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Diritto costituzionale italiano e comparato - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto costituzionale italiano e comparato sulle lezioni del professor Gigliotti (cattedra Lanchester) completamente sostitutive dei testi. Gli argomenti trattati sono i seguenti: sistemi elettorali, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Svizzera, Germania, Weimar, Bonn, III e IV Repubblica, V Repubblica, common law, civil law, corti costituzionali, forme di Stato e forme di governo.

Esame di Diritto costituzionale italiano e comparato docente Prof. F. Lanchester

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ESTRATTO DOCUMENTO

Parlamento, ma anche nei confronti del Capo dello Stato, motivo per cui è detto regime

della doppia fiducia. Per cui si hanno due centri di potere: uno fa capo al binomio Capo

dello Stato – Governo; l’altro al binomio Parlamento – Governo. La forma di governo

parlamentare dualistica, nella sua variante monarchica, è tipica del XVIII-XIX secolo,

quando il Re mantiene ancora un ruolo incisivo nel determinare l’indirizzo politico

attraverso i poteri di revoca dei ministri e di scioglimento anticipato.

Pian piano il Capo di Stato inizia a perdere il potere di incidere sull’indirizzo politico

e quindi la forma di governo si trasforma in monistica. Il centro di potere è unico, dato dal

raccordo tra Governo e Parlamento, legati dal rapporto fiduciario. Il Capo dello Stato

perde la possibilità di revocare i ministri senza l’approvazione di una mozione di sfiducia

da parte del Parlamento, e assume un ruolo di e di garante dell’ordinamento

super partes

costituzionale.

La forma di governo parlamentare monistica presenta un’ulteriore classificazione, a

seconda che ci sia la prevalenza dell’esecutivo (es. Regno Unito, Germania) visto come

comitato direttivo del Parlamento, oppure del legislativo (es. Francia III e IV Repubblica).

Il criterio basato sul sistema dei partiti politici, adottata in Italia da Leopoldo Elia, ci

consente di classificare le forme di governo parlamentari, a seconda del fatto che il sistema

partitico sia: bipartitico, a multipartitismo moderato, multipartitismo estremo. Ciò ci

consente di fare una netta distinzione, ad esempio, tra l’ordinamento italiano e quello

inglese, che per quanto abbiano istituti così simili non presentano la stessa omogeneità

politica. Infatti nel Regno Unito si hanno due soli partiti, per cui il Governo che viene

eletto fa capo al Primo ministro, motivo per cui si ha una prevalenza dell’esecutivo. In

Italia la forte instabilità politica è dovuta alla presenza di molti partiti ideologicamente

opposti, per cui l’esecutivo è composto da coalizioni di partiti talvolta estremamente

eterogenei. F .

ORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE A TENDENZA SEMIPRESIDENZIALE

Non è una forma di governo a sé stante, poiché sono presenti i tre istituti tipici della

forma parlamentare, ossia la fiducia, lo scioglimento e la controfirma. La peculiarità è il

rafforzamento del Capo dello Stato tramite l’elezione popolare diretta, l’attribuzione di

poteri di indirizzo politico, risultando il Presidente della Repubblica il vero capo del

governo, mentre il Primo ministro è mero esecutore. Ci sono poi delle deroghe all’istituto

della controfirma, quindi alcuni atti sono propri del Presidente, guarda caso quelli più

importanti.

Non è altro che la variante repubblicana della forma di governo parlamentare

dualistica, essendovi due centri di poteri, l’uno riferito al binomio Governo – Parlamento,

l’altro al solo Presidente della Repubblica, il quale ha il potere di revoca del Primo

ministro. F – .

ORMA DI GOVERNO NEO PARLAMENTARE

È la forma di governo che Israele ha sperimentato tra il 1992 e il 2001 e che in Italia si

applica per Regioni, Province e Comuni. È sempre una forma di governo parlamentare,

essendoci l’istituto indefettibile della fiducia, ma la peculiarità è la modalità di

11

preposizione del Capo del Governo, che in questo caso non è nominato dal Capo dello

Stato, ma è eletto a suffragio universale diretto, contestualmente all’elezione del

Parlamento. La contestualità presuppone un istituto tipico di questa forma di governo, il

cosiddetto per cui se c’è una crisi di governo si ha lo

aut simul stabunt, aut simul cadent,

scioglimento anticipato automatico, motivo per cui è detta anche norma antiribaltone.

F .

ORMA DI GOVERNO DIRETTORIALE

Forma di governo tipica dell’ordinamento elvetico, si caratterizza per la separazione

rigida tra esecutivo e legislativo, non esistendo né il rapporto di fiducia né lo scioglimento

anticipato.

Tuttavia, a differenza della forma presidenziale, il potere esecutivo è costituito da un

organo collegiale, il c.d. che esercita sia le funzioni di Capo di Stato che di Capo

direttorio,

di Governo. Altra differenza con la forma presidenziale è che l’esecutivo non ha

legittimazione popolare diretta, ma è eletto dal legislativo, benché tale derivazione

parlamentare non comporti alcun rapporto fiduciario.

S .

ISTEMI ELETTORALI

Le votazioni del si distinguono in votazioni elettive, ossia quelle volte alla

demos

predisposizione di individui a cariche autoritative; votazioni deliberative, cioè volte a

deliberare su una data questione. Le votazioni deliberative a loro volta sono distinte in

plebisciti, laddove ci si esprime per conferire o negare consenso nei confronti di una

persona, e referendum, il quale ha come oggetto un atto normativo o una questione

politica rilevante.

Le votazioni elettive sono manifestazioni di volontà del corpo elettorale finalizzate

alla preposizione di individui a determinate cariche autoritative. In tal senso, le votazioni

elettive sono un metodo di preposizione alle cariche pubbliche, contrapposto ad altri, quali

ad esempio la nomina, la cooptazione, il sorteggio. Queste votazioni possono essere

considerate sia in senso tecnico che in senso qualitativo.

Durante la Rivoluzione Francese si afferma il principio testa, un voto».

«una

Tuttavia, nel periodo liberale il suffragio subisce una serie di limitazioni, di carattere

censitario e capacitario. In questo frangente di affermano una serie di teorie volta a

giustificare la scelta del suffragio ristretto: ad esempio, per Constant il diritto di voto

doveva essere attribuito solo a chi possedesse proprietà terriere; per Mill il suffragio

doveva essere universale, con l’esclusione degli analfabeti; in Germania il suffragio era

collegato alla partecipazione alla difesa dello Stato; negli Usa si operava una

discriminazione a danno di donne e non cittadini (neri, indiani). Per cui nello Stato liberale

il diritto di voto si concreta in un suffragio ristretto di carattere censitario e capacitario,

mentre nello Stato democratico si realizza il suffragio universale, sia maschile che

femminile. Il diritto di voto, oltre ad essere per l’appunto un diritto, è anche una funzione

pubblica.

Il sistema elettorale, inteso nel suo complesso, indica tutta la normativa volta a

disciplinare il procedimento elettorale, dalla fase di presentazione delle candidature sino a

quella della proclamazione degli eletti. Il sistema elettorale, inteso in senso stretto, si

12 definisce come meccanismo di trasformazione dei voti in seggi. Tutto ciò che non attiene

espressamente a questo meccanismo, ma che si riferisce comunque alle elezioni, suole

definirsi legislazione elettorale di contorno. Vi rientrano ad esempio le norme sul

finanziamento della politica, sulla disciplina della comunicazione politica, sul

procedimento elettorale preparatorio, sulle cause di ineleggibilità e incompatibilità.

Il sistema elettorale solitamente viene riportato alla dicotomia maggioritario – non

maggioritario, o più comunemente maggioritario – proporzionale. Ma questo è solo uno

degli aspetti del sistema elettorale in senso stretto. Ci sono tre componenti fondamentali

che ci permettono di distinguere i sistemi elettorali:

− scheda e tipo di scelta;

− collegio;

− formula.

Il tipo di scelta è inerente alla scheda elettorale che è lo strumento tecnico attraverso

cui si esprime la preferenza. Esistono sostanzialmente due modi di esprimere il voto, che

ci consentono di distinguere la scelta in categorica e ordinale. La prima è una modalità in

cui l’elettore è tenuto ad esprimere un’unica preferenza, che è appunto categorica. Il tipo

di scelta ordinale è una tipologia di scheda in cui l’elettore ha la possibilità di formare una

scala ordinale, dal preferito al meno preferito; oppure un’ulteriore variante consente di

distribuire i voti a lui messi a disposizione e scegliere di concentrarli verso un candidato o

un altro.

Il collegio elettorale può essere definito come un’area territoriale all’interno della

quale gli elettori, che sono le persone ivi residenti, concorrono all’elezione di una serie di

rappresentanti che sono stati assegnati a quel collegio. Essi si differenziano in collegi

uninominali e plurinominali: nel primo viene eletto un solo candidato; nel secondo si

eleggono più rappresentanti. In quest’ultimo caso si utilizza anche il termine circoscrizione.

Il collegio si definisce invece unico quando sostanzialmente non si ha una divisione in

collegi e tutti gli elettori concorrono all’elezione di tutti i candidati; il collegio unico

nazionale è dunque una sorta di collegio plurinominale.

Quando si parla della dimensione e della grandezza del collegio, essa non attiene mai

alla dimensione geografica dello stesso, ma si riferisce al numero dei seggi assegnati in

esso. Il numero di rappresentanti spettante ad ogni collegio dipende dalla densità di

popolazione.

In relazione al collegio bisogna analizzare due particolari fenomeni poiché la

dimensione ed il ritaglio dei collegi sono molto importanti, essendo sempre determinati da

aspetti politici.

Il numero di seggi assegnati ad un collegio deve essere collegato alla popolazione,

altrimenti si crea una sproporzione che altera la rappresentanza, per cui si deve rispettare

l’equità di distribuzione dei seggi. Quando questo principio non viene rispettato si parla di

quando manca, quindi, una distribuzione dei seggi tra i collegi. Al

malapportionment,

variare della popolazione è opportuno variare il numero dei seggi assegnati ad ogni

collegio. Un esempio storico molto interessante si è realizzato nell’ordinamento inglese

13

quando c’erano delle aree, dette che avevano diritto a dei rappresentanti che

borghi putridi,

man mano si erano spopolate, mentre le aree che si erano popolate di recente non avevano

questo diritto. I borghi putridi furono eliminati solamente con la riforma elettorale del

1832. Il fenomeno del attiene al disegno dei collegi, i quali sono disegnati

gerrymandering

sulla base di criteri geografici e demografici. Il disegno artificioso dei collegi può influire

notevolmente sull’esito del voto. Il fenomeno è così chiamato poiché il governatore del

Massachusetts, Gerry, disegnò un nuovo collegio elettorale con confini molto tortuosi,

includendo delle parti di popolazione a lui favorevole, garantendosi così un’ipotetica

rielezione. Le linee erano così tortuose da farlo sembrare una salamandra, da cui deriva la

seconda parte del termine.

Come si vede dalle immagini sovrastanti, dove i diversi colori indicano diversi

collegi, la ripartizione di essi può determinare un diverso risultato elettorale: nel primo

esempio (riquadro centrale) nelle circoscrizioni di colore giallo e di colore verde i seggi

sono assegnati al partito A, mentre nella circoscrizione blu al partito B; nel secondo

esempio, invece, il partito A vince le elezioni solo nel collegio di colore giallo, mentre B

prevale in quelli di colore verde e blu. In questo esempio è reso noto come il disegno dei

collegi in un modo piuttosto che in un altro possa influire sul risultato delle consultazioni

elettorali, avendo ovviamente consapevolezza della tendenza delle popolazioni

nell’attribuzione delle preferenze ad un partito o ad un altro.

La formula elettorale indica la formula matematica attraverso cui i voti vengono

trasformati in seggi. Le formule si differenziano in formule maggioritarie e formule non

maggioritarie. Le prime sono definite così perché vi è l’applicazione del principio

maggioritario, ciò non significa però che nelle formule non maggioritarie questo criterio

non venga applicato, il quale è necessario in qualunque sistema democratico, ma nelle

formule maggioritarie questo principio ha un’applicazione piena, per cui in sintesi chi ha

più voti vince. Nelle formule non maggioritarie, invece, i seggi sono assegnati alle varie

liste di partito in proporzione ai voti da esse conseguiti, motivo per cui sono definite anche

formule proporzionali, anche se spesso non si riesce pienamente a rispettare tale criterio.

Le formule maggioritarie si applicano sia in collegi nominali che in collegi

plurinominali, anche se nel secondo caso sono meno adottate. Le formule non

maggioritarie, invece, per definizione si applicano solo nei collegi plurinominali.

Tra le formule maggioritarie si distingue tra il metodo plurality, dove viene eletto il

candidato che è stato più votato, che ha conseguito quindi la maggioranza semplice; nel

14 metodo majority il seggio viene assegnato al candidato che abbia conseguito la

maggioranza assoluta dei voti validi, quindi la metà più uno; nel sistema double ballot al

primo turno viene eletto il candidato che ha conseguito la maggioranza assoluta, se

nessuno dei candidati ha ottenuto tale risultato si procede al secondo turno in cui viene

eletto il candidato che consegue la maggioranza semplice dei voti. Le varianti dei vari

sistemi a doppio turno concernono i criteri diversi per accedere al doppio turno: esistono

sistemi in cui vengono ammessi al secondo turno solo i primi due candidati, si parlerà

quindi di ballottaggio, adottato in Italia per l’elezione del Sindaco nei Comuni con più di

15.000 abitanti; si hanno altri sistemi in cui sono ammessi al secondo turno solo i candidati

che abbiano raggiunto una determinata soglia di preferenze; e ci sono poi dei sistemi in cui

sono ammessi al secondo turno tutti i candidati che hanno partecipato alla competizione

elettorale.

La formula maggioritaria del è adottata in collegi uninominali, basata

voto alternativo

su un tipo di scelta ordinale, con cui in un solo turno si possono ottenere gli effetti della

formula maggioritaria a doppio turno. L’elettore può disporre i candidati in una serie

ordinale, dal più gradito al meno gradito. Viene eletto il candidato che abbia raggiunto la

maggioranza assoluta delle preferenze. In assenza di questo risultato si esaminano le

schede dell’ultimo candidato, che viene dunque eliminato, e si ripartiscono le seconde

scelte presenti nelle schede di questo. Si verifica, a questo punto, se vi è un candidato che

abbia conseguito la maggioranza assoluta. Se non è ancora stata raggiunta, si elimina

nuovamente l’ultimo candidato e si procede come sopra sino a raggiungere il quorum

richiesto per l’elezione.

Le formule non maggioritarie sono divise in tre grandi famiglie:

− metodo del quoziente;

− metodo del divisore;

− metodo automatico.

Esse sono elaborate da matematici e statistici nel momento in cui il suffragio viene

esteso e cominciano a nascere i partiti di massa.

I metodi del quoziente sono basati sul principio per cui ad un certo numero di voti

corrisponda un seggio. Essi tendono ad assegnare ad ogni lista un numero di seggi

proporzionale al numero di voti. Esprimendo tale concetto in formule avremo che:

: :

Secondo la regola delle proporzioni il prodotto dei medi è uguale al prodotto degli

estremi, per cui avremo che: ·

Il rapporto , cioè il numero di voti totali diviso il numero di seggi totali da

assegnare, si definisce ossia il numero dei voti da conseguire per

quoziente naturale, .

aggiudicarsi un solo seggio. Per cui i seggi assegnati si calcolano con la formula: 15

Può accadere a questo punto che non si riescano ad assegnare tutti i seggi posti in

palio poiché i calcoli non risultano interi, come si assegnano i seggi che sono rimasti

vacanti?

Ci sono diverse soluzioni:

− i seggi sono assegnati in corrispondenza dei maggiori resti;

− i seggi sono assegnati in corrispondenza delle più alte cifre di voti ottenuti;

− i seggi sono assegnati in corrispondenza delle più forti medie. Questo sistema

coincide completamente con il metodo d’Hondt.

Un ulteriore metodo prevede il calcolo di un quoziente corretto: . In

1

sostanza si aggiunge un seggio in più a quelli che effettivamente debbono essere assegnati.

Questo metodo, che prevede l’aggiunta di una sola unità, è detto metodo di Hagenbach –

Bischoff. Un ulteriore metodo, dello stesso tipo, prevede l’aggiunta di due seggi virtuali,

ed è chiamato metodo degli imperiali. Il metodo del +3 ovviamente prevede l’aggiunta di

tre unità ai seggi da assegnare.

I metodi del divisore sono anch’essi basati sulla teoria delle proporzioni, soprattutto

sulle medie, ma si prefiggono di limitare i difetti dei metodi del quoziente, calcolando un

divisore comune. Il metodo più usato è quello elaborato dal matematico belga Victor

d’Hondt, da cui prende il nome. Il metodo d’Hondt prevede che la cifra elettorale di ogni

lista sia divisa per una serie di numeri successivi (1, 2, 3, …), ottenendo così una serie di

quozienti. I seggi sono assegnati in corrispondenza dei quozienti più alti fino al

raggiungimento dei seggi da assegnare. Presupponiamo di dover assegnare 10 seggi a

90; 77; 35;

quattro liste elettorali che hanno conseguito i seguenti risultati:

48.

Per cui la lista A ottiene quattro tra i maggiori dieci quozienti, per cui si aggiudica

quattro seggi. La lista B consegue 3 seggi, la lista C un solo seggio e la lista D due seggi.

Con il metodo del divisore non si presenta il problema dei seggi residui come accadeva nel

metodo del quoziente.

Esistono anche altri metodi di questo tipo, quello che li differenzia tra loro sono i

divisori, come riportato in tabella.

16 Il metodo d’Hondt è ritenuto quello che favorisce i partiti più grandi, mentre il Saint

Laguë favorisce i partiti minori: quanto più vicina è la distanza tra un divisore e l’altro,

tanto più saranno favoriti i partiti maggiori; viceversa tanto più sono maggiori le distanze

tra i divisori, tanto più sono favoriti i partiti più piccoli.

Il metodo automatico è poco adottato. Storicamente la Repubblica di Weimar aveva

un sistema di questo genere. Questo si basa sulla scelta di una soglia di voti conseguiti,

raggiunta la quale si assegna un seggio. Ad esempio, nella Germania di Weimar era

prevista l’assegnazione di un seggio ogni 60.000 voti. .

L’ ORDINAMENTO BRITANNICO

In questo ordinamento si verificano alcuni passaggi fondamentali importanti per il

costituzionalismo. Nel XVII si realizzano due rivoluzioni liberali, la prima che va dal 1642

al 1649 e la seconda tra il 1688 e il 1689, che anticipano di circa duecento anni tutto ciò che

avverrà nel continente europeo. Lo stato di diritto sorge a seguito di queste due

rivoluzioni nel 1600 e le successive rivoluzioni daranno lo stesso risultato sul continente a

partire dal 1789. Lo stato liberale in Italia si afferma addirittura con lo Statuto albertino

circa due secoli dopo. È importante analizzare come questo processo si realizza

nell’ordinamento inglese: la prima fase è caratterizzata dalla costituzionalizzazione

dell’ordinamento, cioè dalla limitazione del potere, dopo la Gloriosa Rivoluzione; si ha poi

il passaggio dalla monarchia costituzionale pura alla monarchia costituzionale

parlamentare, grossomodo verso la fine del ‘700; infine il passaggio dalla forma di

governo parlamentare dualistica a quella monistica agli inizi del 1800. Tutto ciò che

avviene nell’ordinamento inglese viene poi traslato negli altri ordinamenti, i quali un po’

copiano questo ordinamento costituzionale, infatti il modello Westminster è considerato

ideale.

Un fattore importante nella storia costituzionale inglese è che nella fase precedente

alla formazione dello Stato di diritto non si realizza mai una vera e propria forma di

monarchia assoluta: si cerca, ma mai si riesce ad affermare l’assolutismo regio.

Nell’ordinamento inglese il potere del sovrano è sempre limitato, dalla classe aristocratica

prima e successivamente dalla classe borghese, ma soprattutto da un organo

costituzionale, che è espressione di queste due classi sociali, che è il Parlamento. Quindi il

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monarca è il grande feudatario, ma gli altri possono limitarlo e di fatti lo limitano e già in

pieno Medioevo la limitazione del potere si concretizza con un atto fondamentale: la

Già nel 1215, nel periodo in cui lo Stato liberale è molto lontano,

Magna Charta Libertatum.

nell’ordinamento inglese si adotta questo atto che è un po’ una sorta di prima carta

costituzionale, non nel senso di costituzione come intendiamo oggi, ma di documento

scritto, solenne, in cui si affermano i principi della limitazione del potere ed i privilegi

della classe aristocratica. Quindi i baroni chiedono ed ottengono dal sovrano Giovanni

Senza Terra di avere un riconoscimento formale dei privilegi della classe nobiliare. Tutto

ciò sarà poi confermato nel 1297 da un altro atto, la con cui Edoardo I

Confirmatio cartarum,

promette solennemente di rispettare i principi contenuti nella Magna Charta. Ma è

soprattutto il Parlamento che consente la limitazione del potere del Re. L’ordinamento

inglese è molto importante in quanto il Parlamento nasce in quel contesto: questo organo

rappresentativo delle classi sociali, che poi assumerà il ruolo importante di legiferare,

nasce lì. Inizialmente esso è rappresentativo della grande aristocrazia ed il sovrano è

tenuto a consultarlo soprattutto per questioni di carattere fiscale, quando è necessario

chiedere dei finanziamenti e quindi dovranno essere imposte delle nuove tasse.

Alla fine del 1200 si afferma un altro principio per cui le imposizioni fiscali non

possono essere decise se non dai rappresentanti di quella classe sociale che dovrà poi

sostenere la pressione fiscale. Questo principio si sintetizza con l’espressione “no taxation

cioè non ci può essere imposizione fiscale senza la decisione dei

without rappresentation”,

rappresentanti. Quindi la funzione del Parlamento nasce come necessità di consultare i

rappresentanti, inizialmente della classe aristocratica, poi anche della classe borghese,

affinché si possano deliberare le imposizioni fiscali che sono indispensabili alla Corona per

gestire gli affari di governo.

Il Parlamento nasce intorno al 1200, ma in questa prima fase è un’istituzione

abbastanza poco stabile: non esiste un Parlamento che siede stabilmente e questo avverrà

per molti secoli. In una prima fase esso si compone solo di rappresentanti della classe

aristocratica laica ed ecclesiastica, ma dopo qualche tempo viene concesso anche alla classe

borghese di inviare i propri rappresentanti. Il 1265 è una data di carattere prettamente

simbolico, poiché un barone, Simone di Montfort, si spende affinché vengano convocati

anche i rappresentanti dei borghi e delle contee: questo anno viene convenzionalmente

indicato come data di nascita del Parlamento. In realtà il Parlamento nasce già qualche

tempo prima, ma il fatto che esso sia allargato anche ad altre classi sociali, chiaramente

non quelle più umili, è un evento importante che viene anche festeggiato in

corrispondente dell’anno ’65.

Il Parlamento poi nel corso del tempo tende a dividersi in due rami. Il bicameralismo

nasce quindi in Inghilterra, quando intorno al 1400 circa si tende a formare una prassi per

cui il Parlamento non si riunisce più in seduta unica, ma in due sedi distinte: la Camera

dei Comuni con rappresentanti della piccola nobiltà e della borghesia; la Camera dei Lords

che rappresenta l’alta nobiltà laica ed ecclesiastica. Il bicameralismo si giustifica per la

composizione sociale dell’assemblea con due camere che rappresentano diverse classi

18 sociali. Il Parlamento poi decide con due procedimenti distinti e ciò diventa utile perché si

evita la possibilità che vengano prese decisioni avventate dettate da una maggioranza

momentanea. Il bicameralismo è anche giustificato dal fatto che una delle due camere è in

rappresentanza degli enti federali, come ad esempio gli Stati Uniti, dove il Senato

rappresenta gli Stati membri.

In questo momento storico in Inghilterra si parla di monarchia limitata, non è ancora

monarchia costituzionale nel senso di limitazione vera e proprio del potere, ma non era un

potere assoluto, non potendolo certo paragonare all’ordinamento francese.

In futuro la materia finanziaria, motivo per cui è sorta l’esigenza di avere un

Parlamento, diventerà prerogativa della Camera dei Comuni, proprio per il fatto che essa

sia rappresentativa ed elettiva, mentre invece la Camera dei Lords è composta da membri

nominati.

Si afferma la competenza del Parlamento a legiferare, anche se questa tendenza sarà

suggellata poi successivamente, ma già in questa fase il Parlamento legifera, quindi non c’è

assolutismo perché non c’è una condizione in cui le norme sono poste solo ed unicamente

dal sovrano.

Terza grande competenza è quella che delinea la procedura di impeachment,

attraverso la quale il Parlamento può controllare i funzionari regi, soprattutto i

collaboratori del sovrano, che saranno poi definiti ministri, perché qualora i ministri si

siano macchiati di alto tradimento, il Parlamento può sanzionare questo reato che ha

natura chiaramente politico – istituzionale. La Camera dei Comuni può quindi mettere in

stato d’accusa il ministro interessato e la Camera dei Lords può giudicarlo.

Dal 1600 in poi la storia inglese sarà caratterizzata dai contrasti tra il monarca ed il

Parlamento: il monarca cerca in tutti i modi di affrancarsi dalla limitazione del potere; il

Parlamento cerca di rivendicare le proprie prerogative. Questi contrasti, che porteranno

poi alle rivoluzioni durante il XVII secolo, avvengono in particolar modo sotto la dinastia

dei Tudor: Enrico VII, violando le norme della Magna Charta, sottopone i nobili al

giudizio del Consiglio Privato della Corona, la cosiddetta Camera Stellata, anziché a

quello dei Pari; Enrico VIII nel 1534 con lo Scisma anglicano pone le premesse per

l’affermazione della superiorità regia anche in materia religiosa; Elisabetta I cercherà di

manipolare la Camera dei Comuni attraverso lo sfruttamento di collegi spopolati, i

cosiddetti borghi putridi, che però godevano ancora del diritto di eleggere i propri

rappresentanti presso il Parlamento. Il contrasto tra le due istituzioni si fa ancora più acuto

quando, in seguito alla morte senza eredi di Elisabetta I, nel 1603 sale al trono Giacomo I

Stuart che cerca di affermare i principi dello Stato assoluto in quanto fautore della teoria

della derivazione divina del potere politico: il potere deriva da Dio, per cui il sovrano è

rappresentante di Dio in terra. Ciò significa che l’autorità del Re deriva da Dio e non dagli

uomini, quindi il governo è illimitato. Già con la riforma del 1534, attraverso la quale si

costituisce la Chiesa Anglicana che è indipendente da Roma, si vuole affermare che il

potere del sovrano non può essere limitato dal Papa o da principi di carattere religioso. In

questo periodo scrive Hobbes che teorizza il potere assoluto, quindi questa è la fase storica

19

in cui si teorizza e giunge al culmine l’assolutismo. Durante il regno di Carlo I, il

Parlamento adotta la (1628), ma il Re reagisce evitando di convocare il

Petition of Rights

Parlamento e sciogliendo la camera appena eletta (c.d. del 1640). Nello

Corto Parlamento

stesso anno, però, il Re è costretto a convocare un nuovo Parlamento, che resterà in carica

sino al 1653 (c.d. Lungo Parlamento).

Nell’ordinamento si tenta, ma non si riesce di affermare questo potere, proprio

perché il conflitto tra questa dinastia ed il Parlamento porterà alla guerra civile, in virtù

della un tassa imposta senza la consultazione parlamentare, tra le due fazioni:

Ship Money,

i favorevoli al Re; le contrarie all’assolutismo regio. L’ordinamento

Cavalieri, Teste Rotonde

inglese non è esente quindi da rivoluzioni, però è caratterizzato da una certa continuità a

differenza del continente europeo. Nel 1649 Carlo I viene decapitato e c’è questo passaggio

in cui addirittura viene proclamata la Repubblica.

Si apre quindi la fase di Cromwell, che è importante non solo perché per la prima

volta si afferma un ordinamento repubblicano fino al 1658, ma anche perché nel 1653

Cromwell emana un testo costituzionale: per la prima ed unica volta l’ordinamento inglese

avrà un testo costituzionale, l’Instrument In questo atto viene definita anche

of Government.

la forma di governo, che prevede la figura del Capo di Stato, ossia il Lord Protettore,

coadiuvato nella sua attività da un Consiglio di ventuno membri, e prevede un

Parlamento monocamerale di quattrocento membri. Questo ordinamento non riesce ad

essere concretizzato poiché Cromwell muore qualche anno dopo, nel 1658, ed il

Parlamento si riunisce decidendo che è molto meglio ripristinare la monarchia.

Torna sul trono il figlio di Carlo I, Carlo II, quindi torna la dinastia Stuart ed in tal

modo si pongono le premesse per la seconda rivoluzione. Giacomo II tende a ripristinare il

cattolicesimo, ma questo non era ben visto da alcune frange del Parlamento, scoppia

quindi la seconda Rivoluzione che presuppone alcuni aspetti fondamentali. Il Parlamento

e dichiara abdicato il sovrano. Ciò significa che in

infatti si riunisce in «Convenzione»

questa fase non c’è una deposizione del sovrano, quindi è meno traumatica rispetto alla

rivoluzione precedente e soprattutto il Parlamento interviene nella successione al trono, il

che significa che il Parlamento è sovrano. Si afferma il grande principio della sovranità del

Parlamento, quindi non c’è nessuna autorità che sia superiore ad esso: con la chiamata al

trono di Guglielmo d’Orange e di Maria, figlia di Giacomo, si afferma la monarchia

costituzionale. Da questo momento in poi la sovranità non spetta più al sovrano, ma spetta

ad un altro organo che è il Parlamento, laddove per Parlamento si intende il monarca e le

due Camere, quindi si afferma in questa fase storica l’importante principio della sovranità

del «King ossia il sovrano, quell’organo complesso composto da monarca e

in Parliament»,

da Camere che detiene poi la funzione legislativa. Il potere legislativo non spetta solo alle

Camere, ma ad esse ed al monarca attraverso il potere di sanzione delle leggi, un altro

importante istituto la cui genesi è nell’ordinamento inglese, ma che sarà poi esportato agli

altri ordinamenti.

Un altro importante principio che si afferma in questa fase storica è l’irresponsabilità

degli organi costituzionali. Il Re nella fase dell’assolutismo non è un organo costituzionale,

20 ma è lo Stato stesso. Con la costituzionalizzazione dell’ordinamento il sovrano è un organo

costituzionale, cioè trae i suoi poteri dalla volontà del popolo attraverso la Costituzione.

Solitamente la costituzionalizzazione degli ordinamenti europei avviene tramite un atto

formale solenne che è la Costituzione, quindi si realizza la costituzione in senso storico –

politico e contemporaneamente la costituzione in senso documentale. Di solito, quindi, la

limitazione di potere si afferma con la concessione di una carta costituzionale.

Nell’ordinamento inglese, invece, la monarchia costituzionale si afferma senza una

Costituzione scritta. Le norme fondamentali di questo ordinamento si trovano anzitutto in

una serie di atti solenni (Petition etc.), ma la maggior parte sono

of Right, Bill of Right,

norme non scritte definite convenzioni costituzionali (conventions il che

of the costitution),

significa che c’è una cultura politica talmente maturata nella coscienza del popolo inglese

che non c’è bisogno di sancirle in un atto programmatico. I principi derivano da accordi

taciti tra i supremi organi costituzionali che se eventualmente trasgrediti non posso essere

fatti valere di fronte ad un giudice.

Gli organi sovrani, la Corona ed il Parlamento, sono quindi irresponsabili. Il fatto che

il Parlamento sia irresponsabile sta a significare che esso è insindacabile: nessun giudice

può sindacare il procedimento legislativo. Si realizza in tal modo il principio

importantissimo della insindacabilità degli cioè gli atti interni del

interna corporis,

Parlamento sono insindacabili. Dall’altro lato si ha l’irresponsabilità del sovrano, in quanto

il Re non può sbagliare perché se ciò accade ci dovrebbe essere una sanzione che altro non

è che la deposizione. Quest’ultima conduce alla rivoluzione, che non è gradita al popolo,

per cui si afferma il principio dell’infallibilità del Re. Il Re non può sbagliare in realtà non

perché è infallibile, ma perché egli agisce su consiglio dei ministri, quindi la responsabilità

viene trasferita in capo ai ministri tramite l’istituto della controfirma: tutti gli atti del

monarca, per essere validi, devono essere controfirmati dal ministro che si assume la

responsabilità di quell’atto. Questa responsabilità si fa valere tramite la procedura

dell’impeachment: la Camera dei Comuni può mettere in stato d’accusa il ministro e la

Camera dei Lords lo giudica. Quindi il Parlamento può incidere sulla politica della

Corona, senza però toccare il monarca per evitare la rivoluzione. Questa responsabilità

giuridico – penale poi si evolver in responsabilità politica.

La monarchia costituzionale pura si regge sulla base di una duplicità di organi: alla

Corona spetta la funzione esecutiva; al Parlamento spetta la funzione legislativa, per

quanto poi il monarca influisca su questo potere tramite la sanzione regia. Il monarca può

influire sul Parlamento tramite lo scioglimento anticipato: pian piano infatti si afferma il

principio per cui il Parlamento sieda in pianta stabile per una durata di tre anni, che sarà

poi portata a sette. Il Parlamento allo stesso modo può influire sulla politica del Re

attraverso il potere dell’impeachment.

Gli atti fondamentali della monarchia costituzionale sono:

− il del 1689 contenente una carta dei diritti, nonché norme

Bill of Right

costituzionali; 21

− l’Act del 1700 con cui il Parlamento legifera sulla successione al

of Settlement

trono;

− il del 1715 in cui si stabilisce la durata della legislatura in sette

Septennial Act

anni.

Alla fine del 1600, quindi, si realizza il passaggio dalla monarchia costituzionale alla

monarchia parlamentare. Il Parlamento può controllare la politica del Re attraverso la

procedura di controllo successivo di carattere giuridico sui ministri, che pian

impeachment,

piano si trasforma in responsabilità politica. Ciò accade anzitutto attraverso un

mutamento istituzionale in virtù della nascita di un organo fondamentale, il Il

Cabinet.

monarca governa attraverso i ministri, i quali costituiscono un organo collegiale definito

dal fatto che si riunisse nelle stanze del Re. A partire dal 1721, durante il regno di

Cabinet

Giorgio I Hannover, si afferma la prassi per cui il Re non presiede più il Cabinet, che

quindi diventa un organo collegiale indipendente dalla Corona. Emerge, quindi, in seno a

quest’organo il ministro più autorevole, che rapporta di volta in volta al monarca, il

cosiddetto Primo ministro o In questa fase storica, tra il 1721 ed il 1742 con Robert

Premier.

Walpole come premier, prende forma questa nuovo organo costituzionale.

La leggenda vuole che Giorgio I, di origine tedesca, quando fu chiamato al trono

d’Inghilterra non parlasse inglese, motivo per cui decise di non partecipare più alle

riunioni dei ministri. In realtà i costituzionalisti hanno dimostrato come questa scelta sia

stata dettata da ragioni politiche: se il Re è irresponsabile il potere decisionale si sposta

dalla mani del monarca alle mani dei ministri. L’esecutivo non è più incarnato solo dalla

Corona e dai suoi collaboratori, ma da essa e da un altro organo che è il gabinetto, i cui

ministri sono sì nominati e revocati dal Re, ma è indipendente dalla Corona. Il monarca

quindi nomina il Premier, il quale stila una lista di ministri ed è quindi il Governo che,

appunto, governa. Pian piano il Cabinet diventa responsabile politicamente di fronte al

Parlamento.

Nell’ordinamento inglese si afferma lentamente un bipartitismo. La Camera dei

Comuni è un’assemblea legislativa in cui esistono due grandi partiti di tipo parlamentare,

i cosiddetti partiti dei notabili: i conservatori, i cosiddetti i liberali, ossia i In

tories; whigs.

virtù del bipartitismo, necessariamente, dopo le elezioni della Camera dei Comuni, uno

dei due partiti avrà la maggioranza. Il monarca tende quindi a nominare Primo ministro, e

di conseguenza ministri, esponenti dello stesso partito e di conseguenza si ha omogeneità

nel gabinetto e nella maggioranza politica presso la Camera dei Comuni. Se il è un

Cabinet

organo distinto rispetto al monarca, se è un organo omogeneo e collegiale, che segue una

politica unitaria, chiaramente la responsabilità deve essere di carattere collegiale e politico.

Si afferma la prassi per cui il controllo della Camera dei Comuni sul gabinetto non è più

successivo e di carattere giuridico, ma di carattere politico, quindi essa tende a pretendere

un controllo non solo sulla legittimità degli atti dei ministri, ma anche sulle scelte

politiche. Tutto ciò si traduce in un rapporto fiduciario. Nel 1782 per la prima volta la

Camera dei Comuni vota una mozione di sfiducia, cioè vota un atto di indirizzo in cui

chiede al monarca di revocare il governo presieduto da Lord North, non perché ci sia stato

22 un atto illegittimo configurabile come alto tradimento, ma perché la condotta politica non

è più adeguata alla guida del Paese. Per tal motivo il governo è costretto a dimettersi: si

afferma la forma di governo parlamentare.

Ciò conferma come storicamente la forma di governo parlamentare sia una

derivazione in via di prassi della forma di governo costituzionale pura.

In questa prima fase la forma di governo parlamentare assume carattere dualistico

con due centri di potere: il primo fa capo al rapporto tra il governo e la Camera dei

Comuni; l’altro dovuto al rapporto tra il governo ed il Re. Il monarca nomina i suoi

ministri, ma ha anche il potere di revocarli, quindi il governo ha una doppia responsabilità

politica. Questa forma dualistica è però del tutto temporanea. Il monarca inficia

sull’indirizzo politico attraverso la nomina di ministri a lui vicini, ma che debbono essere

anche di colore politico simile alla maggioranza di volta in volta presente in Parlamento.

Questo potere di nomina e di revoca viene ad essere influenzato nettamente dal colore

politico dell’assemblea, sicché la forma di governo dualistica si trasforma in monistica. Ciò

avviene nel 1834, quando il monarca Guglielmo IV revoca il governo presieduto da

whig

Lord Melbourne e scioglie anticipatamente la Camera dei Comuni. Il Re dimissiona quindi

un Primo ministro che aveva la fiducia del Parlamento, per cui è un caso di revoca che non

deriva dall’attuazione di una mozione di sfiducia. Le elezioni successive, però, delineano

una nuova maggioranza liberale (whig), a dispetto degli intenti del monarca di favorire il

partito conservatore. Quindi la revoca del Premier e lo scioglimento hanno prodotto una

sconfitta politica del Re, la quale porta inevitabilmente ad una diminuzione del prestigio.

Da questo momento in avanti il potere di revoca non sarà mai più esercitato in assenza di

un voto di sfiducia da parte della Camera dei Comuni. Per cui il Re nomina il governo, ma

sulla base della maggioranza di volta in volta espressa in Parlamento e sulla base di una

convenzione costituzionale non revocherà mai più un governo in carica autonomamente.

Allo stesso modo il Re non scioglierà più la camera senza la proposta del Primo ministro.

Il Re perde il suo ruolo politico, totalmente ceduto al e assume il ruolo di garante

Cabinet,

dell’ordinamento. La forma di governo è effettivamente una forma di governo

parlamentare monistica.

In questa fase politica si realizzano importanti riforme elettorali che permetteranno

non solo l’abolizione dei borghi putridi, ma anche l’estensione del suffragio:

− nel 1832 si ha l’estensione del suffragio e l’abolizione dei borghi putridi;

− nel 1867 Disraeli ha voluto un’ulteriore estensione del suffragio a favore del

ceto operaio;

− nel 1884 Gladstone allarga il suffragio a favore del ceto agricolo;

− nel 1918 si arriva al suffragio universale maschile.

L’allargamento del suffragio ha portato alla nascita dei partiti di massa, che hanno

bisogno di uscire dal Parlamento e strutturarsi nella società tramite le sezioni, in quanto

hanno bisogno non più di raccogliere i pochi voti dei notabili, ma anche del popolo. In

particolar modo il sistema partitico si struttura intorno alle due formazioni maggiori: i

che mutano poi il loro nome in il erede dei

tories, Conservative Party; Liberal Party, whigs.

23

Agli inizi del ‘900 i due partiti si scontrano sino alla nascita di un terzo partito, il Labour

che nasce dalle organizzazioni sindacali e si fa portatore delle istanze di una nuova

Party,

classe sociale, la classe operaia. Temporaneamente il sistema assume una connotazione

tripartitica, ma presto il partito liberale tende a ridurre i propri consensi e in seguito alla

prima guerra mondiale la scena politica si struttura intorno all’asse conservatori –

laburisti. I liberali di fatto scompaiono dalla scena, salvo la loro ricomparsa sotto forma

dei nel 1990. In seguito all’elezione del 2010, in cui nessuno dei due

Liberal Democrats

partiti riesce a conseguire la maggioranza assoluta, divengono partito di governo in

coalizione con i conservatori. Nel patto di Governo i liberaldemocratici hanno proposto

una riforma del sistema elettorale, per dare espressione anche ai partiti più piccoli. Il 5

maggio i cittadini britannici sono stati chiamati a pronunciarsi sul sistema elettorale

maggioritario, ovvero a modificarlo in senso favorevole al voto alternativo. Questo

referendum, avversato dai conservatori, ha dato esito negativo, peraltro con una

maggioranza abbastanza netta (69% di no contro 31% di sì), anche se la percentuale di

partecipazione al voto si è mantenuta bassa. Il sistema elettorale inglese è rimasto quindi

quello storico.

Sulla base del bipartitismo, agevolato dal sistema elettorale maggioritario basato su

collegi uninominali, si afferma una convenzione costituzionale per cui il Re è tenuto a

nominare Primo ministro, a seguito delle elezioni, il leader del partito di maggioranza. I

partiti sono fortemente strutturati intorno alla figura del leader ed è naturale che di fronte

ad una maggioranza assoluta il Re non possa fare altro che nominare il leader del

Premier

partito di maggioranza. Si realizza in questo modo l’identificazione tra e

leadership

C’è una forte legittimazione popolare del leader: il cittadino che vota per un

premiership.

partito sa benissimo che vota anche per il leader di esso, pur senza esserci una vera e

propria elezione diretta. Ciò è importante anche perché se il partito, per qualsiasi motivo,

cambiasse leader, il Primo ministro sarebbe tenuto a dimettersi. Nel 2007 c’è stato un

avvicendamento in seno al partito laburista: Tony Blair ha dovuto effettuare una staffetta

con Gordon Brown, suo grande alleato, concedendogli di diventare leader del partito in

base ad un accordo siglato molti anni prima; a seguito di ciò Tony Blair si è dimesso dalla

carica di e, senza che siano avvenute le elezioni, Gordon Brown è stato nominato

Premier

Primo ministro. Si parla, pertanto, di forma di governo parlamentare maggioritaria, per

intendere il ruolo esercitato dal partito di maggioranza, ovvero di forma di governo

parlamentare a prevalenza di Premier.

La Corona, il Capo di Stato, ha dei poteri fondamentali, la cosiddetta prerogativa regia,

che sono dei poteri formali:

− nomina e revoca dei ministri. Il monarca è tenuto a nominare il leader

Premier

del partito di maggioranza. Se il partito poi non ha un leader predefinito, per

quanto sia difficile che accada, il monarca ha un potere abbastanza

discrezionale. Quando è successo l’esponente scelto dalla regina è diventato

anche leader del partito. Oggi la regina potrebbe revocare il governo, ma di

fatto dal 1834 non esiste più questa possibilità in base ad una convenzione

24 costituzionale. Benché formalmente la Corona conservi il potere di revoca del

Primo ministro, è escluso che tale potere possa essere esercitato in assenza di

un voto di sfiducia da parte della Camera dei Comuni, salvo in casi

eccezionali;

− assenso nei confronti dei progetti di legge. Il procedimento legislativo postula

un passaggio presso la Camera dei Comuni, uno presso la Camera dei Lords e

anche la sanzione regia, che è il terzo momento senza il quale il testo non

diventa legge. Dopo il 1707, con la regina Anna che negò l’assenso al

cosiddetto nessun Re ha mai più negato l’assenso ad un

Scottish militia Bill,

progetto di legge, perché negarlo, salvo motivi di legittimità costituzionale,

sarebbe esercitare un potere di veto che aveva senso quando i reali avevano

un potere di indirizzo politico, tanto più che è un organo irresponsabile;

− scioglimento della Camera dei Comuni. È un potere, questo, che spetta

formalmente al Capo dello Stato, ma viene esercitato, in virtù di una

convenzione costituzionale, su proposta del Primo ministro. Il monarca non

può sciogliere senza la proposta del perché lo scioglimento sarebbe

Premier,

una forte scelta di carattere politico che non spetta più alla Corona, salvo casi

di ordine costituzionale. Secondo parte della dottrina, il Re non potrebbe

rifiutare lo scioglimento, salvi i casi in cui questo non venga esercitato nei

limiti della Costituzione. Questo potere nell’ordinamento inglese è molto

limitato, nel senso che il Primo ministro non può esercitare questo potere

contro la sua maggioranza, inteso come ricatto contro la stessa. Esso è

esercitabile solo a favore della maggioranza, per scegliere il momento più

propizio per lo svolgimento delle elezioni. Infatti il del 1715,

Septennial Act

come modificato dal del 1911, dispone che la massima»

Parliament Act «durata

della legislatura sia di cinque anni. Ciò significa che essa può durare anche

meno: lo scioglimento prima dello scadere del quinquennio non è dunque

considerato uno scioglimento anticipato vero e proprio.

La Camera dei Comuni si compone di 650 deputati, eletti ogni cinque anni a

suffragio diretto. Il sistema elettorale adottato prevede la proclamazione, in ciascuno dei

650 collegi uninominali, dei candidati più votati. Tale sistema elettorale è adottato in tutto

il territorio nazionale solamente a seguito della riforma elettorale del 1885. Prima di allora,

esistevano, oltre ai collegi uninominali, molti collegi binominali e anche alcuni collegi

trinominali, in cui venivano eletti i due (o tre) candidati più votati all’interno del collegio.

La Camera dei Lords è composta da un numero non definito di Lords, nominati dal

Re su proposta del Primo ministro. All’interno della camera si distinguono i Lords

spirituali, cioè vescovi ed arcivescovi della Chiesa Anglicana, nonché una serie di Lords

temporali, tra cui i Lords ereditari, i Lords vitalizi e i Law Lords, poiché la camera era la

massima autorità giudiziaria dell’ordinamento. A seguito dell’House del 1999,

of Lords Act

è stata drasticamente ridotta la figura dei Lords ereditari. La composizione attuale è di

circa 800 membri. Con il del 2005, che ha istituito una

Costitutional Reform Act Supreme

25

la Camera dei Lords non ha più la funzione di giudice di ultima istanza: la funzione

Court,

di tradizionalmente affidata al Lord Cancelliere, spetta ora ad un organo elettivo,

speaker,

mentre i 12 Law Lords sono divenuti giudici della lasciando pertanto la

Supreme Court,

Camera dei Lords.

Il procedimento legislativo prevede tre letture:

− prima lettura: presentazione del disegno di legge;

− seconda lettura: esame del testo e successivo passaggio presso le commissioni;

− terza lettura: discussione generale e votazione del testo definitivo.

Il disegno di legge si ritiene adottato se approvato dalle due Camere e viene così

sottoposto al Re per l’assenso.

Ci sono stati due importanti atti che hanno differenziato notevolmente le funzioni

delle due Camere: il bicameralismo inglese non è più perfetto. Il Act del 1911 ha

Parliament

disposto che per i ossia i progetti in materia finanziaria, l’assenso della Camera

money bills,

dei Lords non è necessario, perché in base al principio no taxation without rapresentation

può decidere solo la camera bassa che è espressione della rappresentanza del popolo. Per

gli altri la Camera dei Lords può esercitare un veto sospensivo, che però può

public bills

essere aggirato se la Camera dei Comuni adotta il testo per tre sessioni consecutive a

distanza di almeno due anni. Il del 1949 ha disposto che il veto dei Lords

Parliament Act

può essere superato con due delibere consecutive a distanza di almeno un anno.

In seno all’esecutivo si distinguono tre organi distinti:

− Consiglio Privato della Corona, composto da circa 300 membri che adotta atti

normativi del governo;

− ministero, composto dai ministri che fanno parte del dai ministri

Cabinet,

esterni al e da che coadiuvano i ministri nell’attività

Cabinet Junior Ministers,

amministrativa;

− gabinetto, composto da una ventina di ministri Segretari di Stato, posti a capo

dei dicasteri, e che si articola in Comitati interministeriali.

Il Governo è responsabile politicamente verso la Camera dei Comuni, la quale può

adottare una mozione di sfiducia e costringere il a rassegnare le dimissioni, che

Premier

coinvolgono l’intero esecutivo.

Gli atti normativi dell’esecutivo, complessivamente denominati Statutory Instruments,

sono adottati sulla base di una legge di delegazione, che prevede l’eventuale controllo

parlamentare:

− vi sono Statutory Instruments che entrano in vigore solo dopo un’apposita

risoluzione delle Camere;

− vi sono Statutory Instruments che entrano subito in vigore, ma le Camere

possono adottare una risoluzione volta al loro annullamento;

− in altri casi, infine, gli Statutory Instruments sono presentati presso le Camere

solo per conoscenza, senza alcuna tipologia di controllo successivo.

: III IV R .

L’ ORDINAMENTO FRANCESE E EPUBBLICA

26 Dopo la rivoluzione francese del 1789, che da inizio all’affermazione dello stato

liberale in Francia, si verifica una dinamica storica molto diversa rispetto a quella inglese

caratterizzata, invece, da una certa continuità. A partire dal 1791 si susseguono molte

costituzioni: monarchiche (1791, 1814, 1830); repubblicane (1793, 1795, 1848); autoritarie

(quelle del periodo napoleonico e quella del 1852 con Luigi Napoleone III). Si alternano

quindi costituzioni molto differenti tra loro, infatti dopo la rivoluzione si afferma una

costituzione liberale, che poi sfocia nell’era napoleonica caratterizzata da un forte

autoritarismo. Nel corso di queste convulse vicende storiche, la Repubblica viene

proclamata una prima volta nel 1792 e una seconda volta nel 1848. Si afferma così la prassi

di designare le costituzioni repubblicane seguendo un criterio ordinale (I Repubblica, II

Repubblica, e così via).

Partendo dal 1870, cioè dalla guerra franco – prussiana, conclusasi con la sconfitta di

Sedan, si verifica una fase di transizione che dura circa cinque anni, in cui si realizzano

delle dinamiche che portano all’adozione di tre leggi costituzionali nel 1875 che valgono

quanto una nuova costituzione, benché non ci sia un documento organico definibile come

tale. La Costituzione della III Repubblica è un insieme di leggi costituzionali che

disciplinano tutto l’ordinamento.

Dopo la sconfitta del 1870 viene formato un governo provvisorio di orientamento

repubblicano, ma le successive elezioni per l’assemblea costituente del 1871 portano ad

una maggioranza monarchica. Nonostante ciò si arriva ad un ordinamento repubblicano,

perché i monarchici erano divisi in due fronde: una componente filo borbonica, quindi

legittimista e fautrice di un ritorno all’ancien régime; una componente orleanista, di

matrice liberale, favorevole al ritorno della dinastia d’Orleans che avevano regnato, con

Luigi Filippo, dal 1830 al 1848 a seguito della rivoluzione di luglio che portò ad una

costituzione liberale, anche se monarchica. Questa costituzione, detta anche orleanista,

aveva portato in via di prassi ad una forma di governo parlamentare di carattere

dualistico, cioè con il governo responsabile sia nei confronti del Parlamento, che nei

confronti del monarca. Questo tipo di ordinamento viene definito monarchia parlamentare

orleanista.

In virtù di questa frattura nella corrente monarchica, quindi nell’impossibilità di

decidere su chi dovesse succedere al trono, passano cinque anni, fino a che

quest’assemblea non riesce ad approvare alcune leggi costituzionali, volute fortemente

come provvisorie, per cercare di raggiungere un accordo sulla successione. Non si voleva

realizzare una vera e propria costituzione, un nuovo ordinamento, perché l’obiettivo

principale dell’assemblea costituente era restaurare presto la monarchia. Per i paradossi

della storia, questa costituzione dura dal 1875 al 1940, quindi è l’ordinamento più stabile

della storia francese dal punto di vista temporale, perché aveva trovato successo presso la

classe borghese dominante.

L’impianto costituzionale della III Repubblica non è comprensibile senza queste

premesse storiche, perché l’obiettivo dei costituenti era quello di dar vita ad un

ordinamento fintamente repubblicano, per poi prontamente ripristinare la monarchia

27

cambiando la figura del Capo dello Stato da Presidente elettivo a monarca. Perciò

l’impianto è del tutto simile ad un ordinamento monarchico costituzionale di carattere

orleanista, quindi l’esempio seguito è stato la monarchia di luglio del 1830. Ciò spiega il

fatto che il Presidente della Repubblica sia un organo elettivo, titolare del potere esecutivo,

coadiuvato dai suoi ministri responsabili di fronte al Parlamento. Per la prima volta si

afferma la responsabilità politica dei ministri di fronte al Parlamento, quindi è il primo

esempio di forma di governo parlamentare razionalizzata: in passato la forma di governo

si era sempre retta su norme non scritte, mentre questa volta le leggi costituzionali

specificano espressamente la responsabilità dei ministri di fronte alle Camere. Il potere

legislativo spetta invece al Parlamento bicamerale. Se la forma di governo è parlamentare

c’è sicuramente limitazione di potere, ma in questo assetto manca l’organo Governo,

infatti nelle leggi costituzionali non è fatta alcuna menzione del Presidente del Consiglio. Il

potere esecutivo spetta solo al Presidente, politicamente irresponsabile, salvo i casi di alto

tradimento, perché i ministri controfirmano i suoi atti, per cui sono responsabili per essi di

fronte al Parlamento. Da ciò emerge la volontà del costituente di dare vita ad un

ordinamento in realtà monarchico su modello orleanista, sostituendo il Presidente con il

monarca.

Il Presidente è eletto per sette anni da parte dell’Assemblea nazionale composta da

Camera dei Deputati e Senato (Parlamento in seduta comune). Questo è molto importante,

perché con la votazione in assemblea costituente sulla elezione del Capo dello Stato si

delinea appunto il carattere repubblicano dell’ordinamento, che è in forse in un’assemblea

a maggioranza monarchica. La durata in carica di sette anni, quindi molto più lunga

rispetto a quella delle Camere, si protrarrà anche nelle successive costituzioni, sino alla

riforma del 2000, per cui attualmente il Presidente dura in carica cinque anni. Esso è

politicamente irresponsabile, poiché i suoi atti per essere validi debbono essere

controfirmati dai ministri, che sono invece responsabili di fronte al Parlamento. Esiste

l’istituto della fiducia, che peraltro è esplicito, previsto dalla Costituzione, per cui è una

forma di governo parlamentare razionalizzata, esiste anche l’istituto dello scioglimento.

Anche se irresponsabile, il Presidente della Repubblica è l’organo a cui spetta la

determinazione dell’indirizzo politico, perché è lui che detiene il potere esecutivo. Tutte

queste stranezze sono giustificate dall’ambiguità del costituente: è un ordinamento che ha

una maschera repubblicana, ma che è in realtà monarchico.

Il Presidente ha anche due altri poteri:

− nominare e revocare i ministri, da cui si deduce la loro responsabilità anche

nei suoi confronti;

− scioglimento anticipato che è esercitato con l’assenso del Senato, della camera

alta.

Nella prassi si registra una novità rispetto al testo costituzionale: il Presidente della

Repubblica tende a nominare un Presidente del Consiglio dei ministri, il quale a sua volta

formerà un governo scegliendo una serie di ministri nominati poi dal Presidente. Esso

quindi governa non direttamente, ma attraverso un governo che è nominato e revocato

28 dallo stesso Presidente della Repubblica. In via di prassi si torna quindi ad un

ordinamento parlamentare classico con due poteri e tre organi distinti.

Il Parlamento, a cui spetta il potere legislativo, è un organo che si compone di due

Camere, il che è un’anomalia per l’ordinamento francese, infatti il bicameralismo è

tipicamente inglese. In Francia, invece, storicamente si afferma il monocameralismo:

l’assemblea nazionale costituente che segue l’assemblea degli Stati Generali del 1789 è

monocamerale. Dopo il 1789 i tre stati sono rappresentati in un unico corpo legislativo, poi

le costituzioni francesi delineano di volta in volta un Parlamento bicamerale o

monocamerale. In questa circostanza ci si trova di fronte ad un Parlamento bicamerale,

composto da una Camera dei Deputati eletta per quattro anni a suffragio universale

maschile, che in Francia si è conseguito nel 1848, mediante sistema maggioritario,

composta da 600 deputati, ed un Senato composto da 225 senatori eletti a suffragio

indiretto a livello provinciale da tutti i rappresentanti di ogni provincia, che assicura una

elezione di carattere conservatrice. A livello dipartimentale e anche a livello municipale c’è

una netta prevalenza dei comuni rurali che hanno una tendenza tipicamente conservatrice,

ciò spiega perché queste elezioni, che danno una grande rappresentatività ai comuni

rurali, sono volute per far avere al Senato una connotazione conservatrice. I 225 senatori, a

loro volta, in seduta comune con i deputati eleggono i 75 senatori a vita.

Il bicameralismo in questo ordinamento è estremamente paritario: nel procedimento

legislativo le due Camere hanno gli stessi poteri, e anche in relazione al rapporto

fiduciario, il che è una particolarità perché solitamente esso si riferisce sempre alla camera

bassa che è eletta a suffragio diretto e quindi la responsabilità politica si giustifica per il

carattere rappresentativo della camera, mentre in questo caso il rapporto di fiducia si

instaura con entrambe le camere.

La forma di governo è di tipo parlamentare e, per la prima volta, viene

espressamente sancita la responsabilità politica dei ministri nei confronti del Parlamento.

Ma i ministri sono responsabili anche nei confronti del Presidente della Repubblica, che li

nomina e li revoca: si tratta, dunque, di una forma di governo parlamentare dualistica,

adottata per la prima volta in un ordinamento di carattere repubblicano. Ciò spiega la

volontà di impiantare i meccanismi dualistici del regime orleanista al fine di ripristinare,

nel più breve tempo possibile, la monarchia.

La forma di governo parlamentare nasce come forma di governo dualistica: nel 1682

per la prima volta viene approvata una mozione di sfiducia da parte della Camera dei

Comuni, il che sancisce formalmente la nascita della forma di governo parlamentare. Nella

prima fase questa forma di governo è dualistica, che viene vista però esclusivamente come

fase di passaggio dalla monarchia costituzionale pura alla forma di governo parlamentare

monistica, in cui il Re inglese si rivela come totalmente al di fuori dell’indirizzo politico,

perché il potere di scioglimento non viene più esercitato senza una proposta governativa e

allo stesso modo il potere di revoca non viene più esercitato se sussiste ancora il rapporto

fiduciario tra Parlamento e Governo. Lo scioglimento regio del 1834 sancisce una sconfitta

29

politica del Re inglese e la caduta in desuetudine del potere di revoca. Ciò denota il

passaggio alla forma di governo parlamentare monistica.

Nell’ordinamento francese si verifica lo stesso: anche qui c’è uno scioglimento

presidenziale che muterà drasticamente l’ordinamento francese. Il Presidente della

Repubblica in carica nel 1875 era il maresciallo Mac-Mahon, un monarchico fautore della

lettura dualistica delle leggi costituzionali, per cui il Presidente è il vero autore

dell’indirizzo politico, potendo nominare e revocare il Primo ministro. Due anni più tardi,

nel 1877, c’è un governo filo-repubblicano presieduto da Jules Simon che derivava da una

maggioranza repubblicana presso la Camera dei Deputati, mentre il Senato era a

maggioranza monarchica. Il Presidente decide di revocare il governo per nominarne uno

conservatore presieduto da un suo fedelissimo, il duca de Broglie. La maggioranza

repubblicana presso la Camera dei Deputati adotta una mozione di censura, sfiduciando il

governo de Broglie. A questo punto il Presidente della Repubblica, forte del consenso del

Senato conservatore, scioglie la Camera dei Deputati indicendo nuove elezioni. Si

ripercorre dunque la stessa strada dell’ordinamento inglese, in cui il Capo dello Stato

opera una revoca ed uno scioglimento anticipato al fine di avere delle elezioni politiche

che conferiscano una maggioranza incline alle sue idee politiche. Le elezioni politiche del

1877 portano nuovamente una maggioranza repubblicana presso la Camera dei Deputati,

quindi il Presidente perde la sfida politica e non può far altro che nominare nuovamente

un governo filo-repubblicano. Il Presidente subisce una sconfitta politica e di lì in avanti il

potere di scioglimento anticipato cade in desuetudine: nessun Presidente, da questo

momento, eserciterà più questo potere, perché sciogliere la Camera dei Deputati significa

sfidare il corpo elettorale che potrebbe anche bocciare l’intervento da parte del Capo dello

Stato. Allo stesso modo il potere di revoca del Primo ministro, formalmente previsto dalla

Costituzione, non sarà mai più esercitato qualora il Premier con il suo Governo godrà

dell’appoggio del Parlamento. L’evoluzione della forma di governo è anche qui in senso

monistico. Il Presidente nomina un Governo sulla base alla maggioranza parlamentare, ma

non potrà più revocarlo in assenza di una mozione di sfiducia. Nel 1879 anche l’elezione

del Senato comporta una prevalenza delle forze repubblicane ed il Presidente Mac-Mahon,

sconfitto su tutta la linea, si deve dimettere.

Il nuovo Presidente, Jules Grévy, inaugura la cosiddetta il

Constitution Grévy:

Presidente è estraneo all’indirizzo politico e i poteri di revoca e di scioglimento anticipato

cadono in desuetudine. La forma di governo evolve in senso monistico, ma in modo molto

differente rispetto a quello inglese: in Inghilterra, in virtù del bipartitismo, si ha un

prevalenza del Governo e del Primo ministro; in Francia si ha un’evoluzione monistica in

senso assembleare. Il Parlamento diventa quindi il vero motore dell’indirizzo politico, in

quanto ha una durata fissa di cinque anni, non essendoci più la possibilità delle elezioni

anticipate. Il Parlamento per altro presenta un multipartitismo esasperato, per cui i

governi sono di coalizione, deboli e frammentati al loro interno, e per tal motivo la loro

durata media è di circa sei mesi. La forma di governo parlamentare della terza repubblica

30 è a tendenza assembleare, caratterizzata dall’assenza del potere di scioglimento e da

governi deboli.

Le vicende istituzionali portano ad una netta frattura tra l’ordinamento inglese e

quello francese: il modello Westminster evolve nell’ottica della stabilità e della

governabilità, quindi una forma parlamentare a tendenza governativa; l’ordinamento

francese ha un’evoluzione da carattere dualistico a monistico, che però vede una netta

prevalenza dell’organo legislativo. L’instabilità governativa del modello caratterizzerà

molti Paesi europei, tra cui l’Italia del periodo statutario, e si delinea dunque un modello

Westminster al di là della Manica, invidiato da tutti, ed un modello europeo che cerca di

copiare il modello inglese senza riuscirci. L’instabilità governativa è il grande problema

delle costituzioni europee della fine dell’800 e dell’inizio del ‘900, il che spingerà il

costituente a dar vita a nuove Costituzioni che contengano una disciplina sempre più

precisa dei meccanismi fiduciari, in modo da cercare di stabilizzare il rapporto fiduciario.

Questa Costituzione, che nasce come provvisoria, resta invece fino al 1940, perché la

classe borghese dominante non sente più l’esigenza di ripristinare la forma di governo

monarchica, rendendosi conto che la forma di governo repubblicana è idonea a

salvaguardare gli interessi della borghesia. Nel 1884 si realizza dunque una importante

riforma costituzionale che prevede l’abolizione dei senatori a vita, ma soprattutto dichiara

la forma repubblicana non revisionabile. Il procedimento di revisione costituzionale

prevedeva la delibera a maggioranza assoluta di Camera e Senato e una delibera a

maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale.

Nel 1940, in piena guerra mondiale, c’è l’occupazione del territorio francese da parte

dei nazisti e viene approvata una legge costituzionale che da pieni poteri al Governo

presieduto dal Maresciallo Pétain, al quale viene assegnato anche il compito di adottare un

nuovo testo costituzionale mai entrato in vigore. Nasce in tal modo il regime di Vichy, dal

nome della città francese dove ha sede il governo Pétain, un regime autoritario che

terminerà solo con la liberazione del territorio francese.

Il problema grande del costituente della IV Repubblica era quello di risolvere il

problema dell’instabilità governativa, che però nella III Repubblica si accompagnava ad

una forte stabilità delle istituzioni. Nella IV Repubblica, invece, l’instabilità governativa si

riproduce, accompagnata da una forte instabilità istituzionale, tant’è che dura solo undici

anni. I costituenti della IV Repubblica hanno l’obiettivo dichiarato di risolvere i problemi

di stabilità che avevano caratterizzato il precedente assetto costituzionale, e di arginare i

meccanismi esasperati del parlamentarismo.

Dopo la caduta del regime di Pétain, il Governo provvisorio guidato dal generale De

Gaulle convoca le elezioni per un’assemblea costituente, la quale elabora un testo

costituzionale che viene però bocciato nel referendum del 5 maggio 1946. Viene quindi

convocata una nuova assemblea costituente che elabora un nuovo progetto, il quale

questa volta viene approvato dal corpo elettorale, seppure con un tasso di astensionismo

elevato. Quindi il popolo francese nei confronti della Costituzione del 1946 non nutre

grande fiducia. Questa si prefigge lo scopo di risolvere il rapporto tra esecutivo e

31

legislativo che nella precedente Costituzione era sfociato in una netta prevalenza del

secondo, ma l’esito è stato esattamente lo stesso della precedente esperienza: l’instabilità

governativa sarà il grande problema della IV Repubblica che, sommato alla crisi algerina,

sarà l’elemento determinante il crollo di questo ordinamento, l’avvento di De Gaulle e

della V Repubblica.

Nella IV Repubblica si innanzitutto un forte depotenziamento del potere esecutivo: i

Costituenti voglio rafforzare il potere esecutivo, ma la forte presenza del partito socialista

fa sì che l’ordinamento sia sottoposto ad una forte prevalenza del legislativo.

Quest’ultimo, anche in questo caso, si compone di due Camere, Assemblea nazionale e

Consiglio della Repubblica, ma presenta una differenza rispetto a quello della III

Repubblica: la camera bassa riprende la classica denominazione francese di “Assemblea

nazionale”; la seconda camera non si chiama Senato, ma Consiglio della Repubblica. Nel

precedente testo, quello bocciato dal corpo elettorale, il Parlamento era monocamerale,

quindi i costituenti di questa fase storica cercano di elaborale una Costituzione basata sul

Parlamento monocamerale, soprattutto su iniziativa di socialisti e comunisti. L’unico

partito favorevole al bicameralismo era il movimento repubblicano di ispirazione cristiana

e dopo la bocciatura referendaria compare questa seconda camera che stranamente non si

chiama più Senato, ma Consiglio della Repubblica. Anche in questo caso la seconda

camera è eletta a suffragio indiretto ed è fortemente posta in condizione di inferiorità

rispetto all’Assemblea nazionale: il bicameralismo della IV Repubblica è fortemente

imperfetto. Il Consiglio della Repubblica non è una camera politica, non conferisce la

fiducia, non revoca la fiducia al Governo, e soprattutto è inferiore nell’ambito del

procedimento legislativo, che infatti vede una netta prevalenza dell’Assemblea nazionale.

In caso di discordanza tra le due camere, in caso di veto sospensivo da parte del Consiglio

della Repubblica, decide in via definitiva l’Assemblea nazionale con una deliberazione

adottata a maggioranza assoluta. Questa Costituzione è sottoposta ad una profonda

revisione nel 1954 che cerca di sopperire alle deficienze originarie, ma senza riuscirci, per

questo motivo si parla di Il bicameralismo, in ogni caso, diventa un po’ più

reformette.

paritario, perché a seguito di una opposizione da parte della seconda camera, si instaura

una vera e propria un procedimento per cui un testo di legge passa da una camera

navette,

all’altra sino a che entrambe non siano d’accordo sul medesimo testo. Superato il limite di

cento giorni, però, nuovamente la decisione definitiva spetta all’Assemblea nazionale,

però a maggioranza semplice.

Il Presidente della Repubblica è l’organo, insieme al Governo, fortemente

svantaggiato dal testo costituzionale, poiché i poteri dell’esecutivo sono fortemente

circoscritti. Ciò spiega perché, benché ci sia stato l’obiettivo ideale di rafforzare l’esecutivo,

poi i meccanismi istituzionali che possano dargli forza, vengono a mancare.

Il Presidente della Repubblica, nel testo della Costituzione del ‘46, trova una sua

disciplina successivamente a quella del Parlamento e ciò mette in evidenza come i

costituenti abbiano voluto svuotare questa carica, mentre la Costituzione gaullista del 1958

parte con l’organo Presidente. Da questi aspetti formali si evince qual è l’obiettivo del

32 costituente: i costituenti della IV Repubblica volevano limitare il più possibile i poteri del

Presidente. Esso è eletto per sette anni dal Parlamento in seduta comune, quindi si

riprende una caratteristica del precedente assetto costituzionale, ed è irresponsabile in

quanto i suoi atti sono controfirmati dai ministri responsabili. Ha per lo più poteri

quali la Presidenza del Consiglio dei ministri, del Comitato costituzionale, del

«notarili»,

Csm, dell’Unione francese. Il Presidente ha, però, anche due poteri importanti: il potere di

nomina ed il potere di scioglimento anticipato. Entrambi sono congegnati in maniera così

complessa da renderli per lo più di carattere formale.

Dando attenzione al potere di nomina, si nota come, benché sia stato dato il potere di

nomina del Governo, di fatto il procedimento è così scandito al punto che il potere diventa

di carattere formale, perché esso consta di tre fasi:

− il Presidente della Repubblica designa il Presidente del Consiglio, non lo

nomina. In Italia, per esempio, il Presidente del Consiglio ha i pieni poteri

all’atto della nomina, prima votazione fiduciaria. In Francia, invece, si ha una

mera designazione, chiaramente dopo opportune consultazioni con i gruppi

politici;

− il Presidente del Consiglio dei ministri, prima della nomina, è tenuto a

presentarsi presso l’Assemblea nazionale ad esporre il proprio programma.

Quindi, il Presidente da solo, senza i ministri, espone il programma a cui

consegue una votazione fiduciaria che deve raggiungere la maggioranza

assoluta;

− dopo il voto fiduciario avviene la nomina, da parte del Presidente della

Repubblica, del Premier e la nomina altresì dei ministri. Questi ultimi

vengono quindi scelti e nominati dopo il voto di fiducia.

Da un lato si subordina la nomina del Governo ad un voto di investitura, dall’altro

quest’ultimo prevede una maggioranza molto elevata. Quindi il potere del Presidente

della Repubblica da un lato è molto ridotto da questo voto di investitura che precede l’atto

di nomina vero e proprio, dall’altro lato c’è un potere di nomina che è subordinato ad un

voto fiduciario che richiede una maggioranza assoluta.

Dopo la nomina effettiva del Presidente del Consiglio dei ministri, che seguiva il voto

fiduciario vero e proprio, si instaura la prassi per cui il Premier si presenta nuovamente

davanti alle Camere per ottenere un voto fiduciario su tutto il Governo, perché il voto

precedente riguardava esclusivamente il programma e la persona del Presidente del

Consiglio. Il multipartitismo della IV Repubblica comporta che dopo la votazione

fiduciaria sulla persona del Premier, ci siano delle difficoltà per la costituzione della

compagine ministeriale, in virtù degli accordi tra i partiti, che porterà spesso e volentieri il

Governo addirittura a vedersi negata la fiducia, oppure ad essere bocciato su una

votazione qualche giorno dopo l’investitura, dovendo pertanto rassegnare le dimissioni.

Con la riforma del 1954 si cerca di ovviare a questo sistema, anteponendo la designazione

dei ministri al voto fiduciario, quindi la fiducia si riferisce al complesso dei ministri, e

richiedendo un voto a maggioranza semplice. 33

Il potere di scioglimento, dalla III Repubblica in poi, era caduto in desuetudine a

causa del precedente di Mac-Mahon. L’assenza del potere di scioglimento,

necessariamente comporta che nella dicotomia tra esecutivo e legislativo ci sia una forte

prevalenza del secondo, in quanto esso non può essere sottoposto ad un voto anticipato,

quindi non c’è la possibilità del di ricatto». La disciplina dello scioglimento è

«potere

talmente complessa nella Costituzione del 1946 da renderlo quasi inutilizzabile; si

utilizzerà una sola volta, nel 1955, ma di fatto il potere di scioglimento è un’arma spuntata.

Anzitutto lo scioglimento non può essere esercitato nei primi diciotto mesi della

legislatura e, in secondo luogo, esso è possibile solo se si vengono a verificare situazioni

complesse definite dall’art. 51: nell’arco di diciotto mesi devono essersi verificate almeno

due crisi governative dovute a votazioni fiduciarie, ai sensi degli artt. 49 e 50 Cost. Le due

crisi debbono essere quindi parlamentari e non extraparlamentari, dovute per esempio ad

una scelta volontaria del Governo di dimettersi. Cioè, se nell’arco di diciotto mesi si siano

verificate almeno due crisi a seguito di una bocciatura su una questione di fiducia, ossia

una votazione fiduciaria posta dal Governo, oppure una bocciatura del Governo a seguito

di una mozione di sfiducia, posta dal Parlamento, allora è possibile dar luogo allo

scioglimento, ma non è obbligatorio. Lo scioglimento, tra l’altro, è posto con decreto del

Presidente della Repubblica, ma deciso dal Consiglio dei ministri: lo scioglimento della IV

Repubblica è solo formalmente presidenziale, ma di fatto è governativo.

Il potere di scioglimento è esercitato dall’esecutivo, ma questo non ha nessun

interesse a decretarlo, perché in caso di scioglimento anticipato c’è un’altra norma molto

particolare, l’art. 52, per cui il Governo resta in carica, ad eccezione del Presidente del

Consiglio e del ministro dell’Interno. Il primo viene sostituito dal Presidente

dell’Assemblea nazionale ed il secondo da un nuovo ministro scelto dal Presidente

dell’Assemblea nazionale d’accordo con l’ufficio di Presidenza. Il Governo ha addirittura

uno svantaggio a decretare lo scioglimento, quindi le condizioni sono molto restrittive e

non consentono di esercitare il potere di scioglimento, perché nessuno ha interesse a

volerlo.

Per sfiduciare il Governo ci sono due meccanismi:

− la questione di fiducia, disciplinata dall’art. 49, la quale può essere negata solo

con un voto a maggioranza assoluta dei membri dell’Assemblea nazionale;

− la mozione di censura, disciplinata dall’art. 50, laddove la sfiducia al Governo

può essere votata solo con la maggioranza assoluta dei membri

dell’Assemblea nazionale.

Entrambi questi meccanismi prevedono il conseguimento di una maggioranza molto

elevata e ciò sembrerebbe favorevole all’esecutivo. In realtà non è così, perché si afferma la

prassi per cui il Governo si dimette anche a seguito di un voto di sfiducia adottato a

maggioranza semplice. Ciò rende peraltro ancora più difficile realizzare le condizioni per

lo scioglimento anticipato. Il Parlamento stesso non ha interesse ad approvare una

mozione di sfiducia a maggioranza assoluta, perché darebbe diritto allo scioglimento,

quindi il Parlamento può essere sovrano della propria permanenza in carica. Esso dunque,

34 votando la sfiducia a maggioranza semplice, comporta comunque le dimissioni del

Governo, ma non adotta una votazione ai sensi dell’art. 50 che potrebbe portare il Governo

a decidere per lo scioglimento anticipato. Da ciò si comprende perché lo scioglimento

anticipato si sia verificato solo nel 1955. L’assenza, peraltro, del potere di scioglimento

denota uno strapotere del legislativo nei confronti dell’esecutivo, caratterizzato da

Governi multipartitici, instabili, che durano mediamente in carica sette mesi. Nel corso di

dodici anni, si contano venti differenti esecutivi.

Benché la forma di governo sia stata strutturata per risolvere i problemi di

governabilità caratterizzanti la III Repubblica, essa presenta gli stessi meccanismi della

forma di governo parlamentare monistica a tendenza assembleare: istituto dello

scioglimento così complicato da risultare quasi inesistente; difficoltà nella composizione

del Governo.

La delega legislativa, espressamente esclusa dalla Costituzione, essa si realizza

attraverso i seguenti strumenti:

− decreti legge, adottati in caso di necessità;

− leggi – quadro di autorizzazione;

− regolamenti governativi delegificanti.

Per la prima volta, in una Costituzione francese è previsto un organo di giustizia

costituzionale molto particolare, caratteristica tipicamente novecentesca, che esercita una

funzione essenzialmente formale. Esso si compone di tredici membri: tre di diritto, ossia il

Presidente della Repubblica ed i Presidenti delle due camere; sette membri eletti

dall’Assemblea nazionale e tre dal Consiglio della Repubblica, in modo da rispettare la

proporzionalità dei gruppi politici. In tal modo il Comitato ha una maggioranza analoga

alla maggioranza politica. Esso può essere adito congiuntamente dal PdR e dal Consiglio

della Repubblica e in caso di disaccordo tra le due Camere, può decidere se la legge è

incostituzionale. Anzitutto il Comitato deve promuovere l’accordo tra le due Camere, ma

se ciò non si realizza la legge in esame non viene annullata, in quanto si tratta di una legge

non ancora entrata in vigore, quindi il controllo è preventivo, ma il testo viene rispedito

all’Assemblea nazionale che può comunque approvarlo con il procedimento aggravato di

revisione costituzionale. Il controllo di costituzionalità è, dunque, un mero controllo di

forma, anche perché la composizione del Comitato costituzionale è incline alla

maggioranza politica. L C W .

A OSTITUZIONE DI EIMAR

La Costituzione weimariana è molto importante nella storia del costituzionalismo

europeo. L’ordinamento tedesco adotta questo testo costituzionale dopo la fine della

prima guerra mondiale, la quale comporta una serie di conseguenze che si ripercuotono

sulla vita istituzionale della Germania. Per la prima volta, nella vita dello Stato tedesco, si

assiste ad una democratizzazione dell’ordinamento, dopo che la Costituzione guglielmina

del 1871 aveva dato luogo ad un ordinamento imperiale, dominato dalla figura di

Bismarck. Dopo la Costituzione di Francoforte del 1849, che non avrà attuazione pratica,

nel 1918 si instaura una Repubblica democratica e, per la prima volta, nel testo

35

costituzionale si presta attenzione ai diritti sociali, quindi siamo nell’ambito di una forma

di Stato sociale. Questa Costituzione sarà presa a modello non solo dai costituenti della V

Repubblica francese, ma anche da quelli italiani. Essa permetterà, inoltre, al nazismo

ascendere al potere: nell’ambito dell’ordinamento weimariano, Hitler sale al potere nel

1933 assommando, successivamente, la carica di Cancelliere e di Capo di Stato. Per questo

motivo c’è stata un’analisi dei costituzionalisti, per comprendere quali sono state le cause

della crisi di una Costituzione che sembrava così all’avanguardia, ma che poi implode

determinando il successo del nazismo.

Dunque, a seguito della sconfitta della prima guerra mondiale, nel 1918 viene

proclamata la Repubblica e viene eletta un’Assemblea costituente con sede a Weimar, da

cui deriva il nome della Costituzione, benché non sia questa città la capitale. Un

ordinamento democratico, repubblicano, che dà grande spazio al principio della sovranità

popolare attraverso una serie di istituti e poteri che venivano conferiti al corpo elettorale.

Il principio della sovranità popolare si realizza anche attraverso la tutela dei diritti

fondamentali e dei diritti sociali. Ci troviamo, per ciò, di fronte ad una Costituzione lunga,

non solo perché sono tanti gli articoli che la compongono, ma anche per la ricchezza di

disciplina sulla parte dei diritti, il che rappresenta una novità per il panorama

costituzionale europeo. Nel testo sono fortemente presenti le idee costituzionalistiche di

Hugo Preuss, un costituente tedesco che riprende il suo modello di parlamentarismo da

Redslob, uno dei grandi teorici della forma di governo parlamentare dualistica. Questi

teorici sostenevano che la vera forma di governo parlamentare è dualistica, non monistica

come si è sviluppata nell’ordinamento inglese: tutta la Costituzione weimariana è

improntata in quest’ottica. Il dualismo di questa forma di governo si deduce dalla figura

del Presidente, anche se normalmente queste forme di governo si realizzano nell’ambito

monarchico: la Costituzione di Weimar è il primo esempio di forma di governo

parlamentare dualistica attuata in un ordinamento repubblicano. Questa troverà la sua

piena realizzazione nella Costituzione francese del 1958 e verrà definita forma di governo

semi – presidenziale.

Nel caso weimariano non bisogna tenere in considerazione tanto quello che è scritto

nel testo costituzionale, ma la sua concreta attuazione, ossia la dinamica concreta tra gli

organi costituzionali. Questi spesso non sono quelli descritti nella Costituzione, e proprio

analizzando la dinamica concreta si può comprendere la crisi del sistema weimariano e

l’ascesa al potere di Hitler.

Il Presidente del è l’organo più importante di questo ordinamento, che ha una

Reich

particolarità nella procedura della sua elezione: esso non è eletto dall’organo

rappresentativo, come solitamente avviene nelle forme di governo parlamentare, ma è

eletto a suffragio diretto. Già in questo istituto si nota una forte accentuazione del

principio democratico. L’elezione diretta del Capo dello Stato è una caratteristica tipica

delle forme di governo presidenziali, per quanto nell’ordinamento presidenziale per

eccellenza, quello americano, l’elezione è formalmente indiretta. Il fatto che il Presidente

ottenga la legittimazione popolare, significa che esso ha una legittimazione anche politica,

36 quindi esso è espressione di un partito politico; invece l’elezione parlamentare, con

un’ampia maggioranza, presume un accordo tra le forze politiche che consente di eleggere

un organo che sia nell’ottica di un monismo in cui il Presidente è un organo

super partes,

garante. Il sistema elettorale previsto per questa elezione è un maggioritario a doppio

turno, in cui al primo turno è necessaria la maggioranza assoluta, al secondo è sufficiente

la maggioranza semplice, anche se non c’è un vero e proprio ballottaggio, in quanto il

secondo turno è aperto a tutti i candidati, anche a coloro che non hanno partecipato al

primo turno. Il Presidente, quindi, dovrà prendere delle posizioni politiche anche forti e

questo è già un primo indice della tensione presidenzialista di questa Costituzione, la

quale dà, appunto, l’idea della lettura dualistica della forma parlamentare.

Benché il Presidente sia eletto a suffragio diretto, esso è irresponsabile, perché esiste

l’istituto della controfirma ministeriale: gli atti del Presidente non sono validi se non sono

firmati dal Cancelliere o dai ministri. Questo assetto è riscontrabile nella forma monistica,

quindi questa è un’anomalia rispetto ai forti poteri che spettano al Presidente.

La durata in carica è di sette anni ed è sempre rieleggibile, ma può essere deposto

attraverso una votazione popolare indetta su richiesta della camera bassa, il che

Reichstag,

2

adotta la delibera a maggioranza dei . Qualora il popolo esprima una votazione

3

favorevole al Presidente si determinano due conseguenze: la rielezione diretta di esso; lo

scioglimento automatico del Da ciò si evince che il Presidente non è del tutto

Reichstag.

irresponsabile e questa procedura è di carattere prettamente politico. Esiste anche una

responsabilità di carattere giuridico – penale per la violazione della Costituzione e delle

leggi, in ossia la messa in stato di accusa, la quale si realizza attraverso una decisione del

e un giudizio espresso dal Tribunale costituzionale.

Reichstag

In un contesto di frammentazione politica, tipico della Costituzione weimariana,

2

raggiungere la maggioranza dei non è molto agevole; a ciò se si aggiunge il fatto che il

3

voto popolare favorevole comporta l’automatico scioglimento della camera, si comprende

che la deposizione è un congegno molto pericoloso per il Presidente, ma altrettanto per il

Reichstag.

I principali poteri del Presidente sono:

− nomina e revoca del Cancelliere e dei ministri;

− indizione di referendum;

− scioglimento anticipato del Reichstag;

− emanazione di ordinanze eccezionali di cui all’art. 48 della Costituzione di

Weimar.

Il Presidente non solo nomina il Primo ministro, che in questo caso è denominato

Cancelliere, ma lo revoca anche, prescindendo dal voto di sfiducia della camera bassa. Si

nota un istituto che è tipico di una forma di governo parlamentare dualistica, infatti la

responsabilità politica del Cancelliere si indirizza non solo al ma anche al Capo

Reichstag,

dello Stato. 37

Il Presidente ha il potere di sciogliere anticipatamente la camera bassa, seppur con

dei limiti espressamente previsti dalla Costituzione:

− esso non può sciogliere per due volte il per lo stesso motivo, quindi

Reichstag

non può operare due scioglimenti analoghi, derivanti dalla stessa

motivazione. Questo è un limite facilmente superabile, bastando

semplicemente modificare la motivazione nel decreto di scioglimento;

− tutti gli atti del Presidente devono essere controfirmati dai ministri o dal

Cancelliere, incluso il decreto di scioglimento. Per questo motivo si instaurerà,

nella prassi, la tendenza a nominare gabinetti cosiddetti presidenziali, grazie

anche alla forte instabilità politica. Ciò soprattutto dal 1930, momento in cui la

Costituzione di Weimar entra in crisi, con la nota legge sui pieni poteri e con

l’ascesa al potere di Hitler che vanifica la Costituzione, la quale formalmente

resta in vigore fino a dopo la seconda guerra mondiale.

Il Presidente ha la possibilità di sottoporre al voto popolare alcuni testi di legge. La

Costituzione di Weimar dà un’accentuazione al principio referendario notevole e questa

disposizione si inserisce in un disegno di forte accentuazione del principio democratico. Se

il popolo è sovrano, deve potersi esprimere su tutto: sull’elezione del Presidente, sulla sua

deposizione, nel caso di contrasto tra gli organi costituzionale, etc. Il caso classico di

contrasto tra organi costituzionali si realizza nel procedimento legislativo e a decidere in

ultima istanza è proprio il corpo elettorale. Il Presidente, quindi, potrà inviare al popolo la

richiesta di pronunciarsi tramite referendum persino sulle leggi votate dal entro

Reichstag,

un mese dalla pubblicazione del testo di legge. Il referendum può essere richiesto per

qualunque tipo di legge, anche quelle in materia finanziaria e sulle leggi di bilancio.

Il Presidente può, attraverso questi congegni, realizzare anche delle votazioni di

carattere pubblicitario, facendo leva sulla propria legittimazione democratica.

Inoltre la consultazione referendaria può essere richiesta anche su un testo di legge

su cui le due Camere non sono in accordo: quando, nel procedimento legislativo, Reichstag

e sono in disaccordo, nell’impossibilità di giungere ad un accordo su un testo

Reichsrat

unico tra esse, il Presidente può chiedere al corpo elettorale di esprimersi in via definitiva

in relazione a questo contrasto. Anche qui si denota una forte esaltazione del principio

democratico. Questo referendum può essere applicato anche a contrasti tra altri organi

costituzionali, come ad esempio tra Presidente e camera bassa.

Esistono tanti tipi di referendum in questo contesto costituzionale:

− su leggi votate dal su richiesta del Presidente, ovvero su richiesta di

Reichstag,

un terzo dei membri della camera bassa e di un ventesimo degli elettori;

− su un progetto di legge presentato da un decimo degli elettori, qualora il

Parlamento non abbia recepito la proposta popolare;

in toto

− in caso di contrasto tra e su richiesta del Presidente.

Reichstag Reichsrat,

A questi si aggiungono il referendum popolare sulla permanenza in carica del

Presidente e quello inserito nel procedimento di revisione costituzionale. Attraverso l’uso

del referendum, il Presidente, quindi, può insinuarsi nel procedimento legislativo.

38 Non esiste altra Costituzione in cui ci sia una tale centralità del popolo attraverso

questi congegni. Questa grande ricchezza di referendum, paradossalmente, non dà luogo

ad un utilizzo esteso dello stesso istituto: il referendum nel periodo Weimariano fallisce. Il

modello weimariano di democrazia diretta, però, ha successo dal punto di vista

accademico, infatti uno dei maggiori stimatori è Costantino Mortati, che in assemblea

costituente propone un articolato sul referendum che trae spunto da questo assetto.

Questo progetto non ebbe successo, tant’è che in Italia il referendum è limitato all’ipotesi

residuale: il referendum abrogativo è l’ipotesi meno importante nel testo di Mortati.

Uno dei poteri più importanti del Presidente, che si ritrova quasi identico nella

Costituzione francese del ’58, è quello che deriva dall’art. 48 della Costituzione di Weimar,

il quale dà la possibilità al Capo dello Stato di emanare delle ordinanze, in casi eccezionali,

per ristabilire l’ordine e la sicurezza pubblica. Egli può richiedere l’intervento della forza

armata, ma soprattutto gli viene conferita la possibilità di sospendere alcuni diritti

costituzionali espressamente elencati, quali la libertà di stampa, la libertà di associazione e

di riunione, la libertà personale. Anche in questo caso ci sono dei limiti all’esercizio di

questo potere: il Presidente deve informare il delle misure adottate, il quale deve

Reichstag

avere la possibilità di chiederne la revoca. Anche se questo sembrerebbe un bilanciamento

accettabile, in realtà non è sancito alcun divieto di scioglimento anticipato durante

l’adozione delle misure, per cui, attraverso lo scioglimento del il Presidente può

Reichstag,

vanificare l’unico contropotere esistente.

Il Governo del è composto dal Cancelliere e dai ministri, nominati e revocati

Reich

dal Presidente. Il Cancelliere è dotato di una forte preminenza sui ministri, i quali sono

nominati su sua proposta. In una forma di governo parlamentare, ovviamente il Governo

è responsabile di fronte alla camera elettiva, la quale può adottare una mozione di sfiducia

e costringere il Governo a rassegnare le dimissioni. Per questo motivo il Governo deve

avere una composizione che rispecchi la maggioranza politica presso il Inoltre è

Reichstag.

prevista la possibilità di sfiducia del singolo ministri, la cosiddetta sfiducia individuale. La

Costituzione weimariana non prevede espressamente la necessità, per il Governo, di

chiedere la votazione fiduciaria in entrata, per cui gode della cosiddetta fiducia implicita.

Ciò dà la possibilità al Presidente di nominare dei Governi che non necessariamente

godano della fiducia del che non corrispondano alla connotazione politica del

Reichstag,

Parlamento, per cui il Governo può essere espressione della fiducia individuale del Capo

dello Stato, i cosiddetti gabinetti presidenziali. Anche se la camera bassa può sempre

sfiduciare il gabinetto, ciò presuppone un accordo politico tra le forze politiche presenti

nel e, inoltre, può portare al ricatto presidenziale dello scioglimento.

Reichstag

Il Parlamento weimariano è bicamerale e la sua articolazione è un classico degli

ordinamenti tedeschi: una camera bassa, il eletta a suffragio diretto per quattro

Reichstag,

anni, con sistema proporzionale, che è la camera di rappresentanza del popolo; la camera

alta, detta non elettiva, che si compone di rappresentanti dei Governi dei

Reichsrat, Länder.

È da notare che la proporzionalità del sistema elettorale per l’elezione del è

Reichstag

espressamente sancita in Costituzione all’art. 22. Il voto automatico è un metodo

39

proporzionale molto accentuato e proprio in virtù di esso e della forte frammentazione

politica si è arrivati alla debolezza degli esecutivi e alla crisi che poi ha sfociato nella

supremazia del Presidente prima, e il totalitarismo nazista poi. Da molti studiosi questa

costituzionalizzazione del principio proporzionale è stata considerata la vera causa, o una

delle cause principali, del crollo di Weimar, perché dava la possibilità anche alle piccole

forze politiche di essere rappresentate in Parlamento, quindi anche alle forze antisistema,

provocando una debolezza endemica e persistente degli esecutivi. Secondo Mortati non è

proprio così, perché in un contesto politico scarsamente omogeneo, senza valori comuni

condivisi da tutti, ma alla presenza di forze politiche fortemente antitetiche, il sistema

proporzionale è l’unico congegno che si può adottare per mantenere una forma di

democraticità nell’ordinamento.

Il bicameralismo non è paritario: nel procedimento legislativo chi prevale è il

infatti i membri del non possiedono il potere di iniziativa legislativa, in

Reichstag, Reichsrat

quanto non sono eletti dal popolo. Nell’ambito del procedimento legislativo, il Reichsrat

possiede un mero potere di veto sospensivo che, qualora non sia possibile raggiungere un

accordo con il conferisce al Presidente il potere di indire un referendum

Reichstag,

popolare.

La Costituzione prevede anche un altro organo, il Tribunale costituzionale, che ha

sostanzialmente due funzioni:

− giudicare sulle controversie costituzionali tra oppure tra e

Länder, Länder Reich;

− giudicare sulla messa in Stato d’accusa di Presidente, Cancelliere e ministri,

accusati dal di violazione della Costituzione e delle leggi.

Reichstag

Quindi esso non è un vero e proprio tribunale costituzionale che esercita un controllo

di costituzionalità delle leggi.

La forma di governo di Weimar è parlamentare, esistendo i tre istituti tipici di essa,

però è di tipo dualistico, con un notevole rafforzamento della figura presidenziale: il

Cancelliere è responsabile di fronte al ma anche di fronte al Presidente. In realtà,

Reichstag,

la Costituzione weimariana costruisce un modello istituzionale basato su una pluralità di

organi in grado di neutralizzarsi a vicenda, quindi ognuno è in grado di costituire un

contropotere nei confronti dell’altro. La preminenza di uno degli organi costituzionali

deriva necessariamente dalla dinamica concreta. Carl Schmitt individua nella forma di

governo la presenza di elementi tipici della forma parlamentare, come l’istituto della

fiducia, ma anche di quella a prevalenza del Primo ministro, di quella a prevalenza del

gabinetto; di quella assembleare, con il potere di messa in stato d’accusa e di chiedere la

deposizione del Presidente; di quella presidenziale, con la sua elezione diretta ed il

rafforzamento generale della sua figura, nonché elementi tipici del regime di democrazia

diretta con le diverse forme di referendum.

La forma di governo weimariana dal 1930 evolve in senso favorevole al Presidente e

dopo qualche anno in senso del tutto autoritario. La fase di funzionamento è proprio la

primissima fase, in cui le forze politiche che danno vita al patto costituente, i moderati,

riescono ad avere una forte maggioranza e a dare vita, attraverso i Governi di coalizione,

40 ad una sorta di stabilità. Dal 1920 al 1930 Weimar è in crisi, anche e soprattutto per la

presenza di forze politiche antisistema: il partito dei tedeschi nazionali, il partito del

popolo, entrambi di estrema destra; una forza politica di sinistra che si stacca dagli

spartachisti. La Costituzione weimariana viene anche pensata in funzione anti

spartachista. Tutte queste forze politiche, a cui si aggiungono il partito nazionalsocialista

da un lato, ed il partito comunista dall’altro, fanno sì che sia impossibile giungere ad una

stabilità governativa, dal momento che il sistema proporzionale rappresenta tutti e in

Parlamento ci sono forze politiche con un grado di polarizzazione elevatissimo, quindi

non hanno un patrimonio di valori condiviso. Addirittura, ad un certo punto, nascono

delle forze politiche dichiaratamente antisistema, come il partito comunista, che ha una

prospettiva rivoluzionaria. Tutto ciò va calato nel contesto della politica interna ed estera

di questa fase, soprattutto le pesanti riparazioni derivanti dalla Conferenza di Parigi a

seguito della prima guerra mondiale e la pesante crisi economica susseguente.

Nel 1929 il crollo della borsa di Wall Street determina un’altra crisi economica, il

sistema si inceppa e nel 1930 evolve in senso presidenziale. Il Presidente incide attraverso

gli istituti previsti dalla stesso Costituzione:

− il potere di nomina del Governo, in una fase di forte frammentazione,

in virtù

consente al Presidente di nominare dei gabinetti «presidenziali»

dell’istituto della fiducia e ricattando il attraverso il potere di

Reichstag

«tacita»

scioglimento in caso di mozione di sfiducia;

− il potere di adottare ordinanze art. 48, le quali possono essere revocate su

ex

richiesta del ma con il rischio di indurre il Presidente a disporre lo

Reichstag,

scioglimento anticipato.

L’altro istituto in grado di neutralizzare il Presidente, il voto popolare per la sua

deposizione, è di difficile attuazione, dal momento che è necessaria una delibera del

a maggioranza dei due terzi e poiché il voto favorevole nei confronti del

Reichstag

Presidente comporta l’automatico scioglimento.

Si realizza uno scioglimento anticipato nel 1930, ben due elezioni anticipate nel 1932,

le quali portano il partito nazionalsocialista ad assumere una forte centralità in virtù di un

forte successo elettorale. Si capisce, quindi, che il Presidente può sciogliere ripetutamente

fino a quando non si realizzano delle maggioranze a lui favorevoli. Agli inizi del 1933, il

Presidente Hindenburg nomina Adolf Hitler, leader del partito nazionalsocialista, alla

carica di Cancelliere. Di lì a poco Hitler chiede ad Hindenburg lo scioglimento anticipato

del e le successive elezioni del 5 marzo, molto note per l’incendio del

Reichstag Reichstag,

danno vita ad una forte maggioranza per il partito nazionalsocialista, che diventa

maggioranza assoluta se si associano i seggi dei nazionalisti: Hitler ha il predominio delle

istituzioni weimariane, essendo Cancelliere e godendo di una forte maggioranza

parlamentare. Nel 1933, subito dopo le elezioni, viene approvata la legge sui pieni poteri,

che segna la fine della democrazia e della Costituzione di Weimar. Con la morte di

Hindenburg nel 1934, Hitler assomma le cariche di Cancelliere e di Presidente del le

Reich,

quali per Costituzione erano incompatibili. 41

L’ : C 1958.

ORDINAMENTO FRANCESE LA OSTITUZIONE DEL

Tanti istituti presenti a Weimar, si riscontrano anche nella Costituzione francese del

’58, la quale ha subìto molte riforme, tra cui quella recente del 2008, alcune delle quali

sono state puntuali, cioè che toccano singoli articoli, istituti, organi; quella del 2008, invece,

è stata una riforma organica, che ha toccato tantissimi articoli della Costituzione.

Paradossalmente si può dire che le riforme più importanti sono state quelle puntuali e non

tanto questa organica, perché questa riforma, anche se ha toccato tantissimi temi, non ha

sconvolto l’assetto istituzionale delle Quinta Repubblica.

La Terza e la Quarta Repubblica sono state due Costituzioni che hanno avuto esiti

simili: forma di governo parlamentare a tendenza assembleare, con depotenziamento

dell’esecutivo e, in particolar modo, del Capo dello Stato.

A seguito della crisi algerina del 1958, viene richiamato alla guida del Paese il

generale De Gaulle, il quale chiede ed ottiene una legge sui pieni poteri, ottenendo anche

di poter modificare la Costituzione derogando al procedimento di revisione costituzionale.

La legge costituzionale dispone che la nuova Costituzione dovrà mantenere alcuni principi

fondamentali, quali la sovranità popolare, la separazione dei poteri e la responsabilità

politica del Governo verso il Parlamento. Di fatto il governo De Gaulle dà vita ad un

nuovo testo costituzionale, quello del ’58, che viene sottoposto a referendum.

Questa Costituzione si caratterizza, in primo luogo, per un tentativo, questa volta

riuscito, di rafforzamento della figura presidenziale e più in generale del potere esecutivo

sul legislativo. Un terzo aspetto fondamentale è che la forma di governo dell’ordinamento

è cangiante, a seconda di una serie di circostanze politico – istituzionali, fermo restando il

testo scritto. La Quinta Repubblica rappresenta un esempio molto notevole di come il testo

scritto possa poi subire delle evoluzioni in un senso o nell’altro, a seconda di una serie di

aspetti che non attengono al dato normativo inteso in senso stretto: a Costituzione vigente,

l’evoluzione della forma di governo può tendere in senso presidenziale, oppure

parlamentare. Questo è un discorso che si può fare per ogni ordinamento, anche quello

italiano, ad esempio le modifiche della forma di governo italiana a seguito della riforma

elettorale del ’93: la Costituzione italiana, sotto quell’aspetto, è rimasta inalterata, ma le

cose sono cambiate tantissimo (poteri del Governo, del Presidente del Consiglio).

Il Presidente della Repubblica è un organo che De Gaulle intendeva rafforzare, e non

è un caso che la Costituzione della Quinta Repubblica inizi proprio con la disciplina di

questo organo. Il costituente, nel testo originario della Costituzione, mantiene la durata in

carica di sette anni del Capo dello Stato, ma esso non viene eletto né a suffragio diretto, né

dalle due Camere, bensì da un collegio molto più ampio di circa ottantamila membri, di

composto dai membri del Parlamento, dei Consigli e delle Assemblee dei Territori

d’oltremare (TOM), che hanno un’importanza notevole nell’architettura istituzionale della

Quinta Repubblica, e dai delegati degli enti comunali, che variano da comune a comune in

ragione nella popolazione. Questi ultimi pesano tantissimo nella procedura di elezione,

soprattutto i rappresentanti dei piccoli comuni, che sono palesemente sovra rappresentati

in questo collegio. Nelle elezioni presidenziali del dicembre del ’58, nelle quali viene eletto

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AngeloNELLAnebbia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto costituzionale italiano e comparato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Lanchester Fulco.

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