto 21

anni), quello dei professionisti (nel quale potevano essere iscritti i maggiorenni

che avessero esercitato il periodo di pratica di 18 mesi) e quello dei pubblicisti

(maggiorenni che esercitavano l’attività giornalistica non in via esclusiva).

L’iscrizione all’Albo era, tuttavia, vietata per coloro che avessero svolto una

“pubblica attività contraria agli interessi della Nazione”.

Il deposito e la gestione degli Albi doveva avvenire presso la cancelleria

dell’Ordine dei giornalisti, ma, non essendosi esso mai effettivamente istituito,

le sue funzioni furono esercitate dal Sindacato nazionale fascista dei giornalisti.

Inoltre, con l’approvazione del nuovo codice penale del 1930 (altrimenti detto

“codice Rocco”), la responsabilità civile del direttore del periodico subisce,

nell’articolo 57, un’estensione sul piano penale: si parla ora di responsabilità

oggettiva per fatto altrui, per la quale il direttore viene punito insieme all’autore

dello scritto “con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non

eccedente un terzo”.

La disciplina si arricchisce, inoltre, di fattispecie criminose (per le quali prevede

pene più gravi) che consentono la repressione di ogni forma di dissenso politico,

come:

• i reati di vilipendio (della Nazione, dei culti ammessi, della Corona, del

Governo, del Gran Consiglio del Fascismo, del Parlamento, delle Forze

Armate e dell’ordine giudiziario),

• l’apologia di reato,

• l’istigazione dei militari alla disobbedienza alle leggi

• o la pubblicazione di notizie false, esagerate o tendenziose, destinate a

turbare l’ordine pubblico.

Molti dei reati introdotti in questo periodo hanno rallentato l’attuazione del

dettato costituzionale, essendo incompatibili con i principi del nuovo

ordinamento, che, sebbene sembri consentire la repressione del dissenso

politico grazie ad un imponente apparato sanzionatorio, circoscrive in realtà

l’area dei comportamenti punibili. Condanne frequenti si registrano infatti solo

nei casi di hate speech, ossia quelli connessi alla discriminazione razziale ed

etnica, che assume carattere penalmente rilevante se le affermazioni sono

diffuse in un contesto che le renda pericolose poiché in grado di favorire la

rinascita della dittatura o sollevare moti razzisti.

La riforma della legislazione di pubblica sicurezza, invece, si compì in 2 fasi:

• con il testo unico del 1926, vengono recuperate

o la licenza di polizia per l’esercizio dell’arte tipografica (estesa ad ogni altro

mezzo di diffusione del pensiero),

o e quella per l’affissione o distribuzione di stampati e manoscritti (a cui non

vengono sottoposti quelli delle autorità pubbliche o ecclesiastiche);

• con il testo unico del 1931, invece, si istituiscono le licenze per l’uso di mezzi

di diffusione del suono e per l’affissione di manifesti cinematografici.

Inoltre, il sequestro degli stampati, da strumento repressivo azionabile dal

giudice, diventa strumento amministrativo di intervento preventivo, da

sottoporsi solo successivamente ad accertamento giudiziale. Infatti,

• il testo unico del 1926 prevede il potere di intervento dell’autorità di pubblica

sicurezza nei confronti di scritti o stampati contrari agli interessi nazionali.

• Il testo unico del 1931, successivamente, autorizzerà l’autorità di pubblica

sicurezza ad intervenire in presenza di scritti che, a suo giudizio, siano

contrari agli ordinamenti politici, sociali o economici.

Durante il regime fascista, nella prima metà degli anni ’30, il Ministero delle

Corporazioni introdusse la prima forma istituzionalizzata di sostegno economico

alla stampa, attraverso l’Ente nazionale cellulosa e carta, nato nel 1933, ossia

con un’azione protezionistica a sostegno delle imprese editrici, realizzata grazie

all’integrazione del prezzo della carta a copertura della differenza tra il prezzo

interno e quello delle case produttrici estere.

I controlli sul contenuto dell’informazione stampata avvenivano, invece, ad

opera della Presidenza del Consiglio, presso la quale, nel 1923, venne istituito

l’Ufficio stampa, che forniva le “istruzioni alla stampa”, ossia le informazioni

politiche ufficiali che allineavano la stampa agli indirizzi del regime, anche grazie

all’agenzia Stefani, l’unica autorizzata dal Governo a fornire agli organi di

stampa la cosiddetta “informazione primaria”. L’Ufficio stampa sarà sostituito,

nel 1934, dal Sottosegretariato alla stampa e alla propaganda, che diventerà,

nel 1935, il Ministero per la Stampa e la propaganda, rinominato, nel 1937 il

Ministero della Cultura popolare, o “Min.cul.pop.” (non più finalizzato al controllo

della sola stampa).

Dopo la caduta del fascismo, l’Italia vive la cosiddetta “sovranità limitata” dalla

presenza di potenze alleate, come testimoniato,

• nel 1944, dalla reintroduzione dell’autorizzazione prefettizia, subordinata

all’approvazione delle autorità alleate, per la prosecuzione della pubblicazione

di quotidiani e periodici.

• Un decreto luogotenenziale del 1946 (il 561, approvato in vista delle elezioni

dell’Assemblea costituente), invece, consentirà il sequestro dello stampato

solo a seguito di una sentenza di condanna, ma stabilirà (data l’influenza di

papa Pio XII) l’eccezionalità di stampati osceni, offensivi della pubblica

decenza, o che divulghino mezzi idonei a favorire l’aborto ed impedire la

procreazione.

Per quanto concerne, invece, la redistribuzione delle competenze amministrative

in materia, con la soppressione del Min.cul.pop., esse vennero trasferite al

“Sottosegretariato per la stampa, lo spettacolo e il turismo”, alle dipendenze

della Presidenza del Consiglio.

Così come allo Statuto Albertino aveva subito fatto seguito l’Editto sulla stampa,

in vista dell’elezione della prima Camera dei deputati, una disposizione

transitoria della Costituzione prevedeva la convocazione dell’Assemblea

costituente entro il 31 gennaio 1948, per riformare le normative sulla legge sulla

stampa non in linea con i principi costituzionali, prima dell’elezione del

Parlamento repubblicano.

La legge 47 del 1948 riprende l’articolo 528 del codice penale sulle pubblicazioni

oscene, stabilendone l’estensione (con pene aggravate)

• nell’articolo 14, a quelle “destinate ai fanciulli ed agli adolescenti, quando,

per la sensibilità e impressionabilità ad essi proprie, siano comunque idonee a

offendere il loro sentimento morale od a costituire per essi incitamento alla

corruzione, al delitto o al suicidio”.

• Nell’articolo 15, invece, esse sono applicate “anche nel caso di stampati i

quali descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti,

avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da

poter turbare il comune sentimento della morale o l'ordine familiare, o da

poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti”.

Tra gli obblighi istituiti dalla “Legge stampa” troviamo, inoltre,

• quello sancito dall’articolo 5, ossia la registrazione dei periodici presso la

cancelleria del Tribunale competente per territorio, presso il quale vengono

depositati i documenti in cui viene indicato il titolo della testata, l’editore e il

proprietario, oltre all’attestazione dell’iscrizione all’Albo dei giornalisti del

direttore responsabile (con eccezione delle riviste tecniche).

• Infine, l’articolo 8 disciplinava anche l’obbligo di rettifica, che, in caso di

mancato adempimento, consente all’interessato di richiedere al giudice

l’ordine di pubblicazione della rettifica (di non più di 30 righe, prive di

espressioni che costituiscano reato), la cui trasgressione dà luogo alla

condanna del direttore responsabile, con conseguente pubblicazione

obbligatoria della sentenza sul quotidiano o periodico.

Per quanto concerne, invece, la diffamazione,

• l’articolo 12 stabilisce che, se diffusa a mezzo stampa, essa comporta una

“pena privata”, giustificata dalla volontà di “rendere più sensibili le

conseguenze per l’offensore”: pertanto, il giudice, in caso di condanna, dovrà

irrogare una sanzione pecuniaria, il cui importo va commisurato alla

diffusione dello stampato, ma soprattutto alla gravità dell’offesa (ossia

dell’attribuzione di condotte che implicano atti illeciti o comportamenti

socialmente sconvenienti).

• L’articolo 13, invece, prevede un’ulteriore aggravante in caso di diffusione a

mezzo stampa di un fatto determinato, in quanto precisione e concretezza

conferiscono credibilità al messaggio. La sanzione, in questo caso, non è più

alternativa, ma cumulativa: da 1 a 6 anni di reclusione e una multa non

inferiore a 500.000 lire.

La legislazione di pubblica sicurezza contenuta nel testo unico del 1931 uscì

largamente indenne dall’esame di conformità al dettato costituzionale, ma, negli

anni successivi, fu spesso oggetto di interventi della Corte costituzionale:

• il sequestro amministrativo dell’autorità di pubblica sicurezza in caso di

propaganda di mezzi anticoncezionali, ad esempio, decadde in seguito alla

dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’articolo 553 del codice penale,

avvenuta con la sentenza n. 49 del 1971.

• Con la sentenza 1 del 1956, invece, furono eliminate le licenze di polizia per

l’affissione degli stampati, fatto salvo l’obbligo di rispettare l’indicazione degli

spazi per l’affissione indicati dall’autorità competente.

• L’istituto della licenza per l’esercizio dell’arte tipografica, invece, venne

abolito nel 1998.

• Scomparse le norme fasciste, nel 1958, la modifica dell’articolo 57 del codice

penale puniva la violazione da parte del direttore responsabile di una norma

a contenuto precauzionale, che abbia permesso la commissione del delitto

presupposto. Egli diventa, quindi, responsabile “per omesso controllo” degli

articoli affidati ai suoi redattori, di contributi di terzi, “brevi”, dispacci delle

agenzie, missive dei lettori, annunci, fotografie, titoli, refusi, impaginazione e

locandine, sia per l’edizione nazionale del giornale, sia per quelle locali.

Inoltre, nel 2009, la Cassazione ha stabilito che “il controllo unitariamente

considerato compete in via esclusiva al direttore responsabile”, con

conseguente irrilevanza della delega a terzi, a meno che, come stabilito nel

2007 sempre dalla Cassazione, il direttore sia in ferie ed abbia

preventivamente indicato un sostituto. Tuttavia, qualora il direttore abbia

“fatto quanto in suo potere per prevenire la diffusione di notizie non

rispondenti al vero, prescrivendo e imponendo regole e controlli, anche

mediati, di accuratezza, assoluta fedeltà e di imparzialità rispetto alla fonte-

notizia”, come si legge in una sentenza della Cassazione del 2009, egli potrà

non essere ritenuto responsabile, in quanto non è possibile rilevare un nesso

causale tra l’omissione ed il fatto, ossia un coefficiente colposo psicologico

che renda rilevante la sua condotta. Oggi, inoltre, è l’editore a scegliere e

licenziare il direttore, con il quale concorda la linea editoriale del periodico.

Successivamente, il direttore eserciterà le funzioni attribuitegli dalla legge,

sottoponendosi al voto di gradimento non vincolante dell’assemblea di

redazione.

• Una sentenza del 1974 ha dichiarato, invece, l’illegittimità costituzionale della

parte dell’articolo 415 che puniva l’istigazione all’odio fra classi, senza

esplicitare che, per costituire reato, l’istigazione deve pregiudicare la pubblica

tranquillità.

• La legge 215 del 1999, invece, ha abrogato dal codice penale i reati di

“Offese all’onore di capi di Stato esteri”, “Offese contro i rappresentanti di

Stati esteri”, “Pubblica istigazione e apologia”, “Eccitamento al dispregio e

vilipendio delle istituzioni, delle leggi o degli atti dell’Autorità” e “Grida o

notizie atte a turbare la tranquillità pubblica o privata”.

La sopravvivenza di ipotesi di reato connesse alla tutela di diritti individuali,

della personalità dello Stato, del sentimento religioso e dell’ordine pubblico, a

cui spesso è difficile riconoscere un sicuro fondamento costituzionale, ha

tuttavia legittimato interventi repressivi contro manifestazioni del pensiero

critiche nei confronti dell’ordine costituito, giustificate dalla distinzione tra

manifestazioni del pensiero “pure” e manifestazioni dirette a provocare

un’azione.

Ad esempio, i reati di vilipendio tutelano il prestigio delle massime istituzioni

pubbliche pur non essendo possibile ricondurli ad alcun valore

costituzionalmente protetto, andando bensì a colpire il diritto di critica volta a

sindacare il comportamento degli organi istituzionali.

La dittatura fascista ha lasciato parecchie scorie nella legislazione sulla stampa e

nelle regole sull’organizzazione dei giornalisti, che la Repubblica ha faticato a

smaltire (sebbene si sia registrata, a partire dal periodo repubblicano fino ad

oggi, malgrado la rivoluzione digitale, l’assenza di normative non ispirate ad una

logica pseudo-emergenziale).

Con l’istituzione dell’Ordine dei giornalisti, avvenuto con la legge 69 del 1963, si

cercò di garantire una maggiore autonomia del giornalista rispetto all’editore e

vennero riformate le modalità di accesso ed esercizio relative alla professione

giornalistica.

Il nuovo Albo, si compone, infatti, di più elenchi:

• quello dei giornalisti professionisti (che abbiano superato l’esame di idoneità

professionale ed attestato l’esercizio della professione giornalistica in modo

continuativo ed esclusivo per non meno di 18 mesi, oltre all’iscrizione al

registro dei praticanti)

• e quello dei pubblicisti (che devono attestare lo svolgimento dell’attività

pubblicistica in modo non esclusivo, ma retribuito, per la durata di almeno 2

anni).

Ogni attività connessa alla tenuta dell’Albo era affidata non più al Ministero di

Grazia e Giustizia, bensì all’Ordine, di cui fa parte

• il consiglio nazionale, composto da 2 giornalisti professionisti e da un

pubblicista per ogni consiglio regionale (con carica triennale), sebbene oggi le

regioni più grandi abbiano più rappresentanti, a seconda degli iscritti.

• La restante parte dell’Ordine è composta dai consigli degli Ordini regionali

(composti da 6 giornalisti professionisti e 3 pubblicisti, votati dagli

appartenenti alle rispettive categorie e in carica per 3 anni) chiamati a

gestire iscrizioni, cancellazioni e sanzioni, che vanno

o dal semplice avvertimento a cambiare condotta da parte del Presidente

dell’Ordine (con redazione di un verbale),

o alla censura (con biasimo formale del Presidente),

o alla sospensione dall’esercizio della professione (dovuta alla

compromissione della dignità professionale),

o fino alla radiazione dall’Albo (per i “colpevoli di fatti non conformi al decoro

e alla dignità professionali, o di fatti che compromettano la propria

reputazione o la dignità dell’ordine”), al quale l’interessato ha diritto di

essere nuovamente iscritto dopo 5 anni.

L’interessato, può, tuttavia fare ricorso, entro 30 giorni, al consiglio nazionale

dell’Ordine, e, in caso di esito negativo, alla magistratura ordinaria.

Nell’ordinamento esistono norme che ammettono un comportamento vietato, a

determinate condizioni, in base ad un bilanciamento di interessi che giustifica un

fatto non lecito. L’articolo 51 del codice penale, infatti, esclude la punibilità se

l’affermazione di un messaggio lesivo della reputazione è commesso

nell’esercizio dei diritti riconosciuti dalla Cassazione con la sentenza 5259 del

1984, altrimenti detta “sentenza decalogo”.

I diritti del giornalista consistono, infatti, nell’insopprimibilità della libertà

d’informazione e di critica “limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate

a tutela della personalità altrui”, ossia limitata dalla disciplina del reato di

diffamazione. Tuttavia, considerando che la discrezionalità dell’offeso nella

valutazione del danno subito consente richieste di risarcimento esorbitanti,

potenti armi di pressione se si teme una condanna in sede penale e quindi

potenziale ostacolo all’esercizio del diritto di cronaca, sono stati inseriti dei

presupposti che ne escludono la punibilità.

• Requisito più importante è la verità sostanziale del fatto, che pone il

giornalista nell’obbligo di verificare l’attendibilità delle fonti e di limitarsi a

riportarle. Tuttavia, i giornalisti che siano incorsi in un errore, ritenendo

corretto un dato poi rivelatosi falso, possono venire prosciolti, purché

dimostrino di aver compiuto i dovuti controlli con esito positivo. Si parla, in

questo caso, di “verità putativa”, che permette di assolvere il giornalista in

presenza di una verosimiglianza del fatto.

o A livello giuridico, sono considerate notizie abbastanza sicure quelle

apprese dagli organi inquirenti, soprattutto in contesti pubblici: vi sono

infatti, fonti privilegiate, che rendono superflui ulteriori controlli, ma tra

esse non rientrano le agenzie di stampa, le cui notizie dovrebbero essere

verificate prima che riprese.

o Per quanto riguarda le interviste, invece, il Supremo Collegio, nel 2001, ha

stabilito che il giornalista può riportare le dichiarazioni dell’interlocutore

senza vagliarne l’esattezza, se le dichiarazioni costituiscono una notizia, o

se il tenore delle dichiarazioni è rilevante per la collettività, al di là della

loro verità.

o Inoltre, la Cassazione ha stabilito che la verità dei fatti non è rispettata

quando “siano, dolosamente o anche solo colposamente, taciuti altri fatti,

tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il

significato”, così che “la verità incompleta deve essere, pertanto, in tutto

equiparata alla notizia falsa”.

• L’utilità dell’informazione, ossia l’interesse sociale per la sua conoscenza, è

invece un criterio che lascia al giudice ampi margini di discrezionalità.

• Infine, per quanto concerne la correttezza dell’esposizione,

o si rende necessaria “la forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro

valutazione, non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire,

improntata a serena obiettività almeno nel senso di escludere il

preconcetto intento denigratorio e, comunque, in ogni caso rispettosa di

quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole delle

persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente i più

umani sentimenti”, come precisato da una sentenza della Cassazione del

1984. La continenza è, tuttavia, legata al contesto: se la materia forma la

pubblica opinione, espressioni forti, che non ricadano nella mera

contumelia, sono tollerate, purché “il giornalista, al fine di sottrarsi alla

responsabilità che comporterebbero univoche informazioni o critiche”, non

ricorra a “subdoli espedienti”.

o Anche per la satira, benché ne manchi una definizione normativa, è

prevista una maggiore libertà nell’utilizzo di iperbole e paradosso, di una

forma ironica e sarcastica e di un registro grottesco che deformi il reale,

purché le vicende interessate siano poste all’attenzione generale e non

trasmettano messaggi falsi. Un giudice del Tribunale di Latina, nel 2006,

ha infatti sentenziato che la satira è un genere letterario, una forma libera

del teatro, attraverso la quale si fornisce una chiave di lettura diversa della

realtà. Tale arma di denuncia sociale, nonché di formazione della

collettività, anche grazie allo stile non aulico, può “scompaginare le regole

del sentire comune che alimenta e stabilizza il Potere”.

Il diritto di critica, invece, consiste nell’espressione di un giudizio, di una

personale convinzione di chi la sottoscrive, che viene ritenuta lecita, sebbene

offensiva, purché abbia ad oggetto un argomento di interesse pubblico e sia

priva di insulti gratuiti: ad esempio, il biasimo nei confronti di un pubblico

ministero come esempio dell’incapacità della magistratura di formare

professionisti all’altezza può ledere la reputazione del soggetto, ma se il CSM e

la Procura lo hanno sottoposto a procedimento disciplinare e penale,

l’argomento diventa di pubblico interesse.

Inoltre, l’orientamento giurisprudenziale del giornalismo d’inchiesta (i cui

giornalisti, nel 2010, sono stati definiti dalla Cassazione l’”espressione più alta e

nobile dell’attività d’informazione”) impone l’obbligo inderogabile di rispettare il

segreto professionale sulla fonte delle notizie, ma se la veridicità di notizie

indispensabili ai fini della prova del reato può essere accertata solo identificando

la fonte, il giudice può ordinare al giornalista di indicarla. Anche la

giurisprudenza di Strasburgo ha ribadito il diritto dei giornalisti a non rivelare le

loro fonti d’informazione e a non testimoniare davanti al tribunale per non

compromettere la confidenzialità della fonte o dissuadere l’informatore

dall’aiutare i media, proibendo anche la perquisizione del domicilio e del luogo di

lavoro, nonché il sequestro degli effetti personali di tutti coloro che sono

coinvolti nella redazione di un giornale. Tuttavia, i ricorsi individuali per ottenere

la protezione dell’articolo 10 della Convenzione, negli ultimi 10 anni, sono

aumentati al punto che la Corte europea dei diritti è diventata una sorta di 4°

grado di giurisdizione, nonché un “giudice amico” della stampa, tanto che l’Italia

stessa è stata sanzionata per violazione dell’articolo 6 della CEDU, che

garantisce ai cittadini il diritto d’accesso a un giudice.

A ciò si aggiunge la Carta di Treviso del 1995, che tutela i minori (tramite

l’obbligo di non pubblicare il nome, oscurare il viso, renderlo oggetto della

notizia solo se strettamente necessario).

La disciplina delle attività di raccolta e trattamento dei dati personali”, altrimenti

detta “legge sulla privacy”, è contenuta nel decreto legislativo numero 196 del

2003, “Codice in materia di protezione dei dati personali”.

Secondo tale decreto, il Garante per la protezione dei dati personali (istituito

dalla legge 675 del 1996), è composto da 4 membri di nomina parlamentare ed

è tenuto a far cessare comportamenti contrari alla legge, in particolare in

relazione alla disciplina riguardante i “dati sensibili”, che rilevano, cioè, l’origine

razziale ed etnica delle persone, le convinzioni religiose e filosofiche, l’adesione

a partiti e sindacati, le condizioni di salute e soprattutto le abitudini sessuali (al

fine di evitare la spettacolarizzazione o la strumentalizzazione di scelte

personali).

Il Garante, con un provvedimento del 2004, ha riconosciuto al giornalista

l’autonomia nell’acquisizione (purché avvenga con correttezza), nella selezione e

nella scelta dei dati (anche sensibili) da diffondere, senza obbligo di consenso,

ma tenendo conto dei limiti del diritto di cronaca.

Possono, inoltre, essere trattati i fatti resi noti dagli interessati direttamente o

attraverso comportamenti in pubblico, nonché i dati che gli obblighi di

trasparenza della pubblica amministrazione rendono facilmente acquisibili.

I dati diffondibili comprendono anche foto, riprese o registrazioni: nel 2009,

infatti, la Camera ha approvato il disegno di legge in materia di intercettazioni

telefoniche, telematiche ed ambientali, che prevede il divieto di pubblicazione

degli atti di indagine preliminare, del fascicolo del pubblico ministero o delle

investigazioni difensive, anche quando viene meno il “segreto istruttorio” e fino

alla conclusione delle indagini preliminari, o fino all’udienza preliminare. Viene,

inoltre, introdotto il divieto di pubblicazione di atti e contenuti relativi a

conversazioni e comunicazioni informatiche o telematiche di cui sia stata

ordinata la distruzione.

è la difficoltà di ricavare dalle regole delle linee di comportamento, a limitare la

libertà del giornalista, la cui condotta viene valutata con criteri spesso vaghi. Per

far fronte a tale problema, ci si affida al “codice di deontologia” del 1998

(applicabile a tutti coloro che si cimentino nella funzione di informare), frutto

della collaborazione fra Ordine dei giornalisti e Garante.

• Secondo tale codice, nella raccolta dei dati, il giornalista è tenuto a chiarire la

propria identità personale e professionale, nonché le finalità della ricerca, a

meno che ciò non metta in pericolo la sua incolumità o “renda impossibile la

funzione informativa”, in quanto, in nome del giusto principio di tutela della

privacy, la circolazione delle informazioni può essere facilmente

compromessa. Il ricorso al Garante, infatti, è privo di costi e rischi, ma utile

per tentare di bloccare informazioni fastidiose: nel 2011, ad esempio, il

Garante ha sancito la possibilità di divulgare, ad indagini concluse, i

movimenti di conto corrente di un esponente politico, ma omettendone il

numero.

• L’articolo 3 protegge, invece, domicilio, luoghi di cura e riabilitazione, nei

quali l’intimità delle persone non può essere violata con tecniche invasive che

“rubino” immagini o suoni in luoghi non esposti al pubblico.

• L’articolo 5, invece, impedisce il coinvolgimento, nella descrizione dei fatti, di

congiunti o soggetti diversi da quelli interessati direttamente ai fatti.

• Tuttavia, l’articolo 6 sottolinea che “un’informazione, anche dettagliata” è

diffondibile quando “sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o

della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della

qualificazione dei protagonisti”, lasciando di nuovo un ampio margine

discrezionale per i giudici.

• L’articolo 7 impedisce la diffusione di dati riguardanti minori (a meno che non

sia nel loro oggettivo interesse, come nel caso di una scomparsa, o per dare

particolare risalto alle sue qualità o a quelle del suo contesto familiare) per

non ledere l’armonico sviluppo della persona.

• L’articolo 8, invece, vieta espressamente la pubblicazione di immagini lesive

della dignità, come quelle che ritraggono persone in stato di detenzione in

mancanza di “rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di

giustizia e di polizia”, le “foto segnaletiche”, o quelle realizzate ricorrendo ad

artifici e pressioni indebite.

• Infine, l’articolo 10 impedisce la pubblicazione di dati relativi alla salute, salvo

che la persona rivesta una posizione rilevante a livello politico o sociale,

condizionabile dal problema di salute (del quale, tuttavia, è vietato fornire

particolari riguardanti terapie e diagnosi).

Per quanto riguarda la diffusione di dati, inchieste e commenti da parte di

soggetti non professionali, attraverso blog e testate giornalistiche (ossia il

cosiddetto “giornalismo partecipativo”), si è cercato di applicare all’informazione

telematica le disposizioni valide per quella cartacea, ricercando una giustizia

sostanziale ben lontana dalla disciplina peculiare resa necessaria dal fatto che la

rete ha ormai quasi completamente sostituito la stampa. Benché il divieto di

analogia in materia penale non consenta di applicare una sanzione a condotte

che non ricadano per intero nel perimetro del penalmente rilevante, la lesione di

onore e reputazione diffusa tramite rete è spesso stata ricondotta al reato di

diffamazione aggravato da un qualunque mezzo di diffusione. Molti giudici,

infatti, hanno spesso applicato l’articolo 13 della legge stampa per affermazioni

diffamatorie spesso anonime, diffuse via Internet, accontentandosi di contestare

il reato di omesso controllo al direttore del periodico telematico (o addirittura ad

un blogger), essendo lui a decidere quali contenuti mantenere online. Con la

sentenza Brambilla (dal nome del ricorrente), tuttavia, la Corte ha escluso

l’identità fra

• stampa (per la quale esiste una definizione legislativa: “tutte le riproduzioni

tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici in

qualsiasi modo destinate alla pubblicazione”)

• e telematica (a proposito della quale la Cassazione ha stabilito che, data la

quantità di dati e la velocità di inserimento, è pressoché impossibile affidarne

ad un unico soggetto la verifica della correttezza).

Relativamente a tutele e garanzie, non sussistono, invece, regole di rilievo

costituzionale. è infatti consentito l’oscuramento di pagine web, dato che le due

sentenze della Cassazione in materia si sono limitate a confermare i

provvedimenti emessi in presenza dei presupposti previsti per il sequestro

preventivo (sebbene la casistica sia ormai limitata ai delitti di stampa oscena e

apologia di fascismo). Pertanto,

• se nella stampa il sequestro ha come conseguenza l’esclusione dal circuito

dell’informazione di un gran numero di messaggi leciti a causa di un singolo

messaggio illecito e, in caso di annullamento, rende impossibile reintrodurre

lo stampato nel circuito ripristinando la situazione precedente,

• in un sito internet, esso si realizza con un oscuramento limitato alla parte

ritenuta illecita, realizzando una compressione della libertà d’espressione

meno invasiva (sebbene ciò comporti una disparità di trattamento tra mezzi

di comunicazione).

Tuttavia, nel 2010, il Tribunale di Milano ha stabilito, in sede di riesame, che le

garanzie previste dall’articolo 21 della Costituzione possano essere applicate ai

contenuti diffusi via internet purché il sito abbia i requisiti imposti ai periodici (in

particolare quelli relativi al direttore responsabile e alle indicazioni obbligatorie),

circoscrivendo la tutela ai siti che indicano il giorno d’immissione in rete e

l’autore del contenuto. L’addirittura auspicabile mantenimento di un alto tasso di

anonimato nella diffusione del pensiero via internet (vista la presenza di governi

ed aziende tendenti a schedare il maggior numero possibile di profili) rende

necessario un sistema di obblighi che consenta assunzioni di responsabilità, data

la presenza dell’aggettivo “proprio” nella definizione di libertà d’espressione

presente nell’articolo 21, ad indicare la necessaria attribuzione del contenuto

espresso ad un soggetto. Tuttavia, già un decreto legislativo del 2003 (il 70),

attuando una direttiva europea,

• al 3° comma dell’articolo 7, aveva precisato che la registrazione della testata

telematica è obbligatoria solo qualora i prestatori del servizio intendano

usufruire delle provvidenze per l’editoria previste dalla legge 62 del 2001,

che ha introdotto la nozione di “prodotto editoriale” (all’interno della quale

potrebbe essere ricondotta l’informazione via web).

• In tema di responsabilità, invece, si è precisato che l’host provider si limita a

prestare una piattaforma telematica, attraverso la quale memorizza

informazioni prodotte da altri; pertanto, purché egli non sia a conoscenza del

fatto che i contenuti rappresentino un’attività illecita o che, venuto a

conoscenza di tale illiceità, non informi l’autorità ed impedisca l’accesso ai

dati, la sua responsabilità è esclusa.

Il mercato dell’informazione stampata è disciplinato da una normativa antitrust

(primo esempio di applicazione di norme anticoncetrazionistiche ad un settore

economico).

Essa fissa, infatti, delle soglie massime, con l’obiettivo di tutelare il principio

della libera concorrenza, ossia la libera iniziativa economica (garantita

dall’articolo 41 della Costituzione) e il diritto al pluralismo dell’informazione degli

utenti, ossia la libera manifestazione del pensiero (contenuta nell’articolo 21).

Con la legge 416 del 1981 e la legge 67 del 1987, si definisce il concetto di

“posizione dominante” come

• la posizione di chi controlli società che editino testate quotidiane dalla tiratura

superiore al 20% della tiratura complessiva dei giornali quotidiani nazionali,

• (o al 50% della tiratura complessiva regionale) nell’anno solare precedente.

Tra gli obblighi di trasparenza troviamo, inoltre,

• quello di iscriversi al Registro nazionale della stampa

• e di rendere pubblici gli assetti proprietari e societari, depositando

annualmente il bilancio annuale all’Autorità garante per la stampa e l’editoria,

autorità amministrativa indipendente (la prima istituita nell’ordinamento

giuridico, nel 1981) formata da un organo monocratico designato dai

Presidenti delle Camere, a cui spetta il compito di assicurare la corretta

applicazione della nuova disciplina antitrust, fornendo al Parlamento, tramite

relazione semestrale, gli elementi informativi necessari a valutare gli effetti

dell’applicazione della legge, per poi punire le eventuale violazioni con

dichiarazioni giudiziali di nullità.

Capitolo 3: Radiotelevisione

Tra le due guerre, la radiofonia passa dal piano sperimentale a quello

dell’utilizzazione commerciale, al punto da coinvolgere lo Stato in veste di

soggetto regolatore delle numerose iniziative private spontaneamente avviatesi,

ma che necessitavano di una razionale dislocazione degli impianti di

trasmissione per ridurre le reciproche interferenze.

Solo successivamente sarà introdotto il modello monopolistico, che trasformerà

le emittenti private (tra le quali si era avviato un processo di fusione, dovuto

agli alti costi di gestione) in società a prevalente o totale capitale pubblico,

finché l’attività di radiodiffusione esercitata da un solo ente pubblico nazionale

titolare di una concessione, permetterà allo Stato di esercitare un ruolo interno

nelle scelte relative ad aspetti tecnici e contenuti della programmazione.

Le caratteristiche tecniche del mezzo (che utilizza frequenze via etere non

illimitate) e la sua funzione sociale hanno reso necessaria la messa a punto di

un quadro di principi costituzionali comune alla maggioranza degli ordinamenti

europei. Dopo la legislazione che introdusse il regime monopolistico e quella

che lo riformò sulla base di principi costituzionali democratici, fu varata la

legislazione della “terza generazione”, in cui le innovazioni tecnologiche e la

pressione per la liberalizzazione dell’attività radiotelevisiva porranno fine al

monopolio pubblico. La legge inglese del 1954, affiancherà, infatti, all’ente

pubblico radiotelevisivo (la BBC), l’ente pubblico ITA (poi IBA), con il compito di

diffondere programmi radiotelevisivi di società private. Ciò spingerà il resto dei

paesi europei ad affermare il principio secondo cui anche soggetti privati, nel

rispetto dei limiti e previa autorizzazione, possono istallare e gestire reti di

comunicazione via cavo.

L’attività di controllo sul rispetto degli obblighi è affidato ai governi o ad organi

di derivazione governativa e/o parlamentare, mentre, per quanto concerne i

meccanismi di finanziamento, l’obiettivo dei legislatori europei fu quello di

escludere il rischio di un’accentuata commercializzazione dell’attività

radiotelevisiva, sostituendo spesso la pubblicità commerciale con forme di

sostegno finanziario dello Stato, o limitandola quantitativamente.

L’articolo 1 della legge 395 del 1910 (prima legge sulla radiofonia, approvata dal

governo Giolitti) sanciva la riserva allo Stato dello stabilimento ed esercizio di

impianti per i quali si impiega energia allo scopo di ottenere effetti a distanza

senza l’uso di conduttori. Inoltre, tale legge prescriveva la possibilità di ricorrere

a rapporti di concessione a soggetti privati, poi dal regio decreto del 1912, ed i

cui primi esempi vedranno protagoniste le società private Radiofono e Società

italiana radioaudizioni circolari.

Nel 1924, invece, sarà rilasciata una concessione della durata di 6 anni, all’URI

(Unione radiofonica italiana), a condizione che

• la maggioranza del pacchetto azionario appartenesse a cittadini o società

italiane,

• gli impianti fossero messi a disposizione del Governo per la diffusione di

particolari notizie di pubblico interesse.

• e che la trasmissione di programmi di informazione che utilizzavano

materiale informativo diverso da quello fornito dall’agenzia di stampa Stefani

(designata dalla Presidenza del Consiglio), fosse preceduta da visto

governativo.

Nel 1927, invece,

• la concessionaria divenne proprietà della SIP e fu rinominata “EIAR” (ossia

“Ente italiano per le audizioni radiofoniche”). Lo Stato rilasciò ad essa una

concessione venticinquennale del servizio, per poi affidarla all’IRI (“Istituto

per la ricostruzione industriale”), istituito nel 1933 per far fronte alla crisi del

1929, affidando ad esso tutte le partecipazioni azionarie dello Stato (ma

smantellato solo nel 1992, con Prodi ultimo presidente). L’istituzione dell’IRI

si basava sull’articolo 43 della Costituzione, secondo cui “A fini di utilità

generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante

espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di

lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si

riferiscano a servizi pubblici essenziali […] ed abbiano carattere di

preminente interesse generale”, contrapposto all’articolo 41, che, grazie

all’adesione dell’Italia alle normative europee, ha avuto la meglio.

• Inoltre, presso il Ministero delle Comunicazioni venne istituito il Comitato

superiore di vigilanza, che curava il miglioramento tecnico del servizio,

sebbene l’ente radiotelevisivo dovesse già obbligatoriamente contare nel suo

Consiglio d’amministrazione 4 membri di nomina governativa (oltre ad un

Presidente e ad un Amministratore delegato le cui nomine erano soggette

all’approvazione del Governo, così come il bilancio ed il piano annuale delle

trasmissioni).

La nuova concessione del servizio del 1952 alla RAI (“Radio audizioni italiane”,

società per azioni così denominata nel 1944, con Jemolo primo presidente),

prevedeva che

• la proprietà della maggioranza assoluta delle azioni fosse pubblica (ossia del

Ministero delle finanze, tramite l’IRI)

• e che i 6 membri del Consiglio di amministrazione, il Presidente e

l’amministratore delegato fossero nominati dal Consiglio dei Ministri.

• Era, inoltre, necessaria l’approvazione del piano triennale dei programmi da

parte del Ministero delle poste e delle telecomunicazioni,

• e si confermava il doppio regime del finanziamento, rappresentato dal canone

di utenza (introdotto già per l’apparecchio radiofonico nel 1938) e dagli

introiti pubblicitari (limitati dal “tetto” massimo del 5% della programmazione

oraria, per la trasmissione pubblicitaria).

Con l’avvio delle trasmissioni televisive (avvenuto con una partita di calcio del

1954, sebbene l’invenzione della televisione risalga agli anni Trenta, tanto che la

prima trasmissione c’era già stata con le Olimpiadi di Berlino del 1936), lo Stato

impedirà l’utilizzo di alcuni termini all’interno dei programmi (essendo al potere

la DC, influenzata dal Vaticano). Nel 1961, tuttavia, durante il governo di centro

sinistra e la direzione di Bernabei (che durerà fino al 1974), la RAI inizierà a

mostrare segni di apertura, con l’introduzione del secondo canale, la

trasmissione di tribune elettorali, l’avvio di trasmissioni culturali e destinate a

promuovere l’alfabetizzazione, nonché la presenza di giornalisti e conduttori di

diversi orientamenti politici.

Nel 1956, nasce, infatti, l’idea di creare nuove televisioni: alcuni imprenditori

milanesi vogliono creare un’infrastruttura di rete (ossia un impianto di

trasmissione del segnale), mentre a Roma una società editoriale (nella quale

confluisce anche “Il tempo”) si propone di creare l’emittente locale “Il tempo

tv”. Il Ministero delle poste e delle telecomunicazioni, però, nega loro il

permesso, ribadendo la riserva dello Stato, malgrado sia sempre più evidente il

contrasto di tale sistema con i nuovi principi, soprattutto con gli articoli 21 e 41

della Costituzione. La prima pronuncia in tema di legittimità costituzionale di

tale modello si avrà con la sentenza 59 del 1960 della Corte costituzionale, che,

basandosi sull’articolo 43 della Costituzione, affermerà che la limitatezza delle

risorse che i soggetti privati pretendevano di utilizzare (lo spettro

elettromagnetico) faceva sì che parificando il mezzo radiotelevisivo agli altri

mezzi di comunicazione potessero venire a crearsi monopoli od oligopoli privati,

contrari al necessario pluralismo informativo.

Gli sviluppi delle tecnologie porteranno ad un nuovo intervento della Corte

costituzionale, che,

• con la sentenza 225 del 1974, infatti, dopo aver esaminato dei casi dei

pretori di Lombardia, Marche, Lazio, Friuli e Liguria, relativi a soggetti che,

captando le frequenze di emittenti estere, le ritrasmettevano in italiano,

o dichiarerà illegittima la riserva dello Stato dell’attività di ritrasmissione di

programmi di emittenti estere (sfruttando essa bande di frequenza diverse

da quelle nazionali).

o La Corte inaugura, inoltre, la serie di “sentenze monito”, fornendo ulteriori

direttive per la necessaria riforma della disciplina del monopolio pubblico,

note come “i sette comandamenti”, secondo cui: gli organi di vertice della

concessionaria non dovevano più essere espressione esclusiva

dell’Esecutivo; era necessario garantire il pluralismo e l’imparzialità

dell’informazione; il Parlamento doveva essere coinvolto nella vigilanza del

rispetto del pluralismo nei programmi d’informazione; i giornalisti della

radiotelevisione necessitavano di una disciplina specifica della professione;

il diritto di rettifica doveva essere garantito, così come quello di accesso al

mezzo televisivo per ogni gruppo, partito o movimento; la pubblicità

commerciale non doveva pregiudicare la stampa.

• La sentenza 226 dello stesso anno, invece, riguarderà il “caso Peppo Sacchi”.

Dopo la prima radio privata nata in Sicilia nel 1970 in seguito al terremoto

(“Radio Partinico libera”), Giuseppe Sacchi, imprenditore di Biella entrato a

contatto con la televisione via cavo nei suoi viaggi d’affari, nel 1973, aveva

aperto “Telebiella A21 Tv”, emittente privata che trasmetteva via cavo a

livello locale, sfruttando una lacuna del codice postale (nel quale si parla

soltanto di frequenze hertziane), che sarà colmata dal nuovo codice postale

(varato pochi giorni dopo), il cui articolo 1 porterà alla chiusura dell’emittente

e al processo per violazione del codice postale. Tuttavia, il pretore di Biella

accoglierà i dubbi di legittimità costituzionale di tale accusa e chiamerà in

causa la Corte Costituzionale, che consentirà l’ingresso alle iniziative private

nel settore dei servizi radiotelevisivi via cavo a livello locale, ritenendo che

l’utilizzo del mezzo illimitato e poco costoso del cavo consentisse l’ingresso di

un numero di operatori sufficiente ad escludere la possibilità di attentati al

pluralismo.

Il primo intervento organico di riforma del settore realizzato dal Parlamento

repubblicano si ha con la legge 103 del 1975 (frutto del compromesso storico,

ossia votata da una maggioranza comprendente i comunisti), che

• all’articolo 1, ribadisce la definizione dell’attività radiotelevisiva come

“servizio pubblico essenziale avente carattere di preminente interesse


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'informazione e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Magnani Carlo.

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